AA.VV. Ariano, Barbieri, Del Moro, Falà, Fazio, Gatti Linares, Giaquinta, Magazzeni, Musetti, Parma, Petrollo, Piccini, Polidori, Raimondi, Rotino, Roversi, Sancino, Zironi, Zoli

4 Maggio 2022 by

Da poco uscita con Vita Activa Nuova Editrice: Connessioni. Antologia di autoaiuto poetico in tempo di lockdown, curata da Claudia Zironiie da Gabriella Musetti.

L’antologia è risultata da un esperimento di resistenza all’isolamento durato due anni: una chat aperta nel 2020, durante il primo lock down, con poeti e poete che si confrontavano, leggevano testi propri e altrui, conversavano, a volte litigavano o brindavano insieme, tutti separati fisicamente, costretti nelle proprie case. Connessioni. Antologia di autoaiuto poetico in tempo di lockdown riprende l’idea propria dell’esperimento: affidare a un sentire collettivo e alla parola poetica una scelta precisa del proprio stare nel mondo, oltre e contro le difficoltà dei momenti drammatici che tutti abbiamo attraversato.

L’antologia contiene le voci di Luca Ariano, Daniele Barbieri, Francesca Del Moro, Leila Falà, Raffaela Fazio, Serenella Gatti Linares, Marilina Giaquinta, Loredana Magazzeni, Gabriella Musetti, Silvia Parma, Maria Concetta Petrollo, Toni Piccini, Marinella Polidori, Valeria Raimondi, Sergio Rotino, Enea Roversi, Elisabetta Sancino, Claudia Zironi, Anna Zoli.

È illustrata con foto di Daniele Barberi.

Dall’introduzione di Claudia Zironi: “Ed eccolo, dunque, il libro, rivolto lato sensu al mondo della relazione, intessuto da diciannove voci molto diverse l’una dall’altra che introducono in prosa per poi sviluppare in poesia, spesso con testi anche precedenti il periodo di emergenza sanitaria, il loro vivere la tremenda modernità del termine “connessione”, proprio del registro tecnico dell’informatica e dell’elettronica, applicato all’umano abitare questo nuovo mondo liquido nel quale siamo sempre più isolati e diffidenti, incapaci di unirci in collettività…”

Dalla postfazione di Gabriella Musetti: “La poesia si pone in ascolto, a volte prende la funzione di rimappare, ricartografare l’esistente, specie nel trauma, attraverso parole da recuperare nel presente, materiali da far circolare per rendere pubblica una esperienza che è stata fuori dell’ordinario. Una esperienza di resistenza nata per caso, portata avanti senza una reale consapevolezza della sua rilevanza, ma che ora può essere letta come luogo di riflessione, di osservazione di quanto di straordinario è accaduto.”

Alcuni testi scelti dal libro:

Nasciamo dal e nel contatto. E attraverso il contatto continuiamo a vivere, definendoci di volta in volta, mentre scopriamo nuovi luoghi di appartenenza e di passaggio. Quando il contatto non è semplice caso ma desiderio, ci troviamo a far parte di una “connessione”, che implica lo sforzo di allacciare o riallacciare una relazione, la volontà di richiamare a sé l’altro e di offrire all’altro parte di ciò che si è. La ricerca della vicinanza può prendere molteplici forme; la memoria e la scrittura – che di memoria si nutre, ma che si proietta anche in avanti, oltre l’attesa – sono due canali privilegiati. Tuttavia, ogni vera connessione è fatta sia di vicinanza che di distanza, ovvero di quello spazio necessario alla messa a fuoco e al respiro, lontano dall’illusione del possesso e del controllo. Perché qualsiasi scambio si inscrive in un orizzonte più ampio, in una rete di “corrispondenze” che abbracciano l’esperienza singola, contingente, e ne fanno prezioso “trasmettitore” all’interno del circolo virtuoso attraverso il quale il senso non solo informa, ma trasforma.

 Raffaela Fazio

*

Fase 2: la voglia. (3 aprile 2020)

Credi che potremo

mai più baciarci?

Credi che io possa

ancora sentire fitto

l’ansia del tuo odore

spandersi confuso

dentro tutto quello

– tutto, anche matematico ! –

che mi concerne

che il mio olfatto si ferma ?

credi che potrai ancora

ammischiarti addosso

in qualche modo

ragno e cannibale

che non distinguo

e non capisco

la mia pelle dalla tua?

Credi che io possa

ancora percorrerti

come una strada nota

con la mia bocca

che voglio che ricoveri

in ogni tua parte

immune o positiva

al tampone la rifiuteresti?

che vuole morire

con il respiro vuoto

e l’ombra di questo primavera

che non conosce verità ?

Credi che io possa

ancora una volta

– una volta sola, ma che sia ! –

amarti fino a farmi

scoppiare questo cuore

e chiederti di farlo

battere ancora per te?

Marilina Giaquinta

*

Un piccolo colpo di reni

per chiedere l’abbraccio

e più sei forte

e meno pesi

la testa dritta

a perlustrare il mondo

(smemorato poi

nel cerchio della

madre quando

si sospende il tempo

fanno conchiglia

le braccia il seno

le lenzuola)

Cetta Petrollo

*

poesia enne delle parole importanti

cambiava e riponeva i panni dell’inverno     nella luce

già calda d’estate      saltata via la primavera come cancellata

ricordò all’improvviso una promessa di luce

una di quelle che ci si scambia quando si scambiano le parole

importanti attecchirono      improvvise come germogli di verde

per riportare la sua primavera persa     dentro le parole trovate

uno scambio di fedeltà nel calore del maggio

mai fidarsi degli impeti del proprio cuore

scalfiva una nuova lingua     scarnificandosi    come una nuova pelle

cercava promesse future come ossa risanate

Loredana Magazzeni

*

[…] È in quei giorni che ho scoperto, stretta intorno a me, l’esistenza di una comunità poetica. Una comunità che da mesi, instancabilmente, mi sostiene, insieme agli altri amici e ai miei familiari. Posso fare mia, ora, quella che prima mi sembrava una banalità: la poesia salva. Ha salvato me permettendomi di scrivere del dolore e sopportarlo, ma soprattutto facendomi conoscere tante persone che non smettono di darmi aiuto, conforto e amore. È grazie a queste connessioni, molte delle quali stabilite e mantenute in rete, che io oggi sono viva, e ho ancora una speranza. […]

Francesca Del Moro

*

copertina conessioni

__________________________

Connessioni. Antologia di autoaiuto poetico in tempo di lockdown
A cura di G. Musetti, C. Zironi
Editore: Vita Activa – Nuova Collana: Poiein
Data di Pubblicazione: 2022

Giuseppe Castrillo

26 aprile 2022 by

giuseppe-castrillo

Limoneti

Ridono al sole i limoneti
nell’ardua canicola con quel
tanto d’allegria che basta.

Quei che ancora mi penso
abitano a ridosso delle case, su
fazzoletti di terra innocente.
D’inverno coprono di foglie
imperiture le fessure dei tufi
slabbrati come calze stile
anni sessanta, e incupiscono
d’invidia il melo e il fico,
la vite, il ciliegio e il pero.

I miei pomari danno gialli
limoni che stampano su per le
pareti alle Palazzine*, ragnatele
di luce, gomitoli di frutti  che
penso all’uovo pieno di mistero
a fiaccole accese nelle tessere
tra  case e  dirupi, fragile
gioia nel seno del piccolo paese
che visse le garrule voci che
ancora ascolto  di vicinati
che più non sono e che amai.

*Quartiere del paese dell’autore

*

Le canzoni

Non sono uno che è vissuto
di canzoni. Da intellettuale,
parola in disuso, all’era di
internette*, cito qualche titolo

che quasi più nessuno ascolta
e io neppure. È che le lego poco
alla mia vita. Son albe silenziose
nel cielo maledetto, crete rapprese

nel  bosco, ustinate** a dirmi piano:
Ricordi? Una sera a cinema quasi
litigammo per Around Midnight.

E mi sono vergognato che il tema
di Lara e del Padrino mi piacesse
cantato da Dorelli. Fesso. Nevvero?

*inernet (voce dialettale)

**ostinate (voce dialettale)

*

Contro i  poeti

Io non sono più
quel che fui.
Ho perso di quel tempo
la secchezza
delle parole che non mentono,
l’arida scrittura
di chi ha poco da dire
ma sa che dire.

Ora che mi fingo poeta
guardo il mondo
dalle feritoie di un giorno
che muore
e lascia spazio al dì
che nasce,
registro il suono
della cetra sfiorata dal vento
e cerco le parole nel rimario.

E poi mi chiedo
ma che cosa cantano
i poeti
andalusi e non?
Sono vivi,
come dicono tanti,
e attenti, svegli
all’attimo che passa,
e che par, agli occhi lor,
esser sublime?

O si ubriacano
nei giochini
che perlustrano
strade che non esistono?
E continuano
a naufragare
in questo o in quel
mare e forse
non sanno ch’oggi altri
sono i naufragi.

*

La dea Era

È nell’aria l’eco dei tuoi
ritorni. È il cielo dei nostri
incontri e della vita che ci
tese agguati e sviluppi
e più non ci abbandona.

Si inonda di cielo il pezzo
di strada  che cammini fugace
come un attimo di gioia che ci
afferrò mentre gli altri vanivano
ombre solitarie, scorie di naufragi.

Lo spazio di cielo che godo
ancora, sono i tuoi occhi
a farmelo toccare, mentre
quasi citando mi guardi e dici:
a chi la storia, a chi la memoria.

Nel cielo aperto come libro,
sfilano leggere le sillabe
più semplici che il tempo
ancor non ha contorto, e chiara
sulle case antiche la sera avanza.

*

Saffo

Certi guardano in volo
gli aquiloni per fingere
di  volare  e poi smarrirsi.

Certi negli occhi salmastri
vedono frangersi le onde
sugli scogli d’ agave irti.

Certi desiderano un pensiero
alto che sorvoli le umane
pene dei giorni sempre uguali.

A me bastano i tuoi seni
color sabbia, i capezzoli
che ricordano il dolce carrubo.

Mi basta tenderti le mani,
la braccia che si incontrano
perché scompaia la croce della vita.

*

Mimnermo

Ci sono dei giorni
che va tutto bene
il sesso batte forte ed entra
che nemmeno il vento  e pare
una falsa morte che con gli occhi
vagola al vetro delle imposte.

Va così bene che non
ti accorgi d’essere vecchio
e non ci fai caso se di mano
ti cadono gli oggetti, o i nomi
dimentichi e ti’incazzi con l’iphone.

Hai provato a chiederle
in un impeto di coraggio
brutale: “Mi vuoi bene?”
“Certo. E tu?”  Non sapevo
che dire. “Non lo so “. Non è
che non lo sappia: mi pare
troppo bello che lei mi ami
ancora, e mi cerchi. Penso.

L’alba ai vetri del paese
antico porta un gesto che
rischiara le chiome apparecchiate
dei lecci dopo il sonno della notte,
e la torre già respira il sole che arriva.

Rifare l’amore con te
quando le vecchie imposte
sbattono e dicono: “c’è tempo
ancora per vivere, per amare.

*

L’inesprimibile nulla

Lega a un ricordo
la polvere posata
sui fogli delle cose.

Né aliti né ventate
scuotono il nulla
infantile scia di giochi lontani.

Nel nulla è dolce consistere di gioia.

*

Fiori

Fiori di carta
ho visto impressi
sui vetri di una scuola
di campagna, di città
-non saprei ricordare-
insieme ai petali diacci
sulle dune a metà febbraio.
Li ho scambiati
per un tenue palpito,
per un bacio silenzioso
quando sulla spiaggia
l’onda ritorna e l’altra
ancora non arriva.

*

Il veglio

Al vento delle cose che passano
parla il custode della casa.

Le parole le ascolta il tempo,
le sommerge incommensurabile
ll naufragio dell’istante.

Le case dicono il dolore
dell’assenza che si fa cupa
come pietra nel greto
dove si son persi i fondi.

*

La perfezione dell’uovo

Fummo uovo
ora siamo donne e uomini,
eventi e misteri.
Venimmo dalla perfezione,
ci bastò un piccolo mare
di acque
per vivere e respirare.
La perfezione dell’uovo
fece tutto al posto nostro.

Loro sono ventre
e forno
cibo, acqua e aria,
sapienza e amore.
Le madri
sono la perfezione dell’uovo.
Sono donne:
soffrono e piangono,
muoiono e sopravvivono.
Sono storie:
le nostre solitarie e collettive.
Sono il dolore
che accompagna la vita,
la luce che ristora,
il raggio di sole tra lacrime trasparenti.
Sono donne
sono madri:
il ramo rubato
alla primavera in fiore.

Sono la perfezione dell’uovo.

La silloge fa parte di una raccolta di liriche inedite di prossima pubblicazione

*

Giuseppe Castrillo: laureatosi a Napoli  in Lettere Moderne presso la Federico II, Giuseppe Castrillo ha insegnato nei Licei e negli Istituti Tecnici, ha svolto il ruolo di Dirigente scolastico.  Ha partecipato ad un progetto del CNR volto ad esplorare la diffusione del teatro erudito nel Meridione d’Italia tra Cinquecento e Seicento. Si è interessato di Letteratura in chiave comparatistica. Ha scritto saggi critici sul teatro minore di tardo Rinascimento nel Meridione d’Italia, sulla cultura tra Settecento e Ottocento, sulla metafora in Vincenzo Monti, sulla fase storica post-unitaria nell’Alto Casertano, sulla poesia di Sereni e Fortini, sulla pedagogia di Gianni Rodari. Ha pubblicato recensioni su riviste specialistiche; ha partecipato alla presentazione di opere di narrativa, di saggistica ecc. È intervenuto, con alcuni contributi sulla scuola, al Festival del Diritto di Piacenza (2010 e 2011).  Sta raccogliendo i suoi studi di letteratura e i suoi interventi a vari convegni, in un volume collettaneo. Ha pubblicato per le Edizioni del Festival dell’Erranza il racconto Stella del mattino (2020); per Aletti Editore il libro di poesie Recisioni e suture. Taccuino del trito sentire (2021); per Europa Edizioni  la raccolta di racconti L’ora tinta. Piccolo prontuario di medicina familiare (2021).

Annamaria Ferramosca

4 aprile 2022 by

Annamaria Ferramosca – Per segni accesi – G. Ladolfi Editore 2021

Recensione a cura di M. Carmen Lama

I poeti sono in genere persone pacifiche, che sentono prima e più profondamente delle persone comuni le atmosfere che vengono a crearsi nelle relazioni sociali e, più ampiamente, nelle relazioni fra popoli e fra l’uomo e la natura.
Colgono, come si suol dire, i segni dei tempi. A volte anticipano quel che potrebbe accadere, a partire da qualche dettaglio che intravedono e che agli altri sfugge e, sulla base di questa particolare consapevolezza, scrivono poesie che vogliono mettere in guardia, o che vogliono semplicemente segnalare quel che a loro si è palesato attraverso la loro fine sensibilità, attraverso i loro sensi “scoperti”, attraverso quell’esercizio di osservazione meticolosa, di scandaglio, quasi, che avviene in maniera del tutto naturale, quasi che le cose si offrissero al loro sguardo per essere comprese e per far sì che i poeti dessero loro una voce.
C’è, nel porsi dei poeti di fronte alle cose che li interpellano, una sorta di stupore, un atteggiamento quasi di incredulità che in qualche modo chiede loro di verificare, di perdersi nel richiamo delle cose, di dar loro l’ascolto di cui hanno bisogno.

Leggendo più volte la bella e singolare silloge di Annamaria Ferramosca, Per segni accesi, Giuliano Ladolfi editore – febbraio 2021, ho avuto la sensazione netta di trovarmi di fronte a una poetessa il cui sentire è finissimo, la cui attenzione è costantemente vigile, a lei non sfuggono particolari molto significativi che attraversano il tempo che stiamo vivendo e che interessano non il suo solo spazio di vita, ma uno spazio che va oltre i ristretti confini di un paese, o regione, o nazione, per espandersi a livello planetario.

Scritta in tempi non sospetti, (non gli attuali, febbraio/marzo 2022, in cui gli elementi presenti nelle poesie stanno esplodendo in modo esasperato), la silloge coglieva già elementi di tensione, di disfunzione nei rapporti tra popoli (ma anche tra persone della stessa comunità linguistica e sociale), di indisponibilità a farsi carico dei problemi dei meno fortunati, di non accoglienza dell’altro, come se si volesse lasciare a ciascuno la responsabilità di trovarsi a vivere in paesi dove solo la sofferenza è loro pane quotidiano, mentre in realtà non si sceglie il posto in cui ci si trova a vivere, in cui si è nati.

La Ferramosca sembra toccare con mano le situazioni di cui parla, sembra viverle sulla propria pelle, tanta è la solidarietà che si sente vibrare nei suoi versi e l’empatia.
I versi sembrano scorrere su un filo rosso invisibile, che inizia col mettere in scena l’origine della vita, (si fermano i vortici della notte si compie il tempo / l’humus prende forma imita materia d’alba […] dire di un movimento che prima non c’era / e pure si predisponeva / con l’impercettibile forza del germoglio / un tendere misterioso del seme) per proseguire con le varie vicissitudini che in una vita accadono e, con calibrato equilibrio, vengono mostrate, attraverso metafore, miti, dubbi e pressanti domande (domandepietre, a volte), e realtà concrete, le emozioni vissute dai protagonisti, le loro prese di posizione fatte proprie dalla poetessa per dar loro una voce, e che sia la più accorata e la più incisiva voce possibile.

Attraverso le poesie di questa silloge, Annamaria Ferramosca si fa portatrice di valori assoluti, che da tempo sembrano aver perso la loro preminenza nella vita degli uomini e dei popoli e nel loro rapporto con la natura (chiamo mi chiamano / respiro il comune respiro / insieme camminiamo insieme andiamo) – (il villaggio i fuochi le ombre lunghe / i miei vecchi con me porto indicibili / i loro occhi del commiato) – (ora o mai più / è ora di prossimità / insieme aprire la via nel bosco / luminosa assoluta / seguirne i segni chiari sui tronchi / fino al limite dei rami / riconoscere la distanza di rispetto / tra pianta e pianta tra nido e nido) – (cerco armi nella voce un canto / per la bambina che improvvisa una danza / le sue parolecorpo sollevano / onde felici di musica e memoria)… e così via…
I versi si dipanano lungo un asse portante che riguarda la natura, la cui salvaguardia dovrebbe essere intesa non solo per se stessa ma anche a vantaggio della stessa sopravvivenza degli esseri viventi in generale e umani, in particolare, e invece la natura subisce sfruttamenti e violazioni irragionevoli.

Con lo scorrere dei versi su quel sottile filo rosso dell’esistenza, scorre anche un richiamo forte, via via più insistente, più deciso e convincente, alla presa di coscienza della deriva verso cui stiamo portando il nostro mondo e con esso noi stessi (altrimenti // saremo sirene disperate […] solo schiuma d’onde / rumore di risacca) – (tutto il caos che piove dalla fronte / il tremore sgomento dei neuroni) – (mentre torri schiantano e ponti / deserti avanzano s’inabissano rive)…
Insieme a ciò, si fa viva una speranza, che davvero si possa tornare ad una condizione di vita sostenibile, in cui ciascun individuo, ciascun popolo possa trovare il proprio status di “umanità felice” (ci esaltiamo lungo i meridiani / per ogni lingua viva come bella s’accende / quando si contamina / e si esulta / nel riconoscere la madre in ogni terra / e fratelli su ogni terra uguali)…

Questo avanzamento delle poesie verso una speranza che non deluda è colto attraverso l’accrescimento dell’enfasi, quel che in poesia è definito climax ascendente, appunto, e che qui prosegue con intensità sempre maggiore di poesia in poesia, dall’una all’altra delle tre sezioni del libro. Con questa modalità espressiva la poetessa vuole mettere in evidenza una sorta di “grido” della sua anima, affinché le sue parole vengano ascoltate e stimolino riflessioni. E affinché ne conseguano azioni coerenti.

Non sempre si trovano tanta determinazione e tanta partecipazione emotiva in libri di poesie che abbiano un fine di così alto livello, nonostante la conoscenza dei problemi attuali del nostro mondo sia ormai alla portata di tutti.
Inversamente, si potrebbe dire che la Ferramosca abbia colto il bisogno profondo degli esseri umani più consapevoli che tuttavia non possiedono gli strumenti per mettere ordine nella loro confusa percezione e abbia voluto dar loro voce.

Annamaria Ferramosca adegua perfino il suo linguaggio poetico allo scopo che persegue e che vorrebbe conseguire. In questa raccolta poetica prevale infatti la chiarezza espressiva, proprio per riuscire a raggiungere la mente e il cuore di quanti più lettori sia possibile, perché la consapevolezza delle nostre azioni si allarghi come in cerchi concentrici, come accade all’acqua quando vi si lanci dentro un sasso.
Ecco, le poesie sono i sassi, ma sono anche precisi segni, accesi in tutta la loro luminosità, perché quel che si è mostrato alla poetessa come indice di attenzione possa essere visto e sentito anche da chi voglia capire e interpretare la realtà in cui vive, anche se in modo indiretto, leggendo le rappresentazioni che la poetessa porge con l’insieme dei suoi versi poetici.

E, nel caso specifico di questa raccolta, si tratta di poesie pensate, sofferte, vissute. E come tali raggiungono chi le legge.

(4 marzo 2022)

fare tabula rasa dei pensieri
affidarsi al buio
con la sicurezza dei ciechi

sostare ad ogni angolo della notte
afferrare i lumi al baluginare dell’alba
sulla bocca delle sorgenti
nel luccichio delle nascite

verrà l’oceano
verranno le sue vele
saremo nuovi per nuovi continenti


vedere chiare feroci le nostre solitudini
molecole disaggregata ancora
qualcuno strappa i legami covalenti ancora
la vista si oscura

reagire agli urti come fossero incontri
seguire empatiche direzioni automatiche
– voli in stormo come istinti del nido –
accogliere in gioia i suoni multilingue
quando si traducono solo sfiorandosi
e rifondano città
altrimenti

saremo sirene disperate
aggrappate ai fianchi delle navi
a soffiare note strozzate
sui naviganti legati al palo
storditi dal nostro sperdimento
d’essere solo schiuma d’onde
rumore di risacca


quel flauto di Pan suonava
come retrocedendo nel tempo
chi ascoltava ne era trapassato
sentiva di scivolare
in una terra diafana
di boschi di nidi
dove minimi fuochi
accendono desideri

ritornare là nello spazio bianco
dove il primo flauto era nato
e cantava
già prima di nascere


terra domani

mi dici ho visto in sogno il futuro
come da un’astronave guardavo
la terra venire incontro al suo domani

a tratti s’illuminava tra i rami
di lanterne voci onde vivide
da una mappa poetica sonora
(dal brusio emerge ogni voce
E nitida dice con lance di senso)

e i visi i visi di noi futuri
occhi e capelli lucenti
pelle ibrido-bruna

e le note le note
non più distinte ma
divenute paesaggio
bosco che scivola nella città
savana fusa nel villaggio

vedere caprioli in corsa
su autostrade deserte
e lupe venute a partorire
negli hangar silenziosi

sentire feroce il sole ridere
di noi umani confusi reclusi
a schivare corpuscoli armati
ad attendere lentissima
la chiarezza

 

 

Annamaria Ferramosca è nata in Salento e vive a Roma, dove ha lavorato come biologa docente e ricercatrice, ricoprendo al contempo l’incarico di cultrice di Letteratura Italiana per alcuni anni presso l’Università RomaTre. Ha all’attivo collaborazioni e contributi creativi e critici con varie riviste nazionali e internazionali e in rete con vari siti italiani di poesia.
Ha pubblicato in poesia: Andare per salti, Arcipelago Itaca (Premio Arcipelago Itaca, selezione Premio Elio Pagliarani, Premio “Una vita in poesia” al Lorenzo Montano2020, finalista al Premio Guido Gozzano e al Premio Europa in Versi); Other Signs, Other Circles – Selected Poems 1990-2008, volume antologico di percorso edito da Chelsea Editions di New York per la collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti, a cura di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti ( Premio Città di Cattolica); Curve di livello, Marsilio (Premio Astrolabio, finalista ai Premi: Camaiore, LericiPea, Giovanni Pascoli, Lorenzo Montano); Trittici – Il segno e la parola,DotcomPress; Ciclica, La Vita Felice; Paso Doble, coautrice la poetessa irlandese Anamaria Crowe Serrano, Empiria; La Poesia Anima Mundi, monografia a cura di Gianmario Lucini, con i Canti della prossimità, puntoacapo; Porte/Doors, Edizioni del Leone (Premio Internazionale Forum-Den Haag); Il versante vero, Fermenti (Premio Opera Prima Aldo Contini Bonacossi).
Ha curato la versione poetica italiana del libro antologico del poeta rumeno Gheorghe Vidican 3D- Poesie 2003-2013, CFR (Premio Accademia di Romania per la traduzione).
Sue poesie appaiono in numerose antologie e volumi collettanei e sono state tradotte, oltre che in inglese,in rumeno, greco, francese, tedesco, spagnolo, albanese, turco, arabo.

Un’ampia rassegna bibliografica con recensioni critiche è nel sito personale www.annamariaferramosca.it

Luigi Finucci

28 marzo 2022 by

 

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POESIE INEDITE
(saranno di prossima pubblicazione per Seri Editore)
Il tema gira sulle “solitudini

 

 

La prima notte al mondo
ho piazzato una tenda al Polo Nord.

La luce lunare splendeva ovunque
e il ghiaccio si scioglieva
solo in determinati punti.

Ero spoglio e sotto di me
le foche nuotavano aspettando
il mio essere cacciatore.

Il silenzio d’altronde
non si può ricordare.
                              

                          

La percentuale che un meteorite
colpisca la terra è lontana
dal nostro vivere quotidiano.

Acqua solida che vaga nello spazio
può essere pericolo e opportunità:
porta con sé vita e morte.

L’impatto è la decisione definitiva
che una specie debba smettere
di esistere, e un’altra nascere.

Non dovrebbe essere lasciato
al caso. Così la fede è l’unico
appiglio che difende dal caos.

 

 

La gravità è una cosa che fa pensare,
fa compagnia per tutta la vita.
La senti sulle spalle eppure non grida.
È un’ombra silente, una catena e una piuma:
lancia uno sguardo o una palla e
prima o poi li troverai a terra. Qualcuno
ha detto che oltre lo spazio si annulla
ma chi può dirlo?
Forse un pesce o la memoria. A detta d’uomo
sulla luna non si sente, ma c’è,
così leggera che non fa rumore.
Non lascia soli nessuno
nemmeno una barca alla deriva.

 

 

Tra gli anelli di Saturno c’è una distanza
come gli elettroni di un atomo.

Procedono intatti in tondo
attratti da un nucleo,
senza sentire la disperazione
tutta intorno, buia e infinita.

Sulla superficie, la temperatura
arriva a centinaia di gradi
sotto lo zero e la vita
non riesce ad imporsi.
Per fortuna dico,
una solitudine così
non sarebbe sopportabile,
nemmeno da un batterio.

Eppure l’occhio umano
reputa questo pianeta
tra i più belli. Solo da lontano
da molto lontano, mi ripeto.

 

 

Nel caos della mia mente,
ho assistito a scene da manicomio.

Un giorno ho sputato la medicina ed è
stato lì che ho visto una porta piccola.
Aveva i capelli neri, e sembrava ferita dalla vita:
cinque punti di sutura nei pressi del cuore.
Abbiamo provato a fuggire tutte le sere
con le mani, ci siamo illusi. Con la dolcezza
dei primi occhi.

Ora , c’è molta stanchezza. Le venature sono più evidenti
e sembriamo vecchi. Una cosa è certa, abbiamo provato
a salire sui rami dell’amore.
Caduti, le ossa si sono frantumate con la realtà.
Eppure le mani hanno trovato il modo di sfiorarsi, le mani.

 

 

E’ nato un bambino sulla terra,
tutti hanno descritto
l’evento come consueto.

Un essere piccolo scaraventato
su un globo sparso in un
indefinito spazio nero:
una catastrofe vista da fuori
diventa un miracolo.

Tutto il senso si racchiude
in una stanza di ospedale.
Il nascituro numero due
del venti aprile duemilasedici
non proviene dalla matematica.

L’unico comandamento a cui
appellarsi, è che l’uomo
assomigli ad un fiore.
Il fiore non reclama il diritto
di possesso, ma di dono.

 

 

 

Luigi Finucci
nato il 15/05/1984 a Fermo, nelle Marche, pubblica due libri di poesia: Le prime volte non c’era stanchezza – Eretica edizioni nel 2016 e Il Canto dell’Attesa – Ladolfi Editore nel 2018.
Ha poi pubblicato anche tre libri per bambini, in rima, per la Giaconi Editore:
L’aspirante Astronauta, Il paese degli Artigiani e Il mondo di sotto.
Collabora con alcune riviste e alcune sue poesie sono tradotte in diverse lingue, tra cui il rumeno e lo spagnolo.

 

finucci.luigi@libero.it

Luca Pizzolitto

21 marzo 2022 by

CROCEVIA DEI CAMMMINI

Ed peQuod 2022

                                

                                       

recensione di Luigi Paraboschi

                                   

                                                    

Due parole in questo lavoro mi hanno affascinato dall’inizio : si trovano nell’ esergo di apertura ove si legge una citazione del poeta francese Bonnefoy che dice :

“ E l’estraneo, l’esilio, in te, in me, si faccia origine “

Le parole sono : estraneo – esilio, e le ho tenute presenti lungo tutto lo sviluppo della raccolta; lentamente mi hanno aperto uno squarcio dentro i versi di Pizzolitto aiutandomi, spero, a inquadrare meglio la figura di questo poeta che nella sua scrittura dimostra ottime qualità di approfondimento nell’animo suo e, di conseguenza, anche in quello dei lettori armati di buona volontà.

La raccolta parla d’amore. Vorrei però dissipare i luoghi comuni molto diffusi attorno a questo sentimento, perché nel nostro caso ci troviamo di fronte a una forza interiore talmente grande da far sì che l’autore si senta, e ci faccia sentire tutto il peso la sua condizione di esiliato e di estraneo, come leggiamo a pag 35 :

“ Io cammino solo e/ spento nel tramonto// il mio cuore è un ceppo/ di legna secca bruciato/ fino all’ultimo centimetro/ di amore possibile-// “

Il libro ha un andamento che assume la veste della confessione pubblica attorno a una storia d’amore finita, o che sta per finire, e il tutto viene esposto al lettore con estrema brevità ( al massimo otto versi in qualche raro pezzo, ma se ne trovano parecchi di una o due brevi strofe ) che rimanda a certi film di Resnais degli anni ‘59-’60 (“ Hiroshima mon amour“ e “ L’anno scorso a Marienbad “ ) .

Come in quei film, si è talmente ridotta la comunicazione-dialogo dei personaggi da arrivare al punto di fare estinguere la storia dell’amore tra un uomo e una donna per non causare ulteriori sofferenze tra di loro.

Infatti l’autore scrive a pag. 20 :

“ Parole che staccano a morsi/ lembi di pelle, parole su carne viva “

E’ il tormento, la tortura psicologica – che forse traggono origini dal “ non detto” nel rapporto a due- ciò che fa sentire il poeta come tagliato fuori dal vivere, mandato in esilio non per colpa di qualcuno, bensì per una sorta di dannazione dovuta all’esistere ove

“ nessuno verrà a dirti/ ciò che manca “ (pag. 40 ).

L’esilio è tradizionalmente la condizione perenne di distacco dalla terra ove si ha avuto origine, ma per terra si può anche intendere una persona con la quale c’è stato :

“ il cedere lento all’ebbrezza/ dei naufragati, un dolce restare/ dentro tutte le cose “ ( pag. 26 )

e l’esiliato è colui che analizza il suo vivere ancora di pag. 40 :

“ E’ come bere, bere tenendo le labbra/ stette alla bottiglia, bere e avere sempre più sete //.

Quando il dolore per una perdita è molto acuto l’anima del sopravvissuto cerca in continuazione il modo per non sentirsi estranea all’esistenza e pag.12 riporto per intero un testo che lo esprime con chiarezza :

“ La terra divisa e lasciata/ alla cenere, ciò che avanza/alla notte è deriva lenta del cuore:/ quale libertà, mi dici, quale libertà/ è questo nostro stare, inquieti,/ inchiodati// nello spazio senza rumore di un istante ? //Qui sulla riva lontana del fuoco,/ ti seguo con lo sguardo,/ mi cerco ancora .//

Tutto il lavoro di Pizzolitto appare come una tela di pittura astratta costruita passo dopo passo con brevi colpi materici di spatola, come se egli usasse la lingua come il pittore fa con i colori .

Lentamente egli passa l’osservazione del paesaggio a pag. 16:

“ fluisce la vita, irreparabile,/ tra bottiglie lasciate a metà/ e questo cadere di foglie/ nei giorni di ottobre “

ove però la natura ha qui un posto quasi marginale nel suo narrare, sembra un “ pour parler “ che gli serve semplicemente per imbastire il racconto di sé e del suo dolore, a pag.14

“ …….tutto sfugge e trema/ nella città dimenticata, tutto/ si fa memoria austera del vuoto/…….

ed è sempre lui il nucleo centrale attorno a cui si annoda e snoda tutta la storia, pag35 :

“ io cammino solo e spento nel tramonto// il mio cuore è un ceppo/ di legna secca bruciato/ fino all’ultimo centimetro / di un amore impossibile !!

e l’amarezza gli fa scrivere con echi pavesiani a pag. 40

“ Forse il senso della vita è qui/ nel tempo che scorre e non chiede ragione ; forse è l’abbaiare d’un cane alla notte, il ricordo di una giovinezza/ ormai lontana/….

Poi con fatalità aggiunge a pag. 91 :

“ noi andiamo sempre verso un tempo, una stagione che non sappiamo “

e conclude a pag. 102 con questa strofa :

“ Nell’ istante esatto in cui il tuo cuore/ si spezza e capisci che niente ritorna/ niente può mai durare davvero “.

Rimangono soltanto i ricordi ma causano sofferenza, e stralcio ancora questi due versi di pag. 21 .

“ questo silenzio tra i nostri corpi/ il fragile inganno delle mani “

Al poeta non resta che la sconfitta e a comprova di quanto scrivo, trascrivo questa di pag. 93 per intero :

“cammino solitario mentre/ nell’ azzurro del cielo cade/ la sera e si fa notte//
Questa collina è sabbia/ che il vento solleva e disperde// giorni fatti di addii,/ cappotti scuciti e foglie/ fiorite su nuove,/ disabitate lontananze “.

Alla fine della storia l’uomo-poeta avverte tutto il peso della impossibilità a condividere con qualcuno il suo dolore se non con chi lo ha generato sia esso la madre terrena o il Dio in cui egli dimostra di credere, e, come succede spesso agli uomini, alza lo sguardo al Cielo sperando di trovarvi qualche conforto, ma…

“ Nell’ ostinato silenzio di Dio / nel suo sguardo breve/ di madre/ e trova riposo/ ogni mia lontananza//

E’ duro amare dentro una storia finita, scardina ogni sicurezza il ricordo del passato, così ben detto a pag. 65 :

“ Di questa estate ci resta addosso/ la nuda felicità delle gerbere in fiore/ l’andare del vento sui nostri passi,/ le Ave Maria in latino nel chiostro/ di san Miniato// Due rondini volano sui cieli infranti/ dei nostri inutili ritorni./ Firenze è il ricordo di una città che/muore nel sole di agosto //

Ma quel Dio che precedente l’autore aveva definito “ silenzioso “ prepara dentro l’ animo di Pizzolitto la Sua resurrezione, e riporto per intero questi versi della poesia “ Venerdi’ Santo “ ( pag. 51)

E’ un sole che splende/ sulla polvere di strade/bruciate; forte ed eterno è l’amore.// Guardi il vuoto, silenziosa presenza:/ niente cede, niente muore davvero //

Il cammino dell’esilio è stato lungo e dolorosi, i ricordi portano un poco di gioia dentro il cuore, ma il poeta sa dove cercare rifugio e conforto, e volge lo sguardo verso qualcuno che ha sempre sentito presente nella sua vita, concludendo la raccolta con questa poesia a pag. 103 che dà il titolo all’intero lavoro :

Crocevia del cammini

Nello spazio sacro della sera,/
nel volgere a compimento/
di tutte le cose/
scenda ancora su di noi la grazia,/
una dolce benedizione//

a Te giunga il canto/
di questo inquieto esistere,/
a Te giunga il grido/
che non trova pace, ragione//

Anch’io da lettore appassionato, da uomo spesso addolorato per le più diverse ragioni, da persona che si muove lentamente per le vie del mondo e spesso si smarrisce per la strada, non posso che riconosce nei suoi versi una forza espressiva non indifferente, e la mia speranza per lui è che possa trovare la pace e la ragione ove egli pensa di averla riposta.

17-18 febbraio 2020
luigi paraboschi

POESIE TRATTE DA “CROCEVIA DEI CAMMINI” (peQuod, collana Rive, 2022)

Nell’avanzo di parole
su cieli colmi di rabbia,
qui dove piove piano
e rinfresca la sera

cedi al vuoto, al niente,
il dono austero delle labbra.

Nell’ostinato silenzio di Dio,
nel tuo sguardo breve
di madre trova riposo
ogni mia lontananza.

Dalle tue cicatrici

Il nostro è un paese
di pietre e rovine,
qualcosa che somiglia
al distacco lento dei corpi
dopo l’amore,
lo stelo avulso,
spezzato del tempo.

Dalle tue cicatrici
ciò che nasce – ora,
ciò che nasce è solo
inerme, smisurata
bellezza.

Luce lasciata e tersa
dei primi giorni di dicembre,
misericordia del vento sul
tuo viso gentile, tagliato dal freddo.

È l’eco ostinata del vuoto,
è un peso greve sul cuore;
neve che accende e poi placa
l’inciampo della sera.

Andare in pezzi, fiorire un mattino.

Un dolce restare

Tra me e voi giace un’assenza,
una sussurrata lontananza.

L’aria intorno è ferma, pesante.
Nel cielo caldo, nell’afa di agosto.

Il cedere lento all’ebbrezza
dei naufragati, un dolce restare
dentro tutte le cose.

Hai detto

Ritrovarsi a terra, salvi,
qui dove i vetri soffrono
e le tue ciglia tremano appena.

Mi hai preso per mano,
hai detto Vieni, è quasi mattina.

Venerdì Santo

È un sole che splende
sulla polvere di strade
bruciate; forte ed eterno
è l’amore.

Guardi il vuoto,
silenziosa presenza:
niente cede,
niente muore davvero.

Luca Pizzolitto nasce a Torino il 12 febbraio 1980, città dove attualmente vive e lavora come educatore professionale.

Da quasi vent’anni si interessa ed occupa di poesia.

Nel 2008 vince il Premio Arezzo Poesia; nel 2014 si classifica primo al Concorso Letterario Internazionale Città di Moncalieri (“Una disperata tenerezza”, Ladolfi)i.
Nel 2019 vince il Premio Internazionale Città di Latina (“Il tempo fertile della solitudine”, Campanotto).
Nel 2021 è finalista al Premio di Poesia Onesta e Premio Prato Poesia (“La ragione della polvere”, peQuod)

I suoi ultimi libri pubblicati sono: L’allontanarsi delle cose (Ladolfi), Il silenzio necessario (Transeuropa), Dove non sono mai stato (Campanotto), Il tempo fertile della solitudine (Campanotto), Tornando a casa (Puntoacapo).
Con la casa editrice peQuod ha pubblicato, nella collana Rive: La ragione della polvere (2020) e Crocevia dei cammini (2022).

Da fine 2021 dirige la collana di poesia portosepolto, sempre per conto della casa editrice peQuod.

sito: http://www.lucapizzolitto.it
facebook: https://www.facebook.com/pizzolittoluca

Due parole in questo lavoro mi hanno affascinato dall’inizio : si trovano nell’ esergo di apertura ove si legge una citazione del poeta francese Bonnefoy che dice :

“ E l’estraneo, l’esilio, in te, in me, si faccia origine “

Le parole sono : estraneo – esilio, e le ho tenute presenti lungo tutto lo sviluppo della raccolta; lentamente mi hanno aperto uno squarcio dentro i versi di Pizzolitto aiutandomi, spero, a inquadrare meglio la figura di questo poeta che nella sua scrittura dimostra ottime qualità di approfondimento nell’animo suo e, di conseguenza, anche in quello dei lettori armati di buona volontà.

La raccolta parla d’amore. Vorrei però dissipare i luoghi comuni molto diffusi attorno a questo sentimento, perché nel nostro caso ci troviamo di fronte a una forza interiore talmente grande da far sì che l’autore si senta, e ci faccia sentire tutto il peso la sua condizione di esiliato e di estraneo, come leggiamo a pag 35 :

“ Io cammino solo e/ spento nel tramonto// il mio cuore è un ceppo/ di legna secca bruciato/ fino all’ultimo centimetro/ di amore possibile-// “

Il libro ha un andamento che assume la veste della confessione pubblica attorno a una storia d’amore finita, o che sta per finire, e il tutto viene esposto al lettore con estrema brevità ( al massimo otto versi in qualche raro pezzo, ma se ne trovano parecchi di una o due brevi strofe ) che rimanda a certi film di Resnais degli anni ‘59-’60 (“ Hiroshima mon amour“ e “ L’anno scorso a Marienbad “ ) .

Come in quei film, si è talmente ridotta la comunicazione-dialogo dei personaggi da arrivare al punto di fare estinguere la storia dell’amore tra un uomo e una donna per non causare ulteriori sofferenze tra di loro.

Infatti l’autore scrive a pag. 20 :

“ Parole che staccano a morsi/ lembi di pelle, parole su carne viva “

E’ il tormento, la tortura psicologica – che forse traggono origini dal “ non detto” nel rapporto a due- ciò che fa sentire il poeta come tagliato fuori dal vivere, mandato in esilio non per colpa di qualcuno, bensì per una sorta di dannazione dovuta all’esistere ove

“ nessuno verrà a dirti/ ciò che manca “ (pag. 40 ).

L’esilio è tradizionalmente la condizione perenne di distacco dalla terra ove si ha avuto origine, ma per terra si può anche intendere una persona con la quale c’è stato :

“ il cedere lento all’ebbrezza/ dei naufragati, un dolce restare/ dentro tutte le cose “ ( pag. 26 )

e l’esiliato è colui che analizza il suo vivere ancora di pag. 40 :

“ E’ come bere, bere tenendo le labbra/ stette alla bottiglia, bere e avere sempre più sete //.

Quando il dolore per una perdita è molto acuto l’anima del sopravvissuto cerca in continuazione il modo per non sentirsi estranea all’esistenza e pag.12 riporto per intero un testo che lo esprime con chiarezza :

“ La terra divisa e lasciata/ alla cenere, ciò che avanza/alla notte è deriva lenta del cuore:/ quale libertà, mi dici, quale libertà/ è questo nostro stare, inquieti,/ inchiodati// nello spazio senza rumore di un istante ? //Qui sulla riva lontana del fuoco,/ ti seguo con lo sguardo,/ mi cerco ancora .//

Tutto il lavoro di Pizzolitto appare come una tela di pittura astratta costruita passo dopo passo con brevi colpi materici di spatola, come se egli usasse la lingua come il pittore fa con i colori .

Lentamente egli passa l’osservazione del paesaggio a pag. 16:

“ fluisce la vita, irreparabile,/ tra bottiglie lasciate a metà/ e questo cadere di foglie/ nei giorni di ottobre “

ove però la natura ha qui un posto quasi marginale nel suo narrare, sembra un “ pour parler “ che gli serve semplicemente per imbastire il racconto di sé e del suo dolore, a pag.14

“ …….tutto sfugge e trema/ nella città dimenticata, tutto/ si fa memoria austera del vuoto/…….

ed è sempre lui il nucleo centrale attorno a cui si annoda e snoda tutta la storia, pag35 :

“ io cammino solo e spento nel tramonto// il mio cuore è un ceppo/ di legna secca bruciato/ fino all’ultimo centimetro / di un amore impossibile !!

e l’amarezza gli fa scrivere con echi pavesiani a pag. 40

“ Forse il senso della vita è qui/ nel tempo che scorre e non chiede ragione ; forse è l’abbaiare d’un cane alla notte, il ricordo di una giovinezza/ ormai lontana/….

Poi con fatalità aggiunge a pag. 91 :

“ noi andiamo sempre verso un tempo, una stagione che non sappiamo “

e conclude a pag. 102 con questa strofa :

“ Nell’ istante esatto in cui il tuo cuore/ si spezza e capisci che niente ritorna/ niente può mai durare davvero “.

Rimangono soltanto i ricordi ma causano sofferenza, e stralcio ancora questi due versi di pag. 21 .

“ questo silenzio tra i nostri corpi/ il fragile inganno delle mani “

Al poeta non resta che la sconfitta e a comprova di quanto scrivo, trascrivo questa di pag. 93 per intero :

“cammino solitario mentre/ nell’ azzurro del cielo cade/ la sera e si fa notte//
Questa collina è sabbia/ che il vento solleva e disperde// giorni fatti di addii,/ cappotti scuciti e foglie/ fiorite su nuove,/ disabitate lontananze “.

Alla fine della storia l’uomo-poeta avverte tutto il peso della impossibilità a condividere con qualcuno il suo dolore se non con chi lo ha generato sia esso la madre terrena o il Dio in cui egli dimostra di credere, e, come succede spesso agli uomini, alza lo sguardo al Cielo sperando di trovarvi qualche conforto, ma…

“ Nell’ ostinato silenzio di Dio / nel suo sguardo breve/ di madre/ e trova riposo/ ogni mia lontananza//

E’ duro amare dentro una storia finita, scardina ogni sicurezza il ricordo del passato, così ben detto a pag. 65 :

“ Di questa estate ci resta addosso/ la nuda felicità delle gerbere in fiore/ l’andare del vento sui nostri passi,/ le Ave Maria in latino nel chiostro/ di san Miniato// Due rondini volano sui cieli infranti/ dei nostri inutili ritorni./ Firenze è il ricordo di una città che/muore nel sole di agosto //

Ma quel Dio che precedente l’autore aveva definito “ silenzioso “ prepara dentro l’ animo di Pizzolitto la Sua resurrezione, e riporto per intero questi versi della poesia “ Venerdi’ Santo “ ( pag. 51)

E’ un sole che splende/ sulla polvere di strade/bruciate; forte ed eterno è l’amore.// Guardi il vuoto, silenziosa presenza:/ niente cede, niente muore davvero //

Il cammino dell’esilio è stato lungo e dolorosi, i ricordi portano un poco di gioia dentro il cuore, ma il poeta sa dove cercare rifugio e conforto, e volge lo sguardo verso qualcuno che ha sempre sentito presente nella sua vita, concludendo la raccolta con questa poesia a pag. 103 che dà il titolo all’intero lavoro :

Crocevia del cammini

Nello spazio sacro della sera,/
nel volgere a compimento/
di tutte le cose/
scenda ancora su di noi la grazia,/
una dolce benedizione//

a Te giunga il canto/
di questo inquieto esistere,/
a Te giunga il grido/
che non trova pace, ragione//

Anch’io da lettore appassionato, da uomo spesso addolorato per le più diverse ragioni, da persona che si muove lentamente per le vie del mondo e spesso si smarrisce per la strada, non posso che riconosce nei suoi versi una forza espressiva non indifferente, e la mia speranza per lui è che possa trovare la pace e la ragione ove egli pensa di averla riposta.

17-18 febbraio 2020
luigi paraboschi

POESIE TRATTE DA “CROCEVIA DEI CAMMINI” (peQuod, collana Rive, 2022)

                            

Nell’avanzo di parole
su cieli colmi di rabbia,
qui dove piove piano
e rinfresca la sera

cedi al vuoto, al niente,
il dono austero delle labbra.

Nell’ostinato silenzio di Dio,
nel tuo sguardo breve
di madre trova riposo
ogni mia lontananza.

Dalle tue cicatrici

Il nostro è un paese
di pietre e rovine,
qualcosa che somiglia
al distacco lento dei corpi
dopo l’amore,
lo stelo avulso,
spezzato del tempo.

Dalle tue cicatrici
ciò che nasce – ora,
ciò che nasce è solo
inerme, smisurata
bellezza.

Luce lasciata e tersa
dei primi giorni di dicembre,
misericordia del vento sul
tuo viso gentile, tagliato dal freddo.

È l’eco ostinata del vuoto,
è un peso greve sul cuore;
neve che accende e poi placa
l’inciampo della sera.

Andare in pezzi, fiorire un mattino.

Un dolce restare

Tra me e voi giace un’assenza,
una sussurrata lontananza.

L’aria intorno è ferma, pesante.
Nel cielo caldo, nell’afa di agosto.

Il cedere lento all’ebbrezza
dei naufragati, un dolce restare
dentro tutte le cose.

                       

                   

Hai detto

Ritrovarsi a terra, salvi,
qui dove i vetri soffrono
e le tue ciglia tremano appena.

Mi hai preso per mano,
hai detto Vieni, è quasi mattina.

                    

                   

Venerdì Santo

È un sole che splende
sulla polvere di strade
bruciate; forte ed eterno
è l’amore.

Guardi il vuoto,
silenziosa presenza:
niente cede,
niente muore davvero.

Luca Pizzolitto nasce a Torino il 12 febbraio 1980, città dove attualmente vive e lavora come educatore professionale.

Da quasi vent’anni si interessa ed occupa di poesia.

Nel 2008 vince il Premio Arezzo Poesia; nel 2014 si classifica primo al Concorso Letterario Internazionale Città di Moncalieri (“Una disperata tenerezza”, Ladolfi)i.
Nel 2019 vince il Premio Internazionale Città di Latina (“Il tempo fertile della solitudine”, Campanotto).
Nel 2021 è finalista al Premio di Poesia Onesta e Premio Prato Poesia (“La ragione della polvere”, peQuod)

I suoi ultimi libri pubblicati sono: L’allontanarsi delle cose (Ladolfi), Il silenzio necessario (Transeuropa), Dove non sono mai stato (Campanotto), Il tempo fertile della solitudine (Campanotto), Tornando a casa (Puntoacapo).
Con la casa editrice peQuod ha pubblicato, nella collana Rive: La ragione della polvere (2020) e Crocevia dei cammini (2022).

Da fine 2021 dirige la collana di poesia portosepolto, sempre per conto della casa editrice peQuod.

sito: http://www.lucapizzolitto.it
facebook: https://www.facebook.com/pizzolittoluca

Elia Belculfinè

14 marzo 2022 by

Elia Belculfinè – La rosa rosa  – Ed. Rp.libri 2020

(Recensione a cura di M. Carmen Lama)

 

La rosa è materia privilegiata del canto dei poeti per la sua particolare bellezza, il morbido profumo, la forma dei petali sovrapposti che agiscono in funzione della trasformazione lenta e delicata dal bocciolo alla rosa matura, aperta allo sguardo di chi la ama e in qualche modo anche conturbante.

E poi ci sono i molti colori, compresi quelli artificialmente prodotti, che esprimono significati particolari, tutti riferiti a sentimenti di amore e di amicizia.

È forse per tutte queste qualità, ma anche per la simbologia di cui è stata investita, che la rosa è diventata un oggetto poetico tanto altamente considerato.

Simbologia chiaramente sottolineata da Dan Brown nel suo Codice da Vinci, in alternativa alla mela del mito del paradiso terrestre o alla mela d’oro del mito del giardino delle Esperidi da cui tante conseguenze sono scaturite, secondo l’ispirazione di Omero trasposta nell’Iliade.

 

Un poeta che di recente ha preso a simbolo del suo canto una rosa, e nello specifico una rosa rosa, è Elia Belculfinè, con la sua ultima silloge, edita da Rp.libri nel dicembre 2020, dal suggestivo titolo “La rosa rosa”.

In molte poesie del libro la rosa ha parte in causa in vari modi e contesti.

Il  colore rosa sta a ricordare, in generale, un sentimento di affetto che si declina in amicizia, amore puro, innocente, o anche ammirazione e con l’aggiunta di un apprezzamento della raffinatezza ed eleganza attribuite alla persona alla quale le rose rosa sono dedicate.

 

Non so se consapevolmente e in quale misura il poeta Elia abbia scelto questa specifica rosa per voler significare i sentimenti sopra accennati, o almeno alcuni di essi; basti tuttavia essere certi che sia  riuscito a trasferire, nel suo modo peculiare e originale di poetare, questi sentimenti in diverse poesie della silloge.

Ne darà conferma una lettura attenta e partecipe, che sia in grado di andare oltre la superficie delle parole e dei versi e di estrarne il senso profondo che il poeta ha voluto comunicare.

 

La silloge comprende quattro sezioni, la seconda delle quali suddivisa a sua volta in due parti.

Nella prima sezione, Operando nel fuoco, il poeta sembra mettere in scena un paradigma elementare (elementare perché ancestrale!) dove il fuoco emerge, in ultima analisi, nelle sue connotazioni purificatrici, non senza essergli debitori della sofferenza prodotta dalle bruciature per aver osato avvicinarglisi troppo fin quasi a toccarlo.

Il fuoco a cui Elia allude è il fuoco vivo che tormenta il poeta producendo in lui gli spasmi del creare, del fare artistico, dell’essere investito della necessità interiore di scrivere per riuscire a venire fuori, anche se solo momentaneamente, dal dolore, dalla sofferenza, vissuti come DNA dell’anima, cioè come qualcosa che è intrinsecamente connaturato all’essere poeta.

 

È questo un atteggiamento tipico del poeta Elia che, anche in altre poesie edite o inedite, a cominciare dalle sue prime poesie, non manca occasione per sottolineare quanto “il poeta” debba soffrire (perfino le sue stimmate…) prima di potersi considerare tale.

Ritengo sia molto pregevole il fatto che ancora lo ribadisca, anche se in altri modi, forse più “scottanti” perché più consapevoli, in quanto si evidenzia un dato importante: il poeta più maturo non smentisce affatto le sue prime esperienze poetiche, anzi sempre più le rafforza rielaborandole.

A un attento e partecipe lettore, che abbia un minimo di familiarità con il lessico poetico di Elia, non può sfuggire il senso di questo ritornare sul tema del lavoro “sofferto” del poeta. Era già molto chiaro al giovane Elia, ed egli sa che mai potrà liberarsi di questo tormento creativo.

Scrivendone sembra volerlo alleviare.

Ma le sue parole toccano il culmine, quando scrive, ad esempio, in chiusura della sezione che stiamo analizzando: “Uomo scorticato dai graffi dei tuoi artigli / (Scrivi, ti perdi, o sei paziente, simbiosi e fiamma) / Che più di tutti hai patito il solfeggio della carne”.

 

In questa sezione le poesie si servono dei “correlativi oggettivi” (di eliotiana memoria) che all’apparenza mettono insieme immagini lontane, ma tutte sono finalizzate a rendere l’atmosfera di accanita e instancabile ricerca del poeta, che tenta di affinare le parole rendendole taglienti, urticanti, in linea con le fiamme del fuoco sacro..!

 

Le due parti della seconda sezione, Le allegrie del vino, hanno rispettivamente il sottotitolo I passati e I passanti.

Nella prima, cinque poesie dense di calore, sono dedicate a persone che sono passate per l’esistenza e con le quali il poeta intrattiene un dialogo che forse non era mai venuto meno, neanche dopo la loro scomparsa, e che qui tende a fissare il rapporto di reciproca benevolenza, ricordando (di ognuna) dei tratti caratteristici riferiti al loro modo di essere o di fare.

I versi sono incalzanti, come se il poeta attendesse da ogni destinatario dei suoi versi una risposta, un messaggio.

 

Nella mia immaginazione, è come se il poeta volesse prendere forza dalla loro morte, ed è esemplare il fatto che “Al limite di fiamma, non vi è fuoco che intacchi/ il cuore dei poeti”, e anche questo: che “I morti non muoiono mai, sempredesti filari e vortici”, e anche questo: “Dove vanno i morti, con gerle / di fuochi sulla collina?” […] “Accolgono i poeti…”

E come per i morti il poeta prega “l’amore gentile che si fa la pietra col vento” così si può intuire il suo desiderio di essere ad essi accomunato nel suo destino: che il fuoco non intacchi il suo cuore, che il poeta non muoia mai e che sia a sua volta amato.

Anche in queste poesie le parole fanno le immagini e le immagini rafforzano le parole e creano atmosfere alle quali non si resta affatto indifferenti, perché coinvolgono, chiamano in causa anche il lettore.

 

Nella seconda parte, ancora cinque poesie, questa volta dedicate ai passanti. Ma chi sono i passanti? Sono vaghe figure metaforiche che, attraverso passaggi inaspettati e accostamenti audaci di parole, simboleggiano ancora la Poesia: “Maestra che cuce le vele per i pirati” […] “Ma ciò in cui non vuole / infilare l’ago è la sua lingua lacerata / dall’infamia del suo canto, / che in realtà è un cicaleccio nella grondaia” – quest’ultimo verso a voler intendere l’insoddisfazione del poeta, come se l’esito del suo affannoso cercare fosse un semplice “cicaleccio”.. – e così di seguito, nelle altre poesie, dei versi rivelatori: lo “Sgranaossi”, gli “ofidi colloquiali”, “Tu giungi alla riva della coscienza […] dove i poeti guardano a oriente, coi battiti nelle sillabe..”, “Ermete sul trono / che canta ai poeti la sua tristezza”.

 

Il poeta è inchiodato nella sua funzione e la esplica prendendo a prestito dalla vita quelle visioni che circolarmente lo riportano al suo mondo, alla sua ispirazione creativa, al suo meticoloso lavoro nel quale, in definitiva, non è ancora arrivato se non quasi al punto di partenza.

 

La sezione che porta lo stesso titolo del libro, La rosa rosa, si articola in poesie in cui le rose fanno da sfondo all’azione del poeta, alle sue riflessioni sul destino dei morti, sulla loro vita notturna, sul loro rapporto con i loro morti e sull’essere morti, talvolta, anche dei vivi, o sul credere che “l’amore possa vincere sulla morte / eternamente”, o sul chiedersi se non ci sarà fine per i tormenti dei poeti, (“il peso del verso, con la stessa zavorra delle ombre”), per finire con “Un solo pulsante teorema: la fiamma cantare, / il drappo spregiudicato del tuo dramma / nella singola battuta” […] “Nulla resta, che nulla ci ostacola / agli eterni palpiti dell’usignolo” (qui, un velato omaggio all’usignolo di Keats?). E ancora: “Rifiuta la luce, sovente, la stella dei poeti”.

E nell’ultima poesia Elia codifica la dannazione dei poeti e il “temere per il seggio della mia eternità. Sono / o non sono nella schiera dei poeti?” – esponendosi in prima persona.

Ecco fin dove può giungere il tormento! A intaccare continuamente l’identità stessa del poeta.

 

La silloge si chiude con un bellissimo omaggio a una poetessa di grande talento creativo ed espressivo, con la quale il poeta Elia condivide un sentire che va oltre ogni umana troppo umana comprensione. Entrambi si pongono, infatti, a un livello poetico che è di pochi eletti. 

Cristina Bove è la fortunata destinataria delle ultime poesie della sezione I registri di Marcel. (Elia = Marcelin altra dimensione…!)

 

La prima delle poesie a lei dedicate è una bellissima dichiarazione d’amore, tanto forte e solido è il legame non solo poetico ma anche umano fra i due poeti, come da figlio a madre.

La seconda, un formidabile manifesto poetico, artisticamente perfetto, (già da me analizzato in altra sede) che insiste sulla necessità della ricerca continua del poeta. Scritta molti anni fa, denota l’estrema chiarezza di idee in proposito, già nel giovane poeta..

Tra le restanti poesie vorrei segnalare in particolare la penultima, “Le tue parole alle mie mani..” nella quale Elia si rivolge a Cristina elogiando le sue parole perché gli  “aprono strade di canzoni” e la interpella in modo diretto identificandola come “Anima, ginepro di partitura: musica / sorgiva alle tue dita, maestra…

Ecco, il riconoscimento a Cristina non è solo di essere vera poetessa, ma di più… maestra!

Lo scambio fra poeti è senza dubbio fonte di arricchimento reciproco, ma qui Elia si fa un po’ da parte per lasciare più spazio alla sua amica.

Si percepisce un atteggiamento di umiltà di fronte a una poetessa la cui esperienza creativa poliedrica può lasciare a volte interdetti per la semplicità con cui esprime concetti profondi, avvalendosi non solo dei propri vissuti ma anche delle sue ampie conoscenze in molti campi del sapere.

Ma, giunti al termine della lettura de’ La rosa rosa, non si può che essere certi che Elia non è da meno, e che quindi in questa ultima sezione del libro vi è un dialogo fra “grandi poeti”.

 

La consapevolezza che il nostro ancor giovane Elia dimostra riguardo al suo status di poeta e alle difficoltà che questo lavoro comporta è evidenziata in molti modi, con immagini e metafore molto incisive.

Sembra quasi che egli risieda su un sottile crinale delle parole, perennemente in precario equilibrio e debba trovare il modo di non precipitare. E nei continui e necessari assestamenti sia costretto a correre sempre il rischio, perché sa che ne vale la pena. Pertanto le sue azioni sentono vivamente la fatica, ed è solo quando il canto lo sostiene che riesce a trovare un po’ di sollievo dalla sua sofferenza del vivere in quelle condizioni di fragilità e dalla sua sofferta solitudine. È come essere costantemente in prova, e a ogni prova successiva si alzi il livello ed è come ricominciare.

 

Ma il poeta qui prende a prestito dalle rose la bellezza, la raffinatezza e l’eleganza, anche se connotate da effimera fragilità, e tutte queste qualità trasferisce nel suo stile, offrendo a chi legge una sorta di magia, e se stesso come uno dei sortilegi cui fa cenno,  perché l’alchimia delle sue parole è un dato di fatto che si manifesta come “invenzione del proprio linguaggio poetico”.

Nella lucida sintesi introduttiva di Antonio Bux questo linguaggio viene inteso come musica per “una litania senza fine e preternaturale” dove le parole “anche chiariscono quanto sia dolce sentirsi condannati, e forse anche folli, nel destino di diventare cenere”…

Come le rose, e tuttavia con la certezza di essere stati portatori di amore nel senso bidirezionale di dare e ricevere: il poeta ama le cose che canta ed è amato per il suo canto.

 

 (13 febbraio 2022)

 

Dalla sezione Operando nel fuoco

 

Recrudescenza, nella luna, del tuo male.

Alta sul pioppeto umilia,

gettandosi sulle rotaie, un usignolo dentro i versi.

L’eternità ha il furioso dulcamaro delle olanzapine,

col tuo segreto sfigurato, sorella…

Il giorno è d’autunno, un secolo fa.

Mai vedesti ridere tua madre.

Il suicidio delicato del rabdomante –

Leggervi dolore è un’oscenità comune.

Isolarti al fondo, fra le stelle d’acquitrino.

I poeti sono aria. Non versi? Sei tu a dirlo…

Strappato all’orologio l’orpello della meta.

Corollario, cerca il piatto d’ombre, il sangue col rame.

Sia, fitto di agrumeti, Città Radiante, il sole.

Concrezioni di labbra.

Rime nella notte, mai baciate.

 

Dalla sezione Le allegrie del vino

 

La maestra è una sarta magistrale.

Cuce le vele per i pirati.

E i vestiti alle bambole del vicinato

Coi panni da lavoro del marito

a cui non imbastisce un abito o intavola il piatto.

Quando ha finito si beve un vermut

tra amiche. E se ne va al cinema

con le sue miserie.

Ma ciò in cui non vuole

infilare l’ago è la sua lingua lacerata

dall’infamia del suo canto,

che in realtà è un cicaleccio nella grondaia.

 

Dalla sezione La rosa rosa

 

Smagrita, viva. Ti perdi nelle luci,

ulivo, come sfregiato pianto.

Si agitano i poeti, hanno croci,

sì. I poeti della Pasqua, nel torpore di voci

con rose di sutura sulla bocca. Nella calura d’amianto…

Rosa rosae

Rose rosa. Sulle spoglie della notte, i poeti

affondano nella pietraia fino ai denti.

Ma raccolgono il vino cercatore. Le ulne

al viso, si dannano: l’amore canta lemme lemme

le idiopatie latenti – filigrana scarna – alle culle

affannando. Nessuna fine i loro tormenti? Cara M,

il peso del verso, con la stessa zavorra delle ombre.

 

 

Dalla sezione I registri di Marcel

 

Se non confidassi in te, Signore,

e nel desiderio che tu sia al di sopra

di ogni poeta, il mio canto sarebbe

una nota fissa. Nella carne aperta della tua voce

si ravviva il suono degli uomini.

Dolce creatura, quale musa domani

ci tremerà nel seno! Ma un canto

di solo delirio inaridisce presto negli occhi

il rinforzo di voce alla tua sete.

Se il verso è un campo da arare,

se ogni sillaba è semenza faticosa, credi…

Vedrai spuntare in ogni sguardo

il cereale smagliante della tua parola.


Mi chiamo Elia Belculfinè. Sono nato a Caserta il 29 settembre di qualche anno fa. Scrivo poesie da prima di quella data (mi pare altissimo dirlo, ma non mi prendo molto sul serio, a dire il vero).
Abito a Caserta con la mia compagna.
Elia

il blog di Elia Belculfinè

Francesca Del Moro

7 marzo 2022 by

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EX MADRE di Francesca Del Moro, edizioni Arcipelago itaca 2022

Recensione di Luigi Paraboschi

C’è una poesia nel libro con la quale vorrei iniziare questo scritto per condividere con chi legge quanto sia greve il peso che chi perde un figlio è costretto a portarsi appresso, e si trova alla pagina 17:

Ho stretto l’urna contro il ventre,

pesava pressappoco come allora.

Un figlio lo contieni sempre

 

Tentiamo di sentire anche noi cosa prova una donna in gravidanza, facciamoci raccontare cosa significhi quel lo contieni, quanto e come siano grevi e grandi le speranze riguardo al futuro di chi sta nascendo, quali siano le ansie che percorrono le madri in attesa, e domandiamoci quanto sia straziante per l’autrice di questi versi il dover dare inizio a un eterno cammino di sofferenza il cui termine – colei che ha stretto le sue ceneri dentro un’urna – non riesce a immaginare.

Dentro quell’urna è raccolta la somma della breve vita di un giovane, e cerchiamo di immaginare quanto sia stato lacerante scrivere i versi a pagina 32:

e con terrore penso

che lui ha cancellato

le sue braccia, il petto,

il viso, il sorriso

che tutto illuminava

e i suoi occhi di miele.

 

Lui ha cancellato tutto di sé, si è annientato, ha voluto scomparire portandosi   via il segreto che lo ha condotto alla decisione estrema, e troviamo questi versi doloranti a pagina 49:

È troppo grande

l’amore a volte,

l’amore è insopportabile.

 

Quante volte sia in gioventù sia più in là negli anni abbiamo scoperto, o meglio pensato, che la sofferenza per un amore perso sia insopportabile, ma questa descritta lacera le carni di chi ha portato avanti una gravidanza il cui frutto si è annientato in un istante, e di ciò leggiamo a pagina 31:

Mi sono picchiata,

ho percosso le tempie

coi palmi delle mani,

premuto i pugni

sugli zigomi, sbattuto

la fronte alla parete.

 

Dal cuore straziato nasce la rabbia, il grido disperato di colei che non sa né può capire le ragioni di un atto folle e urla la sua disperazione a pagina 39:

Se potesse sapere

che non lo perdono.

 

Ma il cammino della comune quotidianità ci impone le regole alle quali dobbiamo sottostare, anche se con il dolore dentro come leggiamo a pagina 35:

e io avrò imparato

a portare con disinvoltura

il mio sguardo opaco

e il terrore dentro.

 

Di fronte alla constatazione che l’evidenza non può essere cambiata (pag. 94),

E ritorna la voce:

mio figlio è morto

morto

la parola che nessuno

osò dire quel giorno

morto

signora, suo figlio

non ha avuto un malore

morto

lo so, come lo ha fatto?

morto

è come un rintocco

morto

morto

morto.

sorge l’interrogativo su quanto non si è fatto per evitare che ciò avvenisse, nascono le domande sul chi e sul perché, e la madre si autoaccusa (pag. 18),

E non ho visto la nera, lunga

notte in cui si incamminava.

arrivando, a pagina 38, anche al punto di desiderare di cancellare la propria esistenza, augurandosi in tal modo un incontro impossibile:

Se fossi certa

di ritrovarlo al di là

di questo ruvido grigio

dove esercito l’occhio

a cadere nel precipizio

tra i passi consueti

sceglierei un piano alto

e gli correrei incontro

con la stessa felicità

con cui lo riabbracciavo

alla fine di ogni giorno.

Attorno a chi si vede costretto a subire una tragedia di questa portata si crea spontaneamente una sorta di cordone protettivo e di aiuto che amici e familiari cercano di erigere, scagionando la madre da ogni ipotetica colpa o dimenticanza. Leggiamo a pagina 92 questi versi:

Non è colpa tua,

si affrettano a dire

la polizia, i medici,

gli amici, i familiari,

rispondono alla domanda

che non fai, la generosa

negazione cade,

solo l’accusa rimane,

solo l’accusa

feroce a risuonare

 

Ma la madre è costretta a constatare che, malgrado la generosità di cuore, la bontà e l’amore dei presenti che dicono e insistono a pagina 21:

non è colpa vostra, mi raccomando,

ricordate, non è colpa vostra

 

non è possibile ignorare che la devastazione interiore finisce con il coinvolgere ognuno dei più cari (pag. 45):

E ho pensato a mia madre

che piangeva in questura

col fascicolo in mano

e a quel giorno che ha detto:

non sono più nonna.

L’amarezza della scoperta dell’ineluttabilità continua della vita (pag. 20) che prosegue il suo corso, talvolta nostro malgrado,

Il fiotto di sangue che scende

improvvisamente

davanti al figlio morto

mi ricorda che tecnicamente

potrei ancora dare alla luce

un altro infelice.

 

si misura in certe occasioni con lo scherno che pare uscire dalle risposte dovute alle domande attorno al censimento (pag. 106):

Numero di figli: zero.

L’innocente ferocia

di un banale questionario.

L’amore mio immenso.

Zero.

 

Non soltanto la burocrazia quotidiana è indifferente ai nostri dolori ma anche la natura lo è, niente di noi le appartiene, la vita si svolge sotto l’occhio immutabile di un sole che accompagna i nostri gesti e i movimenti, come leggiamo a pagina 19:

Il sole di luglio irridente

splendeva sull’ultimo tratto di strada.

L’aria era innaturalmente ferma

come il corpo di mio figlio nella casa.

 

e ancora a pagina 22:

A picco come il sole

precipita il suo sorriso

su me che mi ripiego

seduta su un gradino.

 

La vita continua a svolgersi anche dentro la voragine che si è aperta in chi soffre. Si legge a pagina 37:

Il buco del 5 luglio

ha inghiottito tutto

in un giorno infinito

di luna piena

e sole a picco.

 

e a pagina 69:

Sopra di noi, la luna

ha quasi ricomposto

il suo occhio sgranato

di quel giorno.

 

Ma il pensiero distrugge ogni consolazione, e la donna riflette sconsolata a pagina 27:

… e ho pensato

che le sue mani non ci sono più

e non terranno più la forchetta,

non potranno più toccare, stringere,

non potranno accarezzare.

 

È una tragedia nella quale si fatica a intravvedere una pausa, c’è la realtà con la sua disumanità e la constatazione che l’uomo di fronte alla fine è soggetto alla corruzione fisica, quasi alla mercificazione commerciale come leggiamo a pagina 26:

È stato messo a scaffale

un barattolo col suo nome

e il logo delle pompe funebri.

Sulle prime sembrava

una merce qualunque.

 

Non c’è consolazione possibile, non c’è speranza oltre la morte (pag. 43):

Alto nel cielo nero

di fianco al portone,

ogni mattina

un occhio di stella

solitario mi sorveglia.

Ora sarebbe facile

cedere alla debolezza

di immaginare su di me

uno sguardo pentito,

una dolcezza d’angelo.

 

e il cielo è chiuso sopra il dolore (pag. 52):

Con il viso contorto

rivolto verso il cielo

a un dio che mi colpisce

più forte ogni secondo.

 

Ma il fluire del tempo è inevitabile, si deve tornare alle occupazioni quotidiane e in parte ci si allontana un po’ dal tormento del pensiero (pag. 56):

Con una lacrima sul naso

camminando soppeso

le ragioni per morire.

 

Poi entro, premo un tasto,

mi accendo

come qualsiasi congegno,

combacio con la sedia,

mi inserisco come un cavo,

faccio clic e sto meglio,

funziono fino a sera.

*

Occorre rimettere un poco di ordine dentro il proprio vivere andando alla ricerca del vissuto di colui che non c’è più, quasi allo scopo di volerlo riportare in vita (pag. 67):

Recuperare i ricordi buoni,

raccogliere tutte le foto

– alcune metterle in cornice –

portare i fiori al cimitero,

fare le cose che facevo prima,

aspettare di morire.

e si cerca un poco di consolazione nel tornare al cimitero, nel lucidare il marmo della tomba, nell’accarezzare una fotografia (pag. 68):

Non c’è un’ombra di polvere ma io

continuo a lucidare il marmo,

passo e ripasso con il dito il panno

in ogni numero, ogni lettera d’oro

del tuo nome, col pretesto

di pulirti il viso lo accarezzo

mi illudo che ti arrivi amore,

ancora.

 

La macchina che ci portiamo dietro, il nostro corpo, non può essere soffocata dal dolore. I meccanismi di difesa che possediamo si possono rimettere in moto anche contro la nostra volontà di sopravvivenza, e riemerge in parte la fisicità dei sensi a pagina 51:

Adesso, dicono, non si può fare altro:

solo tenere la macchina in funzione.

La macchina ha fatto una cosa strana,

dato il suo stato: ha provato una passione.

Anche il medico è rimasto sconcertato,

la vita come al solito ne ha riso

e ha riaffondato il colpo dove sa.

Il dolore non scompare, è soltanto assopito. In tal modo ci si può anche illudere che l’emozione del desiderio fisico possa venirci incontro per lenire la sofferenza, ma ben presto tutto torna sotto la luce della memoria. Si legge a pagina 111:

 

Il fondo rosso

di Porto nel bicchiere,

ripenso al sangue

tra le labbra di mio figlio

edema polmonare massivo

si leggeva sul referto

edema polmonare massivo

ripeto nella mente

mentre saliamo in camera

per fare l’amore

mi sforzo di non piangere.

 

È stato un viaggio assai doloroso non solo per lei che lo ha vissuto e lo vive tuttora, ma anche per chi ha letto tutti i testi di questo lavoro. Non è solo questo l’aspetto sul quale vorrei attirare un po’ di attenzione. C’è anche da mettere in evidenza la capacità di Francesca di analizzare il dolore, anche quello altrui, come ha sempre fatto in altri lavori precedenti. In questo caso lei si è messa a nudo di fronte al lettore, quasi invocando un abbraccio di condivisione.

Luigi Paraboschi

 

Guglielmo Aprile

27 febbraio 2022 by

Sinfonia del Mare

*

Guglielmo Aprile poesie da SINFONIA DEL MAREIl Convivio Ed. 2021

*

Origliando alle porte del mare

Mi parlarono le onde

Risuonano tra le onde eco disperse
di altre voci, di uomini
uragani e naufragi
anche se per la distanza smorzato
si prolunga nel rantolo
della risacca che cresce dal largo
e che parla alla spiaggia, e le confessa
il remoto martirio di qualcuno
vissuti in altre età, boati e gemiti
di Atlantidi dimenticate, il rombo
di che si annegò, e di cui si ignora il nome;
e brandelli riemergono
di rotoli e di codici, in un vortice
di spume, avvolti dalle alghe, cocci
alla rinfusa, formule sbiadite
da acqua e sale, di rune e di saghe,
e tavole ma infrante tra gli scogli
e pagine di silice ma in pezzi
con sopra incise e quasi cancellate
le prime leggi e stralci del racconto
di come ebbe origine il mondo;
e sull’acqua prendono forma a volte
i tratti di quello che sembra un volto.
Mare, di fronte a te, sulle tue sponde
a lungo siedo, da solo, in ascolto.

*

Porta sul mare

Sull’orizzonte una porta si erge
semichiusa, ma quasi mai visibile
dalla spiaggia, se non nelle mattine
rare in cui l’aria è limpida;

le onde la corteggiano e la assediano,
ma tutte s’infrangono contro
la sua sfinge d’ardesia
che non parla, che sta di guardia al largo;

e neppure i gabbiani l’hanno mai
varcata, e ogni chiglia, si narra,
sia inghiottita dai vortici
se nelle sue prossimità osi spingersi.

L’occhio nella sua direzione scruta,
vuote ampiezze misura; ma non viola
il suo silenzio cieco, il chiavistello
che ogni esistenza reclude nel tempo.

*

Bardo schiumante

Rapsodia marina

Le galassie raccontano
alle conchiglie il proprio lungo viaggio;
e lui, il mare, raccoglie e poi disperde
l’eco di quella lunga confessione:

dissipa sillabe d’alghe e di schizzi
sopra la pergamena delle spiagge,
senza posa versifica
perduti amori e la storia del mondo

e quella del gigante senza nome
che espia una certa colpa
da quando in tufo si mutò il suo corpo,
in sbraccianti scogliere;

mare, ossesso in catene
che sbraita e strepita, voce straniera
che innalza la propria preghiera
e le distanze scavalca e le ere.

*

Delle voci del mondo unica eco

Parla tutte le lingue
ma ciò che dice resta incomprensibile,
e fonde tutte le voci del mondo
in una sola, la sua, che non varia;

forse conserva nel suo oscuro idioma
l’eco di ogni parola che confessa
ognuno alla propria ombra quando è solo:
mare, conchiglia del cuore dell’uomo.

*

Cembali della Ionia

Oracolo marino

La baia abbagliata risuona
di vaticini eoli,
emergono sillabe delfiche
dalle acque e dal loro
lungo sonno apparente,
lo scirocco la interroga
e in pallidi oracoli parla
la palma, assorti i colli
si chinano in ascolto
dell’eco di una qualche
più antica e ampia
e sovrumana pace;
l’aedo nascosto nel fitto
frusciante dei ginepri
annuncia che uno solo
è il fuoco ma innumerevoli
ha in ogni filo d’erba
le sue lingue, e riverbera
nel bulbo della rosa
come nel cuore della nebulosa.

*

Sulla spiaggia di Efeso

A miriadi le onde si frantumano
ma di uno stesso specchio sono schegge
e obbedisce ciascuna
a una comune legge,

ciascuna dell’umido rogo
umile raggio
e tremula scintilla,

ciascuna del libro del Logos
una fra tante pagine
o soltanto una sillaba.*

*

Fuoco che di se stesso si nutre

Nelle insonni fucine

Fabbro insonne del tempo
e della creazione, alacre il mare
lavora da quando nacque a plasmare
le coste e i loro profili volubili,

scava e tornisce e smussa
la creta di falesie e continenti
in fantasmagorie, in assurdi abbozzi
di aberranti idoli, d’erme barbariche

e poi abbatte quanto le sue mani
enormi di magma e spuma innalzarono
ma ricomincia daccapo, mai domo,

prosegue la sua infaticabile opera
perpetuamente provvisoria e in fieri
e che fine non avrà mai.

*
Il mare è una carezza

Battesimo

La baia, con il suo profilo curvo,
scava una culla
sospesa tra nuvole ed onde:
nel suo profondo grembo
io mi corico, e piano
disteso su di un fianco, prendo sonno
su questa spiaggia, embrione
delle galassie, e il mio corpo consegno
alla sabbia, alla sua carezza calda
che mi battezza a una seconda nascita
più vera e pura; mi fa oggi il mare,
non di carne, da madre.

*
Mare solo maestro

“Ama celarsi, parla per enigmi…”

Metamorfico mare, ha molte maschere
ma una sola anima: suo è il dono
di mutare, di assumere

qualunque profilo, a capriccio,
quando l’onda disegna sulla riva
ora un cavallo, o un’idra, o una fanciulla,

ma sempre confonde i suoi esegeti
e dei loro pronostici si beffa,
e il suo vero volto non mostra

a chi si affacci sul suo specchio; mare,
a ogni nostro bussare il tuo silenzio
è la sola risposta.

*

L’azzurro rotolo della sapienza

Quanto per te è dio, per me è il mare;
è il gelsomino che soffoca quasi
chi il suo alito esali, tanto è dolce,
ed è il fabbro operoso delle ere
che lascia su costoni e rupi traccia
della sua mano d’acque e venti e lave,
è il fremito che percorre il fogliame
ed è il boato che stacca le frane,
il ronzio in mezzo agli steli dell’ape
e l’eco montante delle risacche,
la chiocciola che su un tronco o su un muro
impercettibile all’occhio risale,
la lunghissima marcia dei ghiacciai
che il calcare scavò con la sua unghia
tracciando corridoi, gole dai fianchi
a precipizio invase poi dai laghi,
le piste che i capodogli tramandano
alla ricerca di plancton ogni anno
sulle mappe delle correnti oceaniche,
le orbite che gli infuocati globi
attraverso distanze buie battono;
è come una colorata voragine
che sul proprio orlo srotola una danza
di corpi che un solo brivido infiamma,
è quel trasalimento dello sguardo
che allo scoccare del fulmine segue
o quando spiega il suo incendio il tramonto
e allestisce la sua coreografia
fastosa drappeggiando con le nuvole
vascelli in fiamme; è la prima fonte
di meraviglia e di angoscia di fronte
ad ogni epifania dell’esistenza,
è la terribile magnificenza
che non si sa come chiamare, e a cui
tu dai nome di dio, io di mare.

***

Guglielmo AprileGuglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive a Verona. È stato autore di alcune pubblicazioni di poesia (“Il dio che vaga col vento”, 2008; “Primavera indomabile danza”, 2013; “L’assedio di Famagosta”, 2015; “Il talento dell’equilibrista, 2018; “Elleboro”, 2019; “Farsi amica la notte”, 2020) e di studi critici sulla poesia del Novecento e su alcuni classici della tradizione letteraria italiana.

Stefano Vitale

18 febbraio 2022 by

Si resta sempre altrove - Stefano Vitale

Stefano Vitale «tra il Tutto e il Niente»

Ritornare all’inizio della vita, con l’ultimo paragrafo del libro: la figura del padre. Il Piccolo requiem gli dice addio, fermando in istantanee toccanti le ultime battute della sua esistenza, faticose, tormentate, in un corpo consunto e ormai in procinto di venire meno. Sono pagine amare e coinvolgenti che però non scaturiscono unicamente dalla drammatica, fatale occasione, ma da un più profondo osservare l’esistenza in tutta la sua complessa dialettica fra esistere e scomparire, essere qui e contemporaneamente già un po’ «altrove». Tornando, infatti, all’inizio della raccolta leggiamo:

Segar via i rami secchi
d’una benjamina morente
è gesto necessario
un dolore innocente
sul finire del giorno.

Ma dall’estrema ferita
scorre un lattice scuro
che trattiene la mano
col suo morso colloso
la corteccia si sfalda:

è la vita che urla.

E ancora prima (al secondo movimento di Luce rubata):

Nasce la parola
nel dialogo coi morti
interrogare ostinato
di chi è vicino assente
e tocca al coraggio della paura
graffiare la tavola bianca

con parole pazienti
ragno in bilico sul filo d’una vena.

La vita splende, per poi urlare nel momento della fine (un urlo metaforico, che può esprimersi anche nelle forme ridotte, costrette alla sordina, di un’esistenza allo stremo), e la parola che paziente la ricostruisce nello strenuo esercizio della poesia.

La Natura non sta ferma

sempre muta si trasforma
ombra che si disfa in altra ombra,
luce che s’innerva in nuova luce.

Nella perpetua mobilità della Natura passa anche quel minuscolo, individuale agglomerato di cellule e sogni che è l’io, destinato a sorprendersi del proprio stesso esistere quando i suoi sensi lo rivelano alla coscienza, per un occasionale riflesso (cfr. anche Mi guardo nello specchio, e Trapasso, VIII.):

Miracolo della vita

è la percezione di sé
di colpo riflesso
nella vetrina d’un bar la mattina
perché ti sei visto e sentito
a te stesso sorpreso
nell’istante presente ora svanito
oltre il flusso arrogante del tempo
anche se, lo sai bene,
non servirà a niente.

Incerto è il nostro futuro, come del resto non pienamente sotto controllo rimane già fin d’ora quella che è «la misura di noi». E tuttavia io sono qui a comporre versi, e dunque esisto, e basta poco per rimanere una volta di più incantati dal meraviglioso spettacolo di ciò che accanto e insieme a me si staglia nella sua presenza, e per essere anche solo «rapiti dal canto/ di porte sbattute dal vento».

Intervengono così le quattro suggestive Variazioni di luce per voce sola, di cui la prima dice:

Luce dimenticata accesa
luce sprecata direbbe qualcuno
lume-lama che segna
lo sforzo del nostro apparire.

[…] dalla prefazione di Alessandro Fo

Il tempo di una rosa
quello di una vita

improvviso fiorire
lento disfarsi

nel profumo dell’erba
ricamato di luce

nell’istante del disastro
di petali precipitati

cercare la salvezza
nel taglio estremo

c’è il calore del corpo
dimora in cammino

verso l’altro capo delle cose.

Phanes

Hai mai pensato
al balbettìo arioso e nervoso
del tempo prima del mondo?

Dove si nasconde la sorpresa
di una danza sgangherata
nostalgia del sonno
da cui tutti noi veniamo ?

Battito d’ali e lingue
di serpenti accarezzano
il guscio dell’uovo d’argento
della vita-suono che s’invola

scivolando nell’ingorgo
del silenzio-luce
così come si andasse ad una festa
senza essere invitati.

Compensazione

Bello pensare che siamo di più
di quel che perdiamo,
di più di quel che per caso incontriamo.

Il silenzio talvolta protegge
altre volte la gioia ci sfugge
inseguendo ombre di nebbia

Nell’oscillare d fragili fili
sta il riposo che ancòra cerchiamo
riparo d’errore, ritaglio di luce.

Così si riparte da zero
più  allegri e distratti e non importa
se l’ultimo tram è appena passato.

Ricordi palermitani

I.

Un tempo eravamo marrani
scaltri mercanti ignoti marinari.
Nessuno conosce meglio di noi
l’arte di vendere quel niente che siamo
come fosse la nuda bellezza
d’un mondo che intanto cade in rovina.

II.

Ho portato a spasso
il tuo sorriso in carrozza
dalla Stazione all’Acquasanta
la valigia odorava di treno e di mare
nel traballante scalpiccìo
degli zoccoli sul pavé
il vento ci lavava la faccia
dalla fatica del viaggio.

III.

Con mia madre
in punta di piedi la mattina
verso Monreale
su per corso Calatafimi
e San Martino delle Scale
sotto il cielo ancòra grigio
saliva il filobus
sussurrando alla strada
parole gommate
morbide scariche elettriche
di sorrisi non ancora smarriti.

A mia madre Maria Grazia

Dalla “Postfazione” di Alfredo Rienzi

L’ALTROVE DELLA PAROLA

In quest’ultima tappa del suo percorso poetico, Stefano Vitale prosegue l’insistita esplorazione del mondo e del proprio esserci, del divenire in esso e del nominarlo.
Il titolo, schietto e icastico al tempo stesso, confessa come l’azione di avvicinamento all’antinomico qui, l’assedio al centro, il pienamente dimorarsi in esso, restino ancora una volta, «sempre», vani o quantomeno provvisori e parziali. Per quanto inseguita, indagata, a volte subita, la strada verso la città perfetta non si lascia possedere fino in fondo, si oppone, così che un «altrove» (o una miriade di altrove) resti meta sconsolata e confine, ma per il poeta – che questa ricerca sa essere il suo compito – anche nuovo punto di partenza….

                           

                          

Stefano Vitale (1958), nato a Palermo, vive e lavora a Torino.

Nel 2003 ha pubblicato (con Bertrand Chavaroche e Andy Kraft) la plaquette Double Face (Ed. Palais d’Hiver, Gradingnan, Francia), nel 2005 Viaggio in Sicilia (Libro Italiano, Ragusa) e Semplici Esseri (Manni Editore, Lecce). Per le Edizioni Joker ha pubblicato Le stagioni dell’istante (Prefazione di Mauro Ferrari, 2005) e La traversata della notte (Prefazione di Giorgio Luzzi , 2007). Quindi Il retro delle cose nel 2012 con Puntoacapo Edizioni (Prefazione di Gabriella Sica) e nel 2013 per PaolaGribaudoEditore la raccolta di poesie “Angeli” con illustrazioni di Albertina Bollati. Nel 2015 ha curato (con Maria Antonietta Maccioccu) la raccolta di poesie Mal’amore no edito da SeNonOraQuando. Nel 2016 ha partecipato alla mostra del pittore Ezio Gribaudo La figura a nudo con una plaquette di 24 poesie pubblicate in mostra e nel catalogo. Nel 2017 ha pubblicato presso l’editore La Vita Felice la raccolta La saggezza degli ubriachi e nel 2019 Incerto confine (con illustrazioni di Albertina Bollati e prefazione di Vittorio Bo) per PaolaGribaudo Editore, Torino. Nel 2021 ha pubblicato Il colore dei gatti per Ventura Edizioni, 12 filastrocche per bambini, con illustrazioni di Albertina Bollati.
Le sue poesie ed i suoi libri hanno ricevuto riconoscimenti in numerosi premi, ed è presente in molte riviste, blog e antologie. Sue poesie tratte da La saggezza degli ubriachi e da Incerto confine sono tradotte in inglese sul Journal of Italian Translation (2019 e 2020) e sul sito Italian Poetry (2018). E’ presente in Ossigeno Nascente. Atlante dei poeti contemporanei sul portale di letteratura griseldaonline dell’Università di Bologna oltre che sul sito internazionale Italian Poetry diretto da Paolo Ruffilli.
Direttore Artistico dell’Associazione Amici dell’Orchestra Sinfonica della Rai., giornalista pubblicista, scrive su www.ilgiornalaccio.net occupandosi delle rubriche critiche dei libri di saggistica e letteratura, curando la rubrica “Oggetti smarriti” dedicata alla poesia.

Isacco Turina

1 febbraio 2022 by

Isacco Turina

Isacco Turina: testi tratti dal libro Non come luceTerra d’ulivi 2021 
collana “Deserti luoghi” diretta da Giovanni Ibello

NON COME LUCE ISACCO TURINA

 

*

dalla sezione TRE D’AMORE

Dimmi il fiore che porti nello stomaco
che porti nella mente.
Fiore scuro di paura
fiore giallo dello sforzo
fiore bianco dell’attesa.
Dimmi l’insetto che ti ronza intorno
la cicala che stride nell’orecchio
la sapienza del ragno che ti abita.
La forma che tu vedi è una follia:
sotto la giusta ombra intimamente
si muovono i giardini inconsapevoli.

*

dalla sezione INTERLUDIO

Da una bocca qualunque ascolteremo
la frase che ci annienta per bellezza
o crudeltà e porteremo sempre
in noi come una vecchia sentenza
che rilascia nel tempo la condanna.
Cibarsi d’ombre fino a quando
sia luce tutto intorno
è ancora il congedo più bello.

*

dalla sezione NEL PRESENTE

2. Grigio oltremare

La incontro sui mercati fra il deserto e l’oceano.
Porta un turbante che non sa allacciare.
«Mi chiamano la Rondine. Ogni inverno
ritorno in questo posto. Cerco uomini
giovani, la carne locale.
Non devi giudicare: la distanza
ci fa liberi. A casa coltiviamo
inibizioni. Qui rovino e ricreo
la vuota parola amore.
……………………………………
Hai la pelle di un frutto adolescente.
Mi piace questa quiete dopo il coito:
ogni mia belva è chiusa nella gabbia,
china il capo e mi chiede una carezza.
La prima volta che sono arrivata
credevo di tornare agli elementi,
la sabbia, la notte, il vento:
il deserto, lo scheletro del mondo».
«Il ritorno è sempre monotono,
si finisce a parlare con le nuvole».
Un autista è la polpa tenera
nel guscio duro di un veicolo.
«A trent’anni mi sentivo finito.
Sono rinato nel grembo di un camion
dove mio padre è precipitato
fra le pecore e l’autostrada.
Genitori che morite,
radici spinte a forza nella terra.
Gli accarezzavo la barba ed erano
superfici scabrose di pianeti a venire».
Il camion si muove come un bruco nella polvere.
Viviamo fra parentesi e crediamo
di conoscere l’intero libro.
Guarda: il deserto sta fiorendo
di bottiglie di plastica immortali.
Cimiteri di copertoni
che portavano il peso degli uomini
attendono che nasca
un profeta dalle loro trincee.
I figli accorrono al passaggio del motore.
Un bambino è un sogno.
Mille bambini sono un incubo.
Ma un miliardo di bambini – è realtà.
Mi risveglio da un sonno bianco.

Serpente Umanità, le tue vertebre
tendono all’infinito, il tuo fiato
copre il cielo, il tuo nome
è poltiglia di tutti i nomi.
Come un rettile chiuso nel terrario
non è mai vero giorno per te,
non è mai vera la notte.
Animale senza compagno
malinconico e sterile
digerisci e vomiti
vomiti e digerisci e non distingui
nelle viscere tiepide il piacere
e il disgusto. Ogni sfondo
ha preso il tuo colore, Umanità
vecchia madre demente,
ultima nemica dell’uomo.
«Siamo arrivati, ma l’imbarco è lungo».
Ho visto troppo e non abbastanza.
Sull’altra sponda si distende
custodito da flotte militari
il suo corpo di arene e di colline,
i giardini sconvolti
da tempeste improvvise.

Stretta nella camicia
delle frontiere si dibatte, folle
e ancora prigioniera
Europa

***

Isacco Turina è nato a Villafranca di Verona nel 1976. Vive a Firenze. Ha pubblicato il volume di poesie “I destini minori” (Il ponte del sale, 2017) e la raccolta di racconti “Elogiodelle merci” (Coazinzola press, 2018).

 

 

*

Francesco Di Benedetto

6 dicembre 2021 by

Francesco Di Benedetto

photo Federica Di Benedetto

Lutti

Trovi la tua pace
nei sorrisi
garbati e silenziosi,
dei margini.

E la precarietà di questo mondo
sarà un cesto di fiori
da rammendare
e coltivare.

(Per non dimenticarmi, Manni 2018, p. 9)

*

A M. R.

Siamo alla vita
il nostro bellissimo,
caos.

Donando alle lacrime,
mamma
perdonami!

Sarà
il nostro abbraccio
su un prato
senza rovine.

I tuoi
petali blu.

(Lettera a mia madre, Ensemble 2018, p. 12)

*

Antonio e Maria Renata

Tu
sei la forza
che ci
reggi in
piedi

Non dimenticarlo:
i fotogrammi
delle
nostre nozze
d’oro.

(Antonio e Maria Renata, Zona 2018, p. 10)

*

Elogio funebre

È brutto raccontare un padre in termini buonisti.
È brutto nei confronti di quello che è stato e sarà per il figlio: per
tutto quello che è stato, per lui e insieme a lui.
Sono nato in una famiglia di libri: professori.
L’unico intellettuale della mia famiglia, delle persone che io abbia
conosciuto realmente e compiutamente, è stato mio padre.
Gli intellettuali non si scrivono di inchiostro.
Mio padre che non è mai stato un professore, mi ha raccontato cose
apparentemente banali, ma che, sostanzialmente, tutti voi rifiutate.
Questo stimolo da traboccare tutti gli assiomi.
Mio padre mi ha insegnato, amandomi, il trauma.
Fu la sua educazione alla vita, alla parola, ai legami, al pensiero.
La sua educazione era fatta di queste cose che non si vogliono
guardare.
Sono dimensioni che esistono perché la parola, che è entrata nei
libri e nei vostri legami, è la parola di un trauma.
Papà aveva una visione.
Questa visione ha attraversato il tempo e le generazioni e raccontava
il desiderio di un uomo.
Non riguardava solo la sua famiglia nucleare, ma lambiva ogni
pensiero, ogni legame, ogni parola: cioè, finalmente, ogni
desiderio.
Si chiamava Fratelli.

(Il posto, Ensemble 2021, p.13)

*

Francesco Di Benedetto nasce nel 1982 a Roma. Qui vive e ha studiato DAMS. Ha vinto il premio Filippo Sacchi (edizione 2016). Dalla malattia del padre incomincia a dedicarsi alla poesia. Scrive quattro libri di poesia: Per non dimenticarmi (Manni 2018), Lettera a mia madre (Ensemble 2018), Antonio e Maria Renata (Zona 2018) e Il posto (Ensemble 2021). Ha redatto un manifesto che è riportato in Internet: epilogopoetiche.blogspot.com. Amava il cinema.

Franca Alaimo

13 novembre 2021 by

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                       

                                                                                      

Il tuo “sacro cuore” è un canto totale dedicato all’amore, quello che hai felicemente vissuto e che per traslato ci appare come amore universale, quello senza ombre, quello che accade tra gli umani come naturale, semplice, pura vita. E tu rappresenti e fai pulsare il fuoco dell’eros in versi affabulanti di straordinaria bellezza, dagli echi saffici. È davvero raro trovare testi in cui l’eros è così traboccante di gioia fisica, ma che pure diviene totale pienezza di corpo-mente.

Deve essere stata una felice esperienza raccontare in poesia l’intero tuo rito di passaggio, da bimba cui sfugge l’amore materno, quasi scostante e dissacrante del mondo, che attraversa il tempo del tenero amore bambino, poi da adolescente scoprire il menarca, quel divenire donna, di cui ti sei sentita subito fiera, nonostante i cupi pensieri materni. E intanto il cuore. Quel cuore che dilata e palpita, “fa chiasso” presentendo l’universo della vita che di fuori aspetta, soprattutto, sì, quell’incontro che già ti colma di tremore. Incontro che accade, come è naturale che accada, e si ripete tante e tante volte, per desiderio e fame di completezza e per tua fortuna, con un lui che ogni volta ti colma di tenerezza.

Così la sapienza insita nell’amore corrisposto ti fa rompere i falsi argini dell’educazione religiosa, ti fa assaporare la verità definitiva dell’amore vero che giustifica se stesso, è sempre senza colpa.

E straordinarie nella descrizione si susseguono le scene luminose degli incontri, del desiderio che incendia, sempre insaziato. Pure si resta ammirati, sapendo della tua profonda cultura classica, di fronte a quel tuo inaspettato pensiero che vede il dio (cattolico) giudicante farsi a un tratto dio del mito, quell’impenitente Zeus che immagini prendere le sembianze del ragazzo che ti ama, per gioire del tuo corpo. È mitopoiesi, balzo nella dimensione del mito, che rende universale l’evento amoroso, è la voce del sacro che sentiamo inondare ogni moto del corpo e del cuore. Cuore che -appunto- in questo luminoso senso, è un sacro cuore.

Annamaria Ferramosca

 

 

*

Qualunque fosse il luogo

avevo sempre paura.

Pensavo che prima o poi

sarebbe passato Dio

in persona, e raccoglievo

i vestiti per coprirmi

in fretta il pube e il seno.

Che cosa gli avrei detto?

Non c’era nemmeno

un albero di mele

con il serpente cattivo nei dintorni.

Ma lui non venne mai

e cominciai a immaginare

che si nascondesse

nei corpi dei ragazzi

per amarmi

come avevano fatto

tutti gli dei pagani.

 

*

Il mio ragazzo

che abbraccio senza luna

e senza lampada

ha un corpo infinito.

Il bacio cade nel vuoto

ma io respiro

il volo dei capelli,

l’acqua profumata delle ascelle.

Molti i fiori e ampio il mare

che lui mi rotola nel grembo.

 

 

 

Franca Alaimo esordisce come poeta nel 1991 con Impossibile Luna (Antigruppo Ed.) a cui sono seguite altre sedici sillogi, le più recenti delle quali: sacro cuore (Ladolfi Ed.) e Oltre il bordo (Macabor Ed.). Nel gennaio del ’22 pubblicherà con InternoLibri 7 poemetti, con la prefazione di Giovanna Rosadini. Nel 2020 l’editrice Macabor le ha dedicato un’antologia di testi seguiti da schede critiche redatte da poeti quali: Calandrone, Rosadini, Fo, Puccini e molti altri. Ha pubblicato cinque saggi critici (Cara, Luisi, T. Romano, Rescigno, V. Fabra), e tradotto dall’inglese due sillogi di Peter Russell. E’ presente in molte antologie (Newton Compton, LietoColle, Aragno, L’Arca Felice, etc…), riviste (Poesia, Atelier, Il Portolano, etc), blog, e storie della letteratura contemporanea. Nel 2018 ha curato l’antologia di poesia internazionale L’Eros e il corpo (Ladolfi Ed.) e una scelta  di alcuni fra i testi inediti di Gianni Rescigno per Bastogi Editore. E’ autrice di tre romanzi. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in altre lingue.

 

Giuseppe Martella

3 novembre 2021 by
 
1.11.21
 
 
Ed io e te
fatti più belli
nella stessa luce.
 
*
 
Raggiungimi dall’altra parte
del fiume. Ti aspetterò
abbagliato nel sole.
 
*
 
Ripetimi tutto ciò che hai detto
per una vita
lo manderò a memoria
di anno in anno.
 
*
 
Perimetri
ma la terra ci sfugge
assecondiamola
nei suoi miraggi.
 
*
 
Così perduta pervasa
la cosa
ritorna furtiva
in forma di chiosa.
 
*
 
E come fosse niente o
fosse ciò che al niente
più assomiglia
apparve in un battito di ciglia
la meraviglia.

***

Giuseppe Martella è nato a Messina e risiede a Pianoro (BO).

Ha insegnato letteratura e cultura dei paesi anglofoni nelle Università di Messina, Bologna e Urbino. I suoi studi riguardano in particolare il dramma shakespeariano, il modernismo inglese, la teoria dei generi letterari, il nesso fra storia e fiction, l’ermeneutica letteraria e filosofica, i rapporti tra scienza e letteratura, e tra letteratura e nuovi media.

Dopo essersi ritirato dall’insegnamento, da alcuni anni si interessa anche di poesia italiana contemporanea, collaborando con saggi e recensioni a diverse riviste cartacee e online (Anterem, La Clessidra, Poesia Blog Rainews, Poetarum Silva, Nazione Indiana, Versante Ripido, Carteggi Letterari, ecc.). Una sua poesia inedita, Kenosis, è risultata finalista al premio Montano 2020. Altri inediti sono già apparsi ne Il giardino dei poeti e nella sezione Instagram di Blog Rainewes, ma non ha mai pubblicato versi propri.

Fra le sue pubblicazioni a stampa:

Ulisse: parallelo biblico e modernità, Bologna, CLUEB, 1997.

Margini dell’interpretazione, Bologna, CLUEB, 2006.

G. Martella, E. Ilardi, Hi-story. The rewriting of History in Contemporary Fiction, Napoli, Liguori, 2009 (in duplice versione, inglese e italiana).

Ciberermeneutica: fra parole e numeri, Napoli, Liguori, 2013.

Tecnoscienza e cibercultura, Roma, Aracne, 2014.

Giuseppe Martella, viale della Resistenza 39, Pianoro (BO) email: ciapas111@gmail.com 

Patrizia Sardisco

23 ottobre 2021 by

 

 

                                                                                                                                                  

                                                                                                                                                                   

Lo spettro del visibile, di Patrizia Sardisco, ed Cofine 2021

Recensione a cura di M. Carmen Lama

 

 

Non solo della visione e del pensiero ha bisogno il poeta, ma soprattutto della parola, con cui scalfire la lingua, inciderla, plasmarla.

La lingua poetica non esiste di per sé, ma è creata e ri_creata ogni volta dal poeta, a partire, sì, da una visione, da un pensiero, da una suggestione o atmosfera, ma tutto questo è lo sfondo, la pagina bianca che attende l’esatta formulazione del verso più adeguato a rendere rappresentabile (dicibile) la visione, il pensiero…

È come estrarre una luce dal buio dell’anima, qualcosa che si rivela a lampi, a sprazzi, in frammenti da cui iniziare per ricostruire una figura intera.

Il poeta è come un archeologo dell’anima. Deve essere in grado di decriptare quel che gli si presenta come enigma, come codice segreto.

 

“Vola alta, parola” scriveva Mario Luzi, la parola usurata dal parlare comune non può dire in modo efficace il sentire del poeta.

E anche quando, con un lavoro di lima e cesello, una composizione poetica sembra soddisfacente, il poeta nota ancora uno scarto rispetto alla sua intenzionalità espressiva, la comunicazione  non coincide con la sua visione, si approssima ma non la raggiunge mai del tutto.

 

Leggendo il bel libro di Patrizia Sardisco, Lo spettro del visibile (ed. Cofine 2021, con Prefazione di Anna Maria Curci), ho colto proprio un lavorìo interiore dell’autrice, che sembra utilizzare uno scandaglio mentale per scendere sempre più in profondità, nel suo Io inquieto, alla ricerca delle radici aurorali della lingua, per trovare le parole-cose, le parole-affetti, le parole-visioni-atmosfere, che sappiano dire, appunto, che sappiano rappresentare in forma poetica, l’essenza sottile, quasi ineffabile, del suo sentire.

E ogni volta è un doversi impegnare, darsi da fare con determinazione, come cercando in un magma incandescente, fino ad accontentarsi almeno di un percorso di senso, ma con la consapevolezza che forse c’era dell’altro, nel fondo, nel centro, nel cuore -del sentire e della lingua con cui esprimerlo- e che la ricerca dovrà continuare.

 

Molte sono le poesie della silloge nelle quali questa “soddisfazione a metà” emerge quasi con disappunto; alcune invece rivelano una rassegnata consapevolezza, che si presenta quasi come modalità didascalica, come se la poetessa volesse avvertire chi legge che ci sono cose – eventi – situazioni non dicibili una volta per tutte, non in tutti gli aspetti, non con la precisione che ci si potrebbe aspettare e a cui la stessa poetessa aspirava.

 

La bellezza dei componimenti poetici del libro ‘Lo spettro del visibile’ sta soprattutto nei molti e diversi modi di cercare la parola perfetta (o almeno, quasi perfetta..) e in quel tentare di mostrare le diverse facce rifrangenti di un prisma in cui si riflettono i mille colori delle parole, con le loro sfumature-nuances di significati, e nell’assegnare loro il posto più adatto nel verso e nella poesia tutt’intera.

 

E poi anche il lettore si trova come imbrigliato in una sorta di rete i cui nodi sono mobili e ricomponibili, “snodabili”, e si è condotti per nuovi sentieri di senso, per significati insospettabili alla prima lettura.

 

Nella ricca e approfondita Prefazione di Anna Maria Curci e nella interessante Recensione di Luigi Paraboschi (alle quali rimando) sono esplicati diversi spunti per una comprensione più puntuale, con citazioni ed esemplificazioni di versi, di poesie utilizzate e utilizzabili come chiavi interpretative, che hanno attirato anche la mia attenzione (ma che non riporto qui per evitare di ripetere quanto già ben espresso da altri)

 

E credo che questa silloge sia imperdibile, non solo per quanto fin qui evidenziato, ma anche perché lo stile della scrittura poetica di Patrizia Sardisco si avvale di una cultura ampia e di una espressività originale e, pertanto, leggere e approfondire il significato di poesie come queste de’ Lo spettro del visibile è come entrare in mondi nuovi, tutti da esplorare.

 

(M. Carmen Lama, 7.9.2021)

                                    

                                    

                                   

il residuo non cessa
di emettere segnali

amputare la mano dopo il tiro
continuare a saperne
la posizione le sensazioni tattili

del dolore sottratto
resta la sottrazione, l’assenza di visione
la bruciatura plastica sull’orlo
l’urlo fantasma che sutura il foro

                                                    

                                        


                                     

                         

fare della reticenza fiato
dell’astensione morso segno
usurare
la lingua torcerla al verso
darsi la direzione tra i picchi delle onde
decidere tagliare
la frequenza coattiva la catena
scantonare forse
forse cantare

                                   

                                 


                         

sembra vuoto ma è materia mobile

il lume tra tutto questo
andare e il mio restare
muta in sostanza, dico
qui riconosco un guado, ve lo mostro

ma non si guarda, non si sente un ponte
lo si passa

                                

                                   


                          

Chiedi a una rosa
se è colta o pronunciata
o se è recisa.

Sia detto che la rosa
non sbavava
per travasarsi in rosso
in un decanter

rubra dentro al suo cono
emergente incidente
era e danzava iperurania e sparsa
chiusa ma in sé esclamata

né sbocci né sboccature
non traboccava
restava, non rosa
rosa.

 

                               

Luigi Paraboschi

1 ottobre 2021 by

Non c’è bisogno di presentazione per questa raccolta di Luigi Paraboschi, questi versi sono summa di vita, condivisione di un pensiero che tende all’ineffabile partendo dall’intima esperienza umana.
Leggerli fa bene all’anima.

                                        

                                          

“…eppure non ha senso/ rimpiangere il passato, provare nostalgia per quello che/ crediamo di essere stati./ Ogni sette anni si rinnovano le cellule :/adesso siamo chi non eravamo./ Anche vivendo lo dimentichiamo/ restiamo in carica per poco/“

“Historiae “di Antonella Anedda
                 

                                       

                  hic et nunc
…starsene fermi/ su questo mondo che ci ruota attorno/perennemente in viaggio verso est/ e dirsi in versi/ forse nel tentativo di sottrarsi/ non solamente al male/ ma anche alla terribile bellezza/ che annichilisce e ammalia /

  “la simmetria del vuoto”  Cristina Bove

                          

                              

                Lettere dal confino
“ non credo in niente/ ma accendo una candela/ e per poterti ritrovare qui/
dico perfino una preghiera “.

  “ una piccolissima morte “ Francesca Del Moro

      

                                                


_____________________                                                                      

         ____________________________________________________________________________

Ai margini dei fossi

Ai margini dei fossi stanno
dignitosi fiori dai nomi sconosciuti
ignorati da chi passa e va di fretta,
nella povertà del paesaggio
polveroso spuntano striminziti
tra gli sterpi, si nascondono alla vista
hanno petali lavanda o lacca di garanza
profumi che solo qualche laborioso
insetto può rintracciare a fiuto
se però ti serve un mazzo per decorare
non ti rivolgi a loro, cogli nel tuo giardino ,
più spesso il tuo sguardo vola a quello del vicino.
                          
                    

Si formerà una pozza

Ho voglia di mettere giù due o tre righe
sopra un foglio di carta da droghiere,
intingo la penna nei colori ad acqua
e quando a novembre pioverà
le mie parole si scioglieranno
allora si formerà un pozza scura
sopra il tavolo dove siedi per la cena.

Non sto scrivendo dai confini del mondo,
da più lontano, dal luogo ove le nuvole
si riposano quando sono stanche,
è sempre settembre fatto con mezze
luci che s’allungano dolci sopra le foglie
e fanno diventare rosse
di calda vita anche le tende

                  
                     

Tutto il respiro

E’ dunque vero ciò che scrisse il bardo
che vi sono più cose tra cielo e terra
di quanta ne contempli la nostra filosofia ?
Oppure siamo certi di sapere il luogo
dove nasce la malinconia o da che cosa
sboccia la fonte del desiderio?

Se è la carne a farci dire la tristezza
come spiegare allora la corsa ad inseguire
l’appagamento, il tentativo di riempire
un vuoto che appare come nostalgia?

Mongolfiere senza lo spirito condannate
a ripiegare sopra terre desolate,
alianti che senza le correnti devono
planare sperando di non schiantarsi
siamo,
eppure questa attesa di conoscenza
non si tace, il vuoto dentro il quale
ci agitiamo è un porto nascosto
dove sperare incontri di fortuna.

                         

                     

A chi racconteremo i silenzi ?

Sapessimo prevedere quando
finiranno le tempeste
potremmo metterci al riparo
dentro un portone o sotto gli archi,
ma ciò non ci è concesso, ogni risveglio
riporta vecchie ruggini e s’accresce
il cigolio sopra i cardini del tempo.

Andarsene sarà capire il metro
di quel verso troppo lungo
che si voleva spezzare perché
non s’adattava e nel respiro s’assopirà
la nostra voglia di trasmigrare.

A chi racconteremo i silenzi
di quando il giorno è peso
senza ragione, la fatica
per rimanere in piedi _ vigili
ma disattenti_ se non a un foglio
bianco con sopra tracce di parole?

                           

                                 

Il sonno della ragione genera pace

Alle sette di mattina in piena estate quando
il sole è pura luce senza calore pare d’essere
calati in un Bonnard, e camminare nella città
dei morti è come viaggiare sopra un treno
quando s’osserva il panorama dal finestrino.

Sosto di fronte alla bellezza d’una crocchia
ben acconciata, dentro la foto un viso di tre quarti
mi guarda tenero e un poco triste, quasi
complice di qualcosa che solamente noi sappiamo.

In questo panorama mattutino risuona
come il tintinnio di due bicchieri il battere
di una cazzuola contro il mattone
per una nuova sede da cui col tempo
affiorerà l’ umidità che sfoglierà l’intonaco.

Si spezza il marmo, l’involucro perde la resistenza
al tempo e l’erba grassa cresce e si propaga,
tutto riposa in serenità sopra le passioni
stinte nel buio, su gli amori giurati eterni,

si spengono le ambizioni e l’inseguimento che ci allarmavano
l’orecchio come succede ai gatti per i suoni sconosciuti,
tutto diventa luce nel mattino, calati dentro un Bonnard.

                         

                                   

E’ un ‘assenza senza la giustificazione

Ti serve solamente un tronco scorticato
in fondo ad un campo un po’ in discesa
per appoggiarvi il peso delle spalle,
e una finestra da cui scrutare chi risale
il declivio del tuo orto non diserbato,
attendere poi che il ghiaccio nella gronda
diventi acqua nella secchia per interrare
qualche seme e dare un nome nuovo al fiore.

E’ la gratuità a fare meno arido
un incontro tra due cespugli rotolanti
nel vento. Ora che le notti lunghe
dell’inverno hanno smagrito i passeri
restano a loro le piume per il corpo scarno
a noi le parole per cercare un senso
a frammenti di vocali smarrite
e rimanere senza risposte o spiegazioni
è un’assenza senza la giustificazione
sipario che cala all’improvviso
sopra la ricerca di un significato.

                         

 

Arrivederci

E’ stata rapida la tua partenza, un soffio come il vento
che con un colpo d’ala passa sopra i fiori e li disfoglia,
sei andata senza un saluto, forse neppure la coscienza
che ti stavi avvicinando a quella casa ove da sempre eri attesa
_amica cara di tanta vita _ Neppure un gesto della mano
una strizzata d’occhi, forse nemmeno un’invocazione,
ma uno scorrere lento da qui a là, lo sprofondare
dentro il buio che diventa luce in un istante.
Abbandonarsi dal letto dell’ospizio a quello della corsia
senza sapere chi-dove-e-quando, solo il perché
non ti è mai stato ignoto (diceva Carla che non si era
venuti al mondo per compiere una passeggiata ) ma anche tu
ben sapevi che era una scalata spesso senza ramponi.

 

                     

Ciò che resta

Tace la finestra, non oscilla più la tenda,
le stanze non risuonano del parlottio quotidiano,
è vuoto questo mattino, non odo il saluto che dà
lo spazio alla consueta malinconia che improvvisa
o lenta prima o poi scenderà a cancellare visi parole
e gesti, e quell’ultimo respirò s’aprirà sopra un vuoto
nero dove non saprò più scrivere di me e di noi sospesi.

Resta solamente il vuoto di ciò che i sogni lasciano
il fiore amaro delle parole che non abbiamo saputo
pronunciare, lo sguardo stanco di chi ha visto
ciò che è rimasto indietro, la mano persa, la presunzione
d’essere stati di importanza, e un canto aprirà la strada
con il suono profondo di una gola stanca e le vocali nitide
modulate da una fede consapevole per la libertà ottenuta,

allora il giudizio sarà folgorante, un lampo per rimediare
o perdere e scopriremo infine che non era l’ombra ciò
che temevamo ma le voci, i ricordi, gli amori, macigni
sopra i nostri poveri stanchi cuori in attesa di perdono

                        
                                      

                     

[…] Ho amato questi testi di Luigi Paraboschi, come appunti di vita trasposti in poesia, dove il vissuto è reso con un vigore audace, talvolta visionario, ma sempre ancorato alla necessità d’essere veritieri, anche nel registrare le emozioni, senza nulla tralasciare di gioie, dolori, speranze, timori che appartengono all’età che avanza e sempre più avvicina a quel momento la cui certezza per molti è fonte di sconcerto.
Non per il poeta che ha scritto questi versi, che in una sua visione quasi voltairiana, navigando sui mari ondosi della poesia, assegna a dimensioni ultraterrene segreti da svelare: il porto esiste, per raggiungerlo bisogna fronteggiare le tempeste.
C’e un significato implicito nel vivere, vuole comunicarci l’autore, e ci riesce perché lascia che il sogno abbia respiro e renda manifesta l’anima anche nelle piccole cose quotidiane.
Scrive dell’essere umani e transeunti senza facili abbagli, con lo sguardo limpido di chi sa che ci sono “più cose sotto il cielo…”.
Un linguaggio che sfida dispersioni:

“Non sto scrivendo dai confini del mondo,
da più lontano, dal luogo ove le nuvole
si riposano quando sono stanche,
è sempre settembre fatto con mezze
luci che s’allungano dolci sopra le foglie
e fanno diventare rosse
di calda vita anche le tende.”  […]

dalla postfazione di Cristina Bove