Annalisa Rodeghiero

7 dicembre 2019 by

[…]… “la poesia è un andare oltre, è una realtà” altra”. E’ un modo di sentire più che un modo di pensare, esplorando i recessi profondi dell’anima, è un ponte tra il dicibile e l’inesprimibile, tra il sensibile e l’insondabile” Annalisa Rodeghiero

inediti

 

I

 

L’origine stava nel nome pronunciato

come un’eco ridondante

sotto le vertebre – se le vertebre

s’erano incurvate a trattenere l’anima

che non volasse troppo in alto, era

nella fisiologia del sostegno,

stretta la carne nell’evoluzione.

Ma l’anima- almeno l’anima

sentivo svincolata dai confini,

l’anima sapeva la sua rivoluzione.

 

*

 

II

 

A lungo ho cercato nelle radici

intricate del sottobosco il senso-

ho offerto il fianco di resina al tronco

nello svincolarsi dell’alba dai sassi.

Senza misura sono risalita

incontro alla neve copiosa di promesse

mantenute nel mese più breve-

ho ascoltato ogni sua verità nel palmo.

La verità si rivela nel palmo.

 

*

 

III

 

Tuttavia ci vedevano vivi e non sapevano

né mai sapranno l’afasìa di certe notti

senza dorsi di luce sulla nuca

né tu mi dirai domani al risveglio

il nome, il nome io non ti dirò- non lo sentiranno

le madri e i figli dormiranno un sonno rispettato.

Come fossero, dei semi, l’ultimo.

E mai si arrende in noi questo volare inquieto.

 

*

 

IV

 

In fondo siamo noi a decidere le altezze

come fosse lecito dare dimensione all’anima,

corso al fiume o all’argine perimetro.

Così, oltre la tenda

si svelerà straniera terra -né mia, né tua –

nel volo incompleto delle tortore.

Appagato interamente- solo il bisogno minimo,

un colloquio di respiri sulla fronte.

 

*

 

Annalisa Rodeghiero è nata ad Asiago e vive a Padova dove si è laureata in Scienze Biologiche.
Ha pubblicato Percorrimi tutta (Art&print 2013), Di spalle al tempo (Venilia Editrice di Natale Luzzagni, 2015 con prefazione di Stefano Valentini, Versodove (Ed. Blu di Prussia, 2015 con prefazione di Nazario Pardini) e Incipit (Ed. Stravagario 2019 con prefazione di Giacomo Vit), tutti premiati in prestigiosi concorsi nazionali e internazionali.
Ha ottenuto numerosissimi riconoscimenti anche con l’inedito rientrando spesso tra i vincitori.
È presente con altri autori in Antologie di prestigio: Leucade Antologia poetica a tema IL PADRE di Nazario Pardini, Il segreto delle fragole 2018 Agenda Poetica (LietoColle), Lunario in versi (11 poeti italiani) iPoet 2018 di LietoColle, Antologia proustiana Una notte magica, magie e cunicoli spaziotemporali di La Recherche curata da Giuliano Brenna e Roberto Maggiani.
Sue poesie e note critiche di testi sono contenute nel IV volume “Lettura di testi di autori contemporanei” curato da Nazario Pardini.Collabora con riviste letterarie nazionali cartacee e on line con note critiche e testi poetici.

Stefano Vitale

25 novembre 2019 by

Stefano Vitale. Una degustazione poetica.

La saggezza degli ubriachi, La Vita Felice, Milano, 2017

La saggezza degli ubriachi. E non può non scattare un déjà lu con il noto proverbio latino su cui anche Orazio non esitò a pronunciarsi. In vino veritas. Secondo il poeta lucano l’ebbrezza mostrerebbe «le cose nascoste». Quando i freni inibitori si allentano, grazie all’azione distensiva dell’alcol, pensieri, fatti e verità custoditi e occultati dalla sobria coscienza potrebbero essere rivelati. Più oculata mi pare l’interpretazione di Erasmo da Rotterdam che distingue «l’ubriachezza sfrenata», che tende a falsificare la corretta visione della realtà, dalla «moderata ebbrezza» che «elimina la simulazione e l’ipocrisia».

                        E in tutto questo come si colloca la saggezza, ossia, etimologicamente, l’avere senno? Stefano Vitale sembra suggerircelo facendo «luce» (di certo il sostantivo più gettonato della raccolta), con la torcia del fuoco poetico, sui confini, interiori ed esterni, tra zone luminose e zone in ombra. Tra i versi serpeggia un quesito che da secoli accompagna l’uomo pensante: chi stabilisce la soglia tra verità e possibilità? Credo che ognuno, nel quotidiano, tessa il proprio velo di Maya e viva, candidamente, nel migliore dei mondi a lui possibili. E come ben sa il nostro poeta, questi mondi sono investigabili con l’ausilio di strumenti complementari, tutti indispensabili e di pari dignità: il raziocinio, l’intuito, la percezione sensoriale. Per l’indagine, sia dentro che fuori di noi, il metro non cambia, la realtà è talmente intrisa del nostro punto di vista da diventare specchio deformante. Specchio… altro sostantivo che, non a caso, compare e ricompare nelle liriche di Vitale, come a ricordarci che tra riflessi e proiezioni siamo comunque sempre davanti a noi stessi. Anche offuscati, anche sviati dai fumi di Bacco, i nostri stessi occhi non ci perdono mai di vista.

              Ho letto La saggezza degli ubriachi tutta d’un sorso, avvertendo un clima di grande convivialità, tra effluvi di visioni e parole corpose. Ho immaginato il poeta nelle vesti di un oste che con estrema competenza mesce figure e sonorità, ottenendo un bouquet di note così equilibrato da far credere che non ci possano essere annate più soddisfacenti per il palato.

            Durante i Moments musicaux ho pensato a Stefano anche come a un direttore d’orchestra che, gesticolando sulla carta con precisione chirurgica e spargendo armonia sul rigo, dirige un ensemble capace di riempire la sala di una luce melodica. Il tutto in un ambiente intimo, curato, in cui il lettore-ospite, coccolato dalle note suggerite dal padrone di casa, con in mano un calice di poesia, assapora il tempo senza dimensioni di cui è impregnata l’aria.

            Dinnanzi alla poesia di Vitale si sta in bilico tra la sorpresa e la rassicurazione, tra la feroce lucidità e la pietas senza retorica; si annusa l’onestà d’animo e di pensiero, ci si sente parte della stessa squadra di maratoneti dell’esistenza. Vivere è trattenere rabbia e abbagli, ma forse la liberazione è a portata di pasto, galleggia in quel calice di vino condiviso con gli ubriachi che ci portiamo dentro. Quindi sì, in vino veritas, perché il vino è sangue e la verità si nutre del sangue della vita.  

            Un’opera da portare ogni giorno con sé, sul ring.

                                                                                              Gabriella Montanari

Da « La saggezza degli ubriachi »

Vivere e trattenere rabbia e abbagli

chiudere loro il campo

che non facciano altro scempio

e andare oltre il vino versato

il bicchiere frantumato, la giacca macchiata,

la parola sbagliata, il mazzo di fiori dimenticato,

le mele lasciate marcire.

Siamo fatti della stessa materia dei nostri sbagli

distratti da una mano invisibile

che rovescia il respiro

nella torsione dell’attimo sgrammaticato

in cui precipitiamo trascinati per il collo

a una festa d’ubriachi.

****

Cosi giriamo in tondo

ritti sulla nostra rotta

di un viaggio storto in cerchi di giostra.

Nuvole basse e grigie

ci accompagnano da lontano

ventre d’acqua che ci ha generato

e dove torneremo svaporando

rapidi e silenziosi

come questo sangue scuro

che intanto macina nelle nostre vene

e agita le nostre sere.

****

Luce sempre più scura

più dura, luce che

s’è fatta bianca

e fredda

qua dove

nel triste notturno passo

la citta muta

mastica l’amaro gusto

del suo sasso

e lenta scivola

in un boato di silenzio.

****

Cadono in una voragine

di fuoco e di ghiaccio

i miti di questa nostra terra

angolo d’universo fortunato.

Altrove infuria la burrasca

il gelo sulla faccia brucia come lava

ma restano piccoli pensieri,

sorgente e pane ai margini del sonno

dolente canto senza smania di vendetta

perché siamo figli di un destino comune

sapienza senza tempo in vortici di luce.

Come pastori erranti alziamo lo sguardo

verso le stelle, manto di leopardo,

notturno continente che tutti ci racchiude.

*****

Stefano Vitale (1958), nato a Palermo, vive e lavora a Torino.

Nel 2003 ha pubblicato (con Bertrand Chavaroche e Andy Kraft) la plaquette Double Face (Ed. Palais d’Hiver, Gradingnan, Francia, nel 2005 Viaggio in Sicilia (Libro Italiano, Ragusa), Semplici Esseri (Manni Editore, Lecce).  Per le Edizione Joker ha pubblicato Le stagioni dell’istante (Prefazione di Mauro Ferrari, 2005) e La traversata della notte (Prefazione di Giorgio Luzzi – 2007).   Nel 2012 ha pubblicato Il retro delle cose (presso le edizioni Puntoacapo (Prefazione di Gabriella Sica).Nel 2013 per PaolaGribaudoEditore la raccolta di poesie “Angeli” (con illustrazioni di Albertina Bollati) che ha dato vita ad uno spettacolo di teatro-danza andato in scena al Teatro Astra di Torino il 12 maggio 2014. Nel 2015 ha curato (con Maria Antonietta Maccioccu) la raccolta di poesie “Mal’amore no” edito da Se Non Ora Quando. Nel 2016 ha partecipato alla mostra del pittore Ezio Gribaudo “La figura a nudo” con 24 poesie pubblicate in mostra e sul catalogo.   Nel 2017 ha pubblicato presso l’editore “La Vita Felice” la raccolta “La saggezza degli ubriachi”. Le sue poesie, oltre a ricevere riconoscimenti in numerosi premi, sono pubblicate in riviste  e antologie. Sue poesie tratte da “La saggezza degli ubriachi” sono tradotte in inglese sul “Journal of Italian Translation” (2019) e sul sito Italian Poetry (2018). E’ presente in Ossigeno Nascente. Atlante dei poeti contemporanei sul portale di letteratura  griseldaonline  dell’Università di Bologna oltre sul sito internazionale Italian Poetry diretto da Paolo Ruffilli. Appassionato di musica, ha collaborato con l’Accademia di Musica di Pinerolo ed è Direttore Artistico dell’Associazione Amici dell’Orchestra Sinfonica della Rai. Giornalista pubblicista, scrive sul www.ilgiornalaccio.net occupandosi delle rubriche critiche dei libri di letteratura e di poesia nella rubrica “Oggetti smarriti”.

Dalla prefazione di Alfredo Rienzi

…..È una esperienza feconda per il cercatore – di poesia e di vita – incontrare la parola di Stefano Vitale o rincontrarla in questa nuova raccolta, che prosegue nel solco più autentico e, in quanto tale, più sofferto quella poetica che verso a verso, passo a passo, tempo su tempo si è andata delineando nelle precedenti raccolte…. Stefano Vitale ha sempre avuto il pregio della chiarezza: non quella banalizzante o didascalica di facile arredo, ma una chiarezza caparbiamente raffinata e secreta. Ha lavorato con tensione e attenzione sull’occasione poetica, sulla materia sorvegliata del verso, del suono, della parola…

…. La fluidità del dire, la sobria eleganza dei componimenti, le calibrate assonanze e la compiutezza sintattica fanno sì che l’invito di Stefano Vitale alla lettura risulti agevole da accogliere. Sulla via percorsa dal poeta, impegnativa e sincera fino alla nudità, ognuno può ritrovare anche una propria orma, e rileggerla con occhi rinnovati, e può essere richiamato in un qualche tempo che, dilatandosi dal personale all’universale, anch’egli avrà già vissuto.

Nives Corbati

19 novembre 2019 by

“L´unica via d´uscita – per tutti – è tornare a valutare il senso delle parole, che sono il nostro pane quotidiano, per quanto pesano e per quanto dicono davvero. C´è solo una cosa intellettualmente più faticosa che ascoltare le parole degli altri: ascoltare le proprie parole”. (Michele Serra)

“La poesia è nata da sé, spontaneamente su un’onda d’amore, sull’onda d’amore per le cose che erano intorno a me che sentivo fraterne e unite in uno stesso destino e in una stessa fine.” (Carlo Betocchi)

da “Variazioni mimopoetiche”

*

Il peso e la complessità

fondono il nulla

l’idea sgrammaticata di un post-it

affisso al mondo.

Uomini che perdono le piume

nudi tra gli angeli

annunciano l’inverno irreversibile

il bacio della neve sulla pelle.

Per trasmettere sogni

donne vestite a fiori tutto l’anno

annotano le feste rimandate

le nottate rimaste sui cuscini

le vite che potevano accadere

risucchiate nell’indeterminato.

**

Controluce 

sullo sfondo di cieli a luce minima

veniva proiettato il film rovente

attori presi tra la folla

gesticolavano insicuri

il regista sperava che fossero innocenti 

ma le loro ombre segnavano di nero

quinte e proscenio.

Un dubbio venne al primo cameraman

quando la messa a fuoco andava in tilt

come se funzionasse a raggi x

s’allontanò dal resto dell’equipe

si perse nella ressa di mimi e figuranti

andò cercando un proiettore onesto

per riprendere il mondo tale e quale.

***

Pietrifica la mente

la paura in agguato, il passo falso

che distanzia il pensiero dal cuore

la paura di giornate saldate all’inferno terreno,

di mostri in abito normale.

Ne siamo circondati,

molti guardano il cielo con occhi di tenebra

sputando fuochi di ferocia sugli inermi.

Diventa marmo anche la mente

s’immobilizza nel mezzo dei dialoghi

privata dell’urgenza del negare

s’arresta catatonica.

La paura consolida il pensiero ch’era docile

l’ incide per memorie future, come lapide.

****

I pendii

si somigliano tutti

salite verso il cielo, discese verso terra,

tu li percorri nei tempi che il sole decide

che la notte ti impone

mentre occulti i ritratti di te che cammini.

Storie di vita, i sentieri,

ma l’ anima tua non dispone

di metro che sappia scandagliare misure.

Mi accorgo di andare

con gli occhi rivolti in avanti

né terra né cielo

e vedo chi sale e chi scende

passandomi accanto.

Trattengo il desiderio di sorpasso

non corro e non chiedo vittoria,

mi fermo in attesa che i versanti

si pieghino per raggiungermi a valle

*****

Ne avrai sogni e visioni

a far da mezzanotte al tuo fiume di cera

e prima ancora che si sciolga al fuoco

di roventi respiri

avrai disfatto il tuo bagaglio.

Correrai con le penne d’uno struzzo

veloce sulla terra e mai nell’aria,

di rimbombi nel petto assorderai

stanze già vuote.

Segnerai con righe e squadre

fogli che mai saranno letti

nella quiete apparente in cui s’inoltra

un prestanome d’anima e di vita.

Anna Maria Curci

11 novembre 2019 by

Come per le precedenti prove, o forse ancor di più, data la dichiarata natura di diario di «ricerca ed esistenza» di questa nuova opera strutturata in quartine di endecasillabi, non posso fare a meno di pensare che l’incontro con Nei giorni per versi, l’incontro con la bellezza densa e pensosa che costituisce una tra le più sapide e riconoscibili peculiarità della poesia di Anna Maria Curci, faccia dono ai suoi lettori di una feconda esperienza di immersione sonora in un coro di voci liquido ancorché capace di perfetta armonia: le voci limpide e chiaramente udibili che nell’autrice convivono e convincono. Si legge la poetessa avvertendo l’occhio e l’orecchio vigili della critica; si studia la poetessa e si coglie la mano della traduttrice intenta a nettare la parola come sfogliando un cespo fino al suo cuore tenero e fedele; si ama la poetessa e si intravede l’insegnante che orienta la vocazione etica dei versi pungolando la parola fino a far emergere livelli di verità sempre più profondi e complessi. E ancora, ponendosi in ascolto della «voce claudicante», si viene raggiunti dagli accenti delle diverse posture del privato, la madre e la figlia, l’amica, la compagna… […]

Dalla prefazione
di Patrizia Sardisco

Nota dell’autrice

Le centosettantatré quartine di endecasillabi qui raccolte costituiscono il diario di oltre cinque anni, da gennaio 2014 ad agosto 2019 (con due soli balzi indietro al 2013), di ricerca ed esistenza, di stupore e disappunto che si alternano e si affiancano nel guado, condizione permanente. La forma chiusa così come l’ampiezza contenuta sono espressione del mio modo di ripensare realtà, anticipazioni, ricordi, visioni e, allo stesso tempo, della scelta di dare una cornice rigorosa allo sfogo del cuore e alla rivolta della mente. Si alleano così indole e determinazione, ben consapevoli del rischio di optare per una forma esplicitamente tradizionale e di restituire un contenuto intenzionalmente inattuale. Perché assumo questo rischio? Semplicemente, e senza tanta retorica, per due motivi: in primo luogo perché è in questa forma conclusa che pensieri, motti di spirito e moti dell’animo si presentano alla mia coscienza, in secondo luogo perché l’impalcatura regolare impone riflessioni, soste, dà spazio e respiro – anche quando sceglie di contenere lo spazio, di trattenere il respiro – alla mente che discerne così come al cuore che serba e seleziona memoria.

Come le pagine di un diario, le quartine di Nei giorni per versi registrano ricordi, danno il conto di reazioni, provano a fissare sulla carta bellezza, sale o tocco ispido di un incontro. La cadenza rielabora, poi, ricanta e ricompone i frammenti d’infanzia, propria e altrui, le veglie pensose, quiete oppure aggricciate, gli antichi e nuovi sbuffi di ribellione e le insopprimibili timidezze nelle dichiarazioni d’amore, gli ‘esercizi spirituali’ della traduzione e la sorridente devozione alla poesia, tra stupore riconoscente nel leggere i versi di un amico e la rievocazione assorta e divertita, ancora con un amico, di baruffe e rivalità, miti e creazioni, tutto nel tragitto dalla casa dove abitò Cristina Campo sull’Aventino al Cimitero acattolico a ridosso della Piramide Cestia. Come in un diario, il passaggio dalla registrazione della quotidianità alla visione universale, dalla contemplazione del sé alla condivisione, sa di essere limitato e di avere, forse, la massima possibilità di slancio nell’affinità riconosciuta con le anime «messe a maggese» alle quali ci lega una cura per le «pagine scordate».

A. M. C.

I

Come un accento a voce claudicante

 balza e s’arresta il limite del giorno.

Taglieggia tra le sdrucciole e le piane

 e tronca si riveste soluzione.

II

Raccogli panni e polvere a tentoni

 (volteggia cencio bianco in dissolvenza).

Increspate le reti a ranghi storti,

pesca a strascico appare soluzione.

III

Non mette conto di narrare cruccio

se questo è tenue al cospetto di strazio

carta vetrata che sfalda ogni giorno

anche il sorriso imbe(ci)lle e tenace.

IV

Hai diviso, sezionato, riposto,

glossato e modulato con l’artrosi.

Sui piedi e le misure le escrescenze

si spingono, arrendevole reclamo.

V

Al portatore d’acqua non si chiede

di narrare di sé e della sua fonte.

Sorda sete che s’avventa sul secchio

scansa polvere suole e passi stanchi.

VI

«Lassez!» soleva dire, inascoltato.

La si faccia finita col teatro

le baruffe bassotte flatulente

il bolo sbalestrato ma conforme.

VII

Alacre in automatico, pedala

il postino obiettore (ma è coscienza?)

 all’ennesimo sorgere del sole.

Ardore d’ordinanza occulta resa.

VIII

Nell’interludio tra le glaciazioni

s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.

Pesce rosso nella boccia di vetro

è invece e a malapena se ne avvede.

IX

Voi che apprezzate solo di sfuggita

(non vi si chieda altro, veh, non licet)

siete fermi al morbillo della spunta,

quella sociale esiliata all’occhiata.

X

Quando, strazio negli occhi e mente scossa,

apre Augustus Snodgrass quel taccuino,

avanza di buon grado anche il sorriso.

Non lo sperava, ma si allarga breccia.

XI

Quei rondinotti rannicchiati all’Elba

sono cresciuti, si son fatti corvi.

Non gracchiano, starnazzano eleganti,

 librano versi telecomandati.

XII

A scrivere si va, furiosamente,

col contagocce o piena senza presa.

Senza pudore scimmiotta il lenzuolo

l’ardire di coperta rimboccata.

XIII

Voi che l’ardire lo intestate a terzi

che visibili ansiosi poi abdicate

non vi basta tastare le mie piaghe

fare la doccia con le mie macerie.

XIV

Discreto, torni a chiedermi dell’ora,

quando ti ridarò… che ti ho prestato?

Non ha più suono la luce che filtra,

vano o spicchio, anticamera di pace.

Guglielmo Aprile

24 ottobre 2019 by

 

 

Guglielmo Aprile – testi scelti dalla raccolta Elleboro (Ed.Terra d’Ulivi 2019)

*

Sipario

Adoriamo un sipario,
un capriccioso bestiario fantastico
istoriato su un parasole:
ha gioco facile
sui nostri sensi infantili
l’arte delle miniature
che ricama leziose efflorescenze
a margine di un decreto,
il vento inciampa fra i drappi sfrangiati,
l’occhio resta a lungo ipnotizzato
dalla farfalla delle insegne al neon
di materiale elettrico cinese;

il gioco finisce quando
la modella ritratta
si scolla dalla tela, scende dal cavalletto
e ci rivela che non ci ha mai amato:
le nuvole di vetro vanno in pezzi,
evapora la firma
sulla parcella ancora non corrisposta.

*

Ammonimento

Nell’area delle vecchie concerie
a una certa ora si alza
una nebbia che spaventa gli uccelli;

colla sotto il palato
di fronte alla sfida delle grandi vette,
siate umili
quando il mare vi convoca in udienza;
la sede ottocentesca
delle Poste appena fa scuro assume
un’aria accigliata, contrae
le sue mascelle massicce: evitate
la sfrontatezza di fissarla,
di porle domande direttamente,

tenete sempre a mente
la sproporzione
tra il chicco di senape
e gli ettari di regno che ancora non ha ereditato.

*

Errori di miopia

Se la vettura dell’Aci ha attivato
i suoi segnalatori fluorescenti
c’è stato un incidente.

La luna è una crosta di pane vecchio,
ma la distanza inganna:
la scambiamo per una dea al bagno,
dalle natiche di porcellana.

Il lontano ci adesca,
le ore trascorse da piccoli ad abbracciare isole
le paghiamo oggi,
chi ha come hobby il modellismo

manca, in genere, di obiettività;
tutti i bambini saranno mutati in statue
appena immaginano
cosa ci sia

in cima al mandorlo.

*

Ballo in maschera

Ci aggrappiamo ai paraventi,
addobbiamo di sciarpe calde e soffici
e palloncini colorati
la carcassa dell’alligatore,
cercando alibi
alla lastra trovata rotta;
collezioniamo chincaglierie varie,
graziose barchette di cartapesta,
dipingiamo a tinte vivaci i cateteri,
esploriamo cesti di frutta finta
travestiti da insetti

e intanto il vento di Dio
sbrana le vie.

Alle spalle della collina nera
ci inabissiamo, con nient’altro indosso
che un rumore di marmitte truccate.

*

L’essenza

I fanali delle auto disegnano paesaggi
che ci sembra di aver già visto altre volte
La primavera sparge odore di sperma
su sterminati campi di segale e piume d’oca
che riempiranno materassi
Il futuro del mondo nelle sacche scrotali
Confezioni di giochi elettronici fabbricati ad Hong Kong
attendono di entrare in commercio
L’animale non sa cosa sia la noia
mentre noi stiamo attenti a evitare le frasi fatte
e neanche ci accostiamo ai vestiti usati
Le donne si cospargono i gomiti di clorofilla
Nuovi modelli ogni settimana
di passeggini e articoli per l’infanzia
si danno il cambio nei negozi specializzati
Nei grandi alberghi i montacarichi non si fermano mai
di ripetere a memoria i teoremi di Euclide
Non hanno un attimo di pausa le mascelle dei coleotteri
La ruota dentata si fa largo fra corpi e pianto
L’immagine all’interno del quadro
è diversa ogni mattina
Ma la cornice rimane invariata

*

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra cui Il dio che vaga col vento (Puntoacapo, 2008), Primavera indomabile danza (Oedipus, 2014), L’assedio di Famagosta (LietoColle, 2015), Calypso (Oedipus, 2016), Il talento dell’equilibrista (Ladolfi, 2018), I masticatori di stagnola (LietoColle, 2018), Il giardiniere cieco (Transeuropa, 2019), La strage di aquiloni (Robin, 2019), Elleboro (Terra d’Ulivi, 2019).

Elia Belculfinè

19 ottobre 2019 by

Come le rondini

Se domani dovessi \ cadere in un’urna di rose,
inciampando nei tuoi occhi – come le rondini.
Così, se io camminando \ nell’aria minerale di una bella domenica festiva…
Così, \ s’io \ camminando, nel vento subliminale dell’ora delle campane,
io, inciampando nel tuo amore cereale – dovessi morire.\ Morire, fra le rose d’aprile…

*

Sarei felice d’essere caduto… Sì. \ Io sarei \ felice – felice – felice, \ come una domenica di Pasqua.
Inciampando fra le rondini; \ i tuoi occhi sono due ali gagliarde,
chiamano alla vita frumenti delicati, annullano queste notti di coltelli aperti,
sostanza delle arti incoronate di spini, ai margini del tuo sangue \ e dell’algebra che non risolve nessuno
dei segreti; e della primavera, dove la luna invita a un lungo dolore.
Così, se io… dopo tanta strada, amore. \ Fino alle tue rose e ai tuoi campanili immortali,
amore… Così, se io, \ dopo tanta strada…

Miniera

La casa canta – anche al tramonto.
E i morti che l’abitarono \ dormono nelle finestre aperte.
Sul tavolo, un vaso incrinato, in una bella estate. Un’estate fa –
deponendovi le rose e le lame, il presente – ricco
di ricchezza. Povero di povertà. Rosso come il fuoco. Rovente come le mie labbra.
Un’estate fa.

Fiorire come la vita, inebriarsi nel pianto e nell’amare – diurno di nuova cosa che muore.
E dall’alzaie esauste ad ovest, staccarsi verso il mattino –
rondini, o duomi che compiono l’opera della vita.
Nel vaso, un alfabeto di sangue _ è viva la pietra che è vela,
come la parola. Sanguina teneramente. Parla di tutte le rose donate,
delle estati trovate.
Nel sangue, un coagulo di vento.

Sulla strada per Sailamà

Sulla strada per Sailamà, ho comprato
venti sigari di foglia di gelso.
Sulla strada per Sailamà, passati i campi e le lamiere roventi – nude come la bellezza – dove
gli uomini, si chiudono al Lupo Impiccato, passati i campi e le lamiere roventi,
sognando aratri a propulsione, potenti come gli dèi, fino all’agonia del vino.
(Sailamà, ch’io chiamo casa, come la bellezza – nuda nuda nuda…)
E le donne pregano danzando sopra asole di vento, con le gonnelle pesanti rubate ai papaveri nel grano.
Ho comprato venti sigari. Uno lo darò a mio fratello, gli devo dei soldi. Spero di rabbonirlo, così, nell’attesa.
Ma
si tratta, in fin dei conti, d’aspettare fino a maggio. Ho sempre pagato.
Uno a mio fratello, un altro al venditore d’almanacchi: mi sta simpatico. Un sigaro
lo donerò a mio figlio:<< conservalo come una reliquia, Sil, e fa’ come se non lo avessi>>. Uno, al vecchio Sa.

*

Uno
al becchino. Sono un uomo prudente.
Non mi piace l’idea che le talpe possano forare la cassa, o che mi si mettano indosso abiti sciatti.
Qualcuno lo lascerò nella sala d’attesa alla stazione di Suraarat.
Di quelli cha avanzano, si occupi il notaio.
Ma uno lo terrò per me. Lo infilerò nel taschino interno della giacca. E mi metterò a guardare il cielo d’inverno.
Tirando le somme, non ho altro da avere, altro da dare – dirò.
E mi metterò in viaggio.

Le case dei poeti

Sono così vuote le case dei poeti,
fanno una grande tristezza. Sono fatte di cose offerte…
I poeti danno alla vita un sacchetto di coriandoli, perché sia felice, in un meriggio di febbraio.
E tre secchi di vernice celeste…
E i libri, in cambio di una notte di cordialità.
Piene d’edera, anche nelle tazze – e hanno una luna
sul tavolo della cucina. Le case dei poeti hanno i rosoni come le cattedrali.
A rassettare basta una scopa andalusa, e una folata di vento salato – come l’estate del sud.
E ci si può ubriacare come i vascelli di Parigi. Se voglio, ripenso a tutte le case che ho abitato:
si confonde il sangue, si confondono le luci (ne basterebbe una)
e scema la morte, ora che sono prossimo all’ultima casa.
Sono così vuote le case dei poeti…
Ma, poi, bussano alla porta tutti gli amici e gli amori passati
Da tempo io mi domando di chi sia questa casa.
E si festeggia fino all’alba.

Tono su tono

Studi, su un arazzo d’autunno.
Non si può dire – amore –
senza vedersi innanzi spalancare i campi e le guerre –
vero, Fabrizio? Ti va di fare questo gioco? E allora, giochiamo –
E i soldati carezzanti, nei retrobottega, le ragazze estive del Sud Italia, raccontate.
Ho imparato a dire: fratello – sorella – senza guardarmi le spalle. Forse, sono uno sciocco…
Ma tu credi in dio, e io nell’amore. Certo è – che sei proprio mio fratello,
Fabrizio.

Poi
l’alta luna, figlia della miseria; le mani di mio padre,
piantate nel silenzio della valle, a fine trasmissioni, suonando
un fischio fastidioso, fino a che non gli caddero tutti i denti – dal cuore
e le resistenze. Mia madre tornava da lavoro ogni sera, con in più negli
occhi qualcosa di sedimentario – anzi, di fossile. Un’ammonoidea
erano diventati – santi dèi! – Sembra più antica del tempo stesso, oggi, cieca com’è, così bella, come la luna e la sua idea, è una dea…
Le sue scorze d’arancia candite, per vincere il demonio della morte,
insomma – per salvarci tutti: noi di casa, i vicini con i loro ringraziamenti drastici,
Preparate sul piano in marmo del
meriggio, in quella grande cucina disordinata. Fino a che il costo della dolcezza non divenne proibitivo.
I vicini smisero di salutarci, cominciammo a comprare dolci, fuori casa. Ma non fu più la stessa cosa.
Altra gente, altre allegrie, nuove tristezze – tutto, e il suo opposto, andava e veniva nella mia vita.
I mie fratelli, il cane, i miei genitori – dove siamo adesso? Ma, soprattutto, chi siamo?
Poi la mia malattia, ipervedente,
che scorse tingersi la notte d’aurora, prima di voi, affocati sulle pagine dei giornali di ieri.
Il
cane e le pasture dell’anima per l’inverno.
Il cane, i prati celesti, e la vita scolorita, sentendosi sfilare dalla custodia.
Amore, amore – ho gridato – chiunque tu sia… –
guarda che luna, stasera.

Cos’è?

Luna sul Vesuvio – limo degli occhi, con tre stelle…
Possibile ch’io sia giunto fin qui? Appena ieri
ero – e oggi, invece, sono.

E qualcuno canta, e qualcuno ride, ne arrivano da lontano le umide sete estive…
Qualcuno canta, tristemente, il canto degli ultimi fuochi.
Qualcuno ride, come si ride – senza ragione; e l’agonia è nel vento, e negli occhi – con tre stelle.
Cosa è mai, cos’è la poesia?

Elia dice di sé:
Sono nato a Caserta il 29 settembre di qualche anno fa. Scrivo poesie da prima di quella data (mi pare altissimo dirlo, ma non mi prendo molto sul serio, a dire il vero).

Cristina Bove aggiunge: avercene di giovani poeti come Elia!

il suo blog http://belculfinelia.blogspot.it/

Luciana Riommi

4 ottobre 2019 by

 

 
photo e rielaborazione Luciana Riommi
 

ornitologia

parliamo del volo degli storni,
parliamo dei gabbiani,
dei ritorni.
e briciole di pane.
dici che non funziona l’ornitologia?
non importa
sfrutto la libertà della poesia.
nessuno ha mai vietato
un certificato di morte post-datato.


come uno scioglilingua

dice che non fa male quello che non sai
e che non ti fa danno ignorare che non sei.
ma tu pensi alle volte che ti senti scomparire
però, dico, ti accade solo perché ci sei.

           

lavoro onirico

lasciami dire quello che mi pare
anche se non è proprio un sentimento
quello che provo ai margini del cuore
lì dove c’è stata una lesione
che se non fosse per l’anestesia
forse direi dolore.
e non ho sogni da portare a compimento,
anche il lavoro onirico è andato in confusione.


niente di speciale

ho immaginato un luogo
che sia complice al segreto
di sapersi esistere
di carne/ossa/pensiero
se c’è davvero un’anima pensata
dietro i risvolti di altre banalità.
in fondo non è niente di speciale
e tuttavia essenziale.


E te ne accorgi dopo


certe volte si fa sera e te ne accorgi dopo,
troppo tardi
per ricongiungere memorie di realtà.
d’altra parte neanche i sogni si ricordano di sé.


luce ed acqua

quale luce splende, quale lunghezza d’onda
sull’onda lunga dell’imprecisione?
e questa irrilevanza di pensieri
fatti di particelle in movimento
e (spreco) di energia.
bastasse una mimetica intonata nel colore
a confondere le acque
– tanto per diluire l’ineleganza del dolore.


l’arte del punto e a capo

mi dicono che parlo troppo piano
per questo non è facile capirmi,
ma non rileggerò tutta la storia
che abbiamo scritto a quattro mani, il caso ed io.
d’altra parte, non pratico la vita
nello stile del racconto breve:
non mi si addice l’arte del punto e a capo
senza continuità.


alla mia portata

questo mondo così com’è, alla mia portata
credevo che lo fosse,
come uno stagno che contiene il mare
ma le sponde sono così lontane
che da un lato il sole nasce mentre dall’altro muore
e tra un saluto, un commiato e dirsi addio
neanche si avverte il cambio di respiro.


visto dal vero

non passa niente da fessure d’ombra
per quante parole presti alla mimesi
la cosa che, manco a dirlo, sembra un’emozione
e chissà cos’è dal vero.
in ogni modo, sempre di storie piccole si tratta,
che se ne parla a fare?
minime storie insoddisfatte
e tutti senza pace
pronti a sgranare inutilmente gli occhi:
vedi? non vedi?
vado? e dove andare?
cosa inventare?
se neanche sai cos’è che si dovrebbe soddisfare.
e tutti gli anni di abbandono,
quelli serviti a te
nel tempo personale
per far cadere un’ultima illusione
tra gli artifici dell’animazione.
ma il cancro di che colore è, visto dal vero?
ci pensavo ieri
mentre ancora trattavo il prezzo di una rosa, rossa, dal fioraio.


terra che sei

hai cancellato dal paesaggio quello che non ti bagna
– lo so che preferisci il mare –
e tu – terra che sei – esclusa dalla vista
lo sai che non ci sei?
perché quest’acqua senza approdi
ti sgomenta
come l’insensatezza di annegare
in un fondale asciutto.

il suo sito
https://lallaerre.wordpress.com/

Luciana Riommi dice di lei: psicoanalista di formazione junghiana, ma non solo, da quarant’anni interroga il suo rapporto col dolore, proprio e altrui. Non ha trovato risposte, per fortuna, ma solo domande. Una domanda più recente, in particolare, resta per lei insoluta: cosa ci faccia qui, dove si coltiva la poesia.
Come sempre, la sua gratitudine è infinita.

Cristina Bove dice: il suo posto è qui e ovunque si coltivi la poesia, le sue domande sono la prova della sua grande comprensione ed accoglienza umana: la mente che le origina appartiene al mistero in cui il pensiero si fa bellezza e volo.

Fabrizio Bregoli

28 settembre 2019 by

Un pugno di segatura contro il nulla

(Dalla Prefazione a “Zero al quoto” – puntoacapo, 2018)

Un titolo, per i profani, quanto mai oscuro, Zero al quoto, espressione con cui in gergo matematico s’intende un’operazione che ha come resto zero e che trasferita dall’ambito suo proprio allude ad una ricerca di senso che approda allo zero, ossia al niente. Posta esponenzialmente a titolo dell’intera raccolta di Fabrizio Bregoli da un testo isolato ed eponimo della sua parte conclusiva, l’espressione si elegge a interpretante di tutto l’insieme (non a caso lo ritroviamo nell’ultimo testo, “ennesima potenza a base zero”) per definire l’approdo ad una consapevolezza, alla presa d’atto amara e insieme ironica di una verità. In che consista tale verità a dirlo è proprio lo Zero: niente in assoluto, mancanza di consistenza e valore, privazione di essenza e legami, nella congiunzione significativa tra l’arabo sifr, “vuoto”, e i latini nec-ente, “neppure una cosa”, ne-hilum, “neppure un filo”.

C’è molta poesia dall’‘800 in poi, molta letteratura, ad autorizzare e suffragare la presenza di questo fantasma, il nichilismo, che può essere ritenuto, per definizione di Nietzsche, “il più inquietante di tutti gli ospiti” tra quanti possono bussare alle porte della nostra coscienza, e che, dall’ambito teoretico e ideologico, si presenta qui, aggiornato, nelle vesti di linguaggio freddo e asettico, che si pretende modello di universale comunicazione e comprensione, le più convenienti ad uno come Bregoli di solida formazione scientifica: negazione di rilevanza e spessore, dunque, di cose non meno che di persone, perdita progressiva di identità, in un processo di “assottigliamento”, di sfaldamento e polverizzazione di funzioni, all’ombra fintamente protettiva di una “linea esatta”, di una ratio (di una “filosofia perfettamente ragionevole”, come la definirebbe Leopardi), che pretende ancora di “reinventare” e ordinare il mondo, salvo abbandonarlo ad un irreversibile naufragio nell’”ignoto” (“Ci s’assottiglia, il garbo d’un asintoto / dove la curva stromba nel suo ignoto / a gradiente rapido, senza antidoto”, si ammette nel testo estremo della raccolta). […]

Come aggredito da un “tarlo” di dissoluzione (e “tarlo” è, non a caso, un altro interpretante che ritroviamo in apertura de I limoni del Garda, dell’ultima sezione), ossimoricamente l’io/tu si scopre così: esposto a un cliname inesorabile e inarrestabile di trasformazioni, che ne aggrediscono e sgretolano l’“impavida” corazza di sicurezze, e al tempo stesso attestato in pretese indifendibili, “senza fulcro che tiene”, a dispetto della sua essenziale e conclamata fede e volontà di resistenza attraverso l’arte e la scrittura (“e fa da morsa // qualche sdentata rima da arrembare / limar sonetti ad arte”), testimoniata dalla diffusa disseminazione di versi, eserghi e dediche (quasi a volerlo “fermare”, questo processo di dissoluzione, anche con un gesto insignificante, come “un pugno di segatura”, a citare un bel verso di Luigi Di Ruscio).

Il rischio è di “sfiatarsi”, di perdere la capacità di dar voce senza condizionamenti alla ricerca di una verità qualsivoglia, a un montaliano anello che non tiene, nella struttura opaca e indecifrabile del mondo, in cui l’io/tu continuamente si confonde e azzera, sempre sul punto di un “Fine Corsa”, senza neppure più il miraggio dell’amore “Nome e cenere, rosa di nessuno”, si dice amaramente in Educazione sentimentale, (1984-’91), che pure affiorava sotto la bianca e fredda coltre di neve del libro precedente.

Vincenzo Guarracino


ACCIAIO

Vi indugia ancora, icona prigioniera
nell’intarsio d’oro della sua tavola,
dita indiscrete a gravare la soma
d’imposta immobilità. È sempre lui,
quel mondo già dato troppo per certo
quell’emanazione d’un sé corporeo
in cui accorta od incosciente intridersi.
Quella miscela spuria di ioni ed atomi
l’aria, più di tutto le manca,
lei che da anni nel polmone d’acciaio
ne inala ne esala quel lavorio
di vento sulla pelle
fino a farne afflato, alea di respiro.

Giardino di silenzio
si fa eco del mondo, sua cassa armonica
in cui raduna frantumi esperiti
subìti o solo immaginati,
si fa senso chiaro, s’accorda al cosmo
ne ascende ogni scala, assente al suo ritmo.
Brulichio di formiche, ronzio
di lampade o tremolio di vetri,
scalpicciare di passi o risa d’uomini.
Poco importa distinguerli.
Rumore di fondo, scorie d’universo.

.

PODERE CARESTIA

Non si chiedeva il senso del vegliare,
lui guardiano di cosa poi
se era tutto disfacimento, i muri
una rovina di scorpioni ed edera.
Pure lo inebriava sostare immoto
tra quegli aratri, sfregarne residui
di spore e letame tra i polpastrelli,
sentirsi anche lui olla di quel destino
di terra e nuvole.

Non lo turbava l’insignificanza
di quel cerimoniale:
restare desto ogni notte, la nebbia
le calli dove scantona smarrita
qualche volpe esausta, ai tetti sconci
il raro guizzo d’un gatto selvatico
e il mattino sulla soglia il bicchiere
di latte tiepido, la ricompensa
di chissà quale mano
debitrice d’oblio, o di pietà.
Non lo inquietava assolvere
l’ambasciata a baluardo del nulla
sorbirlo stilla a stilla. Non diverso
sarebbe stato vivere.

.

PIETA’ RONDANINI
(Michelangelo, 1552-1564)

L’approdo d’una vita è la cesura
che spezza la fierezza di quel braccio,
il suo farsi ostacolo, finta breccia
che svolta nel suo vuoto, si dà assenza.
È quel nitore che preme alle gambe
lo scivolo di luce su quel bianco
che non sa regger l’urto, si fa grezzo
tradisce la fatica, lo scalpello.
I volti che si sbozzano dall’alto
si scavano un profilo, creano spazio
di sé nell’aria che s’accuccia, spare.
Pienezza che si colma, l’incompiuto.

E non sai dire chi si regga, è retto
la mano che si porge, che l’accoglie,
la curva che purifica, s’assolve
riunisce in cerchio il senso, dà ragione
e del dolore fa testimonianza.
La madre che ne è cardine, corteccia
reclina a lato il capo, ora gli è figlia
diviene peso lene, scacco d’ombra.
La luce si ritrae per riverenza
nell’inchinarsi altero delle spalle
scantona fuori campo, dà evidenza
all’ossessione antica del suo grembo.

Così li colsi al bivio dei bastioni
sguardi brulli, respiro di cristallo
protendersi a un bivacco di cartoni.
Guaiva un tram. Poco più in là il Castello.

.

CONCETTO SPAZIALE. ATTESA
(Lucio Fontana 1960)

La luce, quel confine da violare
e che ogni volta sa scivolare oltre
sprofondare nella sua bocca d’ombra.
È questa tela ad esserne la lama
a farne dello scempio un varco, crosta
che si spezza tra le dita. Lo spazio
fu acqua dove intridersi
vena che s’offre al boia.
Lo stanai nella sua casamatta
al baratto di tutte le sue nascite.
Forse bastò solo schernirlo.
Fu come appoggiare l’orecchio
su una sistole del cosmo, impietrirvi
la pupilla. Per questo scelsi minima
l’arte, perfetta
la sottrazione.

.

CENTRO STORICO

Quelle case, come un cilicio muto
tra moderne palazzine seriali
– queste coeve basiliche a minimo
consumo energetico, col massimo
encomiabile gradiente ergonomico –
quelle case tutte edera e silenzio
sono escrescenze avventizie su un cielo
troppo azzurro, che non le sa più accogliere.

E s’ergono come alberi in rovina
sul loro profilo d’ombra, un tempo
nidi di maggio, oggi aridi lavacri
dei loro specchi infranti, vuoti assiti
tra le loro ferite di mattoni
d’argilla arsa come un’epidemia
e mostrano le loro fronti scabre
gli occhi straziati da invadenti soli.

Hanno orme incavate, strenue assenze.
Resistono come ospiti sgraditi
ad un ricevimento, come panni
già strizzati da troppe mani. Corpi
nudi, illeso gheriglio di domani.
.

DESTINAZIONE D’USO

Ditta, la chiamano ancora i dispersi
o i reduci d’una Brianza braccia e
cambiali, ai tempi del futuro mite.
A rate. Un’insegna divelta ne dice
la grammatica sconnessa, l’opaco
dei passi. È questa l’ora di rade orde
di sbandati, nel minimo bivacco
d’incerate, fra lampade a carburo
raccolti a una cucina tutta avanzi,
o la solita combriccola di giovani
alle prese con la loro argonautica
delle rovine, a battesimo
di non sai quale primogenitura.

Presto ne faranno – dicono – un centro
commerciale, di certo ciò che merita
un’epica industriosa. Variazione
nella destinazione d’uso recita
il galateo del millennio pratico.
Ne faranno un’arnia buona di luci
garbate, un traslucido di vetrine.
Teche, per la reliquia d’occasione.
.

COMIZIO AD ACCUMOLI

«Imperciocché come evidentemente
ex art.3 comma 7 bis del regio
decreto al titolo III e per l’uso
invalso e il potere ivi conferitomi
dico sciolta dalla congrega d’atomi
la fattispecie dei presenti, assolti
in contumacia o difetto di norme
visto il parere, letti e vistati -ati
condoni, doni o emolumenti esenti
Cesare a Cesare e dio -Io -Io –Io…
Qui mi unisco al cerchio unanime, esanime
ricostruiremo pezzo a pezzo, pezza
a pezza, pizzo a pizzo, salvo deroga
tranne fiscalità ordinaria, in primis
i familiari, stanti impedimenti
dirimenti – spread vis si sis affinis…
latera et cetera in nomine patris
crucis homo homini lupo de lupis»

La bocca sollevò dal fiero eloquio
quell’orator, negandola ai microfoni,
dal tumulo di polvere e macerie
s’accommiatò con passi lievi e mesti
per doveroso debito cordoglio
(pel garbo che si deve a scarpe lucide).
Poi memore del luminol
il lodo promulgò per ripulire
le impronte degli artigli dalla scena.
.

IN PRESSOFUSIONE

Sgarbato solstizio che procombi
sul vetrocemento col tuo ovvio sole
che sghembo vellica di vetro in vetro,
lusinghi al paso doble degli acquisti,
il taglio esatto che ci circoscriva
sull’identico concavo di cielo.
Sobilla l’etichetta a quell’ardore
che occhieggia divertito alle vetrine.

Magliette delavate color sabbia
costumi che aderiscono decisi
colletto alla cubana, sahariana
il cappellino catcher in the rye
il grigio un po’ sfumato dernier cri
nelle sue variazioni impercettibili.
Intatto campionario di doveri
d’assolvere con tutti gli imperdibili.

Primavera estate da collezione
che irreggimenta al corretto stile
d’uomo all’incanto, in pressofusione
calco conforme sempre nelle file.
Tocca aderire, preferire ancora
al taglia e cuci buono della nonna
ai suoi maglioni fatti su misura
un più modesto e lesto copia incolla.
.

*

Hai ragione, Piero, siamo alberi
spicchiamo frutto, da radici che
non ci appartengono, o meno ancora
saprofiti che ineriscono a schegge
di corteccia, ad una cruna di verde,
e come dici, poesia è questo
porgere la mano, sperare prossimo
il cambio della guardia, e continuare
nella corsa, passare la staffetta
già sapendo la meta irraggiungibile
fragile la parola, perché l’unico
eterno che perdura è l’impossibile.
Perfetto nel non darsi.

Restano mani abrase, franto il fiato
l’orlo di buio che ci ha arato il viso.

*

La scena è quella di un giorno d’aprile
dopo una pioggia credo, rade rondini
qualche bambino che torna a giocare
l’erba ancora patita, il cielo libero
dall’ovvia schiavitù della metafora.
Tutto è reale, ma non stinge in prosa.
Una mano che non riesco a distinguere
regge una corda annodata ad un muro.
Ne muove un capo, vi disegna un’onda
d’una geometria mista a inerzia
che si consuma in ampiezza a ogni slancio
fino a smorzare l’ultimo frangente
sul gancio arrugginito, dove annulla.
E tutto ha una necessità garbata,
è un’esile perturbazione d’aria
che si dà spazio nella sua ferita
e istante dopo istante va a guarire
un tarlo, a rammendare
un incrinarsi appena del silenzio.

.

 

Fabrizio Bregoli, nato nel bresciano, risiede da vent’anni in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora nel settore delle telecomunicazioni

Ha pubblicato “Cronache Provvisorie” (VJ Edizioni, 2015), “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016), “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018). Sue opere sono incluse in “Lezioni di Poesia” (Arcipelago, 2015) di Tomaso Kemeny e in “iPoet Lunario in Versi 2018” (Lietocolle, 2018), sulle riviste “Il Segnale”, “Atelier”, “Alla Bottega”, “Le voci della Luna”, in numerose antologie e blog di poesia.

Ha inoltre realizzato per i tipi di Pulcinoelefante il libriccino d’arte “Grandi poeti” (2012) e per le edizioni Fiori di Torchio la plaquette “Onora il padre” (2019).

Gli sono stati assegnati, fra gli altri, i Premi “San Domenichino” e “Dante d’Oro” dell’Università Bocconi di Milano per la poesia inedita, il “Premio della Stampa” al Città di Acqui Terme, il Premio “Guido Gozzano” per la poesia edita.

Il sito dedicato alla sua poesia QUI

 

Irene Sabetta

19 settembre 2019 by

 

Irene Sabetta da Inconcludendo (EscaMontage 2018) e tre inediti

Inconcludendo

Osservando con attenzione
il caleidoscopio sul davanzale
mi frango.
Ci sono mille e più ragioni
per essere così o così.
E altre mille per non esserlo affatto.
Dispendioso scegliere il pronome oggetto
per suffissarlo al verbo.
Non in ogni istante è possibile.
E poi c’è sempre tempo per.
Troppe, troppo poche persone
Ad ascoltarmi cantare dal palco.
E anche la scelta del femminile
o del maschile,
dell’avverbio o dell’aggettivo
non mi sembra cosa da poco.
Per non parlare delle quantità,
delle qualità, delle proprietà
e dei mutamenti fonetici.
Nella grattugia telematica
sciogliere inoltre il dilemma del prefisso:
im- in- o i-?

 

Nel segno del «dilemma del prefisso», Inconcludendo, plaquette di  Irene Sabetta, acquista vigore là dove la forma poetica diventa epifania di ciò che vorrei chiamare ‘la dolente indolenza della contemporaneità’. È allora che, liberandosi dai grumi e dai tic incontrollati del tributo, la forma, divenuta più sorvegliata, sa fondere, di-vertire, mescidare e fecondamente mutare di senso e funzioni fenomenologie del quotidiano e incontri letterari – anch’essi, per molti versi, parte integrante del quotidiano dell’autrice, insegnante di lingua e letteratura inglese –, tanto da giungere a creare una interessante mitopoiesi, insieme familiare e straniante. A. M. Curci qui

 

*

 

tre inediti

 

Mezza estate

Quando a inizio estate
il corpo malato del mondo
esala odore d’acqua sfatta,
il cimitero è il luogo migliore
per passarci le vacanze.
Perché i morti ci aiutano
a capire
quello che Newton non ci ha spiegato.
Le stelle appuntate
alla volta buia del dormiveglia
pungono l’aria sul terrazzo
dove la cura dei gerani
lenisce la smania di capire.
Nel vuoto dell’estate
la sorpresa per la chiazza
di bagnato sull’asfalto
e la noia per la legge
del più forte
assediano le ore
postmeridiane
alla velocità oziosa
di un motore spento.

*

Palmarola

Il vuoto scavato
dal vento nelle rocce
ha la profondità
dell’ombelico
che moltiplica il centro
in un mulinello
di punti multiformi.
Capre e ginestre
intrecciano le rotte dei delfini
che sanno sempre dove andare
e i rami della vite e del mirto
fanno macchia con l’azzurro
del mare
che ci lega.

*

Sera d’estate
(lungo mare)

Quando il mare
sovrasta le tue minime
incerte possibilità di cognizione
e i racconti delle inondazioni
dilatano il tuo senso della vastità
oltre ogni limite consentito dallo spazio,
un’immagine sfocata ma ancora percepibile…
Quando la sera è più dolce di quella volta che…
(non parlarne con nessuno).
E ti cerchi e non ti trovi
ma l’aria intorno profuma di te e dei tuoi sogni,
allora è là che ti senti di stare,
sul lungo mare,
fingendo di non conoscerti,
tra la folla dei passanti
che leccano il gelato e non parlano di Michelangelo.
Immobile e felice e sazio in una scena dipinta
come quella volta che…

(a Gaeta, estate 2018)

 

Irene Sabetta vive ad Alatri dove insegna inglese al liceo. Quando non cammina scrive poesie e molte di esse sono presenti in antologie  curate da vari editori. Nel 2015, si è classificata prima al concorso Augusto Tacca e, nel 2017, è stata finalista al Festival della Lentezza con un racconto breve e ottenuto una menzione al premio  Don Luigi Di Liegro.  La casa editrice LietoColle ha scelto alcune sue poesie per l’Antologia iPoet 2018 e per l’ Agenda poetica Il segreto delle fragole. Sempre nel 2018 ha pubblicato una plaquette dal titolo Inconcludendo con l’editore Escamontage e ha ricevuto una menzione d’onore al premio Lorenzo Montano per la prosa Sogno horror. Nel 2019 è stata finalista al premio Costruire la Città Terrestre e la sua raccolta inedita Nomi cose città ha ricevuto una segnalazione al Premio Montano. Suoi testi sparsi si trovano sulla rete (Poetarum Silva, Patrialetteratura, Neobar, Gateway to the fourth dimension, I poeti del parco). Collabora con il sito Atlante delle residenze creative di Tiziana Colusso ed è presente nel volume Residenze e Resistenze creative con un saggio sullo studio di F. Bacon.

Villa Dominica Balbinot

10 settembre 2019 by

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RECENSIONE DI FRANCO DI CARLO SULLA RACCOLTA
“ E TUTTI QUEGLI AZZURRI FUOCHI”

Questa nuova quarta raccolta poetica di VILLA DOMINICA BALBINOT si distingue nettamente per la sua ricerca stilistica e formale.

Infatti è qui, in “quel qualcosa di scritto”, che questa poesia presenta la sua originalità e singolarità: nella utilizzazione, quasi completa variegata e polivante, del sistema espressivo, proprio e caratteristico, dei colori e delle loro trame evocative e metaforiche, nelle loro suggestioni oniriche e surreali, come spie speculari, della vita semiologica e semantica dell’inconscio e del sogno.

Qindi sopratutto le scelte lessicali e la struttura sintattica sono piegate a questi segnali, paradigmi e segni archetipici e alle loro ancipiti e anfibologiche connotazioni di stile, di simboli e di significati polimorfi e polivalenti e perciò appartenenti all’anima profonda della Poetessa, oltre a quelli appartenenti alla sfera emozionale e sensoriale. Questo spiega anche l’uso, accentuato, della viva vivente, espressionistica metafora, ossimorica e sinestetica.

La Poesia di Villa Dominica Balbinot deve dunque molto ai pittori, alla pittura e ai suoi colori e al loro poliedrico universo di forme segni espressioni in particolare al colore azzurro pallido di fuoco (che suggerisce anche il titolo della raccolta, dall’ultimo verso dell’ultima poesia) o “alla luce di ambra della sera” al ”bianco perlaceo /della colonna vertebrale”: o ancora alla “notte chiara”e magneticamente luminosa e azzurramente  ombrata; “all’ora color di malva” o “ di acciaio/ e giallo cinerino”, “al suo splendore cupo”, nell”azzurrità dell’ombra”.

Colori prettamente notturni, cupi (ma anche bianchi chiari neutri)che rimandano a visioni rivelazioni spettacoli paesaggi di morte, rovfine, torture, di fugace e tetra agonica dispersione e disperazione, di vuoto, perdite, mancanze, lacerazioni , inquietudini , privazioni, abissi, ferite; di vuoto, di detriti, frammenti, frantumi; di nulla, insomma dell’”essere del nulla”.  Ma un Nulla Celeste e Lucente.

La poesia di Villa Dominica Balbinot non è però solo visionaria o onirica e surreale, proveniente, perciò, dall’interno e che poi si riflette sugli oggetti e sulle cose, sui paesaggi e sulle persone, sulla natura umanizzata e senziente. Ma è anche e sopra tutto visiva, analoga a quella di Dino Campana (e quindi sensoriale e sensuale) e dei poeti e pittori surrealisti ed espressionisti. Per questo la Parola poetico-pittorica denota esprime rappresenta ed evoca “ le sue violacee ombre” e “accumulate agonie”, la ”sua acqua scura”, il suo “crepuscolo azzurro”. La sua “grandezza opaca”: la sua ostinata e feroce “macerazione”, la sua “bellezza arcaica e tragica”.

Il Sentimento del Tempo, non – ungarettiano nè bergsoniano (“durèe”), ma fatto di cristalli poliedrici, è spazializzato e geometrizzato (come le celle dei rombi / di un alveare) e, quindi, non lineare ma circolare e periodico: il Sentimento del Nulla Splendente e del Tempo Celeste. Un Tempo nietzcheanamente nullificato e quindi reso, perdutamente, ontologicamente “positivo” e in cui “Tutto è arcano, fuorchè il nostro dolor”. Tutto è mistero: la conoscenza, le oscure profondità della Psiche, la poesia stessa, meno che la sofferenza e la sua dimensione corporale e quella, nullificante, del nostro Ex-sistere, il sentimento, cristallizzato, del tempo e del Cielo meravigliosamente blu cobalto. L’ombra della parola è, quindi, per Villa Dominica Balbinot silenziosamente azzurra e vicinamente nostalgica, vaga e antica, germogliante e penetrante, nel taglio teso e temerario del Tempo opaco, smisurato, infinito e indefinito. Un Tempo procronico, prima del tempo, un primo tempo o un tempo primo, primario, principale, iniziale, che va oltre la linea gialla, la linea del fuoco. Allo stesso modo anche lo spazio è temporalizzato, reso in-finito e universale, assolutizzato, nella dimensione (soggettiva) della “geometria del cuore”: una sorta di sistema sentimentale paradigmatico declinato in un “qualcosa di scritto”, in un antistante Forma e nelle sue varie espressioni.

Dominique non fa poesia per cercare e trovare finalmente una pacificazione o risoluzione o ritrovare in essa un nuovo o rinnovato “io”. Ma per illuminare il suo “diverso”,  profondo “Sè” e rappresentarlo. Un Sè (poetico) abitabile e esprimibile. La sua unica Dimora è quella della Poesia. 

FRANCO DI CARLO

 

 

DALLA RACCOLTA “ E TUTTI QUEGLI AZZURRI FUOCHI”

  

SOTTO L’ETERNA SIEPE VERDE

…Sotto l’eterna siepe verde
la notte era molto tranquilla
linda e senza vita
nel sole occiduo:
sul nudo pendio
anche le rovine sembravano
naturali-
innocue-…

Ma nessun luogo era invulnerabile;
oh tutte tutte quelle linee dure de l’Innominabile
sulla
carne ferita
con le sue violacee ombre
– quelle accumulate agonie
[E quei giudizi accidentali,
ne le casuali uccisioni,
– le stragi piccole,
il lungo inutile squarcio]
Ora la luna sorgeva
sui vecchi campi – e le case sfregiate-
e il ragazzo giaceva tranquillo
tra i piccoli fiori silvestri rossi e violacei:

era molto pallido come fosse morto da sempre.
( E c’era una luce mista di blu secreti
e di lillà
sulla innominata acqua scura,
-e quell’abbandonato flutto
sulle tristi ossa di tutti gli annegati..)

 

DALLE NAVATE DEGLI ALBERI GERMOGLIANTI

…Dalle navate degli alberi germoglianti
( si stendevano belle e lucenti
nei lunghi giorni perfetti)
si arrivava alla tacita linea di acqua,
l’innominata acqua scura,
un assoluto solitario
quasi sotto l’orlo angusto…

Dopo il crepuscolo azzurro
la notte era molto tranquilla,
e quei morti intorno a lei
nella loro innominata carne ferita
erano sostanziali misurati e preziosi
capaci di movimenti lenti e terribili.
Tra sofisticherie e sottigliezze teologiche
lei aveva una espressione di fredda
– e pensosa- riservatezza,
nelle possessioni- tutte sue-
( e dopo il macello geometrico)
Tutto l’incesso
per quella strada ardente
era astratto e scabro
come la camera dei suicidi in un albergo
e il cielo si era rannuvolato intanto,
striato dai cardati fili colore di seppia,
che erano sul punto di precipitare.

  

E IN UN MONDO DI GRANDEZZA OPACA

…( Aveva in cuore qualcosa di torbido,
quella bianca previsione di innocenza)

Le toccava poi continuare
con ostinazione e ferocia
quella specie di macerazione,
che la portava sempre
(nello estremo delle notti)
in quelle immense regioni insopportabili
– approssimative e vaghe
sulla fredda tagliente sabbia di deserto

Fu semplicemente annientata
-dalla affezione
irreparabile
e in un mondo di grandezza opaca:
vedeva il lato più barbaro- e quello più estetico,
l’intero intendimento oppiato,
per dare,
dare qualcosa di tremendo ovunque
mentre tutti quei volti
avevano una specie di bellezza
arcaica e tragica,
e tutte le acque erano nere
terribilmente nere
(e
silenziose – terribilmente silenziose )

AVEVANO QUALCOSA DI FRAGILE

[…Avevano qualcosa di fragile,quelle giornate di un grigio delicato..]

Fra quelle precarie-elettriche-ombre
( piatte fisse
come
calcinate)
si evidenziava
la estrema linea,
di una intera
adamantina– crudeltà…
Da quelle feritoie alte
– e sull’impietrato
-lì in quell’angolo remoto,
vi era la fine degli anni amati,
la suppurazione suprema
– de le storie minime,
– di tutti quei crimini inutili,
ne il minerale intrico dei tegumenti,
delle giunture.

 

QUEL CIELO ERA- ALLORA- BLU COBALTO

Era una strada meravigliosamente silenziosa:
quel cielo era blu cobalto,
allora allo zenit…
( troppa erba, troppi fiori,- e di un profumo troppo soave,
con troppa luce,
in uno splendore selvaggio.)
( Ora ovunque vi è qualche particolare,
di quello stesso orrore)…
Il suo è un segreto canto funebre,
canta alle rovine proibite,
– a quella perversa struttura tutta,
raccoglie i dati impuri,
le
micidiali arsioni:
la lingua è tutta inventata
pietosissima
,
lei è lirica- è crudele-
( Quel sontuoso colore vermiglio,
quel riflesso purpureo…
).

 

 LA NOTTE DIVENNE GRANDE

[..Ne l’innaturale territorio
in quella specie di costrizione
la notte divenne grande…]

Uscendo da una di quelle torri
( alt
e, paurosamente alte)
e in quel pervasivo silenzio bianco.
-in quella luce opalina uniforme-
ricordava solo
il mezzogiorno
simile allora
a un
grande canto azzurro,
e nei giardini gli alberi tutti,
col dolce lutto della loro primavera
bianca e rosea( ormai sfiorita,
svanita),
quella – sua-
abbacinata natura elettrica,
nella chiusa taciturnità della carne
che sempre impallidiva.
( Bianchi erano i rovi,

fredde ,
possenti [e vicine]
le dure pareti dei monti

nella niditezza della aria
-ne
la smunta opacità di quel colore notturno).

 

L’AZZURRITA’ DELL’OMBRA

Era stato allora
( guardando lontano nella sera,
nell’azzurrità della ombra
di una rosa spogliata)
che si era detta,
che tutto forse le sarebbe infine apparso
(riflettendoci)

quasi perfetto

Ci sono sempre delle cose
che accadono nel silenzio,
come la cauterizzazione sua alla vita,
quella disarticolazione strana
che la faceva correre
qui
– alla sorgente e
alla cieca lontananza,
a quella giacitura tra le sonnambule urla
( ah la rigida dolcezza
la insana crudezza tutta).

Lei ora si sentiva magnifica
isolata
[attorno alla superficie]
e ogni cosa era di un bianco quasi puro

– vagamente corrotta
in quella superba-
storta– Inquisizione barbarica
dei
supremi crimini , e della loro lingua antica.

 

PER QUELLE STRADE IRREALI DELL’ALBA

Per quelle strade irreali della alba
c’era solo un grande silenzio
(immane estatico)
sprofondante in un vuoto immaginifico
– troppo dolce perchè si potesse sopportarlo.
E loro erano ancora tutti lì,
misteriosi ostinati ben visibili
incancellabili...
Del resto non è una storia
inaudita– questa-
sulla terra:
quei forzamenti,
le stagnazioni magre tutte,
i –
suoi-personaggi disfatti
e nell’assoluto atto,
una simile lebbra
( e quel superbo inquisitore di crimini,
– nel
silenzio selvaggio
in un inconcepibile modo

quel lungo grido
che diceva sempre la stessa cosa)
.

 

ESSI TENTAVANO ALLORA

Essi tentavano allora
il deserto dell’aria,
una secrezione ultima
contro la degenerescenza lenta
le diluviane piogge,
quegli scheletri vivissimi
di alberi calvi
[ E oltre questi passaggi, le suture
le glandole tutte
di una
intoccata vita]
Quella storia non era finita,
contava solo ciò che era trionfante:
sotto un cielo serico -e
freddo
(sulla superficie oscura
di quelle
antiche acque)
anche tutto il suo corpo
era rovente,
– in una fioritura come prevista,
tra le grida dei caprimulghi,

(tra quelle fiamme che
divorandola
si inazzurravano…)
.

 

OLTRE QUELLE PERSEGUITAZIONI

…[Oltre quelle perseguitazioni
ricercava una versione più pura,
e tuttavia si sentiva ossificata…]

Al di là delle forme di indaco del delta,
ecco i vapori
arancioni ocracei fulvi,
l’azzurro del cielo sottoposto al corrosivo acido;
ogni cosa si fece – a poco a poco-
pallidamente color violetto,
un che che rovinava in ramoscelli rosei,
come un fiore di tulipa che cadesse su di uno stagno grigio…
E si ritrovò con solo il suo corpo scarno:
un nucleo di dilatata agonia,
-tutto quel nervume-

quel minerale sguardo ,
il
legale assassinio
sopra una terra abbandonata :
con unzione ,in contemplazioni di ogni sorta,

la sua faccia era rivolta ai fiori,
selvaggi e spampanati.

 

 

Villa Dominica Balbinot di ascendenze emiliano-venete, ha vissuto gli anni fondamentali in Lombardia (provincia Milano) ora vive in duro ambiente rurale, in Emilia.
Maturità classica e Corso di studi universitari in lettere. Ha incominciato a scrivere dal 2006 [un “esordio” da persona matura e improvviso, diciamo ex-abrupto) e cimentandosi inizialmente sui gruppi di scrittura presenti sul web (it.arti.poesia, it.arti.scrivere) e subito dopo creando i propri blog personali, uno di poesia (inconcretifurori.wordpress.com) il secondo di prosa e racconti (dell’idrairacconti), cercando poi di raccogliere il complesso delle proprie produzioni in quello che mano mano dovrà essere sempre più il blog https://villadominicabalbinot.wordpress.com
Sin dal suo primo numero – e fino alla sua chiusura – ha collaborato al lit-blog viadelledonne.wordpress.com. FEBBRE LESSICALE è la raccolta d’esordio, autoedita attraverso il sito ilmiolibro.kataweb.it come del resto le tre sue successive raccolte
QUEL LUOGO DELLE SABBIE – I FIORI ERANO FERMI – E LONTANI – E TUTTI QUEGLI AZZURRI FUOCHI, cui si riferisce la nota critica di FRANCO DI CARLO

pausa estate

1 agosto 2019 by

buone vacanze 2019.jpg

 

Ana Martins Marques

28 luglio 2019 by

AnaMartins Marques 2-1.jpg

Ana Martins Marques è nata a Belo Horizonte, nel novembre del 1977. Laureata in Lettere all’Università Federale di Minas Gerais, Insegna Letteratura Brasiliana ed è dottoranda in Letterature Comparate nella stessa Università. Nel 2007, ha vinto il Prêmio Cidade de Belo Horizonte, nella categoria “Poesia – autore esordiente”, e, nel 2008, ha ricevuto di nuovo lo stesso premio, nella categoria “Poesia”. La vita sottomarina è il suo libro d’esordio e riunisce una selezione di poesie premiate in questi concorsi.

 

 

da La vita sottomarina

traduzioni di Chiara De Luca

 

 

Ancora

 

 

Il sole percorre

l’intera estensione di un muro

 

strisce nel paesaggio

scritto a matita

 

La strada comincia dalla scrittura –

questa in cui ti seguo

 

Questa poesia è un’ancora:

è perché tu resti qui per sempre

 

Ma fuggono le ore senza carezze

ore che sono come un vivaio di pesci senza pesci

 

La mia mano copre la sua

con la sua ombra

 

Questa poesia, pesante, affonda.

 

 

*

 

Giardino

 

 

Se il giardiniere abbandonasse il lavoro a metà

e stanco si sedesse su una sedia

e perdesse tutta la serata

sotto rose grasse che sono solo rose

e accecano di felicità

mentre il giardino

in se stesso

si contorce

estraendosi da dentro

il sesso intricato delle camelie

e la morte e la follia dei gigli

e la noia suburbana delle guaiave

preda di commozioni antiche

potrebbe sentirsi un poeta

che guarda la poesia

che non sa finire.

 

*

 

Scatola del cucito

 

 

Fili sciolti

bianchi rossi

neri

ingarbugliati:

il caos è sempre avvolgersi

su se stessi.

 

Non c’è tenerezza

negli occhi del gatto

che fissa il rocchetto:

soltanto attenzione

per la trama.

 

La poesia rammenda

l’irreparabile.

 

 

*

 

Vaso

 

 

Plasmare intorno al nulla

una forma

aperta e chiusa.

 

Parola per parola

la poesia circoscrive il suo vuoto.

 

 

 

*

 

Barche di carta

 

 

Le poesie in genere sono fatte di parole

sulla carta

sarebbe meglio se fossero di stoffa

perché potrebbero prendere la pioggia

o di legno

perché sosterrebbero una casa

ma in genere sono fatte di parole

sulla carta

e per questo servono a poche cose

fra le quali non si trova

prendere la pioggia

o sostenere una casa.

 

Piegate su se stesse,

si lanciano nel mondo

con il coraggio suicida

delle barche di carta.

 

 

 

Orologi

 

 

Certe poesie sono sempre in ritardo

altre sempre avanti irrimediabilmente.

 

Nelle poesie la lancetta dei secondi

è più lenta di quella delle ore.

 

Ma almeno la poesia

in genere non è necessario

caricarla.

 

 

*

 

Lanterne

 

 

Nella notte

accesa

la poesia si consuma.

 

 

 

TESTI ORIGINALI

 

 

Âncora

 

 

O sol percorre

toda a extensão de um muro

 

Riscos na paisagem

escrita a lápis

 

A rua começa desde a escrita –

esta em que te sigo

 

Este poema é uma âncora:

é para que você fique sempre aqui

 

Mas fogem as horas sem carícias

horas que são como um tanque de peixes sem peixes

 

A minha mão cobre a sua

com sua sombra

 

Este poema, pesado, afunda.

 

*

 

Jardim

 

 

Se o jardineiro abandonasse no meio a tarefa

e cansado se sentasse numa cadeira

e gastasse toda a tarde

sob rosas gordas que são apenas rosas

e cegam de alegria

enquanto o jardim

nele mesmo

se contorce

tirando de dentro de si

o sexo intrincado das camélias

e a morte e a loucura dos lírios

e o tédio suburbano das goiabas

sob comoções antigas

talvez se sentisse um poeta

olhando o poema

que não sabe terminar.

 

*

 

Caixa de costura

 

 

Linhas soltas

brancas rubras

negras

emaranhadas:

a confusão é sempre enredar-se

em si mesmo.

 

Não há ternura

nos olhos do gato

que fita o novelo:

apenas atenção

para a narrativa.

 

O poema cerze

o que não tem reparo.

 

*

 

Vaso

 

 

Moldar em torno do nada

uma forma

aberta e fechada.

 

Palavra por palavra

o poema circunscreve seu vazio.

 

 

*

 

Barcos de papel

 

 

Os poemas em geral são feitos de palavras

no papel

seria melhor se fossem de pano

porque poderiam tomar chuva

ou de madeira

porque sustentariam uma casa

mas em geral são feitos de palavras

no papel

e por isso servem para poucas coisas

entre as quais não se encontra

tomar chuva

ou sustentar uma casa.

 

Dobrados sobre si mesmos,

lançam-se no mundo

com a coragem suicida

dos barcos de papel.

 

 

*

 

Relógios

 

 

Certos poemas atrasam-se sempre

enquanto outros adiantam-se sem remédio.

 

Nos poemas o ponteiro dos segundos

é mais lento que o das horas.

 

Mas ao menos ao poema

em geral não é preciso

dar corda.

 

 

*

 

Lanternas

 

 

Na noite

aceso

o poema se consome.

 

 

 

Chiara De Luca

21 luglio 2019 by

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Da Versi animali, inedito

I

Sotto il sole o al gelo d’inverno,
in salita, per campi, sull’asfalto,
in acqua, nella nebbia, nel fango,
in discesa, sulla neve, nel caldo,
sotto rovesci di pioggia battente,
o aghi di pioggerella invadente,

in senso in verso al vento contro
le onde quando del mare deserto
la voce nel mio passo è in canto

correre è la sbronza di vita,
banchetto di libertà assoluta
festa al buio che ti scaraventa
fuori di testa per restituirti
del corpo la segreta potenza;

È orgasmica scopata con la vita
quando da lei mi sento tradita,
è furia d’amore che nell’assolo
del vento fa ascolto d’elezione,
dell’abbandono riconciliazione.

È fucina di versi da prendere al volo
nel boccone che mastico e frantumo,
visione che per ore rigiro in un bolo
in gola perché non si perda nel nero,
finché al largo del cielo di nuovo non sono
sola a tradurre il passo in corsa del respiro.

È oro nella miseria, sull’abisso pedana di volo,
trampolino di lancio di ogni mia resurrezione.

II

Correre a lungo mi ha insegnato
la pazienza di nutrire la speranza,
l’arte di restare sempre in ascolto
del corpo come di un concerto.

Mi ha insegnato a seminare i licaoni
di ambizioni che masticano i cuori
a rialzarmi dagli agguati degli umani,
degli amici delusi a caccia di favori,
a lisciarmi del tutto via dalle ali
i sorrisi al cianuro degli affabulatori,
le strette al vetriolo delle loro mani.

Mi ha dettato la sopportazione
del dolore fisico e interiore,

la perseveranza dell’intento di vedere
il tutto nel frammento e ricominciare
senza all’orizzonte traguardi di chimere.

**

Black

Da bambina correvo con un cane
accanto in ogni mio allenamento,
passavo il guinzaglio da una mano
all’altra per scaldarle nell’inverno.
Nero e imponente come un alano
potente più di Cerbero all’inferno.
In corsa per chilometri sul manto
bianco senza ombra dell’incontro,
sempre fianco a fianco nel silenzio
in simbiosi un passo dopo l’altro,
fino al giorno in cui calò il sipario
sul mio grande cane immaginario
per abbandonarmi sola sul palco
a improvvisare la parte di adulto.

 

Da Alfabeto dell’invisibile, Samuele Editore 2015

 

Correndo nel sottomura degli Angeli

Basta un niente alle ruspe per abbattere una casa

frantumare anni di perizia e di pazienza,
smembrare le stanze dalle fondamenta

pochi mesi al male per demolire un corpo,
oltre trent’anni di corse e allenamento

penso mentre annaspo con il fiato corto

arrancando come un grido nel silenzio
dell’alba di un giorno non ancora risorto.

– il cuore germoglia da un albero morto
residuo insospettato di uno schianto –.

Ma i miei cani lo ricordano chi sono
come grilli balzano fuori dal sentiero,

hanno fuoco negli occhi colmi di respiro
mentre mi volteggiano attorno da lontano;

poi li raggiungo tra l’erba in mezzo al fango
di nuovo come loro sono d’aria e movimento,

c’è una linea bianca alla fine della strada,
acqua calda per guarire dal gelo e una casa.

**

Correndo sulle Mura degli Angeli

Lungo la navata centrale che risale

in quel suo violento slancio verticale
nella Notre Dame d’alberi la pioggia

smalta lo smeraldo delle foglie,
accende le colonne di corteccia,

interseca le note d’acqua del respiro
sciolto in fruscio di passi sul sentiero –

Corri forte lepre dov’è inutile la fuga
in quest’invernale primavera seminuda,

quasi non scrosciasse che sole per sentire
pioggia defluire se il vento col sudore

gela sulla pelle come brina sulle punte
di rami fuoriusciti dai relitti della notte.

 

Da Il mondo è nato. Poesie in prosa e non

Poi un bel mattino arriva l’inverno. Deserto, un tappeto di foglie rosse macchiate dal mogano del manto di Eva, che all’improvviso spicca la corsa ed è una freccia di fuoco che divora il verde dell’erba increspata dal vento, la fa crepitare come un incendio. Gli alberi sono giganti che nello slancio si abbracciano in alto, formando una cupola che lascia trasparire un cielo inesistente e bianco. Uscendo dal tempo entri nell’infanzia che ti porti dentro da una vita precedente, ti senti l’ultimo essere al mondo e forte, come quando da bambina avevi un cane nero assente sempre al fianco, ogni volta che uscivi nella nebbia per entrare in un altro mondo, dove mancava il mondo ed era una mancata presenza a dissipare la paura, dando fiato al respiro, mentre lo guardavi salire e farsi nuvola nel vento sempre contro.

**

Anche il fiume non sempre tiene la sua corsa
quando si rannicchia in attesa della pioggia
o slancia e imperversa per non tenerne altra.
Alla fine non è inutile restare
in fondo alla cascata separare
colpi di frusta riaprirli verso il mare:
C’è sempre un silenzio da salvare, o scivolare
negli occhi di te che sei stanco e non ricordi
che soli nei guai lo siamo sempre stati
e amati mai.

**

Si deve esistere come in una corsa, che al mattino non vorresti cominciare, mentre il sonno al corpo nel buio ha ricordato gli anni, che hanno reso più sensibili muscoli e giunture. Non ci si deve risvegliare da ieri ma nascere nuovi, come quando muovi i primi passi sull’asfalto per raggiungere il sentiero. Ci si deve avvicinare cautamente a una giornata, trovarla vuota tra gli alberi deserti, avere il tempo per rintracciare se stessi, ancor prima di portarsi agli altri. Avere il tempo di rispondersi, ancor prima di accogliere domande che non chiamano risposte, d’interrogarsi, prima di attendersi risposte negate.
E si deve ricominciare ogni volta come dopo una corsa, quando il corpo sente il freddo e non la mente e dell’inverno ti accorgi solo dalle estremità irrigidite, dalle mani gonfie e dolenti. Quando non senti gli anni e il dolore perché non avverti il peso del corpo, che è divenuto lieve, uno con il movimento, con l’immaterialità del viaggio, evaso dalla gabbia del pensiero, affrancato dai ceppi della memoria e dell’attesa, dalla sospensione della perduta lotta quotidiana, sempre più dura, in quell’alzata di spalle che ci tacita e consuma.

**

Tre giorni che la nebbia non si alza, salvo un breve intervallo a mezzogiorno. Eppure… quando all’alba esco a correre c’è nel respiro una sorta di pace, mentre il foglio bianco si srotola davanti ed è lo stesso che ho lasciato alle spalle nella sera, solo più chiaro, impregnato di una luce irreale che non è quella del Sole, umido di raggi raccolti come un bene. Posarci sopra i piedi, procedere nel bianco è calcare l’itinerario di un viaggio. Quello del ritorno, forse. Non c’è tristezza per me nella nebbia, non più. Forse perché ha tenuto nel suo grande ventre gelido l’infanzia, quella che ho cercato altrove, andando via da Ferrara alla fine della scuola, quando ti senti grande, e invece sei ancora un ragazzino inerme. E incontri tutto quel che incontra un ragazzino inerme solo in giro per il mondo. Per poi tornare alleggerito di quel fardello di fiducia e fedi che hai vuotato anno dopo anno per la strada, manna per i rapaci, speranza per te che si sazino di quella. Sul foglio bianco leggo l’infanzia che la nebbia ha custodito intatta. Dice di quando correvo da bambina lungo la cinta muraria, con un cane al mio fianco. Era grande, con i denti di neve, il pelo nero, fitto e lucidissimo. I suoi passi moltiplicavano i miei, mi tenevano compagnia, si portavano via la paura. Era il mio amico immaginario. Correvo e mi passavo il guinzaglio da una mano all’altra. Il guinzaglio serviva a stringere i pugni per riscaldare le mani. E serviva a trattenere il mio amico vicino perché credevo che una volta libero se ne sarebbe andato anche lui. I cani invece no, non se ne vanno.

**

Correre sotto la pioggia mi è sempre piaciuto, meglio se la pioggia è forte ed è freddo e devi far fatica per scaldarti e tutto il sangue si agita e precipita in soccorso, meglio se c’è vento e devi andargli a testa bassa contro, meglio se è sabato all’alba e ti senti parte integrante del percorso deserto, figlio del tuo mondo.
Ma è ancora più bello correre con qualcuno che è pazzo come te, che sente in sé la tua esultanza di correre, di buttarsi dentro le pozzanghere, segnare impronte nel fango, saltare rami caduti e schiacciare mucchi di foglie con un balzo, incespicare lungo le salite erbose e scivolare lungo le discese. La gioia è correre ammirati e sospesi con la meraviglia della natura che è un Irish Setter, guerriero dolcissimo e paziente, folle di vita, aspettare che il sentiero sfoci nel prato liquido che si estende e confluisce nella nebbia, per vederlo inebriarsi nel galoppo: il torace profondo dimora di un cuore inesauribile e grande, lo slancio micidiale delle zampe posteriori e la perfezione del gesto vibrante e facilissimo, che coincide con la mente e con il corpo, il movimento della gioia di esistere, gli occhi pieni di passione che ti guardano felici invitandoti ad accelerare, ad andare oltre le misure, a forzare sulle tue due misere zampe.

 

Chiara De Luca:
corre 15 km al giorno. Traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e olandese. Scrive poesia e narrativa, si occupa di fotografia e videomaking. Ha tradotto una sessantina di raccolte poetiche di autori contemporanei. Ha curato l’antologia di giovane poesia contemporanea Nella borsa del viandante (Fara, 2009) e pubblicato A margine dei versi. Appunti di poesia contemporanea (2015). Ha pubblicato i poemetti La notte salva (2008) e Il soffio del silenzio (2009) e la silloge Il mondo capovolto (2012). Ha pubblicato le raccolte poetiche per custodire l’amore (2004), in parole scarne (2005), A mia madre (2015), La corolla del ricordo (2009, 2010), The Corolla of Memory (2010, con una nota di John Deane e la prefazione di John Barnie), Animali prima del diluvio. Poesie 2006-2010 (2010), Alfabeto dell’invisibile (2015), confinando l’inverno (2017), Il mondo è nato (2017), Grani del buio (2017). Ha pubblicato l’antologia bilingue La somma di ogni ritorno/The Sum od Each Return, con la traduzione di Gray Sutherland e la prefazione di Giancarlo Pontiggia e l’antologia bilingue La ronde du rêve, con la traduzione di Jean-Claude Tardif e Elisabetta Visconti-Barbier e la prefazione di Werner Lambersy. Nel 2008 ha fondato Edizioni Kolibris, casa editrice indipendente dedicata alla traduzione e diffusione della migliore poesia contemporanea. Nel 2015 ha fondato la rivista internazionale Iris News. Il suo sito è http://chiaradeluca.net

Francesco Sassetto

18 luglio 2019 by

 

“La poesia di Francesco Sassetto è la testimonianza di una strenua resistenza al dilavamento interiore umano reso dall’assunzione abituale di un mondo che s’impone per gelida grettezza, paradosso, ingiustizia. Attraverso la parola, l’autore, dona voce a un campionamento rilevato in campo quotidiano, fatto di lotta per la sopravvivenza. Intimista e colloquiale, il poeta si lascia avvicinare attraverso immagini malinconicamente attive che s’infiltrano nel lettore come dosi omeopatiche di un veleno attivato alla denuncia, comunque propulsore di speranza reattiva. Lo sguardo parte dal sé per posarsi sulla folla di sentimenti che uno a uno ci riguardano tutti e che, attraverso i suoi versi, trovano strada per non essere eternamente riconsegnati a un altrove fatto di coscienza distratta e latente solitudine.” Doris Emilia Bragagnini

“Che Francesco Sassetto fosse una delle voci più forti della poesia civile contemporanea, intesa nel senso migliore del termine, era già emerso con chiarezza dalle precedenti raccolte Ad un casello impreciso (Valentina Editrice, 2010) e Background (Dot.com Press, 2012); Stranieri, la nuova raccolta dell’autore veneziano edita nuovamente per Valentina Editrice, è dunque una conferma importante, approfondisce molte delle tematiche delle opere che l’hanno preceduta e al tempo stesso delinea ancora con maggiore nitidezza lo spessore ed il valore della poesia di Sassetto…” Francesco Tomada su Perigeion

 

testi dalla raccolta “Ad un casello impreciso”, Padova, Valentina Editrice, 2010

Io sono rimasto a queste calli

Sono finite le strade del tempo
ragazzo – un lume appena di memoria
che si spegne – quando avevo negli occhi
lo stupore dei libri e le notti tutte da inventare
e molte carte e parole e giorni lunghi da sprecare.
Imparavo l’amore allora a poco a poco,
sognavo quel dolce fuoco, i baci e le promesse
di una vita da correre alla luce
del suo viso sorridente di ragazza. E furono ore
di sole alto davvero, di lunghi
sguardi oltre il cancello delle ciglia,
conobbi l’abbraccio di due anime
accanto. Più tardi ho saputo il suo strazio.

Gli altri sono andati, hanno fatto figli
un po’ per amore un po’ perché si fanno,
qualcuno è caduto nell’orrore delle pistole
giustiziere, degli aghi nelle vene.
Di tanti – oggi – ricordo appena il nome.

E il cielo si chiude, si fa nero, il breve
gioco delle nuvole in viaggio
adesso stringe in gola.

Io sono rimasto a quest’acqua verdastra
di laguna, ai suoi giochi eterni
di riflessi che dissolvono palazzi
in un brusìo di coriandoli impazziti.
Sono rimasto a questi muri scrostati
da un’aria di sale che, giorno per giorno,
li sfarina, a queste calli che so a memoria
e ripetono i miei passi su se stessi
nell’assurdo girotondo che per celia
noi diciamo storia.

Con un fragore muto d’anni senza volto
alle mie spalle e, in fondo,
la sirena spalancata nel fumo
di Marghera,
continuare,
è questa, dunque,
la mia,
la nostra pena.

*

Precari della scuola

…eccomi su questo treno
carico tristemente di impiegati,
come per scherzo, bianco di stanchezza,
eccomi a sudare il mio stipendio

Pier Paolo Pasolini

Noi siamo quelli che partono di notte, il vagone
sporco del regionale delle sei e venti ci carica
dagli imbuti neri dell’inverno di strade
senza nome, stralunati e lenti, le bocche
livide che stentano a parlare impastate
di sonno e caffè bevuto in fretta.

Noi siamo quelli che si possono cambiare,
i disponibili, i tappabuchi della scuola, quelli
che possono aspettare, che non lasciano
memoria, nomi senza volto e senza storia
a settembre in classe
a giugno fuori dal portone,
pedine d’una cinica scacchiera sgangherata
che vuole il pregio di dirsi istituzione.

Abbiamo dignità ferita e figli e affitti
da pagare, crocifissi da ordinanze e circolari
in perpetuo moto, veniamo sempre dopo
e presto spariremo cancellati nella gabbia
del contratto a scadenza prefissata,
abbiamo il presente, mai il futuro, noi offesi
senza più nemmeno la forza dello sdegno,
senza articolo diciotto o sindacato.

E qualche stracciato manifesto è tutto quel che resta
al muro di un’antica rabbia.

Sonnecchiamo, ritornando, al tempo fiacco
del vagone e parliamo della scuola e della casa,
se ci sarà lavoro l’anno venturo, sapendo già
che non ci rivedremo tutti dentro a questo
treno che dice polvere e stanchezza e rode
ore troppo lente, noi insieme adesso per sola
coincidenza e breve, noi esperti
dell’avvicendamento, professionisti del cambiamento
dove non cambia niente.

*

Le ragazze per noi

Le ragazze stanno là, stanno sulle strade
e nelle case, nell’ora che il cielo
si nasconde e i profili dei paganti
s’allungano in ombre cupe sull’asfalto.

Le hanno portate da terre distanti dove cresce
immensa la rovina, caricate su carri e barche
da bestiame come portarono un tempo
gli innocenti nei campi che oggi
si va con occhi di dolore a visitare.
Anch’esse una razza minore, buona
per il nostro pasto proibito,
il nostro piccolo orrore.

Le hanno portate per le nostre società avanzate
mercanti delegati dai nostri conti in banca,
con l’inganno, la minaccia ed il coltello,
spedite da bestie senza faccia
per noi che ritiriamo i pacchi, noi
signori della civiltà.
Di loro solo più vigliacchi.

Le hanno portate per la nostra distrazione
fuori porta, per noi che abbiamo libertà, denaro
e leggi di mercato, che sappiamo il gioco
della domanda e dell’offerta, uomini
di lavoro e dignità.

Le ragazze stanno là, sulle nostre strade,
nelle nostre case, invisibili e presenti
nel coro ronzante dei pensieri,
domenica il pranzo coi parenti,
lunedì al lavoro.
E il sabato, la sera, insieme a loro,
per un’ora soltanto, un brivido
di corsa. Poi si torna di nuovo
alle famiglie, alle nostre stanze larghe
di luce sorridente.

Le ragazze stanno ancora là
fino alla notte.
Affogano nel buio lentamente.

*

E si cerca l’amore

E si cerca l’amore disperatamente,
che sia giusto o sbagliato, l’amore comunque
dovunque, qualcosa che ne abbia
il sapore, l’amore nelle case
degli altri, negli occhi indaffarati
della ragazza del bar,
nei treni affollati di silenzi.
L’amore che dia consistenza all’ombra
che siamo, al fumo delle nostre parole,
l’amore che bruci la sera che viene
ogni sera come un grido taciuto,
una scadenza in attesa.

E si cerca a terra perché siamo di terra
e il cielo è solo un lago silente
di quiete lontana.
Che non ci appartiene.

A volte è un trastullo, un gioco innocente,
una mano veloce di carte,
ma quando è davvero è il sole di giugno
che ci porta il grano, muove i passi
e le mani, spalanca le porte socchiuse.

E si corre allora e lasciamo alle spalle
le stanze mancate o perdute,
le stazioni deluse.

Perché noi cerchiamo l’amore che si prende
e si dona senza ragione, senza certezza
alcuna, così dolce e vitale
com’è l’acqua che salva dall’arsura,
la bella stagione che toglie il fiato e regala
il respiro, che accende negli occhi
fatti stanchi
il sorriso del sogno che infutura.

 

*****

:

dalla raccolta “Background“, Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012

Cinquant’anni di treni e di stazioni, partenze
e ritorni, labirinti di calli, incerte direzioni,
adesso qua
a contare i giorni e le ore che vanno via da sole
nella pioggia che cade
fuori e dentro di me.

Cresciuto ad ansiolitici, De Andrè e letteratura
con tutte le parole dimenticate e le mani
gelate, con troppe favole rimaste nelle tasche,
affacciato ancora al solito balcone a guardare

questa notte che sale.

Sempre in bilico tra allegria e ansietà, illusione
e realtà, coi piedi piantati sulla terra e gli occhi
alle nuvole che vanno
a cercare invano
di sbrogliare questo intrico di rovi
tra ferite e bellezza, con la fede antica
di chi cammina senza alcuna certezza
né verità da poter regalare.

Testardo ancora a viaggiare senza occhiali da sole
né Ipod alle orecchie per ascoltare osservare
senza silenziatore
questo desolato teatro che non mi appartiene
e mi gira attorno, questa sorridente disperata
umanità che si muove in branco
con il navigatore.

E sono stanco e forse hai ragione tu
forse è vero
che non sorrido più come una volta,
finito chissà dove quel mio ritaglio di sole
buono a levare dagli occhi un po’
della polvere che s’alza dallo sciagurato
carosello quotidiano, dall’ondata di indifferenza
e ignoranza che monta ogni giorno più forte,
grida ed avvolge di vuoto e tracotanza.

Anche i sorrisi i sogni
hanno una scadenza.

*

Oggi a scuola c’è Foscolo

da spiegare, oggi tocca il sonetto della sera
e io non so
come potrò dire ai miei tredicenni cos’è
davvero questa sera
quest’ombra di silenzio e di spavento,
la fatal quiete, il nulla eterno che anch’io
sto a guardare dal balcone
e la luna spenta
nella polvere incolore del suo alone

accendo un’altra sigaretta e metto qualche verso
sulla carta
filo più evanescente del fumo
che si allarga nella penombra della stanza.

Dire questo a loro che la sera hanno la playstation
e le partite sul satellitare insieme al padre a gridare
per quel rigore evidente
la madre sola in altra stanza
davanti alla centesima puntata di chissà quale
storia d’amore travolgente
e il pranzo di Natale
con gli amici e i parenti nel salotto
abbagliato da lampade al quarzo e divani bianchi
e il quadro di Cascella che è stato un vero affare

no, io questa sera davvero
non la so spiegare ai miei adolescenti
del nuovo millennio,
con le magliette firmate e l’allenatore,
la faccia incolpevole e beata, la cameretta
col computer personale, le feste, le vacanze assicurate
la vita
perennemente illuminata.

*

Background

Dipende da dove che ti vien, da l’aria
respirada da putèlo, le vose i oci
che te xe entrài dentro e se ga inciodà,
le man indurìe de me pare, le onge col nero
de i feri che no va più via, le so storie
de cavi e ascensori da montar in quela dita
deventada multinazionàl
e l’amigo cascà
da l’impalcadura, brusà ne la calçe viva,
’na note in bianco e po’ el sciopero e la paura
de perdar el posto.

Dipende da mia mama maestra a vint’ani
ne le campagne de Pianiga, miseria
e litorina a le sie e bicicletta par chilometri
de giasso e sassi, el paltò, sempre quelo,
revoltà e messo a posto
e i fioi de i contadini,
trentaquatro putèli strucài nel magazèn
co la stùa a carbon, da insegnarghe
a scrivar e contar, a parlar,

e ’na paga che no rivava al vintisete.

Dipende da le case abitàe insieme a èla, oci
che rideva, afito e precariato, magnàr
e bolete da pagar, no ghe xe schèi ’sto mese
par la paruchiera, fa gnente, amor,
ti xe bela lo stesso
fa gnente,
ma queli oci de sol se velava
e la strada tirava in salita.

E la piova che passa i copi roti e riva al sofito,
casca le giosse in camera da leto, ti ghe meti
soto un caìn e ti buti l’ocio a quando
che ’l xe pièn
e restemo in quela casa
in nero e malsana perché l’afito xe bon,
ghe la femo, restemo e sognemo
’na casa megio, un lavoro sicuro, quel viagio
a Parigi rimandà ogni ano a l’ano dopo.

E riva un giorno che ti ghe mòi de sognar, ti te alzi
de note a svodàr el caìn
ti tachi a porconàr
e i sorrisi pian pian se destùa, ti xe stufo
de ’ndar sempre in salita, ti te ricordi
de to pare e to mare
le to raìse impastàe
de amor e fadiga, quel seme duro piantà
tra stomego e cuor, la to vita
el to specio.

 

*****

;

testi dalla raccolta “Stranieri, Padova, Valentina Editrice, 2017

Natale 2014

Dovrei smettere di fumare, ho due stent piantati nel cuore e
il fumo fa male e anche questo mattino di luce imprecisa,
andare e tornare ogni giorno uguale
stanca e fa male.

Accanto una donna mi accompagna e sorride, ci diamo
la mano quando il respiro manca e ci sono ancora scale
da fare e non so se costa più fatica scendere o salire
nel breve tempo che rimane, quanto tempo avanza
me lo chiedo a ogni risveglio
e come sarà l’ultimo sguardo,
una contrazione, un pallore e basta,
schianto o scivolamento
l’ho visto negli occhi di mia madre
questo andare via definitivo, nella sua mano che si allentava
come quando il pensiero è altrove e nulla più rimane.

Le strade piene di gente, si sale a massa sul bus
delle sette che ingoia odori di lingue diverse, voci
straniere nel silenzio di gelo di un’alba ancestrale o
preludio di una fine, teste chine, occhi smarriti,

un padre insegna al figlio a tirare bene i pugni,
perline e collanine, tatuaggi, anelli alle narici,
geroglifici insondabili, labirinti di solitudini allo specchio,
iphone e cellulari, assenza di connessione, nessuna
lingua comune tra i viaggiatori, un ruminare sordo
i detriti di un alfabeto in estinzione, uno scossone,
stridore di gomme sull’asfalto bagnato alla fermata.

Si scende, si va tutti nella corsa elettrica quotidiana, si va al lavoro,
si dorme, si mangia, a volte si fa l’amore
qualcuno sogna ancora qualcosa o solo intravvede
nella notte ombre di passaggio, fantasmi
di altre età, residui da eliminare con lo spazzolino e
il filo interdentale qualcuno dice

che dovrà arrivare un salvatore
lo dico anch’io

ma temo giunga un altro carnefice sorridente,
messia di qualche nuova forma del dolore.

*

Riabilitazione cardiologica

Noi che stiamo qua siamo i salvati, redenti da tecnologia
angioplastica, fortuna o destino, dallo sguardo
benevolo di qualche dio,
scampati ad infarto od ischemìa.

Graziati da morte improvvisa e anticipata, ora da riabilitare,
cardioaspirina e allegria, noi qua si ride, si balla
sui tapis roulants al tempo di Macarena e Vita Loca
a corsa controllata, monitorati da Holter ed Ecg, oggi
a tempo quattro dieci minuti
domani cinque per venti.

Noi miracolati, con due, tre, cinque stent nel cuore e
un futuro nuovo, un altro respiro ancora.

Gli altri stanno di sotto, nelle sale bianche
di emodinamica e rianimazione.

Ci guardano ogni mattina salire al piano superiore.

*

La bufera che viene

… in una bocca che chiede in italiano con accento albanese
qualcosa che non si può rifiutare, e non solo per ragione morale…
… ma perché sta scadendo la cambiale
dei popoli che non hanno neanche il pane

Gianni D’Elia

Sentila, sentila bene anche tu la bufera che viene,
questa tempesta straniera che preme,
che avanza dall’est, dal sud della fame
e sbarca alla vigna ubertosa
dei signori d’Europa e vuole
il lavoro e la casa
e vuole una fetta del sole
che accarezza quest’aiuola felice
del mondo.

E il piccolo uomo che cura le rose
del proprio giardino
si fa adesso feroce ed affila le unghie
e spranga porte e balconi, alza la voce,
vuole leggi e pistole e cani e cancelli
a difesa del suo metro di terra.

E l’aria già odora di guerra.

*

Ai respinti di Lampedusa il popolo italiano
porge sentite condoglianze (3 ottobre 2013)

Alta sui naufragi / dai belvedere delle torri /
china e distante sugli elementi del disastro /
delle cose che accadono al disopra delle parole /
celebrative del nulla / lungo un facile vento /
di sazietà, di impunità /… / la maggioranza sta.

Fabrizio De Andrè

Da giorni sui giornali, a pagine intere colorate, su Youtube,
alla tivù le ricostruzioni, le scene minuto
per minuto dell’accadimento
per il dovere di informare, con il gusto
antico della pietà a buon mercato
e dell’accanimento.

Così il popolo italiano può levare ad alta voce
angoscia sdegno smarrimento
e girare un’altra pagina dell’orrore abituale, dopo
il pianto unanime sul disastro immane si può tornare
all’IMU, alle funzioni del nuovo cellulare,
alle partite sul satellitare.

Il popolo italiano sempre innocente, sono loro, quelli che stanno
al Governo e in Parlamento, che hanno fatto le leggi
sui respingimenti
loro hanno firmato i trattati con Gheddafi

e po’ xe ciaro che tuta ‘sta gente
qua no ghe pol star.

I ve lo ga dito sento volte de molàrghela de impegnìr
quei barconi a tòchi par sercàr qua un Eldorado
che ve insogné

ve l’hanno ripetuto cento volte che per voi
non c’è né casa né lavoro
la crisi è globale, le fabbriche
chiudono o vanno da altre parti
per voi qua
non c’è niente da fare.
Sì, lo sappiamo che scappate dal terrore del fuoco e della fame,
da epidemie e carestie e sabbia che s’inghiotte tutto,
dai pozzi d’acqua recintati da mitragliatrici
ma noiàltri cossa podémo far?

Noi restiamo sgomenti a contemplare
le scarpette a galla, le bianche file
delle bare e spargiamo lacrime e fiori
sui vostri corpi in fondo
al nostro mare che somiglia ormai a un cimitero
una discarica ancora da colmare.

Noi dalle nostre rive sfogliamo stancamente il giornale
che già annuncia altri barconi in avvicinamento, assuefatti
alla compassione ad intermittenza
coristi del coro
che grida forte e freme

e tace nuovamente il giorno dopo.

 

*****

 

Francesco Sassetto risiede a Venezia, dove è nato nel 1961. Si è laureato in Lettere nel 1987 presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia con una tesi sul commento trecentesco di Francesco da Buti alla Commedia dantesca, pubblicata nel 1993 dall’editore Il Cardo di Venezia con il titolo La biblioteca di Francesco da Buti interprete di Dante.

Ha collaborato in qualità di cultore della materia alla cattedra di Filologia Dantesca ed ha conseguito nel 1998 il titolo di dottore di ricerca in “Filologia e Tecniche dell’Interpretazione”. Insegna Lettere presso il C.t.p. (Centro territoriale per l’educazione in età adulta) di Mestre.

Scrive componimenti in  lingua e in dialetto veneziano che hanno ricevuto  premi e segnalazioni.

Ha partecipato a presentazioni, incontri e pubbliche letture di testi poetici. Suoi testi sono presenti in  antologie e riviste ed ha pubblicato le raccolte di poesia: Da solo e in silenzio (Milano, Montedit, 2004) con prefazione di Bruno Rosada,  Ad un casello impreciso (Padova, Valentina Editrice, 2010) con prefazione di Stefano Valentini,  Background (Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012) con prefazione di Fabio Franzin, Stranieri (Padova, Valentina Editrice, 2017), con prefazione di Stefano Valentini, Xe sta trovarse (in dialetto veneziano) (Samuele Editore, Fanna, 2017), con prefazione di Alessandro Canzian.

Una silloge di poesie in veneziano, intitolata Semo fati de sogni sbregài è stata ospitata nel volume antologico Poeti in lingua e in dialetto. La Poesia Onesta 2007, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale La Guglia, Agugliano 2007.

Una raccolta di testi in veneziano, intitolata Peoci, è stata edita nel volume antologico Poeti e narratori in italiano e in dialetto. La Poesia Onesta 2012, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale Versante, 2012.

Una silloge di poesie in lingua e in dialetto veneziano, intitolata Di ordinari galleggiamenti è stata pubblicata, con una introduzione critica di G. Lucini, nel volume antologico Retrobottega 2, a cura di G. Lucini, Edizioni CFR, 2012.

Suoi testi compaiono nelle antologie tematiche La giusta collera, Edizioni CFR, 2011, Ai propilei del cuore. Poeti contro la xenofobia, Edizioni CFR, 2012, Il ricatto del pane, Edizioni CFR, 2013, Keffiyeh. Intelligenze per la Pace, Edizioni CFR, 2014, tutte a cura di Gianmario Lucini.

Sue liriche sono state ospitate nell’antologia 100 Thousand Poets For Change, Roma, Albeggi, 2013; nell’antologia Sotto il cielo di Lampedusa. Annegati da respingimento, Milano, Rayuela, 2014; nell’antologia In classe, con i poeti, a cura di M. Casagrande, Puntoacapo editrice 2014; nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, a cura di M. Cohen, V. Cuccaroni e altri, Camerano, Gwynplaine edizioni, 2014.

Hanno scritto su di lui: Flavio Almerighi, Marco Baiotto, Claudio Bedussi, Fabrizio Bianchi, Alessandro Canzian, Ivan Fedeli, Fernanda Ferraresso, Mauro Ferrari, Fabio Franzin, Lucia Guidorizzi, Gianmario Lucini, Angioletta Masiero, Fabio Michieli, Marco Molinari, Luciano Nanni, Alfredo Panetta, Melania Panico, Michele Paoletti, Luigi Paraboschi, Laura Pierdicchi, Paolo Polvani, Bruno Rosada, Francesco Tomada, Stefano Valentini.

Suoi testi sono presenti nelle riviste online Versante Ripido e Sagarana, in blog e siti web.

 

*

Gian Piero Stefanoni

15 luglio 2019 by

 

GianPieroStefanoni

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2019/05/lunamajella.jpg?w=195&h=300

 

Prefazione di Anna Maria Curci

Con alcune versioni in dialetto abruzzese d’area teatino-frentana
di Mario D’Arcangelo

 

“Le parole sotto la roccia”: l’universo di Lunamajella”

Nel suo movimento che associa, alterna, combina e ricongiunge il protendersi e il ritrarsi, il balzo in alto e la discesa nel profondo, il dire poetico cerca, trasforma, rimpiange e ricostruisce, vela e rivela regioni, paesaggi, terre e distese d’acqua, cime e firmamenti.
Lunamajella di Gian Piero Stefanoni non solo conferisce – lo affermo ricorrendo alla prima parte della celebre formula di Winckelmann – “nobile semplicità” a questo movimento, ma trova, in più, nuove, singolari combinazioni di fonti di luce, di angoli e di spianate, di luoghi appartati e di consonanze di voci umane.
Se è vero che, nel suo moto, la poesia individua, orchestra e progetta ponti e dimore, essa trova in questa raccolta di Stefanoni una terra d’elezione (non è del “suolo natio”, infatti, che il poeta canta, ma di una determinata area nel Teatino divenuta per il poeta paese dell’anima e terra del cuore) che si va manifestando come “madreterra”, come un universo nel quale geografia e sonorità concorrono a ri-nominare e a ri-fondare.
I nomi di luoghi, di rilievi e di corsi d’acqua – Pennadomo, innanzitutto, poi, tra gli altri, lama dei Peligni, Fara San Martino, il Sangro e, a stagliarsi su tutti, il massiccio montuoso della Majella –animano quest’universo, lo caricano di sensi e ruoli.
Una delle direzioni nelle quali il moto del dire poetico si mostra qui particolarmente efficace e fondante è quella di una ricollocazione di singoli elementi nel sistema dei segni.
Riporto qui due esempi illuminanti. Il primo riguarda la creazione della parola-universo che dà il titolo alla raccolta, Lunamajella, la quale viene così definita e invocata: «globo sospeso / che quasi ci tocca». È una parola, lunamajella, che raccorda la lontananza con la prossimità, il cielo e la terra, la spiritualità («globo sospeso») con la fisicità («che quasi ci tocca»).
Il secondo si concretizza nell’uso particolare e inedito del termine “rassetti” nel componimento omonimo, Rassetti, appunto: «Sempre prima di addormentarmi / penso alla morte, al rassetto che sarà / sotto questa montagna di immenso lumino». Anche in questo caso la singola parola si apre a una pluralità di significati che essa, allo stesso tempo, racchiude e protende, collega intimamente ai luoghi e invia in altre direzioni. Se “rassettare”, infatti, è, per un verso, riordinare, ripristinare un ordine preesistente, il termine “rassetto”, usato nel vocabolario tecnico dell’edilizia con il significato di “assettamento” (si parla infatti di “lesioni da rassetto”), indica un incontro tra movimenti tellurici e l’opera umana.[…]

Dalla prefazione di Anna Maria Curci
https://poetarumsilva.com/2019/05/07/gian-piero-stefanoni-lunamajella/

 

 

Lunamajella, globo sospeso
che quasi ci tocca, verso Palena
ma è come verso Marte: astronave
che s’innalza e s’intaglia alle sue coste
lasciandoci come migratori passare.
Eppure vagando non avremmo
che macchie,
                      di nubi
altre aquile in volo.
Dalle feritoie riva verde, sorgente.
Grande addormentato animale.

Lunamajelle, monne areppése / che quase ce tocche, verze Palene / ma è come attravèzze pe Marte: navecèlle/ che s’ahàveze e je se ntàje a le coste // e ce lasse come cille a lu passe. // Eppure gerènne nen tenassàme / che macchie // de nùvele
/ àvetre àquele a vulà. // Da le sgrette riva verde, surjente. / Grossa lemàne addurmíte.

 

Rassetti
Sempre prima di addormentarmi
penso alla morte, al rassetto che sarà
sotto questa montagna di immenso lumino,
sopra questo lago incoronato dalla diga.
Non vi sarà strada, non vi sarà utensile
solo un’altalena di piccole spighe non spazzate
e il santo di gesso a fissare nel volto ceruleo
della stanza le mani secche, l’attesa
dell’altro chiamato al mio posto.

 

L’abbiamo attraversata
la nube che scorre, il respiro che muta,
sei tu che passi terra dalle molte rughe,
stagione della luce.
l’abbiamo attraversata con la lingua
questa strada, questo ceppo di bosco
che si è fatto paese.
ci ha protratti fuori di luna,
nella calura del sogno,
questa ortica di volti sminuzzati,
questa tormenta indifesa di memorie.
E nulla ora sale giacché nulla ora discende
nel procedere che abbraccia la valle.
È il suo ultimo grido – non può essere il più forte.

 

M.G.
Sola con le sue Marie,
con i suoi smalti, a spezzare
il vento errante – alla luce
che nel ricomporla la nomina.
Donna per sempre figlia –
di una carne e di un tempo
nel rovescio del corpo – di una testa
girata ma eppure madre
di quella parola – e quel buio –
a dire il paese che in noi cerca mitezza.

 

Esodo
E forse ancora lo cerchi
o ti arrendi a un battito
che non sai dare.
Adamo caduto che dal calco
ti tenti alla prima impronta,
sei un disperso.
Nel manufatto
appena un groviglio, appena una maschera
che questi campi
e questi animali non vedono.

Su una statuetta presso il Museo Archeologico Nazionale di Chieti,
“La Civitella”.

 

Respira la tua paura
l’abbocco della valle, si ferma
solo quando ti allontani.
Alimenta l’acqua dove il torrente
si confonde e ricorda.
Ormai ti ha preso – pietra, resina
incollata al tuo segreto.

 

 

SETTEMBRE
I.
Si fa più scura la roccia
al paese che sta per morire.
Ma allora perché il circo
delle rondini, il diradarsi delle nubi
prossime alla sera?
O un sommesso bramare di draghi
il voltare di spalle degli uomini
che risale dal primo rifiuto.

II.
Il forestiero porta notizie
docile al dolore come la bestia
nell’infinito respiro.
Passa ma non ode dalle porte.
l’unica cosa che vive è la pace
che viene dal raspare,
la mano sotto l’ulivo
nelle preghiere delle ombre.

III.
Il segno è dato dagli anziani,
non vedono soluzioni solo la rovina,
la parola che nemmeno la campana
può cancellare. Non ascoltano,
accusano. Preparano sedie
che restano vuote.

 

 

La chiave
chi sistema – le scarpe rotte,
l’uccello in volo – il filare dimenticato della goccia,
il rumore sordo del non morire?
Forse l’ultima chiave, il male vinto della casa
nel passo inciso sul gradino.

La chiave – chi sesteme – le scarpe rutte, / lu celle che vole – lu felà scurdate de la hocce, / lu remore sorde de lu senza murì? // Forze l’ùtema chiave, lu male venciute de la case / a lu passe stampate mbacce a la scalelle.

 

 

Gian Piero Stefanoni, nato a Roma nel 1967, laureato in Lettere moderne, ha esordito nel 1999 con la raccolta In suo corpo vivo (Arlem edizioni, Roma) vincendo nello stesso anno, per la sezione poesia in lingua italiana, il premio internazionale di Thionville (Francia) e nel 2001, per l’opera prima, il “Vincenzo Maria Rippo” del Comune di Spoleto.
Nel 2008 ha pubblicato Geografia del mattino e altre poesie (Gazebo, Firenze-premio “Le Nuvole-Peter Russell” e “Città di Venarotta”) a cui son seguiti nel 2011 Roma delle distanze (Joker, Novi Ligure- premio “Leandro Polverini” sezione poesia sociale) e gli
ebooks La stortura della ragione (Clepsydra, Milano) e Quaderno di Grecia (Larecherche.it, Roma).
Nel 2014 ancora per i tipi della Gazebo è uscito Da questo mare (includente l’omonimo poemetto già nel 2013 in ebook per LaRecherche.it ed il canto pasquale L’amore che ti manca edito nella sua prima versione per la cura delle Edizioni d’arte Musidora di Nina Maroccolo, ed ora presso la biblioteca della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma). Ancora in ebook è La tua destra (LaRecherche.it, Roma, 2015), come il saggio sulla poesia in dialetto della provincia di Chieti La terra che snida ai perdoni (LaRecherche.it, Roma, 2017). Presente in volumi antologici, tra i quali La poesia dell’esilio (Arlem, Roma,
1998), Dai parchi letterari ai poeti contemporanei (Edizioni Arte Scrittura, Roma, 2009), S’impalpiti materia-Omaggio a Manzù (Edizioni d’arte Musidora, Roma, 2011- fuori commercio, copia presso la Raccolta Manzù di Ardea), e L’evoluzione delle ultime forme poetiche (Kairòs, Napoli, 2013) suoi testi sono apparsi su diversi periodici specializzati e sono stati pubblicati in Argentina, Spagna, Malta, Grecia e Francia.
Già collaboratore con “Pietraserena” e “Viaggiando in autostrada” è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale “Caffè” e, per la poesia, della rivista teatrale “Tempi moderni”. Dal 2013 sempre per la poesia è recensore di poesia per LaRecherche.it e dal 2014 giurato del Premio “Il giardino di Babuk- Proust en Italie”.
Tra i riconoscimenti da ricordare per l’inedito i premi “Via di Ripetta” e “Dario Bellezza”, entrambi nel 1997.