Stefano Tarquini

15 settembre 2021 by

Stefano Tarquini (Roma, 1978) si avvicina fin da subito alla poesia, in particolare alla beat generation. In seguito conosce Maurizio Cucchi, che pubblica alcune sue poesie su “Specchio” di Repubblica. È presente in diversi blog di settore e riviste. Partecipa attivamente a manifestazioni
poetiche, concorsi, laboratori di scrittura creativa. Comincia a lavorare nel 1998. Mette su famiglia. Fa una figlia. Smette momentaneamente di scrivere per dedicarsi ad un’altra sua grande passione: la musica. Fa 5 dischi con un gruppo crossover romano, i Palkosceniko al Neon, con cui colleziona più di 300 live in giro per l’Italia e l’Europa. Collabora con svariati gruppi della provincia romana. Organizza cinque edizioni di un festival di musica indipendente, il “Pecora Nera Festival”. Negli ultimi anni ha ricominciato a scrivere. Lo potete leggere su: “Intermezzo Rivista”, “Di sesta e di settima grandezza”, “Poetry Factory”, “Scemo Magazine”, “Leggere Poesia”, “L’Ottavo”, “Poesia Ultracontemporanea”, “La rosa in più”, “Poeti dal parco” e “Cartoline Volanti”.

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Fantasmi

È solo un sogno che non hai finito,
lungo una carreggiata che ti porta altrove
dove i pensieri non rimangono,
premono come fantasmi sulle tempie.

E ti fai spazio tra i vestiti della sera prima,
camminando tra le fiamme senza far rumore.

Non voglio svegliarti.
Il mio sogno diventerà il tuo.

o una carreggiata che ti porta altrove
dove i pensieri non rimangono,
Formiche

Tornate al vostro mondo com’era prima
formiche al formicaio.

Alle prese con enormi briciole di carne,
una goccia di pioggia uno tsunami,
un sospiro é una tempesta!

Sembrate unite e compatte
cicliste in fila indiana,
drogate abitudinarie di routine.

Senza una sveglia dormireste,
senza una campanella non avreste fame.

Niente fila per la mensa,
niente acqua frizzante al distributore!

Una mezza sigaretta ogni due ore
una pisciata veloce,
e tutti ricomincia da capo….

Attenti insetti
oggi vi darò filo da torcere,
sarò il cerino con cui vi scotterete le zampette!

*

Il sangue di domani

Con un sorriso idiota
affronteremo le altezze,
accartocciando pensieri ad uno ad uno.

E come mani in tasca,
fogli infreddoliti di giornale
soffieranno via,
il sangue di domani.

 *

La mejo città de tutte

Bello,
vedette mentre te fai grossa,
come la mejo città de tutte
quanno er sole se ne va’.

Bello,
cucinatte na cosetta,
mette a palla na canzona
e poi vedette magna’.

Bello,
guardasse come regazzini
che se fanno i gavettoni
quando a scola nce devono più anna’.

Bello,
mentre tutto attorno cade,
inventa’ ste du cazzate,
pe vedette ancora ride
e non fatteme scorda’.

 *

La rivincita dei vivi

Quando il giorno nasce appena
e ingoi come un brivido la notte,
un soffio di vento ti spalanca il petto,
un istante ti colora.

Ha lo stesso sapore della sconfitta
la rivincita dei vivi.

*

Letargo

Corridoi freddi più di prima.
Devi accendere la luce per vederne la fine.

Serrande abbassate.
Finestre serrate sui primi schizzi di luce del giorno
che tarda ad arrivare.
Porte socchiuse e sbattute senza rumore
su quello che era vero.

Mi specchio dentro pezzi di vetro che non riflettono.
Cerco una risposta oltre me.
Mi accontento dei riflessi.

Stanze vuote come strade vuote.
Mani vuote come occhi chiusi.

Ma oggi tutto è fermo.
Gli oggi che corrono a nascondersi dietro le maschere di domani.
Quei sorrisi dopotutto. Quei sorrisi appiccicati alla faccia,
perdono pian piano il colore primo
e riportano a noi.
A come siamo in mezzo al mondo.
Al mondo come era.

Cosa vedi oltre la porta?
Un uomo debole.
Una donna di lana.

Un paese in letargo.

Un mucchio di parole sbagliate che prendono fuoco.

*

Nascondigli

Un vortice di foglie ci abbraccia,
la danza dell’inverno arriva,
giallo a perdita d’occhio.

Un albero spoglio dopo un albero che non c’è più.

I nostri nascondigli preferiti,
lo spazio piccolo dei fulmini.

Ma s’allontana inesorabile l’eco
delle parole che non ci siamo detti.

 *

 Rottweiler

Quello che ti lasci alle spalle
non è silenzio
ma un puzzle mai finito
di una grande infanzia.

Ai piedi dodici rintocchi e tredici serpenti,
lungomare di Soverato,
il battito irregolare di un orologio Casio
di notte,
ci sveglia tutti quanti che sembriamo panettieri.

Panda con gli occhiali da sole,
fondi di bottiglia dove leggere il futuro,
una musica pericolosa
filodiffusa.

Il trenino per Siderno non fa fermate
né per pisciare
né per fare filosofia.

Quello che attraversi è un antidoto,
non ti piace chiamarla vita
e interrompi la tua fiction con una pubblicità di materassi.

Mine sotterrate sottoterra
un ponte pericolante che non crolla sui binari
ne sui ricordi di una città morta.

Allora dai una lucidata ai tuoi ricordi,
li fai splendere come una batteria di pentole,
come un servizio di posate d’argento.

Intanto io cammino al contrario in un cerchio di fuoco,
con due grandi occhi grigi
e sorriso da rottweiler.

*

Stefano Tarquini nasce a Roma nel Giugno del 1978.

Fa studi classici e si avvicina fin da subito alla poesia rimanendo completamente affascinato dalla beat generation e dal primo libro che legge senza condizionamenti esterni : “On the road” di Jack Kerouack.

Conosce la Pivano e Ferlinghetti a Firenze. Scopre Bukowski. Divora Emidio Clementi, Claudio Piersanti, Ivano Ferrari, Antonio Moresco, Giuseppe Casa…

Ha un rapporto epistolare con Maurizio Cucchi che sfocia in una pubblicazione di sue poesie su “Specchio” di Repubblica.

Nella prima fase della sua scrittura pubblica su tantissimi blog di settore, riviste online e non. Partecipa attivamente a manifestazioni poetiche, concorsi, laboratori di scrittura creativa.

Comincia a lavorare nel 1998. Mette su famiglia. Fa una figlia. Smette momentaneamente di scrivere per dedicarsi ad un’altra sua grande passione: la musica.

Fa 5 dischi con un gruppo crossover romano, i Palkosceniko al Neon, con cui colleziona più di 300 live in giro per l’Italia e l’Europa. Collabora con tantissimi gruppi della provincia romana. Organizza cinque edizioni di un festival di musica indipendente il “Pecora Nera Festival”.

Nel tempo libero fa sport ed è amante della montagna e della buona cucina.

Negli ultimi anni ha ricominciato a scrivere.

Poesie sono su: “La seppia”, “Intermezzo Rivista”, “Di sesta e di settima grandezza”, “Poetry Factory”, “Scemo Magazine”, “Leggere Poesia”, “L’Ottavo”, “Poesia Ultracontemporanea”, “La rosa in più”, “Poeti dal parco”, “Transiti Poetici” e “Cartoline Volanti”.

Racconti: “Garibaldi, Thomas e la fica” appare su: “Romanagua”, “Due” appare su: “Voce del verbo rivista”, “Consegne” appare su: “Smezziamo”, “Maradona, la Caritas e bastoncini di pesce” & “Naked.Una storia violenta.” appaiono su: “Birò”, “La fine non è la fine” & “ Il bagaglio imperfetto” appaiono su: “Tremila battute”, “Mannitòlo” appare su: “L’incendiario”, “Cuore con la Q” appare su: “Sulla quarta corda”,“Rachele Libera!” appare su: “Quaerere

Ad agosto 2021 esce per “Transeuropa Edizioni” la sua prima silloge poetica: “I giorni furiosi”.

Jules Laforgue

5 settembre 2021 by

ed. 2020 Marco Saya Edizioni

Introduzione, traduzione, note critiche, bibliografia
a cura di Francesca Del Moro
Postfazione di Fabio Regattin

[…] L’ironia nasce anche dal cortocircuito tra visioni cosmiche da una parte e scorci naturali e urbani dall’altra, tra richiami ‘alti’ alla mitologia e alla letteratura e scene ‘basse’ con personaggi quotidiani e interni salottieri. Bruschi salti di registro seguono l’andirivieni tra microcosmo e macrocosmo, in un continuo restringersi e allargarsi dello sguardo, in cui il poeta esprime il suo sentirsi impotente e insignificante granello di polvere nell’Uno-Tutto. Dalla perdita della fede scaturiscono tirate filosofeggianti, alternate a sferzate di sarcasmo controbilanciate dagli slanci affettivi verso la Terra e il Cosmo, nonché verso gli esseri umani, creature effimere tra le quali si vagheggia un legame fraterno. Ed è proprio l’individuo nella sua unicità e piccolezza a porsi al cuore dei versi di Laforgue, preferito al Bello e all’Uomo assoluto, come si legge in un appunto incluso nei Mélanges Posthumes7: «Io creatura effimera, essere effimero sono più interessante di un eroe assoluto, così come io, uomo vestito, creatura effimera, sono più interessante di un nudo modello scultoreo».
E in questo universo insensato, popolato da esseri insignificanti, di tanto in tanto si affaccia un Dio artefice e testimone incurante del male, un Dio che, pur negato dalla ragione, è al tempo stesso sofferto in quanto inganno, tradimento, assenza. Così, in quello che Sergio Solmi definisce «insieme candido e raffinato opéra mondano-metafisico»8, visioni cosmiche e tirate filosofiche si alternano a banalità e luoghi comuni, mentre le analogie e le allitterazioni tipiche del simbolismo convivono con gli iati, le dissonanze e i giochi di parole e le asperità del naturalismo si ritrovano fianco a fianco con slanci sentimentali e confessioni a mezza voce.
Le fratture e le inserzioni di elementi dissonanti nello stesso componimento, la frizione tra i termini incongrui della metafora, la creatività linguistica all’origine di molti neologismi (ombeliscal, omniversel, orphélinisme, spleenuosité, sangsuelles, violupté, eternullité, feu-d’artificer, s’in-Pan-filtrer), nonché la frammentazione dovuta all’incalzare delle interrogazioni ed esclamazioni sono senz’altro frutto di un instancabile gioco intellettuale.
Pertanto, nelle cadute di tono e di stile di Laforgue è lecito riconoscere, come afferma Sergio Solmi9, l’abilità del clown, che ruzzola proprio per far apprezzare il suo talento ginnico nel rialzarsi, un clown che sa divertire e nondimeno, come il Pierrot tanto amato dal poeta, è capace di dolcezza e commozione.
Sul piano lessicale, la ricerca di espressività porta Laforgue a sfoggiare un variegato vocabolario comprendente termini propri dei linguaggi settoriali – dalla filosofia alla medicina, dalla scienza al giornalismo – senza rinunciare a espressioni popolaresche e gergali. Questa varietà, che comprende il frequente ricorso a neologismi e combinazioni lessicali, segna una decisa rottura non soltanto con le poetiche classiche e quelle parnassiane ma anche con il coevo simbolismo. […]

dall’introduzione di Francesca Del Moro
                      
                    
                      

L’inverno che viene

Messaggerie d’oriente! Blocco del sentimento!…
Oh, cade la pioggia! Oh, cala la notte!
Oh, il vento!…
Ognissanti, Natale, San Silvestro,
oh, le mie ciminiere d’officina!…
nella pioggerellina…

Non puoi più sederti, è bagnata ogni panchina;
credimi, fino all’anno prossimo è tutto finito,
ogni panchina è bagnata, ogni bosco è arrugginito
e il ton ton ton ten dei corni ci ha avvertito!…

Ah, nuvole accorse dalle coste della Manica,
ci avete rovinato la nostra ultima domenica.

Scende una pioggerellina;
nella foresta bagnata, le ragnatele s’inclinano
sotto le gocce d’acqua e rovinano.
Soli plenipotenziari dei lavori in Pattoli dorati
degli spettacoli d’agricoltura,
dove siete sprofondati?
Stasera un sole malconcio giace in cima all’altura
tra le ginestre d’autunno, giace sul fianco,
sul suo manto, un sole bianco
come uno sputo al cabaret
sopra un letto di gialle ginestre.

E per lui suonano i corni!
Che ritorni…
che ritorni in sé!
Dalli! Dalli! E hallalì!
Non finisci qui, o triste melodia?
E suonano in preda alla pazzia!…
E, come una ghiandola strappata dal collo, giace lì,
senza nessuno, il Sole in agonia!…
Hallalì, andiamo, andiamo!
Ecco l’Inverno che ben conosciamo;
ecco le svolte di ogni grande via
e senza Cappuccetto Rosso che fa il suo percorso!…
Oh! i solchi dei carri del mese scorso
salenti in donchisciotteschi binari all’armata
di nubi percosse dal vento in ritirata
verso transatlantici ovili, stavolta è la stagione,
la ben nota stagione, in fretta, in fretta!…
E quante ne ha fatte il vento la notte passata!
O modesti giardinetti, o nidi, o devastazione!
Il mio cuore e il mio sonno: o echi dell’accetta!…
Ogni albero sfoggiava il suo verde fogliame
ma ormai i sottoboschi son ridotti a letame
di foglie morte. Foglie, foglioline,
un buon vento vi accompagni agli stagni, a schiere,
per il fuoco del guardacaccia o le brandine
d’ambulanza per i soldati nelle terre straniere.

È la stagione, è la stagione, la ruggine invade ogni massa,
la ruggine rode la chilometrica apatia
dei fili telegrafici di strade maestre dove nessuno passa.

I corni, i corni, i corni – pieni di malinconia!…
pieni di malinconia!…
Se ne vanno mutando tono,
mutando musica e suono,
ton ton, ton ten, ton ton!…
I corni, i corni, i corni sono andati via
con il vento del Nord.

È la stagione, è la stagione! Che echi! E io
non lascerò più questo tono. Vendemmie addio!…
Ecco venire le piogge come angeli pazienti,
addio vendemmie e addio a ogni cesta,
ogni cesta Watteau nei castagneti in festa.
È la tosse che torna ai dormitori degli adolescenti,
è la tisana senza il focolare,
il quartiere funestato dalla tisi polmonare,
e tutta la miseria delle grandi città.

Oh lane, gomme, farmacia, fantasticheria,
ringhiere di terrazzi con le tende scostate,
davanti all’oceano dei tetti di periferia,
lampade, stampe, biscotti, tè,
non sarete voi gli unici amori per me!…
(Oh, e a parte i pianoforti, cosa si sa
del sobrio e serale mistero settimanale
delle statistiche della sanità
pubblicate sul giornale?)

No, no! È la stagione e il pianeta insano!
Che l’altano, l’altano
sfilacci le ciabatte sferruzzate dal tempo!
È la stagione, è la stagione! oh tormento!
Ogni anno, ogni anno io tento
di darne col canto intendimento.

                    

                        

Il mistero dei tre corni

Un corno nella vallata
canta a voce spiegata,
un altro gli risponde
dalle selve profonde;
ton ten uno intona
ai boschi della zona,
ton ton l’altro si lagna
con gli echi della montagna.

Al corno della vallata
ogni vena si è gonfiata,
gli si è gonfiato il petto,
mentre il corno del boschetto
sembra invero che riposi
i polmoni graziosi.

– Sei davvero spietato
mio bel corno adorato!
Dove sei rintanato?

– A cercare il mio amore
che laggiù mi ha invitato
a vedere il sole che muore.

– Dalli, dalli, ti amo, oh sì!
Roncisvalle! Hallalì!
– È così dolce l’amore;
ma, anzitutto, il sole che muore!
Il Sole depone la stola pontificale,
apre le chiuse al Collettore Generale
in mille Pattoli mai visti
che i più artisti
dei nostri liquoristi
attizzano con cento fiale di vetriolo orientale!…
La pozza sanguinosa ora s’ingrossa, ora trabocca
e la quadriga di giumente annega in quel cruore:
e si impenna, e sguazza e si blocca
nei diluvi di bengala e liquore!…

Ma le ceneri dell’orizzonte e le dure sabbie senza esitazione
hanno bevuto questi veleni in esposizione.

Ton ton, ton ten, che celebrazione!…

Tristi i corni da caccia
si ritrovano faccia a faccia;
sono tre in questo momento:
comincia a far freddo, si alza il vento.

Ton ton ton ten, che celebrazione!…

– «A braccetto, a braccetto,
invece di rincasare,
che ne dite di andare
a bere un goccetto?»

Poveri corni! Poveri corni!
Con che sorriso amaro l’hanno detto!
(La loro voce sembra che ritorni).

L’indomani l’ostessa del Grand-Saint-Hubert
li trovò morti tutti e tre.

Furono chiamate le autorità
della località
che redassero il verbale
di quel mistero assai immorale.

                            

                        

                         

Francesca Del Moro  è nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. È laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza della Traduzione. Ha pubblicato le raccolte di poesia Fuori Tempo (Giraldi, 2005), Non a sua immagine (Giraldi, 2007), Quella che resta (Giraldi, 2008), Gabbiani Ipotetici (Cicorivolta, 2013), Le conseguenze della musica (Cicorivolta, 2014), Gli obbedienti (Cicorivolta, 2016), Una piccolissima morte (edizionifolli, 2017, ripubblicato nel 2018 come ebook nella collana Versante Ripido / LaRecherche) e La statura della palma. Canti di martiri antiche (Cofine, 2019). Ha curato e tradotto numerosi volumi di saggistica e narrativa ed è autrice di una traduzione isometrica delle Fleurs du Mal di Baudelaire, pubblicata da Le Cáriti nel 2010. Fa parte del collettivo Arts Factory insieme a Federica Gonnelli e alla fondatrice Adriana M. Soldini. Come membro di Arts Factory, ha contribuito come traduttrice e performer ai cataloghi, alle opere di videoarte e alle performance di presentazione delle mostre collettive di arte contemporanea Scorporo (2011), Into the Darkness (2012) e Look at Me! (2013), nonché allo spettacolo Rose gialle in una coppa nera dedicato a Cesare Pavese e Luigi Tenco (2018). Propone performance di musica e poesia insieme alle Memorie dal SottoSuono, con cui ha inciso due brani inclusi nelle compilation Leitmotiv 13 (2013) e Leitmotiv 14 (2014) prodotte da Fuzz Studio e ha partecipato alla realizzazione del primo album omonimo (2016). Nel 2013 ha pubblicato la biografia della rock band Placebo La rosa e la corda. Placebo 20 Years, edita da Sound and Vision. Dal 2007 organizza eventi in collaborazione con varie realtà bolognesi e fa parte del comitato organizzativo del festival multidisciplinare Bologna in Lettere. Nel novembre del 2020 è uscita la sua traduzione dei Derniers Vers di Jules Laforgue, nella collana “La costante di Fidia” curata da Sonia Caporossi per i tipi di Marco Saya.
                       
                    
                 

Jules Laforgue (Montevideo, 16 agosto 1860 – Parigi, 20 agosto 1887) è stato un poeta francese. I suoi genitori si incontrarono in Uruguay, suo padre studiò lì e divenne prima insegnante e poi impiegato di banca. Jules era il secondogenito in una famiglia di undici figli. Nel 1866 la famiglia ritornò in Francia, a Tarbes, città dove aveva già vissuto il padre. Nel 1867 Jules venne affidato, assieme al fratello maggiore Émile, alle cure della famiglia di un cugino, poiché sua madre aveva scelto di tornare da sola in Uruguay. Nel 1869 il padre di Jules trasferì la famiglia a Parigi. Nel 1877 sua madre morì di parto e Jules, che non fu mai uno studente diligente, non superò l’esame per il diploma. Nel 1878 fallì nuovamente l’esame, e poi ancora una terza volta; iniziò quindi a leggere i grandi autori francesi e a visitare i musei di Parigi. Nel 1879 suo padre si ammalò e fece ritorno a Tarbes, ma Jules rimase a Parigi e pubblicò per la prima volta una sua poesia a Tolosa. Entro la fine dell’anno aveva pubblicato numerose poesie ed era già stato notato da autori famosi. Nel 1880 operò all’interno dei circoli letterari della capitale e divenne un protégé di Paul Bougert, editore della rivista La vie moderne. A partire dal 1881 la sua carriera letteraria era diventata tanto fitta da non consentirgli di tornare a Tarbes per i funerali del padre. Da novembre di quell’anno fino al 1886 visse a Berlino, lavorando come lettore francese per l’imperatrice Augusta, una sorta di consigliere culturale. Era pagato molto bene e poteva inseguire i suoi interessi molto liberamente. Nel 1885 scrisse il suo capolavoro, L’Imitation de Notre-Dame la Lune. Nel 1886, ritornò in Francia e sposò Leah Lee, una donna inglese. L’anno seguente morì di tubercolosi. La sua poesia sarebbe stata una delle influenze principali per il giovane T. S. Eliot.

Tratto da Wikipedia

Annamaria Ferramosca

2 luglio 2021 by

Per segni accesi  di Annamaria Ferramosca, Giuliano Ladolfi Editore, 2021

                                         

                                             

Leggere la poesia di Annamaria Ferramosca è come avanzare attraverso prodigi luminosi, rapimenti d’amore e segnali di fuoco apocalittici, ché di profezia e accensione immaginativa e consapevolezza della desertificazione dei sentimenti ustionati dal male e dalla miopia dei tempi essa si nutre.

L’autrice, come una Sibilla contemporanea, trascina la lingua verso uno slancio totalizzante, allo stesso tempo mistico e sensuale, abbracciando l’alto e il basso, la purezza celeste e l’imperfetto dell’amore umano, tracciando un itinerario di gradazione ora ascendente ora discendente, intanto che viene disseminando segni ed immagini simboliche di forte e multipla pregnanza semantica.

Da una parte “le cadute e le polveri”, dall’altra “i lumi le ricostruzioni”; nel mare “la morte che galleggia”,  nella terra “il luccichio delle nascite”; e il sogno delle terre del Nord e del mare di mezzo ora che sono sparite “le rose leggendarie” e il mondo fa ombra.

La reiterata presenza di bambini e bambine, che giocano, che chiedono ripetutamente il perché del male (perché i fuochi incendiano  i ponti crollano / le parole non parlano  perché), che compiono minimi ed emblematici gesti d’amore come disporre briciole in terra / lungo la fila delle formiche, racconta il desiderio e la necessità di un mondo iniziale, rinnovato dalla capacità redentrice della sorgiva parola umana.

Allo stesso modo nei film di Fellini si stagliano al di sopra e al di là del male e della corruzione, il piccolo pifferaio in “8½” o i bimbi che affermano di avere visto la Vergine Maria in “La dolce vita”.

Si avverte anche la presenza archetipale della luce, specie albale, come elemento necessario e alla costruzione di nuovi continenti e di una nuova umanità e alla dimensione visionaria e metafisica, secondo un tòpos ampiamente collaudato nella letteratura, a cominciare da Dante.

Tutto questo sembrerebbe coincidere con un atteggiamento d’astrazione, quando invece è da una profonda consapevolezza che sgorga il sogno di purificazione; così che, nonostante la materia non appaia prettamente storica, l’argomentazione si basa su parole-chiave di significato sociale, come “insieme”, “accanto”, “noi”, “fratelli”, che prefigurano un’umanità cementata dalla compassione, concepita, quest’ultima, tanto in senso attivo di cum-pati, quanto in senso ricettivo, in una rilkiana accettazione del Tutto, dalla “nascitamistero”  fino all’enigma dell’ultimo buio.

Lo sguardo e il canto arretrano fino all’archetipo e accolgono il mito come «modalità più segreta dell’essere», secondo la lezione di Mircea Eliade. L’infanzia stessa si fa  mito in cui rintracciare memorie e sentimenti remoti, grazia e innocenza; figura del risorgere ciclico e gioioso,/ ché siamo tutti – fogliepietreanimali- / fatti della stessa sostanza luminosa / promessa inesauribile di un’alba; ed ecco che all’alba l’albero-dea Mirra partorisce il piccolo Adone dalle guance rosa, il quale non piange, ma sorride perché mai piange un mito d’amore.

La centralità del linguaggio, quasi sia esso stesso una sorta di correlativo oggettivo, si avverte in modo palese nella sovrabbondanza di parole composte, che non solo sembrano inseguire gli scatti visionari dell’autrice, ma trasformano i significanti in icone volte a ribadire l’agognata unità fra le molte lingue degli esistenti e fra quest’ultimi: e quell’ insieme camminiamo  insieme andiamo generano “l’oltreorizzonte” “sempreverdi” “sabbialuce”, se è vero che il dire è sostanza di vita.

In questo modo Annamaria Ferramosca recita l’atto di fede nella Poesia: libero volo  compassione  occhio / testimone del vento  del tempo // sintonizzarci sulla sua frequenza // provare a tradurre qualche lembo / della sua densa leggerezza / in segni vivi  pure imperfetti / poter salvare il suo silenzio / l’invisibile sua lingua inarresa”.

         E, dunque, nonostante i guasti e il dolore e i “disincontri”, la Ferramosca ci lascia un’affermazione di fiducia nell’umano dell’Uomo e nella funzione salvifica della poesia che di slancio supera il tempo lineare per approdare a un mondo ricomposto, non però ad un’utopia, a un non-luogo, ma a un’immaginazione feconda, ricca di  segni accesi, capaci di allontanare le tenebre.

Franca Alaimo

26 Giugno 2021

 

Dalla sezione  “ le origini l’andare “
                       

cantano i bambini ninnenanne

all’incontrario piccole storie senza finale

lanterne e trottole serene ad ogni giro

giochi ai quattro cantoni del mondo

mentre l’umano s’allontana   muto

alle domande infantili che squillano

perché i fuochi incendiano   i ponti crollano

le parole non parlano   perché?

 

sulle ginocchia rimarginano

veloci le ferite dei giochi

e si fa festa abbracciando gli alberi

mettendo corone di foglie sulla fronte

e non smette di raccontare storie Sheerazade

per ore e ore

finché tutto non sia compreso

caduto il velo   poi

ci si può addormentare
                            

***

perché sempre ubbidire

perché non nascondere il capo

nel sacchetto del pane

all’accostarsi solenne dell’angelo

a quel suo eterno gesto di creta azzurrina

basterebbe arginare le folate del manto

deviare in un crepaccio il soffio ardente

basterebbe cercare una falda vicina alla casa

– acqua di prossimità –

per cementare ogni crepa sul muro

chiedere un prodigio diverso se

non i pani ma i muri si moltiplicano

muri a secco

di compassione

non hanno mai riparato

né un rovo né un geco dagli incendi

è un fiume amaro a sprofondare

carsico in petto   lasciando allo scoperto

sedimenti incoerenti

domandepietre
                 
                           

***

Dalla sezione  “ i lumi i cerchi ”

 

fare tabula rasa dei pensieri

affidarsi al buio

con la sicurezza dei ciechi

sostare ad ogni angolo della notte

afferrare i lumi al baluginare dell’alba

sulla bocca delle sorgenti

nel luccichio delle nascite

verrà l’oceano

verranno le sue vele

saremo nuovi per nuovi continenti
                         

***

respiro mare

in questo spazio al sud

d’acqua e silenzio

dove la riva affabula

di vita in senso senza

bisogno di parole

alto mi assale il sole

dorme bassa la luna

nel suo letto di scogli

qui dove nessuno può insabbiare

l’impronta chiara degli onesti

la follia saggia dei sognatori

dove bambini scalzi

ancora pescano l’azzurro con

ami di pane

                             

***

Dalla sezione “per segni accesi ”

l’albero-dea Mirra ha partorito all’alba

cade il piccolo Adone dalle guance rosa

sul tappeto di foglie

sorride   non piange

mai piange un mito d’amore

semmai balbetta innamorato

ai morsi di mela

già mi ha conquistato

a lui s’inchina il bosco

divenuto sacro

gonfia in fermento l’humus brillante

schizzano via le cupole alle ghiande

lui audace corre

nel rito di passaggio

splende audace in sudore

corre nel mondo e non ha porto

sempre lo inseguo lo raggiungo lo blocco

sempre lo trovo senza passaporto

                                   

                                

Annamaria Ferramosca è nata in Salento e vive a Roma, dove ha lavorato come biologa docente e ricercatrice, ricoprendo al contempo l’incarico di cultrice di Letteratura Italiana per alcuni anni presso l’Università RomaTre. Ha all’attivo collaborazioni e contributi creativi e critici con varie riviste nazionali e internazionali e in rete con vari siti italiani di poesia.
Ha pubblicato in poesia: Andare per salti, Arcipelago Itaca (Premio Arcipelago Itaca, selezione Premio Elio Pagliarani, Premio “Una vita in poesia” al Lorenzo Montano2020, finalista al Premio Guido Gozzano e al Premio Europa in Versi); Other Signs, Other Circles – Selected Poems 1990-2008, volume antologico di percorso edito da Chelsea Editions di New York per la collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti, a cura di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti ( Premio Città di Cattolica); Curve di livello, Marsilio (Premio Astrolabio, finalista ai Premi: Camaiore, LericiPea, Giovanni Pascoli, Lorenzo Montano); Trittici – Il segno e la parola,DotcomPress; Ciclica, La Vita Felice; Paso Doble, coautrice la poetessa irlandese Anamaria Crowe Serrano, Empiria; La Poesia Anima Mundi, monografia a cura di Gianmario Lucini, con i Canti della prossimità, puntoacapo; Porte/Doors, Edizioni del Leone (Premio Internazionale Forum-Den Haag); Il versante vero, Fermenti (Premio Opera Prima Aldo Contini Bonacossi).
Ha curato la versione poetica italiana del libro antologico del poeta rumeno Gheorghe Vidican 3D- Poesie 2003-2013, CFR (Premio Accademia di Romania per la traduzione).
Sue poesie appaiono in numerose antologie e volumi collettanei e sono state tradotte, oltre che in inglese,in rumeno, greco, francese, tedesco, spagnolo, albanese, turco, arabo.

Un’ampia rassegna bibliografica con recensioni critiche è nel sito personale www.annamariaferramosca.it

                                             
                                    

                             

 

 

Flavio Almerighi

24 giugno 2021 by

almerighi lettere

Presenza e assenza dell’interlocutore-destinatario

in “Lettere” di Flavio Almerighi
Per conto di Macabor Marzo 2021

Desidero essere Te,
amore è sequenza di metastasi benigne
e anticorpi a renderle felici

diventiamo l’un l’altro per osmosi
con rapidi cambi di ruolo
e il nome non è più tuo né mio,
ma tutto è verità
da “Lettere” pag.63

-flavio-almerighi-

 

“Lettere” di Flavio Almerighi si configura come un’allegoria dell’atto poetico. Non a caso la genesi diaristica dei testi di Lettere, frammentata e composita, concepita e ambientata nella terra di nessuno, (Dentro il nulla di lettere mai scritte) trova via via un suo ritmo spoglio e si fa testimone di una condizione esistenziale, di una volontà di aderire al proprio vissuto, anzi di ricostruirlo attraverso i luoghi (il lago, la Lunetta, Caffè del mare) visitati, anche quando il senso di appartenenza continua a sfuggire. In Lettere, Almerighi compie un viaggio iniziatico alla ricerca di se stesso? Quasi a rovescio, è colui che in ogni luogo vive una condizione di spaesamento.  Infatti la prima strofa di “altre ombre” tematizza la genesi di questo atto: perduta da tempo/ quel giorno tornò la neve/, stesso fruscio d’organza/, qualcosa sfuggì/ al normale raggiro/ della ragione (pag.9). All’ evento drammatico della perdita, viene associato il dono “la lettera s’imbuca” con la sua carica di speranza che consente di riprendere il cammino della vita dopo la prova del dolore, ma si fa anche allegoria della poesia. Lettere come “descensio ad inferos,” il calamaio nero / rovesciato su preziosi amori/ cancella ogni coscienza/ il cui principio è silenzio” (pag.9) come contatto con ciò che di noi rimane indecifrabile e che tornato alla luce, si traduce poi in canti. La poetica di “Lettere” si fonda dunque sul tentativo di recupero dell’innocenza della parola e di ristabilire radici abbastanza solide della propria identità. Ciò è possibile attraverso il ritorno a una totale nudità, alla sua funzione originaria, che risulterà del tutto nuova e rivoluzionaria, liberata dalle sue funzioni referenziali, essa infatti recupera la propria purezza e il potere di alludere a verità che non possono essere spiegate con la ragione. In un certo senso è la parola che crea la realtà e non viceversa. Dimmi tu di te/ quali siano le tue rondini/come mai sono già partite/, quanto ti spaventa e meraviglia/ se un cane/ vuole leccarti la mano (Pag.17). Il tratto distintivo dell’uomo schietto Almerighi traspare nella sua opera in un amaro scetticismo conoscitivo che però non si accompagna un atteggiamento rinunciatario, bensì la volontà di raggiungere un’interpretazione globale della realtà, la tensione verso una possibile rivelazione del senso ultimo del reale. Le sue qualità e la sua efficacia comunicativa prescindono dai dati concreti che l’ispirarono; però dal punto di vista metodologico, può essere utile conoscere che dietro ai testi non vi sono soltanto fantasie. Ma soprattutto l’opera non è mai disgiunta dalla volontà di dare un senso altamente morale all’operato del poeta. “Il consuntivo dice basta/, affrettiamoci a riguadagnare il cielo/, sempre lo stesso coi suoi oroscopi/ sulla superficie del nulla/ per due sovrane a rigo (pag.29). Acuto e arguto Almerighi in queste riflessioni di Lettere dove, al motivo della transitorietà, attraverso il tentativo di recuperare una dimensione atavica dell’esistenza, si associa il legame con la madre oltre il tempo “Mamma è andata a non avere una vita/, immagine che rimanda a un linguaggio muto di amore materno-filiale, a cui il poeta riconosce i valori che danno senso alla vita. Al motivo della transitorietà dell’esistenza si connette anche la consapevolezza della maturità, espressa nei vv.pag.90 “che a una certa età forse per stanchezza/, bisogno di non essere più soli/, decidiate di poterne uscire indenni/scendendo a patti, è molto opinabile”. Nella sezione Lettere d’amore e no il discorso diventa intimo, quasi sfuggente nel suo essere calibrato e, concertato sul filo di umanissimo dialogo-soliloquio in assenza” La verità chiusa dentro/ la sottoveste mai tolta/, somma di onde, colonne/ d’acqua pesante e annerita/ dalla furia degli elementi.” (pag.59) o “tienimi con te non per le canzoni/ o le parole, nemmeno le più belle/, “…tienimi con te/ non sei nessun altro/, tienimi con te” (pag.68).  Buona parte della poesia di Almerighi si può leggere come resistenza al tempo con i tratti della fuga temporum e del continuo confronto dell’uomo con la sua finitezza, oggetto della poesia non è uno stato di grazia e il poeta non denuncia una causa precisa ma dichiara la propria stanchezza di fronte a un domani sempre uguale. Il sentimento dominante è la nostalgia di futuro e il desiderio di qualcosa che sottragga all’ignavia e all’apatia degli uomini.  In un mondo reso sempre meno leggibile, la poesia di Almerighi non è mai rifiuto, negazione o esilio dalla Storia ma si misura con la realtà in cui vive, intesa come capacità di scegliere, di muoversi fra alternative chiare, di superare il compromesso e la sopraffazione.

@Maria Allo

Lettera (pag.17)

Ora tocca a te comprendere
l’estate sconosciuta
senza tradizioni di famiglia.

Candela flessibile
Consumata sotto l’altare
di chi non crede,
carne e stoppino, là
dove spiaggiano desideri.

Dimmi tu di te,
quali siano le tue rondini
come mai sono già partite,
quanto ti spaventa
e meraviglia se un cane
vuole leccarti la mano.

Io sto qui
a cercare e vendere,
ho tutto sott’occhio
quando non precipito,
ti sia lieve la mia lettera
lanciata alta
assieme a un bacio.

***

Vent’anni (pag.20)

Mamma è andata a non avere una vita,
papà a raccogliere gli ultimi tizzoni.
La mattina è il momento peggiore,
mi sveglio quando la casa è vuota, nessuno
mi protegge dallo sgomento del temporale.

La paura misura il colpo d’ascia inferto
da questo mattino a calure estive già fuggite,
dove potevo rifugiarmi a dormire, sognare.
Il gatto è schizzato sotto il letto,
adesso ho un altro giorno da scoprire.

***

Caro Flavio (pag.29)
Il consuntivo dice basta,
affrettiamoci a riguadagnare il cielo,
sempre lo stesso coi suoi oroscopi
sulla superficie del nulla
per due sovrane a rigo.
C’è stato chi parlò di effemeridi,
vagabondi, scrisse libri.
Come mai mi trovassi sul suo tappeto
con lei addosso, mi chiedo ancora.
Continuo a non rispondermi.
Mi addormentai, quando,
sveglio di soprassalto,
vidi che era sera, maledissi
il tempo gettato in sonno.
Farò il pensionato da grande,
ho tenuto in serbo questo conforto
tutta la vita. Caro Flavio,
impara a far di conto.
Il terreno è fangoso,
ieri notte ha piovuto di nuovo.
Però che bello
fumare col vento in poppa,
il destino tende la mano
e scrocca un’altra sigaretta.

***

Lettera senza parole (pag.33)

avviamoci a dormire,
ci salvi l’irreprensibilità dei sogni
senza parole, altrove è lo stesso:
qualsiasi romanzo è un artificio,
la civiltà non ci ha resi migliori,
ogni giorno mandato dal calendario
ci svela squallidi, famelici,
quando sarebbe necessario invece
migliorare lo stato di veglia,
ascoltare le radici
e la pianta svelare l’utilità
d’ogni sepoltura.

I nostri morti
appollaiati sulle spalle
a sorridere di errori ripetuti:
la storia non insegna
a dividere equamente per ognuno
acque lucide, pescose
non si vuotino le culle,
rimangano uomini e donne
a splendere, cantino
ogni giorno, la pietra resistente
su cui poggiare il capo, dove
finalmente riposano

***

Con affetto (pag.38)

Gesù Cristo, mi piacerebbe
essere di nuovo felice!
Salire su un autobus
e, dopo la colletta, tornare a casa.

Non è più lo stesso senza te.
Preferisco non sentire
gli anni sbagliarmi addosso,
vorrei ascoltare altra musica.

Qui il più legale è bandito.
Spiana la canna sotto il mento,
alzi le mani d’istinto
mentre ti vuota le tasche.
Sorride prima di spezzarti i denti.

In ogni epoca tutti sono amici,
fino a quando cominciano i soldi.
La scena si consuma,
l’avarizia divora, strappa ogni piuma
d’inutili orpelli ai vivi.

Con affetto.

***

dimenticare tutto (pag.48)

Cosa raccontiamo. Smembrata la Compagnia,
ognuno ha ripreso la propria strada
oltre i campi, verso la nuova età dell’oro.
in fondo,
servono guerre per arrivare alla Luna.
Le divergenze parallele porgono cordiali saluti.

Salgono docili le biciclette su treni e romanzi pieni
di zitelle, vocazioni negate in aste per baci sporchi
dentro case d’incontri e anime lontane.
Dimenticato del tutto il fumo dei camini
persi nel vento, nelle rose continuamente lisciate
di luce mai vista, nemmeno sentita, ma ovunque
presente, supplica di ogni giorno bene in evidenza.

Dove andiamo. Della mia uniforme conservo fregio,
mostrine, scarpe ancora disposte a proseguire, ricordi
di vicinanze sbranate dal tempo,
e chiusi i negozi di dischi.

Dove siamo adesso. Saldi a una fermata, non si sa
di tante speranze quale sia stata la prima a morire,
l’ultima ancora in piedi, fuori a fumare senza timori
per l’arrivo di una nuova brutta stagione.

Dove sarà Dio. È rimasto ad Auschwitz a sbucciare zucche,
a scolpire ciottoli, a dimenticare.

***

Abbiate cura di voi (pag.58)

Abbiate cura di voi,
dei vostri figli e della Legge.
Non trascurate di nascondere
quanto possa restarvi in tasca
in caso il diluvio
bussi alle vostre porte.
Vi diranno usurai,
mangiatori di carne umana.
Tutti ricorderanno Shylock
nessuno Gesù Cristo.

***

Flavio Almerighi  è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016), Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles 2017 traduzione di Steven Grieco), Lettere (Macabor Marzo 2021).  E’ presente in rete con il blog “amArgine“.

Maria Allo

15 giugno 2021 by

                                                                                              

La poesia di Maria Allo come luogo interiore e universale.
                                                                                                  

C’è in tutta la poesia di Maria Allo, e in particolare in quest’ultima raccolta “Radure”, quell’adesione ai luoghi del proprio vissuto che non si traduce in semplice descrittività, ma piuttosto in un coinvolgimento così intimo da determinare una continuità d’atmosfera, la quale non solo vibra e s’irraggia nei testi con immagini e colori perfettamente identificabili geograficamente, ma ne intride profondamene il tessuto lessicale, che se ne ingravi da mentre porta alla luce percezioni e riflessioni a lungo meditate, come rivela la loro ricorrente presenza, sia pure tra infinite modulazioni.
Il mare di cobalto, L’Etna “che infuria”, l’afa di agosto”, la vite a pergola” e i miti (le Sirene, Persefon e, Efesto) innestano il sentimento dei luoghi di appartenenza in un ciclo temporale in cui passato e presente, vivi e morti, non cessano di dialogare e di rinnovarsi come figure che interpretano la loro ininterrotta sedimentazione nell’esperienza individua le della poetessa.
L’introiezione di tutti questi elementi dirige l’analisi del proprio “io” verso un registro tonale e cromatico che conserva le peculiarità delle cose viste come in un attraversamento: il fuoco dell’Etna, se mbra accenderle il sangue, tra smetterle una furia del sentire; il vento del sud, con la “sua assorta pazzia” si avventa a pugni chiusi/ dentro la sorgente sotterranea/ delle mie cento pelli ”, in una sorta di effetto psico somatico di fortissima pregnanza.
Del resto lo sguardo di Maria Allo si leva raramente al cielo, non perché non le appartenga la dimensione della spiritualità (non manca di manifestarsi di tanto in tanto il desiderio di una fuga “ verticale”), ma perché esso preferisce indagare la sostanza greve della terra, l’antica tristezza ”delle ossa, tutta la ferocia di sopravvivere” in mezzo ai travagli, al male rovente” della vita. Ne consegue un amaro senso di pietas religioso creaturale, che ora fa posto allo sdegno, ora ad una cupa tristezza, ora ad una percezione di disfacimento, che solo raramente si alleggerisce in uno squarcio descrittivo, in un vagheggiamento amoroso, o nel breve sogno di un futuro pacificato e ridente come le “radure” del titolo.
È oltremodo interessante annotare come i vari stati d’animo si coagulino insistentemente in una serie di campi semantici omogenei, come, per esempio, nel testo: “Non cercatemi poeti”, in cui verbi e aggettivi insistono anche attraverso i suoni sul concetto dell’annientamento doloroso (fardello, sventura, brandelli, buio, rovo, peso, trambusto e sventra, strozzano, muore, squarcia) martellando cupamente l’orecchio. Questa coincidenza di cose, suoni, atmosfere tonali, stati d’animo, che è proprio della grande poesia, rivelano la statura morale e poetica di un’autrice che pratica la scrittura come uno strumento di rivelazione e di comunicazione, grazie ad una corrispondenza fra le cose nel mondo e il suo modo di rappresentarle a sé stessa e agli altri.
La poetessa sceglie, insomma, l’itinerario del dolore per costruire il suo sistema poetico filosofico, sia in quanto esso appartiene ontologicamente ad ogni essere vivente; sia in quanto caratterizza l’anima profonda della sua Sicilia fin dalle più remote origini: l’occhio vermiglio del vulcano, dove si nasconde il dio Efesto, zoppo e laborioso,
che piega con il fuoco e vomita le scintille sprizzate dall’incudine, e ceneri e lava incandescente che distrugge e rimodella via via il paesaggio; la stessa Persefone, per metà ctonia, lei che per molti mesi dimora nel grembo tenebroso de ll’Ade; il piede tragico del satiro greco che risuona in Pirandello, con il quale l’autrice condivide la stessa fame indagante, lo stesso rovello.
È come se il passato storico, la letteratura stessa che ne è intellettua le testimonianza, confluissero n el flusso ininterrotto di vita e morte, ripetendo le stesse tragedie e gli stessi errori, il che rende ancora più radicale l’adesione all’hic et nunc.
Lo dimostra la presenza abbondante di testi dedicati, oltre che al problema dei migranti, a quello attualissimo del Covid, prigione nella prigione dell’esistenza: “Siamo in trincea con la dissolvenza/ di giornate attente al cupo conto/ dei morti, ma ognuno di noi/ trova rifugio nelle cose in disordine/ nelle letture rimandate nei pensieri sparsi”, quasi che per fino il disordine del vivere costituisca comunque un argine alla catastrofe.
In questo suo tenersi sempre accosto ai fatti e alle cose e ai luoghi va ricercata quella memoria di ciò che siamo/ soli in mezzo alla terra / con la vita che cerchiamo”.  C’è molto di Quasimodo in questa affermazione della solitudine consolata da un raggio di scarsa felicità che rischiara appena la ricerca di senso, che poi è la stessa per entrambi, e forse è quella di tutti i poeti, cioè il sentimento dell’amore, che è compassione, compartecipazione, conoscenza, (“Solo nel sapere profondamente/ libero in continuo moto c’è certezza” certezza”); ma si può fare a meno dell’amore? si chiede, infatti, la Allo, e la risposta non è necessaria, tanto è scontata.
In fondo è l’amore a mettere in moto l’atto stesso della scrittura che lo riverbera a sua volta, ne fa un pulviscolo d’oro da spargere sul male: “Le carte sulla scrivania e la luce che filtra. / È da qui che guardo ogni cosa ((…). Da qui inizia ogni cosa tra le cose (…) Da qui ascolto quelle note antiche e attraverso la finestra/ in un fremito il ciliegio in fiore. / Tra noi una presenza viva”. È una dichiarazione di fede commovente, un consenso che dà direzione finanche ai personali sentimenti, dal momento che l’autrice, come si è detto, per dare figura alla propria interiorità, introietta le forme esterne elaborandole in metafore, che non riescono ad occultare del tutto i riferimenti autobiografici, come il fallimento di una relazione amorosa, uno scontento legato ad eventi personali precisi oltre che alla qualità di un temperamento irrequieto e umorale.
La qual cosa serve a dire che i versi della Allo si nutrono di emozioni private, dalle quali sgorga quell’attitudine riflessiva che investe tutta la realtà in un allargamento progressivo del proprio “io” in un “noi” universale.
Poeticamente questo continuo intrecciarsi di elementi descrittivi, ragionativi
e autobiografici si risolve in un flusso musicale che è ancora una volta testimonianza di una incondizionata fiducia nella parola poetica come canto, come sola possibilità d’armonia in un mondo malato di disamore:  “Cristo svanisce per il gran marciume”, “per il sangue rappreso nei fondali”, “per noi e la mancata fratellanza”.

Franca Alaimo
febbraio 2021

POTREI

I bagliori del vulcano disperdono
le sole armi che ho
sempre più all’interno sul greto
[di un fiume
nel profilo di un’ombra sparsa
con molteplici voci.
In questa stagione come Persefone
colo a picco nella notte
e nel flebile brusio della risacca
recisa dalla sterpaglia sonora
[scendo sotterra.
Potrei anche smettere di scrivere
quando il gelo screpola le labbra
e il foglio si accartoccia sul velame
eppure, mi aggrappo al timone saldo
che il nostro tempo brutale
ha perduto ovunque sui pendii.
Agli assalti del male l’airone si alza
e mi attraversa nel corpo
[della terra.

PAROLE COME LICHENI

Un bianco sole e il rumore del mare,
l’onda fiacca sull’arenile scosso.
L’onda fiacca sull’arenile antico
tra nubi rade
le parole _licheni senza nome
cadono nell’aria indifferenti.
Ombre affilate mentre la buganvillea
dischiude la luce increspata
sulle tempie.
Nel silenzio della tarda mattinata
la voce del vulcano a sprazzi trema
nel suo dire cerchio di rosso
sulle foglie e il vecchio tronco
in unico flagello come labbra arse
in scivolose schegge.

VEDO COSE

Occhieggia l’alba in mezzo al porto.
Il silenzio infranto delle onde
le rauche lingue dei gabbiani
implodono lontane in mezzo al mare
tagliano a colpi d’ascia
dolore sopra dolore.
Io da qui vedo impronte diradarsi
vedo cose e mi lascio attraversare
con una distanza sempre più lieve
dal candore feroce delle tue mani.
Si tocca il fondo di tanto in tanto
per il troppo bene e non c’è
altra parola tra il vento e l’acqua
più forte e chiara come un fiume
che scorre verso il mare.

TRANNE IL CIELO

[…] Non c’è niente tranne il cielo.
In questo luogo e ovunque
non ha mai fine il suo splendore
tra odori e radici alle tue spalle
oltre il vulcano elude il tempo
nel fuoco di un tramonto fino al mare,
su palpebre mute e senza una stagione.
Il cielo non svanisce tra le forre
radicato con diverso amore sulla terra
nei giorni dell’assenza o del dolore
precede l’alba con l’unico orizzonte
prima e dopo una certezza verticale
riflessa in una goccia universale.

SI FA REALTÀ
L’alba si perde dietro un velo.
È di giugno questa luce che avanza
nel volo dell’allodola
nei fischi acuti delle rondini
per un dopo che ora ci assedia.
La distanza risuona nelle voci
nell’agonia di corpi spersi
con la verità di un altro cielo,
ma niente rispetto al flagello
di chi ha amato e non conta
reclamare giustizia o placare
il dolore come un errore.
Il mare fino agli occhi intreccia
[…] morti o vivi nello stesso luogo.

SGUARDO VERTICALE

Non c’è fenditura di scoglio
in cui il mare possa fluttuare.
Bianchi aironi incrociano il torpore
di conchiglie in dormiveglia
sul fondo più chiaro del mare
ma in una maledizione il vulcano
nomi e voci dilegua quando la notte
scende e sopra una roccia il grido
divampa tra i raggi marci nei lidi
su chi non ha luce in viso.
Solo a tratti il respiro è specchio
[di uno sguardo verticale.

NON SI PUÒ FERMARE

Non si può fermare il vento
solo cogliere i suoi presagi
dietro il peso lieve di una nube.
Ti parlo da tempi sconosciuti
senza sapere come mi attraversa
l’ombra, mentre un fascio di raggi
si inerpica confuso per sentieri impervi.
Ho seminato impronte
dietro cardini sconnessi nei fondali
ora fluttuano in una voragine
mentre l’ombra dilata il mio chiarore.
Ecco. Scrivi mentre cadi.
                                       

                                      

ESPRESSIONISMO LIRICO IN “RADURE” DI MARIA ALLO

Lo sguardo del poeta sulla natura può insegnarci a vedere quello che di solito non abbiamo pensato di noi stessi e della condizione umana. Un approfondimento sul nostro essere al mondo in mezzo alla natura in cui ogni elemento, anche quello più comune, ha un significato profondo che sfugge, ma in queste poesie per di più, in balia dell’Etna, emerge nelle relazioni misteriose che legano gli aspetti della realtà con la Natura che ci circonda, altrimenti muta. La parola poetica di Maria Allo in “Radure” si muove in questa direzione, attraverso i colori della sua terra, i cambiamenti delle piante e della flora che avvengono da un giorno all’ altro, a nostra insaputa. Dal suo osservatorio quotidiano stende il rapporto di quello che succede nel mondo delle piante, delle acque e nel cratere di Etna, in continuo monitoraggio. Non a caso è una appassionata dell’obbiettivo fotografico e nelle dissolvenze delle sue poesie, la velocità delle nuvole, il ritmo costante del cambio delle stagioni.

non sapevo di essere dentro

in un punto affilato del glicine

 prima di fiorire”.

Questi versi di Maria Allo, in esergo a Radure, chiarificano immediatamente le intenzioni e le meditazioni dell’autrice: realismo lirico e ricerca simbolistica di richiami ad una realtà superiore nelle immagini della natura, un ritorno tutto mentale e di nostalgia, accompagnato da un sentimento di perdita che richiama alla concretezza della vita e delle sue lotte. In Radure, siamo invitati a seguire le folate di vento, le venature delle foglie, il minimo declinarsi della luce, le onde del mare nelle varie stagioni, le varie schegge dell’Etna, il mutare dell’orizzonte e dei profumi della terra. Un variopinto scenario per entrare nella vita intima di ognuno di noi al di fuori del nostro quotidiano essere al mondo. Per sostenere la forza pittorica di queste poesie riferisco cosi per caso alcuni versi di INFANZIA IGNARA: “un viale fiancheggiato da alberi in lontananza/ i millicucchi eduli all’ombra di possenti nervature e foglie cuoriformi/ il sapore dolciastro i germogli sfogliarsi […] un profumo dappertutto. Ma l’Etna stamane va in schegge a denti stretti. Un vento avaro ritorna sui suoi passi in questa luce spenta tra i colori da un moto all’altro sulle fronti. Sto in queste carte come un treno in corsa verso l’alba”. La nostra caducità e corporeità guidata verso l’alba abolisce il senso doloroso dell’isolamento dell’individuo chiuso in sé di cui in questa poesia resta solo il ricordo. Radure mette a nudo il nucleo più profondo della sua umanità, è il messaggio ottimista di una poesia fondata sulla dura terra della Sicilia come da questi versi in esergo a Radure     

“C’è in mezzo al bosco una radura inattesa; la può trovare solo chi si è perso”

Tomas Tranströmer

Sotirios Pastakas

Patrizia Sardisco

2 giugno 2021 by

LO SPETTRO DEL VISIBILE

di Patrizia Sardisco

edizioni Cofine – Roma

recensione di Luigi Paraboschi

Quando ci si accinge a trattare qualunque argomento usualmente si afferma che “bisogna pur trovare uno spunto per iniziare“ e io ho scelto i versi che seguono per trovare la chiave interpretativa che mi fosse utile.

“Ma dico/ quale lingua?/ Non ha una lingua /a strappo// la chiusa scatoletta/ rossa e polposa in succo/ ci vuole un apriscatole/ un affilato arnese/ di parole/ per arrivare al cuore//.

Ho riflettuto più volte su ogni verso di tutto questo lavoro e mi sono convinto che l’apriscatole del quale l’autrice avverte il bisogno sia la parola intesa nel  senso più ampio, quasi la stessa che San Giovanni apostolo pone all’inizio del suo Vangelo ove scrive “all’inizio fu il Verbo“.

Qui assistiamo veramente al trionfo dell’uso della parola;  pochi autori sono in grado di costringere il lettore come fa Sardisco a indugiare sul significato dei numerosi aggettivi, verbi e sostantivi raramente diffusi nel linguaggio usuale, al punto da farci tornare indietro nella lettura, ricercare ogni significato non chiaro e d’improvviso vedere aprirsi la luce sul senso pieno di quanto stiamo leggendo.

Il primo verbo che mi ha attratto è stato “campire“  perché inusuale in poesia e  lo si riscontra più frequente in pittura.

L’ho trovato nella prima poesia d’apertura ove si legge:

“dal sogno della voce migrarono/ particole di luce/ a campire la vacuità del bianco/ lo spazio fantasmatico/ di una impossibile nominazione“

Dice lo Zingarelli che con “campire” si intende:dipingere un quadro a fondo/ stendere il colore in maniera uniforme, e – pur conoscendo il significato di quel verbo – mi è parso si aprisse uno scorcio dentro i versi e ho pensato che se avessi fatto riferimento alla pittura forse avrei trovato qualche illuminazione che mi fornisse una interpretazione abbastanza vicina alle intenzioni della poetessa.

Ma a quale genere di pittura avrei potuto avvicinarmi trovandomi di fronte ad una raccolta di grande difficoltà di disvelamento come questa?

Non potevo leggerla utilizzando gli stessi schemi critici che avrei potuto usare di fronte a un testo poetico dell’800 letterario e neppure della prima metà del ‘900; dovevo per forza trovare quell’apriscatole di cui fa cenno l’autrice, e a quel punto mi è parso che se dovevo “campire“ la tela di Sardisco avrei dovuto usare un rimando pittorico ad una tecnica più moderna che mi aiutasse durante la lettura.

Ho pensato al pittore americano Jackson Pollock, che ha inventato la forma  più nuova del suo tempo, il “dripping“.

Partendo da una tela vergine, stesa sul pavimento, egli, utilizzando qualsiasi strumento – che solo rare volte era rappresentato dal tradizionale pennello, sostituito spesso con  lunghi e sottili pezzi di legno  o anche stendendo il colore sulla tela direttamente dal tubetto, oppure sgocciolando le tinte  dal barattolo,- stendeva sul lino bianco una rete sovrapposta di vari passaggi di tinte che alla fine forniscono all’osservatore un reticolato dentro il quale chi guarda riesce a sperimentare dentro di sé una emozione che gli permette di assimilare interiormente il quadro.

La tela di Sardisco è rappresentata dal semplice foglio bianco  dal quale essa parte per tentare una coraggiosa analisi interiore che la conduce all’interno di quell’ IO che nella letteratura moderna è partito da Joice con l’ Ulisse che ha sconvolto tutti i canoni narrativi e poetici del 900.

Con questa predisposizione all’analisi interiore, il visibile appare come qualcosa di interiorizzato in modo così profondo da essere chiamato “spettro“ (per definizione invisibile), che però la poesia tenta in molti modi di rendere “visibile“, perché, scrive l’autrice:

… l’uomo dentro il guinzaglio/ trova dentro un bisogno/ l’evasione“

e tale bisogno nasce da una forte necessità espressiva:

“… dove la sete occupa uno spazio/ proliferano i rami / per simmetria alla opposizioni radicali…/”

La sete come bisogno di conoscenza fa crescere i rami che dovrebbero dare slancio e aperture per bilanciare le opposizioni alle radici interiori, e in altra successiva leggiamo :

“nessuno scrive un rigo se ha altro da mangiare …“

Da queste poche parole stralciate da differenti poesie ci possiamo rendere  conto che il colore base, quello sul quale l’autrice costituisce la campitura è steso, e lo potremmo definire come la

 “necessità di esprimersi dovuta alla condizione umana di essere trattenuti da un guinzaglio che impedisce all’anima di alimentarsi“.

Questa prima stesura di  colore è fondamentale, è la base che sarà il fondo del quadro/poesia che si costruirà verso dopo verso, parola dopo parola attorno a quell’ IO accennato poc’anzi, un IO che: 

… si disponeva al centro dei corpuscoli/ mediava tra voce e sottrazioni/ sfibrato da un principio di realtà/ aveva scelto di non sporcare i panni/ per non doverli poi lavare //

E’ un ego  dibattuto, che vorrebbe gridare ma che è soffocato dalle paure di sporcare i panni e teme di doverli lavare, dato che non può farlo perché troppi sono i condizionamenti, è anche grande la sfiducia in se stessa:

”ogni denominazione dell’intorno/ è l’audacia/ di non gettare troppo in basso l’occhio“

Ci si rende conto durante la lettura che l’IO si dibatte  sommerso da una marea di pressioni esterne ad esso ed anche interiori, vorrebbe emergere ma non può farlo con libertà, e questa impotenza a essere compreso genera frustrazione nella poetessa, come scrive anche A.M. Curci nella sua prefazione “… ricorre il divario lacerante tra l’urlo di invocazione…  e l’impossibilità di emettere la voce “e prosegue più avanti sempre la Curci… ”sottrarre vigore alla barriera che rende l’urlo strozzato, sporgersi a invocare”  e crea una poesia che in certi punti assume il sembiante di esame scientifico e quindi  per nulla sentimentale, sul quale prevale spesso un angosciante domandarsi e dibattersi tra la volontà e il potere, come leggiamo:

”gli asindoti hanno un fascino inconcludente/ tensioni d’arco e fughe all’infinito/ da un desiderio amodale di tangenza/ gli orridi ci attraggono negli scoscendimenti della gola“

e aggiunge in un’altra

“ll residuo non cessa/ di emettere segnali// amputare la mano dopo il tiro/ continuare a saperne/la posizione di sensazioni tattili// del dolore sottratto/ resta la sottrazione, l’assenza di visione/ la bruciatura plastica sull’orlo/ l’urlo fantasma che sutura il foro//.

Si esce dalla lettura di questa raccolta con la stessa sensazione di stordimento che ci lascia la visione di un quadro astratto il cui significato completo ci sfugge per l’impossibilità di penetrare fino in fondo l’anima dell’autore.

A questo punto mi sembra possibile  inserire un altro accostamento pittorico che ci possa aiutare a comprendere meglio la poesia di Sardisco, e mi soffermo sul quadro famosissimo di Magritte dal titolo “cecì n’est pas une pipe”, titolo nel quale il pittore sembra aver compiuto un errore grammaticale dicendo “cecì“ al posto di “celle-ci“ al femminile, pensando alla pipa, ma la sua intenzione è quella di depistare l’osservatore obbligando a comprendere che quel “ceci“ è usato al maschile in quanto egli sta parlando del quadro e non della pipa.

E anche Sardisco scrive:

“… la mente è epifenomeno di luce/ in metamorfosi// eppure apprende presto a ruminare il buio/ nell’onda urente degli inchiostri/ inchiodata a se stessa ma chirale“

Ove “chirale” è da intendersi come qualcosa non sovrapponibile alla propria immagine speculare, compiendo in tal modo lo stesso percorso di Magritte.

Usualmente chi scrive parla anche involontariamente di sé e anche la nostra autrice lo fa con pudore e cela la sua incertezza/timore/paura  dietro il velo di parole acute e sapienti  che costituiscono la bellezza della sua scrittura.

Non si tratta di un lavoro di facile lettura, occorrono pazienza, attenzione e diversi passaggi tra i versi ma proprio per queste difficoltà che si incontrano ci si sente pieni di ammirazione per gli sforzi di chi ha fatto del suo meglio  per metterci sotto gli occhi tutta la sofferenza ed il conflitto del vivere mai completamente espressi  perché :

“…le grammatiche/ giocano entro limiti finiti/ segmentano lo spettro del visibile/ in unità di campo tendenzialmente rigide //

 

 

Luigi Paraboschi

3 maggio 2021

dalla sezione Lo spettro del visibile

*
fare della reticenza fiato
dell’astensione morso segno
usurare
la lingua torcerla al verso
darsi la direzione tra i picchi delle onde
decidere tagliare
la frequenza coattiva la catena
scantonare forse
forse cantare

dalla sezione Aprèslude
*
Chiedi a una rosa
se è colta pronunciata
o se è recisa.

*
Sia detto che la rosa
non sbavava
per travasarsi in rosso
in un decanter

rubra dentro al suo cono
emergente incidente
era e danzava iperurania e sparsa
chiusa ma in sé esclamata

né sbocci né sboccature
non traboccava
restava, non rosa
rosa.

Patrizia Sardisco è nata a Monreale dove tuttora vive. Laureata in Psicologia, specializzata in Didattica Speciale, lavora in un liceo di Palermo. Scrive in lingua italiana e in dialetto siciliano (parlata monrealese). Vincitrice e finalista in diversi concorsi a carattere nazionale, nel 2016 pubblica, per i tipi di Plumelia, la silloge in dialetto “Crivu”, vincitrice del Premio Internazionale Città di Marineo e menzionata al Premio Di Liegro di Roma. Nel 2018 si aggiudica il Premio Montano nella sezione “Una prosa breve”; con la silloge inedita in dialetto “ferri vruricati” guadagna il secondo posto del XV Premio Ischitella – Giannone e, nello stesso anno, per le Edizioni Cofine, dà alle stampe la sua prima pubblicazione in lingua italiana, “eu-nuca”, prefazione a cura di Anna Maria Curci, finalista al Premio Bologna in lettere 2019 e vincitrice della sezione opere edite del Premio Città di Chiaramonte Gulfi 2019. Ancora nel 2018, la raccolta “Autism Spectrum” vince la quarta edizione del Premio Arcipelago Itaca, indetto dalla Casa editrice omonima che, con postfazione a firma di Anna Maria Curci, ne cura la pubblicazione nell’aprile del 2019. Autism Spectrum è tra le Opere edite segnalate al Premio Bologna in lettere 2020. Del 2021 è la raccolta “Lo spettro del visibile”, Edizioni Cofine, prefazione di Anna Maria Curci.

Giorgio Casali

24 Maggio 2021 by

GIORGIO CASALI
Domestiche abitudini
Poesie 2004-2019

Il ponte è stabile
io tremolante
Giovanni Lindo Ferretti

L’ODORE DEI MORTI

Teneva la mano di un bambino
silenzioso e felice
Maurizio Cucchi

Che dica, l’Orfano, colui che arranca, la parola
estrema.
Roberto Carifi

Quando mio padre viveva in ospedale

Le sere di Coppa Campioni stavo seduto
col nonno in poltrona, le altre (le sere
normali) giù al sottopiano, la stanza-da-stiro,
su un disegno e l’altro chino del diario
mio bambino: soldati tedeschi e americani,
partigiani bianchi, carrarmati, calciatori
in undici probabili domenicali – io dentro le
canzoni, le radio della zona e nazionali. E
la notte sul letto-divano, nella stanza che
fu di mia madre: preghiere a memoria in
labbra bisbigliate con la testa nei romanzi
d’avventura: ma leggendo contavo le lettere
nelle parole (di quattro in quattro, di tre in
tre…), spezzavo le sillabe in monconi,
violavo le frasi dei racconti fino a più non
comprenderne il suono, il senso nelle gesta
dei pirati e dei ragazzi, orfani, su navi.

*

Trapianto: Resurrezione

Il morto uscì,
con i piedi e le mani avvolti in bende
Vangelo di Giovanni

Lazzaro non sapevo da dove tornasse
se ancora in quelle bende fosse lui,
nei passi piano fuori dalla tomba
in carne ed ossa ancora, se ancora
mio padre fosse mio padre
in carne ed ossa nuove.

*

È morto prima di morire,
guarito un giorno per andare
avanti a morire un altro giorno.
E lì, bambino, ho saputo
della fine, che cosa è terra
e cosa Cielo: muore, mio padre,
prima di morire.

*

LE STRADE

Le strade le stesse

Per fare domestiche le strade
ci vogliono stagioni, anni e anni
di riandare alla rotonda e non lamento
che l’angolo di sterzo sia sempre
lo stesso, uguale la profondità dei giorni
e quella degli istanti: il cammino
non riesce ad invecchiarmi
per il solo fatto di restarmi.

*

In questa notte di tornanti

Cosa manca in questa notte di tornanti
a sinistra, giù, dopo il cimitero,
a sinistra imboccando in discesa la collina
e pensando a tutto registrare
per fare di luci colonne sonore
alla pelle tua bianca che mi uccide,
alla notte, armistizio preferito.

*

Monte Evangelo

e ripensa alla voglia di un altro groviglio.
Cesare Pavese

Cercavamo un posto per mangiare
e un buco, certo, dove tra odori ventosi
e collinari accoppiarci, far la sera.
Più volte rivedo le ore scappate
là dietro un tornante, aldilà del versante:
è se torno sui miei passi di salite,
pomeriggi nel ritorno di passati
che raggiungo appena dopo le tre croci
quando gli attimi rallentano, quando
inchiodano al tramonto.

*

DOMESTICHE

per il diverso senso del tempo di quando si ama
il prima era anche un dopo
e il dopo anche un prima.
Peter Handke (trad. Hans Kitzmüller)

in questo nostro cadere senza fine
io sento sempre che vorrei raggiungerti
Massimo Morasso

I.
PRELIMINARI

Vengo a prenderti stasera

Questa notte alle tre finito il turno sarai
bella, truccata alla buona allo specchio del
bagno del posto in cui lavori. Sarò fuori ad
aspettare ma tu tarda, tarda pure, anch’io mi
starò riaggiustando, tirerò la maglietta per
farla oltremodo scollare, come va oggi. Sarò
fuori e qualche vizio accumulato nell’estate.
Uscirai dal portone, lo lascerai senza sbattere
alle spalle: calma, calma, neanche tu hai fretta.
Tutto sarà nuovo, tutto nuovo, davanti
una pianura sterminata di promesse.

*

In un parco che nessuno conosce

Come due tuttora sconosciuti
ci prendiamo le misure, le aperture
alari delle gambe; certo
è difficile naturalizzare un abbraccio,
starci dentro e vedere che succede,
se qualcosa domesticamente
conviene.

II.
DOMESTICHE

Versi a Claudia

Sei già nel tuo nome zoppicante,
quasi nuvola in inglese –
è come se vestissi un lutto antico
che tieni nella festa e ti trattiene.
Hai la luce che vorrebbe ma rintana,
la luce che riprego sotto cielo.
E veronica risbuchi, primavera,
miracolo di prato che fora la terra,
l’inverno interminato.

Il tuo non esserci è già caldo di te

Se la luce su cui posso contare
è il fatuo delle lucciole stasera
e sento nella casa addizioni di silenzi,
della tua assenza (non ascoltarti
rovistare negli armadi, ordinare
dove serve la cucina…)
mi prende un dolore di mancanza,
mi sembra un’abitudine
star solo.

IL GIARDINO

Io ho piantato, Apollo ha irrigato,
ma era Dio che faceva crescere
San Paolo, 1Cor 3,6

la superficie
riprende a germogliare, a effondere
lo straripante rigoglio vegetale
Cesare Viviani

Pettirosso

con Viterbo Malaguti (1924-2015)

Guardavo le mattine dalla grata il giardino
dei nonni. E sempre un pettirosso saltava di
sotto dal pino argentato, si fermava e
sembrava guardarmi, ne sono sicuro, poi se
ne andava su un ramo, da un ramo all’altro
del pino tra me e la siepe, dalla siepe poi alla
strada alle scuole alla piazza e tornava,
rifaceva il suo giro. Io stavo fermo a guardarlo
guardando il suo petto colorato, e già
sapevo che tra poco sarebbe scappato,
volato via. Lo cercavo ogni mattino, ogni
mattino poi lo ritrovavo e non so dire se
fossero mesi o forse pochi giorni, settimane.
Ancora mi segue il pettirosso, sarà il
figlio del figlio del figlio, oppure il segno di
quand’ero bambino, mio nonno, il suo
giardino. Lui torna, mi guarda, e vola via.

DAI MORTI

Dio fa perdere tutto ciò che è
dell’uomo e che il purgatorio purifica
Santa Caterina da Genova

La casa visitata dalla mia fresca morte

Sono fermo, immobile
come immobili sono stati i miei nonni,
ne ricordo distinto il sorriso. Si dice
che si possa così partire, con un sorriso,
ma stasera soltanto mi vedo inanimato,
il mio uomo inerte. Non ho piaga né sorriso,
solo un mucchio di vuoti lasciati,
amori a meno di metà e un muro
di cose accumulate con adesso
chissà quale nuovo padrone.

STANZE PER IL FIGLIO

Come la santità, la felicità viene a dispetto di noi
Charles Wright

I.

Tua madre per portarti da mangiare
ha cambiato i sapori della bocca
e gli odori del naso, piange per un niente
ed è stanca per meno, a volte
non mi sente, anche a letto
non mi guarda nemmeno.

ALLA LUCE

La foto la scatto appena prima
dell’attimo preciso della posa,
sei già quasi in obiettivo –
un istante e stai quasi per guardarmi –
la coda non ancora riadagiata
libra leggera in lenta torsione
per luce d’angeli,
sei come un’alba.
Guardi me o già il bimbo nel pancione
dentro al buio della tua luce?
Così come te, nello scatto
è l’amore: un quasi non essere
più noi.


Giorgio Casali è nato nel 1986 e vive in provincia di Modena. Laureato in Storia all’Università di Bologna, ha pubblicato i libri di poesia Attaccamenti (Albatros, 2010), Notte provincia (Edizioni clandestine, 2011), Poesie (edizione privata, 2012), Sotto fasi lunari (Incontri editrice, 2013), Diarietto cattolico (Giuliano Ladolfi editore, 2016), Domestiche abitudini (Edizioni Contatti, 2020) e Altre poesie (Convivio editore, finalista al Premio Carrera 2020).
Con il pittore Andrea Chiesi ha dato alla luce il catalogo d’arte 19 paintings 19 poems (Italian Cultural Institute of New York, 2014), dal quale è stato estratto uno spettacolo con la musica dei Divisione Sehnsucht. È uno dei centoquattro poeti dell’antologia Come sei bella (Compagnia Editoriale Aliberti, 2017) curata da Camillo Langone e dedicata all’Italia.

Gianni Ruscio

15 Maggio 2021 by

 

 

dalla prefazione di Sonia Caporossi

Questo libro parla di un progressivo recupero del senso delle cose di fronte all’ammanco abominevole del significato che emerge dalla superficie scabrosa dell’interiorità. Questo libro volge la propria indagine in direzione del fondale silenzioso e atarassico della natura dell’essere umano quando è posta in dubbio e messa alla prova dal male, dalla malattia mentale e dalla perdita di ragione. Si tratta di un testo elaborato come un poemetto a interruzione continua/alternata, in cui il vuoto si affaccia continuamente al solo fine di essere riempito dell’essenza stessa del vivere, giacché è rivissuto in una presa di distanza, in un passato trascorrente e attualizzato. Il vuoto è la dimensione che permette all’io poetante di darsi in pasto alla comprensione del lettore, come esserci che deve essere riempito di senso. In questo nuovo libro di Gianni Ruscio, in parte autobiografico com’è ormai abitudine dell’autore, l’io si offre nel gioco indefinito del linguaggio perpetuamente individuato sul bilico dell’a-sensatezza che recupera un filo logico nel riconoscimento dell’altro, “nel vuoto, quel vuoto tutto senso, / quel senso tutto racchiuso nella pienezza /del tuo volto, sfuggente ed arreso.

 

Lo spazio tra me
e l’altro. Lo spazio
vuoto, il vuoto centrale
e ricolmo di nulla
tra l’altro e me stesso.
Da quella fessura passa
ci attraversa, come corrente
come vento, il linguaggio.
Strutturati e dilaniati
dal discorso che ci ingloba
e ci tempesta, siamo
un’assenza, un mancato,
un sintomo velato, uno stare
senza risveglio, una rivelazione
inerme,
uno svelamento incompiuto,
pezzi, stralci, segmenti
rimescolati e impastati
con la luce nera dell’anima nostra.

 

Dalle vene alle scale si è seccato
il tuo esperimento
come le casse di un’impresa.
C’è ressa agli sportelli dei bancomat.
Noi siamo rimasti addosso
al muro delle poste di Viale Pantelleria,
per osservare
le sassate nella notte, le file di persone
spaccate, affrante, confuse dal Covid.
13Rigurgitano ancora sangue
le valigie di casa. Esce e non senti
che da queste vene innevate
non possono ancora, le labbra,
scandire il tuo nome.

 

Immediato, improvviso
un’eco diretta, un ecco secco,
un adesso.
Un rimosso, dal letto alla finestra
senza nessun detto
rimuginando qualche scarto,
si arrampica e si sventola
come salma sotto mare
a ridosso di una spiaggia

 

Da sempre, perso, il fiato,
che immerse la tua luce
nel vuoto, quel vuoto tutto senso,
quel senso tutto racchiuso nella pienezza
del tuo volto, sfuggente ed arreso. Ridi
fai pure
vai, ridi e scappa, tocca, lecca
separa, batti, rinuncia, stacca
la lingua dallo specchio,
e solca il diaframma. Gettati
a petali
sotto il faro Tiberino:
resta inerme;
io te ne prego, non andare alle sirene.
Disarmati. Disarmati.
Prova. Non farti ormeggiare
dai farmaci…

 

Dalla tua mano si discioglie
lo stomaco, nella bocca.
Appari nauseato dal bacio dell’aria
sul tuo crollo.
Sei penetrato nell’universo parallelo
da cui un altro ti abita.
Vuole riportarti al di qua
o tenerti di là, mozzato. C’è qualcosa di spietato
o di disumanamente compassionevole, castrato.
Salti in aria, poco prima di romperti.
Ora vorrei solo pacificare il respiro,
il tuo respiro.
Diventare complice di un sussurro
indistruttibile e amico.
Ma non sempre funziona.
Un sussurro

 

Porti le tue scintille verso il campo di calcio
per farne la conta e giocarci a nascondino.
Sei tra i tuoi numeri e quelli dello spazio.
Scindi la cenere che cade dai tuoi occhi
e resti a guardare il miracolo compiuto
del tramonto. Fissato e labile.
Spargi così il tuo corpo calpestato
dalle nuvole in rovina
fino all’alba – disconnessa.
Ti raggomitoli sul tuo fianco
mentre parli di cose
che tu solo senti in cielo e in terra,
nel tuo letto disgraziato.

 

Vieni con me, sotto le impalcature di queste finestre
dei primi del novecento. Qui le suore
si slacciavano di nascosto le vesti
verso un commosso rantolo di preghiera:
Ave Maria, gratia plena –
in un rosario madreperlaceo.

 

Gianni Ruscio è nato a Roma nel 1984. È musicoterapista all’Antennina 00100, comunità diurna e residenziale per adulti e minori autistici con disagio psicosociale. Ha pubblicato le raccolte di poesie Amore è l’errore (2008), Nostra Opera è mescolare intimità (Tempo al Libro 2011), Hai bussato? (Aler Ego 2015), Respira (Ensemble 2016), Interioranna (Algra 2017), Proliferazioni (Eretica 2017). Attualmente è redattore della rivista Inverso – giornale di poesia.

 

 

 

Vittorino Curci

26 aprile 2021 by

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Vittorino Curci è una delle voci più interessanti e consolidate della poesia italiana contemporanea. Non solo poeta, ma anche raffinato musicista, artista eclettico capace con geniale versatilità di esplorare la conoscenza con una ricerca sempre personale e riconoscibile.

Nel 1999 ha vinto il premio Montale per la sezione inediti. Scrive poesie da più di vent’anni, oggi cura per La Repubblica edizione di Bari  la Bottega della poesia.

                           

                      

                          

DALLA PREFAZIONE DI MILO DE ANGELIS

L’infanzia percorre tutte queste pagine, con le sue scene antiche e il suo eterno «primo ottobre nel cortile della scuola», il suo giocare «a morra con le ore della notte». Ma non è l’infanzia crepuscolare del rimpianto. È una stagione vivissima che non possiamo situare nel passato, che ci raggiunge e ci supera, a volte ci aspetta. È un inizio incessante in cui siamo immersi, quello che ha ispirato un momento esemplare di quest’opera («Se penso al mattino del creato/ quando le cose furono toccate da uno sguardo per la prima volta/ io sono contento di tornare sui miei/ passi…») e sollecita nel profondo la sua ispirazione, ponendosi come continuo esordio o come rinascita dopo la caduta e accendendo una corrente impetuosa che scorre tra le righe nei momenti dello sconforto, della sconfitta, dell’essere vulnerabili alle potenze del cosmo: quando «il tuo mandala sarà disfatto/ al primo sogno di vento», ecco che un altro vento misterioso scuote il disfacimento e lo consegna alla metamorfosi. Così il fascino di questa poesia è un soffio polifonico che raccoglie in sé diverse tonalità – dall’elegia alla riflessione sapiente, dall’invettiva alla supplica – per ricrearsi continuamente dalle sue ceneri, che sono le ceneri personali ma anche quelle della Storia: è una prospettiva vasta e generale, un’inquadratura in campo lungo, uno sguardo nitido e insieme visionario.

                          

   

                 

viaggio nel mezzogiorno

sono reperti del futuro – spugne e cavi d’acciaio
piante infestanti in decomposizione, marmi
policromi, scampoli di pelle conciata.
sono, per certi versi, pensieri sbriciolati
dopo quattro inverni passati al buio – aria
che qualcuno potrà respirare
giungendo qui da lontano.
la scatola di vetro è un display di materiali poveri
e merci di valore
al primo sparo gli uccelli scappano dal cielo
il loro sbattere di ali è così umano, così vero

l’anno è il millenovecentocinquanta
il presidente de gasperi è in visita a matera.
in una trance che dura mesi, come se il verbo
scrollare sanguinasse fino all’alba, sorvoli
la tua prigione cavalcando una corda
di tramontana.
«io non so cosa accadde prima»

sei all’ultima stesura. solo negli oggetti hai fede.
nelle scarpe spalmate di grasso.
nella luce dei neon sotto il ponte.
nella kodak a soffietto di tuo padre.
per non morire come un lombrico,
da un grumo di sillabe, da un parcheggio interrato
gattoni fino a casa

quando esce da una di quelle abitazioni malsane
il presidente è sul punto di svenire.
il verdetto, quindi, collide con la falsa riga
con le stimmate di chi soffre in silenzio
con gli affanni di una vita.
nella cripta dei tuoi segreti
chi legge dal futuro ha la sua porzione di luce


salvatore sciarrino: “canzona di ringraziamento” per flauto (1985)

potremmo tracciare le linee del collo
e sarebbe lo stesso imbarazzo che provo
con chi altro da me si aspetta.
nella traversata la barba e i capelli
crescono due centimetri al giorno.
gli oggetti fuori posto e la cascaggine
mi impediscono il ritorno.
pure questa luce caravaggesca…

non riconosco i luoghi, è tutto così diverso.
guardate l’aratura irregolare dei fogli
le stazioni e i fiori di gelsomino
che collidono col mondo.
non vince mai nessuno, e sei costretto
a ricominciare daccapo guardando, come
sempre hai fatto, a chi non ha nient’altro
che il suo respiro

ma rovesciamo il ragionamento
e dotiamoci di coraggio.
la realtà non corrisponde a niente

***

brancola ogni forma di obbedienza
in questa sera bituminosa di febbraio.
tutto sarà fatto con calma,
dalla veglia in poi, dalle istruzioni
al ventottesimo giorno.
il nostro sabotaggio del reale
procede senza intralci.
abbiamo lune tatuate sul petto
e la capacità di intuire
il significato di parole sconosciute.
stiamo facendo il possibile
per adattarci ma non è facile.
ieri, domenica, mentre
traslocavamo per la terza volta,
abbiamo ricostruito a memoria
la nostra casa

***

albe mute ci mangiano
i sogni che facciamo.
la parola cade sul foglio
per scaricare il peso di mille storie

sembra una preghiera stare qui.
le labbra cercano in silenzio
la strada del ritorno

la notte resta impigliata nei vestiti.
fuori, non ci siamo che noi
sotto mentite spoglie

***

sorvolava secoli e continenti, oscurità e luce ‒ il lungo viaggio della parola era cominciato ‒ l’antologia chiedeva un’altra vita.
era luglio, una domenica di luglio, quando me ne andai. la solitudine aveva un senso per me, toglieva peso al mondo.
la sera, in televisione, c’era il commissario maigret

***

un bambino dietro una porta a vetri
guarda la strada coperta di neve.
lì dove torniamo
il senso raggruma nel bianco

volevamo che fosse così
il mondo, un luogo immaginato e vivo
come l’arte che pulsava alle tempie.
ma a furia di togliere ci è rimasta
la fortuna… e promesse come brividi…
scene mute che ci consumano…
cani che abbaiano in lontananza
arruolati nel sogno

***

prossimità del bene

ciò che si presta alla discussione è niente
i morti sono stati dimenticati
e i vivi si accontentano di essere vivi.
oh quanto questo oscuro brusio
intorno a noi che fummo
ci restituisce il bene
di chi credette in noi, le donne e gli uomini
che ci tenevano in braccio
sul treno in corsa dell’avvenire

c’è, ci deve essere, un modo per piangere
e non lasciarsi andare alle cose
inventate, qui dove non c’è anima viva

***

alterazione n. 1

mense e dormitori pubblici. utopie
della lingua. i cani scalpitanti fanno
un giro del palazzo. i veli verticali
e le ombre si staccano
dai volti e i nomi saranno dimenticati

metamorfosi ipnotiche. piccole fughe
nell’alfabeto dei sensi.
alle stazioni non c’è più nessuno

***

esami di riparazione

a fine estate l’inciso delle finte cavie
sfrondava il giudizio implacabile
dei professori. la discendenza era
atterrita e il bambino vecchieggiava
con i compagni in un semicerchio
di pazienze sonnolente. tuttavia, l’opera
dei suoi fratelli maggiori
gli sfuggiva di mano e le lettere
svanite dalle insegne chiedevano
un prestito di allegria. la sensazione era
che lui soltanto non capiva

***

una poltiglia di note

ho messo il vestito nuovo
per sentirmi altrove come uno
che viene fuori dal niente e prega
in una lingua sconosciuta.
quello che ci insegna la voce
è un piccolo passo immeritato.
ne sanno qualcosa i morti.
i vivi si accontentano di essere
ancora vivi

Poeta, musicista e artista visivo, Vittorino Curci vive a Noci dove è nato nel 1952.
Ha pubblicato numerosi libri di poesia, due dei quali nella ex Jugoslavia in traduzione serbo-croata. E’ presente in varie antologie di poesia contemporanea. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, francese, tedesco, spagnolo, greco, rumeno e arabo.
Nel 1999 ha vinto il Premio Montale per la sezione “Inediti”. Sue poesie sono apparse su Nuovi Argomenti.
Cura la Bottega della poesia per Repubblica-Bari
In campo musicale ha collaborato con numerosi musicisti italiani e stranieri, è presente in circa 60 album e ha diretto l’Europa Jazz Festival di Noci (1989-2000).
Tra i suoi libri più recenti:
Il frutteto – LietoColle, Faloppio (CO), 2009;
Il pane degli addii – La Vita Felice, Milano 2012;
Verso i sette anni anch’io volevo un cane – La Vita Felice, Milano 2015;
Liturgie del silenzio – La Vita Felice, Milano 2017;
La ferita e l’obbedienza (nuova edizione ampliata) – Spagine, Lecce, 2017;
Note sull’arte poetica – Primo Quaderno, Spagine, Lecce, 2018;
La lezione di Hemingway e altri scritti di letteratura, Macabor, Francavilla Marittima (CS);
Note sull’arte poetica – Secondo Quaderno, Spagine, Lecce, 2020.

Alessandro Moscè

15 aprile 2021 by

COME RIANIMARE UN PADRE

Qual è l’elemento conduttore che fa dire a Roberto Cotroneo, nella prefazione alla raccolta poetica di Alessandro Moscè, nativo di Ancona (la patria del dialettale Franco Scataglini, che costruì una vera e propria residenza poetica nella sua città) che questi versi sono consolatori? Muore un padre, e non è sostituibile da un’altra persona. La vita scorre e gli imprevisti sono inevitabili, come la morte appunto, fatto cruciale e drammatico per chiunque la subisce indirettamente. L’ospedale e il ritorno a casa sono episodi struggenti, nella figura della moglie e madre che si chiude in un silenzio di preghiera, di raccoglimento. La vestaglia del padre (Aragno 2019) è un bel racconto poematico in cui si riscontrano più volte le stesse parole di Giuseppe Ungaretti, che nel conforto e nel sollievo della poesia sentiva la pace interiore: quel “grido unanime” e represso dei momenti difficili, in un’individualità tanto anonima quanto universale. Moscè, nelle sue interviste, ha spesso detto che i morti continuano a vivere come avessero a disposizione un amplificatore, un mezzo sofisticato per farsi sentire. Il padre geometra che lavorava a Roma in un centro di studi e controlli, offre al bambino il ricordo della grande città, del maestoso catino dello Stadio Olimpico dove gioca Giorgio Chinaglia, che segue spesso Alessandro Moscè, il quale se ne è servito anche nei romanzi innalzandolo a vero e proprio mito. Alla solitudine si avvicina il ricordo: disinvolto, limpido, catartico, degli anni Settanta. “Una volta, una volta sola / dovrebbe aprirsi l’accesso di una cantina sotto le scale / in quel passaggio che assomiglia alle uscite di sicurezza / dove darsi la mano, guardarsi tre, quattro secondi / e salutarsi con gli occhi arrossati. / Oppure comporre un numero telefonico, / sentire un fruscio di correnti, un buongiorno / e nient’altro”. Lo smarrimento e un filamento resistente, che non si spezza, mitigano la perdita che si colma nei luoghi marchigiani e romani, tra cui il Colle Guasco di Ancona, la spiaggia di Porto Recanati, il Palatino e Vigna Clara. Tutto come fosse accaduto ieri o la settimana scorsa. La peculiarità di Moscè, in questa come in altre prove, è nell’unità della famiglia patriarcale, nella suggestione della tavola natalizia, negli interminabili pranzi, nel gioco scherzoso delle carte. Le abitazioni addobbate ricorrono spesso al pari dei cieli, dei luoghi marini e collinari (penso a Stanze all’aperto edito da Moretti&Vitali nel 2008), in quei “monti pallidi” che sono guardati con tenerezza, come faceva Alfonso Gatto. O, sporgendosi da una finestra, focalizzare “la festa verso l’imbrunire” che introiettava Sandro Penna, quando tutto sembra finire per sempre. Eppure in Alessandro Moscè c’è un costante riprendere quota, un ritorno ostinato, quasi fosse ingiusto morire e dunque necessario riesumare il defunto, rianimarlo. I vivi e i morti si incontrano nella sala della casa paterna, nei divani, davanti al televisore, nel giardino pubblico di Fabriano, in un vicolo o in un albergo. A tal proposto, sempre Aragno, nel 2013, pubblicò Hotel della notte, in cui Moscè dava appuntamento a tutti i suoi cari per un cenacolo all’ombra di luci soffuse tra suoni indistinti, provenienti da un indecifrabile mondo unito da telegrafi senza fili. La stessa cosa succede con il padre scomparso, raggiunto tra la terra e il mare, sotto le nuvole di Piazza Navona con la camicia arrotolata sopra i polsi. Si vive e si muore, eppure “l’eterna notte da dormire”, diceva Catullo, recupera e rimette in moto l’individuo visionario nello sguardo che “vede dove non si vede”.

Andrea Liverani

Padre e figlio, la domenica

Papà, quel passo oltre la soglia del reparto
strappato al tuo respiro, l’ultimo, il più lungo
per una vigilanza tra noi
che non ci guardiamo più
nello spazio sciolto
di occhi alla finestra rigata,
di pigiami ora ripiegati nei cassetti
e di ciabatte custodite nella scatola.

Le tue mani magre e unite
mi indicano un segno invisibile,
la tua bocca un muto linguaggio
per noi che ci siamo stretti il petto solo dentro gli ospedali,
io da piccolo, tu da anziano,
amati davanti ad un televisore
nel prato verde di palloni spioventi
e di ingressi bianco-celesti in area di rigore,
di padre in figlio, domenica dopo domenica.

I cuori non inceneriscono
come le ossa dei defunti,
rimangono nei sorrisi apparecchiati
prima della colazione e dopo pranzo, sui divani,
sulle molliche dei biscotti posate in ordine sparso
da sabato scorso, nel taglio tra la luce e l’ombra,
nella fiamma del ricordo in un punto cieco


Non so dove sei o finirai,

in quale ruota del tempo invisibile

cammini con la giacca slacciata

come a trent’anni sul porticciolo.

Difficile credersi immortali in una fotografia

che tanti occhi hanno guardato

nei baffi scuri dietro al bicchiere d’acqua.

Un cristallo e un’ombra svaniti,

un dettaglio per gli occhiali,

nelle parole soffiate a febbraio

mentre la televisione mi fa compagnia

nel canale riservato al tennis,

il tuo preferito, papà,

per quelle volées incrociate de revers,

frammenti che accendono le lampadine della sala


Il tempo ti ha rapito

Benedetto tempo slavato di febbraio,

privato delle lancette, riaffiorato nel salto dei delfini

o nei drappi delle nuvole, nei bacini dei fiumi,

nei cellulari spenti, nelle case popolari.

Ci ha riservato le cose peggiori,

non ha mai avuto fantasia, né alcuna clemenza

battendo nei quadranti impolverati degli ospedali

trattenendo ogni pratica umana.

In un lampo mattiniero, papà,

l’orario ti ha sottratto l’ossigeno e l’aorta ha ceduto,

inflessibile cronometro che girava a vuoto.

Il tempo ti ha rapito arrivando dalla storia, da ogni storia…

Evangelico, il parente del quartiere Vallemiano di Ancona,

il primo che ti vide sul binario di Porto Recanati

e l’ultimo che ti ha salutato a Fabriano,

Enrico, che eri andato a prendere alla stazione

e che ti ha riaccompagnato

in una coincidenza di treni locali

per l’aldilà che precede l’ora di pranzo.

Ora siamo qui a scavare episodi su episodi

con i nostri sorrisi interiori

di stagioni lontane sul ciglio dell’estate del 1976,

con sempre meno zii e più fotografie nei portafogli

“Arrivederci Roma” canterai,

sulle note di Renato Rascel in un varietà televisivo

prima di abbracciare nonno Alvaro con la giacca gualcita,

nonna Irma elegantissima con la camicia di pizzo delle nobildonne,

in piedi con il vassoio per un brindisi serale.

Ingoierete la luce del bene, la lunga memoria

cucita nella stoffa dei pantaloni a gamba larga,

nella pelle rimarginata lungo le vene incrociate del braccio.

Tesserete una trama con l’universo, vi riconoscerete

battendo nuove strade nel passeggio dei fondisti


Lo sanno

La polvere nascosta nella camera da letto,

gli interstizi delle mattonelle nel pavimento nell’atrio

e gli armadi a muro lo sanno

che non ci sei più.

Lo sa la borsa dell’acqua calda

sotto la vestaglia che indossa qualcun altro

che dalla cucina maschera un sospiro infaticabile

non credendo che il nulla sia nulla,

in un marzo discreto di mezzo sole

che arriverà nei glicini rampicanti e nel bianco sfumato delle azalee.

Lo sa la signora garbata del piano di sopra che non parla

e lo sanno le cravatte annodate sulle grucce,

chiuse al buio che non vediamo

Ho preso in mano il tuo cuscino dove un capello curvo

ha l’impronta del viaggio serafico

dove custodisci la giovinezza di Ancona e di Roma,

uno specchio in stile francese antico

per la barba con la schiuma al mentolo,

scorgendo un profilo da attore prima di infilare i guanti di pelle

come sul porto di Ancona, a San Ciriaco nel 1957,

nell’orizzonte della nebbia sfidata dal faro

e dal suono dei traghetti che gettavano gli ormeggi.

Sul Colle Guasco tenevi per mano un’intera vita,

il tuo passo sicuro tra i segnali marittimi

della navigazione costiera,

traccia dei tuoi imbarchi d’amore


Ad ogni ora

Una volta, una volta sola

dovrebbe aprirsi l’accesso di una cantina sotto le scale

in quel passaggio che assomiglia alle uscite di sicurezza

dove darsi la mano, guardarsi tre, quattro secondi

e salutarsi con gli occhi arrossati.

Oppure comporre un numero telefonico,

sentire un fruscio di correnti, un buongiorno

e nient’altro.

Sono sogni che ci farebbero trovare pronti

ad ogni ora, specie di notte,

con il batticuore sotto il pigiama

e una pila in mano,

tu con la vestaglia regale del padre

Dimmelo che una preghiera vale una visita,

un pensiero è un’immaginetta,

un ricordo una composizione di fiori,

una poesia, un brano, un portachiavi.

Siamo irraggiungibili come i ladri già scappati,

ma nessuno sa che l’amore

contiene lo stupore della gravità

che riporta ancora qui

l’asola degli occhi, le gambe frenetiche

in qualunque punto della casa,

i giorni estivi al mare, gli scogli agostani,

i natali con lo stoccafisso sul piatto e l’olio di frantoio.

A carnevale, papà, eri al centro della tavola

con i baffi più scuri

sotto i quali soffiavi le stelle filanti di carta

e ballavi con la mia suora delle elementari


Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2005), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008), Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino), la plaquette in e-book Finché l’alba non rischiara le ringhiere (Laboratori Poesia 2017) e La vestaglia del padre (Aragno 2019). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012), L’età bianca (Avagliano 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018, finalista al Premio Flaiano). Si occupa di critica letteraria su vari giornali, tra cui il quotidiano “Il Foglio”. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è http://www.alessandromosce.com.

Roberto Concu

7 aprile 2021 by

 

 

  

“Fedeltà del gelso” di Roberto Concu (AnimaMundi Edizioni, 2020) è una raccolta poetica gentile, una risposta saggia alla vita, nella costante corrispondenza alla fiducia e all’origine delle parole, il bagaglio sentimentale trasportato dalle stagioni e da ogni benevola esperienza. I versi ricompongono nello spazio metafisico i richiami profondi ed istintivi della terra, nella fantastica distrazione che è l’eredità di un incanto e il premuroso legame con la realtà, l’eterna sospensione che dilata la nobile consistenza del tempo ed occupa l’educata e naturale familiarità ai luoghi e alle persone, con l’immediatezza dei sentimenti e la spontanea armonia con la natura. Il poeta intrattiene miracolose sensazioni, assolute ed improvvise circostanze poetiche che ispirano la trasposizione simbolica del gelso, osservato in tutti i suoi mutamenti e trasferisce le similitudini originarie arricchendo significati alla vita. Roberto Concu si descrive fedelmente nell’accoglienza riservata ai suoi versi, teneri, candidi e immaginifici, dove gli accadimenti umani si identificano con la sorprendente e determinante urgenza della vita, nell’impeto entusiastico di creare un componimento poetico dell’anima che trae la sua forza dalle suggestioni dei pensieri e delle immagini. Il libro intreccia l’autentica manifestazione della verità poetica, il sentimento delle cose, il senso di stupore e meraviglia nei toni semplici e rapidi dello spirito libero, un intimismo espressivo e crepuscolare, l’attimo presente oltre le stagioni che aprono l’anno naturale, i luoghi del cuore esposti allo scorrere inesorabile del tempo, in una cortina di ombre e luce, di gioia e di tristezza. Una letteraria e nostalgica bellezza degli spazi, il compimento di un’alleanza emotiva, il valore estetico dell’illuminazione che non consuma e non inganna la memoria di ogni vissuto. L’autore assapora la grazia degli incantesimi e la naturale abitudine della realtà quotidiana,  rifugiandosi negli interni del silenzio, ritrovando la confidenza diffusa delle atmosfere e dedicando il tempo ai sogni, proteggendoli e coltivandoli al di là dell’indifferenza dei tempi. Spirito romantico, nel caldo e ammantato colore della speranza, lo spirito poetico giunge ad una meta riservata, privata, lontana dai clamori del mondo, adagiando l’atemporaneità dei valori affettivi, proiettando nel cuore di un destino che pulsa e batte gli attimi della vita, scandita dal torpore e dalla compiacente indolenza assopita di chi sa vivere altrove, altre vie, altri destini. L’energia espressiva ed ospitale delle parole accompagna la delicatezza dell’appartenenza, con la generosità della contemplazione per i frutti che la poesia dona, cinge il legame con l’evocazione dei sentimenti, stringendo l’alleanza con la bellezza di ogni destinazione umana.

Rita Bompadre

Mattino.

Nella sacralità del silenzio

odo il canto

della figlia del giardiniere

un’onda di mistero

mi commuove.

O dolce, ridente Saffo

———————————-

Nuovo gennaio.

Spoglio il gelso –

monaco fedele al voto –

la verità oltre la parola

esige il medesimo linguaggio

spoglio

Foglie parole

ammucchiate

agli angoli del cortile

Come transita in fretta

la luce nell’ombra

———————————

Parola è il volto

presenza che si auto-nega

sino a non mostrarsi più

e spingerci

laddove il dolore

è conoscenza

la voce un passo

tra possibile e impossibile

Mostrare il volto

le cose

il loro –

osceno

—————————

L’inizio della pioggia

accorda il giorno

con la pelle tesa delle foglie

Rifuggono i merli e i

passeri venuti a beccare

le briciole sul balcone

Matura la luce

allo stesso ritmo secolare

della pioggia

tutto è pace e desiderio

prima che il mondo si risvegli

————————————

Un nuovo alfabeto

oltre l’egoismo

l’oscuramento

la corruzione –

Aleph e Ghimel –

fedeltà e primavera

una nuova voce

con cui

manomettere

il nome d’ogni cosa

riconoscere

la sacralità del silenzio

davanti al muro del Mistero

Claudio Pagelli

20 marzo 2021 by

 

 

 

 

 

La poesia è un nodo d’aria. Un canzoniere memorabile,
ovvero, lo Spoon River milanese di Claudio
Pagelli

Si chiama Campo 87 l’area del Cimitero Maggiore di Milano che la giunta meneghina ha dedicato alle 128 vittime per Covid 19.
È il luogo in cui vengono ordinatamente accolte le salme non reclamate da alcun parente.
Si tratta di persone anziane, migranti o comunque sia, di persone senza famiglia, o i cui familiari sono stati, a loro volta, colpiti dalla pandemia. A questo luogo elettivo è dedicato, partendo dalla stringente attualità e approdando ad uno stadio di eccellenza d’arte, di letteratura e di Ethos, il nuovo libro di poesia di Claudio Pagelli, mirabilmente e, viene da dire, senza riserve, sapientemente tradotto in milanese dall’autrice dialettale Giovanna Sommariva. Si tratta di un libro che tocca le corde di chi legge, che impone una riflessione, personale e sociale, sui destini dei singoli, sul destino stesso della poesia, così intimamente e irredimibilmente legato alle sorti umane, di quella condizione contemporanea che il grande Mario Luzi ebbe a indicare come
“sopravvivente umanità dell’uomo”.

dalla prefazione di Manuel Cohen

 

CAMPO 87

It is all forgotten, save by us, the memories, who are forgotten by the world.

Edgar Lee Master

                      

*
Tutto si prende questo grande silenzio la rosa
di luce, la sera d’assenzio…

*
Tuscòss el se ciappa sto grand silenzi la roeusa
de lus, la sira d’absenzi…

                    

                        

*
Solo qualche sconosciuto
che mi butta terra in faccia,
l’ultima carezza del mondo
che si sfalda sul mio corpo…

*
Domà on quei cognussuu de nissun
ch’el me trà terra sora la faccia,
l’ultima carezza del mond
che la se sfreguja in sul mè còrp…

                   

                 

*
Nemmeno una fotografia
nemmeno una, dico io, in bianco e nero
soltanto il bianco della croce
che incendia gli occhi nel sole…

*
Nanca ona fotografia
nanca vuna, disi mì, in bianch e negher
domà el bianch de la cros
che la da foeugh ai oeucc in del sô…

                   

                          

*
Neppure il gatto
rispetta il lutto
se ne frega, l’ingrato
già strofina il pelo, lo sento,
fra le gambe di un altro…

*
Gnanca el gatt
el rispetta la condizion
se ne impipa, l’ingrat
giamò frega el pel, el senti,
fra i gamb de on alter…

             

                   

*
Credevo fosse solo tosse
l’inverno, il male di stagione.
Ho spento tutto, anche la televisione
e ora eccomi, al camposanto,
in un guscio di larice, come un coglione…

*
Credevi ch’el fudess domà toss
l’inverna, el maa de stagion.
Hoo smorzaa tuscòss, anca la television
e adess son chì, al foppon,
in d’on guss de lares, ’mè on pippa…

                 

                  

*
L’ultima sigaretta
fumata alla finestra
(prima della tosse, di tutto il resto)
il sapore di cielo nero sulla lingua,
la bocca vuota della strada deserta…

*
L’ultim zigarett pipaa a la fenestra
(prima de la toss, de tucc el rest)
el savor de ciel negher in sù la lingua
la bocca voeuja de la strada deserta…

                

                  

*
I prismi di cristallo
che oscillavano all’unisono
sul lampadario ancora negli occhi –
metronomi silenziosi, perfetti,
dell’ultimo atto…

*
I prisma de cristai
che dondaven all’unison
in sul lampedari anmò in di oeucc –
segnatemp de musega silenzios, perfett,
dell’ultim att…

            

                 

*
È trascorsa la mia vita
come un’ombra, un riflesso
allo specchio, una parentesi di vetro
tra terra e cielo. Nulla più, nulla meno…

*
L’è passada via la mè vita ’mè on’ombria, on rifless
in del specc, ona parentesis de veder
intra la terra e el ciel. Nient de pù, nient de men…

           

              
*
Lo credevo un sogno
solo un poco più lungo, più vero.
Adesso invece capisco, almeno credo…
in un tempo altro, sotto una croce
del Musocco…

*
El credevi on sògn
domà on poo pussee long, pussee ver.
Adess inveci capissi, almen credi…
in d’on temp alter, sòtta ona cros
del Musòcch…

                    

                                        

                              

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975.
Laureato in Giurisprudenza, dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto.
Autore di diversi percorsi poetici, fra cui: “L’incerta specie” (LietoColle, 2005, prefazione di Manrico Murzi), “Le visioni del trifoglio” (Manni, 2007, prefazione di Fabiano Alborghetti), “Ho mangiato il fiore dei pazzi” (Dialogo, 2008), l’e-book “Buchi Bianchi” (Clepsydra, 2010), “Papez” (L’Arcolaio, 2011, prefazione di Andrea Tarabbia),“La vocazione della balena” (L’Arcolaio, 2015, prefazione di Guido Oldani), “La bussola degli scarabei” (Ladolfi, 2017, nota di Giulio Greco), “L’impronta degli asterischi” (Ibiskos Ulivieri, 2019, prefazione di Ivan Fedeli – Premio San Domenichino, Premio Lago Gerundo) e “Campo 87” (Puntoacapo, 2021, prefazione di Manuel Cohen, traduzione in dialetto milanese di Giovanna Sommariva).
Premiato in numerosi concorsi letterari di interesse nazionale, sue poesie compaiono in cataloghi d’arte, riviste e siti a tema.
Alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo e in inglese.
Membro di giuria al Premio Nazionale di Poesia “Daniela Cairoli”.

 

 

Giovanna Sommariva
è nata a Saronno nel 1948 e vive a Rovello Porro in provincia di Como.
Scrive in dialetto milanese. Molti i riconoscimenti ottenuti, fra i quali: “Anita Bollati”, “Bardi&Menestrelli”,
“Anna Savoia” e “Poesie nel cassetto”. Dal 2008 fa parte della giuria al Premio Nazionale di Poesia Daniela Cairoli.
Per letture pubbliche si è occupata dell’opera poetica di Delio Tessa, Giovanni Barrella,Trilussa, Giovanni Raiberti e altri autori dialettali.
Pubblicati i libretti: Cinq ghej de pù ma ross; Des ghej de pù ma ross; Quatter gott de bel temp e L’aderenza del cafè.

Gianfranco Vacca

9 marzo 2021 by

Gianfranco Vacca riesce a mettere sulle pagine qualcosa che ti piace leggere e sentire, scritto in modo così originale, carezzevole e leggero nei toni. È la proposta di un pensiero espresso in modo morbido, quasi con levità, nel suo dirsi, stimolando sensazioni, percezioni di immagini per poi salire su elementi di pensiero profondo sul senso e lo svolgersi della vita in un percorso che coinvolge spazi e tempo, presente e passato e, forse, futuro. C’è quindi un pensiero che si articola in due parti, Il viaggio e La casa, non certo separate, anzi: sono i due elementi che possono ben comprendere il tragitto della vita: dalle radici saldate dentro noi al nostro esterno, che non è per tutti lo stesso. Come un compendio di vita che richiama il doppio bisogno di riconoscere certo queste radici ma anche la necessità dell’abbandono per la curiosità (o forse anche l’inevitabilità) di volersi aprire alla conoscenza, forse per far esistere le cose appunto attraverso il viaggio, persino l’incontro con nuove case, che mettano radici ma sempre con la sottolineatura di un luogo ben penetrato nel cuore di Gianfranco. Tendo a leggere così l’abitudine ad introdurre una specie di sottotitolo in calce ad ogni composizione che richiama un luogo, un sito terrestre del cuore dell’autore, a partire dalla propria Capri ma poi aggiungendo Napoli, Roma, Delfi, Istanbul o regioni vaste come in India o in Iran. Nella seconda parte, La casa, rimane solo Capri, la vera radice, con qualche sporadica citazione di Roma. Il tutto reso in una atmosfera che viaggia tra il mito e la contemporaneità con, lo ripeto, l’uso raffinatissimo e preciso di un linguaggio che spesso rovescia e costringe a confrontarsi con gli opposti. Nel titolo c’è la parola “silenzio”, che richiama la necessità del mutismo per poter dedicarsi alla parola “ascolto”, che chiede e affida all’orecchio una mansione, una non sordità di fronte alla parola precisa e al mondo e che Vacca intanto rivolge prima di tutto a se stesso. Mi sembra, dall’insieme dei testi, che si possa parlare del Mediterraneo come casa e del suo dialogo con le civiltà che lo hanno percorso sino ad oggi, ma anche dell’Oriente che ha incontrato e incontra con le varie forme di viaggio. Un viaggio appunto della parola che annuncia il pensiero, il sogno e il reale, il desiderio e la conoscenza di sé e degli altri. Questa lettura mi ha fatto tornare ad un testo per me fondamentale: Il Mediterraneo, raccolta di saggi a cura del grande storico Fernand Braudel su qualcosa che ci appartiene e ci lega nel profondo. Anche con Gianfranco Vacca si parte da luoghi fermi per scoprirne il movimento e poi attraverso la curiosità ci si apre alla voglia di esplorare, anche in senso figurato o nel sogno, mondi e pensieri penetrati da ricordi, affetti. In fondo i luoghi amati richiamati in calce ad ogni testo a cui si torna, come Ulisse per Penelope, implicano un precedente abbandono che forse serve anche a ritrovarne il senso. E allora il silenzio e l’ascolto diventano essenziali per queste “riscoperte” dopo una partenza e nel viaggio. Partenze come abbandoni, ma anche generatrici di esistenze, in un gioco intrigante col mito antico; si veda il primo testo:

Il cielo era un’ipnosi di stelle
e le scialuppe in viaggio
tra i due Ciclopi e le montagne,
le briglie di un’onda ammiraglia.
Ed ora anch’io partirò
chiedendo perdono
da isola ad isola, nel lasciarti sola.
E sosterò la terra di un sogno
per lasciarmi attendere
in ogni Penelope del mondo
che tu davvero inizi ad esistere.

Come nella raccolta precedente, Cinepresa mistica, c’è poi un uso diffuso del verbo transitivo, riflessivo che quindi si presenta come tratto distintivo del linguaggio usato da Gianfranco Vacca. A volte paradossi apparenti, rovesciamenti. Ne cito alcuni:

– il vento che vocalizza gli usignoli
– la sensualità che attuò il suo pennello
– il tempo che misurava gli occhi
– la sensazione (che) infila la pupilla
– sera che già demorde i colori
– la neve che acceca il mondo del bianco

e così via con molti altri esempi sempre di grande effetto immaginifico pur nella estrema precisione della parola, che insieme conducono ad una percezione di bellezza quasi gioiosa anche nei tratti più tormentati. C’è qui il rovesciamento continuo della realtà, come ci appare, per invitarci al dubbio, alla non possibilità di risposta o forse a più risposte tutte accettabili o da rifiutare. Ecco: bellezza e precisione della parola. Mi ha colpito nella lettura dei testi la frequenza dell’uso di alcune parole. Ho contato nove presenze del colore “rosso”, a cui se ne potrebbero aggiungere altrettante per “fuoco”, più altre presenze del verbo “ardere”. E allora mi sono chiesto: deve esserci una ragione, non so se inconscia o voluta, per la quale l’autore le utilizza così frequentemente, quasi sinonimi se intendiamo riferirci al verbo ardere. Nello spettro dei colori il rosso indica frequenze, vibrazioni lente ma intense, ma è anche il calore del giorno o quello forte e diffuso del tramonto che attende il blu della notte. Soprattutto il rosso e il fuoco sottendono la passione, anche il desiderio, il contrasto che mi pare uno dei fili conduttori di questa raccolta, come le somiglianze del resto, tra le persone, i territori, negli affetti e nelle passioni. Forse questo rosso vuol riportarci al colore di una vita ricca, forte, vera e quindi anche contrastata. Vorrei richiamare a conclusione il primo testo, (in realtà meriterebbero tutti una citazione) già indicato sopra, dove subito si incontra sotto un cielo intriso di stelle l’invocazione di un sogno per una partenza, un abbandono che chiede però a una “Penelope qualcuno” di attendere perché “tu davvero inizi ad esistere”. Ecco, mi pare che in questo apparente paradosso si compendi non solo quell’uso straordinariamente preciso e leggero, carico di bellezza del linguaggio di Gianfranco Vacca ma anche, almeno a parer mio, il senso della raccolta e di un pensiero, che riporto citando Angelo Lumelli: “Per quanto un luogo stia fermo in attesa del nostro arrivo, c’è una qualità, nel luogo amato, in virtù della quale sembra venirci incontro”.

 Gianfranco Isetta aprile 2019 postfazione

***

 

Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi – Ed. Puntoacapo 2019

 

Un’apertura nel cielo, grande
emersa sulle derive lontane
scruta i mari in fiero bagliore
quando fu vela e terra e mondo –
e nel suo lampo
ogni cosa,
ai mondi milioni di lontananze,
in ogni cosa
solo dubitando la luce
lo stupore risale gli abissi
come chiarezza estrema
quando fu diamante.
(Capri)

I Fratelli Karamazov

Apparso alle stampe
nel duemila o tremila
prima o dopo Cristo
è oggi il capolavoro.
Fratello, mio amante
vieni da me
come sia possibile che il mondo viva
e la bellezza, la sua anima
cosa sia l’anima
se tu le muti in diamante
l’ordine mistico dei cieli
cosa a lei resta di noi
se le porti in mano l’innocenza
fino al gelo delle Siberie
come un pazzo tra visioni di fuoco
passando di ghiaccio in ghiaccio
tra i pericoli dell’immortalità
l’anima, alta
per tutte le volte
per ogni volta che abbiamo amato.
Ed è lei tutto quanto siamo
gli uccelli – le grida
(gioia lontana)
è lei ognuno di noi
“E’ chi non ha fratello
casa destino
è tutto ciò che attende e te e me
che siamo suo fratello
casa destino”
e se non le siamo questo
volto al volto come gemelli
sguardi, lo sguardo
che vede se stesso perduto
– oramai,
se non le siamo questo
un filo,
appena l’altra metà del cielo
per diventarle respiro,
noi non siamo niente.
(Capri)

E li adoro, io
ad uno ad uno
i molti me
al fuoco dell’altare
io, da me reciso
che lascia liberi
i suoi nessuno.
(Capri)

È tornato il pensiero nerissimo
un arruffio antracite
ed era tutta quiete la notte.
Ala insonne, o tu che piangi
se ho abusato perdutamente
quando troppo desideravo
“se a cento cieli avevo ingresso
e in cento cieli io non avevo spazi”
o era il mondo, grande
ad occupare tutto quello che sono
per riversare me stesso
in tutto ciò che non sono
(Capri)

Il Nord cala il suo regno sul mondo.
Nessuna tonalità al pomeriggio
già prono alla notte
sui colori che vanno a svanire
mentre si dona allo sguardo
la tinta perpetua
riflessa sugli specchi
che attendono il risveglio.
(Capri)

Se il pensiero non viene pensato
non possiede esistenza
se ciò che pensa
suppone sia la verità
deve allora esistere la menzogna
se il pensiero diventa meditazione
riconsegna se stesso al nulla
dove nacque,
e ne oscilla
da una parte dall’altra
cosa fu mai
chi iniziò il vero
chi il falso?
Ma nel nulla solo il nulla gli risponde
e così non può altro
e si arrende
si confonde, e ne riposa.
(Capri)

Neve e bianco
si confondono insieme
nella notte
un ciliegio è in fiore
e risplende nel buio.
Il cielo cupo
che incombe la primavera
rende alpino lo sguardo
i fiori bianchi sui rami
come fioccasse l’inverno.
(Roma)

Era vera
non il falso
di un mendicante autentico
e nello schiudere la mano
spalancava il centro.
Piccola, nella sua toppa ricamata
scaldava un pensiero, una preghiera,
gli occhi due more colme
che l’iride scorre al volto
in goccia piena.
Quando la mia moneta
le si posò fra le mani
né dracma né pepita né oro accadde
ma da lontano sul mondo
il vuoto le inondò lo sguardo
se le mani
distese lungo i fianchi
come un rimorso arrende.
(Capri/Roma)

Un secchio ha la sua fisionomia
anche se rivola come un colabrodo
è fiero, avventuroso
con una leggenda
un futuro da riempire
che attinge e ne gronda infinito
risalendo dal pozzo alla luce.
(Capri)

Meglio sentirsi un leone
una massa di brame nelle fauci possenti
– criniera fulva
afferra le febbri.
Pupille possenti – le mie
mi libererò – guardando
per giungere ad essere chi sono
mentre si richiudono le sbarre
a cui mi aggrappo e sbatto
contro ricordi di palme
oramai lontane
e radure e cieli roventi
le Afriche le savane
il Safari
la tensione dell’attimo
il balzo.
(Roma)

Quando sarai sulla cima delle cose
manterrai il coraggio
se anche il mare si allontano
via da te?
E se il tuo cuore batte
lontano,
potrai lasciarlo andare
senza frangerne l’assenza?
(Capri)

 

*

Gianfranco Vacca (1959 Napoli) a vent’anni si trasferisce a Genova, poi a Roma, per tornare infine a Capri, dove risiede. Nel 2011 pubblica Sarebbe stato un ottimo pazzo (Campanotto, premio Nabokov 2014.) Alcune sue composizioni compaiono insieme ad altri suoi inediti in Ancora introvabile il padrone del silenzio, e-book pubblicato nel giugno 2013 da Larecherche.it. Sempre nel 2013 pubblica la raccolta Cinepresa mistica (puntoacapo Editrice). È uno degli autori pubblicati ne Il fiore della poesia italiana, a cura di M. Ferrari, V. Guarracino, E. Spano (puntoacapo Editrice, II ed. aggiornata 2016). È del 2019 la sua ultima raccolta dal titolo Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi (puntoacapo Editrice), di cui è tratta una sua composizione inserita nell’antologia Il fiore delle lacrime (puntoacapo Editrice, 2020).

Elia Belculfinè

1 marzo 2021 by

Dall’introduzione di Antonio Bux

Una voce davvero inedita, quella di Elia Belculfinè. Una voce densa, onirica, frastagliata. Una voce che sembra prendere (e pretendere) l’eredità della migliore poesia del novecento per farne un omaggio teso al disfacimento. Perché pregna di decadentismo, questa poesia sembra dialogare con i morti e i fantasmi, spesso anche dei vivi, che il poeta incontra sul suo cammino. Così come di riflesso, il poeta incarna nei suoi scritti ciò che non è più degli uomini, se non nella morte o nel silenzio. Ovvero quella sottile sensazione di essere dentro al segreto della vita solo per subirne il richiamo straziante.       E sembra dirci, Belculfinè, tra queste pagine, che il verbo inconsolabile della poesia è il solo messaggio possibile per chi vive ai margini dell’esistenza.        E allora il poeta subisce, si contorce tra le parole che in questo libro musicano una litania senza fine e preternaturale; ma che anche chiariscono quanto sia dolce sentirsi condannati, e forse anche folli, nel destino di diventare cenere, un bel giorno. Già che la cenere è la terra fertile dove la rosa avvampa del suo colore più chiaro. Perché ogni vero poeta sa questo: che i sognatori vanno via se li si cerca, come le rose

 

 

 

OPERANDO NEL FUOCO

Il papavero sigilla l’ape a trarne ogni molecola.
Con il vello del suo corpo
oscura la prima eclisse della stagione.
Danza, onde è nodo il doppio filo
che a possederla è un vento caro.
Frangente d’ombra inascoltata,
sui meridiani che ha incisi nelle pietre.
Negherà alle rose il suo sesso, a primavera.
Verrà notte, per finire in fondo
nell’incavo del dire d’occhi e labbra.
Coordinate a terre incognite, spinta fuori, a largo…
Segreta, al buio sentirebbe la piaga che il ghiaccio
ha fatto alle coppe dei narcisi.
Valli, cale d’arena sotto cirri a frotte di pioggia nuova.
Un tuono presago di festeggiamenti.
L’ansito di bufera nel vestito da carceriere.
Sa che il sacrificio non si terrà, senza che sia presente.
Ha l’illusione di scampare al carnaio di occhi questuanti.
Mani sgraffiate in rovi di aspettativa.
Un tramestio di foglie sui sonagli del pantano.
E il vento si ormeggia alle pietre del ruscello.
I bambini si cullano su lacci di canapa
ai rami alti del sambuco, non si curano di nulla.
Offrirà il suo miele a chi tenterà di tradirla.
Nell’assetto di sensale fedele, guardiana
entro ritmi segreti, mondata all’alba
dalle polveri acquisite nell’urto con la luce.
Affilando le sue armi contro l’ardesia, scintillante nell’attrito.
Rifiorisce il calicanto sul greto, il fiore di foglia sulla rupe –
orifi amma disorganico. Custode di fonti di miracolo,
non sarà mai regina né madre.
Apri, sulla ghisa, il rovente che ignora il cielo.
Mansueta, creta dolce che s’avviva.
Fra poco verranno a contarti
unghie e denti, le impollinatrici.
A ricordarti il tuo nome – fresia o giglio d’acqua.
Si esaltano a cingere il tuo velo, sulla soglia.
A un’afa intima di rose, conchiglia su un labbro di riva…
Musa, traslata in corpi di bambini.
Con divise nette, alla loro radice
il sangue pesa, delibando eucarestie d’assenze.
È tutto in ordine – carezzandoti il muso;
parola candita, nel filare di torce.
Sul tuo corpo martoriato dal sesso;
apri una genesi nell’incastro di mogano.

 

 

Recrudescenza, nella luna, del tuo male.
Alta sul pioppeto umilia,
gettandosi sulle rotaie, un usignolo dentro i versi.
L’eternità ha il furioso dulcamaro delle olanzapine,
col tuo segreto sfigurato, sorella…
Il giorno è d’autunno, un secolo fa.
Mai vedesti ridere tua madre.
Il suicidio delicato del rabdomante –
leggervi dolore è un’oscenità comune.
Isolarti al fondo, fra le stelle d’acquitrino.
I poeti sono aria. Non versi? Sei tu a dirlo…
Strappato all’orologio l’orpello della meta.
Corollario, cerca il piatto d’ombre, il sangue col rame.
Sia, fitto di agrumeti, Città Radiante, il sole.
Concrezioni di labbra.
Rime nella notte, mai baciate.

 

LE ALLEGRIE DEL VINO
I passati

 

Saldate a braci e astri, le mani dei poeti
sono le mani dei morti, su lettere bruciate all’alba.
Con gli orti a sorde ombre, nelle mani
delle ballerine di Degas. Cercando nel sangue,
per il grano dei versi; nei cieli lieti a terra,
ancorati, con saldezza di carne e carme.
Vengono a blandire ogni seme carico del vento.
A indire battesimi donati a giorni secolari.
A tergere il cristallo del sangue, come pietra
da smussare in fiato. Pietà, Erato,
per l’incendiato cuore dei poeti.
Pietà di noi tutti, culle di strame trasparente di parola.
Eliseo, con fiori di cetra, Anna di luna; Silvio,
benedetto chitarrista! Caduto sul lastricato di rose,
nel cogliere il balzo della candela,
sul ghiacciaio impercettibile del cuore.
Giovanna degli spiriti, che trovasti la chitarra
in frantumi, su una branda di fiori.
Alberto e Lelio, come gigli in banderuole di seta.
Tutti, Marta, Salvatore – dei giorni di pesca; Adele –
la Pietà e la Sete; Davide, Don Mario, Alessandra.
Nato di voi – di voi soltanto il riso che soppianta
la mia fame. Che fare di voi tutti?
E degli altri che intrecciarono le dita e la
voce, a quelle dei miei morti, per urgenza
o per caos, con la lingua putrida della fede?
Chi sei, Giovanni? Chi siete Ortensia
e Gilda? Vi sistemerò con esattezza,
fra le carte e i sigilli dei poeti,
salendo al monte dei vostri sospiri, che
tormentano un’allodola di chissà quale stagione.

 

ROSALBA 1917 – 1994

Rosalba, rosa e alba, chiarisce il mattino.
Oltre i bioccoli di rive, si sperde il sordo
cielo, e lontano; cinto di semi veglianti
alla morte dei vivi. Un giorno cercasti
nelle vesti per scorgere il tuo cuore.
Era una stufa di maioliche, inconoscibile tortura.
Una granata dolce, aperta a spicchi di figli –
levità di bianco e di rosa; un telaio fermo,
che aspettava le tue mani. Era il sole intarsiato,
nottetempo, di nostalgie nemiche,
la musica alla pena di cosa passante e nuda,
invece nessuno intonò la chitarra leggera,
il plasma denso delle voci, carezza di strade.
Dov’è che vai, stamattina? Quanto a lungo vive
una rosa? Cos’è una rosa? Chi venne in primavere
a tendere i serici fili della luce?
Fu d’aurore la tua carne,
grano tessile di vene aperte nella terra.
In quel nido di sarta, fra piume avare, stoffe
di ingenti alfabeti – rosa e alba…
Eppure l’alba disperde le sue rose,
a tenere piaghe nelle epifanie del sangue.
Ebbi, da bambino, qualcosa da rubarti.
Faranno un sospiro i gerani, e gli uomini
diverranno pietra,
ami di prodigiosa pesca. L’ago
del cuore punta oriente. Tu grida forte,
quando sarai pronta, mettiti in cammino.

 

 

LE ALLEGRIE DEL VINO
I passanti

 

La Maestra è una sarta magistrale.
Cuce le vele per i pirati.
E i vestiti alle bambole del vicinato
coi panni da lavoro del marito
a cui non imbastisce un abito o intavola il piatto.
Quando ha finito si beve un vermut
tra amiche. E se ne va al cinema
con le sue miserie.
Ma ciò in cui non vuole
infilare l’ago è la sua lingua lacerata
dall’infamia del suo canto,
che in realtà è un cicaleccio nella grondaia.

 

 

Il custode del camposanto è gravemente malato.
Anche se il cardiologo dice che è tutto a posto,
si vede da un miglio che il suo cuore è una pietra.
E forse ha un figlio rinchiuso in cantina
che nutre con i garofani sulle tombe.
Il suo sangue ristagna nel basso ventre.
E si contorce per le coliche,
ma è solo mancanza di una carezza.
Pare un ectoplasma. Lo chiamano Sgranaossi,
che se lo vedi, lo capisci al volo che mestiere fa,
senza che ti mostri la vanga e la sua catena.

 

 

LA ROSA ROSA

 

Lasciami scorrere nelle pareti, cardine
d’estate, o come il colibrì in fiamme
sulla tua lingua, la notte che portava in dote
i nostri figli. Non ho da fare alcun testamento.
Per loro ho atteso accanto alle rime dei miei debiti
con la luce. Che facesse vino delle mie risme
l’estate di San Martino! Ma nei covi la musa
frustava i tuoi occhi guardiani all’oro sciocco dei poeti.
Mi diedi, invecchiando, alle carte degli ebbri, al lume acceso
di rive inascoltate. Ma neppure questa è la mia colpa.
Potevo cantarti nella carne, per ciò che fu
della rima Elia – poesia. O il credere che sul fondo
i demoni si battano sempre con la luce,
nella paranza in cui molti cadono degli uomini.
Che i figli superano i padri, soltanto soffrendo.
Il non aver fiducia che un simbolo d’astri venisse
un giorno a sperdersi fra le travi, per sollevare il tuo male
che sai infinito. E che ha nome in Dio.

È inutile gareggiare con il telaio della notte.
Moltiplicarsi in stanze buie, dove l’assenza
è l’unica che alberga negli spazi.
Più tenebra, o goccia di lanterna nelle sere?
Un solo pulsante teorema: la fiamma cantare,
il drappo spregiudicato del tuo dramma
nella singola battuta.
Duello. Amico, caro: morte!
Nulla resta, che nulla ci ostacola
agli eterni palpiti dell’usignolo.

 

I REGISTRI DI MARCEL
(a C. B.)

 

Torni l’agile cantare. Torni il segreto
che famelici ci tenne in seno
a giorni di innumerevole prodigio.
Salga in misure d’orzo
la canzone dal cuore nero.
Salga in misura di chitarra
la canzone imminente.
E tu, poeta, angelo senza sguardo,
scagliala lontano.
La parola è dentro il tuo moschetto di piuma.
Tu, brigante di armonia, dalle per cuore
un tamburo, dalle per cuore una campana!

 

 

Le tue parole alle mie mani
aprono strade di canzoni.
intessono sandali di corda,
per il dedalo assurdo del giorno,
a un passo di rotta, per la dignità di esistere –
polvere e vento. È lì che ti vedo, a un varco,
come aspettassi un figlio pronunciare il primo
bacio perché neghi per sempre il nome dei tuoi seni.
Le tue parole, olio di visioni contro il morso di cuoio,
vile alla mia coscia: è il silenzio di ogni poeta.
Anima, ginepro di partitura: musica
sorgiva alle tue dita, maestra…
Ho comprato una cetra di crine
che la mia voce la spezzi,
un sol tocco. Insieme alla giara
delle notti, dove non c’è
un canto a blandire la mia sorte.

 

 

Elia Belculfiné, nato a Caserta il 29 – 9 – 83
Vive a Cascano. Nel 2012 ha pubblicato per Aletti la silloge “Primi sintomi di una gravidanza”.
Sempre per Aletti è apparso nel saggio “Verso la poesia – Alla ricerca di senso” di Maria Carmen Lama.

Nazim Comunale

23 febbraio 2021 by

Un’affermazione in un testo è stata la mia guida nel viaggio in anteprima tra i versi di Chiamala febbre: pancia e quaderno aspettano, reclamano a gran voce di essere riempiti. Se è vero che pancia e quaderno aspettano di essere riempiti, è vero altresì che la sazietà non è mai raggiunta, che prosegue, con l’acume di chi vive e scrive, l’osservazione e la partecipazione, se pur critica, al tentativo di colmare un vuoto: la vacuità di questa fine del mondo in piccole dosi quotidiane che riceviamo, veleno e farmaco. La sazietà non è raggiunta perché, felicemente, la raccolta di Nazim Comunale colma e, allo stesso tempo, rinnova la sete nelle due istanze che trovo fondamentali nella poesia: slancio e rigore. Slancio e rigore che Nazim tende in avanti e rende, quindi, dinamico fare poetico, con una percezione acuta, e una altrettanto acuta, perfino febbrile, “disastrografia”, che non dimentica, nei viaggi molteplici verso le periferie, verso gli estremi, due direzioni dell’impegno: quella verso i maestri, nominati non solo nelle epigrafi, bensì, anche, filo robusto che attraversa l’originale tessitura del dire poetico, e quella verso la propria professione, nel caso di Nazim la professione di insegnante.

Anna Maria Curci

                     
                  

                       

Cose da farsi

Aspettare l’alba su una gamba sola.

Torcere un capello a un bambino.

Mangiare del sale.

Coprire i fiori con cucchiaiate di sabbia.

Mettere miele sulle ferite.

Ascoltare la versione dell’assassino.

Tergiversare.

Diffondere notizie false.

Accecare il cielo con un lapis rovente.

Sbucciarsi il cuore

poi offrire rose ai piedi dei santi.

Bere da un barattolo blu.

Sognare i fiordi

e non spettinare

non spettinare mai

il delicatissimo random dei ricordi.

                                             

                                

Le cose sparse sul tavolo.

I numeri del caso

riposano nella scatola di legno chiaro.

Questo senso di fragilissima preghiera.

Null’altro.

Solo il vasto disordine

di un altro pomeriggio

vertiginosamente immobile.

                           

                          

                    

Unico passeggero sul bus tra Sant’Arsenio e Roscigno

mi dirigo verso Sacco

il paese della mia famiglia paterna

dove in estate il trasporto pubblico non arriva

perché la montagna è franata anni fa

e non è mai stata messa in sicurezza.

Cristo non si è fermato ad Eboli

si è dato semplicemente alla clandestinità.

Si nutriva di peperoni cruschi

e parlava un dialetto arcaico

dormendo sotto gli ulivi di queste terre remote.

Da qui il nord è un’apnea diplomatica

il miraggio di un secolo orfano e grigio.

Un vicolo cieco, un pozzo tutto cupo.

La morte è solo un capitolo di un’epica sussurrata e familiare.

Le ansie cadono a terra

come mele selvatiche.

Siamo solo comparse di un teatro povero

nell’era eterna della controra.

Muti, mitologici

gli ulivi trattengono ancora un brano di stupore

e uno spicchio di cielo.

Napoli è lontana come il Tibet.

“Una strada attraversa il paese. Il paese è quella strada. “.

                  

                     

In quest’ora

a forma di diario

la luce

si accanisce

in capriole.
                       
                       
                 

Anche se zero
anche se soldo di cacio
solo
anche se disastrato
sdrucito
sfinito
strappato.
Stanale
le tue parole stupite
soppesale mentre scuotono le gambette
assopite
sottrai subito al buio dei cunicoli
il sale del tuo dare
la sete del tuo fare
la seta imperfetta del tuo dire.
La didattica della luce
non prevede appello.

                        

                      

Esercizi per esistere

Nel mondo delle creature sottili

muto e vivo

guerrescamente felice

tra le nebbie d’inizio secolo

sto con gli inquieti del sud

conto i mesi del cuore storto

e ciò che si ruppe nel guscio sacro.

Esistere una mezza giornata.

Resistere.

 

                   

                                  

Mappa

E’ rauco questo blu che scolora

e si addormenta tra l’indice e il pollice della stanza.

Qui è dove sabbia entra

dove serpe cova i suoi figli di rame

dove vetro cresce, cresce e si gonfia

nel respiro insonne di ogni brace.

Qui è dove sole affonda

dove ombra sancisce il suo regno

dove in lunghissimi minuti

fioriscono

mille città di marzapane.

Qui è dove l’arrotino affila la lama spenta

dove la porta geme aspettando il ritorno

dove un uomo di trent’anni un giorno si sveglia

e non trova più i suoi occhi.

Qui è dove il miele è rancido

dove la pazienza del legno è vino dei naviganti

dove la corda consunta finalmente strappa

dove barca è foglia di giunco

in mare aperto

alla deriva.

Qui è dove carta uguale casa

dove pomeriggio significa mandorla e bambino

dove un dio impossibile mantiene ogni promessa.

Qui è dove un cielo di nuvole basse tiene

ancorata la terra

col sottile filo di un respiro

dove la pagina è arsa dalla seta

dove la mappa è antichissimo pasto del sole.

Qui è dove il fachiro esita

dove ogni orma si sovrappone all’altra

dove la madre candida sorridendo stende il primo bucato.

Qui è dove il pianoforte zoppica

dove la marea si alza vittoriosa

dove giungla e labirinto sanno il denso latte del dire

dove l’alta febbre del fare

si dissipa

in una lunga collana di gesti nativi.

Qui è dove preziosissimo sangue rapprende

dove ebano vuol dire infanzia e finestra

dove la mano e lo scriba

discendono il ripido foglio

dove soglia è palmo di mano timorata.

Qui è dove ombra suggerisce possibilità

dove il vocabolario è un cucchiaio di sale

dove Kafka si addormenta sognando il risveglio scarabeo.

Qui è dove cibo, famiglia e approdo sono parole torbide

dove tucano e matita sono i naufraghi della penisola

dove stupore è ogni sentiero interrotto.

Qui è dove la grandine spezza

la pazienza

v

e

r

t

i

c

a

l

e

del ragno

dove il mare passa

e lascia la scia

e una schiuma di stracci.

Poi, da queste sponde

finalmente

uno dei due fratelli scappa.

                      

                                

Nazim Comunale è nato a Guastalla (Reggio Emilia) nel 1975.
Sue poesie sono apparse sulle riviste Dea Cagna, Versante Ripido e on line su Interno Poesia, Diario di passo, Ipoet, Poetarum Silva.
E’ stato tradotto in Venezuela e negli Usa.
Ha pubblicato Aguaplano ( autoproduzione, 2015), Lei Oceano (Terra d’Ulivi, Lecce, 2017)
Chiamala febbre (Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia, 2020)
ed è presente nella collettive Non ancora silenzio (NMZ edizioni, Ravenna, 2019) ed Emilia Romagna (Bertoni Editore, Perugia, 2020).
Ha avuto la menzione speciale nel 2019 al premio Raffaele Crovi.