Giorgio Galli

16 ottobre 2018 by

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Editore: Il Canneto

dalla prefazione di Marco Ercolani

Titolo singolare, per un libro, LE MORTI FELICI.
L’ossimoro ci guida verso un enigma da cui sorge spontanea la domanda: come può una morte, la “fine” di una vita, essere chiamata “felice”? Il racconto più breve del volume ci suggerisce una spiegazione possibile:
«Morte di Icaro
“Dedalo dovete consolare, è lui che muore disperato. Io sono morto vicino al sole”».
La breve frase pronunciata da Icaro, una frase di gioia esaltante, contrasta con la tragedia conosciuta: il figlio di Dedalo, chiuso con il padre nel labirinto di Creta, si attacca le ali al corpo con la cera e vola via: quando il sole scioglierà, lui precipiterà in mare, morendo. Il breve racconto di Galli non omette la tragica fine ma la trasfigura e fa dire ad Icaro la sua felicità di essere “morto vicino al sole”: un enunciato gioioso, quasi eroico, che ricorda le ultime frasi vergate da Heinrich von Kleist alla sorella Ulrike prima del suicidio: «Immortalità, alla fine sei mia».
Questo rovesciamento prospettico traversa tutti i racconti del libro, che si divide in due sezioni: ISTANTI (L’orizzonte, Il nome, Radicati, Nella vita, Sparire) e STRADE. Proviamo a percorrere, rapsodicamente, le trame di alcuni racconti. Ghiat ad-Din, il poeta Omar Khayyām, chiede una brocca per bere, saggia la direzione dei venti, e si addormenta del sonno profondo dei Sette Sapienti. Turoldo, il cantore delle gesta di Orlando, si pente di essere stato così superbo da firmare con il proprio nome il suo poema. Ugo d’Orleans scrive versi con la sapienza dei teoremi di Euclide. Leonino e Perotino vengono citati come i primi musicisti medioevali di cui si ricordi il nome. Josquin Desprez non teme più la morte perché nella sua musica l’ha saputa modulare a più voci. John Dowland si confessa uomo gaio e vigoroso che ha scritto canzoni tristi per richiudere la malinconia in piccole fiale perfette e poter camminare poi allegro. Il pianista Rudolf Firkusny parla dell’appassionato amore del già anziano Janàcek, insonne e innamorato. Il direttore d’orchestra Antonio Guarnieri, di cui restano rarissime registrazioni, è descritto come un uomo in cui la volontà di perfezione e l’umiltà di sparire sono inseparabili. L’inflessibile Toscanini rivela la sua predilezione per il giovane Guido Cantelli, che morrà prima di lui, in un incidente aereo. Max Brod ci racconta che Kafka avrebbe voluto fossero bruciati i suoi racconti perché parlano di una infelicità che lui adesso, è lontano dal provare. Lo scrittore praghese Bohumil Hrabàl confessa: «[…] Me ne sto qui con la mia famiglia e i miei gatti, aspetto tranquillo la morte perché tanto sono finito e non ho niente da dire, certe notti mi addormento con la finestra aperta e allora sogno Egon o Vladimìr e poi più niente, sono sempre stato fuori dai giochi e me ne sto tranquillo ad aspettare la morte, qui Sull’argine dell’eternità».

Il libro esplora attraverso la finzione – l’appunto ritrovato, il racconto in terza persona, la lettera apocrifa – il segreto che molti artisti hanno dissimulato nella loro opera: una parola, un cenno, un pensiero, però determinanti, spesso invisibili, sempre anticanonici e “fuori canto”.
I temi di Giorgio Galli, simili a quelli già trattati nei racconti de La parte muta del canto (I Libri dell’Arca, Joker, 2016), ruotano attorno al mondo della musica e della poesia, e testimoniano l’ossessione prediletta dell’autore: suggerire nuove interpretazioni per vite ormai consegnate alla storia o all’oblìo. Il libro si appoggia costantemente a vite che furono: torna a dire di esse, dentro, non contro di esse. C’è, in questa scrittura limpida, rigorosa e turbata, un tornare sulle tracce dei morti per mettersi in ascolto del passato e correggere certe verità convenzionali grazie a intuizioni nuove. Si crea così una speciale “enciclopedia dei morti”, per citare Danilo Kis, dove i morti sembrano molto più vivi e radiosi dei nostri contemporanei e continuamente ci chiamano, ci parlano, ci raccontano la loro verità. Il libro configura un atlante poetico di artisti colti in un momento preciso: quello in cui la morte non è tanto la temuta catastrofe che distrugge la pienezza della vita quanto l’esito felice e necessario di quella specifica esistenza. Scrive Rainer Maria Rilke: «O signore, dài a ciascuno la sua propria morte, / il morire che viene da quella vita / in cui egli ebbe amore, senso e pena». E ancora Rilke ci soccorre quando, nei Sonetti a Orfeo, associa il rapporto con la morte, nel passato, alla conoscenza e alla capacità di sentire, nel futuro: «Solo chi con i morti il papavero / gustò, il loro, / neppure il più lieve suono / tornerà a dimenticare».
Il tema della “morte felice” è particolarmente icastico e intenso nel racconto dedicato al filosofo Ludwig Wittgenstein:

Morte di Wittgenstein
“Dite a tutti che ho avuto una vita meravigliosa.” Non esiste una morte più bella di quella di Wittgenstein. Non più struggente, più bella, col suggello di un messaggio di ringraziamento rivolto agli amici con francescana essenzialità: ”Tell them that I had a wonderful life”. Them erano gli amici assenti, them erano tutte le creature a cui Ludwig Wittgenstein voleva comunicare di essere morto felice. E la felicità, nella sua vita tormentata, consistette nel rinunciare a tutto tranne all’essenziale, nel sapere con certezza cosa era necessario alla sua vita materiale e spirituale e vivere solo di quello, rinunciando a tutto il resto. La storia è nota: poteva fare una vita da nababbo, fu maestro di scuola e si fece persino operaio. La vita di Wittgenstein non fu felice: fu felice la sua morte perché in quel momento sentì che non era trascorso alcun istante senza che fosse in linea con se stesso. E di questo volle far sapere a tutti.

Morte di Tintner
Georg Tintner fu sempre coraggioso. Veniva dalla scuola di Franz Schalk, uno dei grandi direttori del primo Novecento. E aveva la grinta anche lui di un grande del Novecento. Ma la stessa grinta gli impediva di scendere a patti coi nazisti. Andò via dalla Germania per non aver niente a che fare con loro proprio negli anni in cui avrebbe potuto costruirsi una carriera. Se fosse stato già famoso come Toscanini e Kleiber, avrebbe continuato a far carriera altrove. Se fosse stato accomodante come Karajan, sarebbe andato avanti con l’appoggio del regime. Ma lui ascoltava solo due cose: la musica e la sua coscienza. Diresse le sinfonie di Bruckner in Australia, le diresse in un modo nuovo, con un nitore tagliente e non col misticismo impastrocchiato con cui si è soliti dirigere quell’autore. Realizzò con orchestre minori interpretazioni che non sfigurano accanto a quelle di più celebri orchestre. E non rimpianse di non aver fatto carriera. Il valore è diverso dal successo. E quando seppe di avere un tumore, lo combatté per sei anni. Poi, quando seppe che non poteva più combatterlo, non volle morire da soccombente. Si uccise prima di diventare un uomo debole, prima di diventare un infelice e di rendere gli altri infelici. Ecco come morì.

 

Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980 e si è laureato in Scienze della Comunicazione. Scrive sulla rivista online Perìgeion e cura dal 2011 il blog La lanterna del pescatore.
Vive a Roma dove ha aperto la libreria L’Orto dei Libri.
Ha pubblicato “La parte muta del canto” (Joker, 2016) e “Le morti felici” (Il Canneto, 2018). Sue poesie sono uscite in alcune antologie fra cui “Impronte” (Pagine, 2014).

 

 

Questo libro è qui perché la prosa limpida, colta, coinvolgente, di Giorgio Galli, ha una vis poetica straordinaria che, aggiunta alla spirituale capacità di immedesimazione dell’Autore, restituisce, agli Artisti che lo hanno ispirato, la dignità della morte. E illumina quel momento che ne sublima l’opera e talvolta ne riscatta la vita.
cb

 

 

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Fausta Genziana Le Piane

8 ottobre 2018 by

Fausta Genziana Le Piane

__Gli Steccati Della Mente – Ed. Penna d’Autore 2009

 

DAL LABIRINTO AL CERCHIO MAGICO

C’è una continuità sotterranea nei libri di Fausta Le Piane, poesia, saggistica o narrativa poco importa, che attinge al rapporto dialettico tra vita e arte, inteso come work in in cui la poesia, tanto per stare allo specifico di questa riflessione, si fa epifania dell’utopia del cuore e terapia dell’io diviso.
Ecco, quindi, che alle “maschere” di “Incontri con Medusa” e “Notte per maschera” subentrano, dentro questi “Steccati della mente”, la “caccia”, le “stazioni” e le icone del “femminile” come varianti metaforiche del repertorio esistenziale.Maschere, insomma, che ancora una volta velano e svelano.
A cominciare dalla “caccia” dove preda e predatore si scambiano di ruolo fino a diventare una cosa sola; la stessa ossimorica dimensione della vita tra memoria e storia.
La caccia di “falchetta e falconiere” senza la volgarità dello sparo, senza il latrare dei cani o il calpestio degli zoccoli; solo il crudele silenzio del cielo appena increspato dal fruscio di un ala, da un lampo di sole che cancella il grido impercettibile della resa rapida e senza condizioni e, per un attimo, l’azzurro che si fa bianco lutto d’amore.
L’orizzonte capovolto promuove l’ebbrezza del vuoto stupore dove, senza più peso, vacillano gli “steccati della mente”.
Fausta Genziana Le Piane continua con questo suo nuovo libro, bello e intenso, il dialogo assiduo tra l'”io” e il “sé”; tra le sue parole “senza voce/nè sguardo/senza fine/nè limite” e l’impudica castità di donna-luna che non teme l’inquietudine dell’ansimare di un desiderio che, pur minacciato dal fiato pesante del disincanto, resta, tuttavia, eterno e indistruttibile come il cerchio magico delle pietre o delle orme dei passi cancellate dal dubbio di una “luna di sabbia” che è clessidra di un tempo senza durata.

Questa poesia è fatta di parole che volano libere nel cielo della sensibilità fantastica addestrate a cacciare sogni e poi a tornare, ubriache di vento e di luce,sulla pagina, fedeli al loro nido di carta che odora di cuoio e velluto come il “ruvido guanto” del falconiere.
C’è in tutto il libro una struttura compositiva nella quale immagini e concetti sono ritmati in un gioco di contrappunto dentro lo spartito poeticocche i colori del vissuto suonano nel tempo smarginato dove eterno ecquotidiano dialogano, s’interrogano e ti prendono per mano in uno spazio checla pagina non può contenere perché è la mentale proiezione di un viaggiocsenza una meta né un ritorno certi. Siamo dunque, ancora una volta, nel “labirinto”.
Come l’amazzone “aizza i cani nella notte/all’inseguimento d’un nobileccervo”, Fausta Le Piane “aizza” i versi nelle scorrerie di una indocile passionalità, pudica e scapigliata, leggera e furiosa.
Poi, all’improvviso, si accorge che è la poesia, come sete di verità e di abbandono, ad inseguire lei; all’improvviso si sente preda e tenta la “fuga”.
Anzi, vorrebbe farne la sua “strategia”, tant’è che evoca persino il suo teorizzatore e mentore, Henri Laborit, ma mentre lo scienziato e sociologo francese polemizza con la società tecnologica e virtualizzata che ha fatto dei suoi veleni la “kultura contro natura” dell’uomo contemporaneo, Fausta cerca e trova, o meglio, ri-trova la “cultura della pietra scheggiata” per ricongiungere, attraverso la poesia, la sua anima al cosmo.
“Rapidi viaggi”, “stazioni provvisorie e improvvisate”, “sudici marciapiedi.

….
Ma che stazioni frequenta Fausta?
Certo non “stazioni di posta” di polverosa e avventurosa memoria e nemmeno le liriche stazioni prevertiane, meno ancora quelle “spaesate” di Chatwin; no, quelle di Fausta Le Piane più che stazioni ferroviarie sono “porti di cemento per amori sbandati” dove lei, comunque, non approda; non può approdare perché è “roccia e isola” … “sbriciolata dalle onde in tempesta” Quindi in perenne viaggio e naufragio.
Anzi, a ben leggere i suoi versi, le “stazioni” sono la scenografia mimetica di una ribellione.

Le stazioni, quelle di rotaie, pensiline, scambi e deragliamenti, finestrini appannati, orologi polverosi e altoparlanti gracchianti sono sostanzialmente l’evocazione di una realtà subita, di una memoria double-face; quella della fanciullezza e quella dell’amore-assenza colte, entrambe, in viaggi verso stazioni non sue, non scelte, non amate: “ignote al mio vivere” scrive Fausta.
Per questo parlavo prima di “porti”; di moli più che di pensiline e si sa che ogni molo è solo “una nostalgia di pietra”.
In queste “stazioni” circola un’aria di rivolta, di rifiuto, di desiderio divento e sabbia estratti dalla “valigia di vetro dei sogni” per mimare “spiagge per distendermi al sole con te” ed invocare “un Fato voluto dagli Dei” per “un viaggio più ampio del mare aperto” in cui l’amore si fa corpo-mare; continente liquido da scoprire e conquistare oltre le colonne d’Ercole della mediocrità e viltà che scandiscono la banalità quotidiana.
E’ un esorcismo che funziona perché funziona la poesia di Fausta Le Piane.
Una poesia dove i deragliamenti del cuore sono imbrigliati da uno statuto semantico rigoroso e rigoglioso e il terzo livello della parola poetica nutre, come una linfa sotterranea, la griglia compositiva in cui linguaggio alto e basso dialogano in una sinergia di sensi e ragione di grande efficacia espressiva e coinvolgente emozionalità.
Basterebbe citare i versi di “Le isole” felicemente giocati sulla decantazione simbolico-rituale di una “svestizione” che è liberazione da ogni sovrastruttura culturale e da ogni condizionamento moralistico per approdare alla icastica nudità danzante nel perimetro degli occhi amati.
Quanto “Al femminile”, Fausta Le Piane disegna le sue “improbabili” donne con versi agili, animati da una forza volatile e decisiva.
“Volatile”, nel suo irridere con sottile e perfida ironia ad ogni deriva “femminista” e “decisiva”, nel rivendicare la declinazione “femminile” di una pienezza di vita che è affascinante sintesi dei contrari; parafrasi ossimorica di una orgogliosa diversità che, per dirla con Bernanos, “apre brecce di cielo dentro la vita” e che, come il diamante, è fragile e indistruttibile; riflette e rifrange una luce non sua e, tuttavia, basta una sua carezza per ferire a morte la vanità dello specchio e il vetro dell’indifferenza. Per questo Eva è, insieme, “smarrita e consapevole” e la donna del sud “incantata e saggia”; Penelope paziente e virtuosa ma anche “mai paga d’ignoto e di avventura” ; è madre-regina dal “tenero fiocco tra i capelli” ma anche “farfalla dalle ali che nessuno può spezzare”.

Ritroviamo poi in questa sezione del libro due costanti di tutta la produzione poetica di Fausta Le Piane: la prima è un rapporto con la natura che è continua “aggettivazione” di un “clima” e /o di una situazione …. “un pomeriggio ombroso”, “una preghiera all’ombra delle palme”, “io fungo rotondo/tu alga fluttuante”, “sii falasco sulle paludi del nostro piccolo mare”, “scacchiera di cielo e di mare”… e potremmo continuare a lungo.
Una “natura”, quindi, che è rappresentazione simbolica di un desiderio e di una perdita, o meglio, di una impossibilità che la parola poetica riesce ad inverare.
Non a caso Alcmane diceva di essere poeta perché aveva capito la lingua delle pernici.
Tanto per ricordare che la poesia è verità dell’inconoscibile; epifania del segreto mistero dell’indicibile che si rivela nell’appercezione sensibile di suono e silenzio promuovendo la ricomposizione unitaria dell'”io diviso”. Che è poi, tout court, il senso profondo della frase conclusiva del discorso di accettazione del “Nobel” da parte di Wislawa Szimborska…”la poesia è rimanere in silenzio in attesa di se stessi davanti ad un foglio di carta bianca”.
L’altra costante che connota la poesia di Fausta Le Piane e scorre nelle vene dei suoi versi è una sensualità diffusa e soffusa; fisica e mentale, che nella sua caratura espressiva si fa cifra stilistica.
Qui l’esemplificazione sarebbe deviante perché non si tratta di un’ aspetto particolare e magari significativo della sua scrittura ma di un climax direi alchemico, proprio nell’accezione di reagente metamorfico del senso che pervade in generale la struttura portante della composizione poetica.
Perciò suono e significato; ritmo ed idea hanno il ruolo degli strumenti in un’orchestra. Ciò che conta, allora, è la musica che scaturisce dall’insieme; ciò che ci trasmette; se e come ci “costringe” a reagire quando tocca le corde della nostra emozionalità. Quando, in definitiva, prima di “capire” “sentiamo”, ecco ciò che conta.
Perché dare tanta importanza a questo climax?
Intanto, perché è uno dei punti di forza della tenuta formale della poesia di Fausta e poi perché è l'”humus” che nutre e fa crescere e fiorire la verità dei “sentimenti” che questi versi esprimono emarginando ogni rischio di “sentimentalismo” o “romanticismo” di riporto.
Ma è tempo di tirare le fila del discorso e intendo farlo ritornando all’inizio di questa riflessione.
Là dove c’è un accenno al “labirinto” come possibile chiave interpretativa del libro e, più in generale, della poetica della nostra autrice anche se, è vero, la notazione non è una novità dato che ha formato oggetto di altre attente e acute letture critiche.
La ragione di questa insistenza sul tema sta nell’accezione di “labirinto”, un po’ diversa da quella delle altre indagini interpretative, che vorrei rapidamente evidenziare in questo contesto in quanto particolarmente significativa sul versante del rapporto, sempre misterioso e rischioso, tra arte e vita; tra Le Piane-poeta e Fausta-donna che mi pare però opportuno approfondire per una comprensione del nesso sinergico che esiste e resiste alla radice della sua poesia.

Per farlo cedo volentieri la parola ad Hermann Kerm col quale concordo pienamente laddove scrive che …”Nel labirinto nessuno si perde/nel labirinto ognuno si trova/nel labirinto nessuno incontra il Minotauro/nel labirinto ognuno incontra se stesso”.
Chiaro il concetto?
Ecco perché, tra l’altro, il “tempo” di questa poesia è un verbo tutto coniugato al presente.
Perché è un presente che marca il “continuum” dell’esistenza individuale come esperienza e processo; come ricerca ostinata e necessaria del rapporto tra “realtà e verità” che è, forse, azzardata scommessa progettuale ma che l’impudica innocenza del sentire può rendere obiettivo credibile e perseguibile.
E, del resto, “se vogliamo vivere il presente dobbiamo riscattare il nostro passato, saldarne il debito. E questo si può fare solo con il dolore che purifica”, cosi Cechov fa dire a Trofimov nel “Giardino dei ciliegi”.
Il “dolore”, infatti, è il filo rosso che lega le poesie di questo libro come le perle di una collana allacciata al collo della memoria sensibile e che colma “il vuoto puro dell’esistenza senza futuro” giacché, lo sappiamo, è difficile vedere il futuro quando è il dolore a tracciare la linea dell’orizzonte.
Dolore, non sofferenza; dolore che sedimenta il passato in esperienza, che rifiuta il ripiegamento elegiaco del rimpianto.
Fausta Le Piane non si piange addosso, non recrimina ma vive lucidamente il dolore non nelle ” ricordanze” ma nella conquista dell'”oblio” come forma d’incontro con un futuro, è  stato detto, privo di certezze ma che, tuttavia, non abdica alla speranza.
E’ cosi che la sua poesia “funziona” perché ci convince e coinvolge con l’impietosa innocenza della verità.
Fausta Genziana Le Piane, infatti, a mani nude, cuore aperto e lucida coscienza traccia con le parole della sua poesia il “cerchio magico” dentro il quale, finalmente, si dissolvono gli “steccati della mente”.

Italo Evangelisti

*

 

_____________

Carnac

Un granello di sabbia
attraversa tessere di vento
e si adagia
nell’incrinatura secca
della grigia pietra celtica
a rompere
l’equilibrio del tempo.

*

L’Amazzone

Aizza i cani nella notte,
l’Amazzone
all’inseguimento d’un nobile cervo.

Impazzita
per la preda che sfugge
azzarda
incalza all’orizzonte
dell’isola di Saint Kilda.

E non v’è che la parola
a dire lo strazio,
il giorno e la notte,
l’ora e l’infinito
del suo dolore.

E non v’è che la parola
a dire la caccia
e lo spirito inviolato
che corre sull’isola selvaggia.

Il viola dell’erica s’inchina
muto
al coraggio dell’Amazzone
alla sua furia
alla sua solitudine
al suo cavallo stanco.

Amazzone ispiratrice
guidami
a ritroso nel tempo

nel bosco sacro di querce
dove il cielo e la terra
sono un’unica cosa

nel cerchio magico della mente
dove le stelle
hanno eterna dimora.

*

Stonehenge

Un lampo
e la notte fu mistero.
La luna scese
lentamente
a posarsi
come bianco coperchio
sul cerchio delle pietre
che,
come lance,
la trafissero.

*

Stonehenge

Il cuore del gigante agonizzante
debolmente pulsa
al centro del cerchio magico.
Il Titano giace
senza forze
nascosto
nel cuore della Terra:
forse la sacerdotessa
lo chiama a nuove energie
sussurrandogli
parole d’amore incantate.

*

Fausta Genziana Le Piane: nata in Calabria, vive ed opera a Roma. Laureata in Lingue, ha insegnato francese e ha vinto una borsa di studio per la Romania. Ha curato le schede di lingua francese per la grammatica italiana comparata di Paola Brancaccio e adattato classici francesi per la scuola superiore. I suoi libri di poesie, “Incontri con Medusa” (Calabria Letteraria), “La Notte per Maschera” (Edizioni del Leone) e “Gli steccati della mente” (Penna d’autore) hanno incontrato il favore della critica. Con Tommaso Patti, ha pubblicato la raccolta di racconti “Duo per tre”, Edizioni Associate, Roma (Prefazione di Paolo Ruffilli) cui ha fatto seguito “Al Qantarah-Bridge”, Un ponte lungo tremila anni fra Scilla e Cariddi, Nicola Calabria Editore. Ha pubblicato una raccolta di racconti, “La luna nel piatto”, Edizioni Associate, Roma, con annesso un sedicesimo dedicato alla pittura di Pinella Imbesi e “Interviste a poeti d’oggi”, Edizioni Eventualmente, 2010. Si occupa di critica (AA.VV, “Clio e la parola-Critica e crestomazia della poesia di Maria Racioppi”, Nuova Impronta, 2003; Francesco Dell’Apa, “Dal tempo unico”, Città del Sole edizioni, 2003) e recentemente ha pubblicato “La meraviglia è nemica della prudenza”, invito alla lettura de “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, Edizioni Eventualmente, 2010. Si occupa di critica (AA.VV, “Clio e la parola-Critica e crestomazia della poesia di Maria Racioppi”, Nuova Impronta, 2003; Francesco Dell’Apa, “Dal tempo unico”, Città del Sole edizioni, 2003) e recentemente ha pubblicato… biografia completa qui

Italo Evangelisti, poeta e critico d’arte. E’ stato autore di saggi e interventi, in particolare, sulla “scuola romana” e “l’astratto-espressionismo”; presentazioni al catalogo e interventi critici sull’opera di alcuni tra i più importanti artisti italiani, da Attardi a Calabria, da Vespignani a Gianpistone e Gino Guida, da Franco Ferrari a Bruno Varacalli e Giulietta Paolini o di giovani emergenti quali i pittori Angela Pellicanò, Gabriele Tagliabue, Serena Maffia, Giacomo Montanaro; lo scultore Francesco Marcangeli, nonchè di pittori stranieri di fama internazionale, quali la filandese Sojle Yli-Mary, il bulgaro Atanas Atanasov, la slovena Vida Slivniker e l’argentina Ana Negro.

Premio “Margutta-Comune di Roma” 1993 della critica; consulente artistico dell’Associazione – Accademia ” Art-studio Tre”; Presidente della giuria del Premio internazionale “Open – Art ” 2004, 2005 e 2006.
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Daniela Raimondi

30 settembre 2018 by

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lettura di Luigi Paraboschi

Si dice spesso che la buona poesia è quasi sempre frutto del rievocare, e mai come questa volta, leggendo i versi della raccolta della Raimondi, viene istintivo concordare con questa affermazione.
L’autrice stessa lo scrive chiaramente fino dalle prime pagine
“La poesia è mancanza/ E’ il respiro concavo/dove depongo/una susina/un piuma/ una pietra di fiume/
Ma se è vero quanto ella scrive a pag. 8 che:
scriviamo per l’attesa“ o anche “per non dimenticare il sogno“ e anche “per sconfiggere demoni/immobili come aghi sotto la pelle“ allora la nostra curiosità di lettori ci spinge nella ricerca su quali siano stati “ i demoni “ e quali i “ sogni “ della nostra poetessa visto che lei scrive:
“la memoria comincia/ dal rumore di un cuore”
Allora cerchiamo di capire quale sia l’origine della sua memoria di bambina fino al suo diventare ragazza e poi donna.
A me sembra di poter dire che la memoria più dolorosa sia quella che è troviamo scritta in questo verso della poesia “Nata d’inverno “ che dice:
Sono nata in un giorno di neve/ con le grondaie bianche/ e gli uccelli fermi sui rami/…
e poi, più avanti aggiunge :
“Mio padre usci di casa./ Lasciò l’orma sulla neve,/ nel silenzio di un cielo che pesava dentro i nidi, / sulla ossa sepolte dei piccoli mammiferi/
assistiamo ad un accostamento tra un avvenimento gioioso, -quale di solito è una nascita,  e l’ambientazione che traspare dal testo complessivamente cupo, freddo, inospitale, senza concessioni alla gioia per quella nuova vita che sembra già piena del rimpianto per un tempo che ancora prima di essere appare irrimediabilmente perduto, come leggiamo:
… “L’ultima neve cadeva nel buio/ e i campi avevano scordato l’odore delle mele,/ il suono dolce che a volte nasce/ sulle labbra di un uomo.// Le parole morivano sulle bocche dei pozzi/ si perdevano lungo le strade bianche della pianura//.
Il cammino famigliare appare in salita, condiviso con una sorella “una bambola di pietra“ come l’autrice, entrambe “pallide come una maiolica”, dentro “una casa che era un mausoleo”, dove lei cresceva  “umida e silenziosa come una malattia”, ove c’erano “ un uomo e una donna “, ma, “Nascosta nell’ombra respirava un’altra donna“.
La crescita si sviluppa meccanicamente: “le bambine crescevano come l’erba dell’orto,“ fino a quando “un giorno la sorella più grande/ impugno’ la spada del padre/. Si tagliò il seno sinistro/ e fuggi nel mondo con la voce di un uomo/
Si avverte in questi versi la pesantezza di un clima famigliare di sospetti, paure, dubbi, incertezze, finte rassegnazioni, intolleranza, solitudine, sia degli adulti che della figlia più giovane. Infatti “l’infanzia accadeva“ e già questo verbo dice tutto sulla inevitabilità degli eventi, il subire il clima in cui “la madre innaffiava vasi senza polline“ e “il padre tratteneva la fine/ fermo dietro una porta“. Tre anime che vivono assieme quella che si avverte come una tragedia silenziosa, ove il tempo passa inevitabile come in questo splendido finale della “la terra degli invincibili
La bambina sognava, la bambina sognava /. La madre taceva./ Il padre teneva il cuore del mondo/ chiuso a chiave in una scatola rossa./ La pioggia cadeva, spaccava la terra./ Sui rami gli uccelli tacevano/ per non far sorgere il sole //.
Oggi che non si fa altro che parlare del come supplire nell’animo dei figli l’assenza o la carenza della figura paterna mi domando quanto siano costato in sofferenza all’ autrice mettere in versi queste prime pagine della sua opera, e quanto sia dolorosa tuttora la memoria di quei tempi quando:
“da bambina baciavo la fronte grigia dei morti/ -L’importante era che avessero gli occhi chiusi/, le narici immobili, poi non avevo più paura “…//
Ricordo bene anch’io quei tempi in cui anche nel mio paese c’erano le bambine che come dice Raimondi “Ai piccoli funerali di paese/le suore mi mettevano un mantello azzurro/ un cappello in testa,/ e sfilavo dietro la bara insieme alle altre: trenta bambole vestite dalla festa/ con occhi che brillavano e scarpe di vernice”
Questa poesia si conclude con due versi che fanno rabbrividire per la loro crudezza, al punto che ci si domanda come sia potuta diventare serena -se lo è diventata- la vita da adulta della nostra autrice, come avrà dimenticato il peso di quanto espresso con questi due versi finali :
“trattengo in me un poco di morte/ come fosse un regalo d’amore“
Una bambina che cresce lentamente, giorno dopo giorno, dentro “quella macchia di febbre/ che chiamavano infanzia“, aspettando la sera “la mamma che tornava dalla fabbrica “/ le mani stanche e due baci distratti” e con una presenza assenza di un padre che “seduto in disparte mio padre fumava/ pensava ad un’altra“.
Dicevo in apertura che senza i ricordi non sarebbe possibile fare poesia, specie questo genere di poesia, schietta, una confessione pubblica, dalla quale emergono vivide immagini di interni di famiglia impressionanti per loro crudezza, come questa che mi ha fatto pensare al quadro “bue squartato“ di Soutine.
La poesia ritrae una scena abbastanza frequente nelle case di campagna ancora oggi, si intitola Brodo digallina e descrive l’eviscerazione di un pollo con queste immagini che posseggono una precisione coloristica eccellente: il piccolo cuore del pollo, le uova in formazione/ lo stomaco che era sempre azzurrino
Toglieva gli intestini ancora caldi/con la mano che brillava./ Metteva in fila il piccolo cuore, i grappoli di uova/ lo stomaco azzurro tagliato a metà//,
poi prosegue dicendo, e qui vorrei invitarvi a soffermarvi sulla precisa descrizione dei gesti e sul realismo di quegli occhi del pollo sempre aperti, e del passaggio alla “strinatura “ che toglieva con il fuoco la pelle alle zampe e gli spuntoni di piume:
“C’era il taglio deciso del collo/ la cresta rovesciata/ e quegli occhi rotondi, sempre aperti./ Poi mamma bruciava la ultime piume,/ metteva le zampe sul fuoco //”
La scena si conclude con i gatti che giravano attorno alle gambe sia del tavolo che dei presenti, e l’autrice che osservava l’azione sollevandosi sulla punta dei piedi vista la sua statura di bambina:
“La pentola schiumava/ la fame dei gatti strisciava fra le gambe/e io restavo in punta di piedi in silenzio/. Le mani appoggiate al bordo del tavolo/ fissavo quel filo rosso cadere/ le mani insanguinate di mia madre//
Forse molti bambini ormai anziani come me, ritroveranno una parte della loro infanzia dentro questa poesia, che, unica nell’intera raccolta, sembra allontanarsi dall’immane presenza-assenza di un padre sempre sul punto di lasciare casa, ed una madre “in troppe faccende affaccendata“.
La poesia che invece dà il titolo alla intera raccolta sembra costituita da un serie di fotogrammi da film di Truffaut o di Godard talmente è chiara, piena di desiderio per qualcosa che l’autrice avrebbe voluto provare prima o poi, e racconta di una coppia che “vivevano all’ultimo piano/le stanze piene di sole/ la luce sparsa sui cassetti in disordine”, e, forse inconsciamente, spinta verso di essi da un carenza affettiva che riscontrava nel suo ambito casalingo scrive “mi piaceva guardarli / quando si baciavano come nei film/ o mentre mangiavano /. Poi, un mattino li scopre a letto, ove “i corpi brillavano nella penombra“ e “li ho guardati dormire / poi sono tornata a giocare in cortile“ e si affaccia dentro questi versi finali una atmosfera che mi ha ricordato una particolare poesia di Pavese, credo s’intitolasse Delia, perchè anche la Raimondi sa scrivere e parlare come certe personaggi femminili di questo autore, dicendo: li ho guardati dormire./ Poi sono scesa a giocare in cortile/ e pensavo che anch’io, da grande,/ volevo qualcuno che mi tenesse sulle ginocchia/, ricevere piccoli pezzi di pane dalle dita di un uomo//.
L’assenza del padre è il tema dominante di tutta l’opera, è una confessione d’amore e di sofferenza che la fa scrivere, ricordando il giorno della Prima comunione:
“lei è in fila con le altre/.Ogni tanto gira la testa/, cerca il viso di suo padre tra la folla/. Ma in chiesa c’è solo la madre “/ Lui odia i preti, non ha voluto entrare/ E’ la fuori che fuma/ Cammina sulla pietre del selciato/ con il passo di un messia//…
Ma “dentro le brucia una mancanza// di colpo gira la testa/ scorge il viso del padre nella penombra/ Lui sorride / le fa un piccolo cenno con la testa //
Mi è parso di ritrovare anche echi di certe figure femminili degli ultimi lavori di Ivan Fedeli, in questa poesia dal titolo “Linda“ nella quale è ritratta una donna non più giovane, che “si tingeva i capelli biondo cenere” e che la madre della bambina definiva “che era una vergogna-/alla sua età/ e poi tenersi un ragazzo come amante“.
Linda era una donna sola, “con figli ormai grandi e tutti sposati“ e che “le veniva un po’ paura e restare sola“ e in certe sere “mi portava a dormire nel suo letto” ,… e a letto “chiudeva gli occhi/ E in qualche modo io sapevo/ che Linda aveva i seni freddi/, che quella notte si sentiva sola/.
La prima parte di questo bel libro dedicata ai ricordi della prima adolescenza si chiude con una poesia dal titolo “Il pozzo“ nella quale l’autrice rievoca quando “mia madre racconta del pozzo che avevamo in cortile“ e “lei andava in fabbrica che ancora dormivo“ e l’affidava alle cure di un nonno che “puzzava di vino“ e la madre “alle quattro precise, cominciava a star male, pensando che giocavi in cortile/ ti vedevo affacciarti sul pozzo/… e trovarti annegata là dentro.
La solitudine di questa bambina, lasciata sola a casa fin dalle prime ore del mattino, affidata alle cure di un anziano che “sedeva in cucina con una bottiglia di vino/ Piangeva/ Pensava alla moglie sepolta”//ai pesci del Po e a un cane chiamato Milord “ /e che cantava “addio sogni del passato…/ la porta ad una conclusione amara, dolente, quasi un giudizio poco clemente, come spesso fanno i figli nei confronti dei genitori e dice
“Vorrei chiederle come ha potuto rischiare,/ come ci si possa giocare la vita di un figlio/ per uno stipendio”. Molto acuta come precisione dei ricordi è anche la parte del libro che va sotto il titolo ”Riti di passaggio“, che si apre con lo sgomento causato dall’arrivo delle prime mestruazioni in “primo sangue“ in cui lei si sente “la cerva ferita/“ e di quella sera lei ricorda “il pianto della bambina/ e il mio sangue di donna/ un sangue rosso cupo, liscio e lustro come una rosa“.
Un altro ricordo nitido e preciso come quello dell’eviscerazione del pollo in cucina, è anche quello della visita nei cortili del barbiere che vi si recava per il taglio a domicilio dei capelli agli adulti ed anche delle ragazzine e rilevo un verso che trovo stupendo, quando descrive il gesto dell’uomo che dispiega la tovaglia di protezione : “con lo schiocco che fa la mantilla del torero“, vi trovo che la precisione di questa descrizione risuona anche nelle nostre orecchie come risuonava allora in quelle di questa adolescente di intelletto curioso e precoce, che “perdeva il peso delle trecce/ il peso del mio sesso“.
Era diventata un “Efebo con la testa rasata./ Ero il maschio che mio padre/aveva sempre sognato: un maschio senza pene/ senza traccia di barba, con appena un inizio di seno”.
Un’altra figura pavesiana di donna è quella che appare nella poesia “pomeriggio al lago“, che “prima di sera si infilava i jeans/ poi saliva con Claudio sulla Gilera“. I due giovani fanno le cose che erano tipiche di quegli anni “si fermavano lungo la strada a mangiare l’anguria” e “più tardi facevano l’amore in qualche angolo di prato.”/ ma la ragazza era donna irrequieta /e , pensava che a Claudio non lo amava, forse domani glielo diceva //. Più pavesianamente di così non si può far parlare un personaggio femminile dal verso che incanta e canta.
E finalmente la ricucitura con al padre avviene in occasione di un incidente automobilistico nel quale la nostra autrice esce miracolosamente illesa, ma che serve per farle recuperare interiormente la figura paterna : “distesa sulla barella, ho sentito la porta aprirsi,/ poi ho visto il viso di mio padre:/ era la bestia impaurita, appena scampata al coltello./ La testa infilata nella fessura/ mi fissava come fanno i bambini di notte/ quando non dormono// Fece un cenno con la mano/ Sorrideva. Forse aveva negli occhi la stessa sorpresa/ di quando ero nata./ Forse era quello lo sguardo/ di quando mi aveva vista sporca di parto/ appena arrivata/
Il rancore, l’ostruzionismo, il dialogo muto con il padre si avvia alla conclusione, la tensione si scioglie e la Raimondi scrive in “la bella estate“:
… non si muta il corso di un’estate/ né il fiorire dell’orto, né gli occhi grandi dei bimbi/ che ti guardano e vogliono/ solo vogliono senza capire/. Ma adesso comprendo tutto, papà/. Solo adesso, con la mani ferme contro l’orizzonte./ ora che il cerchio della tua vita si chiude nella mia/ e fuori c’è un notte che scalpita,/ un cielo teso inchiodato agli alberi//
La maturità induce a lasciar decantare i rancori, le incomprensioni e la Raimondi affida la conclusione di questa parte del suo libro, quella che la riguarda in prima persona per tutto il bagaglio di amarezze a delusioni accumulate, a questa poesia che titola Il passare degli anni che riporto per intero per non compiere una ingiustizia alla sua bellezza :

Sono terribili le notti
quando il corpo invecchia,
la case si svuotano,
come del resto i letti, e le voci
e le giornate.
Poi non sarà più la scodella di latte
o la pioggia che batte e batte alla finestra,
e noi chiusi nella calda placenta dell’infanzia.
Più non bastano canzoni di re sciti e favole arabe
a illuminarci gli occhi nella sera.
Abbiamo strappato pagine intere di vita
e le teniamo accartocciate nelle tasche.
Stanotte le stelle pesano sul mondo.
Fuori il vento scuote gli abeti
Sul tavolo forbici aperte,
gusci di noci,
chiodi ossidati

Raimondi si riconcilia con entrambi i genitori e lo fa con versi ricchi di compassione, di umana comprensione per gli errori commessi, per le disattenzioni, e prende addio dal padre con i versi della poesia Foto in bianco e nero: resto nel vuoto dove mi hai lasciata/ dove ho imparato a fermentare/ la linfa solitaria del mio sangue./ Ho tenuto per anni/ il cuore avvolto nella carta velina/ Non sapevo si chiamasse dolore/ fino a quando qualcuno pronunciò la parola/ e da’ anche addio alla madre nella poesia intitolata Madre, scrivendo: …Brillano per un istante i nostri nomi/ ma presto saremo un fuoco spento, mamma/ Nel sangue scorrono correnti amare/ ma so che adesso è tempo/ di lasciare entrare in me soltanto il bene//
E’ un libro questo di Raimondi che non si può passare sotto silenzio, perché accade poche volte di incontrare versi cosi intrisi di sincero dolore ma espressi ed esposti al lettore in modo che fa veramente onore alla grandezza di questa artista.

Luigi Paraboschi

20 settembre 2018 by
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dagli APPUNTI DI LETTURA
di Ennio Abate

 L’ultimo libretto di poesia di Luigi Paraboschi si presenta in toni raccolti e dimessi già dal titolo non casualmente in minuscolo, che viene ripreso e chiarito in «Il ghiaccio della gronda»: le nostre esistenze sono abiti stropicciati, non stirati, non più di festa; e li indossiamo (metaforicamente: indossiamo noi stessi, cioè i nostri corpi-maschere), come per una recita solitaria o davanti a pochi spettatori noti ( molte le dediche a persone care ), ai quali dire l’essenziale della nostra vita e di vicende, dalle quali prendiamo ormai pacatamente «a caso ciò che serve». Chi parla fa un bilancio di vita e questa raccolta è un po’ il «De senectute» di Paraboschi. Vi contempla un se stesso ormai compiuto innanzitutto nella sua memoria. E richiama a fare lo stesso al lettore. (E a me in particolare, suo quasi coetaneo, che l’ho conosciuto da pochi anni e subito – anche se finora non ci siamo incontrati – l’ho sentito per molti tratti amico-fratello, molto vicino alla parte giovanile del mio percorso: uno, mi sono detto talvolta, che avrei forse potuto essere io, se non mi fossi strappato alla mia città di provincia e sporcato con il ’68-’69, gli anni Settanta, le periferie, le sirene rivoluzionarie). […]

il resto potete leggerlo qui

Cerchi ancora la pietra d’angolo

Cerchi ancora la pietra d’angolo
uno scoglio sul quale edificare
ti lasci scarnificare da relitti
che pensavi sepolti nel cemento
in un punto profondo dell’oceano.

Anche i fiumi carsici all’improvviso
si sotterrano come fai tu e fanno perdere
le tracce. Pure se non sono aridi di acque
si rifiutano di finire in mare
e annegano nel sottosuolo
quasi a pentirsi d’avere amato il sole

poi – senza preavviso – riappaiono
più a valle ad irrigare altri terreni
meno sassosi di quelli di montagna.

Le scorie invece no, non sedimentano
con il tempo, rilasciano veleni tossici
rendono amare le acque attorno ai sogni
che la vita porta in giro e che coltiviamo

anche se spesso ci stanno troppo larghi
come un paio di scarpe nelle quali
il piede s’è smagrito e le trasciniamo.

Vecchia parte di città

All’occhio resta la ferita dei vecchi muri,
il rosa antico steso sopra la parete smossa
di una camera da letto, il verde salvia forse
di un soggiorno, tracce sbiadite di progetti.

Tegole impilate con meticolosa cura
all’angolo del cortile, testimonianza
di quasi un secolo di piogge riparate,
foglie raccolte in fondo alla grondaia
piena di sabbia che il vento ha raggrumato
per smerigliare il cotto e farlo spento.

Pochi i suoni, un silenzio piatto
dietro le persiane che un sole addenta
tiepido in questa vecchia parte di città
dove la massicciata arroventa
le lame dei binari di stradelle strette
dentro le quali la luce taglia i muri
come in certi quadri di Morandi.

Cortili angusti per i troppi vasi d’oleandri,
cancelli dalle colonne sormontate
da leoni in gesso, balconi liberty
dai quali sgocciola una pioggia di gerani.

Così ti vivo, strada della città vecchia
dentro un languore di primavera tarda,
sotto un cielo dalla calura triste
che stonda i sassi nel giardino all’ombra
ma non uccide l’erba, ove nervosa guizza
una lucertola che s’abbevera alla pozza
sotto il fico dalle foglie come palmi aperti.

Raccontami l’acqua che è già corsa

Dici che temi la vita virtuale,
lega le mani e non ha confini, ma
quella che trascorriamo è più reale?

Pensi che l’occhio in cui ti specchi
non ti nasconda ciò che osserva
quando non ci sei o che la mano
che ti fruga sia più sincera ?

Forse sei nel vero.

È già difficile indovinare il tempo
che farà nel pomeriggio, come capiremo
se e quanto diromperà una parola
quando sappiamo già che il fruttivendolo
ruba sempre sul peso mentre col mignolo
allontana il piombo sopra l’asta della stadera?

Raccontami invece l’acqua ch’è già corsa
le radici che hanno dita lunghe
e le campane e i suoni che ascoltavi
prima che la vita ti accorciasse la cavezza,

parlami anche di tutti i padri
che fai sedere sulla tua panchina
e di come li guardi e li perdoni
dimmi la sofferenza di non avere
che memorie in bianco e nero
e lasciami cambiare le mura che cerchi
di costruirti attorno – fortezza
senza ponte levatoio – con semplici mattoni
o sassi uno sopra l’altro e con una
porta dove chi entra resta e non ti lascia
dubbioso al chiavistello nella sera

e poi descrivi le siepi che circondano
i tuoi sogni senza recinzioni e i fiori
che non puoi cogliere nei campi del ricordo.

Il vento che ci spinge ai margini

Il vento che ci spinge tutti ai margini
impedisce d’arrestare le distanze
e dentro il giorno resta la voglia
di parole tonde senza angoli:

“fiore, bue, cane, girasole, gatto”.

È la gratuità a fare meno arido
un incontro tra due cespugli
rotolanti dentro quel vento

la capacità di pronunciare
solo parole brevi crea una storia
e incide la pietra che grava
sopra ogni speranza.

Concerto per donna sola

Ci fu un tempo in cui mi frugavi dentro
come questo vento che accartoccia il fogliame
al fondo delle grondaie prima che piova.

Allora visitavi le mie contrade devastandole
con la tua arroganza dentro errate latitudini
e nuvole d’amianto sotto cumuli di piombo,
corteggiavi lo scuro caffellatte dei miei seni
ed i miei fianchi erano stoppie di collina
per le tue mandrie in corsa di rapina.

Senza parole, di gesti squilibrati,
quel transitare dentro me, lasciavi
nebbia ed umidore, rabbia dolorante
soffocata dentro un grido oscuro e fondo
nella gola, sabbia arroventata dal tuo ansimare.

Così hai lacerato la mia carne ed i pensieri
di quella giovinezza che occhi forestieri e nuovi
leggevano dorata, questa figura era diventata
la trama di un tappeto afgano che invece bruciavi
come un kilim polveroso sotto i piedi
del nostro amaro disamore, ed hai rubato anche
la mia passione per sezionare le tue povertà,
ma ora che sto frugando fra i miei detriti
provo rancore per quel supporti l’unico uomo.

Più non grido, soffoco l’angoscia di questa assurda vita
che talvolta mi scippi ancora all’inguine la notte,
urlo forte dentro me per l’abortita attesa di un amore
che non sia solamente lo spasimo di una tenia,
ma so che imparerò a conversare in una lingua
poco praticata, costruita con sguardi di sottecchi
e qualcuno finalmente carezzerà il mio muso triste
di cagna che ha riscattato il suo destino.

A un’amica

Sono deserte e vuote l’ urne dei forti,
le nostre Madeleines le dobbiamo avvolgere
nella stagnola per proteggerle dall’umidità
di questa stagione che annacqua, dilava
e infine omologa ogni velleità di differenza.

Porti per sentieri faticosi il peso
di un silenzio e di distanze, ti domandi
se e quando arriverai alla tua baita,
ed io ti rispondo con la scorta
del pensiero di coloro che s’erano illusi
d’alleviare la durezza del nostro scorrere
usando le parole dei Maestri.

Inutilmente

ci appartiene qualche verso, il fruscio
di un languore nella memoria,
il respiro di chi una volta s’è addormentato
nel nostro accanto, la tenerezza
di una mano che s’inumidiva,

cose, immagini di gesti, parole
ancora, per accompagnarci
verso quel silenzio dal quale
per molte volte abbiamo
tentato di allontanarci.
———————————————–a V.

Le vecchie litanie

Ho lasciato sopra gli scalini di casa tua
quattro versi sciolti nel poco miele che restava
della mia estate di san Martino, come
l’obolo della vedova, tesoro tenuto in grembo
frutto di rinunce e non ciò che le esuberava.

Conservali per quei momenti in cui s’affaccerà
alla tua finestra un velo di rimpianto
non rileggerli con distacco, sono il prezzo
che anche tu paghi all’illusione che ci fa sperare
al di là del suono dolente delle campane.

Io ripeto gesti ed azioni collaudate,
intono vecchie litanie, mugugno cori muti
di paturnie, ma tutto avverrà com’è giusto sia
il sole completerà il suo giro, l’asse della terra
non subirà inclinazioni, ed il gelo sopra i fili
del nostro bucato non si scioglierà perché
è senza luce questo giorno d’inverno
che altri hanno già battezzato dello scontento.

Ne passeranno ancora come questo, con pause
brevi come quelle dei nostri pasti, e se qualcosa
s’avanzerà dentro il piatto diremo con disinvoltura
di non avere fame, e tutto sarà più facile:
ci basterà dimenticare di non avere vissuto.

Il silenzio è da catturare

Soltanto quando avrai osservato a lungo ogni paesaggio
sperando di catturarlo con le pennellate che distendi
quando avrai girato l’interruttore tra te e il mondo
e sullo schermo apparirà la linea piatta del confine,
——————————————————–tu saprai
————————————————-d’essere vivo
e non ti lascerai più condurre in giro dal rumore.
——————————————————–Allora
———————————————vi sarai vicino,
——————————————————–allora
avvertirai che quel brusio si è assopito dentro te
e potrai toccare la consistenza del silenzio.

Nel buio la tua pena si farà più lieve
sciolti i lacci che trattengono il flusso del respiro
ascolterai ogni eco che s’allontana dalla mente

e quando scoprirai che nell’accettarti
figlio d’un Padre silenzioso ma non assente
sta l’inizio e la fine d’ogni ricercare,
la tua storia diventerà un libro chiaro.

Allora, non prima

Allora, non prima, sarà il non detto,
la parola non uscita il suono tronco
il gesto generoso non compiuto, a fare aggio
su quel poco che la nostra illusione
penserà d’aver portato a compimento,
e non servirà il rammarico o il disappunto
per le scelte troppo a lungo rimandate.

Le nostre non azioni, l’indifferenza,
quell’accidia sottile che accompagna sempre
la mancanza di carità saranno lì
oggetti di natura morta per aridità
quadro dipinto con poca conoscenza
tappeto sopra un telaio privo di movimento

e non si potrà disfare alcun disegno
o cambiare di posto ai componenti,
ma sulla nostra assenza prolungata
si stenderà il giudizio o la chiusura.

La non appartenenza

Trapassa anche te il malessere
della non appartenenza come se
viaggiassi dietro vetri oscuri?

Al risveglio ti succede
d’indossare abiti non tuoi, poveri
indumenti che coprono le debolezze
e fanno vergognare dei pensieri?

Oppure ti sembra che la vita
talvolta sia un fiato tronco,
e cerchi il respiro del giorno
dentro gli occhi di chi incontri?

Bivacchiamo con addosso squame
congelate da troppi inverni d’astinenza,
lasciamo tracce di morte mascherata
da vitalità, lanciamo l’illusione
d’essere gli anelli forti d’una catena
ma la secchia che gettiamo in fondo
al pozzo non porta su che fanghiglia e sassi.

Il malessere che trastulliamo come fosse
un capogiro non è un calo di pressione
per il quale può bastare una zolletta

ora che il fumo dei vulcani s’è allontanato
resta questo ansimare persistente che qualcuno
-per mia ironia- ritiene tosse cardiopatica.

 

Luigi Paraboschi
nato a Castelsangiovanni ( Piacenza ) il 21-11-1938

2018- pubblicazione presso l’editore Terre di Ulivi di lecce della raccolta
di poesie “ …….e ci indossiamo stropicciati “.
2018 – Finalista al premio “ Claudia Ruggeri “ Bologna
2017 – terzo posto al premio di poesia Va’ pensiero di Soragna per poesia singola
2016 – finalista al premio “Città di Forlì “
terzo premio al premio Patrizia Brunetti di Senigallia
2015 – segnalazione finalista al pregio Giorgi – Sasso Marconi
2015 – segnalazione speciale al premio “ tra secchia e panaro “
2014 – ottobre secondo classificato al premio per poesia inedita “ le quattro porte “ di Pieve di Cento ( Bo )
2013 – ottobre : 1° classificato al 32°premio per poesia inedita città di Quarrata ( Pistoia )
2011  : terzo classificato al premio per poesia inedita “ tra Secchia e Panaro“ Modena
ottobre : menzione al premio Soragna per poesia singola.
2010 ottobre – primo premio al concorso “ Violetta di Soragna “ per la sezione “ libro edito con il volume “ Geometrie precarie “
maggio -terzo premio per la sezione silloge di poesia al concorso Mezzago Arte “ a Mezzago ( Milano)
maggio – Secondo premio per libro “ Geometrie Precarie “al concorso
“ Toscana in poesia “ di La spezia.
2009 –Settembre – primo premio poesia inedita “ Le quattro porte “ Pieve di Cento
( Bologna )
Giugno –primo premio per silloge inedita al xxxiv concorso” Casentino “ di Poppi ( Arezzo ) con pubblicazione del volume “ Geometrie precarie “
2006- 1° premio pari merito al concorso per poesia inedita all’VIII concorso “ Giacomo Natta “a Vallecrosia ( Sanremo )
2003 – 1° premio assoluto per la silloge di poesia “ Controvento “al concorso “Città di La Spezia”

Marco Armando Ribani

10 settembre 2018 by

Marco. A

Dolore, gioia, perdita e rifioritura. Questi sono i suoni interiori dell’universo poetico di Marco Armando Ribani, traboccante di immagini e di musicalità e di cromie, vicinissimo alle radici della Sapienza, capace com’è di trasfigurare anche la realtà più sconciata con la luce dell’amore.
Nello scontro ed incontro fra ombra e luce consiste, infatti, l’elemento inconfondibile di questo autore, che parla al lettore con un linguaggio intenso e profondo sebbene così limpido.
Anche il tempo, quello della storia dell’umanità… viene ricondotto ad una sorta di carità infinita in cui vita e morte si abbracciano, ad una necessità di trasformazione dalla dimensione della materia transeunte all’altra eterna dello spirito, dalla sparizione dallo spazio concreto alla resurrezione in quello verbale del poeta.
Scriveva, infatti, Rilke che i poeti sono coloro che “dicono sì alla sparizione e per i quali la sparizione può essere pronunciata” divenendo “parola e canto”.
La Natura tutta diventa in questa poesia un luogo di rivelazione, in cui elementi terrestri e celesti assumono un valore epifanico… Tutto ciò dà ai versi un’intensità drammatica, nel senso che sembra mettere in scena una serie di personaggi (uomini e creature degli altri regni) che rappresentano un concerto di voci (Voci del canto generale è, appunto, il titolo della silloge) dialoganti, portatrici di emozioni, di archetipi e metafore del profondo. Il sentimento da cui nasce ogni voce è quello di una minaccia continua alla vita, alla bellezza, all’ordine, ma dal loro insieme, dal dialogo senza sosta si alza, infine, un inno di fede e l’esortazione a pacificarsi con l’esistenza.
Leggere queste poesie, allora, è come, oscillare fra scoramento nichilistico e misticismo, fra immanenza e trascendenza, senza per forza voler dare a questi termini un valore strettamente religioso.
In fin dei conti, la poesia è un’espressione squisitamente mistica, se è vero che nel suo grembo si fondono visibile e invisibile, effimero e assoluto; se è vero che la parola poetica è di per sé un rito, una liturgia.

Franca Alaimo (Palermo, 22 Novembre 2017)

 

dal poemetto “Qui”

Prologo:
dove se ne sono andati tutti
che non posso nemmeno gridare
che dalla bocca escono farfalle e libellule
che annunciano la mia morte in forma di totale assenza
che esplodono le guerre e le tempeste che lacerano la pelle delle madri
dal velluto della prima rosea pelle al marcire nauseabondo del fluido che fluisce
alle radici delle rose
Vedi
Mi dice
C’è una rosa per ogni ora del giorno

II
Il nero involucro della notte. Ripiega.
Nei cieli l’aurora incendia l’attimo del’ultimo sogno.
Appare lo scheletro bellissimo dell’ inesorabile giorno.
La luce stana infine i corpi degli invasi dalla follia del sangue
Viene un silenzio inciso nella pietra che annuncia il varcare di una soglia
Cieli di nubi e polveri e sterpi. Spettri di imprese a lungo tentate.

III
Ma il giorno quando sorge è il dio supremo
e generoso dona il suo vigore ai vecchi e stanchi rami
alle radici esauste
ai vasi costretti alle cortecce malate e decomposte
Come le amo
Come profumano per me di deliziosa ambra
Come è possibile che tu non pianga quando respiri?
Non ti fa male il cuore quando fa giorno?
E poi
non è forse il mattino di ogni giorno
che ci restituisce e ci rinnova
incoscienti e sani e innocenti?
E poi
Come le foglie
un grande bisogno di luce
che ci alimenti e trasformi
Oh! Metamorfosi attese e quotidiane
Quali simbiosi o simiglianze e osmosi
come non essere sposi fra tante radici e foglie e fiori?

IV
e ogni mattina aprire la finestra e sentire il densissimo canto degli uccelli,
per poi accorgersi un giorno che anche gli alberi cantano e ridono
e sorridi perchè comprendi che lo sapevi da sempre
e ascoltavi la tua tristissima gioia salire dalle tue periferie
come una linfa abitare i luoghi delle tue perfette inesistenze
Ora sai che è solo a loro che puoi dire di quel comune fremere
di pelle e foglie di quel cangiante canto che ci ostiniamo a chiamare vento

da Il Canto Generale

V
Luna piena

è una strana domanda fatta agli alberi
che cantano al vento sulla sommità delle colline

migliaia di domande ardono sottoterra
preparano l’eruzione già fremono già si scuotono

già trovano i crateri stanno per venire allo scoperto
con fuochi di genti perdute che a noi si segnalano

Infine sgorgano le mani. Lanciano domande
si ricordano i nomi dei perseguitati gli smembrati insepolti

Nessuna arma nessuna ingiuria nulla
Vengono nuvole di un tempo amaro.

Un tempo amaro.
Viene

VI
Luna piena

La luna questa notte è un enorme occhio aperto
per vigilare sul passaggio degli umani.

La tenebra è un manto di cobalto che nasconde
la misera ricchezza delle cose.

La guarda un ragazzo che questa notte fugge.
Lascia la casa. Esce. Tracima.

Con l’entusiasmo del torrente lascia la casa
Calpesta. Sprofonda. Emerge.

Nel fianco instabile della montagna intrisa
Calpesta, Sprofonda. Emerge

Si ferma guarda il fluire di paesaggi e nubi di acque e fuochi
e poi all’improvviso li vede fuggire

laggiù nella valle un fluido denso e vivo
di legno carne ed escrementi.

Sale l’odore di marcio del giorno.

Salgono le voci di esseri viventi
immersi in una fertilissima miseria.

Gomitoli di unico filo,

Sale un odore acre di uomini sconfitti e taciturni.
Eppure il filo dell’esistenza li fa sembrare perle

Ma il ragazzo sente la povertà del sogno
che porta nelle tasche.

Sente che deve formulare una grande domanda
Si ferma e con gli occhi innocenti rivolge una domanda muta alla luna

Ma non accade nulla.

Solo la luce inesorabile del giorno
comincia a cancellare la notte

Il ragazzo teme che la luna non gli indicherà alcunché
nel buio sprofondo della notte

Allora vattene – dice offeso alla luna –
ma lei finalmente risponde

Aspetta aspetta figlio mio. Dice la luna
Prendi questa vita questa. Che è tua.

Cerca il luogo dove le madri
nutrono i figli con il latte delle stelle
Giunge il sole. Mettiti in cammino e canta.
Che sia un canto che chiama la terra

Che chiama la madre che chiama noi fratelli
che chiama il fuoco che chiama il fiato

Non sa che quel canto aprirà una larga e fertile ferita
nello splendore della miseria

Non sa

VII
Luna piena
La luna è un viso di donna
con un fazzoletto rosso sui capelli

I suoi occhi sono finestre verso l’altro mondo
la bocca è una ferita antichissima

La guarda una bambina attraverso un pertugio
e gli occhi sono cosi stanchi che non vedono

e la bambina non trattiene il sogno
lo lascia andare così per innocente libertà

e nella notte chiusa in un ventre materno
si domanda se il vento non venga da un luogo di dolore

con quel suo lamento che s’infila sotto le porte
e s’intrufola acutissimo tra i vetri delle finestre.

Il vento gentilmente comprende
Lascia che gelo e nuvole formino il regale inverno

Persino gli umani staranno alle regole in questo tempo
duro e salato eppur così veloce da sembrare breve

non sa che il vento reca in sé il fiato della folla dei morti
e che il cielo è una densità di cenere e miele

Non sa

VIII
La luna è una donna che lava i panni nella via lattea.

Le sue cose sono cosi misere che ha vergogna
di mostrarle alla luce del giorno.

Non si accorge ma comincia a cantare.
E solo i più acuti sulla terra sanno

che quel che sembra uno stormire di foglie
sulle cime più alte degli alberi è in realtà un canto
La guarda una donna che ascolta
il respiro prepotente dell’ uomo accanto a sé
e si fa la domanda se è poi giusto
che la morte non sia prestabilita.
Non sia un incantesimo.

Non sia come un nero sipario
che si chiude alla fine del secondo tempo.

Ma un grande grido che spacca il cielo
e reca poi un un silenzio fulminante

Dunque ! E’ tutta qui la vita?
Cosa speravano allora quelli che una volta vivevano?

O madre sono così stanca. Di tutte queste coste rotte.
Di tutto questo morire e rinascere

Di tutta questa muta sete che ho patito.
Di tutta questa rossa fame nel ventre che ho sentito

E se nasco ogni alba è solo per le mie sorelle.
Per le tue figlie immobili a patire.

Ma stanotte il vento si è introdotto nella stanza
e mi ha portata un canto spigoloso di voci e pietre

Un canto da mugolare a bocca chiusa.
E a ogni pausa di respiro una spinta.

Un parto di dolore.

Non sa ma incomincia a cantare.

IX
Ho colpa se mi abbandono a questi momenti di pace?
In quanti ritagli marginali di città ci sono anime
e corpi abbandonati sotto il cielo
e tu possiedi una viva e preziosa solitudine
Ah! come è dolce navigare in questo cielo in questa sera
dove nei voli non c’è paura alcuna
poiché si ha diritto d’approdare nelle arie calme
quando si migra verso un altro tempo in cui non siamo esclusi
in cui esistiamo con la dolcezza e il sapore di sentirsi vivi

X
Epilogo

Oggi celebro il mio matrimonio col silenzio e il mondo tutto si tace
Fibrilla il ronzio del contatore dei nati e dei morti.
Libero un grido che conservavo cucito nella gola
e mi lascio fare come un vecchio cucciolo animale

 

Marco Armando Ribani è nato a Bologna nel 1943.
Operaio, sindacalista, oste, animatore culturale, poeta, ha frequentato la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e come docente ha condotto diversi laboratori di scrittura autobiografica. Ha iniziato a scrivere poesie a 50 anni frequentando un corso dell’Università Primo Levi di Bologna.
Ha vinto il Premio Navile nel 1996. Ha creato e diretto la Piccola Editrice La Volpe e L’Uva e ha pubblicato diverse raccolte oltre le proprie Sotto i cedri del Libano e Sentieri. Per anni è stato organizzatore di serate di poesia nella sua Osteria del Montesino, in via del Pratello a Bologna. Attualmente vive in Francia, ospite della medium e scrittrice Patricia Darré, come poeta residente.

Franco Romanò

1 settembre 2018 by

Dalla postazione di Aldo Gerbino:

…  I tre segmenti confezionati da Romanò, ossatura e carni del poemetto, tracciano, dunque, tempi ed emozioni da “L’ultimo Alessandro” a “Conquistadores” al “Sogno profano”: dal viaggio lungo il Nilo di Antonio e Cleopatra e dalle atmosfere surreali del lago di Nemi fino alle idi di Marzo e agli anni recenti delle nostre conquiste sociali, in un continuo addensarsi di vicissitudini e figure che intridono il presente di passato fino a condizionarne lo stesso scorrere del tempo riconoscibile come matrice memoriale, assorta nel cogente affioramento dell’attualità. Una corsa che “finisce a Berlino”

Poesie da Veglia Europa:
Dalla sezione: L’ultimo Alessandro

                      
Gallia est omnis divisa in partes tres,
quarum unam ìncolunt Belgae,
aliam Aquitani, tertiam qui
ipsorum lingua Celtae,
nostra Galli appellantur.

La lingua limpida, il dettato
che non liscia la storia,
le linee diritte dell’agire
come vie ben tracciate
le navi, la perizia del comando
lo stile flessibile e severo.

Ma fra tutti più valorosi
sono i Belgi perché lontani
dalle raffinatezze…
i Nervi non permettono prodotti
di lusso e vino, perché
indeboliscono gli animi…

Rovesciare su Roma
le ignote plaghe di nord ovest
e la clessidra. Fu questo il guado
del Rubicone. La porta aperta a
Occidente chiudeva e separava
permaneva il sogno distratto
non ancora vinto, un oriente
sognato e ideale miraggio.

A Egira a Egira, millenni dopo…

Ma la barra diritta
scopriva la selva, il nord favoloso,
le brume dei laghi ghiacciati,
il senso vero del fuoco d’inverno,
il villaggio. Così fra i Britanni e
lungo il Tamigi…

Tra tutti i popoli della Britannia,
quelli dell’interno per gran parte,
non seminano grano,
ma si nutrono di latte e carne,
si vestono di pelli.
Tutti i Britanni si tingono
col guado, che produce
un colore turchino,
e perciò in battaglia il loro aspetto
è ancora più terrificante.
Hanno le donne in comune, vivendo
in gruppi di dieci o dodici,
soprattutto fratelli con fratelli
genitori con figli; se nascono bambini,
sono considerati figli dell’uomo
che per primo si è unito alla donna.

uno stile anglosassone…

In tutta la Gallia ci sono
due classi di uomini
tenuti in qualche conto,
quella dei druidi l’altra
dei cavalieri la plebe che nulla
osa è alla stregua di schiavi,
non partecipa a nessuna decisione.
molti, essendo oppressi dai debiti o
dal peso delle tasse
o dalla prepotenza dei potenti,
si offrono schiavi ai nobili,
ipotecano le case, accendono
mutui per la scuola dei figli,
cadono nella tresca usuraia
si aggrappano a vecchie ricchezze,
mettono all’incanto la breve stagione
dei diritti per tutti, affollano
le strade fuggendo da guerre,
scavano rifugi nelle città martoriate
fondano comunità solidali lungo
le strade o in mezzo ai rifuti scagliati
lontano dalle ricche città assediate.


Dalla Sezione: Conquistadores
I.
Uragano di polveri, urla
l’oceano, si piegano le palme,
tumultuosa ribolle la laguna,
spiano segni i volti corrucciati.
Sgomentano i sacerdoti aztechi
nella specola torreggiante
le parole s’accavallano…

Lontano nel silenzio della selva
lei s’affaccia al limite dell’altopiano
vede confusamente ombre d’acqua.
                                

                              
Dalla Sezione Il sogno profano:
1789-1989

                             
La carta dei diritti
l’aldiqua luminoso
e poi l’assalto al cielo.

Il lampo centennale si spegne
annotta ed è il deserto
una polvere fine, invisibile
ha sommerso il sogno profano
la conoscono i passi dell’esodo
i millenni dell’oppressione.
I campi, le strade e le città
sono state la sua casa, ha fatto
paura ai potenti, trionfato e perso.
Il poeta della storia è un albatro
di nuovo ai ceppi imprigionato.

Scrivere un diverso statuto
sulla dura pietra di una fabbrica
richiedeva tempo e qualcosa di più
della fratellanza, del pane insieme
compagni…
                    ma tutto rodeva ai fianchi
del camminare goffo.
Ora in una gabbia che non ha sbarre
ma filosofie sofisticate e
insegne che piegano all’ignavia,
al nichlismo d’occasione
ai suoi poeti e falsi maestri narcisi
ad ali basse guarda la strada…

ma il sarto di Ulm continua a tornare
nei sogni, nel balenio improvviso
e risveglio dal sonno letale,
a dire che sì, si può
imparare a volare.
Lo abbiamo visto nella condizione
aurorale a ogni latitudine,
che fu un attimo
prima di nuove distruzioni.
Un diverso cammino,
a piedi in mezzo a una polvere che è
deserto e veleno, passo dell’esodo
e accampamenti
lontano dal cielo, nell’ora e nel qui
che stanno nella via di mezzo e noi
non più natura,
non ancora cultura
al passo claudicante di sempre.

 

Franco Romanò
Poesia e critica

Nel 1995 pubblica Le radici immaginarie, Campanotto, Pasian del Prato. Nel 2008, L’epoca e i giorni, Viennepierre di Milano, recensito sulla rivista italo-statunitense Gradiva da Luigi Fontanella. Sulla stessa rivista, Alessandro Carrera gli ha dedicato un saggio che prende in considerazione l’insieme della sua opera poetica e narrativa.
Nel 2011 un suo saggio sul poeta statunitense Wallace Stevens dal titolo Between a dish of fruit and a comet è stato presentato al convengo annuale presso l’università di Louiseville.
Narrativa.
Nel maggio 2003 ha pubblicato il romanzo Lenti a distacco, Excogita,Milano,  segnalato nell’edizione 2004 del Premio ‘Sulle tracce di Ada Negri’. Nel 2005 ha pubblicato il romanzo Sguardo di transito, Azimut Roma.
Nel 2012 il racconto Tredici-ventuno viene selezionato da Storie brevi, racconti da leggere su smart phone. Nel 2016, insieme a Paolo Rabissi, ha creato il blog di poesia e critica diepicanuova: www.diepicanuova.blgospot.com

 

buone vacanze

20 luglio 2018 by

 

Alla bellezza che voi siete
ho dedicato questo blog.
Ne sono fiera, vorrei che lo sapeste

il giardino riaprirà a settembre

Francesco Lorusso

15 luglio 2018 by

02 - COPERTINA Immagine

 

 

Quella di Francesco Lorusso è una scrittura palestrata, frutto di una buona dedizione all’esercizio del linguaggio. L’atmosfera è la casa e il mare, ma i luoghi si intrecciano, uscendo da un regionalismo troppo facile e un po’ scontatamente redditizio. Sin dalle prime battute si pongono le fondamenta della raccolta. A volte, persino un verso è già quasi un testo a sé. Dunque l’urbanistica di tali versi e delle strofe sembra registrare assennatamente “l’accatastamento dei popoli”, in atto progressivo. Scrittura incardinata in questa epoca, dunque. Ma la parabola della traiettoria di queste sequenze dirada il tratteggio mentre si va verso l’apice della narrazione. Man mano la metrica s’impone, persino unitamente a delle tracce di espressionismo d’altre latitudini. Poi, quando la scansione sta andando a compimento, compare qualche concessione al respiro geografico. Allora le individualità del linguaggio si manifestano più esplicitamente, come se i protagonisti della rappresentazione teatrale del vivere comparissero tutti insieme sulla scena. Perché è un coro, voce per voce, figura per figura, quello che va ad affrontare il sipario di questa apprezzabile raccolta.

Guido Oldani

 

I.
La volta bombata dalla bambagia
tira contromano il flusso della forza,
giunge e sospinge pure al ruvido della svolta
intaccato da trilli di suonerie personali
che aggiungono false connessioni
mentre ci migrano di continuo
tante equazioni dalla terra a noi
e con un canto solitario ne attendo
attonito l’attrazione dei tuoi occhi.

II.
La folla già si fondeva al fumo
scuro della sera quando il sogno
si sedeva dietro l’ordine del giorno
accarezzando tutte le nostre cose
come un canto alto di vento.
Perfino l’urlo sottile ghiaccia la superficie
e finge di fuggire la goccia di quella bocca
da un pensiero nella pancia che non ritorna
nel dissapore che con forza digerisco per te.

III.
Rapsodie diffuse silenziano la notte
ti trascinano fuori dalle acque aperte
da questo fiato inceppato nell’onda.
Sono i corpi che muovono la paura
sul mare delle parole marchiate
da una balbuzie digiuna e diversa.

IV.
E non sapremo mai fino dove
noi due fummo in fine sospinti
quali occhi adesso ci separano
e se giacciono il resto delle ombre
alla resa alta della pietra muraria
dove Marte ci pose in campo
un gioco a scambio traguardato
o la nostra porta tutt’ora persa
aperta nel mattino o nello specchio
del presente che oramai ci divide.

V.
Sei aperto da fessure al vento
che è frutto del lavoro di chi paga
di colui che consuma il nome
sul segno certo di suole sconosciute
le voci di una prigione indistinguibile
nervo montante di finestre troppo simili
a forme fatte lunghe di luce già mozza
mantenuta meticolosamente nascosta
all’ascolto di quella parte comune di bocca.

VI.
Si sbriciola pietra, la sola rimasta mite
e pure tu nella cosa perdi senso e via
insieme alla idea incisa nella prima età
mentre ora invisi gli occhi si sono divisi
e nel malore si infrange persino l’amore.
Dove riposa ora quel richiamo lontano,
quell’assenza immancabile di peso?
Sappiamo bene che si può parlare adesso,
inseguiti dal silenzio che ci accontenta
sotto i tanti numeri dei controlli costanti
e seppure si è soli e forse appena più veri
da noi a conti fatti non saremo mai più liberi.

VII.
Se questo verde pieno è con le carte
come negli sgoccioli delle stagioni
a noi non è possibile saperlo, ma cede
appena una parte sui sibili e ne resta coperto
con un rovinoso flesso fatale e finissimo
o come quando si va via solamente seduti
dentro gli specchi doppi oramai grigi di luce
che sono simili alle grinze che ci cuce la sorte.

VIII.
Il panno del fiato sulla superficie
combatte i prospetti dal setto preciso,
se l’oggetto ha l’anima di un atomo
deruba tutto fra i sostantivi presenti
e l’odore acre della carne dal gene sano.
Lunghi fusti di canne fumose
è il fregio che tocca a noi patire
ora che la firma delle bandiere
scuote l’aria fiera verso il basso
senza neppure la gloria delle guerre.

IX.
Così ritorno nella stanza nuda
fra l’umore immutato dei mobili
la sedia sperduta che non mi aspetta
e un suono lontano senza più luce.

X.
Sarà forse un fenomeno del freddo
che passa anche fra le loro consonanti
ma sappiamo che le pietre nascoste
con le mani non si pronunciano quasi mai.
Quale passo mente e separa in patria le voci
come l’ignoto di una divisa spersa
e il nome afono di un atto presente?
Possiamo solo illudere una ragione
noi terra nata già in lapidi senza croci
che senza una discendenza perfetta
subiamo i nostri padri stranieri… e lo sai.

          
              

Francesco Lorusso (Bari 1968), dopo gli studi di Conservatorio, si dedica all’attività concertistica solistica e di corista nei Teatri Lirici, affiancandola a quella di Maestro e Direttore di Coro, collaborando con diverse ensemble vocali.
Nella poesia, dopo aver ottenuto diverse menzioni e un premio nel 2003 con la lirica “Fra le carte”, al concorso “Città di Bari”, pubblica una corposa silloge sulla rivista “incroci”, dal titolo Nelle nove lune e altre poesie (Adda Editore, Bari 2005). Esce in volume con la raccolta Decodifiche (Cierregrafica, Verona 2007), nella collana Opera Prima, prefato da Flavio Ermini.
Con L’Ufficio del Personale (La Vita Felice, Milano 2014), con prefazione di Daniele Maria Pegorari e una nota del poeta Vittorino Curci, si qualifica secondo al 1° Premo Internazionale Salvatore Quasimodo di Roma nel 2015 e premiato con segnalazione alla VIII Edizione del Premio Di Liegro 2016 a Roma; raccogliendo un riscontro numeroso di critica.
La silloge che da il titolo alla sua ultima raccolta, Il secchio e Lo Specchio (Manni Editori, Lecce 2018), con una breve nota di Guidi Oldani, risulta già segnalata e premiata nel 2015, per gli inediti, alla XXIX edizione del Premio Montano.

Silvia Rosa

11 luglio 2018 by

cop intera Tempo di riserva - Silvia Rosa

TEMPO DI RISERVA di Silvia Rosa, Giuliano Ladolfi editore 2018

Dalla prefazone di Gabriella Montanari:

“[…] In queste poesie di Silvia tornano frequentemente termini o espressioni che hanno a che fare con lo sperpero, lo spreco, la quotidianità scolorita, la banalità di giornate tutte uguali, la gabbia domestica, la noia, il niente, il vuoto, la nudità, il buio, il freddo, il silenzio, l’assenza, le ombre, le illusioni, le delusioni. I corvi giorni, neri come i pensieri. E non tornano solo d’inverno. Ne sappiamo qualcosa tutti, credo. Leggendo Silvia ho pensato ai diari-confessione di Sylvia Plath, in particolare alla sua campana di vetro. Quel guscio invisibile capace di proteggerla dal mondo esterno e al tempo stesso soffocarla. E ho pensato a lei che cerca di scalfirlo con la poesia, unico, liberatorio antidoto all’asfissia.

[…] Tutto il calendario di Silvia, per quanto suddiviso in quattro momenti, è un’unica lunga stagione, quella che le condensa tutte e le osserva avvicendarsi senza sosta. È la stagione dell’analisi, della somma parziale, dello sguardo rivolto a quello che è già stato. E non torna. Al pari dell’infanzia, la vera protagonista di questa raccolta e, a mio avviso, uno dei pilastri della poetica di Silvia Rosa. Del resto, quello dell’infanzia, è un tempo non tempo. Immobile, quasi eterno, scrive lei. Irripetibile ma sempreverde nella memoria, traccia incancellabile, concime per l’età adulta.

[…] Silvia, Cappuccetto rosso, noi tutti, in quanto esseri umani, siamo deboli e possiamo sbagliare. Perdiamo l’ingenuità e l’innocenza infantili quando incontriamo i pericoli nascosti dentro e fuori noi stessi.
Riceviamo in cambio la saggezza di chi ha superato delle prove fondamentali. E anche vivere è una prova, forse la più necessaria e ardua. Percepire la giovinezza alle nostre
spalle. Non poter più scegliere la vita che avremmo voluto. E allora i corvi giorni di Silvia. Ma senza lamenti, senza autocommiserazione. La sua è una non rinuncia. E il lieto fine, se non dall’amore, verrà dalla poesia e dal suo potere taumaturgico.

[…]” (Gabriella Montanari).

*

TdR

Testi tratti da “Tempo di riserva” (Giuliano Ladolfi editore, 2018)

CHE SPERPERO QUESTA QUOTIDIANITÀ

Che sperpero questa quotidianità
svuotata di tenerezze, nudo
sasso che ci rimbalza contro, sguardo
d’orizzonte addomesticato asciutto

e io che costruivo
geometrie golose di parole
per rendere meno scialbo
il battito meccanico
della lingua contro i denti,
al modo dei bambini
provavo il gioco ripetuto
‒ serio ‒ di stringersi
ancora e sempre come se
non ci fosse un seguito)

che sperpero la morte bianca muta
da un giorno all’altro identico di piccole
lucciole di felicità intermittenti, schiacciate
al buio di un tempo così distratto che
persino la banalità del niente
avrebbe forse un sapore meno gretto.

*

QUELLA VOLTA

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Quella volta che il sole
è caduto per terra
con uno sparo di voce
dentro la sua stessa luce
colpito forte, sembravano
lucciole le schegge
che mi cascavano tra i capelli
legati in un nodo,
sembrava la fine di un mondo

ma poi la vita riprende ‒ così dicono ‒
solo meno luminosa e
un poco più fredda, scomoda,
la voce torna ai suoi silenzi
collusi con le ombre, torna
a non dire a dire a metà
a farsi lieve vento tra le nuvole
che da quella volta mi seguono
premurose, in fila

non ho capito se in un corteo funebre
o per darmi l’illusione di essere ancora
una sposa ancora la stessa di prima
‒ in attesa sempre ‒ ancora viva.

*

INVERNO VOLPE

La volpe ha il pelo elettrico
nocciola vivo, un ghigno
nella notte inverno con la coda teleferica
‒ non ha nido la menzogna(*) ‒
passa al vaglio la strada periferica
da nord a sud e ritorno, cerca la sua cena
mentre mi parli piano questa scena
si ripete dopo anni ancora identica,
insieme al sogno che mi cadevano
due denti e alle mani spuntavano
gli artigli e dappertutto avevo occhi aperti:
non ti fidi di nessuno, piccola gemella
che non mi somigli neanche un poco
questo è il tuo problema, dici tu, sei selvatica
o lo diceva qualcun altro, ma non importa
è sempre la stessa scena, la stessa corsa
lo stesso ottuso bisogno che preme a fari spenti

resta, ti prego, ancora un poco
voglio l’illusione della rosa che vale più di tutto
la caccia silenziosa, il pugnale tra le costole
la fitta di cometa sbattuta a testa in giù,
meritare lacrime e una coda nuova
luccicante da sfoggiare quando il giorno
arriva in fretta e chiede in cambio verità

quella carogna cacciata in una buca
per l’assalto della fame, per il dopo.

(*) Questo verso è di Fernando Pessoa

*

SILVIA

Tamara era un nome di spezie, ambra
il colore della pelle e il corpo sodo
che non ho avuto mai, così me lo immaginavo
portando a spasso tutti gli spigoli delle mie
vocali ‒ Silvia invece è un nome docile,
pensavo, di quelli che un uomo non si azzarderebbe
a sospirare di piacere, al limite silvestre
di un verde da piantina coltivata dietro una tenda
di cotone liso, chissà come sarebbe, mi dicevo
all’improvviso, avere il nome dell’amica immaginaria
che nei giochi dell’infanzia mi teneva compagnia,
‒ Ronca un volo di immaginazione
che tra le labbra di sicuro avrebbe un punto
di domanda ‒ ma che nome buffo, da dove viene?
Silvia compare poco nelle canzoni e di poesie
ce n’è ingombrante una, che lei alla fine muore giovane,
insomma, tutta un’attesa che sa di primavere e rose
e crinolina e danze di farfalle, anche loro poverine
destinate a scomparire presto.
Io volevo un nome esotico che mi facesse il seno bello
e l’andatura da valchiria, ma mi è capitato in sorte
d’essere due occhi troppi grandi e l’insistente vocazione
al sì con tanto d’eco verso il cielo, due pini sulla via
dello stupore dove mi arrampico con questa mia paura
di cadere intera sull’ultima lettera aperta
come una bocca d’aria piena, prima dello schianto.

*

32130678_10216767815417391_8066882221878804480_nSilvia (Giovanna) Rosa nasce nel 1976 a Torino, dove vive e insegna. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden di Torino. È redattrice del blog “Argo – poesia del nostro tempo”, cura la rubrica “L’asterisco e la Margherita” per NiedernGasse, ed è tra le ideatrici di “Medicamenta- lingua di donna e altre scritture”, che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, lavorando con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Si è occupata del progetto di traduzione poetica e interviste di alcuni autori argentini, dal titolo Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici, pubblicato nel 2017 in e-book, a cura di Versante Ripido e La Recherche. Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici e sono apparsi in riviste, siti e blog letterari. Tra le sue pubblicazioni: le raccolte poetiche Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi editore, 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice, 2014), SoloMinuscolaScrittura (La vita Felice, 2012), Di sole voci (LietoColle, 2010 -II ediz. 2012); il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke Edizioni, 2013); il libro di racconti Del suo essere un corpo (Montedit Edizioni, 2010).

*

*QUELLA VOLTA testo di Silvia Rosa, photo di Romina Dughero.

 

Ursprunglichen Leben

5 luglio 2018 by

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 poesia e pittura in dialogo
Martina Dalla Stella, Silvia Secco e Claudia Zironi

 

Due donne, anzi tre sì, tre amiche che celebrano il fatto di essere tali con un libro che quando  lo si chiude non si sa  se ti abbia toccato più Claudia per la concretezza che le fa scrivere “ non basta dare il nome / alla rose, Silvia, esse/ devono avere consistenza/ e aspetto al cospetto/del pensiero, la rosa sta nel nome/ esistendo pensata quando/ nome e rosa insieme/ si sostanziano, quando/ anche la rosa a te pensa //, oppure Silvia che vuole sottolineare la sua fragilità qui : “  Occorre dire alla rosa che è rossa/Chiamare ROSA la rosa. L’intera/ rosa. E la rosa sfogliata, il petalo chiuso nel libro/ una memoria del tatto, l’odore/ scampato al gelo, lo stele reciso/ all’altezza del nodo. Non termina/ mai l’essere rosa l’ultimo lembo/ rimasto a sfioritura e non è rosa/ già il seme della rosa ? Vedi, cose/ così come questa mutano/ se ne muti una sola consonante,/ e una c fa comune il nome proprio./ Nella distrazione la rosa smette “// o anche la pittrice Martina che nei suoi quadri stende talvolta velature sottili come ragnatele, come quando ritrae gli “ alchechengi “, o sa rendere tutta la tensione dell’attesa quando dipinge una lunga fila di uccelli sopra un filo nel quadro “ aspettando per migrare “, ed aggiunge a titolo esplicativo di un sé timorosamente nascosto “ anch’io così “.

 

Tre donne giovani che dichiarano fin dall’inizio, dall’esergo del loro lavoro,- citando un verso del poeta Frost che dice- “ due strade divergevano in un bosco ed io-/ io presi la meno battuta/ e questo ha fatto tutta la differenza//  che sanno ove vogliono dirigersi e lo fanno bene questo viaggio poetico che ci parla del loro modo di porsi nel mondo in cui vivono e viviamo.

 

Parlano di sé, dei propri desideri, delle loro passioni, anche le più dolenti come fa Silvia in questa sua : “ Senti come vengo a chiedere. Come/ti chiamo : mani e nome. Che sai/ montare alta, marea e piena, allagare/. Guarda come mi riduci: fradicia e/ bellissima, come mai sono stata./ Toccami lì dov’è la ferita e lì/ entra/, slabbra e straziami che sai/ dei brividi in agguato sulle scale/ dei lividi che poi dovrò coprire/ quando te ne andrai e dovrò sorriderne./ Scavami e trova. Le dita di chi ama/ si sfiorano sul libri e sotto i tavoli/ e tu lo sai che sono scalza e nuda/ davanti a te come davanti al mare//, ma anche Claudia si metta a nudo in questa sofferente : “  L’acqua cade sempre su altra/ acqua, seppure in altra forma/ e non si chiede il tempo// Sarò prima di te ombra, quando/ starai seduto davanti a casa/in attesa del tramonto. Ti coprirò/ i piedi come capelli, le ginocchia/ come accucciandomi. Porterò/ una nuvola di pioggia dall’oriente/umida e calda di monsone, profumata/ di zenzero e vaniglia. Risalirò / le cosce tue/ alle venti e trenta della sera.// Saprà poi l’acqua come amarti.//.

 

Ma non è il loro soltanto un canto autocelebrativo, dentro il loro scrivere è anche forte l’attenzione al decadimento della nostra umanità, l’ esserci ridotti come pietre su cui, scrive Claudia “ si era evoluta una ben strana razza “ che “ non poteva volare “ ed era “ dall’intelligenza non ben orientata “ in un tempo in cui “ ciascuno si credeva migliore degli altri“, e conclude la Zironi “ il nostro silenzio li annientò. A nome di tutte le pietre/ ancora oggi ce ne dispiace “. Ma pure la Secco non nutre molta fiducia nel nostro futuro quando scrive : “ Le anziane madri -le mani sul ventre/ che ha custodito- hanno nozione/ del tempo. Ci cantano all’orecchio/ che ne avremo, da morte, per riposare/ la quiete concessa finalmente/ la coerenza dell’ultima parola/ fissata nell’eternità, quando saremo pietre/ purissimi diamanti, e non avremo pietà/ di nessuno. Allora, senza gli occhi, senza l’opinione/ saremo trasparenti esseri di perfezione./ Sceglieranno per noi i fiori delle spose. Poi/ dopo le cerimonie, ci dimenticheranno .//

 

E saremo dimenticati anche noi umani, pietre inutili e aride per colpa dell’indifferenza al male che contraddistingue questa nostra storia recente, piena di sofferenza urlata ma inascoltata, ricca soltanto del nostro silenzio colpevole nei confronti dei tanti che ci chiedono accoglienza.

Ecco cosa scrive Claudia : “ tutti in fila/come bambini/.Tutti in fila/ come a scuola/. Fate i bravi soldatini !/ Mettetevi i fila per la marcia/. Alla fermata/ ben educati/ tutti quanti formate la fila/. Tutti in fila sulla banchina/ uomini e sogni/ nei sacchi di plastica “,  e aggiunge Silvia sulla stessa pagina :
“ dove il mare arriva siamo in tredici/ fradici a guardare tredici paia/ di piedi nel fuoruscire dai sacchi/ sacchi di sogni e di sale/ sabbia nei tredici sacchi/ sabbia e sale e l’acqua in luogo dell’aria/ a riempire i polmoni. E i piedi/ tredici paia : / trattati somatici adatti alla platea / dei telegiornali. Tredici paia/ uguali in tutto e per tutto al mio paio/ da lontano da dove li guardiamo/ scordarsi dei passi, annerire./ Degli ultimi tredici passi/ chi ci verrà a dire ? E dei nomi ? / Tredici nomi gridati, pianti/ pensati, gridati nomi affidati/ a un dio in tutto e per tutto uguale/ al mio: come lui sordo, dove il mare/ giunge ed aggiunge al tredici al totale.//

 

Ci si allontana da questo libro con il piacere di aver fatto ancora una volta un incontro fortunato con queste due poetesse che in molte  altre occasioni hanno già dimostrato tutta la loro bravura, ma resta un poco di amaro in bocca per la sottile vena di tristezza che sta alla base di quasi tutti i  loro pezzi, ed anche gli oli di Marina Della Stella ci lanciano unghiate dolorose tutte condensate in un volto di madre  ritratto superbamente alla maniera della migliore pittura espressionista.

 

Non mi resta che aggiungere il mio apprezzamento per la veste tipografica del libro, originale per la sua dimensione orizzontale anziché verticale come comunemente si fanno i libri, per i colori che sembrano aderenti in modo perfetto ai quadri, e per il gusto nella scelta delle poesie messe in lista.

Luigi Paraboschi 26.6.2018

 

 

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Silvia Secco e Claudia Zironi condividono da anni la rappresentazione delle loro singolarità artistiche. Il recente progetto di poesia in dialogo, Ursprunglichen Leben, è scaturito da esperienze di recital comuni che si sono tenuti nel 2017 a Messina e a Ercolano e nel 2018 a Vicenza. Le poesie di Claudia e Silvia dialogano tra di loro in sequenze multivoce, ripetizioni, silenzi, toccando temi filosofici, civili e amorosi. I versi sono accompagnati e scanditi dalle esecuzioni musicali di giovani artisti. Durante il recital viene coinvolto anche il senso della vista, mediante la proiezione dei dipinti di Martina Dalla Stella, con la quale le poete da tempo collaborano, che si unisce al “dialogo” in modo assolutamente pregnante. Dal progetto del recital è nato un “libretto di sala”, questo vero e proprio piccolo libro d’arte, firmato Edizionifolli, che raccoglie i testi di Silvia e Claudia ed è illustrato a colori con i dipinti di Martina.

 

 

Paola Cingolani

28 giugno 2018 by

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Paola Cingolani ha la peculiarità di scrivere con forza e chiarezza il suo mondo interiore.
Nei suoi testi affiora l’autenticità di chi la poesia l’ha assimilata e amata, l’ha fatta propria e riversata nella scrittura come un retaggio di pensiero che tutto abbraccia.
Un “ermo colle” dal quale osserva tutto ciò che accade e lo trasforma in versi di grande impatto emotivo.
C’è un senso epico della vita, quasi una richiesta di spiegazione divina all’esistenza, pur sapendo che le domande non saranno evase.
Vive il suo essere donna e poeta con fierezza, con la consapevolezza di chi sa che, oltre la bellezza, esiste anche il lato oscuro in ogni cosa, ma lo disvela, trasformandolo in un lirismo vitale, privo di formalismi, essenziale nella sua espressività.
La sua poesia assomiglia talvolta a un dialogare tra più anime, menti che annotano sé stesse nella costante necessità di approfondire il senso della vita. E l’oltre.

                                                                                                                                         cb

                                 

         

 Basta: è tempo

Basta appena un gesto
solo un piccolo gesto
chè si eviti un guasto.

Ci vuole assai poco
un nonnulla _appena_
fà la differenza piena.

S’è il tutto a mancare
persino ogni senso
scade l’umana logica.

Basta: è tempo.

Non ho vuoti da rendere
né nulla da pretendere
senza volere inutile dare.

Non si vive stallando
sospesi
arresi
no, basta, è tutto finito
neppure conta chi ha capito.

Per fare la differenza
la realtà vuole
una minima sostanza.

Dal mondo all’io
– dall’io al mondo
è un viaggio
universale:
andata difficile
ritorno anche
ma da farsi.
È l’inversione
delle proporzioni
note
è altra grandezza
indefinita.

Essere umani
è discutere tutto
rivalutare le cose
sapersi reinventare
cercare – almeno
di guardarsi.
Essere umani
per scegliere
una strada
dopo l’altra

poi – camminare
senza le tracce.
Essere umani
è fregarsene
del tempo andato
scrutando oltre
ignorare – per scelta
verità vetuste.

Forse è vera solo la poesia
_smussa le parole modellandole_
proprio come i millenni fanno
con le pietre
o come il mare che erode le coste
e le scogliere
inesorabilmente
queste sono le mie spiagge
_ la nostra terra di mezzo_
c’’è ogni cosa
ci sono tutti gli elementi-
il tempo dona loro voci
a noi il compito d’ascoltarle
potendole decriptare
riuscendo a tradurle
“nell’esperanto dell’anima”

Fra Scilla e Cariddi

Soprav-vivendo
ho capitalizzato domande
ho osservato l’umanità
e cos’è l’uomo? mi sono chiesta
un essere miope
_ché non sempre vede_
un individuo dissociato
_ché deforma la realtà_
una persona schizofrenica
_ché un po’ odia e un po’ ama_

in bilico costante
fra bene e male
ambisce a passeggiare
_immune_
fra Scilla e Cariddi
e ancora si perde
dopo tempi biblici
il vate ha più ragione
d’ogni geolocalizzazione
l’umanità è impazzita
colta da frenesie
che illudono sulla vita
cresce la depressione
in proporzione
al calo di sopportazione
noi soprav-viviamo
d’istanti distanti e distinti
infiniti punti sulla retta spaziotemporale
bosoni e fotoni proiettati nell’universo mondo
con l’assurda pretesa
di mappare un destino ignoto e superiore
lìambizione induce al compromesso
ignobile _letale_
assoluta-mente non geniale
ci mancano le parole giuste
siamo ormai privi di tutto
e-le-menti stallano
senza più riferi-menti

L’assenza

L’assenza non manca: le devo piacere, non m’abbandona.
Non mi lascia mai – sì che la chiamano as-senza –
ma, onestamente, non saprei dire come si vive senza.
L’assenza è mancanza che non manca
e non mi è mai mancata nell’esistenza.
L’assenza, io, la posso analizzare – con precisione chirurgica –
così come la posso distintamente vedere e raccontare.
L’assenza ha pure il suo colore e infinite sfumature,
la posso disegnare: è viola, è come la mia faccia da sola.
Fra passato e presente riesco a declinarla con coerenza,
ridotta ai minimi termini resta una desinenza,
l’essenza dell’assenza – in relazione al tutto – resta il senza.
Mancai, è vero, da imperfetta mancavo, così pure manco e
– nella certezza dell’incerto futuro – mancherò.
Non m’è consolazione una futura as-senza in comunione
– non sarebbe più neanche assenza –
e, persino di lei, resterei senza.

Primi soffi di maestrale
Il maestrale sibila
gonfiando la schiuma delle onde.
Vecchie nasse strappate
sbattono sulla battigia
intanto la capitana cammina
fischiando in faccia al vento.
***
Strani tonfi e suoni buffi
come sugheri nell’acqua
provocano quello sciabordio.
A tratti s’odono appena
a tratti stridono forte
in un crescendo rossiniano.
***
La capitana continua
si porta le mani al viso
si scosta i capelli ricci
scruta l’orizzonte.
Sorride e respira a fondo
s’inebria di sale
se ne impregna la mente.
***
Qualche gabbiano la segue
restando a debita distanza
incuriosito e spaurito.

Se il vuoto
– che mi attraversa
su commissione –
potesse uccidere,
incarnerei il miracolo
della resurrezione.
Ma è la mancanza
il vero demone
dell’umanità,
la sola che
può affogare.
Quando ritorni tu
– che non sei

un eroe epico –
lo dovresti capire.

Apprendo di non esistere
– se non come fossi
il vuoto cosmico –
agli occhi di chi ha ricevuto
la mia considerazione
così m’adeguo.
Adesso risiedo nella distanza
e ancora vi risiederò domani.
Il niente è la punizione peggiore.
Annichilita dal nulla
mi sono spostata altrove.
Ch’io sia colpevole
involontariamente
di credito immeritato?
Può darsi – anzi – lo sono.
Lo ho ripreso
come lo avevo dato.

Dovrebbe esistere un deus ex machina
– farebbe molto comodo un lieto fine –
ma non c’è, così, volenti e dolenti, orfani
della divinità che ci libera dai mali amen,
saremmo anche tenuti a capire cos’è la vita.
Dovrebbero darci almeno le istruzioni per l’;uso
– sapremmo come organizzarci minimamente –
ma non ci sono, così, imbranati e convinti,
ci sforziamo di muoverci come gli autodidatti,
riusciamo a fare la cosa giusta quasi per caso,
sbagliamo da professionisti senza mai capirlo.
Forse – il mitico deus ex machina – sapeva già di noi
– non volendo essere anche lui dolente e perdente –
ci ha scartati a priori, per non confondersi affatto,
perchè l’umanità, un lieto fine, lo contaminerebbe.

 

Paola Cingolani dice di sé:
Sono nata e risiedo a Porto Potenza Picena. Amo la poesia, ho un blog con uno pseudonimo, sempre con uno pseudonimo ho vinto un concorso di poesia nazionale.
Col mio nome, invece, sono fiera di aver vinto #semprecaromifu (scelta di versi e immagini su Leopardi, promosso dall’Unesco).
Tengo una rubrica su @Libreriamo blog dove mi occupo di poesia.
In rete – su Twitter – ho lanciato tanti hashtag letterari e collezionato infinite tendenze.

 

Carlo Alberto Simonetti

22 giugno 2018 by

Riproposte

Carlo Alberto Simonetti 1977

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2015/04/07/carlo-alberto-simonetti/

Brigida Liparoti

15 giugno 2018 by

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Cantiere
            

L’ala è dolorante

senza risparmio continua a sostenere

il volo assurdo

.

Nella ruggine

una lima pulisce con violenza

il suo lavoro è raschiare

.

Coi piedi bagnati e l’ombrello

ascolto la prova della pioggia

a rinfrescare il mare

.

altri marinai aggiustano le reti

e nel cantiere

un’anima che non capisco canta

.

non ha pescato

ma tornerà a casa sfamando

l’intera famiglia

                      
                          
Scherzi

Un piccolo scherzo di jazz, quel lieve solletico di piatti ingentiliti di sugo e alito di fiammella.

Ecco lo sfondo di questo momento. Uno scherzo di bimbi cresciuti, fatto insieme d’armoniche risa e profumo di ricordi.

Ricordi di bambina che gioca troppo spesso da sola e che, da sola, impara a suonare la chitarra non più bambina. Scherzi di una neve-nave, nastro trasportatore verso quel domani di costruzione, nel posto utile alla comunità ma che assolvo comunque da sola, come nuvola nel cielo altrimenti limpido.

Io, che limpida non la sono e che di pensieri limpidi non ne accolgo, ora.

Scherzo, gusto di liquirizia è il fumo che esce dalla bocca, in questi geli di cuore che, col brivido, rendo alla giustizia del sole ostinato. La sua certezza è salvezza, uno scherzo che in questo momento brucerei nel desiderio di respingere, insieme al dicembre ancora gestante. Quanto ancora servirà, per allontanarmi dallo smash a singola racchetta? Eppure l’attesa non soddisfa. Non posso farci molto, se le corde vibrano.

Il jazz mi ammala.
                     
                        

Sposa d’ottobre

Ecco la porta che porta

al sagrato della giusta ora

al sonno sul lenzuolo pulito che si posa

sull’umidità della terra.
                      
                        

solo tra fili d’erba

Nutrirsi di quell’acqua che sorge ad est, scavarsi le mani per raccoglierla e scoprirsi poca.

Il tetto del cielo terge ogni sole da secoli, tutto intorno. La terra si fa sfondare ancora senza pietà sottopelle e nel nascondimento incolore scorre inesorabile. Scava, plasma e modella, creta cruda. L’alito percorre sul filo della pelle, nel cielo che cambia repentino. Ansima il fiato del vento, umido d’oceano poco lontano. Appanna i cristallini disciolti a rubare scintille di sole e divengono fuoco nell’acqua.

Terra antica di peluria verde e tamburi, danze in zufoli e risa di birra…

Ti ricordo, si ti ricordo qui, a danzare nel troppo caldo dello Stura, quell’anno. Il tuo festival mi ha accolto
                 
                       

Il giro dell’orologio

Gas scioglie, dissipa, rilassa

ma tu non aver paura

ché dura un attimo.

Mareggiate forti

e timore di non arrivare

sei, stipato tra mille altri di te

dopo aver pagato un prezzo

volevano farti perdere valore

!Dissero che l’orrore non uccide

eppure puntuale ad ogni giro d’orologio

si presenta

Anche qui ogni giorno mostra la sua guerra

svicolando nelle arterie cittadine

e nella tua guerra personale

metteresti persino le ali

per arrivare

a quel “suo” primo pianto
                  
                     

Il capitano del fischio

sulla fronte alta degli abeti

cantasti la melodìa

che eri e che fu urlo

di rabbia pece, distese cobalto

calme

e

pesci parlanti alle reti squarciate

in giochi bagnati

.

in quel giorno grosso

ma poi snello e sinuoso

sempre risorsa

di perduti

che invasero la via

dei vissuti

sono fischi nella bocca del vento

che cambia direzione
              
                       

Il nero e il bianco

nero senza gelo

in questo falso luglio

dalla voce grossa

il cielo lava, senza disturbo

le tasche della terra sono piene

ed anche io

ma il canto nel cuore non lascia spazio

alle nuvole

che minacciano ancora
                     
                           
                            

Brigida Liparoti nasce nel 1969 a Trapani, ove rimane fino alla metà del 1997.
Ama definirsi una “zappatrice di tastiere”, tuttavia una sua poesia ha fatto il giro dell’Europa nel 2015/16, a seguito del dipinto “Giacigli” di Alessandra Lugli, il quale ha vinto un premio al Festival Dei Due Mondi di Spoleto nel luglio del 2015. Un anno prima, sempre con Alessandra Lugli, aveva stampato –privatamente- un opuscolo con foto di dipinti e poesie ad essi ispirate, che rimase a disposizione di pochi intimi.

Nel novembre 2016, in occasione di un congresso nel panorama giudiziario patrocinato dalla Provincia di Monza e Brianza, avente la delicata tematica della gestione della “violenza sulle donne”, la direttrice della Compagnia Bolero di Roma, Patrizia Masi, ha voluto fortemente la poesia “Sulle Labbra” e, nello stesso contesto, ha recitato con un attore della compagnia un piccolo dialogo al quale la stessa Brigida ha partecipato alla stesura del testo.

Ama profondamente i poeti dediti al filone “ermetico”, pur non disdegnando l’autorato contemporaneo e il suo prossimo obiettivo è di riuscire (con opportuni studi) ad elaborare poesia in chiave Metasemantica (forse perché ama giocare con le parole, ma seriamente!).

“Non saprei cos’altro scrivere, di me. Sono estrosa, leggo poesia col capo chino, come se stessi ricevendo un bacio sulla fronte. Ne faccio diagnosi, fino ad estrapolarne le motivazioni che mi portano alle sensazioni che provo. Come fosse cibo.”

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Lucetta Frisa

6 giugno 2018 by

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https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2014/10/01/lucetta-frisa-2/

Guglielmo Aprile

29 maggio 2018 by

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Sala d’attesa

È in errore chi afferma
di aver avvistato al largo i delfini,
ci vede male o si fa gioco di proposito
della credulità popolare,

fin dalle prime ore
facciamo all’impiedi la fila
all’entrata del gigantesco outlet
la cui inaugurazione è prevista oggi,

ma non sarà bello scoprire
che al suo interno i banconi sono vuoti;
ci hanno ammassati in questa semibuia

sala d’attesa, ogni due ore circa
la porta si apre, un inserviente convoca
un altro: deve consegnargli un foglio

che quello saprà a memoria da anni.

                        

Per quale ricompensa

L’impazienza dei passeggeri
è ingiustificata, a confronto
con la scarsa attrattiva della meta finale.

Si dimenticano presto i nomi
delle stazioni superate;
requisiti alla dogana
i regali dei compleanni passati,
le creme contro le rughe,
le candele all’incenso per la casa.
l’elenco dei monumenti da vedere.

All’arrivo
troverò nebbia ad accogliermi al binario
e uno scheletro di balena
macchiato di muschio.

                 

Sfasatura

Non c’è corrisondenza
tra le parole del banditore
e l’interno della scatola colorata;

i denti caduti e seminati
non daranno raccolto,
scartata la fiammante confezione regalo
l’abito sarà di un paio di taglie più corto;

e quante volte, povera piccola,
resterai delusa
dai distributori automatici
che non rilasciano il resto.

                              

Obiettivi raggiunti

Quella smania di frugare negli armadi
in cerca di una pista fra le dune
fino a Saba e alle sue porte d’oro,
almeno una lezione l’ha data:

non c’è che segatura
dietro le seduzioni del legno lavorato,
le tarme dettano i loro comandamenti
sotto il completo della Comunione;

non si affonda la mano
nella gola dell’alligatore, se non per apprendere
che il cielo non esiste.

                            

Demistificazione

C’è un’impostura clamorosa
nei ritratti oleografici del sabato sera.
La gente esce dai negozi
con buste piene di pietre nelle mani
orgogliosa
dei propri colorati guanti nuovi,
la segatura degli uomini
costeggia
il bordo di un maelstrom, anche in mezzo
allo squittire delle luminarie,
di ognuno attraverso lo sguardo
leggo perfino
il bosco ingordo a cui sta facendo ritorno,
la tumefazione che preme
sotto il vestito della sera;

non ho per fratelli
che i lampioni impassibili
alle strade furibonde e al loro
inseguirsi, divorarsi a vicenda.

                           

Giusto mezzo

L’uomo ha tratti da anfibio,
si succedono i gesti
in apnea e le inferriate
lungo i cancelli chiusi,
i suoni più laceranti si smorzano
nell’acqua e nella sua densa
opacità sonnolenta
ma l’ossigeno brucia i polmoni,
c’è troppo freddo
se tiriamo su la faccia anche un attimo,
non duriamo a lungo
né in superficie né sotto,

specie ibrida, non siamo adatti
alla terraferma e alle sue condizioni strette
ma neanche impariamo a nuotare.

Otturiamo una carie
con ubriacanti passi di rumba
e trottole da far girare sempre più veloci;

alziamo il volume alle casse,
riempiamo a ritmo forsennato i secchi,
facciamo più rumore,

per non sentire fuori dai vetri chiusi
la pioggia che striscia e fa ambigue insinuazioni,
declamiamo a piena voce

le medaglie e i titoli, per coprire
il cigolio della puleggia inceppata,
il dito incastrato tra le ganasce;

mondo che affonda, certi pomeriggi
di nebbia, nelle proprie
sempre più larghe piaghe da decubito.

                           

Il gioco della morra

L’ospite ama fare improvvisate,
verrà a citofonarmi
quando sono in pigiama o sotto la doccia:
jazzista dei calendari,
si beffa dei pronostici,
è il fattore sorpresa
che lo rende imbattibile alle carte,
ha una mano
veloce e furbissima, con cui apre
a caso ogni giorno i suoi elenchi,
possiede in rubrica i recapiti
di tutti gli imboscati,
potrebbe in qualunque momento
raggiungerli, non è che per pigrizia
se non lo ha fatto ancora.

                           

Ostaggi

C’è chi, malgrado
il peggioramento del meteo
e l’instabilità dei mercati,
riesce a non pensare
ai calcinacci nello stomaco,
alle scarpe che si arrugginiscono:
accenna perfino un passo di giga
sul violino dei passeri alle cinque;

affezionarsi alla primavera,
sindrome di Stoccolma
verso un sequestratore che si fa degli scrupoli,
in fondo nemmeno così cattivo.

                              

Il giorno dopo

Il romanico della neve
dona una certa grazia all’inverno
e alle sue geometrie rachitiche:

spegne il morso della lebbra
sugli zigomi delle strade,
smussa i canini agli alberi;

poi la mammella del cielo
si sgonfia: il fango svela
sotto quel soffice marmo il suo inganno,

è una bugia che dura un giorno
il bianco.

                           

Saggezza da netturbini

1

Nella polifonia discordante del traffico
non è facile riconoscere
un motivo armonico credibile.

Ho paura che non ci sia un bel niente,
dietro la fuga
di quadratini rosa sulle pareti del bagno;

meglio ovattare
la lisca di pesce incastrata tra le gengive
sotto sciarpe pesanti,
adatte ai rigori del primo mattino.

2

Nei denti è scritta la storia di ognuno,
solo le alghe
prima e a conclusione
di ogni discorso, di ogni nastro di Moebius.

Non siamo un’eccezione
ai tanti modelli automobilistici
usciti fuori mercato,
faremo la fine dei quasar.

                                       

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo Editrice), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle), “Calypso” (Oedipus); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.