Fernanda Ferraresso

18 aprile 2015 by

 

fernanda ferraresso

QUADERNO A QUADRI

I quadro

spacco l’antracite del tuo corvo
nero oscuro: ogni uno
dei tuoi lontanissimi incorruttibili pensieri.
Taglio l’arancia del tuo raggiungermi
spacco il covo che hai costruito dentro
la mia memoria senza la possibilità di perderti
ti rincorro grano per grano
dentro il roseto dei sogni.

 

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Lucia Tosi

14 aprile 2015 by

                                                                                       

Tempo r(e)ale

Sono entrata in una vasca di nebbia
un lattice tagliato da lame di sole
un telo d’azzurro militare sopra
a farmi pensare a niente di buono.
Ho vagato paziente, riprendendomi il tempo
di andare: le gambe inchiodate, stordita
la testa, ripetendomi Arsenio. E il diluvio
era già pronto ad esaudire i pensieri:
turbine esatto, luce sbigottita, cartacce
e tendaggi travolti dal bianco, odore di zolfo
di ozono di ferro arrugginito, tregenda di fili
e camicie. Lì l’acqua avanzava come un muro
qui ero all’asciutto, ancora per poco.
Ridendo pensavo che la morte,
goccia più goccia meno, sarà
come il temporale d’estate
improvviso, invalicabile.
Senza riparo, senza rimedio.
Bagnarsene, fino in fondo.

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Carlo Alberto Simonetti

7 aprile 2015 by

 

Calo Alberto Simonetti compagno-di-provincia-1979-laboratorio-teatrale-del-palazzo-mazzancolli

 

La Parola chiamava forte e per nome Carlo Alberto Simonetti, che non riusciva a non “risponderle”:

La parola?!
Penso sia la vita stessa, in qualche modo.
Minuscola forse.
Non so più immaginare alcunché se non immergendomi nella dinamica, tra un confine e l’altro del suo universo.
I suoi confini sgorgarono con l’aurora del tempo in prossimità del principio, prima, molto prima che le immagini prendessero a sciogliere il proprio corpo in trame di gocciole sonore!

Ed ecco l’eco, immediatamente delineante della caratteristica dell’autore, capace di avvolgere in un’aura poetica di potente malìa, la personale capacità descrittiva. Tutto il suo modo di “sgarrare” le trame abituali dei tessuti espositivi, come lui stesso riconosceva. Ambientazione e poesia confluite in un unico corpo, sapiente fusione tra imbastitura del mezzo comunicativo e prezioso ricamo dell’anima. Viaggi che Carlo Alberto Simonetti percorreva alla ricerca dell’origine del proprio modo di essere, del nòcciolo della propria insopprimibile ansia di vivere, nell’impossibilità della propria natura a far coincidere l’interiorizzazione soggettiva dei significati con la rilevanza oggettiva degli stessi. Uno sguardo al sé difficile da gestire, dovuto al modo di percepire sublimante a oltranza, impraticabile conciliazione con un contorno fatto di realtà molto più semplici. Sguardo capace di tenerezza matura nell’analisi di un percorso vissuto alla ricerca di un anello di congiunzione tra l’incontrovertibile essenza di poeta e la dimensione umana calata in un – ordinario – avvertito come necessario all’identificarsi in un connettivo dove tutti gli affetti e le disposizioni sociali abbiano gravitato. Di lui scrivevo pochi anni fa: “Ricorre nella sua opera poetica l’anelito verso il superamento di uno stato adamitico, dove il senso e i sensi sono una polifonia d’evoluzioni inverse per un ricongiungimento con l’Assoluto. L’assoluto di un attimo o l’assoluto dell’eterno. L’assoluto di un sacro che è ricerca interiore. Partenza e arrivo. Chiusura del cerchio. L’essenziale è il viaggio e chi ha la fortuna d’imbattersi nei versi di questo autore, supererà i limiti angusti della mente verso rotte inesplorate e vivide. Il suo pensiero diventa traduzione, dono, interpretazione e suggerimento del reale, trasposizione d’emozioni amplificate, dilaganti”… “Portavoce da sempre della magia alchemica di forgianti immagini frutto di concatenazioni verbali inconsuete e scardinati, vittima-carnefice del feroce “percepire e sublimare”. Così, tra un alternarsi di momenti di pura e malinconica passione erotica, dissacranti composizioni d’irrealtà reali, tensione spasmodica verso il divino, l’essere scagliati in una dimensione atemporale (dove l’introspezione è uno scalfire nella roccia fino a farne fluire sangue) diventa ciò di cui si ha più bisogno e del quale non si riesce a farne senza.“: Doris Emilia Bragagnini

 

*

 

I cieli della mia infanzia
ciottolosa e acciottolata
camminano per strade
d’asfalto, oggi
lungo il dicembre.
Siepi di primavere
legano e sbarrano
il letargo alle fronde
trillano, zirlano e
cinguettano come
mosche sonore
sul sonno
pelle d’inverno che
sbadiglia senza tregua
e non può stringersi a Morfeo.
Un merlo in picchiata
sullo sparo di una doppietta si fa sentire
con gli occhi, prima che all’orecchio.
La polvere del tempo
si alzava polvere
per le strade allora.
I cieli di questa
improbabile età
nostra
sono nuvole
di polvere e nebbia rosa
colore di un tramonto accidentale
tra filari di pentagrammi
ulivi e note
di cortecce nodose
e promesse
immagini di oli
extravergini
spremuti alla mola
tempo diverso
dalla stesura dei miei ricordi!
Gli occhi si perdono
e fiati di parole
tamponano il microfono
del cellulare
che vellica l’orecchio
del mio amore
più antico dell’udito
che mi riceve…
verso un orizzonte
che non so.

 

*

 

La notte è un grattacielo smarrito
dentro lo stormo di stelle
dove volano pensieri
parole e sguardi senza terra
senza gravità, senza meta
ma ci sono e volano
tra le arcate dell’universo
a caccia di un senso
e coprono il suolo dei giorni
con il guano dei putridi perché.
Ma tu che ci fai tra le parole
se non diventiamo mai
una frase compiuta?

 

*

 

Al piano terra delle stelle
appaiono e scompaiono
le lucciole
proprio come
la luce di una lucciola.
È più alta
ancora la luce delle stelle
di quella dei lampioni
che le offuscano.
Ecco perché scrivo poesie
amo pensare la vita
dalla montagna
ed uscire dal vicolo cieco della terra

 

*

 

Sono entrato al buio nel buio
vedevo niente.
Sono usciti biascichii imbastiti
da pensieri e fiati muti
sentivo niente.
Sono irrotto con gli sguardi
in paesaggi e fisionomie
odore di meraviglia
scorgevo niente.
Ho solcato eventi, di sangue
e di pace fragorosi.
Allora perché la mia vita
è muta e niente?
Fendo il tuo corpo
attraverso il brio
e non so più l’unicità del piacere.
Niente
Ne sento parlare, ne cantano
tutti e ne scrivono
ma cosa è l’amore
più del mio niente?
Sono solo
Davanti alla follia volubile
delle nuvole e dei miei pensieri
incantati e desolati
dalle solitudini e dal mio vuoto.
Il niente.

Sono il riassunto
dell’amore negato
intruso del viaggio forzato
resto apolide
escluso
dall’amplesso e dalla tenerezza.
Non pellegrino,
profugo nel guado
del fiume terra promessa.
Infine assumo
tutte le energie del pianto
mai versato
per tanto amore respinto
ma risarcito
dal miracolo di ricordi futuri
appesi alle code dei tuoi occhi
saldati dalle comete
che sovrastano i cieli
del viaggio che mi trascina.
Sono il riassunto
dell’amore scippato.

Sei il mio futuro alle spalle,
lasciato in una sacca
tanti anni fa.
Di tanto in tanto atterri
da un alito o da un volo
senza tempo e senza i limiti
che assediano me,
la mia passione e tenerezza
senza limiti
di tempo e di declini
non è un dramma vivere la vita,
ma il modo di guardarla dilatata
d’ansia
la nostra condizione.

Umana.

 

*

 

Il giorno, il mare ed io
saremo vivi domani.
Oltre la coltre della notte
saremo vivi anche domani,
tra le vie adombrate
i nostri occhi scalcinati,
lampioni dimenticati.
Il nostro futuro sempre
con la testa volta indietro.

 

*

 

I miei pensieri
ogni giorno
stanno con te
senza scalo
di un qualsiasi
giorno dopo.
Frutti di fantasia cozzano
sulla prora che insegue
la terra e la dossologia
per due che sostano
alla fermata d’un amore
in sciopero e senza biglietto.
Domani i miei pensieri
come ogni giorno
staranno con te senza scalo.

 

*

 

C’erano le parole
squittivano come biglie impazzite
smarrite nei pensieri di cristallo.
O farfalle fossili
Impietrite tra le rocce del tempo :
nei tramonti autunnali
nei sorrisi rari dell’inverno .
C’erano le parole
e gridavano disperate.
Taci

 

*

 

Il suono di ogni ultimo verso
demolisce la pretesa
di agguantare
il cielo poesia
per virtù
di metrica rima e armonia.
L’olimpo poesia
non lo scrive la scala da scalare
piuttosto l’ascesa
del venir giù.
Fragra la poesia
solo col vento della valle
fin dal primo passo
nella pianura
dove le parole sono state
“di-sparse”
con la larghezza
di una provvidenza
mai ravvisata
di campate galattiche
di lingue che illuminano
il pentagramma
del tempo.

 

*

 

Una notte lunghissima e cupa a modo di criniera. Una pantera nera e tenebrosa come l’assenza dell’amore che accende occhi di pensieri verdi le luci a mezza costa sul monte scuro fracassato da una ghirlanda di bagliori lontani più del monte e sospesi i bagliori senza forma sulla cornice oscura del buio indefinito lontano come il ruscello dell’infanzia in cui si espressero i primi occhi verdi di una fisionomia dimenticata e scomparsa nel non so e nell’ansia di volerla mia. Zavorra di vuoto a perdere su quadri e sculture di parole o poesie. Poesie di vuoti a perdere senza luce qualsiasi fosse la forma adescata dalla fame e dalla sete di non so chi smarrito su fiumi di volti scorsi dai due ai sei miliardi di fisionomie in maratona senza stop tra rifiuti e miasmi spogli discariche e vuoti di soluzioni.
Spossato sul bordo della sconfitta pensata e trascritta in un pentagramma di significare arcaico e dislessico alla deriva di una palafitta di mutismi sordi e rumorosi.
Spossato sull’attesa insopportabile del niente tra figli amanti moglie nipoti e ansia trascendente tra fiati e fiato di palude essente avvinti a pentagrammi di significare arcaico e d’afasia carico. Spossato la carezza di un fiato fu aferesi di mutismi afasie e dislessie e cominciai a percepire gli echi onde nel lago del silenzio fiati penetrati e penetranti. Echi di fisionomia sbiadita decomposta e promessa di ricomposizione ad un orizzonte che non so ma di sicuro alba. Alba bifronte nell’eco e nel monte.

*

Mi alzo all’alba e mi distendo supino sui tuoi seni e tu amaca immobile cullata da sirene sfrenate e frenate sibilanti e scrosciare di fiumi in cascata e ululati di clacson. Tu tieni le tue cosce nel giuoco del giogo e delle briglie bancomat e vetrine saldi e conti consunti che mi abbracciano sopra i fianchi e spingono a inarcarmi la schiena e/o a rotolarmi sul bordo di aiuole lussureggianti e depilate a disegnare provocazioni clonate dalla promozione ingannevole di sensi che come il fumo uccide eppure da venti anni fumo e sono ancora qui a meravigliarmi del tuo bosco in cui non mi stanco d’inselvarmi e umido disselvarmi ed uscire per scalare i tuoi colli dietro le mie spalle e rotolo dentro l’amplesso che lega la luna al sole e i graffi e i graffiti delle tue unghie penne intinte di sangue di umori e rumori che scrivono eco di storie invisibili sui silenzi di chi ha perso le briglie dei perché e si ritrova e si bea del senso delle cose. Mi distendo supino sui tuoi seni e tu amaca immota cullata dalla notte e dal fragore dei mutismi oscurati in attesa di stelle e di luna e dagli schizzi di sangue che urlano fluvidi silenzi ansimanti coiti sospesi o contesi o rappresi nei ricordi incompresi degli schizzi fango a vita cogente e incosciente. Resto disteso supino sui tuoi seni e coseni o tra le cosce spalancate divaricate alle fustaie turgide di cerro lungo le ultime strade d’erba pei colli libere ancora dall’insulto degli asfalti e prigionieri dei cani da guardia e dalle recinzioni di un privato cimitero assassino.
Centinaia di milioni di micro vite immolate al vampiro pel cimitero che sugge e con noi sopravvive … Te la mia dolce Vita su cui dall’alba mi distendo supino per godere dei colli alle spalle dei pruriti pel ventre fiorito di boschi che m’inghiottono e non conosco… come te che non so dietro le mie spalle distesa su fisionomie ignote e sognate non fisionomia eppure ne faccio poesia. E non mi cullo e non riposo mentre le rughe canute raccolgono e incidono detriti in dissolvenza. Tu che non potrò scrutare quando le spalle si leveranno pel riposo vero mentre su di te alcova surreale supino sogno di essere prono e saperti. Conoscerti infine. Te la Vita.

*** testi tratti da varie pubblicazioni e apparsi in rete in siti dedicati (poetichouse, clubpoeti).

 

Il diciotto gennaio dopo un lungo periodo di malattia, ci ha lasciato Carlo Alberto Simonetti, scrittore e poeta ternano, noto e apprezzato nella sua città così come nei circuiti letterari che frequentava anche in rete. Classe 1943, se ne va con lui, oltre che un caro amico dalla dirompente personalità e carica umana, un intellettuale, uno scrittore, un prezioso poeta che ha saputo declinare la sua creatività artistica in svariate soluzioni, come la regia, la sceneggiatura, la recitazione. Negli anni settanta uscì con “Terra raggruma sepolcri luce” e “Il pugno nero del cielo”, sillogi poetiche improntate dalla letteratura beatnik. Sempre in quegli anni partecipò e convogliò la rabbia, la fantasia e le nuove attese di giovani poeti ternani nell’antologia “Brani dai viaggi sul Nera”. Fondò con Marcello Ricci una delle prime emittenti private, Radio Evelyn, facendo scuola con la rubrica “Mantide religiosa”, dove puntualizzava con caustica e irriverente ironia i difetti della classe politica locale, sollevando non pochi vespai sotterranei. Negli anni ottanta, spinto da un forte moto interiore si dedicò allo studio e alla meditazione di temi teologici e filosofici e più in là, proseguendo ancora, si dedicò al teatro collaborando a diversi spettacoli del Progetto Mandela contro razzismo e intolleranza. Del 2002 è “Lo scrigno, i bagliori, le cose “ opera in versi, e poi “Pensieri con gli occhi” 2005, “Racconti a quadretti” 2006, ” Vicoli ciechi e Usci” 2008 (ed. Thyrus). Aveva pronto un romanzo autobiografico, altre raccolte e alcune favole, opere ancora inedite e straordinarie.

 

3 aprile 2015 by

Pasqua 2015 - giardino - by criBo

                                            

Elia Belculfinè

27 marzo 2015 by

Elia

ROBIN

1

 

                                                        Da dietro il suo triangolo

mistico, l’incerta voce arricciolante –

passa i piatti con la polenta,
batte con una candela accesa ruvidamente il rullante;
un nuovo dio è solo un motto.
La terra da pagare, la terra da fare supplica. Ogni volta quella pena

spigolosa negli occhi,  come
uscisse da
uno specchio fino a sbucare  nel salotto con il lampadario
di Murano e le poltroncine

rosse di velluto. Un centrotavola pieno di datteri
di cristallo a grappoli.

 

Diceva che sarebbe sempre stato
quello che sarebbe
potuto essere___________ il desiderio non durò che un attimo

Tanto a lungo trattenuti  i fuochi cadranno e scrosceranno giù lungo la grondaia.

insopportabile piuma dell’avere
i segni di un lento umido accoppiamento
con la propria forza.

___________

 

 

2

La Venere di Warhol scese con un cesto di papaveri

nel grembo, in quel mattino

di neon accesi sopra le incerate a fiori, e un mangianastri fra le mani, l’Om del pesce

rosso e gli elefanti comprati con tre sacchi di arachidi

nella legnaia. Bip!

Scese dal muro in cartongesso.

Mi confessò . sono una spacciatrice_______________________

riscrivendo quel suono sopra le mie squame

poi allunga la mano in un

sacchetto pieno di

 

occhi di serpente; toh,  dice questo è un regalo,

la prossima volta però me lo paghi.

 

Come credi possa permettermi un elefante?

______________________________________________________

In bilico fra equazione e disequazione, fra Saffo e Alceo

che per un ragazzo sono la stessa cosa.

________________________

 

3

________________________

 

Il Colosso di Rodi si sta polverizzando

giorno dopo giorno.

 

Gli scimpanzé hanno costruito cunicoli ovunque, dedali di rumore –

sarà difficile raggiungere il __Giordano

senza perdere qualche uomo.

 

Non siamo puri, non a questo giro di boa,

con il parabrezza ghiacciato

su cui raschiano i tergicristalli,

e i limoni nell’abitacolo, raccolti dalle mani

di qualche dea dell’amore.

 

Si va.

 

O Mari tranquilli, voglio una vela aperta come una finestra.

Ho bisogno che qualcuno mi battezzi

nel nome dell’uomo.

 

_________________________

_______________________________________________

_________________________

 

4

L’abate di Montecassino

per cinquemila euro

ti faceva entrare nella Fiat – Oh, Lili Marlene, conservo le uova

della tua ultima cova. L’abate scoperto e trasferito._________ davvero

umile e  pio e savio ——–

Mezzo insanguinato, dovevi proprio sputarlo

qui il tuo salva-denti?

 

*

Mia moglie era a un funerale:

Un oscuro uccello becca il grasso tra

l’oro dei cadaveri

 

Noi siamo i barbari . parola di Dio

staccando il prete il crocefisso dal rosario

di perle di fiume.­

 

Il crostaceo ha la corazza rosa e dura: un soldato giocattolo a cavallo

e incomincia a puzzare, <<gettalo nell’acqua appena bolle,
metti a candeggiare i piattini delle offerte____

Avremo ospiti a cena>>

 

Comico, davvero. Gente di mare di sponda

gente di sabbia

e di rabbia e di bibbia. Visitai un cimitero, strapiombo sul mare;

nella cappella c’era una panca che avrei

voluto rubare – O Francesca

O Laura,

O Beatrice

– Credo che ogni poeta ____________debba avere la faccia del

boxeur dopo l’incontro. D’esser solo e di solo poter dire.

Ero l’ultimo arrivato e mi toccò di mangiare

la polenta avanzata, fredda

 

dolente | nella serale __quiete. tamburo basco battuto

da una coda di lepre. Chi laverà___________

tutti i cucchiaini? Chi getterà queste ossa

di pterodattilo ai lupi?

 

 

Elina Miticocchio

21 marzo 2015 by

Elina Miticocchio

Ho un’immagine in mente quando penso ai versi di Elina Miticocchio. Un’immagine che in me si è fatta strada lentamente, come uscendo dalla nebbia finalmente definendosi. Non ricordo quale maestro profumiere raccontasse che il segreto di una fragranza avvolgente ma allo stesso tempo discreta, fosse l’alimentarne il desiderio mediante la necessità di avvicinarsi per percepirla meglio. Elina Miticocchio nei suoi testi, dosa, al limite dell’impalpabilità, ogni più piccolo alito di suggestione, ogni piccola vibrazione che si riveli attraverso un universo dal sentore animista, tanta la delicatezza, il sacrale sottovoce cui sono tratteggiati gli argomenti. Un viaggio trascendente fatto di passi e passi piccolissimi (come un ricamo), in punta di piedi attraverso un percorso privo di riferimenti direzionali ma che li sfiora tutti, guadando gli elementi naturali (terra, fuoco, aria, acqua) e la disponibilità degli eventi attinti alla fonte dei ricordi personali. Colpisce l’umiltà della disposizione all’ascolto, alla raccolta della messe di “segni” che sanno rendersi disponibili come embrioni sensoriali e di pensiero. Elina Miticocchio non detta, non suggerisce, non chiama in prima persona, si fa piuttosto mediatrice di qualcosa che è dentro e attorno, suo e di tutto/tutti. Evidenzia ciò che ha bisogno d’essere evocato al fine della migliore intuizione, comprensione, ricerca. Lieve (ma non fatua) come il battito d’ali di una farfalla, la sua poesia si offre contemplativa, senza schiamazzi ad alimentare quella logica del caos capace di farsi movimento interiore, tempesta o moto placido, così come ognuno sarà portato a percepire, proiettare nel proprio immaginario, avvicinandosi

Doris Emilia Bragagnini

.

 

*

 

Nell’istante tutte le epoche
Nuvole e sogni si spostano
lente un respiro di Luce
(mi) fa luce

La retina pesca dai fondali
dell’iride la terra delle nuvole rimbalza
una tana d’ore
fino al mattino dentro l’aria di verdi altipiani
in ferie il tempo è fuggito
lontano

 

*

 

Annodato a questo giorno
luminescenza segreta
c’era un mistero
fiori che sognavano di migrare
senza radici partire e poi
entrare nelle tasche di un bambino
o anche in un’isola di vetro

Anno dato
incubatoio.

 

*

 

Ho avuto case ad abitarmi
nessuna cosa è perduta.
Le tue stanze senza porte avevano oblò
non troppi mi sarebbe parsa una prigione
così l’ho scambiata per una nave.
Anche di notte faccio ritorno
senza parola approdo appiglio
sosto e attendo
spengo la luce tesso illusioni
filo il miracolo d’onda immobile.

 

*

 

La parola spesa
presa all’amo divenne
guerra e sole
e non valse una cornice
per disegnare i volti
stretti schiacciati nella valigia
di cartone le scritture esuli
naufraghe in perenne ascolto di voci
affogate in mare
un perimetro brevissimo di carta bagnata

 

*

 acqua che goccia attenta
narra di rami
neri e scomposti nel chiaro celeste

 

come tutto è lontano
come è
vicino come silenzio
e bianco il dorso della mano
del piede circonda

poi si apre
sospeso il cielo
il giorno

 

*

 

Tra code di luce il giardino
e una sera di corde
aperte crepe in un cristallo
Della falce della luna
delle mani al cielo
recito il bianco.

Del viaggio e del labirinto
della stanza
di mia madre

conto i passi
e germoglio figlia
un canto che rinasce.

 

*

 

Abbaglio di lume
gittata di stelle
coraggio della carne
la vita si svolge nel retro

la neve è solo un’invenzione degli adulti
non scrive alla finestra
accendi la luce
chi teme il viola
della neve ha solo paura
del suo cielo del suo fiato

stanno tornando
le bambine dai capelli rossi
di fuoco ceppaie e di vento appigliano
destini in un sonaglio

al gancio stretto
appende vita la ragione
un rosso  crepitante   di papaveri in fiore.

 

***
Elina Miticocchio nata a Foggia l’11 maggio 1967, dopo gli studi classici si è laureata presso la facoltà di Giurisprudenza di Bari.  Nel 2014 è stata selezionata per far parte di una plaquette dal titolo “Le trincee del grembo” – Dodici prove d’autore al femminile – dell’Associazione Culturale LucaniArt. Nel maggio 2014 ha pubblicato per la casa editrice Terra d’Ulivi la raccolta poetica dal titolo “Per filo e per segno”.
Cura il blog “Imma(r)gine”.

Tomaso Pieragnolo

14 marzo 2015 by

 

Tomaso Pieragnolo (2)

                                              

Dal poema “nuovomondo” Passigli Editori, 2010.

Nota al libro:

In un cerchio temporale e interiore continuamente aperto e concluso che comprende in sé creazione e distruzione, stratificate pulsioni di un mondo quanto mai reale e al contempo illusorio, il viaggio di ogni singolo essere verso l’inconosciuto confluisce nel flusso eracliteo di un’umanità vitale, errante, sempre più spesso incerta e confusa da esponenziali stimoli e vacui valori. Questo breve quanto intenso poema restituisce la visione di un luogo urgente e necessario, la consapevolezza che in questa epoca contraddittoria e cruciale solo l’Amore nel suo senso più ampio e terreno possa condurci verso un ‘nuovomondo’.

                                              

pagina 14

Forse il primo uomo e la prima donna
di colpo due colombe nella fitta
orditura, due strappi nella ripetizione
del castigo, scalzi appena eretti allo sbaraglio
della precaria luce immaginano
precipui un luogo futuro, bestiali
e spaventati ancora da improvvise
estinzioni e pazze circolazioni
di stormi, metalli e distanze;
così nudi addiacciano in strapiombi di gole
indurite e nel prodigo divenire
in frammento, mentre un bilico rapido
d’urgenze minaccia la disgregata
moltitudine e un perenne vento verde
colma franate frontiere e nascite
continuamente offerte. Caparbiamente
avanzano fra tutte le cose prescelti
con fortunale criterio, erranti giorno
dopo giorno e sopravvissuti al possente
stallo innescano l’impronta numerosa
che l’aperta asprezza muta, il corpo scricchiolante
contro l’ora e l’ereditato disordine,
bruciando ancora la netta cicatrice
che il giorno definisce in precipitosi
vertici. Ma gioioso è il creato nei suoi
molteplici fermenti, dilunga lingue mute
e selve commoventi.

pagina 15

Ma dimmi che cosa abbandona
cedendo l’ultima frontiera
l’itinerante nell’orma dei suoi piedi,
ogni momento sconvolto nella sua precedente
metà e la timorosa sopravvivenza
di ogni giorno come una memoria appena
afferrata nell’aria; un corpo conteso
e masticato dal grugno ritorto
del mare, sputato con resti
di zattera dalla plumbea gola dell’acqua,
sollevato cento volte con schiaffo
fragoroso nel saldo legame del sale,
riparato infine in mutevoli geografie
con verbo scardinato e scomposte ossa.
E nel culmine di fiumi respinti,
di scosse selve demolite, di un’orbita
che consueta frana riluttando uomo
e roccia, si decima il costante esodo,
l’orma plantare rimossa dall’urlo
del vento, il delirio culminante
sulla pietra che giunge ogni notte
macchiata dal siero di nuove estinzioni.
Ma sempre torna la luce come un lido e l’ombra
come una palpebra verde continua
a fermentare colori e reca labile
la pioggia i suoi celesti crini;
nell’interezza cresce il tempo e sogna
il recente popolo che la vita
non si smarrisce.

pagina 33

Scalzante è il passo, il muro appena
levato già rantola a valle e scoppia
la nuova falla sopra l’ultimo rattoppo;
incolume al bene, impermeabile
alla fortuna che cieca ti cerca
per evitarti, non c’è confine sufficiente
che contenga questo vagolare in terra
d’altri che non è più rotonda
ma sale verticale e dura
senza appiglio, perché possa concludersi
il giorno in mani escoriate e inutilmente
appese alla punta. Ma nella mancanza
dove solo prolifica il dolo sarà
così nascente la nuova coscienza
come ruga nell’occhio accecato da troppo
rapido appagamento, perché senza
fondare il fondo crolla il maestro
edificio e così la sorte di nascere
in buoni tempi allevati sulle macerie
del perdente e poco dopo sulla fame
dell’infante, ingurgitando tutto
nel sovrappeso di dolenti generazioni
senza più occhi che per il breve orto
e l’appagato interruttore.

pagina 43

Ma è questo l’ultimo uomo o il primo
se con deteriori forme e ripartito
errore disarticola il futuro in sboccato
rumore e permanente gorgo che precario
rende l’idioma e urgente, recando
intransigente miseria che dura
comprime e senza rotta l’ultima
palpitante stella nel vuoto che balza
eccessivo devolvendo il proprio declino;
e un minimo dubito può nascere
e nascosto, alla vista inabitato
affacciarsi, andando in cerca d’ombra essere
fronda, perché imbizzarrita appare la vita
e a volte precaria scalciando striglia
l’uomo che giace inerte nel suo orgoglio.
Cerca terra per un nuovo legno o solo
il possesso di un successivo
giorno, il luogo dove nessuno uccise
la colomba o errando d’incatenare
la programmata sventura con perseveranza
sterminata, perché l’uomo sia terrestre,
terrestre l’avvenire e una memoria
che non si offuschi, perché un giorno possa
nascere in origine dell’amore
contro stridi di smodato rumore, inetta
sovranità e abulica crescita
di sola materia che per se stessa
prova compassione e rimedio.

pagina 50

E che nelle tue mani io senta stridere
il bosco, la stilla costante che appura
come un astro la crescita del movente,
l’odore che notturno arrampica d’invisibili
linfe, o il rigurgito dell’ape sulla lingua;
e un mattino di recente autunno siano
i tuoi baci lungamente attesi per notti
di solo una immobile stella, stordisca così
il mio grido contro il minerale del cielo
e precisati in questa folle rocca senza
sentinelle sull’albero cieche giungano
le vivenze ai tuoi piedi, donna
dolce la tua testa mi sfoglia il petto
come un’iride caduta al fondo, descrivi
petali con la tua saliva ed è
un paese intero l’amore, è un indugio
attraverso il tempo, possiamo
tornare ad essere i primi con solo
un pudico abbraccio se percorrendo
il parallelo incolume un bilico riduce
la nostra distanza, così io avrei
più mani per toccarti, dita
per raccoglierti, braccia per accoglierti
e nomi per destarti, potremmo essere
dove i pesci lisciano via, raggiante mia,
salto di gioia se tu mi distrai,
come una sete mi abbevero a questa
sola stilla che non si stacca, considera
le mie parole come un dono e fanne
un fascio di rami verdi ancora, affinché
dal mio sonno io veda accomiatarsi gli inganni

pagina 60

Ma stride un rifiuto e snida luoghi
abbandonati, stringe nelle sue secche
mani contro la crudezza solo
una rosa che dissuona fin qui e l’equivoco
verbo a tutti sbraita con disabile
idioma, rivolge il suo costante
rovescio e in quantità trasparsa replica
al giorno una forma d’oblio che non termina,
uno stesso finale, la millesima
mostra di vana forza che divide
il colore, divarica il mese, istiga
il nesso e volge promesse; forse è il declino
di molti secoli, o l’arresa permanenza
nel senno di limiti e nella terra,
le età diversamente accumulate
in necessarie metà che sole
non s’aprono ed errando cercano
il disperso tatto. Ma è nello scoppio
rapido d’un seme la fronte del nitido
giorno, il frutto di fallibile
specie o forse solo il luogo che per te
voglio eternamente conservare.

pagina 62

Perché ero al tuo corpo destinato
come il nascituro alla stella più
lontana congiunta solo nel momento,
ero ai tuoi fianchi fusi aderente come
la nebbia al tronco dilatato e alle tue nari
una densa umidità d’un tratto inalata e forse
per questo non sono nell’esistere
incappato senza camminare, ho potuto
oltre vedere ciò che il tuo naso deciso
additava, più in là della rumorosa
terra e di dimore cumulate senza lemma,
per essere nuovamente un uomo e una donna
nella solitudine riconciliati,
spogliati con tutto ciò che vuole
sussistere e l’abbondanza disertare
del vecchio Dio senza nuovi frutti e da tanti
malanni giungere per una volta
all’inizio della vita.

pagina 63

Perché all’inizio della vita tende
ogni buona cosa, il fugato dubbio
o il decente perdono che l’ottusa
insistenza attanaglia, la madre verde
di rugiada estenuata e fresca
di nubi e di recenti piogge
che il suo nuziale attende perigliosa
ancora incerta tra l’amore e l’odio;
è il millesimato astro che non può
esistere nemmeno un’ora staccato
dal suo eccesso, affinché ogni stilla viva
per sempre attratta da due roghi e della luce
l’esatto alternarsi, perché sia possibile
in vece amarsi e più non sapere
se qui comincia davvero un nuovomondo
o se ciechi viviamo la fine del tempo.

 

 

Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da vent’anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli di Firenze ha pubblicato il suo ultimo libro, il poema “nuovomondo”, finalista al Premio Palmi, Metauro, Minturnae, rosa finale del Premio Marazza e vincitore del Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue più recenti pubblicazioni: “Lettere lungo la strada” (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano di Belgirate), “L’oceano e altri giorni” (2005, già finalista ai Premi Libero de Libero inedito 2003, edito Guido Gozzano di Belgirate e Ultima Frontiera di Volterra e vincitore del Premio Minturnae Giovani). Una selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (“Poesía escogida”, 2009). La sua attività di traduttore di poesia latinoamericana si è svolta dal 2007 al 2013 in collaborazione con la rivista Sagarana, nella quale ha proposto principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, mai tradotti in Italia, e con alcune case editrici, che hanno pubblicato la prima traduzione italiana di Eunice Odio (“Questo è il bosco e altre poesie”, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Camaiore per la traduzione) e la prima traduzione italiana di Laureano Albán, (“Gli infimi crepuscoli”, Via del Vento 2010 e “Poesie imperdonabili”, Passigli 2011, finalista Premio Internazionale Camaiore, rosa finale Premio Marazza per la traduzione). Ha pubblicato per La Recherche due ebook di traduzioni liberamente scaricabili: “Nell’imminenza del giorno” (2013) e “Ad ora incerta” (2014).

Antologie ebook di traduzione liberamente scaricabili di autori ispanoamericani da me curate nel 2013 e nel 2014.
 Scarica gratuitamente il libro di Aa. Vv. – traduzioni di Tomaso Pieragnolo, Ad ora incerta (pdf
 Nell_imminenza_del_giorno_di_Tomaso_Pieragnolo.pdf&Id=143

Settimana delle donne

7 marzo 2015 by

8 marzo

rose e mimose - by criBo

per tutte le donne

per gli uomini che le amano e le rispettano

perché non ci siano più, in futuro, giorni da dedicare

come questo e tanti altri che rivendicano memoria e giustizia

per un mondo migliore, dove ogni essere umano

sia accolto, rispettato, amato

nella sua diversità

per la sua diversità

                                  

                                            

Emilio Capaccio

28 febbraio 2015 by
Richard Watson Dixon

Richard Watson Dixon

2 poesie inedite di Richard Watson Dixon
(poeta vittoriano mai tradotto in Italia).
Tradotte da Emilio Capaccio

                             

Humanity

There is a soul above the soul of each,
a mightier soul, which yet to each belongs:
there is a sound made of all human speech,
and numerous as the concourse of all songs:
and in that soul lives each, in each that soul,
though all the ages are its lifetime vast;
each soul that dies, in its most sacred whole
receiveth life that shall for ever last.
And thus for ever with a wider span
Humanity o’erarches time and death;
man can elect the universal man,
and live in life that ends not with his breath:
and gather glory that increases still
till Time his glass with Death’s last dust shall fill.

 

Umanità

C’è un’anima sopra l’anima di ognuno,
un’anima più potente che a ognuno ancora appartiene:
c’è un suono fatto da tutti i dialoghi umani
e armonioso come l’afflusso di tutte le canzoni:
e in quell’anima ognuno vive, ognuno in quell’anima,
benché tutti i secoli siano la sua vasta esistenza;
ogni anima che muore, nella sua più sacra interezza
riceve vita che durerà per sempre.
E così per sempre con più ampia larghezza
l’Umanità sopravvive al tempo e alla morte;
l’uomo può eleggere l’uomo universale,
e vivere nella vita che non termina col suo fiato:
e accumulare gloria che cresce continuamente
fino a che il Tempo con la sua lente
appannerà di polvere la Morte.

                                         

                    

                                                                                              
Human destiny

As run the rivers on through shade and sun,
as flow the hours of time through day and night,
as through her swelling year the earth rolls on,
each part in alternation dark and light:
so rolls and flows with more prodigious change
the human destiny; in gloom profound
and horror of great darkness, or made strange
by sudden light that shines from heaven around:
now in it works a fate inopportune,
deadly, malicious; now the mortal scene
smiles comforted with some eternal boon,
and blood is turned to dew of roseate sheen:
but whether weal or woe, life onward flows:
whither, oh, whither? Not an angel knows.

 

Il destino umano

Come scorrono i fiumi nell’ombra e nel sole,
come vanno le ore del tempo per il giorno e la notte,
come dentro il suo pieno anno gira la terra,
ogni parte in alternanza di scuro e di luce:
così gira e fluisce con più prodigioso mutamento
il destino umano; nel buio profondo
e nell’orrore della grande oscurità, o fatto strano
verso una luce improvvisa che splende dal cielo:
ora in lui professa una sorte inopportuna,
esiziale, malevola; ora il mortale scenario
sorride confortato da eterno piacere,
e il sangue tramuta in rugiada di roseo splendore:
che sia il bene o che sia il dolore, la vita avanti fluisce:
ma dove, O, dove? Non un angelo lo sa.

 

 

Le poesie sono tratte dalla raccolta:

Historical Odes and Other Poems [1864]
di Richard Watson Dixon [1833-1900]

Traduzione di Emilio Capaccio

 

Richard Watson Dixon, saggista, storico ecclesiastico e poeta inglese, nacque il 5 maggio del 1833 a Islington, Londra. Era il primo dei sei figli di James Dixon e della sua terza moglie Mary Watson, unica figlia di Richard Watson (1781-1833), scrittore e teologo metodista, una delle figure più rappresentative del metodismo[1] del XIX secolo e continuatore degli studi e della dottrina avviata da John Wesley (1703-1791), considerato il padre del metodismo.

Richard Watson Dixon fu educato alla “King Edward’s School” di Birmingham e nel giugno del 1851 fu immatricolato al “Pembroke College” di Oxford.

Entrò nell’ordine dei metodisti nel 1858, all’interno della curazia di “St. Mary-the-Less”, a Lamberth. Nel 1861 passò alla curazia di “St. Mary” a Newington Butts.

Il 9 aprile dello stesso anno sposò Maria Sturgeon, vedova di William Thomson di Haddingtonshire, la quale morì nel 1876; nel 1882 il poeta si risposò con Matilda Routledge, la prima figlia dell’editore George Routledge. Da entrambi i matrimoni non ebbe figli.

Dal 1863 al 1868 fu secondo Maestro del liceo di Carlisle e, dal 1868 al 1875, divenne canonico minore e bibliotecario onorario della Cattedrale di Carlisle.

Successivamente divenne vicario di Hayton, Cumberland e poi di Warkworth, in Northumberland, carica che esercitò fino alla morte, avvenuta il 23 gennaio del 1900.

Tra il 1879 e il 1890, fu preside nei licei di Brampton ed Alnwick, e nel 1890 divenne cappellano nella contea della Sceriffo di Cumberland.

Durante l’ultimo anno della sua vita l’università di Oxford gli conferì la laurea ad onorem per la produzione poetica, per le pubblicazioni saggistiche e per i suoi studi storici e filologici sulla teologia.

La sua poesia si caratterizza per una spiccata dignità di pensiero, dotto e irreprensibile, per una raffinata melodia del verso e per una sobrietà del canto che muove verso una dimensione puramente contemplativa e armonizzante, sebbene i lavori a cui diede i migliori anni della sua vita e che restituirono i migliori frutti, in terminI di riconoscimento, furono quelli realizzati nelle vesti di studioso e storico della religione, come la monumentale opera in sei volumi, due dei quali pubblicati postumi: “History of the Church of England from the Abolition of the Roman Jurisdiction”, stampata dal 1878 al 1902 (Storia della Chiesa d’Inghilterra dall’Abolizione della Giurisdizione Romana).

Tra la produzione poetica si annoverano le raccolte: “Christ’s Company and Other Poems” (1861), “Historical Odes and Other Poems” (1864), “Odes and Eclogues” (1884), “Lyrical Poems” (1885), “Songs and Odes” (1896).

 

 

E.C.

 

[1] Il metodismo è una forma del protestantesimo che ha dato vita ad una delle chiese evangeliche più praticate nel mondo. Questo movimento venne avviato dal pastore anglicano John Wesley nel XVIII secolo. Wesley fondò una associazione di studenti ad Oxford, che si prefiggeva di suddividere “metodicamente” la giornata fra lo studio della Bibbia, la preghiera e il servizio alle persone in situazioni sociali di povertà e abbandono: da qui il nome di “metodisti”. L’intenzione di Wesley era originariamente quella di creare un movimento di sensibilizzazione all’interno della Chiesa anglicana che portasse ad una maggiore attenzione verso i problemi sociali della Gran Bretagna in un panorama storico caratterizzato dagli squilibri sociali della rivoluzione industriale; successivamente il metodismo assunse le caratteristiche di dottrina staccata dalla matrice anglicana, diventando col tempo una vera e propria chiesa indipendente.

Maria Carmen Lama

21 febbraio 2015 by

 Carmen Lama

 

All’incipit del tempo
Venuta al mondo un mattino a novembre
non più silenzio non ancora voce
non più nel buio non ancora luce
dall’informe a uno slancio del pensiero
dal puro nulla all’incipit del tempo

freccia scagliata nell’eternità
                                                
                                            
Sangue blu
Tu che non consoci il mio paese
non puoi decriptare
il codice del mio DNA
e non potrai capire
perché nelle mie vene
circola acqua di mare –

                                           

Lontano
Lontano
come per un timore quasi sacro
come per una scelta ragionata
tanto da sentirne la retorica
convulsa, arrampicata sugli specchi
d’un’attiva indolenza quasi magica

Lontano tanto
da sentire un dolore sulle tempie
un dolore perfetto e persistente
per la forte pressione
del silenzio

                                                 

Al Morteratsch
mi distrae una nuvola, si sfrangia,
inverte la visione, mi confonde
stavo vedendo un’orsa, quasi il carro minore,
e sotto gli occhi mi diventa un fiore
poi mi sparisce sotto un lungo ponte
ed entra in una specie di castello dei sogni
con tanto di torretta e intorno un lago

e non so più chi sono

so solamente che la distrazione
ha preso il sopravvento
e mi ritrovo accanto ai miei due cieli,
in una terra straniera, al Morteratsch

                                                       

Valore dell’incondizionato
Un gesto non riconosciuto si contrae
si dibatte si astrae
si ritrae
retroflette il suo corso
ne arresta il flusso
soggiace a condizioni.

Uno sguardo agonizza dentro gli occhi.

Altro
sarebbe stata la sua morte
– forse rinascita o sublime suggestione –
se solo fosse stato divelto
l’astro che congiungeva
– disgiungendoli – i gesti.

Una parola viva
 – questo soltanto –
è ammainata dentro il suo rimpianto.

                                            

Iterativo causale
Da quella volta che esplosero istanti
e che i pensieri mi ferì una scheggia
mi rimbomba nell’anima
                                    un dolore.

Nessuno e niente – mai –
può cancellare
qualsiasi cosa sia tra noi
                                    accaduta.

In_corsa nei circuiti neuronali,
esisterà per sempre tra i ricordi
ripiomberà improvvisa
                                  dentro i sogni.

Non senti come s’amplia
ancora l’eco
nello spazio
nel tempo
in un destino?

E cambiano in tal modo
gli equilibri
al moto di vettori deliranti.

Attoniti si resta
appesi al nulla.

 

Negli universi paralleli

***
Come al gatto di Erwin Schrödinger
ti riconosco la facoltà d’essere
presente e assente contemporaneamente
o viceversa
nella tua assenza più presente che mai.

Ci sei e non ci sei – ma pure
se non ci sei – ci sei

Fluttui nell’aria dove la tua forma
altera brevemente spazio e tempo
così rendi invisibile il visibile
e viceversa
vuoti l’uno nell’altro
e a sua volta nell’uno versi l’altro.

Nell’acqua dello specchio in superficie
trema il tuo volto con espressione incerta…

… sei il gatto della favola o chi sei???

Negli universi paralleli tutto è possibile –

 

 

M. Carmen Lama è nata in provincia di Messina ed è vissuta a Capo d’Orlando fino all’età di vent’anni.

Nel 1970 si è trasferita per lavoro a Milano, dove si è laureata in Filosofia, e dal ’77 vive in provincia di Lecco. 

Ha svolto attività di insegnamento e poi di Dirigente scolastica in Istituti comprensivi e al Liceo Artistico lecchese.

Ha tenuto corsi di formazione per docenti e genitori ed ha pubblicato articoli di carattere pedagogico e culturale su riviste professionali per docenti e dirigenti, con gli editori Maggioli, Fabbri, Edizioni Didattiche Gulliver.

Ha prevalenti interessi letterari e in ambito filosofico e psicologico.

Scrive recensioni, che pubblica su diversi siti web, relative a testi di vario genere e a libri di poesie.

Scrive anche poesie ed ama approfondire la conoscenza delle produzioni poetiche dei grandi del passato e  del mondo poetico attuale.

Con l’Editore Aletti ha pubblicato la silloge “Prigioniere del silenzio” e il Saggio “Verso la poesia alla ricerca di senso” (disponibili anche in e-book).

Suoi scritti sono pubblicati su diversi siti web, e sue poesie anche in alcune antologie poetiche.

 

Molte delle sue poesie si fondano su suggestioni elaborate a seguito di letture di vario genere e di saggi filosofici e psicologici, visione di film, conoscenza di fatti di cronaca.

Le poesie più personali si fondano verosimilmente su ricordi, esperienze ed emozioni profonde.

 

 

Maria Pia Quintavalla

14 febbraio 2015 by

 Corleone, II

Compianto in terracotta, III

L’età moderna

 

E’ sorella rinata dalle ceneri,
bisogna che io parli di Fabiana:

rinata là, mi aspetta
nella casa dove ha vissuto il padre,
ha taciuto di lui mi ha accolta –
accucciata a terra poi, Sono qui,
vengo a prenderti, ristorati –
la tua casa e la mia sono nate
qui stesso spazio, sogno lo stesso –
sosteneva i suoi occhi,
prima di morire.

 

Le sue stanze combaciano là sopra
alle altre native
ma hanno sagome aperte più spaziate,
trapezi cerchi
verso i gradi della vita, poi:
quadri, rombi della luce che veleggiano
                                           nell’alto

                                                 

 

*

La notte stanno a schiera (all’erta)
lampioni la punteggiano
sul parco e sostengono l a s e r a.

C’è tepore dove la donna ha procreato
amato e perso i suoi bambini,
una soltanto è viva, i ritratti piccoli
salutano fulgidi ogni giorno.
Lei si alza pigra, ci prepara il caffè
parliamo –
poi stiamo ore a rimirare la beltà
e la luce, in dolce sfondo
esplodono piccole nicchie ombrose
dai cespugli del San Paolo.

*

A notte, garrule chiacchieravamo
del giardino come sue guardiane,
né gli occhi si stancavano,
vagando nella musica i bicchieri.
Sapevo che là sotto, a quel secondo piano,
un bel varco attendeva
propiziando notte, il sonno dei felici:
negli occhi
la sopita infanzia si mostrava.

*

Il mondo era moderno al quarto piano,
come un’era adulta ma più sotto,
era l’antro dei sogni era l’infanzia.
Non era addio ma arrivederci,
a più tardi.
L’amica era la vita e libertà di affetti
adolescenti che ti porta piano,
va lontano, in fiaba eterna
di una piccola me contenta
come entrare e uscire da una porta,
una soltanto q u e l l a,
perché un padre aspetta
al piano che non s’apre più,

aspettava stava.

 

*

Ora il salto dei piani si è smarrito,
l’ascensore scende direttamente
al pian terreno, in un’uscita sola,
nessuno abita né solitario attende
alcuna voce dice,
E’ tardi va’ a dormire, oppure,
Cosa vuoi per pranzo l’indomani.

Alcuno a notte lascia letterine scritte
in uno stampatello di grafia leggera,
messaggi d’amore delicati dove
sentirsi al centro della vita,
non già più in salita ma una mano
che entra nella tua soave, e certa
                                       piano
                                          

*

La popolazione che abita lassù
l’età moderna, oggi è in ospedale
lei non popola tutta la mia notte
ma una parte,
quella dell’oggi di chi scrive e conta:
qui dalla mano tenta
in un soffio rinverdisce cupole, sentieri
giù dalle sue scale, e stelle
            una cartografia leggera

 

suggerisce non più parole umane
ma sole, le minute
di un diario che si annuncia ponte
o epistola, abbandono a cerchi della luce
dove vivere
verso l’impronta di noi due,
                        in amore.

Stefano Guglielmin

7 febbraio 2015 by

 

 dalla sezione “Ritratti” della raccolta inedita Ciao, cari.

 

 

 

Gianni Toti

 

 

Oppure il quaternario, squadernarlo. Tenere in mano il topo, il tropo, pregare in torto quiete. Ci si spassiona dell’impolitica tanto da spoetibolarci per il neozotico. Viviamo in tempi zoppi, insomma, in scricchi, scrocchi e frusci di chiavi. Chiaviamo.

 

La blessure inguérissable, l’inguinaia del re pescatore, in antidoto. Che ci sguaina dalle dee moderne. Madri del beer garden zoologico, s’intende. Un disperato monito a riveder le stroppie o la via del bricolage poerotico.

 

 

 

 

Alfredo Giuliani

 

 

Questo merdoso cerchio malato dove l’appeso oscilla. Tutto in cancrena, volge l’opaco in epoca, e stagna dopo la tosatura dell’eden. Gli sfiniti mondigli prada, per dire, o il tremore cardo della lepre: un frammentario gorgo come sintesi impraticabile, una sinossi di tendini e bronchi. E tendìne, da dove sbirciare gli olmi bruciati.

 

 

 

 

Eros Alesi

 

 

Come dura madre, dura linfa, come la linea croma, il jazz, la bamba, come faccia infetta, in liquefazione, come Roma o reticolato, come opera postuma, per FELICE padre di ALESI, suo figlio marcio, come

 

morte che mette un punto, che marcia, morte saetta e tutta corsa, che vent’anni, che esattamente, che l’amaro dalla bocca e la cattiva, che il taglio ombelicale, che noi microbi e infelici, che noi arresi.

 

 

 

 

 

Nota

 

Gianni Toti: poetronico per eccellenza, realista intraverbale, ci ha insegnato la proliferazione del verbo nella sua duplice valenza mortifera e fruttifera, sempre scansando, da buon “poesimista”, le conventicole e la visione lacrimevole del mondo.

 

Alfredo Giuliani: poeta e lucidissimo teorico della neoavanguardia. Coniugò biografia con “riduzione dell’io”, elogio della struttura con batticuore, per quanto “zoppo”. Trovò in Carlo Michelstaedter la via d’uscita dal crocianesimo.

 

Eros Alesi: morire a vent’anni, saltando dal cuore di Roma, avendo scritto tutto il necessario. Leggeva “Mondo Beat”, frequentava la Comune di via Andrea Fulvio e il carcere “Cesare Beccaria”. Amò mamma morfina e la poesia.

 

 

Cristina Annino

1 febbraio 2015 by

opera dell’Autrice

 

 

 

Le virtù del riso

Lo dico da sveglio, non sogno.
Quel polso di carne o cucchiaio,
chi è? toglie la visuale. Noi, si vive
gloriosamente toccando
ancora le cose, ed è tanto, se
elenchiamo
le muffe di casa saltando
gradini con in mano fiaccole. Ma
ogni volta la stessa solfa: chi fa
tana per primo?
*
Nel dito appena dell’alba,
nella sua lente ruffiana, noi
si ride. Da tordi, da umani, poi
liquidi come risaie. Abbiamo
riso d’essere negri, sassi, caldaie,
diventando loro. Ché
l’invisibile è il più evoluto
movimento di luogo. Come
gli indiani al cine: il petto
aperto da spari di cristiani,
ruotano a lampade accese, e
nemmeno uno spirito cade. Così
ridono i falegnami.
Mai
vocazione unta, tipo rime
senza risaie, che non reggono
il lampo e un fulmine gli abbaia
dietro. Ognuno sbatte
sul mondo, ed è vero, la sua faccia
di rame. Fine. Allora chi è – e poi
grazie- quel cucchiaio di carne?

 

 

 

Troppo umano

Lontana la calunnia, l’ ubbidienza,
le virtù della caccia senza
offese, le prede finte. Distante
sono da quel che avrei, se potuto
era farlo; so che bastava poco,
pochino, un pezzo, anche covando
polvere sul tappeto.

Mai
ho sentito un discorso vero da
Quelli, trappole in viso o sedie
elettriche che parlandomi, pensavo
alla carne al chilo, mai al Pensiero.
Elementare, figliolo! La
panna delle cose montava, erano
luci, grattaceli, scale interne, fili
d’erbe senza colore. Sempre
le stesse parole. Poi alla fine,
restava un volo digitale per aria.
Che me ne faccio?” Si dicono
troppe balle.

 

 

 

Diario della Fine

Ho amato sempre
i genitivi, quelli seri; il sassone,
per esempio, col chiasso inglese
delle parole, il suo tatto. Ora
non ho più accanto Koko in
guanto di braghe; s’è girato
sparendo ieri. Voilà. Le zanzare
con strazio ripiegano il corno,
lo mettono via. Sanno
già tutto. In fila indiana sfilano
dal muro, che almeno con loro
parlava. Come escono
i minatori dal suolo, e dopo spara
a vuoto un ignoto ablativo! Anche
in punta di lana, i capelli crescono.

Federica Galetto

24 gennaio 2015 by

 

 
Traducendo Einsamkeit

E’ il fuoco che m’attraversa
La redine della corsa non tirata
La molle cesoia del corpo in regime
Ad assaltare le curve prive di vergogna
resisto appena
Compulsiva in tendere assoli urgenti
Cavalli bianchi nell’occhio
Variazioni multiple del colore
(E tu vedevi i miei stessi colori
Allunando nelle pause)
nell’imbuto capovolto e la testa,
la testa in incrocio al bacino esposto
Decine le spinte corrotte
per perdere rotte definite
E’ il fuoco che m’attraversa
Nei mondi abnormi della conta
senza resto e senza risparmio che
riempio
Assecondata dai gesti di filo con trama
fitta
districata a matasse nel ventre
Traducendo Einsamkeit rompo le righe
E mi sbrano contenta
d’essere farfalla tinta nella fiamma
e nella parola che trasmuta
di deserto in valle e filo d’erba tenero
Poiché esistono violetti di corporatura robusta
e verdi sfacciati nei rossi della pelle
e miriadi d’occhi veri che attendono risposte
per crescere ancora nei miei geni
come gerani piantati in settembre
a svernare in teche trasparenti e tiepide
Traducendo Einsamkeit di notte
Non c’è che sole quando le brume dormono
Passando dal palco di Keats riemergo
ai boschi di Treichel
In Bellezza

*

A spasso con Proust

Era abbastanza costante
L’andare e venire del ritmo
Costretto nell’immobile rigidità
del presente
[ un’ora non è soltanto un’ora,
è un vaso colmo di profumi,
di suoni, di propositi e di climi]
Secca vena rimarginata di fresco
I passi deserti delle cose e delle idee
alle tempie battevano
Così avveniva nel dimostrarsi meno duro al sentire
che l’amo d’una rimembranza sfiorisse dopo il profumo
(Un tovagliolo inamidato che)
[aveva precisamente la stessa inamidata rigidezza dell’asciugamano
con il quale aveva tanto stentato ad asciugarsi davanti alla finestra,
il giorno del mio arrivo a Balbec]
Rendeva possibile un corso di mite significanza
E gioie insperate all’aprirsi d’un suono
Davanti nulla spiegava l’evento
Si svolgeva contratto e poi assolto dal buio
Nella mente uno spiraglio di luce sognava
tornando alle posate e ai piatti tintinnanti
Rumori decisi a intrufolarsi fra silenzi
senza ricordi
[il passato è nascosto al di fuori del suo dominio e della sua portata,
in qualche oggetto materiale che noi non sospettiamo]
La bellezza di esser stati e di aver toccato e posseduto
L’ematoma sciolto del tempo ora sui selciati
Le paure dei giochi e una bambola rotta
Un melo fiorito nella campagna distratta
Batte forte il lampo contro vetri appannati
Si raggiunge la cosa nella sua concretezza
Dimenticata non più
Adesso che balla il minuscolo lembo di stoffa
alla gonna di mia madre
[Dipende dal caso che noi incontriamo questo oggetto
prima di morire
oppure non lo incontriamo]

Le mille ruggini

Ancora c’erano le mille ruggini
del passato e le torce
accese per sbaglio dai dirimpettai matti (i pensieri)
Che s’abbeveravano come giunchiglie ai fossi
Separando il fango dall’acqua sporca
Così si diceva fosse quella donna
Un incamminarsi eterno di luoghi e passi
Di strade e fratte bagnate sotto il cielo
sperduto di memoria
Le gambe lunghe che attraversavano
parole incipienti, sconnesse
Sottovoce pronunciate come per sbaglio
ai piccoli lucernari nel vialetto di sambuco
Tra le prataiole e le fioriture
Sotto i muretti d’un pozzo oscuro
O ancora, quando si levava il giorno
(scambiato per buio)
a discorrere senza parlare
con i suoi più stretti amici
Anime, Anime erano forse
quelle presenze che battevano sulla sua spalla
Spingendola ad andare avanti e a cercare
davanzali di viole da rubare
La scorgevo in un solo affiancarsi d’ombra
Sui sentieri e nelle curve dei colli
Senza borsa o paletot d’inverno
Senza mai un riparo dal sole d’estate
Di tanto in tanto avevo pensato di voler esser lei,
(avevo sperato) di mischiare le mie frasi di verità
con le sue, o di piegarmi in ginocchio
a chiederle come poteva,
distinguere così bene
i giusti dai mistificatori
Lei non conosceva Keats
né mai aveva odorato le pagine brunite
d’un libro vecchio e stravecchio
che raccontava d’amore
Il suo alfabeto s’impiccava al silenzio
come le ore che assalivano le persone sole
Distaccato dalla lingua e sovrapposto alle spalle
Ma i suoi piedi volavano in immense circonvoluzioni
E passaggi
E danze
I suoi occhi blu d’oltremare sfinivano le intemperie
In quei percorsi distratti dal vuoto e dal furore
Delle mie povere cose non avevo che un occhio
Perpetuo sulla fronte ad intagliarle nella memoria
Lei possedeva il mondo e lo nascondeva
A proteggerlo dai viottoli stretti
Dall’amarognola cicoria del contadino afflitto su per la strada
La mia stessa percorsa a tentoni senza braccia o gambe
A riconoscerla
Era un limpido specchio di myosotis
Un’altalena d’assenza e di stelle sparse sui muri
Era come l’aquilone
nel vento poggiando sui fiati della pioggia
Un ricalcarsi d’invettive al suo Dio
Ma Dio, Dio sedeva a guardarla
Senza fermarla mai
L’osservava tenendo me per mano
e lei alla catena della libera afflizione
Senza perdonarla.
Io avrei voluto andare.
Lei fermarsi.

Testi da “Traducendo Einsamkeit”, Terra d’Ulivi 2014

Gabriella Gianfelici

17 gennaio 2015 by

 

 
Scrivendo
sfioro i confini
sciolgo il dubbio.
Vedo l’altra sponda
dove
gettare
il ponte.
In mezzo uno scoglio
è come un lume
parte del mio
stesso universo.
Arpeggiano i versi
si depositano su di me.
Mi stupisco
sempre
delle sillabe intrecciate
del lungo e lento
smaniare della poesia:
mi trascina con sé.
Un sentiero che vibra.

*

Perdere e perdere.
Perdere l’anima delle cose
e trovarle in noi.
L’armonia sulle punta delle dita
come l’accordo che vibra.
Alberi slanciati ed animali solitari
cosa ricordano di noi.
E la notte
quando le stelle si organizzano
per veloci configurazioni
che prevedono il futuro
ecco la sinfonia interna dei pianeti
e sacri segreti a colmare la
soglia del vento
cantando le molecole dell’aria
ascoltare le formule del vissuto
e la forza celata di chi trascina le navi
in questo fiume di sospiri.

*

Mio insito confine
che permani
sotto il ghiaccio
sono dannata.
Pezzo che si allinea al pezzo
stretta fessura del pudore
sguardo incerto
fin laggiù.
Vorrei dirlo con gioia
invece regalo questa mia unica voce
con un balbettare timido
o un tacere silenzioso
e a brandelli.
Alcune parole lo dicono
che dobbiamo resistere.

*

Mi sento innocente
ma nessuno lo è.
Il volto non ha luce
e vorrei ancora tanta
strada per illuminare
la mia anima
assetata
e osservo:
la mia disperazione
la mia stanchezza
il mio occhio assente
e il verso che non mi raggiunge.
Afferro questo istante
percettibile distanza
fra il mondo e me stessa
frontiera mobile
dove si muove il mare
e qualcosa piange nell’aria
e una piccola fiammella
come una piccola mandorla
luminosa che vibra
a contrastare la massa oscura
che la circonda
e allora divento goccia tremula
dimentico che fui impaurita
e cado come scintillante dal ramoscello
dimentico che fui in apprensione
e conosco la più grande serenità
riposo in quella fiducia
e sono nel silenzio
senza risposta
nella tinta slavata del muro
in quel disegno appena cominciato
e lasciato
quel disegno
solo pensato.

*

Mi perdo
notturna apparizione
nel grigiore della distanza
e nel lungo corridoio
di porte false.
in me ritrovo
anime e solo anime
nel raggio di sole
e nel mio passo certo.
In quest’angolo del tempo
v’incontro
notturni ruscelli di acque vive
dove gigli dischiusi
addormentano
la mordacia delle ore.
Le mie braccia formano argini
al fiume
e navigando
con gli occhi fissi alle stelle
l’angolo del tempo risorge
muore
e risorge ancora.
fioriscono violette
al vostro passare
di profumi di nardo
l’aria s’impregna.
In questi filari curvi
pieni e decisi
passano tante ombre.
Appare il sentiero:
frontiere vagabonde.
Disorientata
dalla saggezza straniera
entro nel tenero
germoglio di rosa.

*

Guardavo
infinito blu.
Cercavo la riva
di approdo
occhi perduti
nell’indaco.
Anima stipata
annodata
sgualcita.
Rovistata.
Mi nascondo
alla mia stessa onda.
Due blu infiniti.
Ho ripassata la mia vita
cento volte
e frammento su frammento
l’ho rivista.
La traversata
verso la serenità
fu lunga.
Onde di un mare burrascoso
mi hanno accolta.
Cento volte e
cento volte ancora
a chiedermi di vivere.
Mi schernivo alla vita.
Lei mi è venuta a cercare.
nascondendo la mia bocca.

*

Solo per un giorno
essere come voi.
Solo per un giorno
toccare integro il mio corpo
farlo volare in alto
e poi
distenderlo sulla terra
pesante e felice.
Solo per un giorno
cancellare
la ferita che mi rinnova
l’incubo
che spurga le mie viscere
che fa gemere le mie notti.
Solo per un giorno
non pensare
ad una triste sorte
che nella luce tiepida
di una fine giornata
di ottobre
s’incollò ai miei anni acerbi.
E per non vacillare
trasformare la realtà
pregando in silenzio
in un mantra tutto mio
dove la carezza rinsaldi
gli infami spacchi.


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