Maria Carmen Lama

24 settembre 2016 by

Carmen Lama

 

 

Lara’s Theme
***
[A volte il tempo ha di queste stasi
e concede una pausa ai suoi respiri
ne trattiene prima uno
poi un altro
ad intervalli quasi regolari]

Insieme rivedevano
la casa dei loro sogni
che il gelo aveva reso una spelonca
con stalattiti e stalagmiti
al posto della polvere
e il fascino sfiorava la bellezza

poi arrivò una carrozza
coi cavalli infreddoliti
gliela portarono via
e lui rimase a guardare
quella bianca distesa di silenzio

Dove sarebbe andata? e sarebbe mai tornata?

rientrò ruppe un vetro a una finestra
e dal freddo oblò guardava
lei si voltava lui spingeva lo sguardo
fino all’ultimo orizzonte
infine la sua vita era solo quel puntino
che più s’allontanava
più s’imprimeva a fondo nel suo cuore
e vezzeggiava l’anima

(ma null’altro rimane che il ricordo
di quella scena in cui due solitudini
sempre più s’avvicinano
nella loro forzata lontananza)

e lui stava a guardare
quella bianca distesa di silenzio
dove appuntava tutti i suoi ricordi
e lei era presente più che mai

A volte il tempo ha di queste stasi
e concede una pausa ai suoi respiri
ne trattiene prima uno
poi un altro
ad intervalli quasi regolari

E poi
basta l’attesa solamente
a fare dei ricordi
i nuovi desideri […]

 

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Bianca Bi

18 settembre 2016 by

BiBi (1 of 1)Bianca Bi è lo pseudonimo di questa poetessa i cui versi ci è piaciuto che fossero letti anche qui nel Giardino.

Dice di sé:
sono nata a Torino nel 1982.
Il mio rifugiarmi dietro Bianca non vuole essere irrispettoso verso l’Altro… ma ho bisogno di esporre lei al mio posto, per ora..
Spero di non averne più bisogno un giorno.
Rispetto alla presentazione non saprei proprio che scrivere…
non so molto di poesia e se sia definibile poesia questa…

 

 

Magari saranno i lettori a deciderlo, eh? (c.b.)

 

 

Non c’è più rumore

non c’è più rumore qui
nei miei pochi gesti
in questi miei quieti rituali.
quel rumore che sa di dolce
quando investe ondoso
gli oggetti cari di una casa
e tocca…
il vestito blu che prega sopra il letto
la tazzina di caffè incrostata di rosso
la chitarra senza corde e scarpe sparse
le penne senza inchiostro
e quello specchio che non mi
riconosce. non c’è più rumore qui…
fuori qualcosa è rallentato
fuori anche è silenzioso.
questa casa ha il pavimento ferito
e in fondo alla sua piaga a sconfinare
i gemiti e le risa
il rumore di una voce
la carezza d’un saluto…
dovrò dirlo al Signore del piano superiore
gli dirò di rattopparmi il pavimento
gli dirò che ho un male dentro il petto
lì, dove non mi ha più colpito
mi fa male

 

 

Terra bianca

mi chiamano col nome dei loro sogni
dimenticando la mia prostituzione
ed io ci credo per un poco
e anche loro
d’esser maria, susanna
d’ essere un sogno
a volte le madri coi nomi dei figli
che non ci son più
ed io ci credo per un poco
e mi guardo fantasma
quanta sabbia che troppe carni improntano
quanti buchi m’adornano la pelle
e non vi cresce un fiore
da questa terra bianca
non una rosa d’amore perché
non ne so nulla di fiori
e d’amore? e il bianco è colore sottratto
mancanza di ombre e zolle
una violenza mi serra le palpebre
e mille scultori m’intagliano le spalle.
solo si dica a qualcuno
per pietà,
che quella sono io.

 

 

Da quando non so

ho una tortura da coltivare
da quando non so
e vedo il mio affanno
la corsa
il movimento convulso
lo zampettar del topo
nella ruota che gira
in ogni dove diretto
e in nessun luogo
il suo esausto andare
senza poter partire

ho una tortura da coltivare
in questo mio tornare e sostare
dietro le cose
prima dei nomi e dei suoni
di cui è impastata la certezza
quella che inchioda alla  lingua
una parola prestata
una forma pretesa
tanto è proibito sanguinar di sangue ignoto

io coltivo la mia sottile emorragia
nella spasmodica ricerca di quel luogo sperduto
puro

come un’infinita vocale straziata
di quel luogo innominabile e forato
da dove son partita
di quel gemito composto di lingua trafitta
che mi fu genesi e tortura

 

 

Per F.

caro..
a volte parliamo suoni incomprensibili
parole agonizzanti
lottiamo contro pareti irte e invisibili
soffriamo il tedio della luna
con gl’occhi fissi su paesaggi immutati
le nostre ombre ci agguantano da dietro
gl’intimi nemici ci abitano il corpo e non riusciamo
a scacciarli, non riusciamo.

caro..
si brilla a stento in questo buio
e si brilla piangendo
colando lacrime dense e ceree
gridiamo al seno di una madre
che siamo ancora piccini e fiochi
immersi nell’oblio del suo collo di miele
nella dolce apnea delle  sue terree caverne
le chiediamo la pietà di non pretendere
da esili candele
di competere con la luce del sole.

 

 

Io Vado

Quanto poco si posa lo sguardo
e si riposa
in questo rotolar d’ossa nella vita
senza ritmo di piedi
né volere di muscolo,
io vado

e vado
nell’abbraccio impreciso di
questo ammasso di tatto che deruba
la pelle
del suo centimetro di pudore
e non v’è fiore che soffermi
o quieta alba che commuova
o punto esatto del dolore che mi possa orientare
vado e vado e tanto vado
e Tu?

quando giungo nei pressi del tuo stare
con le salde gambe color legno
ecco afferrami  al tuo appiglio
che a me basta ritornare un po’ più in la
un po’ più indietro
in quella danza di passo che era il vivere
ancora in tempo per non cadere

 

 

Si è lacerato l’abbraccio dell’edera

si è lacerato l’abbraccio dell’edera
un’assenza è rimasta nei luoghi comuni
nelle mie stanze una fioca luce
e penombra di parole
cocci sparsi idee sgualcite
ho preso il primo vento che passava
per guardare alle nuvole gli occhi
e imparare da loro ad ammaestrare il vuoto
qualcuna si è fatta cupa…
il vento è fermo all’ultima stazione
un corvo gracchia minaccioso
o forse ride? fugge?
si sfaldano le nubi in piogge sanguinose
l’altitudine gravida di precipizi è partoriente
che si apparecchi il posto vuoto
m’avvinghi ancora alla sua pietra il suolo
rialzatemi fiori e bambini
ché ho confuso il cadere col volare.

 

Antonio Spagnuolo

12 settembre 2016 by

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[…] Squarci di visioni da cui trapelano istanti di tempo condiviso, memorie che chiudono come in un geode  cristalli di felicità. Eppure “ Nulla rimane anche se cento mani / ricamano il vortice profondo che confonde / le mie parole incastrate nel mondo./ …………/ Sei stata una passione, / ora sei gesto di estrema solitudine. […]

(dalla prefazione di Narda Fattori a “Ultimo tocco”)

                                                

                                                   

INEDITE

*
“Parole”
Le mie parole hanno il giogo dell’edera,
strette ai rami, irrequiete al vento per ricordi,
cingono la solitudine in quel nodo
che il nostro amore mostrava insaziabile.
Lungo il tempo hanno un palpito delicato
inseguono il rumore della gente
che non conosce la soglia del cielo
e cede all’ombra dei frammenti
tra le ciglia e gli sguardi.
L’orizzonte incide la tua assenza,
che aleggia timorosa indecisa
nell’eterna vendetta dell’infinito.
Hai negli occhi il fulmine d’autunno,
impertinente e violento, quasi un gioco
che risplende innocente fra le ciglia
e ricama motivi dell’inganno.
Vorresti intrappolare le moine
come un esile fiore che improvviso
spezza il lungo silenzio, e fra le dita
disperdi il labbro sensuale e dolce.
Soffice nuvola dai capelli neri
racchiudi nel sorriso l’invito clandestino.
Per te l’autunno, spettacolo a colori
che ti scopre le spalle, il seno, il collo,
vorticando gli azzurri nella grazia interdetta,
anche se taci il fulgore, ritorna fuori campo.

 

*
“Il segno”
Segno ancora sul calendario con matita a colori
una data precisa per non dimenticare
la stagione che ripete inganno,
e ripiego smarrito in cerca di quel volto
che l’attimo dissolve.
Non cancella l’eccezionale insistenza
la tempesta dei gesti che incidemmo,
il riflesso di una piacevole ombra
che scivola con insistenza.
La speranza che leggevo nell’occhio smarrito
è clessidra interminabile lungo smagliature,
urla sillabe insensate e mi costringe
alle tempie, ossessione indiscreta.

Qui tutto è fermo nell’attesa:
un azzardo del buio che mi circonda
oltre le rughe sempre incise per gli occhi,
ed il volto di donna che ricorre a memoria
fulmina il baratto nel gioco che precipita.
La tua ora recita combustioni
nella finzione di una danza,
e rotola nei vuoti per giocare un agguato
al ritorno improvviso del nulla.
Il passo lascia un segno ancora vivo
anche se il copione è coppa fuori tempo
esatta fuga che scioglie il fulgore di una follia.

 

*
“Silenzi”
Rimane solo il silenzio nella penombra,
riconosce i profili ancora incerti,
nelle attese continue di un sussurro
per ritornare ai profumi della tua carne.
Ascolto l’inganno che la sera propone
nell’assurdo trucco della mano sospesa
al vuoto della stanza, in questa vecchia casa
dove tutto è memoria.
Il tuo nome, il tuo nome Elena ricorre
per le mie vene in ultima illusione:
s’innesta la febbre alla polvere,
il capo chino ripete ritorni nel tempo
per sorprendere vertigini nel pensiero che oscilla.
Una disperata finzione mi sorprende
e chiudo gli occhi per sognare il tuo labbro.

 

*
“Vertigini”
Sospesa nel fulgore della luce
una scala riporta le illusioni
del cielo, un cielo argento,
che sospende il chiarore dell’alba
nelle incoerenze di nuvole impazzite.
Il volo dei gabbiani riconduce
al perdono di visioni imperfette,
quando nel raggio lungo del colore
tu ripeti solitudini per confondere promesse.
Il passo incerto nelle tue braccia raccoglie
il tempo dell’abbaglio e non nasconde
l’arco che piega le tue gemme sciolte,
ed è un sospetto il nero del tuo profilo
così folle all’attesa, nel gioco attento al richiamo.
Contenere l’immenso respiro
è la promessa del fulgore.
Il ricordo ha l’incanto del sogno,
il profumo del baleno che rincorre,
che varca i mari del naufragio,
che inghiotte le illusioni,
e la memoria inciampa nel miraggio.
Vorrei che la penombra diradasse il mio dubbio
nel nuovo inganno della seduzione,
rabbia e fantasia delle occasioni mancate.
Riappaiono le tentazioni smarrite
nel laccio di quei gesti ad altri ignoti
e ripeto l’intreccio dei silenzi
del tuo svanire.

 

*
“Azzardo”
Inquieto mi distacco in un certo naufragio
confuso nel passato ricco di armonie.
Frenetico il giorno tuo, tra le memorie
depositate su foto maltrattate:
riempivi il profumo dell’onda
schiudendo spazi frenetici al termine del giorno.
La veste in angolo ha smarrito il sorriso,
effimera intacca cristalli senza neppure sfiorare
il tocco di falangi,
col tepore di una luce evanescente
chiudo l’azzardo.

Forse volevi dirmi ancora che mi ami,
ma il tuo labbro è rimasto serrato nell’istante
in cui tutto è svanito.
Brucia ancora l’incanto dei tuoi occhi,
il segreto sospiro della tua tentazione,
l’ampolla del tuo lungo raggio,
ora che le sembianze sono assenza
scomposta in fotogrammi incontrollati.
Vorrei fermare il raggio della luna
per pulsare memorie nel vuoto dell’attesa
e offrirti almeno soltanto qualche verso.

 

*
“Troppo breve”
Troppo brevi le nostre estati, dei tuoi primi sorrisi,
in attesa di rincorrere, illusi, le vertigini della luna,
fragili per gli anni della gioventù e ignari
dei confini inafferrabili.
Meraviglia ancora nel gesto, inquieta
nelle voluttuose carezze alla scoperta
del brivido inconfessabile.
Umido il cielo offriva il giro dell’amore
svelando lontananze e saccheggi,
ed ora minaccioso mi spezza il cumulo dei giorni
nell’attimo stesso della mia solitudine.

Chi sa, se tu potessi tornare, un sussurro
per ripetermi amore leggero e clandestino
mi convincerebbe che non sei mai morta.
Sotto l’eterno dubbio di vocali ormai inutili
ravvivo le tue guance sorridenti,
in un baleno che il pensiero sconcerta
per rincorrere quelle tue delicate carezze,
in parabole di atomi in frammento
di questa foto che mi lusinga a sorprese.
Sfioro il respiro nella memoria e aspetto
una benda strappata alla passione.

 

*
“Sere”
In queste sere modellate dalla luna
affiora il disegno di una sfida al tormento,
il rifiuto delle illusioni che inseguimmo
per quel gioco che chiamammo amore
e che ci avvinse nel delicato respiro.
In queste sere le pieghe dei miei versi
hanno ritrovamenti inaspettati, qualcosa
che tanto tempo prima era nel palmo ed ora insecchisce:
carezze del pensiero nell’errore che sfiora l’irrealtà.
In queste sere, quando la stanchezza contorce,
i fantasmi hanno sensazioni nella forma del distacco
perché l’incanto non ha più rimembranze.

Non gioco più con il tuo piede nudo
che tentennava al minimo sospetto,
tra le coltri ed il lume, contro le ore
che affannavano a chiazze di segreti.
Una pietra focaia muta ogni cosa
intenta all’astragalo che gemma di rimpianti,
senza tempo, per farmi allontanare dall’insonnia.
L’abbaglio è musica smarrita che suggerisce il pericolo
nel turbare incantamenti e riportare occasioni.
Simile a un sospiro il sorriso è gemito del buio.

Francesca Del Moro

6 settembre 2016 by

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Francesca Del Moro, Gli obbedienti, Cicorivolta Edizioni, 2016

    

           

La nuova silloge poetica di Francesca Del Moro, Gli obbedienti, si struttura attorno a due intenti ossimorici: in primo luogo, nel coniugare metri e forme tradizionali ad una materia del tutto contemporanea; e, in secondo luogo, nel mettere in rapporto il sentimento della commozione interiore (scaturigine per lo più camuffata di questi testi) con l’oggettività ed il disincanto della rappresentazione.

E, però, proprio da questa rinuncia a mettere in campo le emozioni, per dare spazio soltanto a minimi gesti ed eventi, al ritmo annichilente di certe vite proiettate in realtà ripetitive, disumane e alienanti, alla solitudine senza scampo di tante persone sottratte anche ad un fuoco ideologico di speranza, ad una coscienza politica della propria biografia di ubbidienti al sistema (così come aveva preconizzato Pier Paolo Pasolini), sembra sprigionarsi un nuovo urlo münchiano, alto e solitario nel vortice dei colori sanguigni di una disperazione profonda.

Francesca Del Moro mette così la propria poesia al servizio dell’Uomo, aiutandolo a riprendersi il proprio “io” umiliato da una struttura sociale agglutinante e perversa nella sua falsa apparenza democratica; a capire la distanza sempre più ampia tra oggettualità e spiritualità, tra le esigenze del corpo e quelle interiori.

In altre parole, la poeta cerca di ricostruire attraverso l’ordine e l’invenzione del suo versificare (che spesso finisce con l’assumere un tono categorico e perentorio) quell’interezza che l’uomo contemporaneo sembra avere perduto. Di riscrivere una sorta di “Manifesto” contemporaneo che inciti i moderni schiavi del sistema ad una ribellione, in nome non soltanto di una più sana e corretta economia, ma di un ripristino dei valori più autentici dell’umanità.

Il pregio della silloge consiste certamente in questo suo fortissimo impegno civile, ma io non mancherei di sottolineare anche la novità di una struttura quasi documentaristica dei testi, la cui disposizione mi ha dato l’impressione di vedere un cortometraggio sulla giornata-tipo di un lavoratore/lavoratrice: dal suo istupidito risveglio mattutino fino all’insopportabile stanchezza serale, di fronte alla tv o accanto ai letti dei propri bambini, sperando per loro un destino diverso.

Accanto agli “ubbidienti” si muove il mondo dei borghesi arricchiti, dei potenti, dei rampanti “di buona famiglia”, che si beano dei nuovi riti mondani, come quello dell’aperitivo, e che per lo più sfoggiano il loro inglese del tutto affaristico per sottolineare la propria diversità elitaria.

Come scrive Anna Maria Curci nella sua bellissima ed articolata post-fazione, si delinea, dunque, “chiaro ed insopprimibile l’intento della parola, gesto meditato, rivolta, testimonianza, strappo, critica, memoria”.

Franca Alaimo

                                                                              

                                                                                                                                      

*

transumando
rumore di porte del treno
che fischiano e chiudono
clang clang
scalpiccio di rapidi passi
che pestano pozze
ciaf ciaf
ecco i cappotti gli ombrelli
le borse le ore
tic tac
le ore le ore le ore
che inseguono svelte
le ore che spostano corpi
come lancette
                                  
                                 
*
Non le serve un sonnifero,
se non punta la sveglia
lei non si desta.

Tiene per mano il sonno,
si lascia proteggere
da braccia immaginarie.

Le sole cose da fare
sono quelle necessarie
e il tempo fa paura.

È come una malattia,
una voglia dolce di morire,
un prendersi cura.


*
Dopo un film di Monicelli, tornando

Quella massa di cafoni
affamata, cenciosa e sporca
sembrava un’enorme famiglia
era capace di una lotta.

Erano quattordici le ore
che pesavano su di loro
mentre voi ne fate nove
anche se in busta sono otto.

Ti torna in mente quella volta
– oh molti anni or sono –
in cui l’impronunciabile parola
ti sfuggì di nascosto.

Quando hai parlato di sciopero
per qualche giorno stranamente
non hai avuto più nessuno
con cui prendere il caffè.
                              
                             

*
Ballyturk

trema la musica
nel corpo tremano
i muri e si dissolvono
nel buio affiorano antichi
visi custodi di risposte
riposano i tuoi morti
in fondo alla sua voce
si inchioda nel tuo occhio
il suo azzurro stupore

                                  

                              

altro  QUI

Annamaria Ferramosca “TRITTICI”

1 settembre 2016 by

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Quando Annamaria mi comunicò che aveva tratto da alcune mie immagini ispirazione per i suoi versi, ne fui felicemente sorpresa; lo fui ancora di più nel leggere in anteprima la poesia scaturita da “Il Volo”: la sua capacità di trarre dal segno il compendio di una vita, il suo sguardo che tramutava forme in parole, in un coinvolgimento artistico e sororale, mi commosse profondamente.

Il suo progetto mi piacque moltissimo, felice che le mie opere fossero accostate a quelle  di Frida Kahlo, Modigliani, Laglia,  felice che dai colori prendessero vita le sue parole, e che da un’arte visiva ne scaturisse un’altra di così densa espressività.

Questa plaquette ne è la realizzazione  che racchiude, letteralmente, la policromia delle forme e l’arcobaleno del verso, un volumetto prezioso nella sua veste grafica e materica, come ne dice con passione e competenza Antonio Devicienti  nella sua splendida recensione su Carteggi letterari, recensione che invito a leggere perché esaustiva oltre che appassionata.

Nello sfogliare le pagine ho avuto la sensazione che queste si dilatassero in spazi espositivi di un piccolo, ma straordinario, magico museo, misteriosamente variopinto e animato.

Un luogo in cui si può scoprire d’essere, contemporaneamente, bambini attratti dalle luci e adulti  in ammirazione estatica.

Le mie impressioni di lettura sono dettate non solo dalla stima che ho per lei come poeta, ma anche dall’amicizia che ci lega, perché Annamaria è una persona speciale, attenta e generosa, uno spirito libero che spazia alla ricerca del bello, che le fa scoprire nelle altrui espressioni artistiche coloriture esistenziali, che le permette di trasformare la visione in parola, come in un processo alchemico: la sua mente un atanor in cui si fondono elementi diversi e variegati per essere trasmutati nell’oro della poesia.

cristina bove

                                
                                

 

 

“Esporre il proprio io al contagio di un altro io perché scaturisca un noi senza precedenti, una pluralità umana solo transitoriamente oggettivata nella figura creata dagli artisti”
(dalla prefazione di Maria Teresa Ciammaruconi)

                                        

                                                      

_______________________

in magnetico ascolto del mio colore
stai traducendo questa rassegnazione
ti parlo in silenzio azzurro senza pupille
[…] Pag 11
(Amedeo Modigliani –Elvira che riposa a un tavolo)

 

[…] il viso per metà iluminato
di una luna stranita
semisapiente luna
che per metà mi stordisce d’estro
per metà solleva le acque
[…] pag 23
(Frida Kahlo –l’amoroso abbraccio del’universo, ecc…)

                               

[…] e voci calde dei raggi dietro le nuvole
inconsapevoli di irradiare amore
lei sospesa nell’ascolto battente
– la pioggia scandisce sillabe sul tetto –
[…] pag 27
(Cristina Bove – Il volo- computer Art)

                                   

[…] il sogno è un muro bianco
che mi separa da me stessa
aspetto che dilegui
resto seduta disarticolata
in pianto trattenuto
[…] pag 39
(Antonio Laglia – Claudia, pastello su carta 1981)

__________________________

                                        
                                      

L’autrice dei testi

Annamaria Ferramosca
Nata a Tricase, da molti anni vive a Roma, dove, in contemporanea con la dedizione alla scrittura poetica,ha lavorato come biologa nutrizionista nella ricerca. Ha ricoperto l’incarico di cultrice di Letteratura italianaall’Università Roma3. Fa parte della redazione del portale poesia2punto0.com, dove cura la rubrica non autoreferenziale Poesia Condivisa, di cui è ideatrice.
Finalista ai premi Camaiore, LericiPea, Pascoli, Lorenzo Montano, è vincitrice dei premi Astrolabio, Guido Gozzano, Renato Giorgi. La sua voce registrata è inclusa nell’Archivio delle voci dei Poeti di Firenze.
Ha pubblicato nove raccolte di poesia, tra cui la più recente è la plaquette d’arte Trittici—Il segno e la parola, DotcomPress Edizioni. E’ del 2014 Ciclica, La Vita Felice, collana Le voci Italiane, introduzione di Manuel Cohen.
Nel 2009 le è stato pubblicato, da Chelsea Editions di New York, il volume antologico bilingue Other Signs, Other Circles –Selected Poems 1990-2009, collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti, introduzione e traduzione di Anamaría Crowe Serrano.
Altre sue raccolte edite: Curve di livello, Marsilio, collana Elleffe, a cura di Cesare Ruffato, 2006, riedito in ebook (www.larecherche.it) nel 2014; Paso Doble, poesie a quattro mani in italiano e inglese, coautrice Anamaría Crowe Serrano, Empiria, 2006, traduzione di Riccardo Duranti; Porte / Doors, Edizioni del Leone, prefazione di Paolo Ruffilli e traduzione di A. C. Serrano e Riccardo Duranti, 2002; Porte di terra dormo, plaquette, Dialogo Libri, 2001; Il versante vero, Fermenti, introduzione di Plinio Perilli, 1999, riedito in ebook (www.larecherche.it)nel 2015.
Nel 2011 Gianmario Lucini cura per le edizioni puntoacapo il quaderno monografico La Poesia Anima Mundi, con la silloge Canti della prossimità e con cd di letture dell’autrice.
E’ autrice antologizzata e suoi testi sono apparsi in numerosi siti web di settore, come poesia2punto0.com; la dimora del tempo sospeso; blancdetanuque; poetry-wave-senecio; carte allineate; la poesia e lo spirito; arcipelagoitaca; l’estroverso; fili d’aquilone; sulle riviste italiane Poesia, La Clessidra, La Mosca di Milano, Le voci della Luna, e in traduzione, su riviste straniere: Gradiva; Italian Poetry Revue (USA), Fire; Poetry Wales (U.K.) Salzburg Revue (Austria), Poezia (Romania), Poiein (Grecia).
Ha curato di recente la versione poetica italiana di poesie scelte del poeta romeno Gheorghe Vidican nel volume 3D – Gheorghe Vidican—poesie 2003-2013, CFR, 2015. Per quest’opera è stata insignita del Diploma di Eccellenza dal Ministero della Cultura di Romania.
Ulteriori notizie, testi e recensioni su www.annamariaferramosca.it
Per contatti: ferrannam@gmail.com
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I quattro artisti

Amedeo Modigliani, (Livorno,1884– Parigi,1920), è stato pittore e scultore. Formatosi in Italia a Livorno poi a Firenze e Venezia, a 22 anni si trasferì a Parigi, dove si affermò soprattutto per i suoi ritratti femminili dai volti stilizzati e dal collo allungato.

Frida Kahlo, (Coyoacan, 1907 – 1954) è stata una pittrice messicana. E’ divenuta celebre per i suoi autoritratti ispirati alle tradizioni popolari precolombiane, con i quali, ricorrendo a figure tratte dalle civiltà native, intendeva affermare la propria identità messicana.

Cristina Bove, Nata nel 1942, vive a Roma dal ’63. Artista poliedrica, si occupa di pittura, scultura, arte digitale, fotografia, e scrittura. Ha pubblicato libri di poesia e narrativa e cura alcuni blog di poesia in rete.

Antonio Laglia, nato nel 1953, vive e lavora a Roma. Pittore della scuola romana, è stato allievo di Alberto Ziveri. Ha tenuto negli anni numerose mostre personali e conseguito importanti premi e riconoscimenti.

Ferie

10 luglio 2016 by

ferie giardino 2016 - by criBo

Lucia Tosi

9 luglio 2016 by

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2016/05/18/lucia-tosi-5/

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[…] penso che se fossi una sana
stupida signora perbene mai ti avrei
ri-conosciuta
si riconoscono i propri simili
quelli che dio natura o chi altro mai
ha fatti
di-versi.[…]

(da una poesia di Lucia a me dedicata)

tanto altro di lei QUI

 

                                                     altro           

                                                     

                                                       

                                               

                                                       

 

Marina Torossi Tevini

4 luglio 2016 by

Il mare è la costante di questi componimenti sintomatici, sia in essere sia nel moto simbolico a farsi riferimento assiduo d’infinito, un esempio nel capovolgimento di coordinate preordinate come nel cielo di una Stoccolma ri_visitata, dove il disorientamento, la deliberata resa della sensazione di precarietà umana e dell’insensatezza del vivere si fanno improvvisamente scudo con una benefica tregua, dove la perfezione è assurta a simbolo di episodica cognizione raggiunta esclusivamente in quanto stravolgimento dell’ordinario, del reale (Doris Emilia Bragagnini). continua qui…

.

Atmosfera iperborea

.

……Stoccolma
ci sembrava un paradiso
…………………tutta sospesa
tra il cielo e l’acqua
Una pioggia…..veloce
poi subito le nuvole
divennero….leggere
….sottilissime
quasi di cristallo

Non era il cielo
……………..dei Fiamminghi
ma un azzurro fatato
trasparente
e la luce radente
del tramonto
……………..rendeva
tutto perfetto

.

(da L’unicorno, ed. Campanotto 1997)

.

* altro Qui…

.

Vera Bonaccini

29 giugno 2016 by

*

verabonaccini

.

*

L’antitesi di un sole

chissà
se ci saremo ancora
quando farà caldo

se le parole e i temporali
faranno differenza

se ci sarà una chiocciola
a ricordarsi di noi

dentro al giardino
estivo
del ciòcheèstato

o forse
saremo un’onda

capace solo
di
suicidarsi sulla scogliera

il fondo di una bottiglia
dimenticata

l’antitesi
di un
sole.
                                
                           

Un requiem per i mesi in cui fa caldo

e Maya si è dimenticata
il velo sull’ultima corsa
della 90 a Piazzale Lotto
una Domenica notte ubriaca
di fine Maggio
senza le scarpe a combattere l’asfalto

e Giano bifronte
si fa i selfie bipolari
sushi vegano con la camicia bianca
[quella nera per gli amici neonazisti]
all’ora dell’aperitivo è ancora Aprile
e fioriscono le milf e il botulino

Prometeo promette arrogante
la Conoscenza dai cartelloni elettorali
e il fuoco purificatore senza pietas
per i nemici della Patria e della Mamma
ed è già Giugno e si muore col sorriso

Poseidone sfoggia raggiante
la Bandiera Blu che si è appena tatuata
e ammicca alle turiste provocanti
allontanando i clandestini con la mano
e viene Luglio
sudando l’ansia in discoteca

Anansi racconta puttanate
alle famiglie che aspettano il traghetto
in fila come bestie sotto al sole
rabbia compatta
ripiegata ad infradito
ed ecco Agosto
ed è la vita che si ferma
pigiata stretta attorno a un ombrellone

Ma poi a Settembre ecco Kalì
spendere miliardi in manicure
la green economy – la beauty farm
e gli oli per capelli alla sirena
per sgomberare gli abusivi dall’altalena

e Maya ritrova il velo
al Parco Lambro
un pomeriggio di un mese a caso
steso su un corpo
e si allontana lentamente pedalando
fischiando un requiem
per i mesi in cui fa caldo.

                             

In un Helvetica elegante

il clima si adatta bene
alla situazione politica
attuale.

col gatto sulle gambe
leggo
parole oneste
sullo scrivere
un racconto.

a pagina 67 compare Carver;
ti dà del coglione
in un Helvetica elegante.

in Inghilterra,
questa,
è l’ora del tè.

:.             

Nessun motivo, nessun cielo e neanche il mare

che poi io di te direi lo stesso
[l’ambivalenza emotiva dell’ego-pace]
definitiva la non accettazione
dell’esistenza di anime autoimmuni
il vago tentativo di concepire
suicidi dilatati in meridiani
quando il vento scuote le foglie amaramente
tra i nostri passi di sole e suole circolari,
di carri_armati per conflitti [in]dichiarati

che poi io di te dirò lo stesso
nocche disgiunte dalle preghiere laiche
e un’ombra nera vaporizzata nelle tasche,
fiori recisi mutati in pietre a zavorrare

nessun motivo, nessun cielo e neanche il mare
a suturare con dita competenti
la ferita cieca di chi resta,
lo sciabordio insistente e senza pace
di schegge d’ossa dentro la testa.

.

…  da “ Little Town Blues ” ed Matisklo 2016 coverfronte

*

La poesia di Vera Bonaccini prende le mosse dal nuovo “Underground”, quello dei blog e dei collettivi letterari che hanno eletto il Web a proprio ecosistema. Un’esperienza importante – spesso ingiustamente ignorata dalla critica, cieca di fronte a realtà interessanti, formidabili incubatrici di talenti – dalla quale però, pur senza rinnegarla, l’autrice di “Little Town Blues” prende il volo per trovare il proprio respiro e una vena poetica estremamente personale e potente, lontana da qualsiasi etichetta o scuola di pensiero, dal ghetto della Rete come dalla “solitudine della parola” della “lirica dell’Ego” accennata da Roberto Keller Veirana nella sua nota introduttiva a questa raccolta (dalla quarta di copertina  “Little Town Blues ” ed Matisklo 2016 )…

*

Vera Bonaccini (Milano, 1977) vive e lavora in Liguria. Scrive da sempre su tutto quello che le capita a tiro: fogli, scontrini, muri, a volte anche sulle proprie mani. Fa parte del collettivo Nucleo Negazioni, col quale ha pubblicato la raccolta di racconti “Nagasaki Luna Park” (Edizioni La Gru, Padova 2013) e partecipato all’antologia poetica “I ragazzi non vogliono smettere” (Matisklo Edizioni, Mallare 2013). Suoi testi sono presenti su numerose riviste e antologie, fra cui “Guadagnare soldi dal caos” (Edizioni La Gru, Padova 2013). In poesia ha pubblicato “Le stelle sono andate tutte al cinema”, “Biologica al 97% – poesie lomografiche” e “Cartoline da un paese in dismissione” (Edizioni La Gru, 2014). È parte del collettivo letterario Bibbia d’asfalto – Poesia urbana e autostradale e redattrice della rivista digitale Bibbia d’asfalto. Per Matisklo Edizioni è curatrice della collana Vertigini, dedicata alla narrativa italiana contemporanea.

*

Antonio Devicienti

22 giugno 2016 by

 

 

COSTELLAZIONI PER IL NOSTRO OGGI

                                        

Così prende possesso la notte
delle strade parmigiane.

                                   
Attilio e Vittorio (amici d’una vita)
fanno un’ennesima passeggiata
dentro l’affetto e il ricordo dei vivi:

                                 
perché è in noi vivi la nostalgia
per i poeti
dei quali vorremmo ancora nuovi
versi, nuove
parole
per traversare la tenebra italiana
e imparare noi stessi l’arte del dire.
Nelle parole (pur consumate) cerchiamo
un pensiero
che ci riscatti e zittisca
la protervia dei lacché.

                                         
Balugina Parma nella nebbia
di novembre che
(pochi giorni al compleanno di Attilio)
si sfilaccia ai lampioni,
s’addensa negli anditi dei palazzi nobiliari,
si dissolve in umidità sui selciati,
voce si fa, voci nella strada
amicale andanza di passi
superàti soltanto da una bicicletta
staffetta partigiana
che a perdersi va
nell’intermessure dei muri alla Pilotta.

                              
“Così fu dato il segnale dell’insurrezione,
guerra partigiana
riscatto d’un popolo che pur tuttavia
nel fascismo aveva creduto.
Ricominciava la storia
e forse un’Italia nuova”.

                             
«Alle sabbie stordenti d’Algeria
giunse sentore di quanto dici
e come penosa la lontananza,
forzata assenza…..»

… continua QUI

Vincenzo Errico

17 giugno 2016 by

IL PROFUMO DELLA COSA

In dietro si torna dove casa è seconda,
pieni di fumo di camino della prima,
di legna d’ulivo che arde a oltranza
e verdura a mazzi che riempie la memoria.

Con me invece porto riserve di farmaci,
per la grande di casa,
referti di tecnici di protesi acustiche
e prescrizioni d’esame.

Per qualche ora lascio un pezzo di famiglia
che domani mi raggiungerà per l’inverno,
per più giorni invece il mio prediletto
che intimorito fa le guide a scuola.

Le bevute con le amiche di benvenuto
non prevedono ancora quelle di benpartito,
ma la rete raccoglie e non disperde
e se perde qualcosa è il profumo della cosa.

 

atro QUI

Alessandro Moscè

11 giugno 2016 by

galleria_del_Millennio

ALESSANDRO MOSCE’
UNA GALLERIA DI ARCHETIPI

 

Galleria del millennio (Raffaelli 2016) raccoglie le riflessioni e le interviste che Alessandro Moscè (nato ad Ancona 1969, vive a Fabriano) ha compiuto nel decennio 2004-2014. L’autore scrive di critica letteraria e questo impegno militante si affianca a quello di narratore e poeta. Gli scritti di Galleria del millennio sono suddivisi in tre sezioni. La prima parte racchiude testi editi, non seguendo un criterio cronologico di pubblicazione su quotidiani (“Il Corriere Adriatico, “Il Tempo”), settimanali (“L’Azione”), periodici (“Atelier”, “Poesia”, “Prospettiva”) e su siti on line di buona levatura, ma una sequenza che ripartisce gli autori trattati in critici letterari, narratori e poeti, così come per la seconda e la terza parte, con l’indicazione dell’anno delle interviste e delle recensioni, revisionate e in alcuni casi ampliate rispetto ai testi originali. La terza parte contiene recensioni inedite. Il pretesto, complessivamente, non è certo quello di stilare una graduatoria o di indicare una formula programmatica nel vasto e controverso contesto letterario di un decennio a cavallo tra due secoli. Gli incontri con alcuni maestri di via, l’impatto con voci individuali e con libri letti occasionalmente, hanno fornito ad Alessandro Moscè l’opportunità di identificare un flusso percettivo che si oppone alla persuasione delle arti audiovisive e all’egemonia di una comunicazione massiva, mediatica e asettica. La letteratura che segue, lo dice nella premessa, e sulla quale indaga da anni, è la letteratura dell’esperienza, racchiusa in un caleidoscopio di soggetti, scenari, ambienti, di atmosfere, squarci e affreschi, in uno stile che metabolizza l’umano escludendo una prassi gergale, misurata a tavolino, di stampo sperimentale. Annota: “La letteratura di oggi ci consente ancora di addentrarci nella crisi del mondo globalizzato e insieme di conoscere gli autori e il loro universo mediante la parola del reale e il senso del vero, nonché nel bisogno di fare forma e colore alle cose. Ne esce un linguaggio senz’altro non abitudinario, non consunto, che si oppone in modo netto alla notizia confezionata e ridotta in pillole (l’inflazionato short message). Letteratura e vita, dunque, secondo l’insegnamento di un riferimento insostituibile come Carlo Bo, per cui la letteratura, ad un certo punto, è stata tutta la sua vita. La sopravvivenza, fisica e morale di ciò che costituisce il fattore umano, traccia la magna quaestio del presente e del futuro odierni, comprendendo un’osservazione nello specchio della memoria affidata al sentimento del tempo”. I luoghi, il tempo, la nascita, la morte, il ricordo sono alcuni dei temi affrontati attraverso le recensioni. Pier Paolo Pasolini con la critica alla società consumistica e omologante e Paolo Volponi con l’utopia di una modernità industriale sono solo alcuni degli scrittori affrontati, ai quali vanno aggiunti i narratori di oggi: Gianni Celati con le case che crollano; Alberto Bevilacqua con i sentimenti al femminile; Claudio Piersanti con l’occhio vigile sulla coppia; Roberto Pazzi con la visionarietà ariostesca; Susanna Tamaro con la reazione al dolore. Quindi i poeti: il cristianesimo di Mario Luzi; il Montefeltro di Umberto Piersanti; il tempo straniero di Giancarlo Pontiggia. Molti, moltissimi altri autori si addensano in questo libro così vivo e ben strutturato. Menzioniamo i critici: Cesare Garboli nella sua scrittura simmetrica; Franco Cordelli nella mortificazione del romanzo; Alfonso Berardinelli nel rifiuto del fondamentalismo; Marc Augé nel mondo e nello spazio globale. Alessandro Moscè ci fa capire che gli archetipi della letteratura incarnano un’immagine completa, una concezione grandiosa dell’esistenza come l’ha programmata Dante, che faceva i conti con gesti e situazioni allegoriche. In ogni storia esiste una tensione conoscitiva e certamente l’uomo non può smettere di attraversarla proprio come in un cammino dantesco, in una durata senza un tempo cronometrico, in uno spettro ampio di soluzioni, nello specifico creative e interpretative. Conclude Moscè stesso nella prefazione: “Sono i valori totali che si ergono al di sopra del contingente a segnare le migliori intenzioni della letteratura. Non è mai una potenza fantastica e innaturale a prevalere, ma una condizione che si butta a capofitto sulle ragioni assolute che conchiudono una linea di forza”.

Marcella Ferrante

 

Pier Paolo Pasolini: l’eretico senza tempo

Non c’è un altro intellettuale italiano che abbia messo in crisi la critica novecentesca come Pier Paolo Pasolini. Narratore, poeta, critico, pamphlettista, cineasta, giornalista di costume, dotato di un esprit de finesse che non può essere schematizzato facilmente. La complessità di Pasolini può essere percepita non solo nella versatile e incessante produzione, ma anche, soprattutto nella dimensione antropologica di chi individuò per primo i cambiamenti della società italiana, stereotipata e senza più distinzioni geografiche, quindi sociali e di classe. L’omologazione culturale, a partire dagli anni Sessanta, aveva cancellato dall’orizzonte le piccole patrie “le cui luci brillano ormai nel rimpianto, memorie sempre più labili di stelle scomparse”. Pasolini scriveva sui suoi Scritti corsari (Garzanti 1975): “Tra sviluppo e progresso vi è una differenza enorme, sono due cose non soltanto diverse, ma opposte e inconciliabili. Lo sviluppo vuole la creazione, la produzione intensa, smaniosa, disperata di beni superflui, chi vuole il progresso vorrebbe la produzione di beni necessari”. Ma non basta. Pasolini è altro nella vastità del pensiero: un eretico, un corsaro scomodo. Perché al centro del dibattito viene messo sempre l’italiano, il popolo, questo Paese che vive a vari livelli economici, culturali, storici, fino a rendere la comunità qualcosa di sfuggente, senza senso civico. Oggi l’attualità di Pasolini appare impressionante per il coraggio di dire la verità senza fare sconti, con una convinzione priva di vincoli, viscerale e analiticamente contro un sistema preordinato e conforme.

 

 

 

Tahar Ben Jelloun: mescolarsi tra la gente

A Fabriano, nel maggio del 2008, Tahar Ben Jelloun, scrittore franco-marocchino, ha dichiarato a chiare note che lo scrittore deve essere pronto a mescolarsi tra la gente, a farsi comprendere, a dare impulsi per trasmettere qualcosa di illuminante, ritenendo che spesso il solo capitolo di un libro è più incisivo di una miriade di discorsi fatti dai politici e dalle istituzioni. La letteratura è un mezzo nobile per raccontare esperienze e destini. Aveva la faccia da buon diavolo, Jelloun, con gli occhi assorti e il pizzo ben curato. Una giacca rosso fuoco lo poneva, di diritto, al centro della scena. “Lo scontro non è mai tra le civiltà, ma tra le ignoranze”, ha detto lasciando seguire una pausa di silenzio. La poesia e la narrativa svelano, uniscono, per uno scrittore che esalta l’amore e la passione nonostante sappia che i libri non hanno potere, che mai lo acquisiranno. Se la letteratura non fa rivoluzioni, serve però a cambiare una mentalità. “La cultura araba è ospitale, ma dobbiamo cambiare il rapporto con il tempo e l’individuo. Va riconosciuto il singolo. E con esso, finalmente, il valore della donna, che è svilito, nonostante siamo nel terzo millennio. I libri ci aiutano a conoscere, sono un mezzo per indurre il cambiamento”. Guardando all’Occidente Jelloun ha ammonito espressamente: “Vige la dittatura del denaro, la brutalità del liberismo selvaggio che sacrifica l’essere umano in nome dell’interesse. Per non dire della disoccupazione che in Europa è il risultato di una politica disumana. Viviamo nell’era dell’indignazione dove le popolazioni insorgono ma non sono abbastanza organizzate per impedire al grande capitalismo di stritolarle”.

 

 

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano.

Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007) e Galleria del millennio (Raffaelli  2016); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008) e Hotel della notte (Aragno 2013). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. Le sue poesie sono tradotte in Romania, Spagna, Venezuela e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012) e L’età bianca (Avagliano 2016). Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è www.alessandromosce.com

 

 

Liliana Zinetti

5 giugno 2016 by

Essere cosa.

Accadde che l’immagine penetrò lo specchio.
Vi si stabilì incurante del suo patire
e degli scricchiolii, di un inutile contorcersi.
C’è una sofferenza che attiene anche agli oggetti.
Invano lo specchio tentò di cacciare
l’oscuro intruso, invano si sforzò di rimanere
intatto. Cedette, si frantumò
in minute schegge, così
lesta l’immagine scivolò via, si diresse altrove.
Ma era solamente uno specchio,
una cosa
e questa non è una poesia.

                                     
da Minime da una fine, CFR di Lucini, 2013

 

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Vito Panico

31 maggio 2016 by

foto

 

https://books.google.it/books/content?id=UxMwrgEACAAJ&printsec=frontcover&img=1&zoom=1&imgtk=AFLRE70_YqufPx4GBtQj1rrcTFvLN_XNxoN-3F65St50Czdi6t6vq1AnKf_fnk6MIC7oBjSV5BSpT-miS-uADGnXw_THyLa3OAQ6Fw3X6Detv70Q0_6DbNYqJl0ak5b9nrag-k5jAj2U

                             
Feisbuc

La tua foto su Facebook rimane.
Non ti vedo che digitalizzata in un ritratto del 20 Gennaio
i tuoi grandi occhi sono pixel sfuocati,
iride a bassa defnizione,
la copertina che ti protegge una montagna soleggiata.
Quo es?
Scorgo i tuoi sorrisi nei mi piace che dai agli amici
basta poggiarci la freccia del mouse
e so a cosa hai dedicato un click,
rubo due dei tuoi pensieri,
so per cosa ti sei digitalmente entusiasmata oggi.
Ma prima ci devo trovare il tuo nome
tra quei pollici all’insù.
Chissà di chi sei amica ora,
chissà se anche tu mi cerchi nel linguaggio HTML.
L’amicizia l’hai tolta prima cosa,
ma non potevi strapparti la faccia da dentro il mio hard disk?
Sono stato io a cancellarti,
eppure eccomi, a sniffare le tue tracce online,
a incupirmi di notte per sogni odorosi di vaniglia.
Dimmi, come si fa a rimanere amanti?
Ti prego, messaggiami, sai che non ho whatsapp,
messaggiami tradizionalmente,
almeno frizionami con un cinguettio di un paio di battute!
Avrei dovuto mettere ‘impegnato’ sin da subito,
credere al profumo reale dei tuoi capelli.
Avrei voluto essere concreto
cemento concreto
farti ridere
farti da mangiare
mangiare risate insieme.
So che ti piacciono gli edifici eco-sostenibili,
so che vorresti più soldi per i ricercatori,
che hai trascorso il weekend in montagna, due mesi fa,
giacché non ho accesso a nuove foto.
So che hai stretto contatti, stretto contatti,
come se si fa con una mano o una guancia.

Cosa hai sognato stanotte,
hai dormito il sonno dei bambini
o quello rarefatto dei grandi?
Hai bevuto solo grappa trentina negli ultimi ventotto giorni?
Scendendo dall’autobus ai piedi di quelle montagne,
hai avuto pensieri vuoti o pieni?
Hai visto fatti illuminati o foschie nei volti?
La strada era dritta o corta?
La spesa pesava più della giornata?
Soprattutto, a chi hai concesso sorrisi in carne ed ossa,
a chi hai stretto mani,
per chi si è assottigliata la tua voce?
Sei tornata indietro?
Agli amori di anni fa?
Lo hai fatto con un messaggio di testo?
Ironico o impiegatizio?
Conoscendoti so che sorriderai quasi sempre.
Queste strade attendono il tuo ritorno.
Lecce e il territorio sono a disposizione.
Ho la sensazione che queste parole non servano,
come l’acqua calda in Agosto,
non le leggerai- o forse si😉 – perché è meglio sorridere.
Oppure, più semplicemente,
potrei uscire, inalare la terra,
puntare il mandorlo giù in fondo e correre, correre.
Nei campi ci sono molti sassi oggi, vorrei evitarli,
rimanere alto sui muretti,
tra gli oleandri e i noci,
vorrei che tu vedessi lo stesso mio verde.

Oggi il cielo mi ricorda Amsterdam
nei cui ufci eri diventata mia moglie.
Questa stasi mi sta uccidendo, come fai tu?
Vorrei essere un ingegnere, vorrei vivere a Kinshasa.
Partorire.

Abbiamo quarantuno amici in comune
e nessuno di questi siamo noi due.
Profumo d’abete,
Io vedo,
ovunque tu sia.

N.B.
Gli amori che ho fallito
sono bandiere di una geografa sentimentale
con passaporti stranieri, accenti, pelli e ossa
di spessore.
Per occhi hanno nocciole,
capelli d’angelo, parrucche di iuta.
In comune hanno il sapore d’occasione mancata.
Gli amori li fallisco dopo un anno
mi squalificano per ritiro
a volte non mi presento e perdo a tavolino
vi sono svariati inviti a riprendere il gioco
ma alla fine le parti cedono per sfinimento.
Colleziono amori falliti dall’età della placenta.

                              

Mia zia e dintorni

Un lungo tornante sulla schiena
cammina
nel freddo della sua caverna
tra le foto dei suoi cari guardiani di castità,
nei giorni festivi come in quelli feriali.
L’agenda prevede cimitero martedì,
legumi il lunedì, messa la sera, orto di mattina,
panni sporchi a volontà.
Ai compleanni regala zucchero e caffè qualità oro.

È sera e secolari ceppi d’ulivo
la tengono calda se a parlare
è il vapore dei tempi trascorsi a infilare tabacco,
nuvole di memoria messe a seccare
sui telai,
eco dei figli mai stati.

Per fortuna c’è la pensione di alcune centinaia,
– dico euro non lire –
che la spending review ha voluto decurtare
e ho provato a spiegarle che anche lei doveva contribuire
e che era tutta una questione di spread
ma credo d’aver parlato invano.
Lo spread, il vino rosso, il toscanello.

Afferma d’essere stata bella,
-non lo diresti oggi-
ma, avendo perso l’attimo giusto,
intorno ai ventidue rimase singol e felice.
Oggi, insieme alle sue ossa,
custodisce il letto nuziale dei suoi padri
come un rapper custodisce le sue collane d’oro
o la nozione di una natica ritmata.

Fu lei a iniziarci al nascondino,
pane e pomodoro permettendo,
e dove ti nascondevi?
nelle corti, sulle terrazze,
nei vicoli bui odoranti di legna umida,
ma più spesso nei pensieri offesi delle persone
in quelli mai formati, nella pubertà,
dove nessuno poteva trovarti
ché non osava guardare,
ché piuttosto avrebbe contato all’infinito.

                                

Notte bianca

La furia della tv
oltre la porta sprangata
ti smette d’esistere
io di saperti mia.

Nel suono ucciso dal legno,
sancita la nuova assenza,
negli oleandri testimoni
sboccia l’ultima grazia.

Non so se è sole o luna
le tue mani o le mie
il vento dalla brezza
se le vie sterrate
o le mansuete asperità
delle serre.
In questa notte bianca
o le parole o la sordità.

 

Affittasi

Un millepiedi risale i vicoli di terra cotta
lento contro una morte facile.
Nell’orbita della ginestra
sui fori gialli
reduci da feste tempestose
api.

Ci sono sempre variazioni di blu e verde nel mare di fronte
La casa lo sa e rimane placida,
tra poco tutto passerà di mano.

                               

Madre

Mia madre è una lunga passeggiata piana
che evita gli scogli di mare
e s’insinua nelle fessure muschiose dei muretti a secco.
Spine di rosa dalla bocca
rilasciano un denso polline
di melanzana e fnocchi
che scoraggia il rancore.

Sfortuna l’attanaglia come zanzara d’Equatore
e il prurito l’abbatte
ma non si vedono bolle sulla sua pelle,
solo gocce di succo d’oliva.
Mia madre cammina per lunghi decenni
e non si ferma mai,
è il suo modo di grattarsi.

                          

He-Man

Inginocchiato sul tappeto
nelle mani giunte porto monete preziose,
basteranno per He-Man?
Scuote il capo spingendomi ancora una volta
verso la fessura d’oro del salvadanaio.

Insopportabili guaiti fuoriescono
se con la lama sfilo
il rame dall’intestino del porcellino.
E giù sei pezzi da cinquecento lire
nel mio palmo concavo.
He-Man s’avvicina.
Ora pendono mille lire dal suino di creta
sventrato, Lui-Uomo, conio e muscolo,
e le mani di nuovo giunte chiedono
‘Basteranno?’

Una notte torna a casa con He-Man in tasca,
posa le chiavi sulla credenza
e sfila il cappotto con un coltello,
poi cade sulla poltrona esausto.
Mai lavorerò in una banca,
sfilare denaro ai porcellini
è ciò che farò.

                             

Ante Facebook

A Santorini Javier mi nominò suo Sancho Panza,
insieme battemmo vulcani al gioco dei fuochi
e bevemmo l’acqua rossa delle spiagge sulfuree.

Non più vergini, le sue dame uruguaiane
mi sorrisero sempre, di notte, a pranzo,
in cima ai tramonti di Oìa
e nelle loro bocche era l’Occidente annegato dall’Egeo.

Dopo Cnosso si fece tutti ritorno ai palazzi
ma non prima di bere l’ultimo mate insieme
che fu concesso a me di preparare.

Per milioni di minuti avevo ignorato
cosa ne poteva essere stato di lui,
fnché, l’altro ieri,
Dio sia ringraziato!
non ci sono diventato amico su Facebook.

 

tratte da “Chiamata a carico”

 

Vito Panico dice di sé:

‘Chiamata a carico’, Ed. Esperidi, Dicembre 2014,  è la mia prima raccolta; ha vinto il terzo premio al Premio Internazionale ‘Alda Merini’ di Brunate 2015. Alcune poesie della raccolta sono state finaliste in altri concorsi.

Tra il 2004 e il 2012 ho vissuto in Irlanda e Inghilterra.

Da due anni insegno inglese a Latina e da alcuni mesi curo la rubrica ‘Tre pregi e un difetto’ per la rivista di poesia online Versante Ripido.

Tra i miei interessi il teatro e i racconti brevi.

Anna Maria Curci

24 maggio 2016 by

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Haiku del guado

I
Nuovi programmi:
apprendo la tristezza
non opzionale.

II
Dissoda il campo,
pazienza. Scalpitare
non ti appartiene.

III
Ripudia sempre
quella vocale bianca
falsa e sguaiata.

IV
Questa paura
che brandisce il futuro
come arma impropria.

V
Ora mi avvedo:
mai mi hai chiamato “amore”.
Questo mi è caro.

VI
La carta straccia,
già riposta in un canto,
è testimone.

VII
Ma di nascosto
nelle mie albe incontro
versi vaganti.

VIII
Ritrarsi appena
spencolarsi nel vuoto.
Tempo-reggiamo.

IX
Ogni passaggio
rimodella il ghiaietto
laggiù sul greto.

X
Punching-ball sei,
disincanto pungente,
ragione alleni.

XI
Mi aspetti adorna,
tu lingua, mia dimora,
castello in aria.

XII
A passar l’alba
con chi non si perdona
s’accresce il fiato.

XIII
Sapessi l’ora,
per tempo canterei.
Ma non è dato.

XIV
Fu così accorta
da finger distrazione
la sentinella.

XV
Senza parere,
ci fermerà qualcosa
di familiare.

XVI
Canto smarrito
saluta lo strapiombo
come un approdo.

XVII
Terra straniera
dimora universale
presso ogni sponda.

XVIII
Canto corale
tecnica d’esistenza.
Impara, studia.

XIX
Emarginato,
manifesta il desueto
luce caparbia.

XX
Mi fa approdare
l’impazienza del cuore
al disappunto.

Anna Maria Curci
(30 giugno 2015- 7 maggio 2016)

                           

altro di Anna Maria
qui