pausa

19 novembre 2016 by

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Il Giardino si ferma per un po’
Auguri di buone feste  e buoni mesi a venire a tutti i poeti e lettori

cb

 

Maria Carmen Lama

11 novembre 2016 by

Carmen Lama

 

 

È poeta soltanto
                         
                         
Non tutte le ciambelle
riescono col buco:
in questo brutto detto
c’è un po’ di verità
come quando si dice:
Non ogni parto buono
genera figli sani.

Così il poeta
non se ne faccia un cruccio
se mentre viaggia dentro le parole
ne trova alcune sfatte,
sfiorite, sfarinate
e non crea poesia,
ma acerbo frutto.
Se ha sabbia tra le dita
può scegliere – se vuole:
lasciarla scivolare
e tornare al suo nulla
o, bagnandola,
farne effimero castello.

Con le parole il gioco
è ancora più complesso.
Quando il poeta crede
d’averne colto un senso
stabile, duraturo, forse eterno,
la cosa significata
è già cambiata.

Lo sa il poeta
che si muove spesso
su una sottile linea di confine?
Viaggia tra il nulla
che vuole esser cosa
e l’essere che ricade già nel nulla.

È poeta soltanto
quel demiurgo
che in un baluginio
raccoglie un mondo,
che vive come in bilico,
sospeso, per afferrare
le parole in volo,
ma che sa anche
e sente chiaramente,
nell’oscillante gioco
dell’approssimazione,
il suo continuo rischio
di caduta.

Ma fino a che lo sosterrà
uno sguardo poetico sul mondo,
la sua ricerca non avrà mai fine,
perché in poesia non c’è una meta.

                                                                              

Dolceamaro

Negli occhi il mare
in lacrime di gioia

il cuore si riempie
si gonfia come un’onda

e mi sazia quest’immenso
dolceamaro.

 

 

Il silenzio, talvolta
Il silenzio, talvolta,
è un gravitare di parole
nel vento della sera,
un accendere fuochi a precipizio,
cauterio di ferite
che più sono invisibili
più bruciano
lasciando riverberi
in cieli di smeraldo.

 

 

Si sta

Si sta
come d’estate
le barche a Giethoorn!

 

 

Piegheremmo anche in quattro
Piegheremmo anche in quattro
tante risate vere
quelle che ci ri_piegano sui fianchi
e ci tolgono il fiato
(o vuoi il respiro?)
mentre parliamo dell’infantilismo
di certi raccontini per bambini
che nemmeno i bambini….!

E dire che ci siamo divertite
alle pareti della nostra casa
non serve -già!-
ché anche le pareti ridevano
e ridevano e ridevano
ché a memoria conoscono i ritratti
delle luci
ma più ancora del buio
de_(lle)_menti

_

                        

__________________________

                               

                            

Dedicate a un’amica
                                   

                                       

Se non ci fosse l’aria
e il tuo respiro
se il tempo fosse immobile
se non avesse voce il vento
se uno spazio minuto
non accogliesse
il pianto e il riso
di un’anima bambina –

o… se non ci fosse …

dove starebbe il senso
d’ogni cosa?
                                   
                          

Fiammeggia

Fiammeggia metà_fisica dei quanti
e c’è chi padroneggia infinitesimi
dei tanti dentro un vortice che ondeggia
ed è subito sera che dardeggia

inaspriranno i cirimolli acquatici
nel bel mezzo d’anseriformi asfittici
                       
                            
                            
Per dipanare enigmi
                       

Come s’appoggia ad una balaustra
una malinconia oppure un pianto
così ci affacciavamo su un sentiero
che portava soltanto verso il nulla
e ci scommettevamo una visiera
di cappellino, d’aria e di minuti,
che saremmo arrivati in men che niente

non sapevamo dove, e tuttavia
si muovevano i piedi, non il corpo,
e annaspavamo intorno a un labirinto
che ci riproponeva un filo e Arianna
e un maxitauro vestito d’amaranto

e il labirinto non aveva vie, soltanto
un’apertura chiusa in alto, per sorvolare
intimamente un sogno
e rifare a memoria
indizi di memoria

è che a volte dal nulla nasce cosa
che mai t’aspetteresti e non comprendi
ma qualche cosa è lì che affiora piano
dal labirinto della tua memoria
o dai sentieri inviolabili
del nulla
per dipanare enigmi
sospesi sugli abissi più profondi
                                     
                             
                             

Palpiti in superficie
                                
                               
Palpiti in superficie a punta-spilli
allineati desideri e sogni

– ma di che? ma di chi?-

tempura al ristorante au trompe l’oeil
come un incartamento di destino
– o fosse il tempo che sempre m’inganna? –

Appare un mondo che non riconosci
e il ciglio è doppio sulla carreggiata.

Ma al fondo al fondo cosa vedi, amica?

Non ho mai scandagliato, veramente…
– fosse paura o eccessivo fermento
o distrazione o tormento!? benché… –

Se penso a quell’immagine che penso
mi turba un po’ sapermi stereoscopica
anima, mente e…
chissà se anche il corpo!?

Oh, taci, taci! E ascolta il tempo, ascolta.
Fluisce nelle vene e disincanta
e ancora inganna. Ma sarà per poco.

Se guardi nel profondo, con amore,
quell’essere scoperto ti sorprende
e palpiti discendono
discendono…
sussulti all’unisono si fondono
onde increspano superficie e fondo
lo sguardo che si staglia sullo sfondo
e di dolcezza investe il tuo domani.

 

altre qui

Franca Battista

4 novembre 2016 by

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FONTANA LIRI     Ninfa al rito

                                     
” titolo, del resto, racchiude una chiara avvertenza: l’anagramma estrae dalle lettere di Fontana Liri, e lo consegna al titolo, una figura del mito: e il mito porta il rito. È un rito così ad essere inscenato; e del rito sono caratteristici l’intento di celebrazione, il tocco e l’aura di sacralità.
E lo sacralità qui si esprime fin dall’inizio per il mezzo di un numero pieno e rotondo come cento, e s’affida a prima vista al ricco e curato corredo iconografico nel quale è l’eleganza delle piante ed è il loro sottile messaggio benefico, legato alla varietà e alla inesauribile energia risanante della natura, a valere come offertorio, ad accompagnare il paesaggio, a vistarne il genius foci.
Franca Battista da sempre intreccia i suoi versi con le denominazioni colte e popolari e le figure, con le proprietà e gli cusili, con le aperture odorose e le promesse di un erbario ricco, che ama per altro riprodurre con l’antica perizia di un amanuense, di un miniatore. E, sopra pagine intonate ad un pensiero ecologico, l’universo verde della vita vegetale le presta spesso e volentieri il linguaggio: anche con gli arcani sintagmi che catalogano specie ed esemplari, sintagmi caduti nel/’ oblio i quali invece sono rammemorati e fatti tornare tra i versi, Franca Battista aggrega i suoi composti.
Che così sanno di antico e di nuovo, che sono presi dal vero epperò hanno un tratto di mistero e s’arricchiscono di risonanze simboliche, che si impregnano di una religiosità pànica, naturale.
‘Su di un tale ordito, come su di un letto (di foglie e di fiori) , Fontana Liri ora s’adagia ora si lascia avvolgere, ora sI staglia. A suggerirne movenze e posture, a suggerirne la condizione di confine e di ponte tra terra ed acqua, è – e non potrebbe non essere – il Liri, che raddoppia, accoglie nel suo alveo, prolunga il significato trattenuto nel primo segmento, già liquido e scorrente come getto, del toponimo, Fontana.
Quel che se ne ottiene è una ripresa come in cento fotogrammi di un luogo reale e fantastico insieme, che vive nel tempo e sta nella memoria, di un paese segnato sulle carte geografiche e di un paese dell’ anima.
E così si citano alcune frazioni che fanno rami e braccia tutt’intorno, e così si segnano monti e valli, e così ritornano per ricordo e per lode vocazioni speciali. al lavoro, e così si rievocano personaggi e così si restituiscono a vita miti, e così si ridesta un piccolo consorzio antropologico; e l’occhio ora accosta analiticamente i dettagli, ora allontana e procura una visione d’insieme delle scene portate in versi. D’accompagnamento stanno le forme del fiume che è dio, che è totem: ì bollori, i capricci, le bonacce, ciò che toglie, ciò che dona e le voci, i silenzi , i verdi e i rossi (il rosso è tra i colori più battuti) del suo far roride e accendere bacche e fiori, le sue ombre e le sue luci (“alluma” conta tante occorrenze, infetti).
D’accompagnamento sta lo sua musica ancora un palpito dell’anima, che perdura ad affidarsi all’ euritmia delle figure del suono, specialmente alle allitterazioni con lo liquida “elle” (lo “elle” dell’iniziale del Liri) nella parte di protagonista.
È infine una scommessa quella di Franca Battista e perciò le appartengono un piglio, un’attenzione, una tenacia che sanno di sfida barocca.

La scommessa è quella di innalzare un monumento,  tanto variato e libero nelle forme,  quanto è solido, rinforzato dal sedimentarsi degli acrostici, l’uno sull’altro fino a contare cento.
La scommessa è vinta; ed è così che si inaugura e ci viene consegnato questo monumento in forma di parole a Fontana Liri.

Marcello Carlino

*
Forti legami e chiare
orme di cartigli
nel luogo aprico
trattengono aviti reperti,
archi di pietra, obliqua trascendenza di colline,
mieli cuprei su rocce ascose tra lo pregiato
artemisia glauca.

Lacerti
ignei ri-creano
riflessi
inusitati.

*
Fra sedimenti di tempo e policrome
orchidee maculate,
ninfe e ninfee, tacite
tane di foglie ed erbe
amaricanti riluce lo luce del verbasco che sboccia
nelle forre sature di nostalgici
aromi terragni.

Luccichii di lucciole allumano
i vicoli, plasmano bagliori
ramati su pietre vive
incastonate ai sensi.

*
Frastuoni d’acqua nel frastagliato
orizzonte cheto, mentre
nel vento che ondula segreti
torna il sibilo delle alghe che nella notte
ancora ondeggiano nel lago plissettato,
nuovamente intriso di un odore
acre di melma che rasciuga nel sapore.

lieve riaffiora in afflato lo zolfo, ora
ignoto, ora un poco
ròco, ora amabile,
inconsueto olezzo di fralezza.

*
Fragranza d’erbe segue
onde d’embrici
nella collina arsa e a balze
tinta d’oro
antico, mentre sfumano fruscii d’assenze
nella afona
amarezza di cromie sopite.

Litici percorsi rin-tracciano sinuosità smarrite,
intrichi di sterpaglie su im-prevedibili,
ripidi sentieri di puri
ideali.

*

Franco paese ove
ogni strada giunge in ambiti ambiti,
nei vincoli
tenace e molto
amicale,
nei vicoli
accorto e pervio.

Lucente,
indaco e schietto il cielo
rispecchia lo fantasia e duplica
i cirri nel solforoso lago.

*

Foglie con verdastro
ossido
nei ritorti
tralci per amabili
arazzi di vitigni
nodosi, sfaldati,
attorcigliati.
Labirinti agresti s-coprono
impavidi grovigli di spinoso
rovo
inatto.

                              

                               

Franca Battista è nata a Fontana Liri (FR) dove vive ed opera nel campo delle arti visive, della didattica e della poesia. Si è formata artisticamente all’Accademia delle Belle Arti di Roma ed ha esposto in personali e collettive, realizzando opere pittografiche, video-performance ed installazioni verbo-visive in cui prevalgono implicazioni antropologiche con riferimento specifico allo sua terra. Nell’ambito della didattica ha attivato laboratori per lo sviluppo della creatività grafica e linguistica e curato pubblicazioni di settore. Da anni si dedica alla poesia pubblicando le raccolte Cinigia (ed. Romberg, 1995); Arsura (ed. Tracce, 1999); Falene (ed. Dismisura-testi, 2000); Chiose sulla chiuso (ed. Tracce, 2003); Lacinie (ed. Tracce, 2004) e ricevendo prestigiosi riconoscimenti tra i quali: “Prometeo D’argento”, premio Presidente della Repubblica al concorso letterario “La donna si racconta”, Pesaro 1994; primo premio al concorso internazionale “Nuove scrittrici”, Pescara 1998; primo premio “Primavera Hoiku”, Milano 1999; premio internazionale “Capoliveri Haiku”, Isola d’Elba 20 10; premio internazionale “Capoliveri Haiku”, Isola d’Elba 2012; premio internazionale “Capoliveri Haiku”, Isola d’Elba, 2013. I suoi testi sono inseriti in numerose antologie tra cui: “Antologia della poesia femminile italiana” (ed. Tracce, 2006); “La montagna” (Ferrari editore, 2007); “Glli alberi” (Ferrari editore, 2008);” La parola che ricostruisce” ( ed. Tracce, 009);:”Flowers” (Ferrari editore, 2010); “Cuore di preda” (ed. CFR, 2012); “Haiku” (I quaderni del Lavatoio, 2012) “RaPPOEsia” (I quaderni del Lavatoio, 2012); “Cronache da Rapa Nui” (ed CFR, 2013); “Haiku tra meridiani e paralleli” (Fusibilialibri, 2013). Inoltre ha curato originali antologie con poeti nazionali e inter-nazionali tra cui OliArti (ed. Fortino, 2012). Ha partecipato ad eventi poetici tra cui:
“Musicisti e poeti della terra del mito” (omaggio a Franca Battista), Conservatorio Licinio Refice, saggio di composizione (su testi di F B.) docenti A. Di Pofi, A. Poce, Frosinone 200 l; “Ecologia della poesia” Biblioteca Comunale, Cassino 2004 “Fuoco Evento” Lavatoio contumaciale, Roma 2005 – Biblioteca Universitaria Alessandrino (Università lo Sapienza), Roma 2006 – Fondazione Mastroianni, Arpino 2006 ; “Leopordi’s Day”, Villa Celimontana, Roma 2006; “Rodiobox” – voci e immagini dei poeti dell’archivio della Biblioteca Alessandrino (Università lo Sapienza), 2006; “La poesia femminile italiana”, Saletto del Cenacolo in Parlamento, Roma 2008; “L’isola dei poeti”, Isola Tiberina Roma 20 l l; “Poesia visiva” Cosenza 20 l l ; “La Poesiamanifesta, L’Aquila 2012; “Giornata mondiale della poesia”, Pescara 2013.

Maria Grazia Calandrone

29 ottobre 2016 by

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Frammento in memoria

[…] ora sappiamo, poi che ne abbiamo rimosso il corpo
azzurro e cedevole, che lei era stata una cosa che non opponeva resistenza e adesso era
esaudita, mentre tubercoli
di larve ne intaccavano gli occhi e la canala dei liquami era stata
scavata profondamente
quanto
il fatto che chi se n’era andato non era più
con lei da molto tempo e lei aveva concluso nel corpo quel separarsi
lentissimo come in presenza di ostacoli e scendendo le scale quella mattina
con la fronte addolcita dal sole
sulla spalla
della piccola indiana con il nome da uccello aveva detto questo
essere stata in mani estranee è stata
la vita mia

Roma, 22 gennaio 2010

 

 

altre qui

Giovanni Baldaccini

23 ottobre 2016 by

Oltre il varco di notte

LaRecherche.it [Poesie immagini prose brevi]

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_____________________________________

baldaccini

Inediti

 

Cose appena d’amore
                          
                         


Senza altrimenti

Amo la solitudine del tuo pensiero
la tua diversa fonte
il tuo sostare
in un credo capace di smentire
amo di te l’essenza
le tue nuvole a getto
che trasportano il mondo
lungo passaggi di definizione
e la dissomiglianza
dall’esistenza inabile
senza connotazione di frontiera
mentre ti affermi stabile
nella mutevolezza che conferma
l’enorme vastità del tuo dissenso
come un’inesistenza nella vita
la sostanza
nel sonno che sorveglio
mentre ascolto il respiro
che si muta in linguaggio
per avvertirmi della tua esistenza
che conferma la mia
senza altrimenti.
                               

                            

Senza farne parola

Non c’è ancora nessuno questa sera
ed io mi chiedo cosa penseresti
di questo vuoto intenso
se il tuo sentire ancora mi parlasse
del senso
e il mio dissenso
dove spesso mi seguo
per il gusto malato di inseguirmi
ma non c’è ancora nessuno
ed ignoro
se mi verrai a trovare con gli amici
o resterà la solita mancanza
o magari sarò io
a mancarmi
come è molto probabile
dato che non riesco mai a capire
se davvero mi manchi o se non sia
il mio sentire autistico
che in qualche modo o altrove qualche sera
mi porterà un rimpianto
o forse un soliloquio
che ti dedico spesso
senza farne parola.
                        
                                

Crepuscolo

Ce ne andiamo divisi
come due sconosciuti
e il tuo vestito non è rosso
come il tramonto in fondo
ma non saprei distinguere
tra le cose che cadono intorno
e il volo degli uccelli verso casa
malinconici
come la sera quando aspetta il sole
e le cose da dire
che non sai mai da dove cominciare.
                           

                                    

Suggestioni

Ti ho amata a dispersione aperta
che neppure la vita
a pioggia
a dimensione diseguale
quanto le forme dell’immaginario
neppure che tu fossi un’illusione
che vaga altrove e costruisce mondi
io ti ho amata reale
e questo mi stupisce.
                            

                           

Le notti belle

A Parigi
c’erano le candele
per traversare ponti dal mio letto al tuo
e tetti con le stelle.
Verso l’alba
qualcosa ritornava
a rimestare le mie rimanenze
su pochi appunti persi tra i cuscini
sai quelle forme a caso che camminano
senza arrivare mai
e non sai come dire.
Poi scendevamo scale d’illusioni
a scaldare castagne sulla Senna
e i fiori che compravo
avevano un odore di cipolla
acre
come un sorriso sperso
tra i riflessi dell’acqua
concessioni
che sanno di sparire.
Qualche volta diverse
grida al suolo
ricordavano sogni andati a male
e le cose
che non sanno tornare
perché l’inconsistenza le spaventa
e dubbi
cianfrusaglie
vecchi libri
riempiono le casse
d’anni
che s inseguono in alto
mentre mi sento nudo
quando serro l’armadio e i tuoi capelli
perché non ho più perle per i fili
e spesso non riesco a dormire
mentre ripenso a tutte le stampelle
dove appendo le sere.
                           

                            

Nostalgia

Appena vento
forse
nostalgia
senza di cosa
né ripensare
attesa
e tu che mi domandi scosta l’orlo
di questa sera lunga
che la dimenticanza sa di viole
e cade il ricordare.
                                  

                          

Madre

Quando passano i giorni e tu ti adegui
a un lento scavalcare questa vita
senza attesa
io mi ricordo Madre di morire
e ti tengo le mani


L’Autore

Giovanni Baldaccini, psicologo e psicoterapeuta, consulente A.I.E.D. di Roma; traduttore di testi psicoanalitici per le case editrici Astrolabio e Liguori; è autore di alcuni articoli pubblicati su Rivista di Psicologia Analitica e Rivista Fermenti; ha pubblicato per la Fermenti Editrice la raccolta di racconti Desiderare altrimenti, il romanzo L’osservatore e la raccolta di aforismi, poesie e racconti 3 d’union insieme a Luciana Riommi e Antòn Pasterius; Il quasi nulla il praticamente tutto, Antologia, AA.VV.; ha pubblicato “Lettera dal Ponto” in AA.VV. Monologhi da camera e da volo per Perrone Editore; è autore di due presentazioni di mostre fotografiche svoltesi a Roma e Parigi; ha pubblicato con La Recherche l’e-book “Tre notti” e l’e-book “Oltre il varco di notte”. Alcune sue poesie e saggi sono presenti in rete su “Il giardino dei poeti”, “La Recherche” e “L’EstroVerso”. Cura il blog personale “Scrivere per immagini.
Vive e lavora a Roma.

Ivano Mugnaini

18 ottobre 2016 by

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Il cinema estivo

Il cinema estivo all’aperto
i vecchi del quartiere
lo ascoltano dal parapetto
del fosso.
Seduti uno accanto all’altro,
come pronti per la fucilazione,
contenti del piombo delle macchine
che lacerano il buio.
Non hanno i soldi per il biglietto.
O forse preferiscono non vedere.
Parlano, più da soli che con gli altri,
e ascoltano nell’acqua stagnante,
guizzi di pesci sporchi, inguardabili,
contenti del fango, le squame aperte
a respirare sembianze di sorrisi.
Malinconia nei visi e nelle mani:
rivedono fotogramma dopo fotogramma,
il loro film, il mitra che falcia la Magnani,
le gambe della Mangano, il riso
della Loren che accende nel corpo
e nel cuore un sole mai spento.
È questo il loro trucco, il loro
effetto speciale: restano fuori
a ridare poesia alla poesia, vita
alla vita. Noi, facciamo la fila
per vedere la commedia di Natale
in salsa estiva.

* * *

Amazzonia

Ti parlo in una lingua inventata,
un idioma ignoto, grammatica
che sguscia tra le dita.
La parola vola per chissà quali ponti,
quali nuvole, quali gabbiani. Accade la magia
e tra le mani stringo le foreste, la pioggia,
la linfa dei rami.
Ci separano oceani, milioni di gocce salate.
Vorrei potermi dire che ti ho cercata
con animo puro. Ma ho estratto dai tuoi alberi
il succo per il profitto del mio corpo
e della mente, per il mio continente
malato, per il rigoglio delle tue fronde,
per il tuo fiore dolce, invitante.
Pur sapendo di non sapere niente,
neppure l’ora della tua sera, il risveglio,
il caffè scuro delle strade, ti ho cercata.
Non ci incontreremo. Non ce la farò;
è lontana per me perfino la città dove vivo
da secoli, la finestra sulla mia tortura familiare.
Ho creduto di depredare il tuo oro. In realtà,
la Storia lo insegna, alla fine perde solo l’invasore.
Ora riesco a sperare nella tua rivolta, il sorriso
della rivoluzione.
Eppure, nel silenzio, conserverò una goccia,
un’immagine, stilla impossibile da lavare via.
L’illusione che esista davvero
l’Amazzonia al di là del mare, pianeta
assetato di cielo a dispetto del niente.
L’Amazzonia esiste, entra dentro, permane.
Sorrido anch’io, nel buio, pensandola.
E il battito del cuore, ora, è un luogo.
Sole sulle rughe di gelo dell’inverno,
sogno ancora vivo che fa respirare
l’inferno.

* * *

Sopra

La matrona imbellettata, restaurata
per l’occasione, mi si avvicina, dopo
la premiazione del mio libro nella villa
del conte con annesso vasto giardino,
e mi sussurra pian pianino, ma in maniera
che ognuno possa sentire, che ha avuto
modo di gradire ed apprezzare i miei versi,
ma, a dire il vero, a suo parere sono un po’
sopra le righe.
Ringrazio, non so bene perché, forse
per liberarmi della vista della sua cipria
e della stretta febbricitante della sua mano.
Adocchio agognante un angolo vuoto
distante dal corteo vociante, e solo
allora, al sicuro come un pesce nell’anfratto
di uno scoglio, mi metto a pensare,
cerco di risolvere il mistero, analizzo
ciò che davvero mi ha voluto dire.
Evidentemente a suo parere un vero poeta
deve essere dentro le righe, o, meglio ancora,
sotto, al sicuro, al riparo di un tetto robusto,
a prova di pioggia e grandine, saldo
più di un muro.
Forse ha ragione. Ma sta di fatto che io,
ora come ora, sotto il suo stesso tetto
non mi sento a mio agio. Non sono
in sintonia con il suo abitino color
pastello, con il suo anello incastonato
più saldo della dentiera e meno freddo
dello sguardo con cui taglia
lo spazio di questa sera che avrebbe potuto
essere quieta e solitaria, o calda di risa,
di vino e farina, magari una bella aia
con una dolce e formosa contadina,
una che non sa cos’è una metafora
e ancor meno una metonimia, ma sa
stringerti sopra il fieno maturo e dorato
con un abbraccio appassionato, sincero
di poesia.

* * *

L’ultimo lupo

L’ultimo lupo del mio paese,
si schiera docile al lato della strada.
Mi guarda passare con occhi
spenti, nuvola lontana, segreto
svelato, odore di carne essiccata.
Un tempo quello stesso lupo
divorava il vento e i vestiti,
le ruote e le tonache dei preti,
si intrufolava tra le sottane
e digrignava i denti al sole
fino a farlo fuggire, stranito.
È diventato saggio, si è arreso
ai fucili e alle urla, o è diventato
vecchio, un cucciolo ingrigito,
mucchio di ossa che non sanno
danzare.
O forse la colpa è nostra:
siamo noi che non lo sappiamo
più vedere, non lo sappiamo
odiare come un tempo, ed amare,
per ogni ululato, ogni sguardo
di rabbia e d’amore
alla terra e alla luna
che anche noi
avremmo voluto azzannare.

* * *

Il compito, il segreto

Latte di nuvole, lassù, candido
come i denti di mio padre, nel cielo
dell’estate del cinquantatre.
Guardava sorridendo le gambe sode
delle ragazze sotto le gonne ampie
a fiori freschi, accesi, come i sogni
di quell’Italia misera e felice.
Sfidava sereno, mio padre, il potere
e la gerarchia: lo rivedo ancora, nella foto
in bianco e nero scattata durante la sua naja:
senza berretto, con uno sguardo limpido;
lui, basso di statura, sovrastava
i commilitoni con la forza
dell’allegria.
Diverso oggi è il grado, il tono,
il colore del cobalto: la paura, gli occhi
di questo tempo fugace, tanto rapido
da sfrecciare via, lontano dal suo stesso cuore.
Ma forse è proprio questo il compito, il segreto:
ritrovare a poco a poco il coraggio di guardare
il sole, venendo a patti con l’orrore e la sete,
la pioggia e la terra riarsa.
La salvezza è nel riso rubato alla ragione:
restare nella luce diretta senza berretto,
senza timore, lasciando che il sole
entri negli occhi e nella mente a petto nudo,
respirando a pieni polmoni, come un cigno,
un pazzo, un bambino che urla, o forse canta,
a squarciagola, prima ancora
di saper parlare.

 

IVANO MUGNAINI

Nato a Viareggio, si è laureato a Pisa con una tesi sul teatro rinascimentale. È autore di romanzi, racconti, poesia e saggistica.

    Scrive per alcune riviste tra cui “Nuova Prosa”, “Gradiva”, “Il Grandevetro”, “Italian Poetry Review”, “Doppiozero”,  “L’ Immaginazione”.  Collabora con case editrici in qualità di redattore e curatore di recensioni ed editing. Cura il blog letterario “DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario”, www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com
e il sito www.ivanomugnaini.it .

    Nelle rubriche “L’ombra del vero” e “Panorami congeniali” sul sito della Bompiani RCS, www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner ha proposto suoi racconti e “rivisitazioni” in forma di racconto di film e classici letterari.

    Suoi testi sono stati letti e commentati più volte in trasmissioni radiofoniche di Rai – Radiouno e da alcune televisioni regionali e nazionali.

     Ha collaborato come autore di lavori creativi, note e recensioni, con diverse associazioni culturali, tra cui l’Associazione “AstrolabioCultura” di Pisa, diretta da Valeria Serofilli.

     Ha presentato sue prose e liriche all’interno di manifestazioni e rassegne artistico-letterarie tra cui “Versinguerra” e “Bunker Poetico”, e brani letterari abbinati ad opere artistiche all’interno della Biennale d’Arte di Venezia.

   Ha pubblicato le raccolte di racconti LA CASA GIALLA e L’ALGEBRA DELLA VITA, i romanzi IL MIELE DEI SERVI e LIMBO MINORE e i libri di poesie CONTROTEMPO, INADEGUATO ALL’ETERNO e IL TEMPO SALVATO. Il suo racconto DESAPARECIDOS è stato pubblicato da Marsilio e il suo racconto lungo UN’ALBA è stato pubblicato da Marcos Y Marcos. Di recente pubblicazione i romanzi IL SANGUE DEI SOGNI e LO SPECCHIO DI LEONARDO.

   Tra i critici e scrittori che si sono occupati della sua attività letteraria: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Roberto Pazzi, Giorgio Bàrberi Squarotti, Alberto Bevilacqua, Luigi Fontanella, Paolo Maurensig, Elio Pecora, Maria Luisa Spaziani, Giorgio Saviane, Walter Mauro e altri.

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Franco Casadei

14 ottobre 2016 by

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Franco Casadei, La firma segreta, Itaca edizioni

La poesia ci chiama alla vita, alla nostra e a quella altrui; è sempre comunitaria, fa gruppo, si dona ad uno sguardo attento, pervasivo, fugge il superficiale abbandono all’emozione, l’ottusità, il gioco fonico che alfabetizza l’intelligenza.
Sfugge l’io solingo pieno di sé che non lascia spazio agli altri, eppure insieme ai cromosomi siamo identità costruite dagli eventi, dagli incontri lungo l’asse sincronico del tempo. Siamo così come siamo perché nati in questo frammento di secolo, fra cocci, macerie e muraglie, sordi spesso agli umani richiami, attenti ai richiami di fate Morgane.
La poesia è un dono esigente che nelle due facce porge nell’una vitalità, nell’altra nequizia.
Ho fra le mani il quarto libretto di poesie di Franco Casadei e la sua voce mi suona famigliare, mi sento in consonanza. Afferma che le poesie contenute in questo libro nascono da una corrispondenza non cercata con alcuni articoli a firma di Marina Corradi apparsi su “Avvenire” e su “Tempi”.
Non ho alcun motivo per non credere all’affermazione e ne ho invece per esserne partecipe come lettrice.
Già nelle opere più recenti abbiamo riconosciuto un Casadei meno aggrovigliato nella sua testimonianza di Fede, più vicino ai fratelli, quelli meno fortunati, e alla natura che esplode sempre nella sua bellezza e si fa mito e metafora, causa ed effetto della nostra esistenza, soprattutto dono.
Un giornalista di cronaca censisce alcuni eventi e li trasporta sulla carta stampata per renderli maggiormente visibili, per condividerli, forse, per approfondirne le stratificazioni di sensi e di significati.
Mentre il giornalista ha per limite il numero delle battute, il poeta opera per sottrazione, cerca di arrivare alla nudità del vero. Insieme possono star bene se ciascuno conserva la specificità della sua forma di comunicazione.
Mi pare che Franco vi sia riuscito; l’articolo è il pretesto attraverso il quale cesella il suo canto, forse sarebbe più corretto dire il suo pianto.
La cronaca irrompe in queste poesie con voce non flebile ma neppure urlata, condivide uno spazio mentale che non è solo del poeta ma anche del lettore.
In questi tempi di anime arrese / cosa sta all’inizio, cosa giace sul fondo / si tace in omertosa intesa / resta un buco nero, / la sorda malinconia che ci accompagna.
La confessione della nostra impotenza trasformata in malinconia, perché quale altro fare resta? Un intellettuale può presentarci dei senzatetto che abbiamo evitato e finto di non avere visto, un addio fra vecchi sposi (pag. 16), bellissimi versi, la solitudine della città, la metropoli che si fa gabbia di fiera coi tirassegno e gli autoscontro.
Casadei fa nomi, non si cela nel generico, chiama ciascuno alla propria dolente individualità, in quel luogo, in quell’ora. Milano come il Lacor Hospital di Gulu dove si è dato fondo anche al dolore. Eppure il sentimento dell’umana vicinanza (misericordia?) resiste in un angolo in ciascuno di noi e andiamo in cerca di una porta aperta, della firma segreta che sta dentro le cose. Il fato è cieco: ha da esservi un progetto.
L’andirivieni poetico di Casadei, dentro e fuori gli ospedali, le case del dolore, la pietas verso il transeunte, il lungo elenco delle mestizie e degli abomini, giustifica da credente il male di vivere e la croce (pagg.32 /33); la poesia intensa ma pacificata termina:” Non è l’indifferenza delle nuvole / che ti permette di stare davanti al male, / ma quella croce forse / e l’accettarne ogni mattina / un piccolo frammento sulle spalle.”
Non tutto è detto e non tutto è concluso perché : “nell’ora dell’andare / si resta come rondini/ sospese fra partire e stare.”
Un altro scarno mannello di poesie spazia fra argomenti vari ma tutti godono di un dettato pacato, di metafore ardite ben calibrate, di cesellature di senso.
Indubbiamente, forse solo per affinità, trovo questo libro il più profondo e il più coraggioso di Casadei; forse qualche poesia aveva bisogno di un maggiore labor limae, il risultato finale tuttavia prende per l’emozione e per l’intelligenza.
Posso aggiungere che la lingua di Franco è padroneggiata e riconoscibile, che raramente scivola in basso o svola troppo in alto. E’ un libro che ambisce farsi leggere e l’obiettivo è raggiunto.

Narda Fattori

Normalmente, le parole dei giornali si scorrono e si buttano via. Questa volta, invece, per il singolare incontro a distanza con l’amico Franco, le mie parole sono state raccolte,
trasfigurate, ricreate, e sono diventate altro – qualcosa che appartiene a lui.
L’esperimento, singolare, lo giudicheranno i lettori. lo posso dire solo che l’anima delle mie cronache non è stata tradita, e ne ritrovo la traccia in tanti versi.

Dalla postfazione di Marina Corradi

                             

                                    

MILANO, QUANDO IL CIELO SCHIARA

L’ora in cui questa città è più vera
la mattina, quando il cielo schiara.
L’ora in cui Milano si alza, si affretta e palpita,
le finestre illuminate in un rapido susseguirsi
le colonne di auto che incalzano alle sue porte
e ai caselli i fari, occhi impazienti, accesi.
La colonna sonora di Milano:
borbottii di caffettiere
rombo di motori messi in moto,
l’impercettibile rimbombo del metrò
che corre spedito nel cuore della terra,
il frastuono degli ultimi camion della spazzatura
mentre ingurgitano cassettoni gonfi di rifiuti,
poi lenti si avviano verso le periferie
come animali notturni che quando nasce il giorno
si nascondono nelle loro tane.
Si agita una febbre in questo collettivo
veloce alzarsi e correre al lavoro e a scuola.
Quale tristezza trovarsi dentro questo vortice
e non avere un luogo dove andare.
Quanti, senza nessuno che li aspetti,
restano a dormire o speranzosi
leggono le offerte di impiego sui giornali.

Mentre nelle chiese si celebra la prima Messa
si invoca il pane quotidiano,
la maggioranza della gente che corre
stamattina, là fuori, forse non sta pregando.
Eppure, nell’affrettarsi sui banchi e negli uffici,
una grande domanda resta ferma nell’aria .
in questa mattina d’autunno, nel Cielo di Milano.

                           
                                        

ADDIO FRA VECCHI SPOSI
Milano, I985

Sera di luglio, un’afa soffocante sul Naviglio.
E domenica, le strade silenziose e vuote.
Si ferma un’ambulanza a sirene spente,
i lettighieri scendono con una lentezza strana.
Sulla barella una donna anziana
mortalmente pallida, con gli occhi chiusi.
Le è accanto il marito: «siamo a casa, cara».
Incrocio lo sguardo di un barelliere: è morta,
forse lo era già negli ultimi istanti in ospedale
quando, per fare contento il marito,
l’hanno rimandata a casa.
Ma lui – ignaro? – continua a parlarle,
le dice che ha fatto la spesa,
in frigo c’è qualcosa da mangiare.
I giovani lettighieri e io ammutoliti
per questo addio fra vecchi sposi.
Il marito inizia a parlarmi lieto, per un istante,
di violare la sua murata solitudine.
Il sole rosso fuoco intanto
va calando, giù in fondo al Naviglio.
                                          
                                                                         

I CLOCHARDS MONTANO DI GUARDIA

Milano, corso Vittorio Emanuele
Passate le nove di sera, gli ultimi negozi
hanno calato a metà le saracinesche:
ne escono, chinando la schiena,
giovani commesse stanche.
La folla degli acquisti se ne è andata
lasciando sui marciapiedi carte
biglietti di tram, scontrini accartocciati.
Il corso sembra la sala di una festa
quando l’ultimo invitato si è congedato.
Ma è anche l’ora in cui, nel cuore di Milano,
si insedia un altro tipo di uomo.
Sotto ai portici i clochards
sistemano il giaciglio per la notte.
Due, ancora giovani, piazzati
l’uno accanto all’altro i sacchi a pelo,
si mettono a contare una manciata
di spiccioli, la cassa di giornata.
Un vecchio invece si è sdraiato, quasi dorme,
stretto a un cane come un bambino
che la sera stringe il suo pupazzo,
così che anche un uomo da tutti abbandonato
                                                                    
                                      

LA FIRMA SEGRETA

Chi cuce
la trama del destino,
segretamente imbastendone
il disegno?
Il caso?
o una mano misteriosa
che tesse,
costantemente tesse
il tuo cammino?
L’enigma irrisolto,
la mancanza sento, una mancanza,
la firma segreta
che sta dentro le cose.

                     

OLTRE IL SEGNO

La luce è un filo alla finestra
che adombra un’invisibile presenza

per andare altrove
non occorre andarsene lontano,
ciò che sta oltre il segno
richiede un istante di libertà, di sosta

la verità
sta in un’ansa recondita dell’anima

                                      
                                                 

E’ UN VELIERO IL MERCATO STAMATTINA

Nel cuore dell’estate, il silenzio dell’alba
infranto dall’insediarsi del mercato,
arrivano camion e furgoni carichi di merce
parcheggiano con manovre lente ed esperte
si aprono i portelloni, si scaricano casse
si alzano tende e teloni con pochi ordini
gridati in abili e consumati gesti
in ogni sfumatura di colore
si dispongono sui banchi frutti e verdure
il pesce che profuma ancora di mare
i formaggi con fierezza allineati in grandi forme
i venditori di stoffe, i tessuti sgargianti
l’odore del cuoio di chi vende scarpe e stivali
verso le sette le prime donne con sacche e sporte
Resta negli occhi l’immagine di quelle corde
tese come cime e i teli stesi come vele
e i pesi di cemento calati a terra
come ancore nel porto.
È un veliero il mercato stamattina
una folata di vento fra le nostre case.

                                         

ATTRAVERSANDO LA CASTIGLIA

Vegliano sui nostri passi
di vedetta, immobili
le cicogne appollaiate
sui campanili e sui camini.
Nidi solidi di ramoscelli intrecciati
reggono il vento
avvinghiati a tetti e a croci.
Le rondini impazzite
paiono nugoli di bambini gioiosi
all’uscita dalla scuola.
E i falchi, nobili e austeri
– le ali dalle larghe tese –
calano improvvisi
e, come aerei da guerra,
da subito riprendono quota,
volteggiano sui prati
in traiettorie radenti a cercare prede.
Nelle campagne assolate
il grano maturo danza
nelle sue onde ampie e mansuete.

Narda Fattori

7 ottobre 2016 by

  […] Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?
I testi qui raccolti, scritti nel 2014 e nel 2015, rispondono a questa domanda, e altre ne pongono, tenendo sempre alta la soglia dell’attenzione. Ciascuno di questi dispacci reca con sé una duplice consapevolezza: non ci si sottrae, neppure in quanto poeti (o meglio, tanto meno come poeti) alla vita e alle sue manifestazioni, siano esse sublimi, «il cielo lassù azzurro alto», oppure prive di qualsivoglia grazia e pertanto intenzionalmente storpiate nella grafia, «smartphone iPod e tablette»  […]

Dalla prefazione di Anna Maria Curci

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2016/10/dispacci.jpg?w=380&h=543

[…] Il dispaccio è un messaggio che ha un carattere di particolare urgenza, è un telegramma breve ed essenziale, urgente perché deve comunicare un contenuto di fondamentale importanza. Ma non sembri che le singole parti (o poesie) siano tra di loro frammentate, isolate, come capita spesso ai tanti libri di poesia che circolano in questi anni. No. Tutte le poesie fanno parte di un organico, di un corpo, una specie di romanzo coordinato nelle sue parti; Narda ne è la protagonista, la tessitrice, la mano e l’oggetto, la sua storia di figlia, di madre, di donna che vive nel mondo, con uno sguardo che si fa via via più cupo; chi legge si inoltra in un terreno sempre più sofferto, si fa portare lontano in visioni tragicamente attuali: dalla famiglia (il padre, la madre, la sorella), esempio di valori e di certezze vissuti nella fatica quotidiana, ma di quella fatica che forma, aiuta a crescere; a uno sguardo sofferto sul mondo (il mare, i migranti, i bambini innocenti dai grandi occhi che muoiono, – migranti dalla pelle nera bellissimi occhi di bambini / pieni di stupore –); tutto è orchestrato da una mano sapiente che non lascia nulla al caso e che, proseguendo e ampliando i temi che erano già presenti a incominciare da Verso occidente, si fa ancora sguardo attento e meditativo sul mondo ampliandone il senso: non più o non soltanto l’io poetico, ma l’altro, la storia, il voi, o il noi con cui si fa la vera poesia, perché alla fine ciò che resta è sempre il noi, partecipazione e condivisione di chi fa parte della storia. […]

Dalla postfazione di Bruno Bartoletti

 

Su Poetarum Silva potrete leggere la prefazione e la postfazione per intero e lcuni testi tratti dal libro

                                                        

                                                           _____________________________

                                

                  qui di seguito                    
un dono di Narda Fattori al Giardino dei poeti
                          
Inediti

 

                           

I vecchi

I vecchi sentono lo scricchiolare delle giunture
Camminano piano per timore di cadere
E guardano in basso per evitare un sasso
Non fumano più non hanno più peccati
Non chiedono perdono perché non hanno più ricordi.

I vecchi sentono la foglia che svola via nella folata
È già novembre e il sole non li scalda si arrotolano la sciarpa
E tutti a dire state nelle case e non aprite porte
Vi vogliono far male ma quale male più di questo
Silenzio di abbandono – i vecchi non dicono parole
Farfugliano spezzoni di litanie resti di discorsi amari

Quelli che vanno per le vie hanno un ricordo da trovare
Un amore che non è morto e gli batte ancora il cuore.
                                      
                         
              

La tavolozza

Ogni colore ha la sua tana
nido d’accoglienza e pennella
una stria di azzurro –sopra –
sotto tanto verde e poi il giallo
del sole che sposa il giallo delle spighe.

S’accrocca la collina ride di miste tinte
cantano i papaveri note rosse seminano
amore in fiore fragile che danza
alla lieve brezza pomeridiana ed esclama:

“ Gioite- cantate- prendetevi per mano
più tardi le preziose stelle orneranno
il cupo manto di brillanti bagliori

dimenticheremo il male si farà l’amore
sulla tavolozza che ha mescolato
                                                i suoi colori…

                                      
                         
              

A Edda

Ti vedo correre coi piedini veloci
la palla era rotonda e tu una capovolta
-attenta- gridava nonna alle tue trecce
ma più veloce di un passero volavi
dentro la vita e cinguettavi.

Si fecero piene di curve le tue forme
ma sei rimasta ad inseguire i sogni
e tessesti un lasciapassare di meraviglie
ad un capo e all’altro di questo mondo.
China sui libri a cercare risposte
poi a cantarle sulle note di una chitarra
e c’era sempre un richiamo un altro appello
e tu- presente- e mai dare dolore.

Quello ti trapassò una volta – molte-
come capita ai vivi che hanno amore
da prendere da dare da sfamare.

Di materia stellare -Edda- ancora brilli
e sono ora le mani indaffarate e il canto
che sempre nella tua gola trovò il nido
caldo tenero in scala di do.
                                      
                         
                                                                 

Il papavero

Svetta il papavero di vanità gentile
apre il suo cuore nero al sole
mentre una farfalla vaga si posa
già si sgualcisce
il petalo si contorce e cade.

In una settimana resterà uno stelo nudo
perduto il rosso tengo il nero bottone
per la tisana della sera
che cancella i vivi e i morti in rissa affratellati .

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Claudia Zironi

1 ottobre 2016 by

Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni
prefazione di Francesca Del Moro,
postfazione di Vladimir D’Amora
Il libro è edito nella collana “Poesia oggi”
di Marco Saya Edizioni, Milano, 2016
                           

Dalla prefazione di  Francesca Del Moro

“Nella foto di copertina, fotogramma del film Poltergeist di Tobe Hooper, una bambina è inginocchiata davanti a un apparecchio d’altri tempi, in una posizione che suggerisce fascinazione e al tempo stesso adorazione. Due sentimenti che attraversano tutto il libro, in cui al televisore, divenuto via via più grande e piatto, si affiancano i frutti di più recenti evoluzioni tecnologiche: computer, Tutti strumenti funzionali a mantenerci in contatto con il nostro essere virtuale, micro-innesti bionici che,infilati nella nostra mente, alimentano un mondo popolato da fantasmi e spettri.”
                                   

i fantasmi si riempiono di frutti le mani
sorella, respirano come i vivi, soffrono
camminandoci accanto dal confine
di quella dimensione della mente. muoiono
in mare e nei campi, sono come lampi
bagliori velocissimi attraverso la stanza
neri. poi gli schermi si spengono
e i latrati nella notte. ora dormi.

 

                                      

FANTASMI: LA POESIA
E se la poesia si reggesse sull’equivoco di vite sospese?
Che solo da un certo bilico di confini potesse venire il sublime come errore.
Se fosse più vicina alla morte di un nido abbandonato nel fango di ottobre o di una spuma d’onda; un’incomprensione della convenzionale accettazione di un transito, istintività deviata di propagazione, difetto di visuale come un occhio dal nervo malato che sfochi i primi piani, un orecchio sensibile solo agli acufeni tanto da confondere nel cervello la percezione del reale.
Se i poeti per ciò si riconoscessero senza potersi accoppiare, incapaci di lasciarsi in eredità, muli sterili assediati di visioni, separati: se fosse un difetto dell’amore, come un gene zoppo, una mancanza partorita, quest’arte?
Se fosse sintomo di un fantasma nella mente?

                                          

FANTASMI: L’AMANTE
Amore mio se tu esistessi vedremmo lontano ognuno con i propri occhi, ci risuonerebbe dentro il mare, a te quieto, a me in tempesta, non avremmo bisogno di conoscerci per stare vicini, non sogneremmo mondi di plastica per fingerci vivi, non moriremmo in una caverna, faremmo viaggi lontani in posti diversi, scriveremmo solo di luce e di acqua, non avremmo bisogno di propagazione, saremmo api e stelle marine, sarebbe il tempo ad aspettarci, non saremmo nulla se non soli, se tu esistessi amore.

                                                 

padri nostri che state in terra
non vi perdoneremo il seme
non avremo compassione
che di noi stessi, per gli specchi
che a vostra immagine
avete generato. dalla terra
apprenderemo un abbraccio
quando dei vermi sapremo
la regola dell’esistenza.
dateci oggi un gesto insano
a chi è terra nel silenzio
mentre tutto ride, intorno.

                              

con la mano nella tua mano
contavamo le formiche
risalire un tronco morto
in un tempo lunghissimo
che non abbiamo avuto

                                                
                                    

Con Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni, suo terzo lavoro nel giro di poco più di quattro anni, Claudia Zironi compie un ulteriore passo in avantinella costruzione di una poetica personale quanto autentica.
L’idea di poesia che presenta nelle sedici sezioni in cui è diviso il libro, mostra infatti una complessità e una stratificazione del pensiero in piena continuità con i titoli che lo hanno preceduto, ma anche una spinta in avanti per quanto riguarda caratura e maturità del dettato.
Se in Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni risiede ancora la messa in scena, sempre aperta, schietta, priva di infingimenti, di un desiderio che è sì erotico, ma anche di relazione alta, di congiungimento attraverso il pensiero della persona amata eppure fantasmatica, ecco appunto presentarsi con maggior forza e compiutezza rispetto a Eros e polis una riflessione sulla perdita totale di fisicità per quanto riguarda l’esistenza umana. Un venir meno che è e resta tragico patrimonio dei nostri tempi, quindi non ancora sperimentato appieno in tutta la sua potenza, quindi ancora da pensare, da ragionare.
Zironi guarda al distacco che si crea fra corpo e corpo, fra il bisogno di contatto e il nascondersi dietro quelli che Francesca Del Moro nella sua prefazione stigmatizza come “i frutti di più recenti evoluzioni tecnologiche: computer, tablet e smartphone”. Ma in questo distacco intravede l’elemento del desiderio che ancora muove l’uomo, cioè il voler appartenere alla materia, non all’effimero. Perciò l’autrice afferma di trattare “lo schermo, questo simbolo della nostra epoca, che pilota e annienta la fantasia, che si sostituisce alla volontà e ai valori, che sta mutando molto più profondamente di quanto ci si renda conto i nostri comportamenti sociali e artistici e sentimentali, come oggetto nella sua funzione specifica, ma anche come prisma che filtra e deforma la realtà: amore, eros, rapporto umano”.
Libro ricco di rimandi e citazioni, Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni non si ferma solo a questo specifico: nel suo essere estremamente composito quanto pluristratificato nelle indicazioni di senso, nello sviluppo dei temi, ha l’ambizione di abbracciare un campo vastissimo di tematiche (“L’amore e la morte, la carne e il linguaggio, l’osservazione della fenomenologia fisica e il suo compenetrarsi con la metafisica, i tributi alla filosofia, all’astronomia e alla fisica, la negazione della verità e della storia, echeggiano contro le pareti della caverna platonica in cerca di un punto di rottura che le mandi in frantumi” conferma l’autrice) come ad abbracciare il mondo, che sempre più sembra voler sfuggire a un giusto desiderio di matericità, di fisicità.

Maria Carmen Lama

24 settembre 2016 by

Carmen Lama

 

 

Lara’s Theme
***
[A volte il tempo ha di queste stasi
e concede una pausa ai suoi respiri
ne trattiene prima uno
poi un altro
ad intervalli quasi regolari]

Insieme rivedevano
la casa dei loro sogni
che il gelo aveva reso una spelonca
con stalattiti e stalagmiti
al posto della polvere
e il fascino sfiorava la bellezza

poi arrivò una carrozza
coi cavalli infreddoliti
gliela portarono via
e lui rimase a guardare
quella bianca distesa di silenzio

Dove sarebbe andata? e sarebbe mai tornata?

rientrò ruppe un vetro a una finestra
e dal freddo oblò guardava
lei si voltava lui spingeva lo sguardo
fino all’ultimo orizzonte
infine la sua vita era solo quel puntino
che più s’allontanava
più s’imprimeva a fondo nel suo cuore
e vezzeggiava l’anima

(ma null’altro rimane che il ricordo
di quella scena in cui due solitudini
sempre più s’avvicinano
nella loro forzata lontananza)

e lui stava a guardare
quella bianca distesa di silenzio
dove appuntava tutti i suoi ricordi
e lei era presente più che mai

A volte il tempo ha di queste stasi
e concede una pausa ai suoi respiri
ne trattiene prima uno
poi un altro
ad intervalli quasi regolari

E poi
basta l’attesa solamente
a fare dei ricordi
i nuovi desideri […]

 

altro qui

Bianca Bi

18 settembre 2016 by

BiBi (1 of 1)Bianca Bi è lo pseudonimo di questa poetessa i cui versi ci è piaciuto che fossero letti anche qui nel Giardino.

Dice di sé:
sono nata a Torino nel 1982.
Il mio rifugiarmi dietro Bianca non vuole essere irrispettoso verso l’Altro… ma ho bisogno di esporre lei al mio posto, per ora..
Spero di non averne più bisogno un giorno.
Rispetto alla presentazione non saprei proprio che scrivere…
non so molto di poesia e se sia definibile poesia questa…

 

 

Magari saranno i lettori a deciderlo, eh? (c.b.)

 

 

Non c’è più rumore

non c’è più rumore qui
nei miei pochi gesti
in questi miei quieti rituali.
quel rumore che sa di dolce
quando investe ondoso
gli oggetti cari di una casa
e tocca…
il vestito blu che prega sopra il letto
la tazzina di caffè incrostata di rosso
la chitarra senza corde e scarpe sparse
le penne senza inchiostro
e quello specchio che non mi
riconosce. non c’è più rumore qui…
fuori qualcosa è rallentato
fuori anche è silenzioso.
questa casa ha il pavimento ferito
e in fondo alla sua piaga a sconfinare
i gemiti e le risa
il rumore di una voce
la carezza d’un saluto…
dovrò dirlo al Signore del piano superiore
gli dirò di rattopparmi il pavimento
gli dirò che ho un male dentro il petto
lì, dove non mi ha più colpito
mi fa male

 

 

Terra bianca

mi chiamano col nome dei loro sogni
dimenticando la mia prostituzione
ed io ci credo per un poco
e anche loro
d’esser maria, susanna
d’ essere un sogno
a volte le madri coi nomi dei figli
che non ci son più
ed io ci credo per un poco
e mi guardo fantasma
quanta sabbia che troppe carni improntano
quanti buchi m’adornano la pelle
e non vi cresce un fiore
da questa terra bianca
non una rosa d’amore perché
non ne so nulla di fiori
e d’amore? e il bianco è colore sottratto
mancanza di ombre e zolle
una violenza mi serra le palpebre
e mille scultori m’intagliano le spalle.
solo si dica a qualcuno
per pietà,
che quella sono io.

 

 

Da quando non so

ho una tortura da coltivare
da quando non so
e vedo il mio affanno
la corsa
il movimento convulso
lo zampettar del topo
nella ruota che gira
in ogni dove diretto
e in nessun luogo
il suo esausto andare
senza poter partire

ho una tortura da coltivare
in questo mio tornare e sostare
dietro le cose
prima dei nomi e dei suoni
di cui è impastata la certezza
quella che inchioda alla  lingua
una parola prestata
una forma pretesa
tanto è proibito sanguinar di sangue ignoto

io coltivo la mia sottile emorragia
nella spasmodica ricerca di quel luogo sperduto
puro

come un’infinita vocale straziata
di quel luogo innominabile e forato
da dove son partita
di quel gemito composto di lingua trafitta
che mi fu genesi e tortura

 

 

Per F.

caro..
a volte parliamo suoni incomprensibili
parole agonizzanti
lottiamo contro pareti irte e invisibili
soffriamo il tedio della luna
con gl’occhi fissi su paesaggi immutati
le nostre ombre ci agguantano da dietro
gl’intimi nemici ci abitano il corpo e non riusciamo
a scacciarli, non riusciamo.

caro..
si brilla a stento in questo buio
e si brilla piangendo
colando lacrime dense e ceree
gridiamo al seno di una madre
che siamo ancora piccini e fiochi
immersi nell’oblio del suo collo di miele
nella dolce apnea delle  sue terree caverne
le chiediamo la pietà di non pretendere
da esili candele
di competere con la luce del sole.

 

 

Io Vado

Quanto poco si posa lo sguardo
e si riposa
in questo rotolar d’ossa nella vita
senza ritmo di piedi
né volere di muscolo,
io vado

e vado
nell’abbraccio impreciso di
questo ammasso di tatto che deruba
la pelle
del suo centimetro di pudore
e non v’è fiore che soffermi
o quieta alba che commuova
o punto esatto del dolore che mi possa orientare
vado e vado e tanto vado
e Tu?

quando giungo nei pressi del tuo stare
con le salde gambe color legno
ecco afferrami  al tuo appiglio
che a me basta ritornare un po’ più in la
un po’ più indietro
in quella danza di passo che era il vivere
ancora in tempo per non cadere

 

 

Si è lacerato l’abbraccio dell’edera

si è lacerato l’abbraccio dell’edera
un’assenza è rimasta nei luoghi comuni
nelle mie stanze una fioca luce
e penombra di parole
cocci sparsi idee sgualcite
ho preso il primo vento che passava
per guardare alle nuvole gli occhi
e imparare da loro ad ammaestrare il vuoto
qualcuna si è fatta cupa…
il vento è fermo all’ultima stazione
un corvo gracchia minaccioso
o forse ride? fugge?
si sfaldano le nubi in piogge sanguinose
l’altitudine gravida di precipizi è partoriente
che si apparecchi il posto vuoto
m’avvinghi ancora alla sua pietra il suolo
rialzatemi fiori e bambini
ché ho confuso il cadere col volare.

 

Antonio Spagnuolo

12 settembre 2016 by

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[…] Squarci di visioni da cui trapelano istanti di tempo condiviso, memorie che chiudono come in un geode  cristalli di felicità. Eppure “ Nulla rimane anche se cento mani / ricamano il vortice profondo che confonde / le mie parole incastrate nel mondo./ …………/ Sei stata una passione, / ora sei gesto di estrema solitudine. […]

(dalla prefazione di Narda Fattori a “Ultimo tocco”)

                                                

                                                   

INEDITE

*
“Parole”
Le mie parole hanno il giogo dell’edera,
strette ai rami, irrequiete al vento per ricordi,
cingono la solitudine in quel nodo
che il nostro amore mostrava insaziabile.
Lungo il tempo hanno un palpito delicato
inseguono il rumore della gente
che non conosce la soglia del cielo
e cede all’ombra dei frammenti
tra le ciglia e gli sguardi.
L’orizzonte incide la tua assenza,
che aleggia timorosa indecisa
nell’eterna vendetta dell’infinito.
Hai negli occhi il fulmine d’autunno,
impertinente e violento, quasi un gioco
che risplende innocente fra le ciglia
e ricama motivi dell’inganno.
Vorresti intrappolare le moine
come un esile fiore che improvviso
spezza il lungo silenzio, e fra le dita
disperdi il labbro sensuale e dolce.
Soffice nuvola dai capelli neri
racchiudi nel sorriso l’invito clandestino.
Per te l’autunno, spettacolo a colori
che ti scopre le spalle, il seno, il collo,
vorticando gli azzurri nella grazia interdetta,
anche se taci il fulgore, ritorna fuori campo.

 

*
“Il segno”
Segno ancora sul calendario con matita a colori
una data precisa per non dimenticare
la stagione che ripete inganno,
e ripiego smarrito in cerca di quel volto
che l’attimo dissolve.
Non cancella l’eccezionale insistenza
la tempesta dei gesti che incidemmo,
il riflesso di una piacevole ombra
che scivola con insistenza.
La speranza che leggevo nell’occhio smarrito
è clessidra interminabile lungo smagliature,
urla sillabe insensate e mi costringe
alle tempie, ossessione indiscreta.

Qui tutto è fermo nell’attesa:
un azzardo del buio che mi circonda
oltre le rughe sempre incise per gli occhi,
ed il volto di donna che ricorre a memoria
fulmina il baratto nel gioco che precipita.
La tua ora recita combustioni
nella finzione di una danza,
e rotola nei vuoti per giocare un agguato
al ritorno improvviso del nulla.
Il passo lascia un segno ancora vivo
anche se il copione è coppa fuori tempo
esatta fuga che scioglie il fulgore di una follia.

 

*
“Silenzi”
Rimane solo il silenzio nella penombra,
riconosce i profili ancora incerti,
nelle attese continue di un sussurro
per ritornare ai profumi della tua carne.
Ascolto l’inganno che la sera propone
nell’assurdo trucco della mano sospesa
al vuoto della stanza, in questa vecchia casa
dove tutto è memoria.
Il tuo nome, il tuo nome Elena ricorre
per le mie vene in ultima illusione:
s’innesta la febbre alla polvere,
il capo chino ripete ritorni nel tempo
per sorprendere vertigini nel pensiero che oscilla.
Una disperata finzione mi sorprende
e chiudo gli occhi per sognare il tuo labbro.

 

*
“Vertigini”
Sospesa nel fulgore della luce
una scala riporta le illusioni
del cielo, un cielo argento,
che sospende il chiarore dell’alba
nelle incoerenze di nuvole impazzite.
Il volo dei gabbiani riconduce
al perdono di visioni imperfette,
quando nel raggio lungo del colore
tu ripeti solitudini per confondere promesse.
Il passo incerto nelle tue braccia raccoglie
il tempo dell’abbaglio e non nasconde
l’arco che piega le tue gemme sciolte,
ed è un sospetto il nero del tuo profilo
così folle all’attesa, nel gioco attento al richiamo.
Contenere l’immenso respiro
è la promessa del fulgore.
Il ricordo ha l’incanto del sogno,
il profumo del baleno che rincorre,
che varca i mari del naufragio,
che inghiotte le illusioni,
e la memoria inciampa nel miraggio.
Vorrei che la penombra diradasse il mio dubbio
nel nuovo inganno della seduzione,
rabbia e fantasia delle occasioni mancate.
Riappaiono le tentazioni smarrite
nel laccio di quei gesti ad altri ignoti
e ripeto l’intreccio dei silenzi
del tuo svanire.

 

*
“Azzardo”
Inquieto mi distacco in un certo naufragio
confuso nel passato ricco di armonie.
Frenetico il giorno tuo, tra le memorie
depositate su foto maltrattate:
riempivi il profumo dell’onda
schiudendo spazi frenetici al termine del giorno.
La veste in angolo ha smarrito il sorriso,
effimera intacca cristalli senza neppure sfiorare
il tocco di falangi,
col tepore di una luce evanescente
chiudo l’azzardo.

Forse volevi dirmi ancora che mi ami,
ma il tuo labbro è rimasto serrato nell’istante
in cui tutto è svanito.
Brucia ancora l’incanto dei tuoi occhi,
il segreto sospiro della tua tentazione,
l’ampolla del tuo lungo raggio,
ora che le sembianze sono assenza
scomposta in fotogrammi incontrollati.
Vorrei fermare il raggio della luna
per pulsare memorie nel vuoto dell’attesa
e offrirti almeno soltanto qualche verso.

 

*
“Troppo breve”
Troppo brevi le nostre estati, dei tuoi primi sorrisi,
in attesa di rincorrere, illusi, le vertigini della luna,
fragili per gli anni della gioventù e ignari
dei confini inafferrabili.
Meraviglia ancora nel gesto, inquieta
nelle voluttuose carezze alla scoperta
del brivido inconfessabile.
Umido il cielo offriva il giro dell’amore
svelando lontananze e saccheggi,
ed ora minaccioso mi spezza il cumulo dei giorni
nell’attimo stesso della mia solitudine.

Chi sa, se tu potessi tornare, un sussurro
per ripetermi amore leggero e clandestino
mi convincerebbe che non sei mai morta.
Sotto l’eterno dubbio di vocali ormai inutili
ravvivo le tue guance sorridenti,
in un baleno che il pensiero sconcerta
per rincorrere quelle tue delicate carezze,
in parabole di atomi in frammento
di questa foto che mi lusinga a sorprese.
Sfioro il respiro nella memoria e aspetto
una benda strappata alla passione.

 

*
“Sere”
In queste sere modellate dalla luna
affiora il disegno di una sfida al tormento,
il rifiuto delle illusioni che inseguimmo
per quel gioco che chiamammo amore
e che ci avvinse nel delicato respiro.
In queste sere le pieghe dei miei versi
hanno ritrovamenti inaspettati, qualcosa
che tanto tempo prima era nel palmo ed ora insecchisce:
carezze del pensiero nell’errore che sfiora l’irrealtà.
In queste sere, quando la stanchezza contorce,
i fantasmi hanno sensazioni nella forma del distacco
perché l’incanto non ha più rimembranze.

Non gioco più con il tuo piede nudo
che tentennava al minimo sospetto,
tra le coltri ed il lume, contro le ore
che affannavano a chiazze di segreti.
Una pietra focaia muta ogni cosa
intenta all’astragalo che gemma di rimpianti,
senza tempo, per farmi allontanare dall’insonnia.
L’abbaglio è musica smarrita che suggerisce il pericolo
nel turbare incantamenti e riportare occasioni.
Simile a un sospiro il sorriso è gemito del buio.

Francesca Del Moro

6 settembre 2016 by

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Francesca Del Moro, Gli obbedienti, Cicorivolta Edizioni, 2016

    

           

La nuova silloge poetica di Francesca Del Moro, Gli obbedienti, si struttura attorno a due intenti ossimorici: in primo luogo, nel coniugare metri e forme tradizionali ad una materia del tutto contemporanea; e, in secondo luogo, nel mettere in rapporto il sentimento della commozione interiore (scaturigine per lo più camuffata di questi testi) con l’oggettività ed il disincanto della rappresentazione.

E, però, proprio da questa rinuncia a mettere in campo le emozioni, per dare spazio soltanto a minimi gesti ed eventi, al ritmo annichilente di certe vite proiettate in realtà ripetitive, disumane e alienanti, alla solitudine senza scampo di tante persone sottratte anche ad un fuoco ideologico di speranza, ad una coscienza politica della propria biografia di ubbidienti al sistema (così come aveva preconizzato Pier Paolo Pasolini), sembra sprigionarsi un nuovo urlo münchiano, alto e solitario nel vortice dei colori sanguigni di una disperazione profonda.

Francesca Del Moro mette così la propria poesia al servizio dell’Uomo, aiutandolo a riprendersi il proprio “io” umiliato da una struttura sociale agglutinante e perversa nella sua falsa apparenza democratica; a capire la distanza sempre più ampia tra oggettualità e spiritualità, tra le esigenze del corpo e quelle interiori.

In altre parole, la poeta cerca di ricostruire attraverso l’ordine e l’invenzione del suo versificare (che spesso finisce con l’assumere un tono categorico e perentorio) quell’interezza che l’uomo contemporaneo sembra avere perduto. Di riscrivere una sorta di “Manifesto” contemporaneo che inciti i moderni schiavi del sistema ad una ribellione, in nome non soltanto di una più sana e corretta economia, ma di un ripristino dei valori più autentici dell’umanità.

Il pregio della silloge consiste certamente in questo suo fortissimo impegno civile, ma io non mancherei di sottolineare anche la novità di una struttura quasi documentaristica dei testi, la cui disposizione mi ha dato l’impressione di vedere un cortometraggio sulla giornata-tipo di un lavoratore/lavoratrice: dal suo istupidito risveglio mattutino fino all’insopportabile stanchezza serale, di fronte alla tv o accanto ai letti dei propri bambini, sperando per loro un destino diverso.

Accanto agli “ubbidienti” si muove il mondo dei borghesi arricchiti, dei potenti, dei rampanti “di buona famiglia”, che si beano dei nuovi riti mondani, come quello dell’aperitivo, e che per lo più sfoggiano il loro inglese del tutto affaristico per sottolineare la propria diversità elitaria.

Come scrive Anna Maria Curci nella sua bellissima ed articolata post-fazione, si delinea, dunque, “chiaro ed insopprimibile l’intento della parola, gesto meditato, rivolta, testimonianza, strappo, critica, memoria”.

Franca Alaimo

                                                                              

                                                                                                                                      

*

transumando
rumore di porte del treno
che fischiano e chiudono
clang clang
scalpiccio di rapidi passi
che pestano pozze
ciaf ciaf
ecco i cappotti gli ombrelli
le borse le ore
tic tac
le ore le ore le ore
che inseguono svelte
le ore che spostano corpi
come lancette
                                  
                                 
*
Non le serve un sonnifero,
se non punta la sveglia
lei non si desta.

Tiene per mano il sonno,
si lascia proteggere
da braccia immaginarie.

Le sole cose da fare
sono quelle necessarie
e il tempo fa paura.

È come una malattia,
una voglia dolce di morire,
un prendersi cura.


*
Dopo un film di Monicelli, tornando

Quella massa di cafoni
affamata, cenciosa e sporca
sembrava un’enorme famiglia
era capace di una lotta.

Erano quattordici le ore
che pesavano su di loro
mentre voi ne fate nove
anche se in busta sono otto.

Ti torna in mente quella volta
– oh molti anni or sono –
in cui l’impronunciabile parola
ti sfuggì di nascosto.

Quando hai parlato di sciopero
per qualche giorno stranamente
non hai avuto più nessuno
con cui prendere il caffè.
                              
                             

*
Ballyturk

trema la musica
nel corpo tremano
i muri e si dissolvono
nel buio affiorano antichi
visi custodi di risposte
riposano i tuoi morti
in fondo alla sua voce
si inchioda nel tuo occhio
il suo azzurro stupore

                                  

                              

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Annamaria Ferramosca “TRITTICI”

1 settembre 2016 by

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Quando Annamaria mi comunicò che aveva tratto da alcune mie immagini ispirazione per i suoi versi, ne fui felicemente sorpresa; lo fui ancora di più nel leggere in anteprima la poesia scaturita da “Il Volo”: la sua capacità di trarre dal segno il compendio di una vita, il suo sguardo che tramutava forme in parole, in un coinvolgimento artistico e sororale, mi commosse profondamente.

Il suo progetto mi piacque moltissimo, felice che le mie opere fossero accostate a quelle  di Frida Kahlo, Modigliani, Laglia,  felice che dai colori prendessero vita le sue parole, e che da un’arte visiva ne scaturisse un’altra di così densa espressività.

Questa plaquette ne è la realizzazione  che racchiude, letteralmente, la policromia delle forme e l’arcobaleno del verso, un volumetto prezioso nella sua veste grafica e materica, come ne dice con passione e competenza Antonio Devicienti  nella sua splendida recensione su Carteggi letterari, recensione che invito a leggere perché esaustiva oltre che appassionata.

Nello sfogliare le pagine ho avuto la sensazione che queste si dilatassero in spazi espositivi di un piccolo, ma straordinario, magico museo, misteriosamente variopinto e animato.

Un luogo in cui si può scoprire d’essere, contemporaneamente, bambini attratti dalle luci e adulti  in ammirazione estatica.

Le mie impressioni di lettura sono dettate non solo dalla stima che ho per lei come poeta, ma anche dall’amicizia che ci lega, perché Annamaria è una persona speciale, attenta e generosa, uno spirito libero che spazia alla ricerca del bello, che le fa scoprire nelle altrui espressioni artistiche coloriture esistenziali, che le permette di trasformare la visione in parola, come in un processo alchemico: la sua mente un atanor in cui si fondono elementi diversi e variegati per essere trasmutati nell’oro della poesia.

cristina bove

                                
                                

 

 

“Esporre il proprio io al contagio di un altro io perché scaturisca un noi senza precedenti, una pluralità umana solo transitoriamente oggettivata nella figura creata dagli artisti”
(dalla prefazione di Maria Teresa Ciammaruconi)

                                        

                                                      

_______________________

in magnetico ascolto del mio colore
stai traducendo questa rassegnazione
ti parlo in silenzio azzurro senza pupille
[…] Pag 11
(Amedeo Modigliani –Elvira che riposa a un tavolo)

 

[…] il viso per metà iluminato
di una luna stranita
semisapiente luna
che per metà mi stordisce d’estro
per metà solleva le acque
[…] pag 23
(Frida Kahlo –l’amoroso abbraccio del’universo, ecc…)

                               

[…] e voci calde dei raggi dietro le nuvole
inconsapevoli di irradiare amore
lei sospesa nell’ascolto battente
– la pioggia scandisce sillabe sul tetto –
[…] pag 27
(Cristina Bove – Il volo- computer Art)

                                   

[…] il sogno è un muro bianco
che mi separa da me stessa
aspetto che dilegui
resto seduta disarticolata
in pianto trattenuto
[…] pag 39
(Antonio Laglia – Claudia, pastello su carta 1981)

__________________________

                                        
                                      

L’autrice dei testi

Annamaria Ferramosca
Nata a Tricase, da molti anni vive a Roma, dove, in contemporanea con la dedizione alla scrittura poetica,ha lavorato come biologa nutrizionista nella ricerca. Ha ricoperto l’incarico di cultrice di Letteratura italianaall’Università Roma3. Fa parte della redazione del portale poesia2punto0.com, dove cura la rubrica non autoreferenziale Poesia Condivisa, di cui è ideatrice.
Finalista ai premi Camaiore, LericiPea, Pascoli, Lorenzo Montano, è vincitrice dei premi Astrolabio, Guido Gozzano, Renato Giorgi. La sua voce registrata è inclusa nell’Archivio delle voci dei Poeti di Firenze.
Ha pubblicato nove raccolte di poesia, tra cui la più recente è la plaquette d’arte Trittici—Il segno e la parola, DotcomPress Edizioni. E’ del 2014 Ciclica, La Vita Felice, collana Le voci Italiane, introduzione di Manuel Cohen.
Nel 2009 le è stato pubblicato, da Chelsea Editions di New York, il volume antologico bilingue Other Signs, Other Circles –Selected Poems 1990-2009, collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti, introduzione e traduzione di Anamaría Crowe Serrano.
Altre sue raccolte edite: Curve di livello, Marsilio, collana Elleffe, a cura di Cesare Ruffato, 2006, riedito in ebook (www.larecherche.it) nel 2014; Paso Doble, poesie a quattro mani in italiano e inglese, coautrice Anamaría Crowe Serrano, Empiria, 2006, traduzione di Riccardo Duranti; Porte / Doors, Edizioni del Leone, prefazione di Paolo Ruffilli e traduzione di A. C. Serrano e Riccardo Duranti, 2002; Porte di terra dormo, plaquette, Dialogo Libri, 2001; Il versante vero, Fermenti, introduzione di Plinio Perilli, 1999, riedito in ebook (www.larecherche.it)nel 2015.
Nel 2011 Gianmario Lucini cura per le edizioni puntoacapo il quaderno monografico La Poesia Anima Mundi, con la silloge Canti della prossimità e con cd di letture dell’autrice.
E’ autrice antologizzata e suoi testi sono apparsi in numerosi siti web di settore, come poesia2punto0.com; la dimora del tempo sospeso; blancdetanuque; poetry-wave-senecio; carte allineate; la poesia e lo spirito; arcipelagoitaca; l’estroverso; fili d’aquilone; sulle riviste italiane Poesia, La Clessidra, La Mosca di Milano, Le voci della Luna, e in traduzione, su riviste straniere: Gradiva; Italian Poetry Revue (USA), Fire; Poetry Wales (U.K.) Salzburg Revue (Austria), Poezia (Romania), Poiein (Grecia).
Ha curato di recente la versione poetica italiana di poesie scelte del poeta romeno Gheorghe Vidican nel volume 3D – Gheorghe Vidican—poesie 2003-2013, CFR, 2015. Per quest’opera è stata insignita del Diploma di Eccellenza dal Ministero della Cultura di Romania.
Ulteriori notizie, testi e recensioni su www.annamariaferramosca.it
Per contatti: ferrannam@gmail.com
___________________
                               
                                       

I quattro artisti

Amedeo Modigliani, (Livorno,1884– Parigi,1920), è stato pittore e scultore. Formatosi in Italia a Livorno poi a Firenze e Venezia, a 22 anni si trasferì a Parigi, dove si affermò soprattutto per i suoi ritratti femminili dai volti stilizzati e dal collo allungato.

Frida Kahlo, (Coyoacan, 1907 – 1954) è stata una pittrice messicana. E’ divenuta celebre per i suoi autoritratti ispirati alle tradizioni popolari precolombiane, con i quali, ricorrendo a figure tratte dalle civiltà native, intendeva affermare la propria identità messicana.

Cristina Bove, Nata nel 1942, vive a Roma dal ’63. Artista poliedrica, si occupa di pittura, scultura, arte digitale, fotografia, e scrittura. Ha pubblicato libri di poesia e narrativa e cura alcuni blog di poesia in rete.

Antonio Laglia, nato nel 1953, vive e lavora a Roma. Pittore della scuola romana, è stato allievo di Alberto Ziveri. Ha tenuto negli anni numerose mostre personali e conseguito importanti premi e riconoscimenti.

Ferie

10 luglio 2016 by

ferie giardino 2016 - by criBo