Roberto Concu

7 aprile 2021 by

 

 

  

“Fedeltà del gelso” di Roberto Concu (AnimaMundi Edizioni, 2020) è una raccolta poetica gentile, una risposta saggia alla vita, nella costante corrispondenza alla fiducia e all’origine delle parole, il bagaglio sentimentale trasportato dalle stagioni e da ogni benevola esperienza. I versi ricompongono nello spazio metafisico i richiami profondi ed istintivi della terra, nella fantastica distrazione che è l’eredità di un incanto e il premuroso legame con la realtà, l’eterna sospensione che dilata la nobile consistenza del tempo ed occupa l’educata e naturale familiarità ai luoghi e alle persone, con l’immediatezza dei sentimenti e la spontanea armonia con la natura. Il poeta intrattiene miracolose sensazioni, assolute ed improvvise circostanze poetiche che ispirano la trasposizione simbolica del gelso, osservato in tutti i suoi mutamenti e trasferisce le similitudini originarie arricchendo significati alla vita. Roberto Concu si descrive fedelmente nell’accoglienza riservata ai suoi versi, teneri, candidi e immaginifici, dove gli accadimenti umani si identificano con la sorprendente e determinante urgenza della vita, nell’impeto entusiastico di creare un componimento poetico dell’anima che trae la sua forza dalle suggestioni dei pensieri e delle immagini. Il libro intreccia l’autentica manifestazione della verità poetica, il sentimento delle cose, il senso di stupore e meraviglia nei toni semplici e rapidi dello spirito libero, un intimismo espressivo e crepuscolare, l’attimo presente oltre le stagioni che aprono l’anno naturale, i luoghi del cuore esposti allo scorrere inesorabile del tempo, in una cortina di ombre e luce, di gioia e di tristezza. Una letteraria e nostalgica bellezza degli spazi, il compimento di un’alleanza emotiva, il valore estetico dell’illuminazione che non consuma e non inganna la memoria di ogni vissuto. L’autore assapora la grazia degli incantesimi e la naturale abitudine della realtà quotidiana,  rifugiandosi negli interni del silenzio, ritrovando la confidenza diffusa delle atmosfere e dedicando il tempo ai sogni, proteggendoli e coltivandoli al di là dell’indifferenza dei tempi. Spirito romantico, nel caldo e ammantato colore della speranza, lo spirito poetico giunge ad una meta riservata, privata, lontana dai clamori del mondo, adagiando l’atemporaneità dei valori affettivi, proiettando nel cuore di un destino che pulsa e batte gli attimi della vita, scandita dal torpore e dalla compiacente indolenza assopita di chi sa vivere altrove, altre vie, altri destini. L’energia espressiva ed ospitale delle parole accompagna la delicatezza dell’appartenenza, con la generosità della contemplazione per i frutti che la poesia dona, cinge il legame con l’evocazione dei sentimenti, stringendo l’alleanza con la bellezza di ogni destinazione umana.

Rita Bompadre

Mattino.

Nella sacralità del silenzio

odo il canto

della figlia del giardiniere

un’onda di mistero

mi commuove.

O dolce, ridente Saffo

———————————-

Nuovo gennaio.

Spoglio il gelso –

monaco fedele al voto –

la verità oltre la parola

esige il medesimo linguaggio

spoglio

Foglie parole

ammucchiate

agli angoli del cortile

Come transita in fretta

la luce nell’ombra

———————————

Parola è il volto

presenza che si auto-nega

sino a non mostrarsi più

e spingerci

laddove il dolore

è conoscenza

la voce un passo

tra possibile e impossibile

Mostrare il volto

le cose

il loro –

osceno

—————————

L’inizio della pioggia

accorda il giorno

con la pelle tesa delle foglie

Rifuggono i merli e i

passeri venuti a beccare

le briciole sul balcone

Matura la luce

allo stesso ritmo secolare

della pioggia

tutto è pace e desiderio

prima che il mondo si risvegli

————————————

Un nuovo alfabeto

oltre l’egoismo

l’oscuramento

la corruzione –

Aleph e Ghimel –

fedeltà e primavera

una nuova voce

con cui

manomettere

il nome d’ogni cosa

riconoscere

la sacralità del silenzio

davanti al muro del Mistero

Claudio Pagelli

20 marzo 2021 by

 

 

 

 

 

La poesia è un nodo d’aria. Un canzoniere memorabile,
ovvero, lo Spoon River milanese di Claudio
Pagelli

Si chiama Campo 87 l’area del Cimitero Maggiore di Milano che la giunta meneghina ha dedicato alle 128 vittime per Covid 19.
È il luogo in cui vengono ordinatamente accolte le salme non reclamate da alcun parente.
Si tratta di persone anziane, migranti o comunque sia, di persone senza famiglia, o i cui familiari sono stati, a loro volta, colpiti dalla pandemia. A questo luogo elettivo è dedicato, partendo dalla stringente attualità e approdando ad uno stadio di eccellenza d’arte, di letteratura e di Ethos, il nuovo libro di poesia di Claudio Pagelli, mirabilmente e, viene da dire, senza riserve, sapientemente tradotto in milanese dall’autrice dialettale Giovanna Sommariva. Si tratta di un libro che tocca le corde di chi legge, che impone una riflessione, personale e sociale, sui destini dei singoli, sul destino stesso della poesia, così intimamente e irredimibilmente legato alle sorti umane, di quella condizione contemporanea che il grande Mario Luzi ebbe a indicare come
“sopravvivente umanità dell’uomo”.

dalla prefazione di Manuel Cohen

 

CAMPO 87

It is all forgotten, save by us, the memories, who are forgotten by the world.

Edgar Lee Master

                      

*
Tutto si prende questo grande silenzio la rosa
di luce, la sera d’assenzio…

*
Tuscòss el se ciappa sto grand silenzi la roeusa
de lus, la sira d’absenzi…

                    

                        

*
Solo qualche sconosciuto
che mi butta terra in faccia,
l’ultima carezza del mondo
che si sfalda sul mio corpo…

*
Domà on quei cognussuu de nissun
ch’el me trà terra sora la faccia,
l’ultima carezza del mond
che la se sfreguja in sul mè còrp…

                   

                 

*
Nemmeno una fotografia
nemmeno una, dico io, in bianco e nero
soltanto il bianco della croce
che incendia gli occhi nel sole…

*
Nanca ona fotografia
nanca vuna, disi mì, in bianch e negher
domà el bianch de la cros
che la da foeugh ai oeucc in del sô…

                   

                          

*
Neppure il gatto
rispetta il lutto
se ne frega, l’ingrato
già strofina il pelo, lo sento,
fra le gambe di un altro…

*
Gnanca el gatt
el rispetta la condizion
se ne impipa, l’ingrat
giamò frega el pel, el senti,
fra i gamb de on alter…

             

                   

*
Credevo fosse solo tosse
l’inverno, il male di stagione.
Ho spento tutto, anche la televisione
e ora eccomi, al camposanto,
in un guscio di larice, come un coglione…

*
Credevi ch’el fudess domà toss
l’inverna, el maa de stagion.
Hoo smorzaa tuscòss, anca la television
e adess son chì, al foppon,
in d’on guss de lares, ’mè on pippa…

                 

                  

*
L’ultima sigaretta
fumata alla finestra
(prima della tosse, di tutto il resto)
il sapore di cielo nero sulla lingua,
la bocca vuota della strada deserta…

*
L’ultim zigarett pipaa a la fenestra
(prima de la toss, de tucc el rest)
el savor de ciel negher in sù la lingua
la bocca voeuja de la strada deserta…

                

                  

*
I prismi di cristallo
che oscillavano all’unisono
sul lampadario ancora negli occhi –
metronomi silenziosi, perfetti,
dell’ultimo atto…

*
I prisma de cristai
che dondaven all’unison
in sul lampedari anmò in di oeucc –
segnatemp de musega silenzios, perfett,
dell’ultim att…

            

                 

*
È trascorsa la mia vita
come un’ombra, un riflesso
allo specchio, una parentesi di vetro
tra terra e cielo. Nulla più, nulla meno…

*
L’è passada via la mè vita ’mè on’ombria, on rifless
in del specc, ona parentesis de veder
intra la terra e el ciel. Nient de pù, nient de men…

           

              
*
Lo credevo un sogno
solo un poco più lungo, più vero.
Adesso invece capisco, almeno credo…
in un tempo altro, sotto una croce
del Musocco…

*
El credevi on sògn
domà on poo pussee long, pussee ver.
Adess inveci capissi, almen credi…
in d’on temp alter, sòtta ona cros
del Musòcch…

                    

                                        

                              

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975.
Laureato in Giurisprudenza, dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto.
Autore di diversi percorsi poetici, fra cui: “L’incerta specie” (LietoColle, 2005, prefazione di Manrico Murzi), “Le visioni del trifoglio” (Manni, 2007, prefazione di Fabiano Alborghetti), “Ho mangiato il fiore dei pazzi” (Dialogo, 2008), l’e-book “Buchi Bianchi” (Clepsydra, 2010), “Papez” (L’Arcolaio, 2011, prefazione di Andrea Tarabbia),“La vocazione della balena” (L’Arcolaio, 2015, prefazione di Guido Oldani), “La bussola degli scarabei” (Ladolfi, 2017, nota di Giulio Greco), “L’impronta degli asterischi” (Ibiskos Ulivieri, 2019, prefazione di Ivan Fedeli – Premio San Domenichino, Premio Lago Gerundo) e “Campo 87” (Puntoacapo, 2021, prefazione di Manuel Cohen, traduzione in dialetto milanese di Giovanna Sommariva).
Premiato in numerosi concorsi letterari di interesse nazionale, sue poesie compaiono in cataloghi d’arte, riviste e siti a tema.
Alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo e in inglese.
Membro di giuria al Premio Nazionale di Poesia “Daniela Cairoli”.

 

 

Giovanna Sommariva
è nata a Saronno nel 1948 e vive a Rovello Porro in provincia di Como.
Scrive in dialetto milanese. Molti i riconoscimenti ottenuti, fra i quali: “Anita Bollati”, “Bardi&Menestrelli”,
“Anna Savoia” e “Poesie nel cassetto”. Dal 2008 fa parte della giuria al Premio Nazionale di Poesia Daniela Cairoli.
Per letture pubbliche si è occupata dell’opera poetica di Delio Tessa, Giovanni Barrella,Trilussa, Giovanni Raiberti e altri autori dialettali.
Pubblicati i libretti: Cinq ghej de pù ma ross; Des ghej de pù ma ross; Quatter gott de bel temp e L’aderenza del cafè.

Gianfranco Vacca

9 marzo 2021 by

Gianfranco Vacca riesce a mettere sulle pagine qualcosa che ti piace leggere e sentire, scritto in modo così originale, carezzevole e leggero nei toni. È la proposta di un pensiero espresso in modo morbido, quasi con levità, nel suo dirsi, stimolando sensazioni, percezioni di immagini per poi salire su elementi di pensiero profondo sul senso e lo svolgersi della vita in un percorso che coinvolge spazi e tempo, presente e passato e, forse, futuro. C’è quindi un pensiero che si articola in due parti, Il viaggio e La casa, non certo separate, anzi: sono i due elementi che possono ben comprendere il tragitto della vita: dalle radici saldate dentro noi al nostro esterno, che non è per tutti lo stesso. Come un compendio di vita che richiama il doppio bisogno di riconoscere certo queste radici ma anche la necessità dell’abbandono per la curiosità (o forse anche l’inevitabilità) di volersi aprire alla conoscenza, forse per far esistere le cose appunto attraverso il viaggio, persino l’incontro con nuove case, che mettano radici ma sempre con la sottolineatura di un luogo ben penetrato nel cuore di Gianfranco. Tendo a leggere così l’abitudine ad introdurre una specie di sottotitolo in calce ad ogni composizione che richiama un luogo, un sito terrestre del cuore dell’autore, a partire dalla propria Capri ma poi aggiungendo Napoli, Roma, Delfi, Istanbul o regioni vaste come in India o in Iran. Nella seconda parte, La casa, rimane solo Capri, la vera radice, con qualche sporadica citazione di Roma. Il tutto reso in una atmosfera che viaggia tra il mito e la contemporaneità con, lo ripeto, l’uso raffinatissimo e preciso di un linguaggio che spesso rovescia e costringe a confrontarsi con gli opposti. Nel titolo c’è la parola “silenzio”, che richiama la necessità del mutismo per poter dedicarsi alla parola “ascolto”, che chiede e affida all’orecchio una mansione, una non sordità di fronte alla parola precisa e al mondo e che Vacca intanto rivolge prima di tutto a se stesso. Mi sembra, dall’insieme dei testi, che si possa parlare del Mediterraneo come casa e del suo dialogo con le civiltà che lo hanno percorso sino ad oggi, ma anche dell’Oriente che ha incontrato e incontra con le varie forme di viaggio. Un viaggio appunto della parola che annuncia il pensiero, il sogno e il reale, il desiderio e la conoscenza di sé e degli altri. Questa lettura mi ha fatto tornare ad un testo per me fondamentale: Il Mediterraneo, raccolta di saggi a cura del grande storico Fernand Braudel su qualcosa che ci appartiene e ci lega nel profondo. Anche con Gianfranco Vacca si parte da luoghi fermi per scoprirne il movimento e poi attraverso la curiosità ci si apre alla voglia di esplorare, anche in senso figurato o nel sogno, mondi e pensieri penetrati da ricordi, affetti. In fondo i luoghi amati richiamati in calce ad ogni testo a cui si torna, come Ulisse per Penelope, implicano un precedente abbandono che forse serve anche a ritrovarne il senso. E allora il silenzio e l’ascolto diventano essenziali per queste “riscoperte” dopo una partenza e nel viaggio. Partenze come abbandoni, ma anche generatrici di esistenze, in un gioco intrigante col mito antico; si veda il primo testo:

Il cielo era un’ipnosi di stelle
e le scialuppe in viaggio
tra i due Ciclopi e le montagne,
le briglie di un’onda ammiraglia.
Ed ora anch’io partirò
chiedendo perdono
da isola ad isola, nel lasciarti sola.
E sosterò la terra di un sogno
per lasciarmi attendere
in ogni Penelope del mondo
che tu davvero inizi ad esistere.

Come nella raccolta precedente, Cinepresa mistica, c’è poi un uso diffuso del verbo transitivo, riflessivo che quindi si presenta come tratto distintivo del linguaggio usato da Gianfranco Vacca. A volte paradossi apparenti, rovesciamenti. Ne cito alcuni:

– il vento che vocalizza gli usignoli
– la sensualità che attuò il suo pennello
– il tempo che misurava gli occhi
– la sensazione (che) infila la pupilla
– sera che già demorde i colori
– la neve che acceca il mondo del bianco

e così via con molti altri esempi sempre di grande effetto immaginifico pur nella estrema precisione della parola, che insieme conducono ad una percezione di bellezza quasi gioiosa anche nei tratti più tormentati. C’è qui il rovesciamento continuo della realtà, come ci appare, per invitarci al dubbio, alla non possibilità di risposta o forse a più risposte tutte accettabili o da rifiutare. Ecco: bellezza e precisione della parola. Mi ha colpito nella lettura dei testi la frequenza dell’uso di alcune parole. Ho contato nove presenze del colore “rosso”, a cui se ne potrebbero aggiungere altrettante per “fuoco”, più altre presenze del verbo “ardere”. E allora mi sono chiesto: deve esserci una ragione, non so se inconscia o voluta, per la quale l’autore le utilizza così frequentemente, quasi sinonimi se intendiamo riferirci al verbo ardere. Nello spettro dei colori il rosso indica frequenze, vibrazioni lente ma intense, ma è anche il calore del giorno o quello forte e diffuso del tramonto che attende il blu della notte. Soprattutto il rosso e il fuoco sottendono la passione, anche il desiderio, il contrasto che mi pare uno dei fili conduttori di questa raccolta, come le somiglianze del resto, tra le persone, i territori, negli affetti e nelle passioni. Forse questo rosso vuol riportarci al colore di una vita ricca, forte, vera e quindi anche contrastata. Vorrei richiamare a conclusione il primo testo, (in realtà meriterebbero tutti una citazione) già indicato sopra, dove subito si incontra sotto un cielo intriso di stelle l’invocazione di un sogno per una partenza, un abbandono che chiede però a una “Penelope qualcuno” di attendere perché “tu davvero inizi ad esistere”. Ecco, mi pare che in questo apparente paradosso si compendi non solo quell’uso straordinariamente preciso e leggero, carico di bellezza del linguaggio di Gianfranco Vacca ma anche, almeno a parer mio, il senso della raccolta e di un pensiero, che riporto citando Angelo Lumelli: “Per quanto un luogo stia fermo in attesa del nostro arrivo, c’è una qualità, nel luogo amato, in virtù della quale sembra venirci incontro”.

 Gianfranco Isetta aprile 2019 postfazione

***

 

Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi – Ed. Puntoacapo 2019

 

Un’apertura nel cielo, grande
emersa sulle derive lontane
scruta i mari in fiero bagliore
quando fu vela e terra e mondo –
e nel suo lampo
ogni cosa,
ai mondi milioni di lontananze,
in ogni cosa
solo dubitando la luce
lo stupore risale gli abissi
come chiarezza estrema
quando fu diamante.
(Capri)

I Fratelli Karamazov

Apparso alle stampe
nel duemila o tremila
prima o dopo Cristo
è oggi il capolavoro.
Fratello, mio amante
vieni da me
come sia possibile che il mondo viva
e la bellezza, la sua anima
cosa sia l’anima
se tu le muti in diamante
l’ordine mistico dei cieli
cosa a lei resta di noi
se le porti in mano l’innocenza
fino al gelo delle Siberie
come un pazzo tra visioni di fuoco
passando di ghiaccio in ghiaccio
tra i pericoli dell’immortalità
l’anima, alta
per tutte le volte
per ogni volta che abbiamo amato.
Ed è lei tutto quanto siamo
gli uccelli – le grida
(gioia lontana)
è lei ognuno di noi
“E’ chi non ha fratello
casa destino
è tutto ciò che attende e te e me
che siamo suo fratello
casa destino”
e se non le siamo questo
volto al volto come gemelli
sguardi, lo sguardo
che vede se stesso perduto
– oramai,
se non le siamo questo
un filo,
appena l’altra metà del cielo
per diventarle respiro,
noi non siamo niente.
(Capri)

E li adoro, io
ad uno ad uno
i molti me
al fuoco dell’altare
io, da me reciso
che lascia liberi
i suoi nessuno.
(Capri)

È tornato il pensiero nerissimo
un arruffio antracite
ed era tutta quiete la notte.
Ala insonne, o tu che piangi
se ho abusato perdutamente
quando troppo desideravo
“se a cento cieli avevo ingresso
e in cento cieli io non avevo spazi”
o era il mondo, grande
ad occupare tutto quello che sono
per riversare me stesso
in tutto ciò che non sono
(Capri)

Il Nord cala il suo regno sul mondo.
Nessuna tonalità al pomeriggio
già prono alla notte
sui colori che vanno a svanire
mentre si dona allo sguardo
la tinta perpetua
riflessa sugli specchi
che attendono il risveglio.
(Capri)

Se il pensiero non viene pensato
non possiede esistenza
se ciò che pensa
suppone sia la verità
deve allora esistere la menzogna
se il pensiero diventa meditazione
riconsegna se stesso al nulla
dove nacque,
e ne oscilla
da una parte dall’altra
cosa fu mai
chi iniziò il vero
chi il falso?
Ma nel nulla solo il nulla gli risponde
e così non può altro
e si arrende
si confonde, e ne riposa.
(Capri)

Neve e bianco
si confondono insieme
nella notte
un ciliegio è in fiore
e risplende nel buio.
Il cielo cupo
che incombe la primavera
rende alpino lo sguardo
i fiori bianchi sui rami
come fioccasse l’inverno.
(Roma)

Era vera
non il falso
di un mendicante autentico
e nello schiudere la mano
spalancava il centro.
Piccola, nella sua toppa ricamata
scaldava un pensiero, una preghiera,
gli occhi due more colme
che l’iride scorre al volto
in goccia piena.
Quando la mia moneta
le si posò fra le mani
né dracma né pepita né oro accadde
ma da lontano sul mondo
il vuoto le inondò lo sguardo
se le mani
distese lungo i fianchi
come un rimorso arrende.
(Capri/Roma)

Un secchio ha la sua fisionomia
anche se rivola come un colabrodo
è fiero, avventuroso
con una leggenda
un futuro da riempire
che attinge e ne gronda infinito
risalendo dal pozzo alla luce.
(Capri)

Meglio sentirsi un leone
una massa di brame nelle fauci possenti
– criniera fulva
afferra le febbri.
Pupille possenti – le mie
mi libererò – guardando
per giungere ad essere chi sono
mentre si richiudono le sbarre
a cui mi aggrappo e sbatto
contro ricordi di palme
oramai lontane
e radure e cieli roventi
le Afriche le savane
il Safari
la tensione dell’attimo
il balzo.
(Roma)

Quando sarai sulla cima delle cose
manterrai il coraggio
se anche il mare si allontano
via da te?
E se il tuo cuore batte
lontano,
potrai lasciarlo andare
senza frangerne l’assenza?
(Capri)

 

*

Gianfranco Vacca (1959 Napoli) a vent’anni si trasferisce a Genova, poi a Roma, per tornare infine a Capri, dove risiede. Nel 2011 pubblica Sarebbe stato un ottimo pazzo (Campanotto, premio Nabokov 2014.) Alcune sue composizioni compaiono insieme ad altri suoi inediti in Ancora introvabile il padrone del silenzio, e-book pubblicato nel giugno 2013 da Larecherche.it. Sempre nel 2013 pubblica la raccolta Cinepresa mistica (puntoacapo Editrice). È uno degli autori pubblicati ne Il fiore della poesia italiana, a cura di M. Ferrari, V. Guarracino, E. Spano (puntoacapo Editrice, II ed. aggiornata 2016). È del 2019 la sua ultima raccolta dal titolo Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi (puntoacapo Editrice), di cui è tratta una sua composizione inserita nell’antologia Il fiore delle lacrime (puntoacapo Editrice, 2020).

Elia Belculfinè

1 marzo 2021 by

Dall’introduzione di Antonio Bux

Una voce davvero inedita, quella di Elia Belculfinè. Una voce densa, onirica, frastagliata. Una voce che sembra prendere (e pretendere) l’eredità della migliore poesia del novecento per farne un omaggio teso al disfacimento. Perché pregna di decadentismo, questa poesia sembra dialogare con i morti e i fantasmi, spesso anche dei vivi, che il poeta incontra sul suo cammino. Così come di riflesso, il poeta incarna nei suoi scritti ciò che non è più degli uomini, se non nella morte o nel silenzio. Ovvero quella sottile sensazione di essere dentro al segreto della vita solo per subirne il richiamo straziante.       E sembra dirci, Belculfinè, tra queste pagine, che il verbo inconsolabile della poesia è il solo messaggio possibile per chi vive ai margini dell’esistenza.        E allora il poeta subisce, si contorce tra le parole che in questo libro musicano una litania senza fine e preternaturale; ma che anche chiariscono quanto sia dolce sentirsi condannati, e forse anche folli, nel destino di diventare cenere, un bel giorno. Già che la cenere è la terra fertile dove la rosa avvampa del suo colore più chiaro. Perché ogni vero poeta sa questo: che i sognatori vanno via se li si cerca, come le rose

 

 

 

OPERANDO NEL FUOCO

Il papavero sigilla l’ape a trarne ogni molecola.
Con il vello del suo corpo
oscura la prima eclisse della stagione.
Danza, onde è nodo il doppio filo
che a possederla è un vento caro.
Frangente d’ombra inascoltata,
sui meridiani che ha incisi nelle pietre.
Negherà alle rose il suo sesso, a primavera.
Verrà notte, per finire in fondo
nell’incavo del dire d’occhi e labbra.
Coordinate a terre incognite, spinta fuori, a largo…
Segreta, al buio sentirebbe la piaga che il ghiaccio
ha fatto alle coppe dei narcisi.
Valli, cale d’arena sotto cirri a frotte di pioggia nuova.
Un tuono presago di festeggiamenti.
L’ansito di bufera nel vestito da carceriere.
Sa che il sacrificio non si terrà, senza che sia presente.
Ha l’illusione di scampare al carnaio di occhi questuanti.
Mani sgraffiate in rovi di aspettativa.
Un tramestio di foglie sui sonagli del pantano.
E il vento si ormeggia alle pietre del ruscello.
I bambini si cullano su lacci di canapa
ai rami alti del sambuco, non si curano di nulla.
Offrirà il suo miele a chi tenterà di tradirla.
Nell’assetto di sensale fedele, guardiana
entro ritmi segreti, mondata all’alba
dalle polveri acquisite nell’urto con la luce.
Affilando le sue armi contro l’ardesia, scintillante nell’attrito.
Rifiorisce il calicanto sul greto, il fiore di foglia sulla rupe –
orifi amma disorganico. Custode di fonti di miracolo,
non sarà mai regina né madre.
Apri, sulla ghisa, il rovente che ignora il cielo.
Mansueta, creta dolce che s’avviva.
Fra poco verranno a contarti
unghie e denti, le impollinatrici.
A ricordarti il tuo nome – fresia o giglio d’acqua.
Si esaltano a cingere il tuo velo, sulla soglia.
A un’afa intima di rose, conchiglia su un labbro di riva…
Musa, traslata in corpi di bambini.
Con divise nette, alla loro radice
il sangue pesa, delibando eucarestie d’assenze.
È tutto in ordine – carezzandoti il muso;
parola candita, nel filare di torce.
Sul tuo corpo martoriato dal sesso;
apri una genesi nell’incastro di mogano.

 

 

Recrudescenza, nella luna, del tuo male.
Alta sul pioppeto umilia,
gettandosi sulle rotaie, un usignolo dentro i versi.
L’eternità ha il furioso dulcamaro delle olanzapine,
col tuo segreto sfigurato, sorella…
Il giorno è d’autunno, un secolo fa.
Mai vedesti ridere tua madre.
Il suicidio delicato del rabdomante –
leggervi dolore è un’oscenità comune.
Isolarti al fondo, fra le stelle d’acquitrino.
I poeti sono aria. Non versi? Sei tu a dirlo…
Strappato all’orologio l’orpello della meta.
Corollario, cerca il piatto d’ombre, il sangue col rame.
Sia, fitto di agrumeti, Città Radiante, il sole.
Concrezioni di labbra.
Rime nella notte, mai baciate.

 

LE ALLEGRIE DEL VINO
I passati

 

Saldate a braci e astri, le mani dei poeti
sono le mani dei morti, su lettere bruciate all’alba.
Con gli orti a sorde ombre, nelle mani
delle ballerine di Degas. Cercando nel sangue,
per il grano dei versi; nei cieli lieti a terra,
ancorati, con saldezza di carne e carme.
Vengono a blandire ogni seme carico del vento.
A indire battesimi donati a giorni secolari.
A tergere il cristallo del sangue, come pietra
da smussare in fiato. Pietà, Erato,
per l’incendiato cuore dei poeti.
Pietà di noi tutti, culle di strame trasparente di parola.
Eliseo, con fiori di cetra, Anna di luna; Silvio,
benedetto chitarrista! Caduto sul lastricato di rose,
nel cogliere il balzo della candela,
sul ghiacciaio impercettibile del cuore.
Giovanna degli spiriti, che trovasti la chitarra
in frantumi, su una branda di fiori.
Alberto e Lelio, come gigli in banderuole di seta.
Tutti, Marta, Salvatore – dei giorni di pesca; Adele –
la Pietà e la Sete; Davide, Don Mario, Alessandra.
Nato di voi – di voi soltanto il riso che soppianta
la mia fame. Che fare di voi tutti?
E degli altri che intrecciarono le dita e la
voce, a quelle dei miei morti, per urgenza
o per caos, con la lingua putrida della fede?
Chi sei, Giovanni? Chi siete Ortensia
e Gilda? Vi sistemerò con esattezza,
fra le carte e i sigilli dei poeti,
salendo al monte dei vostri sospiri, che
tormentano un’allodola di chissà quale stagione.

 

ROSALBA 1917 – 1994

Rosalba, rosa e alba, chiarisce il mattino.
Oltre i bioccoli di rive, si sperde il sordo
cielo, e lontano; cinto di semi veglianti
alla morte dei vivi. Un giorno cercasti
nelle vesti per scorgere il tuo cuore.
Era una stufa di maioliche, inconoscibile tortura.
Una granata dolce, aperta a spicchi di figli –
levità di bianco e di rosa; un telaio fermo,
che aspettava le tue mani. Era il sole intarsiato,
nottetempo, di nostalgie nemiche,
la musica alla pena di cosa passante e nuda,
invece nessuno intonò la chitarra leggera,
il plasma denso delle voci, carezza di strade.
Dov’è che vai, stamattina? Quanto a lungo vive
una rosa? Cos’è una rosa? Chi venne in primavere
a tendere i serici fili della luce?
Fu d’aurore la tua carne,
grano tessile di vene aperte nella terra.
In quel nido di sarta, fra piume avare, stoffe
di ingenti alfabeti – rosa e alba…
Eppure l’alba disperde le sue rose,
a tenere piaghe nelle epifanie del sangue.
Ebbi, da bambino, qualcosa da rubarti.
Faranno un sospiro i gerani, e gli uomini
diverranno pietra,
ami di prodigiosa pesca. L’ago
del cuore punta oriente. Tu grida forte,
quando sarai pronta, mettiti in cammino.

 

 

LE ALLEGRIE DEL VINO
I passanti

 

La Maestra è una sarta magistrale.
Cuce le vele per i pirati.
E i vestiti alle bambole del vicinato
coi panni da lavoro del marito
a cui non imbastisce un abito o intavola il piatto.
Quando ha finito si beve un vermut
tra amiche. E se ne va al cinema
con le sue miserie.
Ma ciò in cui non vuole
infilare l’ago è la sua lingua lacerata
dall’infamia del suo canto,
che in realtà è un cicaleccio nella grondaia.

 

 

Il custode del camposanto è gravemente malato.
Anche se il cardiologo dice che è tutto a posto,
si vede da un miglio che il suo cuore è una pietra.
E forse ha un figlio rinchiuso in cantina
che nutre con i garofani sulle tombe.
Il suo sangue ristagna nel basso ventre.
E si contorce per le coliche,
ma è solo mancanza di una carezza.
Pare un ectoplasma. Lo chiamano Sgranaossi,
che se lo vedi, lo capisci al volo che mestiere fa,
senza che ti mostri la vanga e la sua catena.

 

 

LA ROSA ROSA

 

Lasciami scorrere nelle pareti, cardine
d’estate, o come il colibrì in fiamme
sulla tua lingua, la notte che portava in dote
i nostri figli. Non ho da fare alcun testamento.
Per loro ho atteso accanto alle rime dei miei debiti
con la luce. Che facesse vino delle mie risme
l’estate di San Martino! Ma nei covi la musa
frustava i tuoi occhi guardiani all’oro sciocco dei poeti.
Mi diedi, invecchiando, alle carte degli ebbri, al lume acceso
di rive inascoltate. Ma neppure questa è la mia colpa.
Potevo cantarti nella carne, per ciò che fu
della rima Elia – poesia. O il credere che sul fondo
i demoni si battano sempre con la luce,
nella paranza in cui molti cadono degli uomini.
Che i figli superano i padri, soltanto soffrendo.
Il non aver fiducia che un simbolo d’astri venisse
un giorno a sperdersi fra le travi, per sollevare il tuo male
che sai infinito. E che ha nome in Dio.

È inutile gareggiare con il telaio della notte.
Moltiplicarsi in stanze buie, dove l’assenza
è l’unica che alberga negli spazi.
Più tenebra, o goccia di lanterna nelle sere?
Un solo pulsante teorema: la fiamma cantare,
il drappo spregiudicato del tuo dramma
nella singola battuta.
Duello. Amico, caro: morte!
Nulla resta, che nulla ci ostacola
agli eterni palpiti dell’usignolo.

 

I REGISTRI DI MARCEL
(a C. B.)

 

Torni l’agile cantare. Torni il segreto
che famelici ci tenne in seno
a giorni di innumerevole prodigio.
Salga in misure d’orzo
la canzone dal cuore nero.
Salga in misura di chitarra
la canzone imminente.
E tu, poeta, angelo senza sguardo,
scagliala lontano.
La parola è dentro il tuo moschetto di piuma.
Tu, brigante di armonia, dalle per cuore
un tamburo, dalle per cuore una campana!

 

 

Le tue parole alle mie mani
aprono strade di canzoni.
intessono sandali di corda,
per il dedalo assurdo del giorno,
a un passo di rotta, per la dignità di esistere –
polvere e vento. È lì che ti vedo, a un varco,
come aspettassi un figlio pronunciare il primo
bacio perché neghi per sempre il nome dei tuoi seni.
Le tue parole, olio di visioni contro il morso di cuoio,
vile alla mia coscia: è il silenzio di ogni poeta.
Anima, ginepro di partitura: musica
sorgiva alle tue dita, maestra…
Ho comprato una cetra di crine
che la mia voce la spezzi,
un sol tocco. Insieme alla giara
delle notti, dove non c’è
un canto a blandire la mia sorte.

 

 

Elia Belculfiné, nato a Caserta il 29 – 9 – 83
Vive a Cascano. Nel 2012 ha pubblicato per Aletti la silloge “Primi sintomi di una gravidanza”.
Sempre per Aletti è apparso nel saggio “Verso la poesia – Alla ricerca di senso” di Maria Carmen Lama.

Nazim Comunale

23 febbraio 2021 by

Un’affermazione in un testo è stata la mia guida nel viaggio in anteprima tra i versi di Chiamala febbre: pancia e quaderno aspettano, reclamano a gran voce di essere riempiti. Se è vero che pancia e quaderno aspettano di essere riempiti, è vero altresì che la sazietà non è mai raggiunta, che prosegue, con l’acume di chi vive e scrive, l’osservazione e la partecipazione, se pur critica, al tentativo di colmare un vuoto: la vacuità di questa fine del mondo in piccole dosi quotidiane che riceviamo, veleno e farmaco. La sazietà non è raggiunta perché, felicemente, la raccolta di Nazim Comunale colma e, allo stesso tempo, rinnova la sete nelle due istanze che trovo fondamentali nella poesia: slancio e rigore. Slancio e rigore che Nazim tende in avanti e rende, quindi, dinamico fare poetico, con una percezione acuta, e una altrettanto acuta, perfino febbrile, “disastrografia”, che non dimentica, nei viaggi molteplici verso le periferie, verso gli estremi, due direzioni dell’impegno: quella verso i maestri, nominati non solo nelle epigrafi, bensì, anche, filo robusto che attraversa l’originale tessitura del dire poetico, e quella verso la propria professione, nel caso di Nazim la professione di insegnante.

Anna Maria Curci

                     
                  

                       

Cose da farsi

Aspettare l’alba su una gamba sola.

Torcere un capello a un bambino.

Mangiare del sale.

Coprire i fiori con cucchiaiate di sabbia.

Mettere miele sulle ferite.

Ascoltare la versione dell’assassino.

Tergiversare.

Diffondere notizie false.

Accecare il cielo con un lapis rovente.

Sbucciarsi il cuore

poi offrire rose ai piedi dei santi.

Bere da un barattolo blu.

Sognare i fiordi

e non spettinare

non spettinare mai

il delicatissimo random dei ricordi.

                                             

                                

Le cose sparse sul tavolo.

I numeri del caso

riposano nella scatola di legno chiaro.

Questo senso di fragilissima preghiera.

Null’altro.

Solo il vasto disordine

di un altro pomeriggio

vertiginosamente immobile.

                           

                          

                    

Unico passeggero sul bus tra Sant’Arsenio e Roscigno

mi dirigo verso Sacco

il paese della mia famiglia paterna

dove in estate il trasporto pubblico non arriva

perché la montagna è franata anni fa

e non è mai stata messa in sicurezza.

Cristo non si è fermato ad Eboli

si è dato semplicemente alla clandestinità.

Si nutriva di peperoni cruschi

e parlava un dialetto arcaico

dormendo sotto gli ulivi di queste terre remote.

Da qui il nord è un’apnea diplomatica

il miraggio di un secolo orfano e grigio.

Un vicolo cieco, un pozzo tutto cupo.

La morte è solo un capitolo di un’epica sussurrata e familiare.

Le ansie cadono a terra

come mele selvatiche.

Siamo solo comparse di un teatro povero

nell’era eterna della controra.

Muti, mitologici

gli ulivi trattengono ancora un brano di stupore

e uno spicchio di cielo.

Napoli è lontana come il Tibet.

“Una strada attraversa il paese. Il paese è quella strada. “.

                  

                     

In quest’ora

a forma di diario

la luce

si accanisce

in capriole.
                       
                       
                 

Anche se zero
anche se soldo di cacio
solo
anche se disastrato
sdrucito
sfinito
strappato.
Stanale
le tue parole stupite
soppesale mentre scuotono le gambette
assopite
sottrai subito al buio dei cunicoli
il sale del tuo dare
la sete del tuo fare
la seta imperfetta del tuo dire.
La didattica della luce
non prevede appello.

                        

                      

Esercizi per esistere

Nel mondo delle creature sottili

muto e vivo

guerrescamente felice

tra le nebbie d’inizio secolo

sto con gli inquieti del sud

conto i mesi del cuore storto

e ciò che si ruppe nel guscio sacro.

Esistere una mezza giornata.

Resistere.

 

                   

                                  

Mappa

E’ rauco questo blu che scolora

e si addormenta tra l’indice e il pollice della stanza.

Qui è dove sabbia entra

dove serpe cova i suoi figli di rame

dove vetro cresce, cresce e si gonfia

nel respiro insonne di ogni brace.

Qui è dove sole affonda

dove ombra sancisce il suo regno

dove in lunghissimi minuti

fioriscono

mille città di marzapane.

Qui è dove l’arrotino affila la lama spenta

dove la porta geme aspettando il ritorno

dove un uomo di trent’anni un giorno si sveglia

e non trova più i suoi occhi.

Qui è dove il miele è rancido

dove la pazienza del legno è vino dei naviganti

dove la corda consunta finalmente strappa

dove barca è foglia di giunco

in mare aperto

alla deriva.

Qui è dove carta uguale casa

dove pomeriggio significa mandorla e bambino

dove un dio impossibile mantiene ogni promessa.

Qui è dove un cielo di nuvole basse tiene

ancorata la terra

col sottile filo di un respiro

dove la pagina è arsa dalla seta

dove la mappa è antichissimo pasto del sole.

Qui è dove il fachiro esita

dove ogni orma si sovrappone all’altra

dove la madre candida sorridendo stende il primo bucato.

Qui è dove il pianoforte zoppica

dove la marea si alza vittoriosa

dove giungla e labirinto sanno il denso latte del dire

dove l’alta febbre del fare

si dissipa

in una lunga collana di gesti nativi.

Qui è dove preziosissimo sangue rapprende

dove ebano vuol dire infanzia e finestra

dove la mano e lo scriba

discendono il ripido foglio

dove soglia è palmo di mano timorata.

Qui è dove ombra suggerisce possibilità

dove il vocabolario è un cucchiaio di sale

dove Kafka si addormenta sognando il risveglio scarabeo.

Qui è dove cibo, famiglia e approdo sono parole torbide

dove tucano e matita sono i naufraghi della penisola

dove stupore è ogni sentiero interrotto.

Qui è dove la grandine spezza

la pazienza

v

e

r

t

i

c

a

l

e

del ragno

dove il mare passa

e lascia la scia

e una schiuma di stracci.

Poi, da queste sponde

finalmente

uno dei due fratelli scappa.

                      

                                

Nazim Comunale è nato a Guastalla (Reggio Emilia) nel 1975.
Sue poesie sono apparse sulle riviste Dea Cagna, Versante Ripido e on line su Interno Poesia, Diario di passo, Ipoet, Poetarum Silva.
E’ stato tradotto in Venezuela e negli Usa.
Ha pubblicato Aguaplano ( autoproduzione, 2015), Lei Oceano (Terra d’Ulivi, Lecce, 2017)
Chiamala febbre (Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia, 2020)
ed è presente nella collettive Non ancora silenzio (NMZ edizioni, Ravenna, 2019) ed Emilia Romagna (Bertoni Editore, Perugia, 2020).
Ha avuto la menzione speciale nel 2019 al premio Raffaele Crovi.

Marina Guarino

16 febbraio 2021 by

IN CERCA

raccolta di Marina Guarino

Turisa 2020

 

 

La poesia in genere non ha un gran numero di lettori, di contro  ha un numero  esorbitante di praticanti, ma quella a fondo religioso come queste di Guarino credo ne meriterebbe di certo più di quanti ne abbia perché, pur toccando il discorso della fede cristiana, è capace di allargare l’ orizzonte anche sugli aspetti etici e morali che  riguardano non soltanto il credente.

 

Cercherò di precisare meglio il pensiero utilizzando via via  alcuni spezzoni delle poesie di questa raccolta per inserirli in un discorso complessivo che prende l’avvio da un tema di fede, ma progressivamente allarga  lo sguardo sul modo in cui la visione del mondo del credente è coinvolgente e riguarda tutti gli aspetti dell’intera esistenza, rifiutando – per le ragioni della stessa fede che la sottendono – i compromessi, gli atteggiamenti rinunciatari, l’accettazione passiva della vita senza cercare di opporre alle storture che essa presenta il freno di un giudizio morale.

 

Il lavoro della Guarino ha inizio con questi versi  (pag. 5) che mettono in evidenza l’atteggiamento di umiltà che dovremmo avere per cercare di interpretare uno sguardo superiore ad una visione prettamente terrena

 

Dio ti parlo/ con l’ambizione della mia ignoranza/  sperando che il tuo sguardo/ non conti le disfatte //

 

Viene qui sottolineato subito l’atteggiamento individualistico di ognuno di noi di fronte a  un mistero che punge sotto la pelle“ ma la progressiva attenzione a questo mistero è utile per smussare le difficoltà di interpretazione:

 

e quando porgo l’orecchio attento/ si fa miele dentro la bocca//

 

e malgrado Dio si sia fatto uomo incarnato , ognuno tende a scoprirLo nascosto dentro le pieghe del vivere

 

sei sceso in piazza/  a manifestarti/ma ognuno ti costruisce nella penombra//

 

e ancora (pag.7) scopriamo la nostra incompletezza che resta sbigottita di fronte alla Sua potenza

 

siamo analfabeti che si fermano/nello spazio incolto/  della loro infima grandezza/

 

L’uomo non sa alzare lo sguardo oltre il contingente e troviamo  (pag. 30) questa  acuta osservazione:

 

       le cose vanno così/la gente passa e non guarda/è come avere una rosa a sinistra nel costato/sento la pena di chi mi passa accanto/e mi faccio silenzio/

                           

A volte la fede di fronte al male si sente sconfitta, è tentata dalla rinuncia a capire e si giunge ad affermare (pag. 46)

 

Ci sono giorni in cui dimentico di spezzarmi/di pregare/nulla mi sorprende/ e distanziata da ogni forma/abolisco ogni residuo di pazienza //

 

e in queste occasioni l’autrice  estende il discorso e lo amplifica introducendo un dialogo di confronto con i defunti  (pag. 17)

 

 a volte restano fino all’alba/ a ricordarci che la vita/ è una sosta di eterno inafferrabile/  l’ammanco è nel cuore/ e le fitte di rimorso sono strumenti umani/

 

Perché il vivere dentro la difficoltà del mondo costringe a (pag. 8)

 

fissare una città /che vive all’incontrario/

 

dentro la quale è spesso difficile sopportare il peso della quotidianità, e lo si legge con chiarezza   (a pag. 22)

 

     reggo a fatica certi copioni/  il conto dei sorrisi  delle parole/ costringere il mio carattere/  in un busto troppo stretto/  lo sguardo basso per non essere fraintesa//    pochi i battiti in sintonia col mio/

 

e sembra quasi inevitabile che  sia

 

   un cammino smarrito da lungo tempo/  in assenza di stelle/ un frastuono che allontana/ da ogni profondità //

 

e  poi (a pag. 9) leggiamo  ancora

in città rumorose e stanche/ c’è sempre  un anello debole/ un gelo del cuore s’acquatta / dentro le cose, celato all’ombra-//

                    

e  più avanti

 

Manca il fremito di un sentimento/ dentro l’occhio di vetro/ e attese inespresse scoppiano/  nel calcio ad un gattino //

 

ma

  la vita resiste/ sporge tra i roseti, fragile/  ma l’azzurro si fa avaro/

 

La nostra inconscia ostilità di fronte alla vastità del tema “credere“ ci rende chiusi ed incapaci di una lettura che sia fiduciosa e piena di abbandono e (pag 33)

 

 abbiamo scordato il bimbo che eravamo/gattoniamo in spazi ristretti con la testa china/ma tenere i piedi inchiodati sulla terra/ci fa rimanere fermi /

 

L’autrice non può nascondere a sé stessa il fatto che talvolta l’incontro scontro con il mondo ha la capacità di affaticare il suo spirito di ricerca

 

Sembro ignorare/ che le vostre domande/   vorrebbero ridurmi a granello/e mettere in silenzio/quella verità che impedisce/di mettere le toppe alle fessure//

 

ma la volontà di  capire ha alla fine la prevalenza (pag. 47)

 

ora non mi resta che ricucire/la pelle affinché sia pronta/per essere smembrata da voi/ancora una volta//

 

Passo dopo passo l’autrice completa il quadro, la visione che si è formata in lei osservando quotidianamente la vita con occhio a volte disincantato ma sempre aperto alla speranza che vi sia una redenzione (pag. 18)

 

               manca un antidoto per questa indifferenza/ che è paura/                                               forse timidezza imprigionata nel petto/

 

anche se l’abitudine al bombardamento di notizie ci ha condotti all’indifferenza (pag. 19)

                        l’abitudine alle notizie ci ha resi orbi/ a ogni voce sottile come un soffio/ ci ha inchiodati i piedi nel calore della sabbia/ facendoci analfabeti a svelare gli inganni del cuore/

 

Il male che ci circonda è così avvolgente che ci conduce a quasi a non prestare fede all’evidenza della storia, ai fatti avvenuti  nel tempo attorno ai quali molte persone  cominciano ad essere dubbiose (pag. 24)

 

Dell’infinito dolore ancora si dice/ancora si deve dire/anche se pareva/ che Dio giocasse a dadi quel giorno//         Non Dio,/ l’uomo //

 

Siamo indifferenti, spesso anche insensibili se non ostili di fronte ai problemi dei profughi e dei poveri del nostro tempo (pag. 25)

 

i sofismi della ragione non sanno della terra/ il mare miscelato a benzina/le ustioni delle donne, la notte/dimora dei bambini/E’ cosa di un istante/passare dalla preghiera quasi bestemmia/ alla provocante tentazione di sbilanciare/l’occhio più in fondo/ oppure dormire/ ignorando/che siamo una perenne domanda /

 

 

e non solo agli immigrati  come  questi ai quali (pag. 27) guarda l’autrice

 

 qualcuno ce la fa a tenersi stretta la vita/le poche cose da salvare/nonostante il muro di bugie che trattiene le schiene/la sfrenatezza della folla/           incapace ormai di arrossire/nello spazio di un perenne inganno//

 

ma pure ai senza casa, a coloro che dormono sopra i cartoni sui marciapiedi della grande città (pag. 29)

 

 resterai sui cartoni, la notte/a cercare un colloquio di verità con i cani/sono loro a farti esistere/ i cani non conoscono l’indifferenza //

 

La poetessa si rivolge e pensa  anche alle donne oggetto spesso della violenza maschile

 

 tu sorridi/mentre dici/che sei inciampata per le scale/     sbattuta contro il muro nella notte/e non vuoi credere che il gesto di quell’uomo/è come il verde di certe piante:/spunta appena sopra la terra/ma tirare/scopi radici profonde//

 

Lo sconforto e la depressione per tutto il male che vediamo nella società in cui viviamo ormai  avvolgono tutti, non solo i credenti anche coloro che si sentono laici, persone dotate di una profonda fiducia nell’uomo, categoria alla quale la nostra autrice rivendica il diritto di far parte
(pag. 13)

 

bellezza è quel grappolo di gioventù/   dentro la camicetta/gettare lo sguardo oltre a contemplare la verità del fiore/      dell’albero, di uno sguardo//ma se potessi chiudere le nostalgie/in una bolla d’aria/carezzarla con grazia/credere/di vivere un’altra vita/dove la bruttura è uno scherzo/      e la vita non è un orlo lontano//

 

E allora che fare? Verrebbe da chiedersi avviandoci alla conclusione di questa lettura, se è vero il finale della poesia a pag. 30 che dice:

 

 non passeremo più da questa vita/ dobbiamo logorarci voci e nocche/come fece la vedova col giudice ingiusto/ a ricordare cheil cuore si contamina con gli atti d’omissione

 

Forse bisognerà davvero fare come l’autrice che scrive a pag. 72:

 

… sono i (non) gesti di omissione/ a costruire croci e chiodi/ incapaci di vedere il Cielo/ in un chicco di grano/ sperando occasioni

 

oppure accettare e subire quanto scritto in questa poesia di pag 65

 

non so da dove viene il male/ è una macchia sulla pelle nuda/      una spina che tengo come vita/  in sospensione, misteriosa/ una trama che silenzia ogni superficie.

 

Non è facile scoprire di possedere una sensibilità religiosa e cercare di trasferirla dentro uno strumento così riservato come la poesia, perché si corre il rischio di essere male interpretati dai lettori.

Un libro di poesie non è un romanzo:con i versi gli autori ci consegnano la loro anima, ce la mostrano, ci fanno partecipi delle loro sofferenze, dei dubbi, delle domande che li opprimono o li accompagnano ogni giorno, ed è per questo che  dovremmo accostarci ai loro versi senza giudicarli, semplicemente leggendoli e domandandoci ad ogni passo  quanto ci sentiamo di condividere con chi l’ha scritta. Io ho cercato di seguire il filo conduttore che mi è parso di ritrovare tra i versi, e spero che chi mi legge lo condivida.

 

Luigi Paraboschi

23.12.2020

 

 

Ti parlo, Dio
Saprò mai desiderarti
come il deserto l’acqua
concepirti in me
con delicata geometria
come tu facesti un giorno
ancora prima che luce fosse?
Sei sceso in piazza
a manifestarti
ma ognuno ti costruisce nella penombra
a volte scambia il sale con il fiele
però sempre mi stupisce
la misteriosa devozione dei cani
l’odore del legno
la notte e le sue stelle.
Dio, ti parlo
con l’ambizione della mia ignoranza
sperando che il tuo sguardo
non conti le disfatte
poiché a frammenti mi sale nel cuore
un mistero che punge sotto la pelle
e quando porgo l’orecchio attento
si fa miele dentro la bocca.

 

 

 

Blu cobalto
Ho appoggiato un sogno
sul davanzale nella sera
fiocco leggero di cotone
dentro la piega del mio braccio
stanco
e chiuso.
Il mio sorriso di marina blu cobalto
è dentro il buio di questa stanza,
ma la mano non discosta
le ragnatele che invischiano
l’icona del tuo viso
anche nella nostra Sistina
gli indici si sfiorano
senza raggiungersi
nascondono le mani
le nudità dei corpi,
soli, dopo l’eden.
Scioglierai tu
l’antica brina
con fiamma d’un lumino
esposta alle correnti?

 

 

 

Un’isola
In me c’è un’isola difficile da trovare
mi chiama
a contemplare le onde
mai uguali,
lunghe e lisce nei giorni privi di tempesta
frangendosi potentemente per l’intera notte
quando mi chiudo ad ogni prospettiva
mi faccio assolo nella penombra
ad aggiustare le pause il tono della voce
per decifrare i bisbigli dell’anima
in questa stagione ingannevole
con le labbra contratte
il respiro corto.
Intorno vedo sguardi ripiegati
analfabeti che si fermano
nello spazio incolto
della loro infima grandezza.

 

 

 

Napoli 2020
Andare dritta all’essenziale
senza giri di parole e fissare una città
che vive all’incontrario
sul giorno che s’incupa e s’invioletta,
si sveglia sempre più distante
sotto un cielo distratto
statue malate d’ignoranza
a cercare un appiglio primordiale.
Nel giorno appena sbozzato
la città si stiracchia
un uomo col suo cane in grembo
mi passa la sua allegrezza solitaria
altri con il colpo in canna
dicono e tritano lingue truccate
con la scorza e le spine
un precipitare di ogni fiducia
è un cammino smarrito da lungo tempo
in assenza di stelle
un frastuono che allontana
da ogni profondità.

 

 

 

Mancanze
Nell’incertezza della sera
ardori repressi affannano la gola
incerto il limite fra reale e pensato
in città rumorose e stanche
c’è sempre un anello debole
un gelo del cuore s’acquatta
dietro le cose, celato dall’ombra.

 

 

Manca il fremito di un sentimento
dentro l’occhio di vetro
e attese inespresse scoppiano
nel calcio ad un gattino
non sarà possibile adeguarsi
a questo tempo di bruciori e tagli
la vita resiste
sporge fra i roseti, fragile
ma l’azzurro si fa avaro
e il vento crolla.

 

 

 

I taciti dissenzi degli incerti
Lungo le vene della città
le teste chine sui cellulari
arretrano le forze nell’istante che passa,
ignare del granito a cui s’appoggiano
manca un antidoto per questa indifferenza
che è paura,
forse timidezza imprigionata nel petto.
Tagliato il filo che ci avvita
la spiaggia depone i corpi
in rotoli di schiuma
il giro della memoria ha le sue deleghe:
i taciti dissenzi degli incerti.

 

 

 

In un palmo di mano
Avresti potuto essere racchiusa
dentro il palmo di una mano
invece ora
vediamo solo la tua
che sporge dalla manica di un piumino
decomposto dall’acqua
a maledire l’indifferenza
e la nostra inconsistenza.
L’abitudine alle notizie ci ha reso orbi
a ogni voce sottile come un soffio
ci ha inchiodati i piedi nel calore della sabbia
facendoci analfabeti
a svelare gli inganni del cuore.

 

 

 

Michela Zanarella

10 febbraio 2021 by

       

Restituire alla vita
lo stesso amore
che ci è stato dato dal cielo
raccoglierlo da terra
come se ci fosse luce
che cresce sotto l’erba.
E se occorre rimediare
farlo tornare questo amore
come un giorno pieno di sole
prima nell’anima e poi nel corpo
perché a volte serve riprendersi il tempo
di una scintilla sulla pelle
l’idea di un bacio che non muore
per scoprirsi prossimi all’infinito.

.

Nominare tutte le cose
anche le più dolorose
luce
e chiamare nettare la vita
a ogni respiro.
Se fossimo capaci di capire
che il bene non è la parte minima
dell’amore
ma è una forza antica che proviene
dalle arterie del cielo
ci riempiremo gli occhi di sole
come regola di sopravvivenza
e non ci spaventeremo della notte
o della polvere che insegna alla terra
l’estensione delle nuvole.

.

Quante voci quante mani quanti occhi
abbiamo creduto di conoscere
quanta luna abbiamo osservato inutilmente
prima di non temere più il buio alle spalle
e con le labbra piene di parole
ci siamo tenuti il silenzio
pensando di pronunciarlo più in là amore.
Era meglio una carezza
una sera a riempire l’anima di luce
e finire con le dita nella vita
perché non è detto che ci sia il tempo
per restituire le stelle al vento.

.

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015), Le parole accanto (2017), L’esigenza del silenzio (2018), L’istinto altrove (2019), La filosofia del sole” (2020). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidenţe (2015). Negli Stati Uniti è uscita in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe “Meditations in the Feminine”, edita da Bordighera Press (2018). Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. E’ tra gli otto coautori del romanzo di Federico Moccia “La ragazza di Roma Nord” edito da SEM. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. E’ ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. E’ speaker di Radio Doppio Zero. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Ha collaborato con EMUI_ EuroMed University, piattaforma interuniversitaria europea, e si è occupata di relazioni internazionali. Già Presidente della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo (RIDE-APS), Capofila italiano della Fondazione Anna Lindh (ALF). Presidente Onorario dell’Enciclopedia Poetica WikiPoesia.

*

Miro Gabriele

3 febbraio 2021 by

 

 

MIRO GABRIELE

quattro poesie

.

UNA MOMENTANEA INTIMITA’

Un cenno e sei uscita nel cielo (irriducibile
spazio ritorna a chiudere la nostra giornata)
dietro l’ala di un’automobile schiudi una fessura
e un po’ si scioglie quella stanchezza delicata

non c’è suono nell’aria non c’è segno
che possano offrire ancora i tuoi fianchi svelati
il fiore che gocciola piano la sua pura fontana
le gambe aperte l’anima lontana.

da “Le città antiche ed altre poesie” GBE 2014

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NOCTURNA QUIES

Ignoto a tutti, quasi assente,
chiudo gli occhi e cadono le acque
rapide nell’onda sottostante

fuori la pista sonora raggiunge
vertici puri di uranica dolcezza
trasmette bassi rumori tranquilli

io lascio andare i tiepidi zampilli
uno per uno in placida amarezza.

da “Le città antiche ed altre poesie” GBE 2014

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LE ROSE

Oh le rose le rose come s’affollano
sul tiepido del muro mentre si fa sera
come se il vuoto che le accoglie – l’angolo
di luce che ancora per poco le svela –
possa farle salve in una chiara eternità
e non invece la minuziosa sera
l’ombra fraterna che ci chiude gli occhi
già ne dissolva l’agitarsi breve
la mite sincronia, tutta la vana festa
che insieme a loro ora si spegne in un giardino.

da “Le città antiche ed altre poesie” GBE 2014

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IL FONDALE

Il sole lascia quella traccia controluce
e un’improvvisa leggerezza
spinge chi scrive nella freschezza del tempo
una sera come tante
immaginata ancora una volta come un fondale
si affollano là dentro le voci le illusioni
forme della celeste malinconia le ascoltiamo
sature di stelle di intenzioni, e oltrepassiamo
il privilegio della stanchezza
la mancanza di un sogno di un gesto lieve
pieni di anni come siamo di parole perdute
di quei volti all’orizzonte che hanno sempre
una benevolenza senza fine per il nostro cuore.

inedita

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MIRO GABRIELE vive a Roma. Ha pubblicato “Odi et amo” Ianua 1988, una traduzione di poesie di Catullo con prefazione di Luca Canali, e “Il Gaio Verso” Ianua 1992, antologia di autori latini. È stato inserito da Luca Canali in “I poeti della ginestra”, Lalli 1989. Ha vinto il premio internazionale Eugenio Montale nel 1992, ed è presente in “Sette poeti del premio Montale”, Scheiwiller 1993. Compare in “Vent’anni di poesia” 1982 – 2002, a cura di Maria Luisa Spaziani, Passigli 2002. Nel 2004 ha pubblicato il romanzo “La Vita Incerta”, Valter Casini Editore. E’ autore, con Anna Maria Giannetto, del testo di latino per i licei “Navigare”, Zanichelli 2006. E’ stato finalista del Premio Lorenzo Montano nel 2006 e 2008. Nel 2014 ha pubblicato “Le città antiche e altre poesie” GBE Editoria, con prefazione di Alessandro Fo, segnalato al premio Montano 2015. Nel 2019 è uscito “Dentro lo sguardo” Ensemble edizioni.

 

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Attilio Bertolucci

27 gennaio 2021 by

 

“Il nostro desiderio di diventare rondini”- Poesie e lettere di Attilio e Ninetta Bertolucci, a cura di Gabriella Palli Baroni (Garzanti Editore, 2020) racconta l’incanto intimista della dimensione sentimentale senza confini, in ogni gentile e tenue sfumatura, attraverso la rappresentazione lirica di luoghi, ambienti e ricordi abituali e la descrizione spontanea di un’elegia degli interni intorno a domestiche e familiari rivisitazioni romantiche. I testi, composti dalle poesie e dalle lettere che hanno congiunto costantemente l’alleanza emotiva dei protagonisti nel miracolo dell’amore e nella solennità della poesia, manifestano la partecipazione appassionata alla bellezza, leggera e sensuale delle dichiarazioni d’amore. La consapevole riconoscenza di un’infinita confidenza di complicità, celebra la lealtà della memoria nell’esperienza sensibile della tenerezza. Le parole, patrimonio dell’anima, concedono la percezione di un tempo ulteriore nell’esistenza, evocano  l’idea di una vita prolungata, nella compiacenza felice di narrarsi il mondo interiore con l’intento comune di divulgare l’eternità. Il libro promuove gelosamente il consenso a custodire la sorgente degli affetti e a proteggere la relazione con la realtà. Le poesie di Attilio Bertolucci dischiudono i periferici collegamenti degli orizzonti e sconfinano nell’armonia medianica della voce interpretativa e dello sguardo narrativo. Il riassunto artistico, dolce e temerario della vita si intreccia al vincolo del possesso biografico accompagnando la fiduciosa empatia del filo di continuità, la somma amplificata di ogni eloquente promessa sostenuta da impronte invisibili nelle emozioni d’amore, nella generosità del desiderio. L’affabilità amorosa che unisce Attilio e Ninetta Bertolucci nelle lettere, congiunge l’elemento distintivo della stabilità, scrivendo e fermando su carta la sintonia emotiva, con un’accordo d’intesa verso un tragitto privato di crescita umana e spirituale, un’unione solida e resistente in cui la conoscenza reciproca del rispetto sostiene sempre la pienezza esistenziale e mantiene la sensibile espressione dell’accoglienza e della presenza benevola della quotidianità. Il libro è un ideale tangibile di donazione alla soave amorevolezza, nella virtù necessaria ad esaltare la dedizione di chi amiamo e a riconoscere la solidarietà. La speranza nutre la grazie reciproca di ogni comunicazione leggendo, nella prospettiva dei sogni e nella gioia di vivere, la tendenza della volontà ad aggiungere forza comprensiva nella storia e a raggiungere il privilegio naturale di condividere il tempo, sostenendolo a vicenda. La disponibilità alla progettualità  nell’unione è l’esortazione principale del libro ed  invita ad un impegno verso l’essenziale, dolce e magica percezione del mondo affettivo. Il titolo del libro “Il nostro desiderio di diventare rondini”,  preso da una lettera scritta da Attilio a Ninetta, è metafora e simbolo dell’amore coniugale, un aspetto segreto della semplicità e della saggezza, strettamente legato alla predilezione per un atteggiamento capace di riconoscere la purezza del corteggiamento. Il rinnovamento dello spirito libero che incrocia l’anima incoraggiando l’impulso al viaggio da compiere insieme abbracciando l’unicità di volersi bene.

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

 

Amore a me…

 

Amore a me vicino

di tua crudeltà mi consola,

fuori è notte e cade

una dolce pioggia improvvisa.

 

La famigliare lampada rivela

le intime e care cose,

amore parla e parla di te

sommesso, come acqua fra erbe alte.

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Madrigale

 

Sì: ho colto i garofani alteri

delle tue guance,

e avevano corolle sì rance

con sì bizzarri screzi neri…

 

Ma sotto i tuoi occhi

son cresciute viole,

come di marzo al primo sole,

sulle rive dei fossi.

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La rosa bianca

 

Coglierò per te

l’ultima rosa del giardino,

la rosa bianca che fiorisce

nelle prime nebbie.

Le avide api l’hanno visitata

sino a ieri,

ma è ancora così dolce

che fa tremare.

È un ritratto di te a trent’anni,

un po’ smemorata, come tu sarai allora.

—————————

 

Questa sera il sole…

 

Questa sera il sole tramonta nei tuoi occhi

l’inverno vi si spegne, lenta brace tranquilla.

Così la gente indugia per le strade che l’ombra

non ha toccato ancora, ma il fumo appena

da umili camini intimamente annuvola.

Tu lascia che ristagni sulle case ed offuschi

i lontani del cielo che scolora.

Finché un’altra pena

porti la notte, vigilia della primavera.

 

L’amore coniugale

 

Ma se la pioggia cade

la camera s’oscura…

L’amore ancora dura

che le gocce più rade

la finestra più chiara

i tuoi occhi più neri

e oggi come ieri

come domani. Amara

sui tetti umidi brilla

la giornata nel sole

che si volge sulle viole

risorte stilla a stilla.

———————–

 

Non

 

Non mi lasciare solo se io

ti lascio sola

e intorno a te la luce

è quella che fa piangere

dei giorni ordinari,

 

non allontanarti con passo

fiducioso in direzione

dell’estate e non

considerare rassegnata

la fatalità delle averse e del sole,

 

non acquistare viole in prossimità della casa.

—————————

 

I nostri corpi

 

I nostri corpi, cara, in questo letto

famigliare nell’aria ferma dell’amore

mentre al di là delle finestre chiuse

le stagioni piangendo se ne vanno.

 

Ma il ritorno dei cieli nuvolosi

e fioriti della tarda primavera

ombrerà i muri la luna errando

sperse lucciole sulle nostre salme.

 

Anna Maria Curci

20 gennaio 2021 by

   Luigi Paraboschi recensisce OPERA INCERTA di Anna Maria Curci
ed. l’Arcolaio 2020

La grande poesia (e questa della Curci lo è) possiede la capacità di saper leggere la storia attraverso gli elementi temporali nella quale viene scritta.
Può talvolta accadere che le parole nelle quali ci si imbatte sembrino poco connesse alla logica espressiva che è propria di ciascuno di noi, così il genere di poetica della Curci manifesta tutta la sua ricchezza e profondità solamente dopo una seconda o terza lettura.
Se si legge “Opera Incerta” non tenendo presente lo spessore culturale dell’autrice, se non si presta sufficiente attenzione alla sua capacità di essere ironica con se stessa e di conseguenza anche con chi legge, non si arriva ad afferrare il significato di questi versi di “Atlantina“, dove l’autrice sembra parlare a se stessa, ma nel finale indica con chiarezza quali errori si è indotti a giudicare quando si opera “senza gli occhiali“ necessari per esaminare in profondità ogni cosa.

“ innaffia i tuoi sensi di colpa/ piega la schiena / fustiga le reni// non basta ancora dici/ e gonfi il petto/ però con quello non trascini pesi // pensavi di aver fatto un buon affare/ allo spaccio dei miti senza occhiali/ scambiasti per la bella corridora un ricurvo complesso// 

e la stessa annotazione attorno all’uso discreto dell’ ironia vale anche con questi che chiudono la poesia Controcanti:

“come Parzival al primo tentativo/ ancora pecchi di acuta discrezione./ Il passo indietro nella lista di attesa : altre sportule reclamano attenzione“.

Leggendo la raccolta mi è parso che la tecnica di scrittura sia spesso costruita “per esclusione” cercando di costringere il lettore a fermarsi e a domandarsi le ragioni e i perché Curci lungo il suo cammino poetico ( già iniziato nel libro precedente a questo “Nei giorni perversi “) stia scegliendo di non farsi coinvolgere nel vizio che spesso si riscontra in poesia, quello di dire troppo, e decide di diventare sempre più rarefatta nel manifestarsi.

E’ lo stesso discorso che si può fare parlando di pittura, quando di osservano i lavori di due artisti, Pollock e Rothko, che hanno operato contemporaneamente in America attorno agli anni 40, 50 del scorso secolo. Se Pollock ha manifestato la sua genialità adottando la tecnica dello “sgocciolamento“ del colore sulla tela, sovrapponendolo ed incrociando  fino ad ottenere il risultato voluto, Rothko ha invece operato “per sottrazione“, cioè togliendo quanto più fosse possibile al colore, eliminando ogni elemento figurativo e disponendo man mano sulla tela numerosi strati dello stesso colore in tonalità sempre leggermente differenti per giungere alla fine al risultato di presentarci un quadro composto esclusivamente di quadrati o rettangoli con due o tre colori differenti da quali si evince il lavoro sottostante all’ultimo.

Lo stesso lavoro fa Curci e cercherò con qualche esempio di chiarire meglio servendomi dei versi di questa poesia a pag. 22 intitolata “Avvento“ che trascrivo verticalmente affinché non si perda la sua essenzialità:

Fosse sempre serena come oggi
questa proroga
attesa protratta
gioie minute

in scatole modeste

Dentro soltanto cinque righe l’autrice ha saputo condensare l’attesa che è contenuta nella parola “proroga“ e ha detto di sé e del proprio gioire per l’attesa di un avvenimento che sta per arrivare dopo l’Avvento, usando quel ” in scatole modeste “ che possono racchiudere tante cose, avvenimenti, umori e amori, insomma tutto ciò che fa parte del fatto di possedere un corpo e di conseguenza essere contenitori di emozioni.

Anche con la poesia e non solo con la pittura può succedere che ciò che leggiamo o vediamo ci costringa a leggere e rileggere, come pure osservare e riosservare un quadro, lasciando poi dentro di noi un senso di incapacità a comprendere fino in fondo il pittore o lo scrittore come a me è successo con i versi della poesia a pag. 24 “Stendo al sole“

“Stendo al sole fasce per polsi / con cura, dopo averle lavate. / Tendo la tela rossa/ e i miei pensieri”//

e mi sono sentito smarrito e confuso, incapace di afferrare sino in fondo quanto di astrazione e di concretezza vi sia in quelle “ fasce per polsi “ e in quella “ tenda rossa “.

Scrive Francesca del Moro nella sua acuta e profondissima postfazione che di fronte al lavoro della Curci non si può essere “lettori passivi“ e non posso che concordare con lei. La sua poetica non si può liquidare con un semplice “like“ o un “cuoricino rosso”, occorre entrare nella selva di riferimenti culturali ai quali l’autrice si aggancia, con speciale riguardo ai poeti o autori in prosa da lei incontrati nel lavoro di traduttrice.

Un altro elemento del quale occorre tenere conto è il continuo mettersi in discussione, il dubitare di sé, il timore di non essere all’altezza delle aspettative, come scrive nella VI parte della poesia “Controcanti“:

“Come Parzival al primo tentativo/ ancora pecchi di acuta discrezione/. Il passo indietro nella lista d’attesa:/ altre sportule reclamano l’attenzione “

Curci è colei che sempre si rimette in gioco ; ecco nella stessa poesia alla III strofa:

“… In permanenza oscillo/ tra il balzo all’utopia/ e l’orrore tranquillo“

L’adesione che è quasi immedesimazione a quanto lei traduce, la condivisione ai personaggi o ai testi, che riscontriamo bene nel verso di questa a pag. 37 esprimono l’immediatezza del suo giudizio attorno alla versatilità della Storia:

“Dal pascolo al patibolo è un salto/ dietro le tende cifra la menzogna/ e batte i denti“

e la chiusa è una domanda che essa rivolge sia a sé che a noi che leggiamo e che si può banalizzare chiedendoci se ci si può salvare dal narrare il falso interpretando la storia o semplicemente raccontarla, oppure si finisce sempre col ricorrere ad un linguaggio servile.

Questi sono i versi “c’è via di scampo dal fumo perenne/ o resta il bivio di falso autorizzato/ e prosa da scudieri ?//”

La fierezza della cultura, lo sdegno di fronte ai falsi della letteratura e della critica letteraria si toccano in questa poesia di pag. 38, dedicata a Cristina Campo dentro i quali vibra con forza un giudizio sferzante nel confronti dei molti che–anche in poesia- distribuiscono banalità:

“imperdonabile inattuale resti/ neghi a chi archivio ti vuole dolente/ e lorde liquida cambiali unte,/gabelle d’aria fritta, campionario// di impenitenti solite sconcezze:/ nichilista, utopista, apripista,/ autodafé alimenta per i gonzi/ ghiotti solo d’altrui gozzoviglie/”

Così anche la poesia di pag. 39 ci pone di fronte al sentire di una persona abituata a leggere, a dare un giudizio su ciò che legge e a dubitare sempre dello stesso (le omissioni), a riflettere di conseguenza sulla nostra collettiva incapacità di agire:

“più degli omissis temo le omissioni/ le sommosse mancate contro l’inanità”

Le certezze, i dubbi, la fragilità che ci riguardano sono tutte messe sulla carta dall’autrice, esposte con poca misericordia e commiserazione; Curci è severa con il suo dire, specie durante l’insonnia, come leggiamo a pag. 44 nella prima strofa:

Quando il coltello si aggira tra il consueto/ è troppo tardi per scapole ciarliere: Parole penzoloni, la baldanza/ è farina, cade a pioggia //”

e l’affiorare della paura, sentimento che talvolta attraversa tutti, la lascia sgomenta e sofferente “Potessi ripiegare i giorni addietro, / al mio passato si affiancherebbe morte con il volto scoperto, compagno di picozza e di sentiero. Con altro riso m’incamminerei //”

perché il vivere non è mai una passeggiata e neppure chi ha lo sguardo “rivolto al cielo” si può sentire tranquillo se non aggrappandosi a valori perenni come la cultura, la lettura o la musica, e tutto ciò è elencato nella poesia di pag. 51 dal titolo “Kit di sopravvivenza“, ove troviamo:

“dosi massicce di sopportazione/ sordina a false rivendicazioni/ sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba/ un libro spalancato o uno spartito”

Forse la parte meno criptica di “Opera Incerta“ è quella nella quale appare l’aspetto socio-politico della scrittrice, quando visitando il cimitero acattolico a Roma di fronte alla tomba di Gramsci, si sente toccata dalla presenza-assenza di questo grande pensatore che la induce a scrivere a pag. 62 versi dentro i quali si legge tutta l’amarezza per aver forse scordato o tralasciato il suo pensiero:

“E qui mi fermo sempre/ penso ai tuoi scritti/ al tempo ad altre soste// Anni addietro lasciammo i nostri segni/ scansate foglie/ sospese le parole//”

Anche la guerra rivista nel ricordo della madre, allora ragazza, ”l’ 8 settembre 43 “- che si mise in fuga tra i monti per cercare rifugio, e pure il ricordo dolente di quella bambina assassinata dalle SS a S. Anna di Stazzema nell’ Agosto del 44, e la visita, calvario doloroso, al campo di concentramento di Birkenau di cui sente di dover scrivere:

“Non sediamo sui fiumi a Babilonia,/ ma il nostro pianto è in piedi e scuote il vento“

Non meno importante è l’attenzione al problema delle migrazioni, affrontato nella poesia “Angelos“ di pag. 76 in cui la poetessa immagina di dialogare con un angelo che sotto vesti umane la soccorse assieme al fratello quando un giorno furono sul punto di annegare, ed è la stessa figura che nell’immaginario dialogo afferma:

“Sono migliaia adesso e non per gioco / Tuffarsi per salvare più non basta/: Lo schiaffo arriva:“perché ha detto “mostro“? non più il rassicurante “mare nostro“?/ Parlo per lei per noi che sconteremo/ mani a premere teste giù nell’ acqua/ il lezzo criminale dei proclami/ e la complicità che allaga il male nostro“.

Il libro si chiude con un omaggio affettivo e sentimentale, una poesia che definirei dolce e accattivante, ricca di tenerezza e di devozione, prova tangibile della profondità dell’ affetto figlia/madre, che tocca il cuore del lettore senza abbandonarsi a sentimentalismi banali, che sa commuovere specie in quel “facevi volare nel mattino“ di pag. 88

“non so se sono ancora la bambina/ che facevi volare nel mattino/ nitido e freddo nel sole di dicembre// La casa, poi il mio asilo nido e la tua scuola/ dove trafelata ti mutavi,/ lingua-madre diventava il francese// So che di tanto azzurro mi rimane/ un fiocco, il cielo in testa e ’occhio desto,/ pegno d’incanto, balzo, testimone”.

E quel fiocco dentro il cielo è un tocco pittorico non alla Rothko ma, questa volta, alla maniera luminosa di Claude Monet.

Luigi  Paraboschi

8 gennaio 2021

 

Barcaiola

Siedi sull’altra riva e getti l’amo.
Io traghetto.

Nella scalmiera remo
bisbiglia con cadenza.

Lei, la tua mobile sostanza, smesse
le vesti torbide, mi accoglie.

Quando riprende il volo la speranza,
cocciutamente sai che non è fuga.
ascolta, su, porgi l’orecchio

ascolta, su, porgi l’orecchio
dirama la conversazione
traduci e chiedi, leggi e annota,
discerni e associa sotto il cielo

Dell’Angelo

Restano mute le parole di prima,
la luce stempera il bruno della crosta.

Tace il rancore, e l’ala ripiegata
aspetta l’altra, insieme voleranno.

L’occhio che anticipa e la mano protesa
accolgono il sorriso, dopo tanto.

Controcanti
I
“Bau bau baby” mi viene da cantare,
un ringhio contro il dì, paradossale,
moderata cantabile eversione
(nuovo marcio che avanza è minestrone).

II
E puoi anche negarti,
nel regno delle madri
(non sfugge, la bellezza,
dimora, sosta, danza).

III
Parto indotto o realtà,
questo è solo un dettaglio.
In permanenza oscillo
tra il balzo all’utopia
e l’orrore tranquillo.

IV
E quella goccia non si perde e viaggia
e si trasforma: ogni replica è prima,
indica vie di fuga tra le quinte
o svela il ben celato sul proscenio.

V

Leggo la musica della pazienza,
talvolta inciampo sulle biscrome
e all’improvviso, ecco: cadenza.

VI

Come Parzival al primo tentativo,
ancora pecchi di acuta discrezione.
Il passo indietro nella lista d’attesa:
altre sportule reclamano attenzione.

Sale

Stanza tutta per me è un’espressione
che aggrinza le mie labbra ad un sorriso.
Di rimpianto, tu dici, tu che sai
che l’esclusiva sempre fu preclusa.

Invece l’ho trovata, l’ho inventata
in fogge disadorne eppure piene.
Due reti e un cassettone a soggiornare
con Il trono di legno e La ricerca.

Accolse una poltrona grande e lisa
gli esercizi sgraziati alla chitarra.
Ora è un ramo proteso di ligustro
a guidare lo sguardo, ogni risveglio.

Nelle sale remote puoi entrare
a patto di scostare le cortine
di sfondare i tramezzi in truciolato
di sopportare il peso d’esser sale.

Iris indaco

Tenue e tenace sogno solitario
iris indaco aroma della cerca
ombroso nella prole variopinta
bivio tra sensi desti e l’oltremare.

Ti invoco ancora e già torna la sera.
Distendo le narici rattrappite
da frenesie di smerci afrori spicci.
Aspiro e al fondo guidi l’immersione.

Tu rannicchiati dentro l’anagramma,
cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.
Pure ti scoveranno, non badare
alla torma dei cani, avido strazio.

Tommaso Urselli

14 gennaio 2021 by

 

 

Dalla sezione La lingua delle cose

 

Unidentified flying virus

È silenzio tra le mura di casa
(sembra casa nuova, invece è solo
nuovo assetto delle cose), tagliato
unicamente dal passare tetro
di ambulanze: chissà per chi? domandi
quasi a scongiurare possano essere
per me per te o per qualcuno che
conosciamo. Come se già l’umano
genere non fosse unito da un filo, ora
viene un virus a ricordarcelo: non
umano non animale, nemmeno
cellulare: unidentified flying virus.

 

Pensiero di pendolare modificato per forza di cose

Teste occhi parole: ogni giorno in treno
a quest’ora, un pensiero a mia madre.
Sono le 9. Ma non di oggi.

 

Lampadina

La lampadina che sta ferma e prega
per favore per favore non andartene
ancora un po’ fammi esistere, non
schiacciarlo quel bottone che mi fa morire,
esplodere in luce.

 

Dalla sezione Corpo-città

I

Che cos’è questa nebbia
questi occhi in mezzo alla nebbia
queste mani queste facce
che mi sembra di essere morto
in mezzo a pianure di parole tutte morte
in fila riposano
ridono sguaiate
si spogliano sgrammaticate
sono zoppe e s’impigliano
nel canale della gola
si tuffano con la testolina piccola piccola
dentro le vene e premono
contro la pelle premono
e vogliono uscire, segnare
tutta la geografia del corpo
scavare canali, crateri

 

Dalla sezione Dice Ipazia

 

Dice Ipazia

Sono già morta
almeno così sembra
o è tutto morto intorno a me:
la città
andata a fuoco
un teatro fatto a pezzi
la sua pelle, aperta:
e io sono viva
di una vita che non conosco
che non so dire
che non so ancora misurare

Di chi è la voce che dentro di me
ancora parla?
Chi sono io, chi siete voi: vivi che
vogliono diventare morti, morti
che vogliono diventare vivi?

Forse per questo siamo qui insieme
in questa terra di nessuno
in questo tempo che non c’è
io e voi come una stessa cosa:
per non dimenticare, dice Ipazia

Che quei punti, quei puntini di luce
sono i frammenti di un’unica grande
immagine senza tempo

Che questi suoni, queste note, sono parte
di un’unica nota più alta

Ma quale sia questa immagine
quale questa nota
non ci è dato per ora ricordare

E io ora vorrei solo morire
ma morire davvero, morire
tutta, dice Ipazia

Che i pezzi di me, ogni mia singola
parte ritorni al tutto
Tutti i numeri all’Uno
l’acqua dei fiumi dei mari dei laghi
alla sorgente, le curve
della spirale all’unica origine
alla madre che non ho conosciuto.

 

Dalla sezione Parole alle formiche

Figlio soltanto

Vorrei essere nave, scivolare
sopra l’acqua scura del naviglio
senza più la novanta da prendere
per tornare a casa e questa rabbia
di essere sempre soltanto
figlio.

Caduta

Da piccolo nel sonno
cado dal letto: ti
sei fatto male? chiede
mio nonno preoccupato.
Sono abituato
rispondo io da bravo
bambino insanguinato.

Alzati

Se sei per terra, alzati
se sei seduto, alzati
se sei in piedi, alzati.

Essere

Essere foglia
oscillante

essere bava
preziosa di lumaca

essere terra
coperta dei morti

essere essere.

Collezione di respiri

In fila ordinati etichettati in
barattoli trasparenti lucidati
dal più giovane al più vecchio i miei
respiri: i lunghi i brevi fino a quello
laggiù in fondo nato prima
di me, prima del mondo.

 

 

Tommaso Urselli è autore di teatro. In passato alcuni suoi componimenti poetici sono stati pubblicati e positivamente recensiti da Maurizio Cucchi su Lo Specchio de La Stampa. “Oggi ti sono passato vicino”, da poco pubblicata per Ensemble, è la sua prima silloge poetica; alcuni estratti sono pubblicati e recensiti sulla rubrica Bottega della Poesia per Repubblica Milano da Maurizio Cucchi e Repubblica Bari da Vittorino Curci, altri su blog e riviste online (Nazione Indiana, Atelier Poesia, Centro Cultural Tina Modotti, La Recherche, Estetica-Mente, Poesia Ultracontemporanea, Les fleurs du mal); la sezione “Parole alle formiche”, particolarmente apprezzata dal poeta Giuseppe Conte (sue le parole in quarta di copertina), è giunta finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2019.

Tra i suoi testi teatrali rappresentati e pubblicati: “Un vecchio gioco“ (La Mongolfiera Editrice; premio Fersen, Piccolo Teatro di Milano); “Boccaperta” (La Mongolfiera Ed.) commissionato da Teatro Periferico; “Ipazia. La nota più alta” (pubblicato da Sedizioni, e in e-book da Ledizioni nella versione inglese) su commissione di PactaDeiTeatri; “Il Tiglio. Foto di famiglia senza madre”, prodotto dall’autore in collaborazione con l’attore-regista Massimiliano Speziani (il testo, tra i vincitori del premio Borrello per la drammaturgia – e premio Fersen alla regia – è pubblicato sul n. 727 della rivista Sipario, in volume per La Mongolfiera Editrice, in e-book per Morellini Editore); su commissione del Festival Connections – Teatro Litta, Milano, scrive “In-equilibrio”; viene prodotto dal Teatro Litta il suo testo “Esercizi di distruzione. L’importanza di chiamarsi Erostrato” (pubblicato in volume per Edizioni Corsare e sul n. 758 della rivista Sipario; vincitore del premio Lago Gerundo); “Ma che ci faccio io qua” (Edizioni Corsare); cura con Renata Molinari e Renato Gabrielli la pubblicazione di “A proposito di menzogne – testi per Città in condominio”, L’Alfabeto urbano, Napoli; scrive inoltre “Canto errante di un uomo flessibile”, tra i vincitori del Premio Fersen per la drammaturgia e pubblicato da Editoria&Spettacolo; vince la prima edizione del premio Parole in scena per il teatro-ragazzi con il testo “La città racconta” (Edizioni Corsare); “Piccole danze quotidiane” (messo in scena al PimOff e presso la Triennale di Milano per il Festival Tramedautore, Outis); “La porta” (Festival Tramedautore, Outis; pubblicato da La Mongolfiera Editrice).

Blog: https://tommasourselli.wordpress.com/

 

Francesco Lorusso

7 gennaio 2021 by

[…] Cominciamo col dire che qui non si narra una qualunque vicenda esistenziale. Intanto perché il poeta ha capito da tempo che la sua vicenda, fin negli interstizi del quotidiano, non si discosta da quella degli altri uomini che abitano casualmente il suo tempo. Il poeta non cerca di consegnarci alcuna storia, non lotta per far sedimentare alcun romanzo. Il poeta è in quanto facitore di un linguaggio. Essenzialmente, sperimenta se stesso in quanto capace di riprodursi in linguaggio, di tramandarsi in parole oltre quell’intelligenza compiuta delle stesse a cui tanti (troppi) anche oggi vanno dietro. Il linguaggio che è in grado di generare attraverso l’esperienza poetica è la sua unità di misura, l’atto che certifica il suo essere nel mondo. Siamo dunque di fronte a una poesia che non ha l’esigenza di refertare il quotidiano (anche se di fatto lo fa, ma a ben altro livello), come è prassi consueta in numerosi (e agguerriti) poeti à la page. Qui non si tratta di produrre referti. Tantomeno di redigere proclami. Qui si tratta invece di pronunciare quel sé che in poesia è sempre sinonimo di inalterabile unicità, anche quando, più o meno consciamente o addirittura rivendicandolo, tende la mano all’altro. Ciò che compie questo miracolo, ciò che lo rende possibile, è il costituirsi del soggetto poetante in linguaggio, in forza primigenia che si lascia abbindolare, per qualche pagina, dalla parola, senza porre alcuna condizione. Naufraghi di se stessi, i poeti come Lorusso ritornano continuamente in mare aperto, anche a costo di es-sere addentati dai pescecani. La devozione al lin-guaggio che li attraversa e li ricrea ogni volta è to-tale. Tale che da tempo non osano autodefinirsi se non come suoi discepoli, adepti di una religione se-greta e immutabile che, tramite loro, si affaccia fra le stelle e le sfida.[…]

dalla prefazione di Giacomo Leronni

 

 

1.
Non ricordo cosa accompagnava il contorno
la precisa misura tagliata lentamente a filo
per quella retta identità del progetto solido
dove il singulto della luce si è alterato bene
proprio nel punto dove la sedia comoda stride
malamente congiunta alla linea marcata del muro
consonanze identitarie che sono state solo lette.

 

 

2.
Non ha corpo la ferita
il respiro regge i gradini
al possesso minimo dei passi
di una mezza mossa sbagliata
con l’aspettativa troppo breve.
Avverti il rilascio dell’olezzo viziato
adesso che ti richiamano le stanze
verso l’urto freddo della porta con l’aria
quando i tuoi giorni vagano con la notte.

 

 

3.
I nuovi fili radenti di grano
hanno dato fondo ai margini
alle sacche improvvise di gelo
dopo un rapido cambio di marcia.
Ritrovando il respiro sul portone
ora colmano la sera smisurata
che ti è passata lungo i fianchi
con la sua ricca borsa di pelle stanca.

 

 

4.
Rivolto nei tuoi occhi
ogni ipotesi soggiace
nella lunga luce dissuasa
che copre e perde i tratti.
Deposti sia l’impresa che il consenso
trova soluzione imperante l’esiguo
con il disagio e il cosmo
coesistenti come unico fondo.

 

 

5.
Le strade aperte sul petto delle camicie
ti ritrovano senza rughe sempre ramingo
in questo gioco di carezze e dolori
sono le case che si addossano fra loro
presso un incrocio intermittente
che solitario ci precetta e perde.

 

 

6.
Lambire gli atomi fragili
lungo i loro argini rugosi
nella ricerca in legame evoluta
da un flusso aperto con la terra
per l’equilibrio abile del tempo
che muta insieme al vento
il passo che rivolta la strada.

 

 

7.
Tutto il tratto si volta di scatto
tra le volute dei volantini lividi
mentre passa immesso nel suo ciclo
retto sul periodo sempre lineare,
con un battito ricorrente fra le case
quando l’evento sta sotto ampie ali
e si ritrova il suo silenzio pieno
nella essenza senza senso
che si percepisce sempre nei presenti.

 

 

 

Francesco Lorusso è nato a Bari, dove risiede, nel 1968.
Dopo gli studi di Conservatorio, si dedica all’atti-vità concertistica come solista e corista nei Teatri Lirici, affiancandola a quella di Maestro e di Diret-tore di Coro con diverse ensemble vocali.
In poesia, dopo aver ottenuto menzioni e ricono-scimenti nell’ambito di premi letterari, esordisce sulla rivista scientifica “incroci” (semestrale di let-teratura e altre scritture) con una densa silloge inti-tolata Nelle nove lune e altre poesie (Bari, Adda Edi-tore 2005).
La sua prima raccolta, Decodifiche, è pubblicata nel 2007 dalla casa editrice Cierregrafica (Verona) nella collana “Opera Prima”, con prefazione di Flavio Ermini. Segue L’Ufficio del Personale (Milano, La Vita Felice 2014), prefato da Daniele M. Pegorari e con una nota critica del poeta Vittorino Curci; il vo-lume si classifica secondo al 1° Premio Internazio-nale “Salvatore Quasimodo” di Roma nel 2015, e nel 2016, sempre a Roma, viene premiato con se-gnalazione alla VIII Edizione del Premio “Di Liegro”.
Nel 2016 è segnalata e premiata, fra gli inediti alla XXX edizione del Premio “Lorenzo Montano”, la silloge L’Ultimo Uomo.

La sua ultima pubblicazione, introdotta da una bre-ve nota del poeta Guido Oldani, è datata 2018 e si intitola Il secchio e lo specchio (Lecce, Manni Editori).
Al 2018 risale anche il tentativo di indagare la com-promissione fra spinta creativa e attività lavorativa extraletteraria che prende forma in un poema com-posto a quattro mani con il poeta (e collega) Mauro Pierno, apparso, su invito dei condirettori, sulla rivista “incroci”, con il titolo 37 Pedisseque Istruzioni.
Con il musicista Franco Degrassi sonda campi spe-rimentali e di contaminazione tra musica acusma-tica e poesia producendo lavori come la recente installazione Decodifiche2 (2019), avente come “base” l’omonima raccolta poetica del 2005, realizzata presso la Biblioteca Civica del Comune di Bari e in librerie specializzate.
Sue poesie e letture critiche sono presenti nelle principali riviste e nei più importanti lit-blog nazio-nali.
Molti e di rilievo sono i critici e gli autori che si so-no interessati alla sua poesia e ne hanno scritto.
Si dedica ad attività di divulgazione culturale e di volontariato dirigendo gruppi corali legati alle U-niversità Popolari e della Terza Età e con perfor-mance di lettura improvvisata. Dal 2008 fa parte del Comitato Scientifico della collana poetica “Opera Prima” della CierreGrafica.

Claudia Zironi

12 dicembre 2020 by

 

              

Not bad

recensione di
Luigi Paraboschi

Il nuovo libro di Claudia Zironi, uscito  con Arcipelago Itaca Edizioni, con prefazione di Francesco Tomada, è decisamente bello, ricco di sfumature,  tocchi di bravura, annotazioni psicologiche, riflessioni amare e chi, come me, ha seguito questa autrice fin dagli inizi si sente di dire che è il proseguimento dei tanti temi che Claudia Zironi ha affrontato nei lavori precedenti,  e ora  lo fa con un occhio ancora più dilatato su ciò che essa pensa di se stessa e della vita.

Dall’ opera precedente alla attuale, -“Quando si spegne il cielo“ del 2019- riprende qualcosa che inserisce in questa integrandola come prima sezione delle quattro che costituiscono quella in esame,

“…non ci sarà giudizio né rinascita, le pietre/ non ricorderanno una parola di Albanese né un solo verso di Dante/ di Montale, di De Angelis o di Arminio Franco, chi ha abitato/ la laguna e l’Amazzonia, chi ha comprato l’ultimo esemplare di Ferrari./ poi anche i vermi si estingueranno e tutto tornerà alla perfezione //

 

ovviamente, non si può pensare che un autore cambi d’improvviso la propria visione del mondo, infatti in questo nuovo lavoro scrive :

 

”…da domani non ci riconosceremo/ come umani: macchine, automi, calcolatori./ parleremo di sogni, forse, ma senza crederci/ davvero…/ solo resterà questo senso/ del condizionale passato, tempo andato…”

Il suo  è un occhio pieno di desiderio di libertà, di “…partire verso sud/ …partirò per l’isola/ su una barca silenziosa…”, un occhio non più bisognoso di alcun desiderio, tranne  poi smentirsi più avanti ove troviamo “di cosa hai bisogno – mi chiedevi…” e dopo alcune soluzioni o proposte di aiuto fa concludere il suo interlocutore con questa domanda : “o forse hai bisogno di un mio sguardo, di una carezza?”.

 

L’eterna insoddisfazione che contraddistingue tutti noi riempie il cuore dell’autrice di contraddizioni continue, al punto di scrivere  quasi rispondendo all’amica e consorella Silvia Secco, in questo modo:

libera nos a malo. libere/ siamo, libere, dalla carne/ e dall’anima. libere dai suoni/ dai canti e dalle voci…”

 

Questo bisogno di essere liberata dal male assume in molti lavori la dimensione di invocazione, a volte dolce a volte rabbiosa ma sempre avvolta dentro la tristezza e “le insicurezze dell’eterna adolescente“ che la spingono nella stessa poesia a questa invocazione ”mi si prenda e basta, senza incertezze/ dandomi temporaneo, incondizionato Amore.“ e in quel verbo “prenda“ si sente chiaramente un bisogno di fisicità che immagina espressa da un caldo amante con le parole “- amami, amica mia./ ferma il tempo, fammi duro/ tronco a cui avvinghiarti, cura/ l’insano desiderio dei tuoi baci, diventa sale/ e lingua e carne, appaga/ la tua voglia di bermi goccia a goccia”.

In altra ancora sentiamo affiorare la malinconia  e il bisogno di condivisione che si fanno  strada osservando  una serata di nebbia della bassa:

“ …resta solo/ una specie di malinconia, la voglia/ di un amore già incontrato, di baci/ caldi, di un letto sfatto, con una donna/ che tanto abbia pianto” e qui la consolazione, la comprensione, la condivisione sembra che possano essere solamente fornite da un animo femminile che “abbia pianto“, e mi viene da dire che sento riecheggiare in Zironi i suoni  di un certo animo di Pascoli altrettanto sensibile al tema degli affetti

Non si può non leggere nei versi di questa raccolta l’esigenza spasmodica di un aggancio di qualsiasi tipo o genere, la ricerca di un appiglio per tenersi a galla quando vediamo:

tienimi come riparo/ davanti a un cielo così immenso/ senza memoria e senza confini/… tienimi con te nella caduta/ conferita alla nascita…/ tienimi stretta/ tra la rabbia e la paura./ tienimi come il sorriso/ di un giorno migliore”

 

Queste invocazioni sembrano non toccare l’orecchio cui erano destinate, si scontrano con una sorta d’indifferenza, di incomprensione che generano a loro volta una macerazione interiore che incide l’anima dell’autrice.

Procedo per gradi nell’estrapolare qualche breve riflessione su quella che mi sembra un grande delusione amorosa, e trovo

mi hai insegnato l’impotenza, l’inutilità/ della parola, quanto sia vana la poesia./ la mistica del segno, un risonare di mondi/ inesistenti, dare il nome alla creazione/ e chiamare ad alta voce ogni pensiero/ non avvicinano al divino né all’amore.“,

Tutto l’amore mal indirizzato è spiegato:

per ogni lacrima che verso ti auguro/ dieci anni felici finché sarai più vecchio/ del mondo e felicemente solo/ racconterai alle api e ai monsoni/ la leggenda di chi, con il dolore, ti ha reso/ felice in eterno.“

L’amarezza di una storia andata male esce con dolore da questa

“il giorno della tua morte indosserò/ abiti consoni, una faccia contrita/ modi di circostanza/ spero che non piova/ per non rovinare la messa in piega/ che non ci sia fango e non faccia troppo/ freddo, che sia una giornata normale/ senza sole né gloria, adatta/ all’occasione. il giorno della tua morte/ qualcuno mi avviserà, senza sapere/ qualcun altro mi chiederà come mi sento/ ma credo che non risponderò, non dirò/ niente, tratterrò le lacrime e/ mi darò un contegno. il giorno/ della tua morte comprerò dei fiori/ e li metterò in un vaso, sopra la finestra/ racconterò a loro tutto quanto: tutto quello/ che non sei mai stato.”

 

Tuttavia non è cosi facile dimenticare “ciò che non sei mai stato“, e la tentazione di ricominciare talvolta è forte, infatti:

…sarebbe bello ricominciare/ immaginarci differenti, sorridere al pensiero/ di vederci, di nulla chiedere e insieme andare/ verso un quieto viale del parco a cercare/ le nate margherite.”

La lettura di questa raccolta, da me ordinata secondo una mia logica di pensiero che non ha seguito la presentazione seguita dell’autrice, si conclude con un gruppo di poesie che definirei “tragedia dell’apocalisse“ nelle quali sembra confluire tutto il condensato, la delusione, il disgusto, l’amarezza, per questo nostro mondo e modo di vivere che non lasciano alcuno spazio alla speranza, ove anche la cultura non è sufficiente:

so quel che c’è da sapere, ore e ore/ di parole, anni di inutili dati/ racconti miei importanti svaniti/ …che vorrei/ non avere mai sentito, che non posso/ cancellare, nemmeno se chiudo gli occhi/ nemmeno quando si spegne il cielo.”

Per celebrare la fine di un anno questi versi ci lasciano sentire ancora una volta quanto grande sia il bisogno di amore che scaturisce da questa raccolta:

”… la fine di un altro anno sulla terra/ dove cerchiamo giorno per giorno di lenire/ il terrore della primigenia creazione, di viverne/ altri trenta, inutili, da sconfitti./ e qualcosa ci lascia -/ la capacità di scrivere d’amore.“

 

La conclusione la lascio ad un poesia che dal titolo stesso racconta già tutto il significato e la filosofia di Zironi, infatti si intitola in inglese “hole in my soul“ e di buchi nell’anima di questa artista ne abbiamo trovati molti, ma non rassegniamoci ancora a perdere  la speranza che in un modo o nell’altro essi possano essere riempiti con l’amore che le è mancato:

 

perché in fondo come si definisce un buco?/ciò che non è pieno, un vuoto, un tronco cavo/un nido abbandonato, l’abisso, il pozzo, il gorgo/che tutto inghiotte, nero e dirompente nello spreco/illusorio e fallace, della vita, il viaggio senza destino/della luce, che parte e non si sa dove si frange/dove riposa come buio, con tutti i suoi colori/ai margini del tempo, la mancanza/di progetti e aspettative appigliati a un domani/che non ci appartiene, la resa della terra/e del muro e di ogni altra nobile materia/alla sua asportazione dal contesto, il silenzio/che ci chiude anzitempo nella tomba, il lutto/della memoria, la demenza, la follia, l’oggettiva/inefficacia della perseveranza, l’archiviazione/di ciò che avremmo potuto e non è stato, un passaggio/dal perimetro regolare o frastagliato, un foro.

 

Alcune poesie da Not bad

 

 

Dalla sezione I Quando si spegne il cielo

 

 

io ho una gemella siamese, ci hanno detto

che siamo indivisibili e dovremo

passare tutta la vita insieme. io

ho il fegato e un rene, bocca e stomaco

sono in comune, il cervello è equamente

ripartito: lei è quella che guarda le nuvole e ci vede

bambini alati e cavalli colorati, è quella

che scrive le poesie. sta invecchiando

più velocemente di me, lei è quella che

possiede il cuore. so che un giorno

se ne andrà per prima e a me resterà

qualche momento ancora per capire

come si muore.

 

 

Dalla sezione II Not bad

 

 

# happy days

 

scrivo dalla terra degli alberi

spogli e delle notti senza stelle

perché lì è la bellezza che cura

amorevole, materna. in silenzio

le piccole aracnidi nell’ambra

conservano ogni storia accaduta:

sfilano le sorelle, gli amici, i figli

tutti i padri perduti nei millenni

in una lenta processione di ombre.

scrivo dalla terra dei folli

da quella degli amori mancati

dove si soffre senza invecchiare e

si prega il dio dei ricordi

affidando le parole a una rete.

qualcuno in ascolto testimonierebbe

che non c’è fallo nella rinuncia.

nessuna luce, nessun movimento

una tiepida quiete nel cosmo.

 

 

Dalla sezione III Nuda carne

 

 

c’è un silenzio che sembra quando nevica

e ci si aspetta un miracolo dalla notte

fuori dalla finestra, si trattiene il respiro

scostando la tenda, si tace

davanti a tutto quel bianco.

c’è un silenzio che sembra

che le stagioni siano sospese

e la primavera fuori di qui

non stia per arrivare.

c’è un silenzio che sembra

che non siamo mai nate

come se fosse la prima notte del mondo

e fossero le stelle a tacere stupite

fuori dal tempo.

c’è un silenzio che sembra una tomba

come fossimo morte

e non mancassimo a chi amavamo.

c’è un silenzio che sembra

una condanna

da scontare come una quarantena

così inevitabilmente sole.

 

 

Dalla sezione IV Il ritorno degli uccelli

 

 

il nostro tempo ha le ali grandi

vola rasente acqua e le batte con calma

con cadenza precisa. l’acqua che sfiora

non è mai la stessa: benedice il mutamento

santifica il gioco. solo una volta nella nostra vita

interrompe il volo.

 

 

Claudia Zironi opera dal 2012 con l’associazione Versante Ripido della quale è uno dei fondatori e Presidente e collabora con altre realtà che promuovono poesia, arte e cultura. Fa parte della redazione della rivista Le Voci della Luna. È alla sesta pubblicazione poetica delle quali Eros e polis è stata riproposta in USA in traduzione di Emanuel Di Pasquale (Xenos Books, 2016). Del 2019 l’antologia a cura di Sonia Caporossi: Claudia Zironi – Diradare l’ombra – antologia di critica e testi – 2012-2019 (Marco Saya Edizioni). Appena uscito il suo libro di poesie: Not bad (Arcipelago Itaca, 2020).

 

 

Raffaela Fazio

4 dicembre 2020 by

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poesie da “A grandezza naturale. 2008-2018” (Arcipelago Itaca, 2020), libro vincitore del Primo Premio per la poesia edita della XXXVI Edizione del Premio Nazionale di Poesia Caput Gauri.

 

È forse un dissacrare
la forza dell’incontro.
Rivoluzione d’aria, complotto
di correnti
tra braccia conserte
che fa scattare il moto
verso il gesto che ieri
era ignoto.

***

Mi disse un saggio

Per anni in me ho curato l’aderenza:
paziente somiglianza
al centro equidistante
immoto. Un caso però
la trafittura, la sorpresa.
Nell’acqua limacciosa
non fu il loto bianco, ma la serpe
che risvegliò guizzando
il senso
l’andatura.

***

Ci nomina l’azione
e ci conforma
˗ spinta
e tratto liminare.

Ma il risveglio
non è solo il commiato dalla notte:
è l’abbondare
di là da quel momento.

Così il senso
trabocca
dalla parola detta
(nel suo incessante corso).

E soprattutto
l’amore eccede il fare
e anche il suo farsi.

***

Controluce

La vita appare
a grandezza naturale
se emerge il Fuoriposto e si fa ingombro
come macchia scura contro il sole:
risuscita i contorni
nascosti fino allora
nella dismisura della luce
(cresce la forza
grazie all’espansione
di ciò che all’improvviso la confina)
e nel momento in cui
fa quasi male
ci libera la vista sul reale.

***

Verbum loci

Vieni e vedrai.
Non potrai farlo prima
da qui, dall’acquis
col bordo a fiorami del pensiero
che sporge solo un po’ dal davanzale.
Scendi. Vieni.
Vieni e dirai.
Perché è la geografia della parola
che l’invera.
Lo spazio crea il verbo che gli è proprio
(ricordi dove piano dissi “ti amo”?)
come ogni spezia è tesa
al suo profumo.

***

Si leva il giorno:
si fa accadimento.
Io ti aspetto
come il muro che ricorda il sole
e inganna con l’ombra
il suo spostamento.

***

Risuscita il profumo da un istante
e da un profilo a distanza
lo sparo
d’inattesa somiglianza
che snida chiassose dai rami
le cose che temi o che ami.

***

Esercizio

Sono qui (come una volta a scuola)
a scomporre il difficile
in più innocue parti.
E sbaglio.
Invece di scindere il dettaglio
arto per arto, dovrei scavalcare
il cadavere riverso

non prenderti
parola per parola
ma uscire incontro al fuoco
saltando tutto il verso.

***

Il paradosso

Essere un niente, un soffio
eppure esserlo
a ogni costo.

Per lascito
un’accordatura che invoglia
alla prova.
Ad altri
riesce meglio la nota, la vita

ma non c’è delega
in questo:
cadere, rialzarsi
scrollare il basto
e soprattutto amare
scordare il resto.

***

Radura

Diradarsi:
questo forse il destino di ogni uomo
quando rimane in vista
una cosa sola contro l’orizzonte.
E offrire
proprio quella al mondo e al cielo
come a un padre si offre
la fronte.

***

Sillabare.
Quando si crede che la linea è finita
bisogna ricominciare.
Imparare di nuovo
a lasciarsi cadere
sulle labbra il suono.
E poi leggere le cose
a voce alta, vedi
perché si alzino in piedi.
                          In punta di piedi.

 

Raffaela Fazio è nata ad Arezzo nel 1971, dove è rimasta fino al conseguimento della maturità. Ha trascorso dieci anni in Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera e Belgio, laureandosi in lingue e politiche europee all’Università di Grenoble, e specializzandosi presso la Scuola di Interpreti e Traduttori di Ginevra. Rientrata in Italia, si è stabilita a Roma, dove lavora come traduttrice. A Roma ha ottenuto un diploma in scienze religiose e un master in beni culturali, alla Pontificia Università Gregoriana. Nel campo dell’iconografia, ha pubblicato: Face of Faith. A Short Guide to Early Christian Images (2011). Entro la fine del 2020 è prevista l’uscita di un’altra guida: “La corona che non appassisce. L’escatologia nella scultura funeraria dei primi cristiani” (Contatti, 2020). È autrice di vari libri di poesia. Tra gli ultimi: L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015) con prefazione di Paolo Ruffilli; Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017) con postfazione di Francesco Dalessandro; L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice, 2018) con prefazione di Francesco Dalessandro; Midbar (Raffaelli Editore, 2019) con prefazione di Massimo Morasso; Tropaion (Puntocapo Editrice, 2020) con prefazione di Gianfranco Lauretano e postfazione di Sonia Caporossi; A grandezza naturale. 2008-2018 (Arcipelago Itaca, 2020) con prefazione di Daniele Barbieri. Di prossima pubblicazione: La meccanica dei solidi (Puntoacapo Editrice, 2021) con prefazione di Paolo Ruffilli e postfazione di Giancarlo Pontiggia. Si è occupata della traduzione di Rainer Maria Rilke, le cui poesie d’amore sono state raccolte in Silenzio e Tempesta (Marco Saya Edizioni, 2019). Una selezione di poesie tradotte di Edgar Allan Poe uscirà nel 2021, sempre con Marco Saya Edizioni (Nevermore. Poesie di un Altrove).

 

Anna Maria Curci

27 novembre 2020 by


Anna Maria Curci, Opera incerta.
dalla Postfazione di Francesca Del Moro, L’arcolaio 2020

 

Il viaggio dantesco di un cuore pensante

Se ogni opera letteraria è in qualche modo apparentabile a un viaggio, in quanto invita il lettore ad attraversare ed esplorare un percorso tracciato dalla scrittura, ciò vale in particolare per questo nuovo lavoro di Anna Maria Curci, in cui sono molteplici i riferimenti a un cammino, da svolgersi sotto il segno della pazienza e dell’ascolto. Il concetto di attraversamento viene evocato fin dal componimento di apertura da cui prende il nome la prima sezione, Barcaiola, che da un lato ci fa pensare all’inizio del viaggio dantesco (e Dante è un riferimento costante nel libro), dall’altro lascia affiorare il sorriso luminoso del barcaiolo Vasudeva che insegna a Siddharta a porgere orecchio al fiume. Così, fin dall’inizio Anna Maria si dispone e invita il lettore a prestare attenzione, a cogliere l’impercettibile, cadenzato bisbiglio del remo, basso continuo che scorre sotto la melodia dei versi.
“Su questo interroga il fiume, amico. Guarda come ne ride!” raccomanda Vasudeva a Siddharta e in queste pagine il sorriso è fedele compagno all’autrice e al lettore. Manifestazione esteriore di una serena consapevolezza, si muta solo a volte in riso aperto, sferza dell’ironia che, se qui risulta forse meno graffiante che in altri testi dell’autrice, nondimeno rimane prezioso strumento di indagine e smascheramento.
Torna in questi versi, come altrove (ad esempio in un ciclo di haiku inediti), il tema del guado come “condizione permanente”, un passaggio che prende corpo nell’incedere sghembo del granchio, spiazzante per chiunque prediliga le vie più dirette ma in sintonia con i cicli della natura e capace di superare gli ostacoli fino a raggiungere la meta. “Non ho fretta” si avverte nella chiusa di una delle poesie della prima sezione, invitando a rallentare il passo, a fare tesoro dell’attesa.
[…]
Non si può prescindere dalla storia per aguzzare il proprio sguardo sul presente e in questo senso Anna Maria sembra far proprie le parole, evocate in una delle poesie del libro, che l’amatissima Cristina Campo scrive a proposito di Gottfried Benn, autore di scritti andati al rogo nel quadro delle persecuzioni nazifasciste: “Imperdonabile Benn, che afferma non dover essere il poeta lo storico del proprio tempo, anzi il precursore al punto da ritrovarsi di millenni alle spalle di quel tempo, l’antecessore al punto da poter profetare dei più lontani cicli avvenire”.
Anche Anna Maria è un’autrice imperdonabile, che rifiuta di essere complice o passiva testimone del suo tempo, che rifugge l’evasione (“cocciutamente sai che non è fuga”) ma fa della sua poesia memento storico per spingere oltre il suo sguardo sul presente, non per registrarlo semplicemente ma per poter agire su di esso avendo ben chiara la lezione del passato […]. Dietro i fatti della Storia ufficiale, va alla ricerca di storie umane note e meno note, ne ricorda i nomi, facendo brillare la luce del coraggio, dell’amore che resiste all’orrore.
Ed è proprio in questa chiamata alla testimonianza, nella vocazione a parlare per conto di voci dimenticate o che rischiano di spegnersi che risiede il senso ultimo della scrittura, il valore e assieme la necessità di un percorso quale è quello su cui Anna Maria si interroga e ci interroga. Il percorso etico ed estetico compiuto da un “cuore pensante”, definizione che utilizza nella sua prima raccolta e che racchiude in sé la capacità della poesia di pungolare intelletto e sentimento per diventare, nelle sue parole, “pegno d’incanto, balzo, testimone”.

Francesca Del Moro

 

 

Dalla sezione Barcaiola
                 
               

Del passaggio

Del passaggio non so,
tu affine anima mia,
meandri e pieghe e anse.

Lo slancio riconosco,
la luce tende braccia,
non si fa definire.
                           
                       

Dalla sezione Opera incerta
                       
                
Atlantina

innaffia i tuoi sensi di colpa
piega la schiena
fustiga le reni

non basta ancora dici
e gonfi il petto
però con quello non trascini pesi

pensavi di aver fatto un buon affare
allo spaccio dei miti senza occhiali
scambiasti per la bella corridora un ricurvo complesso
                           
                         
                   

Dalla sezione Mnemosyne
                    

Angelos

Parla per me. Mi giunge questa voce
dal limbo dei ricordi seppelliti.

Parla per me. Strizzo l’occhio. Non vedo.
Da quanto tempo è in pausa la memoria?

Parla per me. Scorgo infine la cuffia
legata al mento e i fiori sgargianti.

Parla per me. È lei che ci ha salvati
in un giorno di giugno. Affogavamo.

Parla per me. Quel giorno tu gridavi
bambina per te e per tuo fratello.

Lei è tornata insieme al suo compagno.
Ci portarono a riva. Comparsi solo un giorno.

Parla e racconta che mai abbiamo smesso
di provare a salvare. Ancora non capisco.

Parla e racconta di imprese disperate.
Eravate due bimbi e due soltanto.

Cosa vuole da me l’apparizione
in costume da bagno anni settanta?

Tu fammi proseguire. Da quel giorno
non abbiamo lasciato il mare mostro.

Quale tributo è ancora da pagare?
Lei scruta il fondo azzurro e mi previene.

Due soltanto eravate, ricorda!
Due bimbi che giocavano, rammenti?

Rammento con memoria intermittente.
Che cosa c’entra mai con la Memoria?

Sono migliaia adesso e non per gioco.
Tuffarsi per salvare più non basta.

Lo schiaffo arriva. Perché ha detto ‘mostro’?
Non più il rassicurante “Mare Nostro”?

Li rovesciano a mucchi, il mondo applaude.
Su canti d’elegia ghigna l’orrore.

Parlo per lei per noi che sconteremo
mani a premere teste giù nell’acqua
il lezzo criminale dei proclami
e la complicità che allaga il male nostro.
                                
                  
                      

Dalla sezione Di tanto azzurro


Quiet breathing*

E sogni dolci,
fiato quieto a nutrire
la resistenza.

E sempiterna
sia la gioia del vero
né mai sospesa.

* da un passaggio in: John Keats, Endymion

 

 

Nata a Roma nel 1960, Anna Maria Curci insegna lingua e cultura tedesca in un liceo statale. È nella redazione della rivista “Periferie”, diretta da Vincenzo Luciani e Manuel Cohen; per il sito “Ticonzero” di PierLuigi Albini ha ideato e cura la rubrica “Il cielo indiviso”. Ha tradotto, tra l’altro, poesie di Lutz Seiler (La domenica pensavo a Dio/Sonntags dachte ich an Gott, Del Vecchio 2012), di Hilde Domin (Il coltello che ricorda, Del Vecchio 2016) e i romanzi Johanna (Del Vecchio 2014) e Pigafetta (Del Vecchio, di prossima pubblicazione) di Felicitas Hoppe.
Ha pubblicato i volumi di poesia Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015), Nei giorni per versi (Arcipelago itaca 2019).
Insieme a Fabio Michieli è direttore, caporedattore ed editore del lit-blog “Poetarum Silva”.