1 settembre 2015 by

il giardino riapre - cristina bove

Andrea Pomella

29 luglio 2015 by

Non ho nemmeno una lettera

Quando correvo incontro a un sacchetto di gelati
che portavi nell’ora del tramonto o sotto il sole d’estate
e tu guardavi di sbieco le cose e ti soffermavi
sulla mia mano tesa come quella di uno zingaretto
sembravo la freccia che mira al cuore
le ginocchia macchiate di terra
le fiamme
incurvate dentro gli occhi
il braccio che implorava la benedizione
di quell’oro da succhiare a morsi
abitavamo allora
in un’immondizia di palazzi edificati
come macerie
Roma distava un pezzo di campagna, un’ansa di fiume
una corsa d’autobus su una valle di sterpaie
quei palazzi di borgata preservavano
la schiena della mia infanzia
come una chioccia grassa o il petto di una balia
ti ho visto ieri arrivare senza provviste
malato della tua follia della tua furia
correvo da te come un orfano in cerca
del mike blond della eldorado
non ho nemmeno una lettera
in cui ho riposto i miei riccioli, le scarpe
bagnate di pioggia
l’odio
quel vento che non era nostro
quel tempo che non era
nostro

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Davide Castiglione

25 luglio 2015 by

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In certi dialetti

Ci mancava anche la pioggia,
non per nostalgia
– per un contesto credibile. L’ho lasciata
presentarsi come temporale
estivo e da poco
(«è che io… è meglio finirla qui»)
fa a metà il suo dovere, la sua furia sottile
riempie i cedimenti
dell’asfalto. I suoi lineamenti
no: distesi, stranamente
distesi, e cambiandomi
quanto mi doveva
(«vattene, sei uno stronzo/sono abituata a star male»)
ha risposto mettendosi in piedi
la voce («non sono sorpresa,
sai? non si cambia»).

Mi è stato semplice affliggermi
e sollevarmi,
affliggersi-sollevarsi
è un gioco da adulti. Ho pensato
agli appunti, soprattutto
al remoto prossimo
in certi dialetti:
oggi piovve.

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Malos Mannaja

21 luglio 2015 by

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presenze

c’è un’ala di gabbiano in queste righe
o meglio la parola che la abita,
poco più oltre c’è una virgola
e pure la memoria di un qualcosa
precedente…
(magari è proprio l’ala di gabbiano
che batte il tempo inteso in altro senso
non tanto pioggia o sole all’orizzonte.
chissà se enzo l’ha capito).
se in questo verso
mi soffio il naso e guardo il fazzoletto
lo trovo pieno di parole:
quelle ci sono sempre, come il mondo
anche se a volte
spariscono in un soffio
piuttosto, cosa manca?
manca un bambino che si esplora il naso
nell’ombra di un cespuglio mentre gioca
a nascondino, poi esamina le caccole
rimaste sulla punta delle dita
e se le mangia.
invece c’è, proprio nei versi precedenti.
allora, forse, manca il sangue, la rivolta
il sacrificio umano per un ideale
la morte che s’abbatte su un bambino
passato qui per caso.
invece c’è anche questo, a corpo testo.
insomma, sembra non manchi proprio
niente perché qualunque cosa
è nella riga sopra
e quello che non c’è
possiamo ancora scriverlo

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Francesco Marotta

17 luglio 2015 by

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Fino all’ultima sillaba dei giorni

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido

(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

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Nina Maroccolo

13 luglio 2015 by

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DIO LI GUARDA ENTRAMBI
Nina Maroccolo
febbraio 2013

NARRATORE

Non abdicava al regno del tuono
né la zolla furente – rea primogenita –
ne fu l’Eden selvatico
nei cieli dell’Avemaria
null’altro che spore nuziali.

Sanguinava amore
la Santa divaricata di gambe
preludio d’un carme sonoro –
Santa risanata tra reduci sonetti
seminali.
E capovolta australe

nel chaos a Nord della fronte
perdurò l’anello di Saturno

in laude concepimento.

LEI

Eppure voi non vi sapete
vivi. Invece vivi io
vi sorprendo. Esistete
da un tempo più grande
del mio e di me, poca cosa
di quest’altri tempi – io che
sono la più antica degli ultimi
forse d’un soffio a narrarvi.

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Pier Maria Galli

9 luglio 2015 by
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[litoranee] (10)
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‎‎‎‎‎‎‎‎
‎‎‎‎‎‎‎‎

le rose burrascose
a vento
cessato
ci fanno causa sopra i muri spogli:

(raffigurare è un movimento totale)

– da scriverci che l’inverno
è una passione
fredda

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[litoranee] (8)
‎‎‎‎‎‎‎‎
‎‎‎‎‎‎‎‎
‎‎‎‎‎‎‎‎

‎‎‎‎‎‎‎‎ questo mai toccarci
nel luogo che si spoglia,
magrissimo dire di giardini
sino alle foglie per la foglia,
e nulla c’è che insiste più
di quel vento che solo
scriviamo

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‎‎‎‎‎‎

Fabio Ciriachi

4 luglio 2015 by

Come si cade

Il giorno in cui s’era sentito male
aveva attraversato il pomeriggio
succo d’arancia la tovaglia a righe
un senso come intero di bellezza
passata (dunque finisce così la
bellezza, con la rassegnazione)
le voci incidevano il silenzio
non gl’importava niente non le amava
più, pensò che se fosse giunta notte
non l’avrebbe ostacolata piuttosto
coccolata anche se con freddezza
poi vide il seno affacciato al décolleté
un tremolio sull’onda dei passi
e ne invidiò le ghiandole obbedienti
– avesse avuto una morbidezza
simile nascosta dentro, magari
nei gesti negli sguardi attorno agli occhi
o nei pensieri nelle decisioni –
avesse concordato con chiarezza
un modo per concludere l’impresa:
poche parole e tutte di peso
pochi silenzi senza impressionare
ma che importanza poteva mai avere
(il corpo estraniato dal dolore
gli parve un movimento di nemici
e non si rese conto che si arrese).

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Augusto Benemeglio

30 giugno 2015 by

qui/ nella pianura di rame
e del sole nero
il vento del deserto /non ha canti
e la musica è lamento

ogni porta si chiude /sul tramonto

è l’ora dello sguardo
fissato contro il muro
poi si rientra nella stalla

la speranza è la notte

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Claudia Sogno

26 giugno 2015 by

 

 

Alzale piano le tapparelle

Alzale piano, le tapparelle
-mi dicevi- amore mio
perchè sono gli occhi delle case.
C’è pudore nel risveglio
fiori
negli occhi deboli
tra gli spazi d’aria,
carichi di frutti,
un riparo
dalla meraviglia
che ci regala
lieve
la luce
se la tiri su
piano.

Un culto
istintivo
è già
amare

 

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Marina Raccanelli

21 giugno 2015 by

me ne andrò a filo d’acqua tra barene
barche all’affondo, marosi lucenti:
non c’è nulla di stabile in quel mondo
dove sbattono cenci d’ali
le case sono relitti, crollano le torri di guardia
e muraglie affiorate da spettri
mischiano il sale al rosso dei mattoni

rosso inquieto e l’acqua danzante
in gorgonesco ribollire
dell’argento e del nero, poi lo sciacquio
sotto il fendere d’eliche veloci –
la città si allontana nel tramonto

oltre gli alberi millenari, oltre gli intrecci
di foglie stellate, albe e tramonti
scorrono bruciando i contorni

gondole funebri e palombari
bare d’acqua nel taglio di questo
vivere obliquo su incagli –
venti scombussolati da nord
spazzano il sud, ci portano altrove

so che il cerchio lontano chiude
alberi e tombe, isole

uccelli d’acqua, non sentono il freddo
tra pali sbilenchi e ondate di vetro –
se la bora li esalta, nel salso
stride la voce, si spezza –
quando il vento risucchia il volo
in scarto d’ali, a prede
vertiginose, tra spruzzi
il becco precipita

cerchio d’acqua, pozzo verde
inclinato su fluidi crepuscolari
sprofondo e scendo ancora
mi rovescio nel punto zero –
liquido oscuro, in tangenza
di solitudine estrema
vesto un abito transitorio

un giorno, sarà l’acqua specchio e festa
diventeremo uccelli d’aria!

e torno a navigare su lagune
dove splende la nebbia nel mattino
volano aironi su corallo e fango
reti scure la sera si allungano
l’acqua si specchia in cielo
i silenzi cantano in coro

 

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Angela Caccia

17 giugno 2015 by

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Il tocco abarico del dubbio

€ 10,00 pp. 96 (Il filo dei versi 6)
ISBN 978 97441 62 5

Poesia: ponte tra vita interiore e realtà

Nelle cinque sezioni in cui si scandisce la silloge, ognuna delle quali preceduta da una breve prosa poetica, vengono trattati i nuclei tematici che costituiscono il paradigma del diagramma esistenziale. Nella disposizione dei testi sulle pagine l’autrice non segue un filo conduttore, ma lascia che la Parola si componga da sé “in un tempo senza binari”, ovvero senza linee-guida, senza tragitti prestabiliti.
All’inizio della raccolta ci troviamo di fronte ad un testo che ci racconta del rapporto madre-figlia nel momento del distacco definitivo: “Nell’ultima stesura del racconto / la tua penna scrive a tratti (…) sarai altro / altrove / nell’incavo di mani più grandi (…) chi reggerà fino a lì il tuo passo?” Impotenti di fronte alla meta ultima, inermi davanti all’ineluttabile, non resta che affidarsi alla speranza di una Bontà Superiore che saprà guidare i passi verso l’ultimo tragitto, in questo stanno la pena e il conforto, quando ad altro non si è più in grado di provvedere. Ed il dolore è senza nome: “poi ti sfebbrerò sulle ginocchia / saremo amici / e ti darò un nome”.
Nella raccolta il tema della morte è molto presente, ancorché alleggerito dall’esperto verseggiare e addolcito dall’adozione di aree semantiche afferenti alla natura e/o agli impulsi emozionali: “Una sedia vuota / piange la tua assenza / bastò un granello / a zavorrarti l’ala” (Psyché); “Morire magari / con la luna dei monti / in un coro di stelle / nel silenzio di rose selvagge” (Le braccia allungate); “cosa impastò per ultimo la bocca? / A noi, strati di tempo, / memorie ancora da colmare / il difficile piacere del dubbio” (Nello sguardo di chi resta); “Caino pigia un tasto e uccide / di una morte scollata dal dolore” (Un rumore di fondo); “a stento / l’ultima rampa di scale / la morte sarà un pugno di terra sul viso / e il grande volo” (Io e te).
La morte nella poesia di Angela Caccia è declinata nelle sue tante sfaccettature senza essere mai considerata aspetto risolutivo e finale ma piuttosto uno dei tanti cambiamenti a cui l’uomo e la natura sottostanno. Nella sua opera Riflessioni sul senso della vita Sebastiano B. Brocchi, studioso di filosofia esoterica, afferma: “Molti commettono l’errore di considerare la morte come l’opposto della vita, dimenticando che l’opposto della morte è la nascita”.
Dalla nascita infatti si perviene alla percorrenza di un ciclo che racchiude in sé ogni potenziale vicenda. E la poesia di cui ci stiamo occupando copre molti aspetti di questo ciclo che Camillo Sbarbaro definì “la condanna di esistere”. Il dolore del vivere è una tensione che può coprire ogni tempo e ogni stagione della fase vitale: “(…) vivere è una stanza in / penombra di fili spinati / il continuo frugare di / un raggio tra pietre che / profilano ombre” (C’è un tempo). L’ardito enjambement che spezza l’unità sintattica del verso assegna un timbro fortemente personale a tutto il componimento ed è una cifra connotativa di tutta la poesia cacciana, almeno per quanto riguarda questa silloge.

dalla prefazione di 
Anna Maria Bonfiglio

*

L’onda del pomeriggio ha una sonorità
chiara e una nota cupa, una sola nota
– quasi – impercettibile e cupa, che sale
dal fondale.
Intorno le 18, un gabbiano.
Le ali grandi, ricurve come un ponte, spalle
appesantite sulle quali gravano tante lon-
tananze. Al sole che va consumandosi, la
sera, a breve, vernicerà di sé ogni spazio,
questo tempo: quali stupori la dolcezza
del crepuscolo!
Anche il mare sta cambiando pelle, sciolte
le squame lucide lo colora fitto e opaco il
suo fondale. Nel pomeriggio che si sfilaccia
lo sciabordio si fa sottile, un coro a bocca
chiusa; l’attimo muto della risacca è fili-
grana di cristallo: ogni onda, per quanto
piccola, inesorabilmente lo infrange.
Tu mi scrivi «In quello spicchio di mare
ci sono un po’ anch’io…», ma il mare di
pomeriggio è un corpo a corpo, un invito
a lavorare di cuore e guardare le proprie
ombre sul muro: una solitudine perfetta
che ti chiede conto…

Fantasie
Lo stesso copione: piove.
È un tempo che strina a
puntino le piume
e poi le tarpa
serrate le porte
che il dolore non vada oltre.
Su di lui
come sciacalli
un girotondo di mosche.
Lo sguardo su una cartolina
profana il reticolo di falso
mi perdo nel notturno di un paesaggio
una carezza la colatura della sera
– quant’è quieta la luce di una finestra accesa! –
sono io quell’orma nel vicolo cieco?
io l’ammasso di venti senza scampo?
Anche qui
ulula un randagio
prega la sua luna
resta la notte.

E non è la mia pena
a mia madre
C’è un paese in me
che non conosci
periferia
fessure di cielo

si dimena
un vento di conchiglia che
maledice le sbarre.

Dove cadi nelle tue secche,
cosa popola la mente limosa,
difficile raggiungerti
esserti mano voce sguardo

si scioglie il grumo
– l’ultimo che ti tempesta –
e non è questa la mia pena.

Sei il verso già scritto
che ritorna,
un’ossessione
la mia compagna di viaggio

ma non è la mia pena.

Nell’ultima stesura del racconto
la tua penna scrive a tratti,
nel solco bianco le piume
di un’aquila che muore

e non è la mia pena.

Scemerà il vento
non riempirai più la finestra
cadranno le mie sbarre

sarai altro
altrove
nell’incavo di mani più grandi

… chi reggerà fino a lì il tuo passo?
Ogni ombra, per quanto buia,
segna il perimetro esterno della luce.

Sul dolore

Vicino e altrove
sospeso senza forma
cadi su di me col suono
della neve
dovrò sostare nel tuo vuoto
per sgamarti
poi ti sfebbrerò sulle ginocchia
saremo amici
e ti darò un nome.

Nello sguardo di chi resta
10.2.2015 Lampedusa

Vita morte
indissolubile diade
e i nostri occhi impigliati nei suoi fili
dall’una all’altra
un confine netto: per i più
una foto a tinte forti che scivola
piano nel colore seppia
– e appena ieri
il transito di 29 sguardi
dal bercio di nuvole e mare
all’ombra muta
immane sepolcrale.

L’ascesa al ghiaccio cielo zaffiro
il tunnel per approdare al Sole
o si schiuse la botola di un sommerso?

Chi videro quegli occhi spalancati
nel varcare il confine?
Una parola d’amore
una bestemmia
cosa impastò per ultimo la bocca?

A noi, strati di tempo,
memorie ancora da colmare
il difficile piacere del dubbio

che sia finta
la frontiera su quel crinale
se chi muore chiede conto
della propria morte
a chi resta.

Un rumore di fondo

Una vertigine
il colore del vento tra le foglie …

Efficienza/tecnica/prodotto
chi sosterà ancora
nello spazio di un sogno ?

Caino pigia un tasto e uccide
di una morte scollata dal dolore
solo un rilievo demografico
un numero una percentuale

il ghirigoro sul foglio bianco
senza un puzzo di sangue.

Il taglio è netto
l’umanità ferita

della vita
un vago retrogusto
come un rumore di fondo.

 

Angela Caccia  nata il 25.11.1958, risiedo a Cutro (KR)-
Studi: maturità classica e laurea in scienze giuridiche. Coordina dal 2006 l’Ass. Culturale Le Madie

il suo blog  http://ilciottolo.blogspot.it

Tra i numerosi premi riportiamo quelli più recenti:
INEDITO 2011 – 1° POSTO – Premio internazionale Colapesce 2011- Centro studi Canterini Peloritani Messina/Univ. Di Messina
INEDITO 2012
2° Posto – Premio nazionale IL GOLFO 2012 XVII ED.- Città di La Spezia
– Premio speciale dell’Editore Prometheus Concorso internaz. Centro Giovani e
EDITO 2013 (“Nel fruscio feroce degli ulivi” edito nel marzo 2013 dalla Fara di Alessandro Ramberti, prefato da Davide Rondoni
Primo posto assoluto al Conc. Lett. Città di Parole – Assoc. Culturale Città di Murex – Firenze
-Primo posto assoluto al Premio Letterario Europeo – Città di Massa
-Finalista al Concorso Il Convivio – Accademia Internaz. il Convivio Messina
2° posto al Concorso Giovanni Pascoli – Unitre di Barga
3° posto Premio Internaz.Don Luigi Di Liegro – Fondazione Di Liegro Roma
 INEDITO 2013 – tutte liriche inserite poi nell’ultima pubblicazione
-Premio Corrado Alvaro – Conc. Colori e parole 2012, Accademia G. Leopardi Reggio Calabria
-Finalista al Concorso Scarabeus – Livorno
-Primo posto al Premio Internazionale di Poesia “Memorial Gennaro Sparagna” 8^ —Edizione – Roma
EDITO E INEDITO 2014   3° posto per l’edito Premio Internaz.Don Luigi Di Liegro – Fondazione Di Liegro Roma – Campidoglio
2° posto silloge inedita Premio Intern.G.De Scalzo – Città di Sestri Levante
3° posto poesia ined. Noi l’aurora – Premio Hombres itinerante Comune di Lettopalena
3° posto Premio di Poesia religiosa edita Città di Camposampiero
INEDITO 2015
4° posto silloge inedita nella sestina premiata, Premio Internaz.Albero Andronico 2015 – Roma, Campidoglio-
2° posto con la poesia Come una volta, menzionate le altre due poesie proposte nel
Concorso Nuova scrittura attiva, V edizione, Tricarico
3° posto con la poesia Tra due parentesi, Premio Intern.di poesia religiosa San Sabino 8’ edizione – Torreglia – Padova
 EDITO 2015

(“Il tocco abarico del dubbio” edito nell’aprile 2015 dalla Fara di Alessandro Ramberti, prefato da Anna Maria Bonfiglio)

– Liriche inserite in molte antologie: Cinque Terre 1998 (La Spezia); Il Golfo 1998 (La Spezia);Poesie d’Italia – Club Letterario Italiano (Latina 1998);“Scritture poetiche di fine millennio”(Striano 1999); “Voci dell’anima” (Rapolano Terme 1999); “Cinque Terre” (1999 La Spezia); Antologia Premio lett. Inter. “Siracusa”; Antologia Premio Feile Filiochta; Antologia Premio Casa Editrice Perrone, Antologia Poeti e poesia di Elio Pecora e altre antologie.

Maurizio Manzo

13 giugno 2015 by

Sette terribili ostriche e una perla Maurizio Manzo LepismaPS

Quando ho letto, proprio nel suo evolversi, i testi di Sette terribili ostriche e una perla di Maurizio Manzo, la mia attenzione è stata immediatamente attirata da Punti di vista, testo nel quale trovo le luci, le immagini, i passaggi dal visionario al quotidiano, che trovo tra i più efficaci e riusciti della sua produzione poetica. Nello snodarsi dei testi, nella seconda sezione ci si imbatte nel terzetto Contromisura, Interruttore e Grigliata e la raccolta trova il giusto passo ai miei occhi: è il passo che sa unire padronanza del ritmo, gioco linguistico e arte del pastiche, dominata con equilibrio non comune, a un robusto tessuto etico e a considerazioni filosofiche ben distanti dalla banalità. Da quelle tre poesie, il respiro si allarga e la cadenza, cercata e trovata, evita, con una naturalezza innata, soluzioni scontate. Si intravede una linea di continuità, non monotonia, ma coerenza, con piccoli gioielli, soste di riflessione lungo il tragitto, come Riguardi o, appunto, Tragitti. La differenza formale tra le otto sezioni non mostra la corda della forzatura; il filo rosso della ricerca formale – con interessanti variazioni sull’anapesto nella quinta sezione: “Sgretolata l’idea / fuoriusciva tra segni” – che si affianca alla solidità del contenuto e all’acutezza dello sguardo non ne viene affatto scosso. L’insieme ha dignità e coerenza, nulla avverto di ciò che suscita in me un moto di irritazione, né fumo né mancanza di onestà, né manierismi ammiccanti né rincorsa alle mode del momento.
Anna Maria Curci

                                   

PUNTI DI VISTA

Ho provato fin troppo
a vivere senza morirne
è che non riuscivo mai a smettere
di guardare le luci
nelle città in chissà
quali fessure
andavano spegnendosi
se in silenzio o in carezza –
persino senza fumo, polvere,
sembra sempre un’invasione
di stelle che si tolgono
calzoni magliette mutande
e si danno la buonanotte.

CONTROMISURA

Presto ci taglieranno il sole
sarà alle undici di mattina
l’hanno annunciato
con solare serenità
senza dirci modalità
perché ti chiedi come possono
fare a oscurare il sole
dove lo metteranno
o se credono di poterlo
spegnere di farne un abat-jour.

Non si vedrà più un viso
di luce spalmata irradiarti
darti un bacio a voltaggio
alternativo
inattiva scorrerà la vita
senza penombra
sgombra ogni strada interiore
sarà caldo solo il cuore
prima di spegnersi
assieme agli occhi.

Però pare che i tentativi
sono iniziati già da tanto
l’oscuramento mentale
che ci trascina è dissimile
al tempo Democrito di Borges
ci riporta un buio pesante
atassico
che ci allinea davanti a Romberg
sotto la pioggia fatta da uomini
proboscide a pisciare sul sole.

INTERRUTTORE

Perso stringendo i denti
il colore giugulare
lo smalto scrostato
dagli impianti arenati
gironzoli tra matasse
di tendini sfilacciati –
un tracciato schizzato.

La ragione abbandona
se stessa cavalca l’onda
in estinzione è l’alterazione genetica
inflitta dal profitto che ti lascia
appeso al soffitto per poco appeso
al dondolare
del lampadario lapidario –

fintanto che dio sta seduto
e giochicchia con la luce.

GRIGLIATA

Sciogliere carne e ossa
intasare vene e radici
affogarle di fuliggine
più leggera del sughero
se non ti ferma l’odore
che alcuni dicono che urla
altri solo che puzza
qualcuno pensa carne
della tua carne
oppure terra soltanto
terra che sbriciola
annerita che importa
se affumica il cardo
se il mare cuoce alla brace
la pace che dopo pasce
in fondo è solo fumo
disteso nero fondo
di una grande grigliata
un banchetto per pochi
disegno a carboncino.

RIGUARDI

Quando sto immobile
penso che qualcun’altro
è più fermo di me
come quando mi brucio
è impensabile il dolore
di chi si spegne
alleato con la fiamma
così è questo strano potere
che mi fa smettere
d’immaginare il dolore
altrui come un riguardo
che non capisci bene
per chi.

TRAGITTI
Poi sono finito
come la buccia di banana sotto al piede
arrovellato e costellato
di costole di mucca
impazzita come
una vespa che non riesce
a pungere un toro che t’insegue
cieco e si conficca nel muro

davanti alla vita cancerogena
che ti rincorre
mi chiedevo se può
bastare
chiedere l’ora e di che
odora la ribellione
che mai attuerai
se a un embrione
posso parlare all’orecchio
dirgli: stai in campana
dipana il tragitto.

                  

Maurizio Manzo
____________________
Nato a Cagliari nel 1961, nel quartiere Castello, quartiere che influenzerà non poco la sua infanzia, Maurizio Manzo ha iniziato a scrivere fin da giovanissimo. Il suo primo poemetto, Coreografia del ghetto storico racconta il “delirio” di quattro donne ai margini, ambientato nelle stradine di Castello, e mostra, nonostante la giovane età, una forza stilistica già matura. Il poemetto scritto nel 1981 è stato pubblicato nel 1985, Edizioni Castello, con la presentazione di Tonino Casula. Dopo molti anni da questa prova e grazie alle possibilità offerte dal web, Maurizio Manzo pubblica diversi testi e lavori raccolti in ebook nei vari Litblog, testi che raccontano il disagio sociale senza retorica: “Le anamorfiche”, “Mirate”, “Fai date “ “All’ombra dei pixel”, ”Distorsioni a occhio nudo” con un’attenzione particolare all’aspetto metrico-ritmico e al suo farsi suono-immagine-senso.
Con il racconto Il Mutamento è stato finalista alla II edizione del premio Ulteriora Mirari, sezione prosa, Edizioni Smasher.
http://rebstein.wordpress.com/2011/10/22/il-mutamento/

Premiato con Menzione d’onore alla Ventottesima Edizione del premio Lorenzo Montano, sezione Raccolta Inedita, con la raccolta Anamorfiche e altre Distorsioni.

A ottobre 2014 è uscita la sua seconda raccolta poetica per Lepisma Edizioni, collana La Cicala diretta da Dante Maffia: Sette terribili ostriche e una perla.

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Angelica Cante

9 giugno 2015 by

 

Spalle al lupo”. Apre su uno sfondo che concede più possibilità l’emblematico titolo scelto da Angelica Cante per nominare la sua prima silloge poetica, dove già dall’ìncipit s’intuisce la dimensione psichica in cui si sarà calati proseguendo, passo dopo passo, nel fitto e denso “bosco” d’ immagini con le quali la poetessa redige il proprio paesaggio interiore: una selva di fotogrammi frastagliati dai forti chiaroscuri. È la sua poetica, la sua impronta – orma – fatta parola, che si dà visceralmente. Uno scorrere pulsante attraverso travasi di scabra visione surreale dove scabrità è necessaria, dove scanalature sono affondi tra passato e presente che vengono in contatto, vasi comunicanti, rivoli a convogliare immagini che non si collocano ma s’imprimono, pervadono, con il flusso inarrestabile della loro potenza suggestiva: scorrere di piani basculanti che oscillano tra la disarmante, pura visione bambina (con la sua labilità propriocettiva) e la sezionante, spietata rivisitazione adulta della stessa che violentemente s’impone ad annientarne il sogno.

È in questa fusione, contaminazione sinestesica d’- uggiolante – drammatica rappresentazione che s’incontra, si percepisce, si respira la tensione dominante dall’innegabile potenza espressiva con cui l’autrice scandaglia se stessa affidandosi al mezzo della Poesia, in un cercarsi, rincorrersi tra i versi in proiezioni che, come gioco di specchi, rifrangono quanto sotto la spinta di una forte pulsione emotiva viene convogliato in – forma – grazie alla sua straordinaria sensibilità artistica.

Amore, irrisolto interiore, dolore, conflitto, questi i temi che dispongono una – pista – da seguire testo dopo testo, laddove le tracce portano a una chiave di lettura complessiva dell’ opera: il lupo inteso non come aggressore o antagonista esterno ma come quella parte del sé annidata nella zona più lontana e profonda del proprio essere a “racchiudere” il desiderio d’ –incorporare- quello che viene inteso come –bene- necessario alla propria sussistenza sia esso da perseguire con intensità autodistruttiva. Non esiste compiacimento nella materia immaginifica di Angelica Cante dove fragilità e furia si dibattono sull’unico vero campo di battaglia: il Soggetto.

Sapere se nell’ intenzione di Angelica Cante, “Spalle al lupo”, sia inteso come rappresentazione di un invito a essere catturata dal morso di quel -qualcosa- impossibile d’ ammansire al quale non opporre resistenza, pena la separazione da se stessa o se venga inteso come atto riassuntivo di rinascita (pronta a emergere nuova da una condizione lacerante, con lo sguardo posto avanti), non è fondamentale, in un contesto poetico in cui tenerle la mano attraverso sentieri che portano alla scoperta dei suoi luoghi segreti diviene sguardo al suo immaginario, palcoscenico di forti emozioni dove ognuno sicuramente troverà qualcosa di sé.

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::  :    Doris Emilia Bragagnini

 

 

Photo P.M.

Photo P.M.

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Casa da massaro

mi dicono sia rosso il temporale
che sbatte imposte e tuona
alle finestre gialle come le vene
sulle mani gonfie e lo sforzo
di rauca voce alle gengive nude.

ormai dal sentiero un raccolto di torsoli
e un vento che li smuove appena
segna un autunnale passo
-adesso-
dissonante di ciò che fu di foglia.

ma ogni spicchio conosce infine il taglio,
i miei pensieri slegati già dai rami
quando la terra si fa supina e curva
sulle mie ossa e la tua veste nera.

e aspetto la fredda bruma di pianura,
dimentico del cielo e nessun pianto,
dimentico di squarci e di riparo.

il nuovo marzo ad abbracciare il tutto
sorprenderà la mia voglia di tornare
alle tue mani rosa ed ai ricordi,

ai sogni bianchi di tua madre
deposti nel cortile .

a volte nonno non bestemmiava
lavorava nel granaio e canticchiava


(cosa piangi poi?)

:

*

:

Requiem

non ho più tempo
/dicevo/
faccio coriandoli
dei giorni rimasti
a far drappo a un corpo di guardia.

non è più tempo
/dicevi/
di carri allegorici dal Falck,
c’è il rischio
di defenestrar ghirlande.

non c’è più tempo
/rispose la terra/
estrema foglia dei pioppi
lungo il chiavistello di Dio.

ad ogni colpo
un contraccolpo più forte.

.

*

Bang

e se avessi finalmente il coraggio.
ti direi che non è più tempo
di parole e di pause riflessive,
né di attese di pause rampicanti
o di quant’altro
tu riesca a celare nelle tasche.

ora mi serve un caricatore a salve,
un grammo di polvere e sparare
in un baule con il doppio fondo,
ché il buio non trapassi e che
le ossa non fuggano all’incoerenza.

al diavolo le cure o il tuo guarirmi.

è tempo di discorsi inconcludenti
per annullare il vizio alle domande
tra i capelli che ho amato e.

la violenza di un taglio
rimasto incastonato
su di un pettine,
rimasto tra le gambe(,)

semichiuse che aspettano
una voglia ormai lontana e.

tra gli occhi grigi di mia madre.

*

Angelica Cante è nata a Giugliano in provincia di Napoli.
“Spalle al lupo ed. Kimerik 2009” è la sua opera prima, altre brevi raccolte sono ospiti in siti dedicati (neobar, larosainpiù, il giardino dei poeti). Poesie e fotografia sono il suo modo di raccontare il suo piccolo mondo, una figlia, il compagno, il cane, il gatto, il coniglio e poche altre splendide cose.

:

Lucetta Frisa

5 giugno 2015 by

Lei si volgeva in alto a riguardare stelle
luna sole e nuvole per gli aruspici e libri alti
sugli scaffali
senza sapere quanto gelo in cielo ci fosse
e nelle ossa
e terra nelle parole
e controversi nei versi scritti sul retro del foglio
e terra tra le righe
cicli ricorrenti cataclismi semantici
fonemi e terremoti e neppure
sapeva che tutto- proprio tutto-
si concentrasse in una carezza
una vocale di terra tenuta a vibrare
in un solo significato che si alleggeriva
a ogni cambio d’umore e d’inverno
nei loro inconsapevoli esercizi.

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