Miro Gabriele

9 aprile 2020 by

 

“… poesia suggestiva, quella di Miro Gabriele, che ci fa accettare quasi con complicità la parola ’anima’. Con delicatissimi strumenti ci immette nel mistero, ci inserisce nella trama dei suoi ’fili invisibili’, sospesi fra le dita della sera’…” Maria Luisa Spaziani

*

 

 

dal libro “Le città antiche e altre poesie”  (GBE Editoria) prefazione di Alessandro Fo

 

Le rose di Porto

 

I

Limpida fra i passi quest’offerta
di noi che attraversiamo il giorno
nel silenzioso giardino, perfetta
l’opera per rinsaldare l’ombra,
senza memoria le stagioni
coprono l’abisso, la luce
è forte la rosa selvatica
oscilla nel miele delle ombre
intatto il vuoto azzurro il cielo chiaro
dove si sciolgono le nuvole.

 

 

II

Luminosa pietà si ricompone
nella distratta ombra, qui lo sforzo
di rendere il dolore più sottile
più intenso è stato
(il papavero splende sulla porta
una colomba si china a sfiorarlo)
Mani gentili
fate che il lampo di ogni breve vita
rischiari il cielo
dove ardono le rose, dove noi
nella luce che resta nella riva
d’occidente consumiamo i passi.

 

 

III

Nel giardino degli assenti
ombre irrequiete segnano la terra
i papaveri s’inclinano
sull’intonaco celeste e il soffio
in forma di colomba inghiotte
il fiore che recide l’affanno,
lo sguardo è netto il passo
parallelo, il sole scende
accanto alle piccole rose
accese come labbra lungo il muro,
e il buio già le spinge
nel grembo umido davanti a noi.

 

 

IV

Su questa soglia
nel flusso oscuro dei pensieri ecco
l’aperto disegno tutta la luce
che cola a fondo nelle vene
della pietra, solo la rosa
brilla con un lampo silenzioso,
da qualche parte il varco
un vuoto nella forma, il cielo
scorre dentro le parole,
e noi passiamo oltre
(forse nell’erba il profumo)
senza riuscire a vederlo.

 

 

V

Soltanto per caso quel giorno,
amica lieve che eri ancora
al culmine, provammo a ricomporre
l’ombra ma in un reticolo di crepe
minutissime era persa,
per quella astratta geografia eravamo
dove l’occulta rosa si sfaldava
nel vuoto della luce
non c’era intorno altro che
bagliore del marmo e nel lampo forse
per quei segni vaghi una sommessa
pietà di noi dello sciupato amore
del nostro viaggio così breve.

 

*

 

MIRO GABRIELE vive a Roma. Ha pubblicato “Odi et amo” Ianua 1988, una traduzione di poesie di Catullo con prefazione di Luca Canali, e “Il Gaio Verso” Ianua 1992, antologia di autori latini. È stato inserito da Luca Canali in “I poeti della ginestra”, Lalli 1989. Ha vinto il premio internazionale Eugenio Montale nel 1992, ed è presente in “Sette poeti del premio Montale”, Scheiwiller 1993. Compare in “Vent’anni di poesia” 1982 – 2002, a cura di Maria Luisa Spaziani, Passigli 2002. Nel 2004 ha pubblicato il romanzo “La Vita Incerta”, Valter Casini Editore. E’ autore, con Anna Maria Giannetto, del testo di latino per i licei “Navigare”, Zanichelli 2006. E’ stato finalista del Premio Lorenzo Montano nel 2006 e 2008. Nel 2014 ha pubblicato “Le città antiche e altre poesie” GBE Editoria, con prefazione di Alessandro Fo, segnalato al premio Montano 2015. Nel 2019 è uscito “Dentro lo sguardo” Ensemble edizioni.

Fernando Della Posta

2 aprile 2020 by

Sembianze della luce

 

Poesia come luce

Nei diversi messaggi scambiati con Fernando Della Posta nei primi giri di bozze, l’autore mi offriva ogni volta un’ipotesi di titolo diversa. Ogni nuova proposta aveva però come centro la luce e ne conteneva invariabilmente la parola, segno che il rovello del titolo (che in verità attanaglia quasi ogni autore alla soglia della pubblicazione) era incentrato sul tentativo di ricomprendere i diversi significati, possibilità semantiche, opportunità immaginifiche che si raccolgono intorno al termine luce. Il timore del poeta era che la luce fosse intesa come elemento singolare, escludendo l’insieme delle molteplici sfaccettature, delle diverse temperature, dei diversi colori e corpuscoli che la compongono. Bisognava dare atto al lettore di questa molteplicità ed ecco allora la soluzione prescelta: Sembianze della luce, un titolo multiforme che andrà a svelarsi di fronte a chi legge, testo dopo testo.

La luce è allo stesso tempo la poesia e il linguaggio che le dà corpo, depositandola sulla pagina, è il prisma che la scompone nei suoi elementi essenziali. Si tratta di offrire delle possibilità di realtà, stratificazioni e tagli che mettono in risalto gli elementi rilevanti dell’amore, dell’esperienza di scrittura, della relazione, ma anche della disillusione e dell’impegno civile.

La poesia di Della Posta è una scrittura del possibile nella quale trovare il senso del divenire, quasi una scrittura quantistica, un paradosso del gatto di Schrödinger, dove il testo prende vita e si costituisce realtà solo nel momento in cui il lettore apre la pagina.

La luce ha dunque diverse manifestazioni. Si tratta di apparenze che regalano al lettore diversi sguardi “angolari”, o per meglio dire diverse sembianze della luce.

È allora evidente come già in questo titolo polisemico si nasconda la complessità di un libro che regala squarci e varchi nell’esistenza di chi legge, per gettare lo sguardo, come invita l’esergo iniziale, mostrandosi come opera necessaria, matura, a tratti coraggiosa. […]

Dalla prefazione di Luca Benassi

 

 

I solstizi, le marionette,

la diagonale del quadrato

sono tre cose meravigliose

secondo Aristotele magno.

*

Nelle gole il sole raso spazia

come lo sguardo di un amante.

Luce del corallo di cammei disciolti.

 

 

 

Se le dimostrazioni risiedono nei fatti,
già prima che qualcuno le sveli,
non importa tanto il nostro pensiero
ma se stiamo alle fondamenta
o all’apice di un antico edificio
e fino a che punto questo stia per sgretolarsi.

Mentre conversiamo
la luce del tramonto invade le nostre stanze
e ci culla dolcemente.

 

*

 

Quegli orribili abbigliamenti
quelli consoni all’età, o alla condizione
ci dicono che ci sono passaggi
nella vita che ci sono obbligati
– goffo, persino l’imperativo
come la biglia che s’ingolfa
nel muricciolo di sabbia asciutta.
S’incomincia da una pagina bianca
che anela ciecamente ad una scritta
a chiare lettere che recita:
Finisterrae!”, poi la bufera.

 

*

 

Non è facile, non è facile catturare una luce
nel temporale portato dal vento, mentre
la noia pasquale imperversa, e una parvenza
di perdita ci assale, una caduta al ribasso
tra le lente ore che passano, incespicando
in un buco, una gora, una traccia, una fiumara
che s’ingrossa dietro i vetri che si riempiono
di timide gocce di cielo ricacciate nel nulla
dal lesto sole. Altri maestrali si porteranno via
questi già vecchi e fragili puntini di mimosa.

 

Luce autunnale

 

Ti stringevi nel tuo chiodo
il collo avvolto in uno scialle violetto
i capelli neri come piume di corvo
sotto una pioggia di foglie.
Avevi un pallore di materia fragile
ma le guance sorprendentemente accese.
Il sole si nascondeva
dietro strali di nuvole blu.
I nomi dei giorni si dimenticano,
restano sequenze che sarebbero indecifrabili
se non ci fossero palpabili emozioni
che più lentamente,
come braci di un fuoco spento
col tempo si dissolvono.
Viviamo scambiando senza volontà
un tepore che è tutto, con cenere.

 

Convalescenza

 

Tergiversare sospesi
come fantasmi al mondo
nei risvegli della convalescenza.
I cifrari si riducono all’osso
e l’alfabeto dell’essenziale
riacquista la sua importanza.
La sorpresa che fa bene
è quella dei volti che si rivelano alla luce
e che ci rimettono al mondo,
con la sicura delicatezza dei gesti
e dei discorsi, come i nuovi padroni
accolgono il cucciolo
strappato alla nidiata,
che deve ricominciare a fare
lunghi sorsi di vita.

 

*

 

Quella sera il poliziotto e suo figlio
vennero da me: scrive versi
– dice orgoglioso – mio figlio – occhi azzurri
forse come sua madre – pensai,
non come le pupille opache di corteccia
di suo padre, forse molto in là
con gli anni – dicci come si sta
seduti sulle nuvole della grazia.
Si sta su nuvole di piombo – pensai,
ma non lo corressi. Dissi solo
che se una piuma dai, una pietra togli
ché la questione non è tanto lavorare
per la ricerca di una gloria duratura,
semmai un amare con costanza
come il gioco del tennista di seconda fila.

 

*

 

Vidi la versione sua, più antica
in una giallastra foto d’epoca
spiccicata sua madre
che la seguiva d’appresso
ondeggiante come una giara
nobile contenitore di vissuto
altare apparecchiato di conforto.
Mi dicesti: “sei materiale
vedi occasioni da far tue
sempre senza interpellare
chi stai facendo oggetto
del tuo bisogno d’ammalato”.
Così apristi in me un varco
e capii che per coloro che scegliamo
ci facciamo linfa e nutrimento
e che legarsi è sempre un investire
per diluire la nostra identità,
disperderci per poi trovarci, forse,
senza poterne dare annuncio
– non ne varrebbe poi tanto la pena
pochi starebbero ad ascoltare –
nelle fila delle vite altrui.

 

*

 

Siamo stati due punti
che si sono allineati,
trafitti dalla stessa
spietata linea retta.
Non è stato tanto un male
per noi che ad ogni modo
nel nostro piccolo cantuccio
abbiamo trovato la maniera
di colmarci, è stato un male
piuttosto per il resto, tutto intero
che un giorno si è trovato
due persone in meno
a rispondere all’appello.

 

Turning Point
               
               
Lo sprovveduto il principiante
l’outsider – l’ammanco dell’accademia
che viene subito colmato
con la semplicità impossibile –
avviene spesso che chiuda con lucchetto
l’ala impolverata del castello
e che il legno le fondamenta la grondaia
il transetto l’avancorpo
entrino nello sfacelo.

Dove il suo occhio di leopardo alligna
la consunzione accelera gli eventi
senza poter chiedere appello
o redigere un riassunto.

Chi sta in basso grida più forte
e il limite è un cavaliere appiedato
che sistematicamente sorpassiamo.
Genio è fiamma che brucia e resiste.

 

*

 

Fernando Della Posta, nato nel 1984 a Pontecorvo in provincia di Frosinone, laureato in Scienze Statistiche, vive a Roma e lavora nel settore informatico.Tra i tanti riconoscimenti ottenuti in poesia nel 2011 è arrivato tra i finalisti al concorso di poesia “Ulteriora Mirari”

nella sezione silloge poetica inedita; nel 2015 è risultato tra i finalisti del concorso letterario “Sistemi d’Attrazione”, legato al festival “Bologna in lettere 2015”, nella sezione dedicata a Pier Paolo Pasolini; nel 2016 vince il concorso “Stratificazioni: Arte-fatti Contemporanei” legato al festival letterario di Bologna in Lettere 2016 nella sezione B poesia inedita a tema libero e ottiene una menzione al XXX premio Montano per la silloge inedita. Nel 2017 vince il Premio Nazionale “Poetika” nella sezione silloge inedita. Nel 2018 si classifica secondo nella sezione inediti di poesia al Premio “Andrea Torresano”, ottiene una segnalazione al premio Lorenzo Montano per la silloge inedita e vince il Premio Letterario Zeno nella sezione poesia. Nel 2019 ottiene piazzamenti da finalista per la raccolta inedita ai concorsi: “Paul Celan”, “Pietro Carrera” e menzioni speciali al premio nazionale editoriale  “Arcipelago Itaca”. Sempre per la raccolta inedita ottiene la segnalazione al Lorenzo Montano. Sempre nello stesso anno, inoltre, ottiene il secondo posto nella poesia inedita e la menzione di merito per il libro edito “Voltacielo” al premio Chiaramonte Gulfi.

Numerose sono le sue recensioni e le sue sillogi reperibili su diversi blog letterari come «Neobar», di cui è redattore, «Words Social Forum», «Viadellebelledonne», «Poetarum Silva», «L’EstroVerso» e «Il Giardino dei Poeti».

Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di poesie: L’anno, la notte, il viaggio per Edizioni Progetto Cultura e, sempre in poesia, nel 2015 Gli aloni del vapore d’Inverno per Divinafollia Edizioni, nel 2017 Cronache dall’Armistizio per Onirica Edizioni, nel 2018 Gli anelli di Saturno per Ensemble Edizioni e nel 2019 Voltacielo per Oèdipus Edizioni.

Valentina Calista

24 marzo 2020 by

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(Ladolfi Editore, 2019)

 

Mi accosto sempre con un timore reverenziale alla tastiera quando mi accingo a stendere una prefazione. Eppure, dopo tanti anni di esperienza, la sensazione non solo non si attenua, ma addirittura cresce con la consapevolezza che mi viene consegnato qualcosa di prezioso, di intimo, di misterioso, di sacer, nel senso che appartiene agli dèi e che non

può essere violato dal contatto umano, come l’homo sacer che non può essere toccato dalla comunità.

E di vera sacralità oso parlare nel momento in cui incomincio a entrare in questa raccolta di poesie, atteggiamento diverso da quello che provo durante la lettura, per il fatto che in questo secondo caso mi sento profanus e cioè “davanti al tempio” e quindi al di fuori del pomerium.

Come superare questo terror di fronte al numen, al mana della poesia? In primo luogo, con l’umiltà di chi sa che la potenza di un essere umano che si esprime in versi non potrà mai essere racchiusa in concetti, quindi con il desiderio di sottomettersi al testo in vista di una vera e propria “fusione di orizzonti”, anche se i limiti mai coincideranno e infine con il desiderio di offrire un contributo personale all’esplorazione di un mondo senza fine.

 

La raccolta di Valentina Calista inizia con un titolo dal sapore sentimentale, Cuori, ma immediatamente l’impressione viene spazzata via dal testo in prosa in cui prevale una precisa concretezza («Mia madre ha un cuore di sughero», «Mio padre ha un cuore di vetro», «Mio fratello ha un cuore di pane», «Io ho il cuore di paglia»). Il mistero si infittisce perché le metafore superano il linguaggio comune e aprono scenari densi di interrogativi: il nome del padre e della madre diventa realtà non in una parola, non in un ruolo, ma in gesti di un amore che è presenza e assenza contemporaneamente, perché popolata di sogni.

 

Ma l’esistenza non si lascia sottomettere dai desideri umani e immediatamente l’io lirico avverte la presenza inspiegabile del dolore; la protesta assume una dimensione biblica con accenti molto vigorosi: «Perisca il giorno in cui nacqui», che sfociano in un’elegia priva di speranza:

 

La neve non ti ha amato, non ti ha dato candore.

Non ti ha esposto al sole. È stato il fango, sporco

denaro. Ti ha divorato le mani, il cuore e il sogno.

 

Ci addentriamo, quindi, nella notte (Tra l’alba e il sogno), notte interiore, notte oscura, come quella dei mistici, in cui Dio appare lontano, privo di senso, insensibile alla sofferenza dell’uomo, ma al fondo di questo tunnel l’io lirico (Tra i vespri e l’alba) scorge

ben presto la bellezza della natura, apre il cuore alla vita: «Qui, la malinconia è preludio alla bellezza» e l’essere riprende una propria “consistenza” nell’esserci, nell’essere nel mondo («Mi pare di intuire, perfino. / Perfino che siamo»). La notte sconfinata allarga l’anima e produce una sensazione di benessere e la poetessa riesce ad apprezzare le “piccole cose” della vita quotidiana e a gioirne ritrovando in questo modo il senso dell’esistere: «Se la felicità fosse un gatto / acciambellato nel suo cesto-casa».

 

Questo rapporto con le realtà minime non si presenta solo come barriera contro l’assurdo, ma anche come superamento «d’inesistenze-inconsistenze», e calma e dona serenità. E allora ogni aspetto assume una dimensione “sacra” («La primavera mi aspetta, preghiera / mi aspetta il sapore del pane, la sera») sottolineata da uno stile francescano («terra / nostra sorella»), nel significato di cui abbiamo parlato, nonostante la presenza del limite che sempre incombe sull’esistenza («L’alba piove macerie e inaugura il lutto»), nonostante la debolezza di una luce che non sconfigge totalmente il buio («una qualche luce dentro un qualche buio»).
Di fronte a tale mistero e all’immensità del creato, in questo «disfare e rifare» del tempo non possono non sorgere domande da “pastore” leopardiano: «io sono chi?».

Solo la dimensione religiosa dell’io lirico riesce ad aprire uno spiraglio:

 

Così docile si fa il mondo,

intrecci di ciò che è destino

fortuna o, meglio, trame nascoste di Dio.

[…]

(dalla prefazione di Giulio Greco)

 

 

CUORI

 

 

Mia madre ha un cuore di sughero. Quando lo getta a mare, il suo dolore galleggia, non sprofonda come il mio. Sta lì, ondeggiante come una boa, fermo, attaccato a una corda di sangue che penetra l’abisso.È convinto che l’esistenza proceda solo nel suo nero perimetro. Intanto, i gabbiani lo insultano. Gli ricordano che Dio ha inventato le ali. Mio padre ha un cuore di vetro. Se i miei occhi lo attraversano, vedo l’altra parte del mondo, quella dove so che sono al sicuro, quella dove so che posso andare libera. Non ci sono parole, sole direzioni tracciate da sguardi, lacrime nascoste nelle tasche della vita. Mio fratello ha un cuore di pane. Glielo hanno divorato a morsi, profondi. Ancora non sa che il pane non finisce mai, nemmeno in tempi di carestia. Ha le mani in pasta e vorrebbe cambiare il suo mestiere per non morire. Forse morirà, il suo dolore. Allora sarà libero di vivere. Io ho il cuore di paglia. Quando il vento mi picchia, prende fuoco. Nulla lo arresta. Qui, da sempre manca l’acqua. Eppure, ho un vaso colmo d’esistenza dal quale non escono più echi. Solamente vita, e ancora vita e poi, altra vita immensa che aspetta la vita. Querce d’amore.

 

 

Nei nomi del padre e della madre

 

Nei nomi del padre e della madre,

nella notte in cui mi spostavo dall’etere

all’utero. Lì, l’amore racchiuso nel pensiero.

Avanti a tutti voi, diritta come abete,

nuda, sabbia di deserto io, voi miraggio.

Madre che sei madre nel nome e nella pancia,

Padre che sei padre nel nome e nel cognome,

pensieri amorosi scolorano senza presenza

senza il dare vostro e il mio ricevere: il nome

assenza.

 

 

 

Piccola madre

 

Dai tuoi capelli intrecciati di paglia

non sgorgano sogni di madre

– piccola madre che scuoti il dolore –

hai mai mostrato le tue trincee ai tagli del sole?

 

 

 

La domenica di Giobbe

                                                 A R., dal tuo stesso sangue

 

Un’altra domenica, sola e uguale.

Ti chiamo. L’eco del tuo nome

è tuono tra pareti sole di un luogo solo.

 

Anche tu solo, destinato

a riconoscere il tuo nome tra tanti

in fila lungo mura ad aspettare

fugaci chiamate d’amore.

 

Le nostri voci si annusano,

il sangue ci lega le mani

gli sguardi, anche quando l’assenza

vive negli occhi o nei tuoi vecchi ricci d’oro.

 

Un altro autunno inchioda alla croce

il dolore. «Dopo, Giobbe aprì la bocca

e maledisse il suo giorno».

 

Soli vediamo – tu ed io – respiriamo,

soli sentiamo le grida di Giobbe

scagliarsi dal cuore morsicato.

Ripeti te stesso nel tempo tiranno.

 

«Perisca il giorno in cui nacqui

e la notte in cui si disse: “È stato concepito un

uomo!”. Quel giorno sia tenebra,

non lo ricerchi Dio dall’alto,

né brilli mai su di esso la luce».

 

La neve non ti ha amato, non ti ha dato candore.

Non ti ha esposto al sole. È stato il fango, sporco

denaro. Ti ha divorato le mani, il cuore e il sogno.

 

«Così, al posto del cibo entra il mio gemito,

e i miei ruggiti sgorgano come acqua,

perché ciò che temo mi accade

e quel che mi spaventa mi raggiunge».

 

 

 

 

 

 

TRA I VESPRI E L’ALBA

 

 

Luce, sola luce. Notte, sola notte

 

Luce

sola luce.

Notte

sola notte.

Mi chino sul giorno,

mi chino sulla notte,

bevo da questo mondo senza mani

per accogliere. Bevo, dalle radici

degli alberi, dalle foglie.

Scendo dal dirupo dell’eremo,

il sole filtra ore d’oro nel fogliame.

Solitudine beata, solitudine che amo

che mi ama. Silenzio degli altissimi,

delle parole indicibili dell’universo,

dei sospiri di Dio che aspetta un cenno,

dei miei passi sulla terra assopita nel Nulla.

 

 

 

A ogni alba

 

A ogni alba il cuscino ricorda

la presenza della tua vita intersecata

alla mia. È custodire la grazia.

Parliamo la notte, non abbiamo

più tempo d’essere ma siamo

sempre tutti i giorni essenza.

Siamo, poiché un respiro non è lieve:

intuisco la scia dell’anima passante,

il suo calpestare le foglie già morte.

Intuisco la scia dell’anima passata.

Da quella futura ho ricevuto un abbaglio,

una profezia lunga tutta la vita.

Siamo.

Particelle scomposte, ricomposte

dopo una lotta di reazioni universali,

dopo un digiuno chiamato a correggerci,

un disastro imploso nei corpi, fuori

e dentro gli spazi del nostro pensare.

Mi pare di intuire, perfino.

Perfino che siamo.

 

 

 

Ultimo imbrunire

 

Possibile che la notte sia un miracolo

in cui le distese del buio s‘illuminano

di abbagli esplosi in una distesa di eterno?

L’orizzonte non esiste in questa selva,

poche nubi fuggono all’ultimo imbrunire

in un dove lontano che non ci è dato sapere.

Nero, più nero del vuoto è l’orizzonte,

muri e tegole a decidere il limite.

Salva, alla vista d’una moltitudine di luce.

Rita Bompadre

15 marzo 2020 by

Foto libro Nulla di ordinario

 

Il libro di Michal Rusinek “Nulla di ordinario su Wislawa Szymborska” (Adelphi Edizioni) è una memorabile e privilegiata visita alla spontanea ed affabile dimora della poesia, luogo devoto dell’ispirazione e placida permanenza dello stupore e dell’immensità, nell’inattesa meraviglia di  ogni appuntamento persuasivo con la vita. La vita di Wislawa Szymborska si intrattiene in un gradevole colloquio seguendo lo sguardo unico sui suoi versi, ospiti graditi che infondono viva fiducia e compiuta ammirazione. Michal Rusinek, il suo giovane segretario, insegue testimonianze e fedeltà per più di quindici anni accanto ad una fascinazione privata e muove ogni particolare curioso ed inedito, confermando la singolarità degna di memoria che nutre la biografia della poetessa. Le parole, parole di poesia, ripercorrono attraverso l’intensa partecipazione affettiva il contenuto di un’incondizionato amore per il talento, per la capacità intellettuale non comune e rincorrono la vivace tradizione di irresistibili esperienze letterarie, sensibilizzano il desiderio di fermare nel non luogo della scrittura lo “smisurato teatro” dell’esistenza. La luminosa gioia della storia narrata aggira e cattura la sorgente avventurosa dell’animo umano, riconosce lo sguardo felice e carezzevole che si sofferma sugli aneddoti spiritosi e stravaganti legati alla poetessa, sulle sue provvisorie abitudini di traslocare, sulle sue amabili qualità nel cucinare, sulla squisita disponibilità alle cene e alle lotterie, sulla passione per i collage artistici. Le gradite atmosfere della vita quotidiana cedono alla fantasia delle immagini, alla voluta segretezza della complicità, nelle conversazioni e nei comuni interessi, nei suggerimenti letterari e nelle dichiarate risate che hanno caratterizzato il legame distintivo tra Michal Rusinek e Wislawa Szymborska. Leggere Wislawa Szymborska è una scelta e un’opportunità elegante a mantenere il dubbio”stupefacente” per la grande compiacenza del mondo, per proteggere la propria affinità, assecondare la propria esclusività, adottare in ogni intonazione un modo di essere e di comportarsi. La dilatata imponenza del suo linguaggio, convince il rispettoso gioco delle parole con acuta ed ironica filosofia e respira nella struggente inevitabilità la profondità dell’intero ventre della poesia. L’immutato elogio della poetessa da parte di Michal Rusinek descrive un’eccentrica nostalgia dei luoghi e delle persone che accoglie l’ombra di un passato non perduto ma che esibisce la veloce, inafferrabile ostinazione della volontà a ritirarsi nell’inconfondibile senso dell’umorismo. La poetessa assorbe l’aspetto meditativo con la leggerezza raffinata, è delicatamente distante da tutto e dove “ogni parola ha un peso non c’è più nulla di ordinario e normale”. L’amicizia che ha convinto il segretario a seguirla fino alla fine ha lo stesso bisogno di solitudine che imponeva la poetessa nel momento in cui nascevano le sue poesie, per rendere universale il rituale attrattivo di ogni riservata confidenza.

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Il giorno dopo – senza di noi

La mattinata si preannuncia fredda e nebbiosa.
In arrivo da ovest
nuvole cariche di pioggia.
Prevista scarsa visibilità.
Fondo stradale scivoloso.

Gradualmente, durante la giornata,
per effetto di un carico d’alta pressione da nord
sono possibili schiarite locali.
Tuttavia con vento forte e d’intensità variabile
potranno verificarsi temporali.

Nel corso della notte
rasserenamento su quasi tutto il paese,
solo a sud-est
non sono escluse precipitazioni.
Temperatura in notevole diminuzione,
pressione atmosferica in aumento.

La giornata seguente
si preannuncia soleggiata
anche se a quelli che sono ancora vivi
continuerà a essere utile l’ombrello.

Wislawa Szymborska

Elia Belculfinè

7 marzo 2020 by

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Oh, ma io ti troverò!

Dove va la mia vita se non ha più ali, e seta di suono,
il vento di libeccio. Se l’albero è rotto e la parola non naviga a vela…
Avessi almeno un cavallo puro, un baio simbolo di fuga…
Allora io sarei pago, e tu diresti sul ricamo della mia morte – costui Visse –
Ma ho soltanto i miei fogli, onde elemosinare un brandello di sole…
Solo i fogli sui fogli sui fogli per decorare la lettera d’amore del mio inferno.
Madre, sorgente del mio sangue,
vita battuta fra i porti e i ruscelli, dove sei, dove, vita mia?
Sei qui? Nella lama tonda della ragione?
Nel filo della terra tosata dalle danze dei cavalieri?
Sei qui, nella chiesa posata sulla punta di un fuso?
No, non ci sei. E io mi tormento. Forse – lì? No, neppure.
                    
                    
                       
Il cortile

Nel cortile del palazzo Saraceni
c’è ancora un’ancora fumante, tesoro di mari mai percorsi.
Nel cortile c’è un tavolo coperto con un vello di raso.
Era la vela di una strana imbarcazione, su cui nessuno potette salire;
ha il dono, nello sfiorarlo, di proteggere il cammino di chi stia per mettersi in viaggio.
Sotto il glicine del palazzo c’è una scarpa intrisa di sale che il figlio del padrone
non fece mai in tempo a calzare. E sui tetti passano le rondini.
Le rondini volano in tutti i versi, cincischiando l’aria come una stoffa di fuoco…
imbucandosi negli squarci a cielo aperto come lettere d’amore
che nessuno vuol ricevere.
Le mie rondini di trenta primavere in cui ho sognato porti nuovi, nuovi amori e speranze.
*
Come il cortile abbandonato da anni è il mio cuore.
Il mio cuore è un porto che non ho mai lasciato.
                    
                    
                       

Helena

Poi, ogni cosa marcì, – anche i suoi capelli
che invitarono la discordia di una dea…
a trame, a inganni che la divertivano, quando, in giro,
da fare, poi, non è che ci fosse molto.
Il ricamo e i giochi nel grano non l’avevano mai presa…
E le lezioni di clavicembalo, in una stanza buia, senza una finestra
o un cenno di resa dell’orologio.
Rame incandescente, fino alla piega dei pantaloni alla zuava.
Una treccia o una cipolla, o sciolti lungo il taglio di lama del vento. E pure mancina.
Me era felice. E non perché aveva piegato l’Olimpo alle sue voglie…
Né per le attenzioni dei rampolli che tentarono di rinchiuderla in torri, galee, prigioni.
– La chienne au bois dormant –
Questo la annoiava. Neppure mai attese l’amore – noia noia noia…
Io sono fuggevole, e l’amore è noiosamente eterno.
Io sono un sirtaki, E dio è un cardine fisso, dio ce ne scampi…
Era felice che tutto marcisse. Anche la sua bocca, che però ancora
cantava, che però ancora baciava teneramente. Fin sotto alla pianta dei piedi…
Che tutto, splendidamente marcisse. Le doriche e i basalti, e le spighe nei suoi occhi
verdi come il veleno più mortale di cui si possa disporre… Le sue scarpe, i suoi guanti di vellutino.
Poiché ogni cosa, sì, un giorno, era stata fiore nuovo e profumo e sangue leggero.
Quanti possono affermare lo stesso?
Potevo io aspirare all’immortalità? Siamo seri!
E allora datemi un vento blasfemo, un volo di rondini a sera, disse, in cui io possa sperperare la mia anima.
Datemi un cuore scevro dei sandali. Una dinamo impazzita,
Una girandola, Datemi la clessidra incrinata che indora il maggese.
                    
                    
                       

Vivere?

Non c’è vita in questi occhi.
Queste mani – queste mie mani sono carri di neve.
E i tuoi capelli come fili di rame…
raccontano la favola nera del mattino cercato
per credere in dio, per simulare l’Esodo vivo del sangue,
fino a questa fortuna di porti, fra le nubi cave di febbraio
che sfiorano le tue labbra e la mia miseria di creatura sola.
A lucidare gli stemmi inutili dell’animo umano.
A offrire la strenna della bellezza nera, nera, nera…
Le tue caviglie, prive di sonagli, ricordano
la morte, in una danza antica, la vita… che ci impegnò
per la parte migliore del tempo.
Non c’è poesia stamani.
E il sole è alto sui ponti delle navi,
asciuga il bucato steso sui fili della pena incantevole di chi vive. C’è
solo il vento che scompiglia il prato.
E due ragazzi che giocano a rincorrersi nell’erica;
non si chiedono che ne sarà di loro. Sciocchi. La vita li colpirà all’improvviso.
Presto, oh, presto, Giulio, Francesco, voi perderete
per sempre perderete
le corse nell’erica, il vento leggero che riassetta il prato come un lenzuolo incandescente,
i piedi nudi sulle braci della giovinezza.
C’è il sole, sì, e una allegria colpevole – L’esistenza sopravvalutata.
Anche l’amore significa poco. Non c’è poesia, stamani.
                    
                    
                       

Ho bisogno di poesia,
per vincere sulla morte,
ma i poeti non possono morire,
proprio come gli altri uomini,
come non muore questo vento fra i salici
questo piccolo scricciolo in gabbia
che è il mio cuore.
ho bisogno di desiderio
e che urli
fuori dal pozzo della notte
per parlare d’amore a mio figlio,
perchè mio figlio mi insegni l’amore,
ho bisogno di speranze vaghe
gettate alle pietre
perchè tu possa innalzare il nome di dio
sopra questa fanfara di maschere entusiaste
che circondano il simbolo di un diamante
ho bisogno che mi chiami poeta,
più che esserlo davvero
perchè una lenta fiducia può sollevare il mondo
dal prezzo folle
di infinito balocco
di mondo,
che tu creda
che la poesia è un grande
miracolo
e che può accadere a chiunque,
_ nuda miniera di uno sguardo_
perchè io possa creare
una stella danzante.
                    
                    
                       

Assurdi equilibri

I monti sulla terra antica? Troppo alti.
Non possiamo scalarli. Le strade del paese innevato
troppo intricate – potremmo perderci
per sempre.
E l’amore un gioco mortale,
per viverlo dovremmo
rinunciare alle nostre eternità.
Allora, scaliamo i monti, perdiamoci, amiamoci,
ignoriamo la morte come l’erica
e le campane…

*
Io ti ho rivelato l’anima, nella danza
del mio sangue sorgente
in cui germoglia un dio illogico che si chiama Amore…
Prima asceta della pazzia ubriaca,
la mia carne era un gemito…
Ma il mio vino canoro impoveriva gli arazzi
nei tuoi occhi
facendone zerbini chiusi entro una fortuna di parole. Cosi in mille di loro t’hanno calpestato.
Mi spiace. Più che porgerti una mano?
Si, mostrarti una strada, un canto
netto di poesia.
Guardami, sono un giubilo dolce di passato.
Approda sul mio saluto (tu sei una nave), oh sillaba,
sull’alba silvestre novella.
L’urlo del mio confine chiama te Amore
che non ho mai conosciuto…
                    
                    
                       

Si va

Il dolore della rosa esultava.
La poesia affascinò la notte, e nella tempesta
le calendule tremarono con il pianto.
Ogni volta provo un’allegria acuminata;
– madida di grazia è la pazzia,
brandisce la falce, si prepara alle messi.
Tre violini infuocati infiammano la trinità…
Tu celebri la vita, vendendo il tuo suicidio da una stanza caritatevole.
Le torri si piegano, i figli giungono a baciare la terra; un tempo
amavamo lo stallo del lago, libellule, le parole fumanti, sollevate via…
i cestini con il pasto. Pronti per essere decantati i versi, delibando un binario
che non sarebbe mai finito.
Il luogo della notte è abitato da cani randagi – lascia loro l’osso della rivoluzione…
Chi ti conosce fruga tra i noccioli in cerca della tua carogna.
Saldare il cielo fra le canne mute della felicità, interpretare la fine dell’estate.
Credere, voler credere, fermarsi innanzi alla veranda, fra le stelle del viaggio,
oltre il cimitero della neve.
L’immagine dell’assenza si quieta sull’erbe.
Il macellaio mi offre lingua e fegato – scelgo il fegato, Giuseppe…
I carri del sole procedono sino al confine della città.
Su uno di essi viaggia un giullare potente, un arabesco chiamato – Poesia.
Incidere di lame – prestigiose cose senz’anima
Stanno tirando su le nostre case dal fango. Guarda – camminano i santi nell’ultimità del giorno…
Le cantine si rivoltano contro il cielo.
Giunge alla riva il poeta segretamente.
Si va.
                                       
                           
                         
                             

Io non lo so quanto vale il ferro, quanto il piombo, un giardino
un respiro, perché io, sì, sono
gente come me”

(Elia Belculfinè)

Giulio Marchetti

28 febbraio 2020 by

MARCHETTI GIULIO COP fronte ridotta

La poesia di Marchetti è percossa dalla consapevolezza della fine. Battuta proprio da un vento, nero, che percorre le pagine di questo libro, breve e intenso.
Anche la gioia pare essere un provvisorio argine del nulla e di un dolore pervasivo che, da un già quasi profondo nuovo millennio, arriva a nominare la gozzaniana «culla vuota».
Dunque – veniamo stretti a chiederci – cos’è vivere e, soprattutto, a che vale vivere questi giorni, divisi dalla scure muta della notte?
E cos’è il vivere di questo corpo che si allunga, come un ponte esposto alle intemperie, tra buio e buio, senza legge morale e senza stelle?
Rispondendo al quesito esistenziale, senza però avere la pretesa di rispondere, Marchetti dissemina qui e là intenzioni e, più spesso, intuizioni liriche, che costruiscono, pagina dopo pagina, una costellazione di senso, l’attrito che ci dà l’impressione di esistere, pure nel vuoto, l’appiglio mentre scivoliamo, un pur esile arbusto di parole col fiato corto, che però vale.
Le parole ci fanno da stelle, dove le stelle mancano, dove manca la legge degli assoluti e siamo abbandonati in una solitudine morale. Le parole si aggregano come stelle, fanno scie luminose, tracciano una rotta possibile, nel buio profondo dentro il quale nasciamo.[…]

Dalla prefazione di
Maria Grazia Calandrone

 

 

Prologo:
Umi-Horatu

Intuizione-madre
di tutti i seni
abbracciami.
Come lucciole
(di mare)
accecami.
Ho poca sete
e labbra secche.

 

 

Le parole

C’è
– per amore del silenzio –
chi non grida
neppure la sete.
Ma il silenzio è breve
come tutti i sogni
vulnerabili
alle parole.

 

 

Insonnia

L’albero insonne
(a differenza di me)
in onore del buio
si astiene dal pianto.
Serviranno mani sconosciute
per chiudermi gli occhi.

 

 

Lapislazzuli

Controllo vertebrale
di scia.
Solo nuvole orizzontali
e piogge
verticali: un eremo schiva
gli incroci del destino?
Lapislazzuli fecondi
in lontananza
a far nascere la notte.

 

 

Dormendo insieme

Ognuno, tra le mani, stringe
una conchiglia, dove soffia
e custodisce la propria voce:
la parola è un segreto da non svelare.
Ci urtiamo senza toccarci, di notte
come se questo, delle cose,
fosse l’ordine naturale
come se ogni stella avesse
un cielo.

 

 
Caos

Per chi nasce dal caos è il vento
l’unica culla. Trovare
il confine tra le macerie:
è il pensiero che ci fa camminare…
ma verso dove?
Tutti intenti a sfregarsi
le mani, in questo inverno
muto, che sogna, dei fiori
la stagione da annunciare.

 

Liquido

Siamo qui, come sempre,
a scalfire il deserto
roccioso, il gambo
del fiore.
La vita si rovescia nell’imbuto.

 

Giulio Marchetti è nato a Roma nel 1982. Ha esordito in volume con Il sogno della vita (Novi Ligure, 2008), finalista al “Premio Carver” e segnalato con menzione speciale della giuria al Premio “Laurentum”.

Nel 2010 ha pubblicato, con prefazione di Paolo Ruffilli, Energia del vuoto (puntoacapo), seguita nel 2012 da La notte oscura (ibidem). Con Cieli immensi, tratta da quella raccolta, ha vinto il Premio “Laurentum”2011, sezione sms.

La notte oscura ha ottenuto il III posto al Premio Nazionale di Arti Letterarie “Città di Torino” e al Premio Internazionale “Tulliola” ed è stato finalista al Premio “Città di Sassari”.

Nel 2014 ha riunito le precedenti pubblicazioni e la sezione inedita Disastri nella raccolta Apologia del sublime (puntoacapo), segnalata al Premio “Città di Sassari”.

Nel 2015 ha pubblicato Ghiaccio nero (Ladolfi), premiato con menzione speciale di merito e medaglia d’onore al Premio Internazionale di poesia Don Luigi Di Liegro.

Con la poesia A metà, è stato inoltre selezionato per “Il fiore della poesia italiana” (tomo II – i contemporanei), un ambizioso progetto antologico che raccoglie il meglio della poesia italiana sotto la curatela di autorevoli esperti (puntoacapo, 2016).

Della sua poesia si è occupato, fra gli altri, il Prof. Gabriele La Porta, storico conduttore e direttore Rai.

 

 

 

Chandra Livia Candiani

19 febbraio 2020 by

Foto libro Vista dalla luna

“Vista dalla luna” di Chandra Livia Candiani (Salani Editore) è un invisibile ed impalpabile itinerario intorno alla consapevolezza del mondo rappresentato con la luminosità sotterranea dell’accorata dignità dell’infanzia. La poetessa diffonde la luce attraversando la coscienza dell’intenso vedere oltre e trasportando il bagaglio sentimentale nella materia spirituale e reale, nella trasposizione simbolica di oggetti e di immagini, nell’astrazione di un sentire profondo e vicino ai bambini, percepito con i loro occhi, nel vivo conflitto emotivo. Gli impulsi e le incessanti aritmie del cuore irradiano la sensitività, orientano nell’altrove le sensazioni di ogni vulnerabilità e contro le minacce l’autrice pone empaticamente il suo accento poetico come sostegno e libera la rabbia dell’ignoranza ricambiandola con la saggezza. Lo stile ancorato alle sofferenze e alle speranze esprime la nobile consistenza di chi, esente da colpe ed incapace di concepire il male si affida all’istintiva familiarità dei luoghi e delle persone amate. I bambini con la loro evocativa presenza sono consumati dalla pura discrezione che non trova giustificazione al dichiarato dolore ma che macera ineluttabilmente l’indiscriminata e fredda crudeltà nelle parole, accordate alla scarna attualità. La poetessa intraprende una ricostruzione letteraria decostruita e disarmante, deteriorata dalle alterazioni umane ed il lato oscuro delle cose così come delle persone attanaglia e avvince la verità più crudele. L’unica protezione in funzione di difesa è il sogno, rifugio nella parte migliore di ogni privata conquista dell’anima. L’invito ad intraprendere la via della comprensione è un’esortazione all’indulgenza astratta dalla realtà degli eventi che conduce ad un’esigenza interiore di desiderio di riscatto e di bene. Le sentenze affettive confermano una forza linguistica universale, nell’ingannevole metafora di ogni fiaba apocrifa  i bambini sono i profeti dall’ autentico significato e, capaci di decifrare gli enigmi degli adulti, interpretano una significazione intima elevando l’incisività dello spirito riflesso contro gli ancestrali richiami dagli abissi di ogni negazione alla sensibilità.

Rita Bompadre
“Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

Dorme ai piedi del tuo letto Io
come col padrone il cane
che non gli importa se sia buono
o malvagio ma inflessibile lo vuole
duro agli occhi degli altri,
per sé regale.

———————————-

Signora del Suono
concedimi un tempo inutile
per imbandire una tavola
vuota e servire ai convitati
Questo silenzio, non un altro
attimo, ma la fragorosa apertura
proprio di Questo.

————————————

La bambina è blu.
Come le ombre sulla neve.
Conserva le parole in un sacco
buio
apre le parole al vento.
Come una scolara, non vista,
in cortile
parla con l’aria.

———————————-

La bambina.
Ogni anno una nuova cicatrice.
Le parole
nel forno
diventavano piume.
Nel forno
entrava un destino
e usciva uno spartito
musicale.

——————————

Non c’è
nel bambino
parola.
Un silenzio
gli dà la mano.
La stringe.
La sboccia.

Marcela Mariman

12 febbraio 2020 by

cover Marcela Mariman - by criBo

Poesia dai toni lievi e profondità di significati, questa di Marcela  Mariman (pseudonimo di una  poetessa che stimo e che ho avuto modo di seguire  nella sua costante evoluzione poetica), ricca di sfumature e tinte delicate sciorinate nei  versi in una sospensione luminosa, che fa sentire accomunati nella ricerca di un senso alto, che trascenda la quotidianità, senza però negarne l’inferenza.

Dice di sé, infatti, presentando i suoi testi:
“Una breve selezione di poesie sul tempo (concetto così pervasivo e così sfuggente) dal quale sensazioni ed emozioni si lasciano facilmente soggiogare.”

 

 

Il nostro tempo

 

Il nostro tempo non è venuto
non viene non verrà?

In silenzio si sgretola la vita
ma tutto è un dono
anche la mia assenza
che t’enuclea e misura la grandezza
delle infinite persistenti attese
l’azione inconsistente del nonsenso

Se scavi a mani nude l’orizzonte
ritroverai le origini del tempo

Solo da lì si può ricominciare
a rinascere alla soglia dell’Oltre

Non siamo stati mai così vicini
alla distanza impercettibile dal nulla
e non c’è modo di tornare indietro
ché se ti volti Euridice sparisce

Così prosegui senza nulla dire
e lei ti segue docile e im_paziente

Al risveglio dal sogno
o esplodi o implodi

Il nostro tempo non è venuto
non viene non verrà –

 

 

Giorni

 

Giorni spartiacque fra un prima e un dopo
quando tutto cambia

ogni cosa soppeso – le do giusto valore
e gli occhi della mente cominciano a vedere

chiamo stella una stella
sasso un sasso –

 

 

L’alfabeto del tempo

 

L’alfabeto del tempo ritrovato
è assiduo lavorio – voce sommessa
sfilate in contrappunto di illusioni
e fantasie di contraddizioni

È danza solitaria del silenzio
con la complicità delle emozioni

Semina dubbi – dispensa certezze
e poi vuole la sua parte di gloria
chiede l’apoteosi

Ma già sprigiona scintille di gioia
ne diffonde l’aroma

Devi essere veloce a catturare
la sua benevolenza e il buonumore

e ricordarti di dimenticare –

 

Godot

 

Repentino affiorare d’un ricordo
(quasi un lampo e uno squarcio)
s’è aperto un varco nel cielo dell’anima

Colore del ricordo -azzurro cupo-
e non c’è modo che torni il sereno

Non è rifugio un’idea né un pensiero
trascorreremo le notti all’addiaccio
anima mia, protette da parentesi

(quasi come in standby, staremo in pausa
riconteremo i tempi delle attese
ma il ricordo è Godot, non tornerà)

E non voler tentare di comprendere
quel che è incomprensibile!

 

 

Tu eri

 

Tu eri un’apparenza
(e anch’io lo ero)
effimera presenza
repentino passaggio come un lampo
eri un’intuizione eri un presagio
nella tua vicinissima distanza
eri la leggerezza di un istante
in chiarissima estrema lontananza
eri un’assenza viva e palpitante

Ora di noi rimane
questa sola struttura portante
questa pesante immobilità
la fissità del vuoto dello sguardo
il tenero sorriso
rientrato in un ghigno disperato
e questa voce – flebile lamento –

Sarà alla fine il tempo a decretare
quando saremo polvere e poi niente
quando anche la voce
sarà soltanto un refolo di vento
muto vagare ai confini del senso

-irresistibile alba d’amore-
-infiocato tramonto di certezze-

 

 

Chi sa dove ha sede l’al di là
quell’Oltre temuto immaginato?

Forse è solo l’inganno di un preludio
e poi si scopre che sta nell’al di qua
e viene allo scoperto in modo subdolo
senza falsi pudori senza scrupoli

Allora assurdamente sentirai
un urlo che oltrepassa l’ultrasuono
e mette a nudo la grande ingannatrice
la verità vestita da chimera

che presa alla sprovvista si fa viola
aria che si dissolve in un istante

Non ci sono frontiere né confini
è tutto e solo un bluff – da stigmatizzare –

 

 

E a me pareva

(Dedicata a un’amica)

 

Onde nell’aria corrono – s’incrociano
ci dev’essere un magnetismo occulto
che fa guizzare il percorso sonoro
forse non ci si sente
ma è certo che ci si pre_sente

Così venivano
a me le tue parole
tua poetica prole
numerosa nouminosa
viva luce degli occhi e del pensiero

L’anima in timide mosse celata
tempo soccorre a svelarla

tutte le tue fantasie
visioni impossibili a me
le porgevi lucide chiare

dal male del mondo auspici di bene
di più proficuo amore

Non so se la tua anima trapassi
nelle cose del mondo
rendendole vive o se pure
la grande anima del mondo sia tua

Forse – dev’essere osmosi perfetta

E a me pareva anche il sole di Roma
diverso – più umano
più simile a te

che rappresenti dal vivo le scene
e alle ombre dai luce –

 

Stefano Vitale

5 febbraio 2020 by

Incerto confine cop (2)-1

Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori
Italo Calvino

Se attraversiamo la vita alla ricerca di sicurezze che ci consolino e ci garantiscano la nostra ‘appartenenza’ come singolare e unica, saremo sempre più fragili di fronte al mutare del mondo e del tempo.
Siamo vivi e siamo ricchi se sappiamo cogliere nell’Altro la parte sempre mancante di noi stessi.
I versi e i colori di Albertina e Stefano disegnano un percorso possibile, concreto, ispirato, di questa ricerca attraverso la creazione di un loro vocabolario.
Prima di tutto, la Parola, come in alfabeto muto dove alla ricerca della trasparenza di significato si oppone l’incertezza, l’imperfezione, l’attesa che giunge al termine della raccolta in modo inequivocabile: La chiave è nella Parola. Perché la parola rappresenta la forza di opporsi ai muri, il disperato desiderio di conoscere, la volontà di essere con gli altri.
E poi il Tempo, che è plastico, vario, contradditorio. Il tempo si raggruma, fa rumore, è misura e al tempo stesso è altro, fino a porsi al centro della nostra soggettività con la domanda finale sono io il mio tempo? che si confronta con le speculazioni della fisica contemporanea che ha spezzato il concetto di un tempo unico e misurabile.
I Bambini sono gli unici soggetti umani che vivono questi versi, perché conoscono il vero, sono magri di rugiada, sono forse loro cui è dedicato il pensiero dell’essere come le nuvole, con la libertà di pensare di poter cambiare tutto: forma, luce, colore.
Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola. Così recitano alcuni versi di Kahlil Gribran, che si pone di fronte al mondo con gli stessi occhi innocenti e aperti di un bambino, che non pensa a barriere, confini, muri, ma che desidera invece appagare la propria curiosità attraverso la conoscenza del nuovo, del non conosciuto, del diverso.
Il colore è nei vividi versi di Stefano e si esalta nel caleidoscopio delle illustrazioni di Albertina. Simbolica è la rappresentazione della finestra dentro la quale siamo prigionieri dei confini ma che oltre vede una pioggia di colori che ci congiunge con un’altra parte di noi.
Le variazioni cromatiche scelte per rendere concrete le parole rappresentato un controcanto simbiotico nel descrivere le emozioni, il sogno, il dolore, la speranza, fino al vasto orizzonte verde che chiude la raccolta.
Ci piace pensare che il sentiero di Stefano e Albertina ci porti in quel luogo dove non esistono più barriere, muri, rifiuti, ma libertà e mare aperto dell’anima.

Confine diceva il cartello
cercai la dogana, non c’era
non vidi dietro il cancello
ombra di terra straniera

Giorgio Caproni

  ……………………………………………………………………………………Vittorio Bo

                              

                                       
Chiudere i porti

Chiudere i porti e lasciar riposare
le nere coscienze marce di rabbia
merce di scambio di triste rancore
mentre grasse risate bruciano l’aria
nelle sudice piazze deragliate ragioni.
Chiudere i porti per non incontrare
l’orrore di occhi naufraghi in mare
di corpi salvati piagati dal sole
stremati da guerre monete sonanti
del nostro silenzio di barbari stolti.
Chiudere i porti alla fuga smarrita
sul mare-sepolcro di cenere e sangue
le ombre dei morti sono gelate
scure radici senza più storia
deserto di mani e orecchie mozzate.
Chiudere i porti del mare che un tempo
fu Nostro onda di luce
ora muro che cresce abisso di sale
specchio scheggiato dal pianto di pietre
posate sul fondo del cielo d’estate.

                                 
                               
Lyrische Suite

Una lama di coltello
taglia il pane secco
universo che si sbriciola
polvere di vita sotto scacco.
Il tempo si raggruma
buccia d’arancia spremuta
c’è chi beve il succo
chi porta via i cadaveri.
Si resta sempre altrove
dice la nera figura
chiusa nel mio occhio:
un essere remoto o la paura?
C’è chi vive rarefatto
felice nell’evaporare
senza sporgenze di roccia da afferrare.
Suprema libertà senza figura.

                                    
                                     
Il linguaggio dei muri

Non muore
il linguaggio dei muri
messaggi a distanza
di graffiti dispersi
tra coltelli e martelli
fiori di luce e sangue straziato
nel ricordo degli anni
passati a tracciare i confini
tra i giorni di piombo
e le parole di vetro
resta l’ombra di noi
e un altro paesaggio gira e passa*
vuoto che pesa
pianto sprecato
fame che non muore.
a Filippo R.

*verso di Vittorio Sereni da “Ancora sulla strada di Zenna”

                                
                                 
Affacciàti *

Spiare lo stupore del giorno
affacciàti alla finestra dello sguardo
interrogare con un battito di ciglia
il disordine del mondo
negli scorci di luce sfasciata
si perde il ricordo di noi
senza padroni e senza gloria
vanno e vengono senza posa
le anonime stagioni dell’esistere
senza peso non c’è rimorso
nell’incerto sfumare
restiamo affacciàti
su strade di vetro, sabbia e lamiere
che oltrepassano il confine
senza passaporto, senza controlli alla dogana.
Così la vita mette
sempre nuove foglie lontano da qui
muto fiorire di luce
nel marcire del tempo.

*“Affacciati” è il titolo di una mostra fotografica
di Luigi Rusconi esposta alla Biblioteca “Osvaldo Berni”
di Riccione nel 2014

 

 

La paura della gioia
I.
Solo i bambini conoscono il vero
passaggio che porta oltre quel nero
ombra che trema nel bianco di luce
alba straniera d’una parola dolce
sulla punta della lingua danza
l’azzurro canto della cura.
Chi coglierà lo sguardo puro
senza pianto, inganno o ricompensa?

II.
Fili d’erba nuova
al vento incerto della primavera
aspettano i bambini
che la pioggia sia cosa buona
che la luce non confonda
l’odore del dolore
con la voglia di fuggire
oltre il rischio della resa
senza più temere
la paura della gioia.

 

 

Stefano Vitale
Poeta e critico letterario, ha pubblicato Double Face (Ed. Palais d’Hiver, 2003); Semplici Esseri (Manni, 2005); Le stagioni dell’istante (Joker, 2005), La traversata della notte (Joker, 2007); Il retro delle cose (Puntoacapo, 2012) Angeli (con disegni di Albertina Bollati, edizioni Paola Gribaudo Editore, 2013); ha curato (con Maria Antonietta Maccioccu) l’antologia Mal’amore no (SeNonOraQuando,
2015); La saggezza degli ubriachi (La Vita Felice, 2017). È presente su numerose antologie, blog, siti. Sue poesie sono tradotte in inglese sul “Journal of Italian Translation” (2019) e sul sito Italian Poetry (2018). È presente sull’ ”Atlante dei poeti” del portale Griseldaonline dell’Università di Bologna e sul sito Italian Poetry.

Albertina Bollati

Fotografa, disegnatrice, illustratrice di loghi, copertine, libri. Ha pubblicato Torino 2011, raccolta di fotografie in tricolore e illustrato le raccolte di poesia Palazzo di giustizia e umanità limitrofe di P. Berti e M. Napoli (Caramella Editrice, 2007); Angeli di Stefano Vitale (Edizioni PaolaGribaudo, 2013); l’antologia Mal’amore no (SeNonOraQuando, 2015); Pensieri sparsi di un psicoanalista di Daniela Gariglio (arabAFenice, 2017). Ha curato Oggi che il verde è così verde, scatti in bianco e nero di R. Balbo (2016) e ha partecipato al Festival della Scienza di Roma.

“Ogni terra straniera è patria. Ogni patria è terra straniera.”

                                                                
                                            

                                                     

In questo nostro tempo di affermazioni e riaffermazioni di confini, in questo nostro tempo di migrazioni infelici e drammatiche, la memoria della “Lettera a Diogneto” si staglia, isolata, certo, ma vivissima come un destino mancato, sulla nostra prospettiva storica.

Al suo prezioso avvertimento, molto caro al mio cuore, vorrei intestare questa lettura dell’ultima novità di critica Albertina Bollati e Stefano Vitale: “Incerto confine” uscita nel mese di  Novembre 2019 nella collana “disegnodiverso” curata di Paola Gribaudo; un piccolo libro importante per il suo messaggio civile e insieme bello e gentile, certamente da nicchia, dal punto di vista editoriale, in cui i disegni, le immagini colorate di Albertina Bollati inseguono e oltrepassano i versi di Stefano Vitale e se ne fanno interpreti, per lasciarsi poi riacciuffare in un continuum di torsioni e di rimandi reciproci. E’ un movimento che balza con indiscutibile efficacia sotto gli occhi del lettore anche per il fatto che Albertina Bollati riscrive spesso a mano alcuni versi, avvalendosi della scrittura come elemento iconico, in modo da rendere incerto lo stesso confine tra immagine e parola. Quel che ne scaturisce è decisamente un unico messaggio articolato su un doppio registro.

Si tratta di un messaggio chiaro anche se ricco di polisemie accattivanti. Nel tentativo di darne conto, la mia attenzione si rivolgerà specificamente ai versi di Vitale. In essi il titolo “Incerto confine” parla chiaro sia che lo si intenda come presa d’atto di una realtà che si osserva, sia che lo si intenda come la manifestazione di una prospettiva, di un intento programmatico che gli autori propongono ai loro lettori.

 

Lucia Triolo

 

 

 

 

https://limeslitere.wordpress.com/2020/01/12/incerto-confine-di-stefano-vitale-nota-di-lettura-di-lucia-triolo/

Lucia Tosi

24 gennaio 2020 by

Ricordando Lucia

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https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2014/12/23/lucia-tosi-3/

 

Claudio Pagelli

16 gennaio 2020 by

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L’IMPRONTA DEGLI ASTERISCHI

[…] Esisti e non ne hai colpa, sembra suggerire l’Autore mentre incontra, osserva, annota la fragilità di situazioni e persone, una via l’altra, quasi appartenessero a un’epica minore, fatta di attimi e intenzioni: eppure Pagelli fissa ogni istante di vita, macchiandola di luce riflessa, irredenta, quasi per dare gloria e visibilità a individui la cui storia manca d’identità se non per negazione.
Ecco allora la donna rossa che piange per un film sull’Olocausto resa immortale nel suo atto, unico e irripetibile nella banalità, eppure infinitamente lì, per sempre. […]

[…]Il mondo di Pagelli si consegna, insomma, nel suo fluire per opposizione, straniamento: sopravvive in sé, quasi potesse concedersi al lettore nel frammento, nella scomposizione in immagine, nel fotogramma.
Ma il poeta, in apparente distacco narrativo, in realtà vive nei e dei suoi personaggi entrando nello stato emotivo, nella sofferenza strozzata o nel paradosso della vita stessa.
Poeta dell’umano, insomma, Pagelli.
E umana la traccia che lascia al lettore, grazie al sostegno di una scrittura ispirata, mai doma o uguale a se stessa.

(dalla prefazione di Ivan Fedeli)

L’INDIZIO

*
un bimbo karateka
mi coglie alla sprovvista, sparisce
dalla vista come un ninja in miniatura
e colpisce da dietro, con la furia
dei nani che non conoscono Biancaneve…

*
nel suo mondo vince il bucaniere
l’arte della gioia senza gloria
senza il cappio della norma
che strangola tutti quanti – salvi solo i pirati
che bruciano galeoni in alto mare…

*
con sguardo barbaro, aperto
all’ignoto, strappa l’erba coi denti
senza temere danni, futuri giudizi –
si dice sia un segno del tempo
un déjà vu, un indizio di Medioevo…

*
ha sentito dire che è solo finzione
che non esiste il cavaliere
il buon samaritano sulla strada di Gerico
che siamo bianco su bianco
filari di numeri, virgole, parentesi di molecole…

*
di chi fosse la colpa
ancora non sapeva – si diceva
degli occhi scabri della madre
dei frantumi della mascella e del cuore
del tranello del male, di un virus intestinale…

*
erano segnali nascosti, voci fuori campo
come una cicatrice sotto il mento,
il linguaggio sconosciuto dell’inganno
il tradimento di una promessa –
nemmeno un sospetto, fino al collasso…

*
se ne stava così – lunga e magra
abbracciata alla sua ombra –
una scultura di Giacometti, un’acciuga
con i tacchi, la sigaretta sempre in bocca,
gli stracci a terra, il dito medio agli astri…

*
nato per caso, col petto aperto
di chi non teme tempeste
cerca la gloria di Achille
assalendo le gambe delle maestre,
la gola di Ettore nella polvere del cortile…

 

 

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975.

Autore di diversi percorsi poetici, fra cui “L’incerta specie” (LietoColle, 2005), “Le visioni del trifoglio” (Manni, 2007), “Ho mangiato il fiore dei pazzi” (Dialogo, 2008), l’e-book “Buchi Bianchi” (Clepsydra, 2010), “Papez”(L’Arcolaio, 2011),“La vocazione della balena” (L’Arcolaio, 2015) ,“La bussola degli scarabei” (Ladolfi, 2017) e “L’impronta degli asterischi” (Ibiskos Ulivieri, 2019 , Premio San Domenichino, Premio Lago Gerundo).

Presente in numerose antologie, sue poesie sono state tradotte in inglese e in spagnolo. Dal 2004  è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto.

 

 

Raffaela Fazio

8 gennaio 2020 by

 

 

   Il simbolismo che permea Tropaion, la cui prima sezione non a caso s’intitola Una battaglia non vista, attinge  a  un  immaginario  militare:  «I  miei  soldati/ hanno pugnali saldi/ e pettorali sporchi»; «Lungo le coste/ un vento spinge i fuochi delle torri»; «Tra le nostre  opposte  trincee/impigliato  nel  filo  spinato/ un  cavallo/  senza  padroni»;  «Volgerà  alla  fine/  anche questa battaglia/ non vista»… Ma a quale battaglia si fa accenno? Raffaela Fazio ci offre un suggeri mento già all’inizio della raccolta, citando alcuni autori classici. L’autrice si riferisce sia alla dinamica insita nella natura dell’esistenza ˗ il “polemos” eracliteo, per cui la vita è una continua lotta tra gli opposti˗, sia al conflitto interiore che l’individuo sperimenta, spesso in maniera celata, tra pulsioni contrastanti.

   Questa “tensione”, per quanto a volte dolorosa, rimane vitale. La scrittura di Raffaela Fazio la evoca costantemente. Se ne trova una traccia evidente, ad esempio, nella seconda poesia del libro, in cui gli amanti vengono ritratti come coloro che eternamente si rincorrono: «la natura ha bisogno di tensione/ tra destini votati/a una disperata cerimonia». La cerimonia, ogni cerimonia ˗ schema, sistema, verità ˗ ri- chiede infatti una lotta, per evitare la cristallizzazione della vita, poiché siamo «distanti, diversi:/ disuguale la capienza del respiro/ nell’odore controvento».

   La vita è lotta, ma anche possibilità di trasformare la lotta in vittoria. Da qui il titolo del libro, Tropaion. In parte, la vittoria consiste già nella capacità di rivolgere uno sguardo diverso alle cose. Nel brano lucreziano del De rerum natura citato all’inizio, ci viene detto che, vista dall’alto, una battaglia potrebbe assumere l’aspetto della stasi e, insieme, del fulgore. Si tratta, secondo l’autrice, di fissare nello sguardo ciò che fisso non è, di dare eternità al movimento, metamorfosi per eccellenza. Questo pur sapendo che è «Difficile disporsi/ all’eternità». Le “cose” osservate sono guardate partendo da un “tempo” preciso, che è anche un tempo interiore. In Tropaion, aleggia spesso il senso del passato. Qualcosa è successo prima e il presente serve a rivederlo (come quando si scruta, appunto, una battaglia dall’alto), a emendarlo,  a  rimediare:  «Ma  oggi  finalmente/non sei  dove  io  sono:/è  tempo  di  condono/e  il  chiavistello è tolto». La differenza di stato tra un tempo e l’altro, ciò che è cambiato tra il prima e l’adesso e ciò che ancora può mutare, è la frattura di conoscenza che la poesia ama attraversare: «La memoria/ ci guida fino all’alba/ poi rallenta./ Il tempo degli eventi/ la distanzia.// E la sua narrazione/ è un desiderio/ a cui  si  torna/  senza  mai  arrivare//  come  mai  si arriva/ a un luogo dell’infanzia».

 

 

   Un aspetto determinante della tensione di questa poesia, a cui si accennava, è dunque il desiderio che spinge alla conoscenza, a partire da un’esitazione di fronte al già visto, una pausa prima della definizione. Ciò che sottende tale processo è la chiara percezione del mistero di tutto. E del mistero dell’io. Neppure gli occhi altri possono arrivare a un chiarimento definitivo, come mostra l’interrogazione tambureggiante di certe poesie, ad esempio «Se mi conosci, mi chiedo come è stato». Elemento che emerge anche nei versi dedicati dalla madre ai figli. Sembra quasi di essere di fronte a un rifiuto lucidamente scelto di affermare qualcosa di perentorio. Il fatto è che il nostro sguardo assomiglia (questo sembra il suggerimento) a quello di Dante alla fine della Commedia, dove vede ma non riesce a trattenere se non qualcosa di vago: «Vedere/ non meno dell’invisibile/ (nel fuoco/la  sabbia  farsi  vetro)//  e  ricordare/  senza guardarsi indietro». Ciò che conta, in ultima analisi, è quella specie di elevazione dello sguardo alla quale l’autrice ci chiama in continuazione, e che consiste nella sua particolare maniera di inseguire un’immagine, senza mai circoscriverla. Come a lasciarci il passo, perché ˗ Leopardi docet ˗ è nel vago la poesia; potremmo dire, nel rigore della libertà con cui questa poesia ci accompagna.[…]



(dalla prefazione di Gianfranco Lauretano)

 

 

 

 

 

 

*

           I miei soldati
hanno pugnali saldi
e pettorali sporchi.
Sui tuoi nel sonno
è facile vittoria.
            Ma nessuno torna.
Restano là, dentro al silenzio
indistinti, confusi con i vinti:
          lo stesso volto.
Ombra che si getta su altra ombra
e l’ama perché affine.

Un solo esercito che aspetta
di essere sepolto
al mattino nella mente
o in fondo al corpo
finché il tempo
ne fa bianco corredo:
memoria di altra vita
nella notte
ancora in piedi
          – armata in terracotta.

 

*

Nel gioco si accende la fuga
e nel bosco la caccia:
ogni cosa pare si rinnovi
non dal tepore della tana
ma per l’accelerarsi
di battiti, di appelli.

La natura ha bisogno di tensione
tra destini votati
a una disperata cerimonia.

In eterno si rincorrono gli amanti
nel giardino d’inverno.
Distanti, diversi:
disuguale la capienza del respiro
nell’odore controvento.

È passione. Ma fa male.
Nel carniere ha l’assoluto
di cui ha perso
tutto il sangue, la speranza.

*
Lo senti? C’è un fiato
selvatico, furioso dietro l’arte
di cui si copre
anche il più piccolo segreto
nell’attimo in cui infine
vuole essere tradito.
Eppure scuotendosi rivela
solo ciò che lo nasconde:

si gonfia l’erba alta
e non si apre
         – soffio dopo soffio
si crede il proprio moto, il vento

confonde
l’innocenza del sussulto
con il celato accanimento.

 

*

Malfermo, un istante
è stato distanziato
dal branco delle ore.
È docile, stanco
come chi ha una forma
tra cespugli radi a filo di memoria.
       Sarà facile preda.
Ma quando anche il rancore
con lui avrà finito
non sarò io a fare
della sua carcassa
       raro cimelio
       o gabbia di me stessa.

 

La ferita

 

Nel ripulirle i bordi
aspetteremo
che a forza di guardarla
riveli un tratto familiare

e che al mattino
       il male si raccolga
come vegliando
un cadavere supino, forestiero
con indosso l’uniforme del nemico
tra le spighe scure, chine
accanto al fosso.

 

*

Forse sei
l’eco scarna della segreta
sotto il livello del giorno
sei il gesto che si allunga
verso il ricordo
e ne fa solo sua la forma
perché ha raccolto
il buio intorno.
Ma oggi finalmente
non sei dove io sono:
è tempo di condono
e il chiavistello è tolto.

 

La vita parla

 

Ogni notte ti asciugo la fronte.
Raccolgo di te
quello che si era sparso.
Ma tu non volermi
diversa.

Stringi forte il mio corpo di ore
lungo il recinto di edera e mirto.

Su me spunta fedele
anche colei che credi mi sia ostile
e invece è solo morte.

 

*

Volgerà alla fine
anche questa battaglia
non vista

con la naturalezza
dei fossili, dei clasti
a riposo
nel chiuso dei versanti.

In ciascuno
la ressa
di vite, di detriti, la fatica
sarà scasso
per il tempo a venire
           – un lascito migliore.


Imago  et  umbra  sumus:  la  battaglia  invisibile  di Raffaela Fazio

 Nell’accezione primigenia, la parola greca tropaion indica la pratica comune presso i guerrieri greci di riportare in patria le spoglie del nemico e le sue armi, come commemorazione della vittoria. La stessa fun-zione aveva il monumento a forma di albero sulla cui struttura veniva esposta l’armatura del nemico. Universalmente si considera il trofeo come un ringraziamento rituale alle divinità che permettevano la vittoria, ma un passo di Tucidide sembra suggerire che in realtà il trofeo fosse un modo per celebrare proprio il nemico ucciso in battaglia: lo potremmo forse interpretare, modernamente, come in un estremo saluto, un omaggio alla memoria della grandezza dell’avversario; o forse, più atavicamente, come una celebrazione dello sforzo che era stato necessario per sconfiggerlo. Un’altra caratteristica non secondaria del trofeo consiste nel fatto che, presso i Greci, il tropaion venisse costruito direttamente sul campo di battaglia, per evocare immediatamente la benevolenza degli Dei sui vincitori, a differenza dei Romani, che preferivano esporlo a Roma al ritorno dalla campagna militare, principalmente per ragioni di prestigio politico.
Sul piano simbolico il trofeo possiede quindi, in un certo senso, una doppia funzione enfatica: celebra una morte, quella dello sconfitto, di colui che, nella battaglia (e quindi, per estensione, in qualsiasi tipo di battaglia) è uscito spogliato dei suoi possedimenti e dell’onore; e celebra una vita, quella del vittorioso, del sopravvissuto, di colui che, in definitiva, rimane a esercitare il suo compito precipuo commemorativo, compresa l’evocazione della potenza della sorte a futuro monito delle genti, in funzione non solo simbolica, ma in qualche modo, esperienziale. Di quale battaglia stiamo parlando, quindi? Poeticamente, innanzitutto della contesa d’amore, combattuta su quel campo di battaglia che è la contrapposizione dualistica fra un io e un tu. In questo senso, essa è coincidente con qualsiasi altra battaglia da vincere o da perdere, con qualsiasi altra krisis, con qualsiasi altro dolore o ferita da curare e da cui uscire se non proprio indenni, quanto meno ancora vivi.

Tra le diverse accezioni in cui si può intendere la battaglia che origina il tropaion, quella relativa alla metafora dell’amante miles è già classica. Viene subito in mente Ovidio con il suo «Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido». Ogni amante è un soldato, secondo il vecchio adagio: ma non solo. Se ogni amante è un miles, gli amanti possono vincere o perdere una battaglia o la guerra d’amore intera; gli innamorati, in definitiva, possono essere anche pensati come vittime di guerra, schiavi o trofei essi stessi, secondo il topos grecolatino di cui sopra; basti pensare ancora al poeta di Sulmona che altrove quasi si scusa di non riuscire a scrivere poesia epica, poco adatta alle sue corde: «Arma gravi numero violentaque bella parabam /edere…»3, eppure, sopraggiunge sul più bello Cupido, il quale, si badi bene, altri non è che un arciere, ovvero, nemmeno a farlo apposta, anch’egli un giovane guerriero: «questus eram, pharetra cum protinus ille soluta / legit in exitium spicu- la facta meum…»  […]

(dalla postfazione di Sonia Caporossi)

 

Raffaela Fazio, nata ad Arezzo nel 1971, vive a Roma, dove lavora come traduttrice, dopo aver trascorso dieci anni in vari paesi europei. Laureata in lingue e politiche europee all’Università di Grenoble, si è poi specializzata presso la Scuola di Interpreti e Traduttori di Ginevra. In seguito, ha conseguito un Diploma in Scienze Religiose e un Master in Beni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Nel campo dell’iconografia, ha pubblicato “Face of Faith. A Short Guide to Early Christian Images” (2011). È autrice di vari libri di poesia. Tra gli ultimi: “L’arte di cadere” (Biblioteca dei Leoni, 2015) con prefazione di Paolo Ruffilli; “Ti slegherai le trecce” (Coazinzola Press, 2017); “L’ultimo quarto del giorno” (La Vita Felice, 2018) con prefazione di Francesco Dalessandro; “Midbar” (Raffaelli Editore, 2019) con prefazione di Massimo Morasso. “Tropaion” (Puntoacapo Editrice, 2020) con prefazione di Gianfranco Lauretano e postfazione di Sonia Caporossi. Si è occupata della traduzione di Rainer Maria Rilke, le cui poesie d’amore sono state raccolte in “Silenzio e Tempesta” (Marco Saya Edizioni, 2019).

 

felice anno nuovo

1 gennaio 2020 by

Alfredo Rienzi

27 dicembre 2019 by

 

La poesia di Rienzi si è sempre mossa, o se si vuole, ha sempre tremato su un bilico, su una linea di confine. Confine è qui parola tematica, metafora che apre i due mondi. Da un lato l’ironia, intesa come lezione del freddo, filtro della mente che sorveglia la distanza, a volte anche dissimulazione e tono basso del versificare. Dall’altro la stupefazione, che è il momento in cui il pensiero deve cedere, assottigliarsi o franare su se stesso, fino a coincidere con un suo nulla, come davanti a una rivelazione. Quel che si dice: l’invisibile. Ciò che sta per essere visto. Ma è un bagliore. Dissolto: «uguali il presagio e il profondo sonno».

dalla prefazione di Dario Capello

 

PRESAGI MINORI

 

 

 

 

Continuo (persevero) a guardare

 

 

 

Continuo (persevero) a guardare

senza vedere – e questo non è

un verso, né lirico né prosastico

 

è la cornice dell’immagine bianca

verità prêt-à-porter, nella tasca

come spiccioli di rame.

 

 

Giungo sull’arenile a notte fonda

 

 

 

Giungo sull’arenile a notte fonda

(come un’onda bassa: inavvertita)

con il corpo di flutti e un mistero

troppo comune per turbare i sonni.

 

Qui regna ancora il silenzio: non dice

nulla, neppure quanto manca al giorno.

 

 

Sto fermo nella notte innanzi al fiume

 

 

Sto fermo nella notte innanzi al fiume

dal ponte immagino le curve scure

nell’assoluto nero ne ascolto il moto ininterrotto e inquieto

i flutti che trasportano di un altro inverno nevi.

 

Scivolano promesse tra gli argini di destra e di sinistra

l’ostinazione di chi mette radici di chi sputa un alibi qualsiasi.

 

Riposano gli uccelli nella notte e gli altri respiri alati.

 

Le sentinelle anelano l’aurora, il giaciglio di luce

dove la parola ama la pietà

e la pietà possiederà il silenzio, cautamente ne riempirà la coppa

delle mani, come d’acqua di fiume,

veleno, pianto non più trattenuto.

 

Giungerà inavvertito un altro legno abbandonato al mare.

 

 

 

 

 

SECONDA PARTENZA E PROMESSA

 

Si torna dove si è già stati

Sono tornato ad esplorare la vita

– avvolto dal manto d’oro del leopardo –

l’anello perfetto, il ciclo d’ogni cosa:

molto è cambiato dopo l’onda del pianto

ma, ancora, ho in me la perla e il macigno,

nel passo la fibra palpitante al balzo

e la parola che, detta, si dissolve.

 

 

Si torna dove si è già stati.

I luoghi sono infiniti, i giorni,

ora, grappoli diradati.

Ritrovare l’orma è dono inatteso

quella di chi ci accompagnò è stria

d’ala tra neve e pietra.

Mi dici: il monte si è fatto più alto:

so invece d’essermi fatto io più piccolo.

 

 

Nigredo

 

 

Certe nebbie scendono a nascondere

i fianchi delle valli e le radure,

lungo strade e sentieri non segnati

sulle carte. Nascondersi o smarrirsi

è un’esigenza come tutte le arti.

 

 

 

I verbi rinunciano, i presagi non dicono

 

Dicono questi versi

di nulla che succede,

non descrivono fatti.

Resiste qualche raro verbo fossile:

sta, aspetta, disperde.

 

Questo vuole l’ebbra superficie:

al troppo dire, al morso dei ragni

opporre silenzî di arenili

boccheggii di meduse.

 

Sotto, dentro, diffidiamo delle albe:

ci serve notte, ancora

di radice e di seme

ci serve buio, dentro,

la sua morente schiera.

 

Qui, in superficie, i verbi rinunciano

 

i presagi non dicono.

 

 

Partisti senza un rumore, un fruscio, nulla

 

 

Quando bussasti

cercai nei tuoi occhi

quale spavento t’avesse portato

fin qui, e quale alba indossassero

se amassero il sole o i vapori che velano i prati

 

ti pesai il cuore, così come è possibile farlo

nel nascosto del torace, nel chiuso

dell’ombra: non c’era schiocco di pietre

ma un vento, incerto

che forzava gli infissi.

 

Entrasti: ti diedi abiti puliti

pane e frutta. Cenammo.

 

Nel tempo che sostasti si parlava

dei sentieri secchi del Monte Lera

(nemmeno tu amavi strade larghe)

o del miagolio delle ghiandaie

del linguaggio di rivi e torrenti.

 

Partisti senza un rumore, un fruscio, nulla.

Un giorno, o un anno dopo.

 

Qui era ancora aurora

e fuori le ore scorrevano al contrario

tornando notte.

 

Quali domande offrirai

ai nuovi boschi?

 

 

Senza vanto procedere

 

 

Senza vanto procedere, e senza

timore, una presenza dai troppi

occhi camminerà accanto,

un rumore di guerra

il frastuono del temporale

le campane, il canto, il silenzio.

 

Non comprendo di chi è la mano

che mi porta e che seguo

 

 

L’odore della foresta

 

 

È tuo, dunque, il profilo

che le finestre non sanno nascondere,

tua la mano che discosta le imposte

per offrire il boccone?

 

E chi, come la diffidente martora,

s’avvicinò e assaggiò e mosse

gli occhi come a dire è buono e ne mangiò

metà per fame metà per ringraziarti

prima che l’odore della foresta

lo richiamasse a sé?

 

 

Alfredo Rienzi è nato a Venosa nel 1959, vive a Torino.

Ha pubblicato diversi volumi di poesia, da Contemplando segni, silloge vincitrice del X Premio Montale, in Sette poeti del Premio Montale (Scheiwiller, 1993, con Prefazione di Maria Luisa Spaziani) a  Partenze e promesse. Presagi, (puntoacapo Editrice, con pref. di Dario Capello e postazione di Ivan Fedeli) cui, da inedito, sono stati assegnati diversi riconoscimenti (Premi Bo-Descalzo, Arcipelago Itaca, Gozzano, Bologna in Lettere, Ossi di seppia ecc).

Gli altri volumi: Oltrelinee, Dell’Orso, 1994 e Simmetrie, Joker Ed., 2000 (entrambi Segnalati al Premio Montale) e Custodi ed invasori (Mimesis-Hebenon, 2005) sono in parte confluiti ne La parola postuma. Antologia e inediti, edito da puntoacapo Ed., Novi L., 2011, quale opera vincitrice del Premio Fiera dell’Editoria di Poesia.

Nel 2015 pubblica con Joker Ed. Notizie dal 72° parallelo (Premio Pelegatti-Civitella, Premio Metropoli di Torino), tradotto in alfabeto Braille.

Ha tradotto testi da OEvre poétique di L. S. Senghor, in Nuit d’Afrique ma nuit noire – Notte d’Africa mia notte nera, a cura di A. Emina (Harmattan Italia, Torino-Paris, 2004) ed ha pubblicato il volume di saggi Il qui e l’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea (Ed. dell’Orso, 2011).

Una biobibliografia più ampia è consultabile all’indirizzo:

http://www.larecherche.it/biografia.asp?Utente=alfredo59&Tabella=Biografie

 

Federico Preziosi

20 dicembre 2019 by

Variazione Madre, poesie di Federico Preziosi, pubblicato nella collana “Lepisma Floema” da Controluna edizioni di poesia.

La Variazione Madre rappresenta l’origine di un sentire, la metamorfosi di un poeta che da uomo diventa donna. Attraverso l’espressione di un “Io” femminile come forma di empatia, la scrittura, pagina dopo pagina, si accompagna a una musicalità suggestiva dove il linguaggio femminile si pone tra dolore e sensualità, dirigendosi verso l’unico punto di incontro possibile con il sesso opposto, la parola. Una poesia forte e simbolica, quella di Federico Preziosi, dove l’immedesimazione si rivela necessaria in un’epoca di grandi cambiamenti sociali e politici.

 

“Se non ci si occupa dell’umano non possiamo entrare nemmeno nelle particolarità che in esso si dispiegano; se non ci si occupa dell’umano non possiamo dire “io” impersonando una donna senza il rischio di creare ambiguità di genere”.

Dalla prefazione di Giuseppe Cerbino.

 

 

 

 

CANTI


Sono nata dall’incesto di una Madre
da un sangue rappreso in due palmi di mani
cosparso sul ventre in un mattino
in novembre, sul tramonto dell’autunno.
Raggelato sotto ai tocchi, gli irti rami,
penetrava lei in miti sciami, ed io
non sapevo nulla di un suono, di un mantice trachea:
godevo di un vagito doloroso quando
mi piantò le sue radici in corpo.
Divenni Figlio, Amore e infine Donna
la sua cute prominente, un odoroso incenso,
il giorno in cui recise labbra nell’iniziazione
mi ha rubato il bacio con occhi in lacrime.
Sul sesso piovve del mascara, un inchiostro
di lettere e diari, come se l’autunno
fosse primavera senza polline, mentre io
del miele mi cosparsi il volto.
La notte pregavo le falene di mangiarmi
portandomi da Dio senza condanna.
Dinanzi a lui, non volevo fossi io.

 


* * *
mi innamoravo sempre di melodie per paralitici
quando a stento il vuoto colmava un bisogno.
Lieve veniva volare per il campo e il fior di papavero
sbottonando voglie che giuro di non comprendere ancora
e sentivo atavico il desiderio nel ricongiungermi al tutto:
sarà per questo che ho amato resistere,
resistere ai luoghi di cui restavi orfano
i luoghi in cui sarei stata compagna e madre
in cui lo spirito di un tempo resta sempre invaghito
al tuo cospetto, così perso che ancora invoca il mio nome.

C’è della gioia nel dolore dell’insieme
nell’eludere le vampe statiche e onniscienti,
un convivio inalberato d’una resa
come lastrico di zolle in cartapesta.

C’è una foga nello struggersi in parole,
le parole d’istantanee ribellioni, le parole irrorano
i punti del non approdo, come rivissuti invocano vissuti.

C’è del profondo self-amore nello scavo
in questo rancido scucirsi dal petto le ferite, nello scrivere
urlando a bassa voce come un attimo animale sta all’anima
in un appiglio, che è senso d’abbandono il lieve ritrovarsi.

C’è nella cicatrice l’onore del disarmo, una propria vulnerabile capienza,
uno spartiacque rinnegato e poi abbracciato nella fulgida sutura
che dannazione imbeve come panno che trattiene

le lacrime agli occhi
il sangue nelle vene.

 

Federico Preziosi è nato ad Atripalda (Av) e vive a Budapest. Finalista in alcuni prestigiosi concorsi di poesia (Premio “Aoros”, Poesia a Napoli e Premio di Poesia e Narrativa Città di Conza della Campania), i suoi versi compaiono su alcune riviste online e su vari numeri della “Bottega di poesia” de La Repubblica.