Siamo in ferie

1 luglio 2020 by

il giardino riaprirà a settembre

Teresa Valentina Caiati

16 giugno 2020 by

Foto libro Frange di interferenza

“Frange di interferenza” di Teresa Valentina Caiati (Quaderni di Poesia Eretica Edizioni, 2019) è una pregiata cornice di ricerca poetica, una fusione musicale in uno sfondo sensoriale, metafora di desiderio e di nostalgia, associata al senso di vaga ed indefinita malinconia, contenuta nell’indugio compiacente di sentimenti e passioni comuni, resti emotivi corrispondenti alle tracce lasciate e alle relazioni salvate dal deterioramento interiore. I versi accordano la sovrapposizione di rumore e silenzio, l’incrocio invadente di verità e illusione, misurano l’intonazione delle attitudini umane, l’intensità e l’ampiezza del linguaggio nel suono articolato della poesia. La superficie dell’anima è la memoria decifrata dalla traiettoria esistenziale dello spazio e rivela la sua presenza, nella direzione del tempo e scorre arredando i margini del conflitto intimo. La poetessa rende visibile il principio luminoso del suo percorso aggirando gli ostacoli nella propria esperienza quotidiana, celando il profilo netto dell’ombra che delinea il suo cammino. La percezione profonda di essenze reali distinte, l’osservazione cromatica degli accidenti e delle note, rivelano l’interferenza delle emozioni e la fenditura dei confini in chiaro-scuro della sensibilità. Teresa Valentina Caiati assiste il mutevole ed inaspettato coinvolgimento della realtà elevando l’approfondimento periferico degli eventi con la spontanea ed istintiva melodia della sua centrale interpretazione e avvolgendo la singolare e delicata bellezza dei destinatari che cingono la seduzione gotica ed oscura delle vicende, dei luoghi e delle immagini. La poetessa affronta il destino di una solitudine che è al centro di tutto e attraversa l’impenetrabile cupezza, girovaga ed inquieta, di ogni inesprimibile relazione umana contro l’ineluttabile fissità del cuore smarrito e confuso. La curva impercettibile delle parole oscilla nella volontà intelligente e condiziona le scelte, fa da scudo alle sensazioni. Assorta nella quiete dell’assenza, la visibilità del ricordo non si dissolve ma dilata le intuizioni emotive, come se custodisse il segreto della consistenza e della necessità della vita. La testimonianza umanistica della poetessa è un patrimonio potente e fedele allo stupore, sostenuto da quella brezza, misteriosa ma espressiva, che soffia sull’esasperata consuetudine di ogni esulante condizione, pena che non allontana il perpetuo e spontaneo corso del tempo e destina al richiamo solitario la coscienza reduce. La direzione esclusiva ed imperturbabile dei pensieri sosta su una piccola nicchia sospesa, affatturata nel segreto delle discordanze che regolano la tensione esatta di quanto è trascorso o di quanto è lontano.

 

Rita BompadreCentro di Lettura “Arturo Piatti”

 

 

 

Il talento

 

Il talento

è l’aggettivo superlativo

posto dinnanzi ad un nome.

Tutt’intorno fa stragi e razzie

e senza termini di paragone,

governa, assolato e indisturbato,

nell’impero grammaticale dei sogni.

 

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Noi altri

abbiamo insenature

e promontori sulla schiena

simili alla gobba di Leopardi

per il peso crescente

cui la natura sottopone.

Incompatibilità di sistema.

 

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La bellezza

 

Riconosco la bellezza

quando l’orizzonte s’allontana

e un pensiero gli va in soccorso.

In un istante

sono lì

dove ancora non sono.

 

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Il destino

 

Ogni volta che mi fermo

contemplo il destino

scorrere, imperterrito,

su quella strada parallela

al mio incedere lento.

 

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Le occasioni

 

Le occasioni

sono loculi sempre aperti

in cui dimora

da lontano

l’ansia esitante

di non avere fine.

 

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D’un tratto

 

D’un tratto capii

che solo il ritmo genera l’amore,

così presi a pensarti con la stessa frequenza.

 

Teresa Valentina Caiati nasce a Bari e si diploma in pianoforte e organo. Ricrea, attraverso la musica, il connubio con la poesia, sua profonda passione. Sue composizioni sono state incise ed utilizzate in video e performance artistiche d’avanguardia. Attualmente insegna educazione musicale a Milano.

 

Recensione di Giuseppe Martella a “La simmetria del vuoto”

1 giugno 2020 by

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Il tratteggio: C. Bove, La simmetria del vuoto, Arcipelago Itaca, 2018.

Nella sua perspicua e illuminante prefazione, Anna Maria Curci propone la parola tedesca schweben, “fluttuare, stare in bilico, esser sospesi”, come chiave di lettura di questo testo e della intera poesia di Cristina Bove. Seguo questo suggerimento e aggiungo altri due termini, sempre di ambito tedesco: Ausdruck: “espressione, frase, detto” ma anche “sguardo e voce”. Da cui Ausdruckweise: “fraseggio”. E poi Abgrund: “abisso, pendio, precipizio, salto nel blu.” Etimologicamente “assenza di fondamento”. Filosoficamente, quest’ultimo termine indica infatti il fondamento nullo del nostro essere al mondo, tra realtà biologica e rappresentazione psicosociale: la terribile simmetria del vuoto. Tra fluttuazione e spro-fondamento dell’esserci si svolge infatti il fraseggio poetico di Cristina Bove.

Una triangolazione fra le costellazioni semantiche di Ausdruck, Schweben e Abgrund (espressione, bilico e abisso) può svelarci il luogo proprio e offrici l’orientamento di fondo della versificazione di Cristina Bove, cioè anche una cartografia del suo dire (Dichtung). C’è infatti nel termine Ausdruck (espressione, manifestazione, frase) un nesso fra sguardo e voce, assente nei suoi corrispettivi italiani, che implica quel cooperare nell’espressione poetica dell’occhio e della mano, che Walter Benjamin già indicava come la virtù precipua dell’antico cantastorie, il suo saper trarre da una tradizione condivisa le formule verbali e le alchimie del verso e della performance, il suo saper catturare e tenere avvinti gli ascoltatori nel giro della frase, nella reciprocità degli sguardi, nella cerchia dell’ascolto, che è la base di ogni circolo ermeneutico. Da qui parte la mia ipotesi: il dettato (Dichtung) di Cristina Bove sta sempre in bilico sull’abisso del proprio esserci. Una ipotesi che coniuga quell’esitazione fra suono e senso che Valery indica come carattere saliente della poesia, con la sua funzione primaria di testimonianza e terapia della finitudine e precarietà dell’essere al mondo insieme ad altri.

Una poesia della soglia, dunque, e del filo: liminale e sorvegliata. Filata sulla sottile ragnatela del carro della regina Maab (in Sogno di una notte di mezza estate) ma anche tessuta con la dedizione e la sapienza con cui Penelope tesse e disfa quella tela che è il sostrato comune del canto di tutti gli aedi dell’Odissea, Ulisse compreso. Una struttura flessibile, leggera e ferrea, come quella di un ponte d’acciaio teso sopra l’abisso. Quando indicherò nella maestria del fraseggio (Ausdruckweise) una sua virtù caratteristica, intenderò anzitutto questo convenire dello sguardo e della voce, questo accennare, nell’intervallo minimo fra pause e battute del verso, a un altrove, a quel fondo da cui emergono tutte le sue nitide figure, nel saper cogliere il tempo giusto (kairòs) perché la grazia (charis) della parola incarnata risulti efficace. Il dettato di Cristina Bove è danza graziosa sull’abisso che si intravede nella luminosa trama (nell’ultrasenso e nell’oltreluce) delle sue figure, nel chiaroscuro impeccabile, dei suoi versi.

Questa espressione dell’esserci come esser tra, frammezzo, sospeso e intrappolato nello stesso atto del dire, di tracciare percorsi e indicare luoghi, e costruire una dimora per abitarla, è forse il senso eminente di questa simmetria del vuoto. I suoi versi intrecciano una danza fra dettaglio e disegno, fra macro e microcosmo, dove risuona, nella squisita e tenace volontà di forma dell’io poetico, l’eco sfinita della risata tragica dell’es stretto “nel labirinto delle sue mutazioni”. (13) In una serie di attributi felicemente variati di un soggetto-fondamento mancante, volatile, spro-fondante appunto in un interminabile salto nel blu – quel colore che pare essere il preferito della nostra autrice, a giudicare dalle composizioni di videoarte che spesso ne accompagnano i versi sul suo blog e su Facebook. E’ un verde-blu iridescente che, attraversando la gamma dei colori, pare sfumare nel diafano da cui ci invia riflessi di figure, sovrimpressioni, fantasmagorie. Ecco: la trasparenza è un’altra caratteristica dei versi di Cristina Bove, nel senso intuitivo del termine (poiché si tratta di figure luminose, leggere, sfumate) ma anche in quello del confine sottile che passa tra riflessione e rifrazione di un raggio di luce. Del punto cruciale in cui un medium qualsiasi, in parte assorbe e in parte riflette il messaggio luminoso. Così come la memoria riflette l’evento rifrangendolo nelle molteplici tangenti delle sue figurazioni inconsce. Quella di Cristina Bove è anche una poesia della trasparenza e della soglia, una esplorazione dei limiti del diafano nel linguaggio: una videoarte del dire.

La sapiente variazione dei suoi versi equivale all’intero gradiente di rifrazione dei corpi al messaggio della luce. In questo senso, anche le figure del suo discorso assumono la valenza di una fantasmagoria in cui trascendenza e immanenza si incontrano come il riflesso e la frattura di una immagine in un punto sulla superficie della rappresentazione. Pertanto le figure in sospensione nei versi di Cristina Bove si possono considerare anche come degli ologrammi, delle produzioni sul foglio di carta di immagini tridimensionali, attraverso il reticolo di diffrazione dei suoi versi. Ologrammi metafisici che coniugano riflessione e rifrazione, trascendenza e immanenza, manifestazione ed essenza del nostro essere al mondo. In una sapiente orchestrazione della “toccata e fuga di se stessi” (44), tra valenze aforistiche e chiusure epigrammatiche, tra sottolineature e motteggi, nonsense e paradossi.

Il lievitare misurato della parola rigenerata (logos egeneto), il fraseggio accurato, l’equilibrio di una versificazione interstiziale in cui la espressione sapiente riunisce la mascherata della vita e quella dell’arte, facendone un bilancio lucido e mirabile, spassionato e implacabile, realistico e visionario, dove nell’umana confessione si può leggere talora in palinsesto una dichiarazione di poetica. (54) Il fraseggio di Cristina Bove si svolge in una fluttuazione caratteristica tra l’espressione linguistica come manifestazione dell’esserci e il suo fondamento nullo, cioè anche tra figura e fondo, linguaggio e silenzio. In questo senso, la sua è una poetica del tratteggio e della sottrazione, dell’adombramento e della sospensione sistematica di ogni (pre)giudizio di esistenza. Una fenomenologia e una ermeneutica della finitezza e dell’impermanenza, a tutti gli effetti, che spesso si esprime per calembours e paradossi, intesi come controlli severi ed esperimenti cruciali sui limiti del nostro linguaggio e della visione del mondo che su di esso si basa. L’insieme di questi giochi linguistici converge graficamente poi verso il punto, da una parte e il trattino basso, dall’altra. La punteggiatura, nella poesia di Cristina Bove in generale, risulta pressoché assente ma tale assenza indica il suo esser tra le righe, il suo essere stata completamente assorbita (sospesa, messa in mora, epochizzata) nel fraseggio e nella versificazione. O se si preferisce nel fondo del suo dettato poetico. Tranne che nell’unico caso, nella presente raccolta, in cui compaiono dei puntini di sospensione (61) a marcare l’irrazionale poetico. O in quello, assolutamente singolare, della poesia dal titolo esplicito, “.mettere un punto” (86), dove il punto appare in posizione anomala, a inizio frase, e messo in correlazione coi trattini bassi  che compaiono nell’ultimo verso del componimento. L’uso del trattino basso è invece estremamente frequente, nell’intera poesia di Cristina Bove, fungendo quasi da supplemento alla punteggiatura rarefatta e indicandone infine lo sprofondamento nell’abisso della dizione. I trattini bassi, vera e propria ossessione grafica della nostra autrice, croce e delizia dei suoi editori, non sono certo un vezzo ma costituiscono il tratto distintivo della sua versificazione, il suo svolgersi al limite dello spro-fondamento del discorso, del riassorbimento delle figure della espressione (Ausdruck) sul fondo (Abgrund) della nuda vita. L’uso del trattino basso, il tratteggio ritmico-semantico che funge da basso continuo della sua versificazione, costituisce inoltre la condensazione grafica di quel fraseggio (Ausdruckweise) e di quella lievitazione del dire (Schweben) che ho indicato all’inizio e che caratterizzano in modo inconfondibile la sua poesia. Mentre il punto anomalo è qui manifestazione grafica della coincidenza delle varie prospettive, o fasci di luce coerente riflessi-rifratti dal s/oggetto della rappresentazione, a costituire quella configurazione ologrammatica del discorso che ne rappresenta un’altra caratteristica saliente. Il punto, infine, qui segna il limite di quella funzione di dis/orientamento al mondo che è propria della poesia in generale, ma che qui assume tutti i connotati di una ascesi della parola e di una sobria composizione del luogo del discorso attraverso un costante esercizio di eliminazione del superfluo, in una pratica della sottrazione che è da attendersi in una poeta che è anche scultrice e il cui alter ego, in una recente raccolta, appare come “Una donna di marmo nell’aiuola”.

*

Per corroborare la linea ermeneutica adottata, sarà ora opportuno fornire alcuni esempi di ordine tematico-strutturale. A partire proprio dalla messa a punto della propria poetica che  Cristina Bove compie nella poesia prima menzionata (“.metter un punto”) e che val la pena citare per intero, per dare una idea dello spessore e della consapevolezza del suo dire: “Per solidificare la parola estinta/_il suo vissuto termina sul foglio_/magari farle un monumento/solo di interpunzioni/dedicarlo ai poeti che non scrivono/           Mi ci metto/perché non ho mai scritto un bel silenzio/perché non ho saputo eliminare/una vita di sillabe/           mi arrendo nel mimare un’esistenza/_tra due trattini stesi_”. (86) Questa lirica è nel contempo un compendio della sua poetica e una convalida di quanto abbiamo osservato: tutta giocata com’è sulla linea d’ombra, sulla lievitazione tra vita e forma, mondo e linguaggio, cose e parole: su quello schweben che abbiamo menzionato all’inizio e che implica anche una sorta di sospensione del giudizio di esistenza  (o epoché trascendentale) del mondo ricevuto, che qui viene messa a tema e in forma, tutta racchiusa fra il punto anomalo dell’inizio e i due trattini stesi alla fine, che insieme sottolineano e sdoppiano, sottendono e mettono in mora, il valore dell’enunciato, cioè della loro stessa verbalizzazione. Questo per dire tutta la sottigliezza, complessità, condensazione, humour, ironia e lucidità di cui è capace Cristina Bove. Che qui in partenza si esercitano sullo statuto stesso della poesia, “la parola estinta” in quanto “il suo vissuto termina sul foglio” e dunque anche il luogo in cui la vita trapassa e si fissa nella parola. E su quello dei poeti, che vengono chiamati in causa con elegante sprezzatura, come coloro che nutrono “una vita di sillabe” ma che non riescono mai a giungere al cuore del reale galleggiando sulla superficie del discorso.  Una sprezzatura che però presto si volge in autoironia poiché lei stessa afferma di non aver mai  “scritto un bel silenzio”.

In questi versi, metricamente calibrati e variati, vien fuori la perfetta congruenza tra la fluttuazione metafisica e il fraseggio poetico, come tratto fondante e distintivo della versificazione di Cristina Bove. E si tratta di una declinazione singolare e memorabile di quello Unter-Schied (differenza-relazione o interferenza fra linguaggio e mondo) che per Heidegger costituisce il sostrato della poesia in quanto tale e che qui nel testo di Cristina Bove si traduce graficamente nell’uso insistito del trattino basso. Si tratta dunque di una messa a punto onto-logica del proprio dire che si esprime poi in un metro e in una sintassi meravigliosamente esatti e variati, in un minidramma della ipostasi della parola scritta che, fra peripezie e riconoscimenti, squisitamente infine si arrende al silenzio che la attende. Per cui questa ironia che non fa sconti, questa umanissima certificazione dei propri limiti, umani e poetici, finisce per tramutarsi infine, in virtù del suo proprio stesso disincanto, in una muta domanda che esprime tutta la pietà del pensiero. E infatti, nel componimento seguente, il tratteggio poetico rivela la trama esistenziale da cui è sotteso: “le questioni mai risolte/tra la vita e la morte” (87). Quella sospensione dei mortali che sanno di “esistere per poco” e null’altro sapendo sospettano di essere solo “sogni/di un dio che ad ogni suo risveglio/ha già dimenticati.” (ibid.)

Ma la fluttuazione ontologica è endemica nella poesia di Cristina Bove, e i suoi tratti ritornano in una molteplicità di profili e intagli come accade, con evidente allusione alle opere di Lucio Fontana, nella poesia “Fontaniana” appunto, dove il taglio della tela di un quadro appare come un “varco tra pensiero e corpo” (83) e pertanto assume la valenza metafisica del frammezzo, “la zona franca aperta sulla tela” fra essenza e apparenza, in quel continuo dialogo fra essere e coscienza che si svolge nei suoi versi, senza che le due parti possano mai veramente scindersi né coincidere, (“_perché il male ci dispensa dall’amalgama_”), (ibid.) come monadi che danzano alla cieca il ballo in maschera dell’esistenza, in bilico sul filo del rasoio, in attesa di una finale messa a punto di cui ignorano il tempo e il luogo. Questa arlecchinata metafisica ha peraltro già avuto un’esposizione magistrale nella splendida “Maestri (s)concertatori” dove “in un emiciclo di ripercussioni”, (44) l’intera sinfonia dell’esserci appare intesa a “lustrare gli occhi spersi di chi sa/che tutto muore/come le note già suonate/nella toccata e fuga di se stessi.”  Su questa stessa pratica della espressione  fenomenologicamente sospesa sul fondamento nullo dei suoi trattini bassi, del fraseggio come correlativo verbale del frammezzo esistenziale tra dettaglio e disegno, nomi e cose, essere e coscienza, si veda per esempio anche l’impeccabile umorismo di “Inquilini e scalatori” dove ci si può esprimere solo “Per interposta ragnatela”, (53) perché “non si trova il modo/di dare un altro nome a ciò che accade”, e ci si trova “intrappolati ai muri e ai versi”, presi in tenzoni futili, quasi dimentichi che “tanto sarà per poco” e che ci tocca “nel frattempo/vivere di miracoli a ritroso/esserci quanto basta”. E dove infine la charis (grazia, dedizione e cura) di ogni dire risulta funzionale a riempire il frattempo che ci divide dall’attimo fatale.

L’equivalenza tra frammezzo esistenziale e fraseggio verbale, viene sviluppata ancora nella lirica che segue, “Considerando il dentro e il fuori”, dove la sinfonia dell’esistenza trova ulteriori accordi nel tenore metapoetico del testo e la commedia umana nuovi scenari, (tra dentro e fuori, tra essere e coscienza), un intero copione di metafore gastronomiche che riconducono l’ispirazione poetica alla sua base organica, mentre la poesia appare ancora una volta come farmaco (rimedio-veleno) contro il male di vivere: “sta quasi per accendersi la festa/si pronuncia l’antitodopoesia da bocca a bocca” per render il “mondo commestibile” e chiudere gli occhi sui “_transiti scatologici_”/di questa mascherata cromosomica/che ci consegna ad un perenne oblio.” Mentre “l’aria che si annida negli alveoli, ad ogni inspirazione/incendia le apparenze e ci consuma/           malgrado innumerevoli varianti, siamo carboni ardenti”. (54) La ironica e spassionata demistificazione dell’arte sfocia infine, nella lirica seguente, in quella della religione, dove “il dio dei fallimenti programmati/in palinsesti onirici” (55) per non farci accorgere “che non esiste porto/né un orizzonte per colare a picco”, viene rappresentato in tutta la sua comica impotenza mentre “è lì che aspetta il sorgere del mondo”.

Su questi incroci prospettici fra realtà e rappresentazione, si producono dunque quelli che ho chiamato gli ologrammi poetici di Cristina Bove, nel senso degli incroci di prospettive o di raggi laser sull’oggetto che appare così traslucido e multidimensionale. Ma anche nel senso di una inclusiva grammatica della creazione che sa mettere insieme dettaglio e disegno, in una fantasmagoria dell’esistenza che è nel contempo lucidissima e visionaria. Questo “Paradigma ologrammatico” (significativo anche in vista delle sue applicazioni all’arte digitale di Cristina) trova d’altronde una esatta definizione nella lirica eponima, dove lo sdoppiamento e la fluttuazione ricorrente fra essere e coscienza, dettaglio e disegno, micro e macrocosmo, trovano una messa a tema e una definizione esplicita: “è che assistiamo/_contemporaneamente_/ad ogni tempo della nostra vita/il vivere e il morire a ogni momento/essere il sognatore ed il suo sogno”  perché “di fronte ad uno schermo/siede il frammento e tutto l’universo” (50): un disegno frattale impeccabile che va ad arricchire l’ologramma poetico-esistenziale, in cui lo sdoppiamento di essere coscienza, reso in una costante variazione aspettuale e prospettica, distillato nell’alambicco di un linguaggio senza fronzoli, genera quella geometrica veggenza che caratterizza la poesia di Cristina Bove: “immagine riflessa _pupille come fori_/negli occhi innumerevoli e diversi/attraversati dalla stessa luce/un solo aspetto/eppure il tutto riversato in esso/nell’illusoria percezione che/ci si veda soltanto un po’ per volta”. (ibid.) E qui si nota chiaramente come l’oscillazione caratteristica del dettato di Cristina Bove, non riguarda soltanto i diversi livelli di realtà ma anche l’ordine temporale dell’accadere, muovendosi tra due tagli verticali (Kairoi), l’attesa dell’evento ineludibile della morte e il ricordo non già della nascita, ma di un evento traumatico, di un tentato suicidio, in una notte “del trentuno agosto/che lei precipitò dalla ringhiera/e poi si addormentò sul marciapiede” (83). Evento che assume però qui i connotati gnostici della metempsicosi, di una caduta dell’anima nella prigione del corpo, segnando l’inizio di quel dialogo fra sé e sé, di quello sdoppiamento, prospettico ed esistenziale, e di quella veggenza  che caratterizzano la poesia di Cristina Bove: “io me ne andai/lasciandola sul posto_ venni al mondo/pagandomi l’accesso dal balcone.”, “Però le ho sempre raccontato tutto/e lei non ha mai smesso di volare/_non si ricorda d’essere atterrata_/:sogna di me piombata sull’asfalto/sagoma disegnata con il gesso/e nel suo sogno lei si crede viva/ed io nel mio fingo d’essere morta”. (ibid.) Questo dialogo fra self and soul, che mi ricorda una splendida poesia di W.B. Yeats, costituisce l’arco teso su tutta la poesia di Cristina Bove, l’arcobaleno iridescente che contiene tutte le sfumature della sua veggenza e i magnifici doni che essa sa offrirci, e che a mio parere fanno di lei uno dei maggiori poeti viventi, ancora in attesa di un pieno e doveroso riconoscimento.

Giuseppe Martella

http://www2.lingue.unibo.it/romanticismoold/membri/Martella/Martella_Giuseppe.htm#top

 

 

Daniele Vaienti

13 maggio 2020 by

Foto libro La notte passerà senza miracoli Daniele Vaienti

“La notte passerà senza miracoli” di Daniele Vaienti (Edizioni del Faro 2019 – Collana “Sonar. Parole e voci” diretta da Paolo Agrati) è il libro d’esordio del poeta e performer cesenate attivo nel circuito dei poetry slam e della recitazione, dettato dalla libera e smaniosa tenacia descrittiva, ritmata in un andamento sonoro che emana le sue radici nella misura tagliente e drammatica dell’umanità celebrata come “un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo”(Jack Kerouac). I versi ricercano l’esistenza della familiarità e si riappropriano delle espressioni private, quotidiane e semplici, comuni alle confessioni emotive che rivelano il rifugio consolatorio di ogni esperienza ideologica e pratica, tangibile e autobiografica. La diffusione della poesia è la magnetica registrazione esistenziale incisa su materiale resistente all’usura del tempo. La deformazione di visioni concrete e carnali, (una foto, le sigarette, l’autunno) permette di immaginare una licenza onirica e reale, in cui la vita è il passaggio comunicativo di ciò che si scrive con passione e per la propria felicità. La scrittura ipnotica e confidenziale di Daniele Vaienti, è una benevolenza dell’ebbrezza, nella padronanza di un vissuto in cui la tecnica e la battuta serrata ed incisiva decantano un’autonomia sentimentale che tormenta le imprevedibilità e le contraddittorietà degli affetti, gli ostacoli della disperazione nella loro profondità allusiva. L’intensità scritta oltre i versi segue il distacco dalla poetica convenzionale e si nutre dell’improvvisazione letteraria coinvolgendo i simboli emotivi del magico vortice teatrale, compagno, in ogni commento, delle risorse emotive del poeta. Il poeta esiste nell’istantaneo presente liberando l’agguato della nostalgia e del ricordo nelle vibrazioni svincolate dei sentimenti. I testi catturano l’inviolabilità dell’amore, contro l’inevitabile sconfitta del mondo e la lacerazione delle sue costrizioni ed esortano alla necessità di una nuova concezione di beatitudine, di salvezza verso il richiamo alla vita autentica e alla complicità dell’istante. La scoperta di sé stessi, del pensiero assolto dai pregiudizi, dei valori umani, della coscienza collettiva è il traguardo di una compiuta affinità poetica con il viaggio individuale verso un’assegnazione alla speranza. L’esigenza artistica nasce da un desiderio di libertà di espressione, di dinamismo vitale e indagando nel senso del bene comprende l’universalità dei contenuti e la ricerca intima del tutto.

Rita Bompadre

Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

 

Nient’altro

 

Si tratta di imparare

l’esistere

senza la pretesa

d’essere.

 

Accadere,

attenti

a non cadere.

 

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Quel silenzio

 

Sparo sorrisi a salve

contando i treni

persi e da perdere

per riuscire a scordare

quella voce che assente

alza di una tacca

il volume del silenzio.

 

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Autunno

 

Cosa me ne dovrei fare

di questo autunno

bagnato

che fa paura

tutto sbagliato

come la mia punteggiatura

questo autunno

che ha tolto il sorriso alla città

che ci si abbraccia per necessità

ché fuori fa freddo

e dentro

non si può fumare.

 

Ecco

di questo autunno

cosa me ne dovrei fare?

 

 

 

La foto

 

Conservo una foto di noi sui polpastrelli

tu che mi saluti, mi abbracci e dici:

“torna a trovarci”.

 

TrovarCi

 

Ti nascondi dietro un plurale

di gente che non importa.

 

Io

codardo più di te

capisco

non dico niente

conservo la foto.

 

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Occhi chiusi

 

A volte

quando chiudo gli occhi

capita

che poi non vedo niente

e fa paura.

Ci sono sogni mancati

e sogni mancanti.

La differenza è enorme,

credimi.

 

Daniele Vaienti, alias Gnigne, è nato a Cesena nel 1984. A giugno 2017 insieme ad altri amici fonda Voceversa, gruppo col quale organizza Poetry Slam e altri eventi di poesia. Poeta e performer, attivo nel circuito dei poetry slam e della recitazione, prova della quale ha fornito durante le riprese del film “Never Apply Salt to Attract a Potential Lover” girato a Cervia (dove sarà presentato in esclusiva a luglio 2020). La notte passerà senza miracoli è il suo esordio letterario (Edizioni del Faro 2019 – Collana “Sonar. Parole e voci” diretta da Paolo Agrati).

 

Gianluca Chierici

5 maggio 2020 by

 

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Come tutte le ninfe Euridice accompagna le processioni degli dèi, quando uomini e bestie diventano inni viventi, prede e sacrifici. È allora che il desiderio e la follia rapiscono come l’intrico della foresta; si entra convinti di poterne uscire, dopo pochi passi si è persi per sempre: «Il sentiero precipita nei segni» e «quelli che hanno visto non scriveranno», scrive Gianluca Chierici.
Il sentiero è diventato quel segno che incessantemente tentiamo di afferrare, che fraintendiamo o malediciamo. «Occorre un segno, / non altro, netto e chiaro», perché quel segno siamo noi, «siamo noi quel segno di cui abbiamo perso il significato », scrive Hölderlin. Come Euridice anche noi siamo stati morsi dai serpenti, il segno che siamo
è diventato luogo incomprensibile. Heidegger scrisse che la parola tao – di solito tradotta con via – è intraducibile quanto logos. «Nessun percorso», scrive Chierici. Non esiste la via; ecco perché «chiedi un nome, una mappa. Il luogo in cui nascere, nella geografia
senza ragione». Euridice da viva presiede una foresta segreta e selvaggia, aranya direbbero i saggi vedici; da morta è imprigionata negli incerti e appena accennati confini di chi, senza più la gravità del sangue, è disancorato dalla terra – un’ombra che vive spettrale nella luce mancata.
Secondo Chierici il segno che siamo rimanda a uno spazio che sembrerebbe irraggiungibile nella vita e sembrerebbe impossibile da evadere nella morte. Il condizionale è il dono – e l’inganno – di Euridice. Forse Euridice aspettava l’amato, sapeva che il segno di Orfeo – la sua lira che è anche un arco – non può esistere davvero senza la discesa nell’Ade; forse Euridice sapeva che Orfeo doveva perderla una seconda volta.
È la tesi di Cesare Pavese. Nessun errore di Orfeo – chi tanto grande da scendere nell’Ade sarebbe così miserabile da fallire all’ultimo momento?
«Nessuna accusa. Un gesto tragico», scrive Chierici. Orfeo si volta deliberatamente e uccide ancora Euridice perché la sua nuova morte rovesci l’Ade.
La lira di Orfeo, come l’arco di Apollo, uccide da lontano: lo sguardo è la freccia che mira al cuore della morte: se la poesia dà una seconda morte allora la morte non è più potestà di Hades. Il dominio sulla morte è insidiato dal canto. Questa la follia del poeta.
In quell’attimo da manicomio dove il bacio e la morte hanno preso il nome nascosto
nel tuo cuore. […]

dalla prefazione di Lorenzo Chiuchiù

Le acque sorgenti

Sei il veicolo di questi versi

anomali.

Senti una mano sulla spalla,

mentre tenti di finire questa

riga.

Le acque sorgenti del destino.

 

Il grande viale delle anime

I luoghi che hai trovato

oltre la sabbia, i luoghi

dei quali non sai piangere

hanno lottato per giungere

alla penna. Ed ora

l’attimo, nel grande

viale delle anime, non può

essere riconosciuto.

                   

                      

Come una porta

 

Lascia quel che resta dello spirito

lontano dai palmi rivolti al cielo.

 

Quando giustizia e natura coincidono

chiudi nei tuoi versi la paura.

 

Stridi come una porta

che non può aprirsi, né chiudersi.

 

 Il male semplice

Mescoli le carte con il gatto

sulle ginocchia.

 

Mentre la nebbia

ti accarezza il sangue e la gola.

 

Senti il male semplice.

 

L’addio che ti strappa le vene.

 

 

 

L’inconsistenza delle mani

 

Traduci e disperdi la paura.

Disperdi lacrime e parole.

L’inconsistenza delle mani.

 

Ecco la notte

in cui il cuore

viene cancellato.

 

 

 

 

 

Gianluca Chierici è nato nel 1977 a Milano. È autore dei film brevi L’ultimo compleanno di Venere, pubblicato in Sguardi inquieti (Barbieri, 2003); Hystera, premio della giuria al Mystfest di Cattolica (Manyhands, 2008); OR, biennale dei giovani artisti del mediterraneo BJEM (La piccola fortuna, 2009); PickUp (ManyHands, 2010); Fiaba di Daina (Manyhands, 2012); Holy Mary (Short Film Club, 2014). Ha scritto e diretto la trilogia di lungometraggi indipendenti La crudeltà dell’angelo (Ex-Nihilo, 2004); Dannati (Ex-Nihilo, 2005); La chiave dei grandi misteri (La piccola fortuna, 2006). Ha pubblicato: Il libro del mattino (Acquaviva, 2005); L’eterno ritorno (Sentieri Meridiani, 2007 – Premio Castelpagano); La madre delle bambole (Tracce, 2008 – Premio Fondazione Caripe); Il nome del confine (Joker, 2009); La stirpe del mare (L’arcolaio, 2010); Hanno amore (Perdisa Pop, 2010); Il grido sepolto (Ladolfi, 2017); La storia di Layla e Yurkemi (Fara, 2018 – Opera vincitrice Faraexcelsior); Devi ancora inventare Euridice (Oedipus, 2019).

 

 

 

Giorgio Montanari

26 aprile 2020 by

Nella Purezza copertina fronte

 

Giorgio_Montanari_1

 

 

 

 

Prefazione di Antonio Spagnuolo

Aprirsi alle alterità per poter esprimere la propria interiorità è come immergersi in una
scommessa, al di là di un orizzonte multicolore e variegato, che disegni una non essenza e ripeta il falso movimento dell’apparenza per incidere alla fine semplicemente nel senso quotidiano dell’esistere. Il candore diviene allora la comprensione degli accadimenti al di là della piega del velo che appanna le trasparenze ed illude nell’inaccessibile.
In questa pagine il carattere episodico dei testi, realizzati nel verso quasi sempre molto
breve e martellante nel ritmo musicale, rivela l’imprevedibilità del dettato poetico in un
fraseggio che sfida anche la linearità narrativa per agganciarsi al momento simbolico della metafora o del sussulto esistenziale. La serrata progressione da un lato e la svelta concisione della frase dall’altra mettono in risalto i varchi della figurazione, suggerendo a tratti anche un collage ininterrotto per incastri e stupori che rendono la lirica vibrante, da confrontare e centellinare.
“Il mio corpo / è una cornice appesa storta, / una fotografia che, sbiadendo, / acquista ricordi e nostalgie…”. Il poeta spinge la sua mimesi in un processo di disintegrazione corporale intravisto nello sbiadire della fotografia e nello sciogliersi doloroso della memoria. Una memoria che nasce dalla fascinazione delle figure e si sgretola nella
illusione della quotidianità.
Forse le verità non possono essere dislocate nell’impulso della domanda, “nel solenne silenzio / della basilica / il vuoto mi circonda. / Volgo gli occhi verso l’alto / e il respiro mi strozza.” fino a quando l’assenza ha un ordine immaginario che al giusto richiamo accenna ad una risposta quasi sempre in ombra.
Allora gli accadimenti hanno la piega del velo e come “la farfalla / prima attirata dalla / luce / ora si agita / cercando di salvarsi / dalla lampada.” così la parola ha il groviglio della fuga, e come una spugna imbevuta di meraviglia cerca di levigare la roccia della coincidenza. La seduzione delle immagini rompe, nella poesia di Giorgio Montanari, ogni vincolo, perché l’autore riflette sulla sua parola, che insorge ad ogni accenno di immersione, tale è il tempo della vita che è nell’istante, o che era, o che sarà. “Uno, è il cuore che dimora in noi. / Uno, l’astrazione dei numeri primi. / Uno, solitudine non colmata. / Uno, l’anima in ascolto accoglie il mondo. / Uno, sono io. / Ci si evolve, quindi Due.” Il numero Due ed il numero Tre li troveremo diverse pagine più avanti ad interrompere le pennellate divenute protagoniste della catena poetica.
L’accento filosofico che imbeve molti versi di questa raccolta mostra orizzonti fuori del tempo, ossia nasconde il pericolo di Thanatos, che è sempre in agguato, per toccare le grazie dei ricordi o delle schermaglie adatte al subconscio, ove le cose non svaniscono, ma ghermiscono lo schermo delle visioni oniriche per i contraccolpi dell’assoluto.
Particolarmente suggestiva la seconda parte, “Lettere (D)al Paradiso”, ove l’autore si chiede ingenuamente come sarà morire, quando, nella tenebra, ombre di luce indicheranno la direzione, o quando la musica sarà finita, ma potremmo incontrare di nuovo Tenco, Ciampi, Mia Martini ed altri, nel refluire di note indescrivibili. Allora anche i simboli, di ritmi temporali o di figure spaziali, si succedono nelle composizioni, in
configurazione di grafie luminescenti o nei richiami che consentono di elevarsi nel
magnetismo che suggerisce la fantasia.
Anche la semplice umile materia ha un suo ruolo di mediazione, ed insiste nella
immobilizzazione fuori da ogni mito, perché “la seconda / pietra, / rivolta al collo, / mi soffoca per / un istante. / Inondo la terra / di lacrime.”
Sino all’oblio il poeta attinge dai sorrisi magnifici che si offrono oltre l’asfalto, o insegue
la risposta del proprio DNA, o sigilla i segreti per condividere l’essenza delle cose, o interroga il mistero della sfinge le cui chiavi sono rebus traducibili e nuovamente compare il numero Uno. La sapienza compositiva dell’autore è plastica, mobile, aderente ad una ricerca che lo pone tra le raffinate scelte del verso, anche se la musicalità si ripete in una coscienza enigmatica, collocandosi tra la tradizione ed il ripensamento di una crisi fluttuante.
Il testo dunque è come l’argilla da plasmare, una gemmazione segnata dalla esperienza, che avvolge, e da una fioritura virtuale che racchiude alterne soste, momenti in cui la sorpresa sorride al mistero, lo sguardo riconosce spaesamenti, l’affermazione dissolve il paradosso in gioco tra la rappresentazione e la metafora.

Antonio Spagnuolo

                                      

 

ESSENZA

Il mio corpo
è una cornice appesa storta,
una fotografia che, sbiadendo,
acquista ricordi e nostalgie.

La mia mente
è una gabbia da cui
affiorano culmini di iceberg:
sciogliendosi, essi mostrano
una nuova porzione
del solido fondo.

La mia schiena
è una catena che mi vincola
e mi stringe, limitando
l’armonia dei miei gesti.

La mia mano, che ora
scrive poesie,
è la stessa che
ha rubato o insudiciato.

Il mio sorriso
fu sbeccato quando
scacciai i pensieri: un quadro
incompiuto
nelle mani di
un avido battitore d’asta.

Gli altri sentono
una voce diversa
da come io percepisca la mia:
non ascolteremo mai
lo stesso suono
così come maschio e femmina
non proveranno mai
lo stesso orgasmo.

In un mondo
di apparenza e di inerzia
un uomobambino
può velare la sostanza
ma riflettere sull’essenza.
                  
                   
                       

VERTIGINI AL CONTRARIO

Nel solenne silenzio
della basilica
il vuoto mi circonda.
Volgo gli occhi verso l’alto
e il respiro mi si strozza:
le mani sudano gelo;
l’appoggio è meno deciso
per un corpo di burro
indebolito dal capogiro.
Apprensione che,
d’improvviso, tutto crolli?
Riverenza verso
chi dimora in alto?

Dileguatomi dal duomo
per le estreme emozioni
volgo gli occhi verso l’alto:
nubi bianche velano lo scenario
di turchese e di vento;
constatare l’apogeo
procura instabilità:
il vuoto, ancora, mi circonda
e l’equilibrio si indebolisce.

Il cielo è il limite.
            
                  

                          

UNO

Uno, come la vita.

Uno, è il cuore che dimora in noi.

Uno, l’astrazione dei numeri primi.

Uno, solitudine non colmata.

Uno, l’anima in ascolto accoglie il mondo.

Uno, sono io.

Ci si evolve, quindi Due.
                    
                          

                         

DANZA DI EQUILIBRI

Danza di equilibri
in una gara che
finisce presto per
allenamenti ìmpari.

Danza di equilibri
nella sintonia
di una melodia che,
tardi, si intiepidisce.

Danza di equilibri
se mi sveglio sentendo
il tuo corpo
divenire il mio.
                         
                       
                     

               

L’ABITO MIGLIORE

Il rumore rotondo
della lavatrice
sciacqua via i peccati
dal vestito macchiato.
Bisogna essere abili
per evitare che
i colori si mischino,
rovinando gli abiti –
come le bugie.
La luce del sole
asciuga la stoffa,
la purifica
dalle chiazze del rimorso;
il ferro schiaccia ed
il calore fa ritornare
tutto liscio –
come se nulla
fosse accaduto –
pronti ad indossare
la divisa migliore,
coprendo chi si
nasconde sotto.

 

Giorgio Montanari è nato a Parma il 18 luglio 1982.
Dopo il diploma di maturità scientifico-linguistica e la laurea specialistica in Trade Marketing e Strategie Commerciali, dal 2007 lavora in dipartimenti export e marketing di prestigiose aziende italiane. In parallelo, dal 2005, collabora con importanti testate giornalistiche nazionali.
Innamorato dell’Arte in tutte le sue forme (musica, pittura, fotografia, teatro, letteratura), Giorgio pubblica il primo libro “Finzioni Di Poesia” nel 2018. L’anno successivo escono la seconda raccolta poetica “Nella Purezza” (con illustrazioni di Luca Soncini e prefazione di Antonio Spagnuolo) ed il libro illustrato per bambini “Pizza Story” (con disegni di Marianna Salerno).
Alcuni suoi testi sono presenti sul “Catalogo dei primi baci” (2011) del pittore siciliano Massimo La Sorte, sull’antologia “Marche, Omaggio In Versi” (2018), sulla posterzine “Radici” (2019).
Il suo sito personale è www.giorgiomontanari.it

                         

Antonia Pozzi

18 aprile 2020 by

Foto libro Tu sei l'erba e la terra Antonia Pozzi

“Tu sei l’erba e la terra” di Antonia Pozzi (Garzanti Editore, 2020) è una dichiarazione indistinta di solitudine sfumata nel disincanto dell’anima, appassionata e struggente, in un’unica e sconfinata poesia d’amore che la poetessa ha rivelato per tutta la sua breve vita. La nostalgia, l’arrendevole passione, la ritualità evocativa delle sue confessioni, sono il terreno propizio custodito nei versi, avvolti da un’apparente quiete di grazia e rassegnazione, assorbiti nell’essenza crepuscolare e nella dissolvenza espressionista della malinconia. Le parole, commosse ed orgogliose, sostengono la perdizione dell’assenza. La poesia di Antonia Pozzi accoglie il sortilegio dell’impulsività  avvicendando il ricordo di una condanna sentimentale, nella sua passione per il suo amato professore, con il suo corteggiamento infelice e tormentato, consumato dal dolore e da un’aspettativa non corrisposta. I testi sono salvifico intervallo nella dilatazione emotiva e richiamano l’autentica e trascinante forza magnetica della natura, conforto originario di serenità e grembo di affinità romantica, oltrepassano le stagioni ostinate delle promesse e della dignità riconosciuta “sulla via dei luoghi amati”, dove l’avvenenza sussurra, sincera e fedele, l’estetismo poetico nello specchio dei movimenti sinuosi delle adorate montagne. La poetessa è testimone della riservata e rigorosa decadenza che addensa l’ostilità delle ombre e scava nelle atmosfere desolate dello spirito. Il mondo, elegantemente violento e superbo, è fatto di desideri e illusioni, si nutre di lacrime e di attese e la poesia visiva di Antonia Pozzi è un’immutabile e rarefatta inquietudine scandita dallo squilibrio degli indugi. Il destino della poetessa non ha via d’uscita se non nell’unico finale possibile e stringe intorno a sé l’esasperata povertà della sostanza di un sogno infranto, di una lacerante lusinga di chi desidera il ritorno alla vita, al vivere in poesia. I versi ascoltano il respiro di una  sacrificata sensibilità, affondano nella memoria il rovescio di una pena abbracciata all’esistenza ferita. Le poesie di Antonia Pozzi giunte solo postume tornano a far luce e rumore da “un’esile scia di silenzio”. Presagio rappresentativo è la fatalità improvvisa di chi muore giovane e suicida condividendo nell’intreccio al male di vivere che accomuna altre importanti poetesse, l’impossibilità di colmare il vuoto interiore, premeditato nell’incompatibilità della disperazione di una morte intenzionale.

Rita Bompadre

                           

                           

                              

Lampi

Stanotte un sussultante cielo
malato di nuvole nere
acuisce a sprazzi vividi
il mio desiderio insonne
e lo fa duro e lucente
come una lama d’acciaio.

S. Margherita, 23 giugno 1929
 

                                  
                              
                         

Sfiducia

Tristezza di queste mie mani
troppo pesanti
per non aprire piaghe,
troppo leggére
per lasciare un’impronta –

tristezza di questa mia bocca
che dice le stesse
paole tue
– altre cose intendendo –
e questo è il modo
della più disperata
lontananza.

16 ottobre 1933
                          
                         
                     

Pensiero

Avere due lunghe ali
d’ombra
e piegarle su questo tuo male;
essere ombra, pace
serale
intorno al tuo spento
sorriso.

maggio 1934
                           
                      
                  

Convegno

Nell’aria della stanza
non te
guardo
ma già il ricordo del tuo viso
come mi nascerà
nel vuoto
ed i tuoi occhi
come si fermarono
ora – in lontani istanti –
sul mio volto.

29 maggio 1935
                          
                           
                        

Brezza

Mi ritrovo
nell’aria che si leva
puntuale al meriggio
e volge foglie e rami
alla montagna.

Potessero così
sollevarsi
i miei pensieri un poco ogni giorno:
non credessi mai
spenti gli aneliti
nel mio cuore.

8 giugno 1935
                             
                          
                                   

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

Miro Gabriele

9 aprile 2020 by

 

“… poesia suggestiva, quella di Miro Gabriele, che ci fa accettare quasi con complicità la parola ’anima’. Con delicatissimi strumenti ci immette nel mistero, ci inserisce nella trama dei suoi ’fili invisibili’, sospesi fra le dita della sera’…” Maria Luisa Spaziani

*

 

 

dal libro “Le città antiche e altre poesie”  (GBE Editoria) prefazione di Alessandro Fo

 

Le rose di Porto

 

I

Limpida fra i passi quest’offerta
di noi che attraversiamo il giorno
nel silenzioso giardino, perfetta
l’opera per rinsaldare l’ombra,
senza memoria le stagioni
coprono l’abisso, la luce
è forte la rosa selvatica
oscilla nel miele delle ombre
intatto il vuoto azzurro il cielo chiaro
dove si sciolgono le nuvole.

 

 

II

Luminosa pietà si ricompone
nella distratta ombra, qui lo sforzo
di rendere il dolore più sottile
più intenso è stato
(il papavero splende sulla porta
una colomba si china a sfiorarlo)
Mani gentili
fate che il lampo di ogni breve vita
rischiari il cielo
dove ardono le rose, dove noi
nella luce che resta nella riva
d’occidente consumiamo i passi.

 

 

III

Nel giardino degli assenti
ombre irrequiete segnano la terra
i papaveri s’inclinano
sull’intonaco celeste e il soffio
in forma di colomba inghiotte
il fiore che recide l’affanno,
lo sguardo è netto il passo
parallelo, il sole scende
accanto alle piccole rose
accese come labbra lungo il muro,
e il buio già le spinge
nel grembo umido davanti a noi.

 

 

IV

Su questa soglia
nel flusso oscuro dei pensieri ecco
l’aperto disegno tutta la luce
che cola a fondo nelle vene
della pietra, solo la rosa
brilla con un lampo silenzioso,
da qualche parte il varco
un vuoto nella forma, il cielo
scorre dentro le parole,
e noi passiamo oltre
(forse nell’erba il profumo)
senza riuscire a vederlo.

 

 

V

Soltanto per caso quel giorno,
amica lieve che eri ancora
al culmine, provammo a ricomporre
l’ombra ma in un reticolo di crepe
minutissime era persa,
per quella astratta geografia eravamo
dove l’occulta rosa si sfaldava
nel vuoto della luce
non c’era intorno altro che
bagliore del marmo e nel lampo forse
per quei segni vaghi una sommessa
pietà di noi dello sciupato amore
del nostro viaggio così breve.

 

*

 

MIRO GABRIELE vive a Roma. Ha pubblicato “Odi et amo” Ianua 1988, una traduzione di poesie di Catullo con prefazione di Luca Canali, e “Il Gaio Verso” Ianua 1992, antologia di autori latini. È stato inserito da Luca Canali in “I poeti della ginestra”, Lalli 1989. Ha vinto il premio internazionale Eugenio Montale nel 1992, ed è presente in “Sette poeti del premio Montale”, Scheiwiller 1993. Compare in “Vent’anni di poesia” 1982 – 2002, a cura di Maria Luisa Spaziani, Passigli 2002. Nel 2004 ha pubblicato il romanzo “La Vita Incerta”, Valter Casini Editore. E’ autore, con Anna Maria Giannetto, del testo di latino per i licei “Navigare”, Zanichelli 2006. E’ stato finalista del Premio Lorenzo Montano nel 2006 e 2008. Nel 2014 ha pubblicato “Le città antiche e altre poesie” GBE Editoria, con prefazione di Alessandro Fo, segnalato al premio Montano 2015. Nel 2019 è uscito “Dentro lo sguardo” Ensemble edizioni.

Fernando Della Posta

2 aprile 2020 by

Sembianze della luce

 

Poesia come luce

Nei diversi messaggi scambiati con Fernando Della Posta nei primi giri di bozze, l’autore mi offriva ogni volta un’ipotesi di titolo diversa. Ogni nuova proposta aveva però come centro la luce e ne conteneva invariabilmente la parola, segno che il rovello del titolo (che in verità attanaglia quasi ogni autore alla soglia della pubblicazione) era incentrato sul tentativo di ricomprendere i diversi significati, possibilità semantiche, opportunità immaginifiche che si raccolgono intorno al termine luce. Il timore del poeta era che la luce fosse intesa come elemento singolare, escludendo l’insieme delle molteplici sfaccettature, delle diverse temperature, dei diversi colori e corpuscoli che la compongono. Bisognava dare atto al lettore di questa molteplicità ed ecco allora la soluzione prescelta: Sembianze della luce, un titolo multiforme che andrà a svelarsi di fronte a chi legge, testo dopo testo.

La luce è allo stesso tempo la poesia e il linguaggio che le dà corpo, depositandola sulla pagina, è il prisma che la scompone nei suoi elementi essenziali. Si tratta di offrire delle possibilità di realtà, stratificazioni e tagli che mettono in risalto gli elementi rilevanti dell’amore, dell’esperienza di scrittura, della relazione, ma anche della disillusione e dell’impegno civile.

La poesia di Della Posta è una scrittura del possibile nella quale trovare il senso del divenire, quasi una scrittura quantistica, un paradosso del gatto di Schrödinger, dove il testo prende vita e si costituisce realtà solo nel momento in cui il lettore apre la pagina.

La luce ha dunque diverse manifestazioni. Si tratta di apparenze che regalano al lettore diversi sguardi “angolari”, o per meglio dire diverse sembianze della luce.

È allora evidente come già in questo titolo polisemico si nasconda la complessità di un libro che regala squarci e varchi nell’esistenza di chi legge, per gettare lo sguardo, come invita l’esergo iniziale, mostrandosi come opera necessaria, matura, a tratti coraggiosa. […]

Dalla prefazione di Luca Benassi

 

 

I solstizi, le marionette,

la diagonale del quadrato

sono tre cose meravigliose

secondo Aristotele magno.

*

Nelle gole il sole raso spazia

come lo sguardo di un amante.

Luce del corallo di cammei disciolti.

 

 

 

Se le dimostrazioni risiedono nei fatti,
già prima che qualcuno le sveli,
non importa tanto il nostro pensiero
ma se stiamo alle fondamenta
o all’apice di un antico edificio
e fino a che punto questo stia per sgretolarsi.

Mentre conversiamo
la luce del tramonto invade le nostre stanze
e ci culla dolcemente.

 

*

 

Quegli orribili abbigliamenti
quelli consoni all’età, o alla condizione
ci dicono che ci sono passaggi
nella vita che ci sono obbligati
– goffo, persino l’imperativo
come la biglia che s’ingolfa
nel muricciolo di sabbia asciutta.
S’incomincia da una pagina bianca
che anela ciecamente ad una scritta
a chiare lettere che recita:
Finisterrae!”, poi la bufera.

 

*

 

Non è facile, non è facile catturare una luce
nel temporale portato dal vento, mentre
la noia pasquale imperversa, e una parvenza
di perdita ci assale, una caduta al ribasso
tra le lente ore che passano, incespicando
in un buco, una gora, una traccia, una fiumara
che s’ingrossa dietro i vetri che si riempiono
di timide gocce di cielo ricacciate nel nulla
dal lesto sole. Altri maestrali si porteranno via
questi già vecchi e fragili puntini di mimosa.

 

Luce autunnale

 

Ti stringevi nel tuo chiodo
il collo avvolto in uno scialle violetto
i capelli neri come piume di corvo
sotto una pioggia di foglie.
Avevi un pallore di materia fragile
ma le guance sorprendentemente accese.
Il sole si nascondeva
dietro strali di nuvole blu.
I nomi dei giorni si dimenticano,
restano sequenze che sarebbero indecifrabili
se non ci fossero palpabili emozioni
che più lentamente,
come braci di un fuoco spento
col tempo si dissolvono.
Viviamo scambiando senza volontà
un tepore che è tutto, con cenere.

 

Convalescenza

 

Tergiversare sospesi
come fantasmi al mondo
nei risvegli della convalescenza.
I cifrari si riducono all’osso
e l’alfabeto dell’essenziale
riacquista la sua importanza.
La sorpresa che fa bene
è quella dei volti che si rivelano alla luce
e che ci rimettono al mondo,
con la sicura delicatezza dei gesti
e dei discorsi, come i nuovi padroni
accolgono il cucciolo
strappato alla nidiata,
che deve ricominciare a fare
lunghi sorsi di vita.

 

*

 

Quella sera il poliziotto e suo figlio
vennero da me: scrive versi
– dice orgoglioso – mio figlio – occhi azzurri
forse come sua madre – pensai,
non come le pupille opache di corteccia
di suo padre, forse molto in là
con gli anni – dicci come si sta
seduti sulle nuvole della grazia.
Si sta su nuvole di piombo – pensai,
ma non lo corressi. Dissi solo
che se una piuma dai, una pietra togli
ché la questione non è tanto lavorare
per la ricerca di una gloria duratura,
semmai un amare con costanza
come il gioco del tennista di seconda fila.

 

*

 

Vidi la versione sua, più antica
in una giallastra foto d’epoca
spiccicata sua madre
che la seguiva d’appresso
ondeggiante come una giara
nobile contenitore di vissuto
altare apparecchiato di conforto.
Mi dicesti: “sei materiale
vedi occasioni da far tue
sempre senza interpellare
chi stai facendo oggetto
del tuo bisogno d’ammalato”.
Così apristi in me un varco
e capii che per coloro che scegliamo
ci facciamo linfa e nutrimento
e che legarsi è sempre un investire
per diluire la nostra identità,
disperderci per poi trovarci, forse,
senza poterne dare annuncio
– non ne varrebbe poi tanto la pena
pochi starebbero ad ascoltare –
nelle fila delle vite altrui.

 

*

 

Siamo stati due punti
che si sono allineati,
trafitti dalla stessa
spietata linea retta.
Non è stato tanto un male
per noi che ad ogni modo
nel nostro piccolo cantuccio
abbiamo trovato la maniera
di colmarci, è stato un male
piuttosto per il resto, tutto intero
che un giorno si è trovato
due persone in meno
a rispondere all’appello.

 

Turning Point
               
               
Lo sprovveduto il principiante
l’outsider – l’ammanco dell’accademia
che viene subito colmato
con la semplicità impossibile –
avviene spesso che chiuda con lucchetto
l’ala impolverata del castello
e che il legno le fondamenta la grondaia
il transetto l’avancorpo
entrino nello sfacelo.

Dove il suo occhio di leopardo alligna
la consunzione accelera gli eventi
senza poter chiedere appello
o redigere un riassunto.

Chi sta in basso grida più forte
e il limite è un cavaliere appiedato
che sistematicamente sorpassiamo.
Genio è fiamma che brucia e resiste.

 

*

 

Fernando Della Posta, nato nel 1984 a Pontecorvo in provincia di Frosinone, laureato in Scienze Statistiche, vive a Roma e lavora nel settore informatico.Tra i tanti riconoscimenti ottenuti in poesia nel 2011 è arrivato tra i finalisti al concorso di poesia “Ulteriora Mirari”

nella sezione silloge poetica inedita; nel 2015 è risultato tra i finalisti del concorso letterario “Sistemi d’Attrazione”, legato al festival “Bologna in lettere 2015”, nella sezione dedicata a Pier Paolo Pasolini; nel 2016 vince il concorso “Stratificazioni: Arte-fatti Contemporanei” legato al festival letterario di Bologna in Lettere 2016 nella sezione B poesia inedita a tema libero e ottiene una menzione al XXX premio Montano per la silloge inedita. Nel 2017 vince il Premio Nazionale “Poetika” nella sezione silloge inedita. Nel 2018 si classifica secondo nella sezione inediti di poesia al Premio “Andrea Torresano”, ottiene una segnalazione al premio Lorenzo Montano per la silloge inedita e vince il Premio Letterario Zeno nella sezione poesia. Nel 2019 ottiene piazzamenti da finalista per la raccolta inedita ai concorsi: “Paul Celan”, “Pietro Carrera” e menzioni speciali al premio nazionale editoriale  “Arcipelago Itaca”. Sempre per la raccolta inedita ottiene la segnalazione al Lorenzo Montano. Sempre nello stesso anno, inoltre, ottiene il secondo posto nella poesia inedita e la menzione di merito per il libro edito “Voltacielo” al premio Chiaramonte Gulfi.

Numerose sono le sue recensioni e le sue sillogi reperibili su diversi blog letterari come «Neobar», di cui è redattore, «Words Social Forum», «Viadellebelledonne», «Poetarum Silva», «L’EstroVerso» e «Il Giardino dei Poeti».

Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di poesie: L’anno, la notte, il viaggio per Edizioni Progetto Cultura e, sempre in poesia, nel 2015 Gli aloni del vapore d’Inverno per Divinafollia Edizioni, nel 2017 Cronache dall’Armistizio per Onirica Edizioni, nel 2018 Gli anelli di Saturno per Ensemble Edizioni e nel 2019 Voltacielo per Oèdipus Edizioni.

Valentina Calista

24 marzo 2020 by

9685877
(Ladolfi Editore, 2019)

 

Mi accosto sempre con un timore reverenziale alla tastiera quando mi accingo a stendere una prefazione. Eppure, dopo tanti anni di esperienza, la sensazione non solo non si attenua, ma addirittura cresce con la consapevolezza che mi viene consegnato qualcosa di prezioso, di intimo, di misterioso, di sacer, nel senso che appartiene agli dèi e che non

può essere violato dal contatto umano, come l’homo sacer che non può essere toccato dalla comunità.

E di vera sacralità oso parlare nel momento in cui incomincio a entrare in questa raccolta di poesie, atteggiamento diverso da quello che provo durante la lettura, per il fatto che in questo secondo caso mi sento profanus e cioè “davanti al tempio” e quindi al di fuori del pomerium.

Come superare questo terror di fronte al numen, al mana della poesia? In primo luogo, con l’umiltà di chi sa che la potenza di un essere umano che si esprime in versi non potrà mai essere racchiusa in concetti, quindi con il desiderio di sottomettersi al testo in vista di una vera e propria “fusione di orizzonti”, anche se i limiti mai coincideranno e infine con il desiderio di offrire un contributo personale all’esplorazione di un mondo senza fine.

 

La raccolta di Valentina Calista inizia con un titolo dal sapore sentimentale, Cuori, ma immediatamente l’impressione viene spazzata via dal testo in prosa in cui prevale una precisa concretezza («Mia madre ha un cuore di sughero», «Mio padre ha un cuore di vetro», «Mio fratello ha un cuore di pane», «Io ho il cuore di paglia»). Il mistero si infittisce perché le metafore superano il linguaggio comune e aprono scenari densi di interrogativi: il nome del padre e della madre diventa realtà non in una parola, non in un ruolo, ma in gesti di un amore che è presenza e assenza contemporaneamente, perché popolata di sogni.

 

Ma l’esistenza non si lascia sottomettere dai desideri umani e immediatamente l’io lirico avverte la presenza inspiegabile del dolore; la protesta assume una dimensione biblica con accenti molto vigorosi: «Perisca il giorno in cui nacqui», che sfociano in un’elegia priva di speranza:

 

La neve non ti ha amato, non ti ha dato candore.

Non ti ha esposto al sole. È stato il fango, sporco

denaro. Ti ha divorato le mani, il cuore e il sogno.

 

Ci addentriamo, quindi, nella notte (Tra l’alba e il sogno), notte interiore, notte oscura, come quella dei mistici, in cui Dio appare lontano, privo di senso, insensibile alla sofferenza dell’uomo, ma al fondo di questo tunnel l’io lirico (Tra i vespri e l’alba) scorge

ben presto la bellezza della natura, apre il cuore alla vita: «Qui, la malinconia è preludio alla bellezza» e l’essere riprende una propria “consistenza” nell’esserci, nell’essere nel mondo («Mi pare di intuire, perfino. / Perfino che siamo»). La notte sconfinata allarga l’anima e produce una sensazione di benessere e la poetessa riesce ad apprezzare le “piccole cose” della vita quotidiana e a gioirne ritrovando in questo modo il senso dell’esistere: «Se la felicità fosse un gatto / acciambellato nel suo cesto-casa».

 

Questo rapporto con le realtà minime non si presenta solo come barriera contro l’assurdo, ma anche come superamento «d’inesistenze-inconsistenze», e calma e dona serenità. E allora ogni aspetto assume una dimensione “sacra” («La primavera mi aspetta, preghiera / mi aspetta il sapore del pane, la sera») sottolineata da uno stile francescano («terra / nostra sorella»), nel significato di cui abbiamo parlato, nonostante la presenza del limite che sempre incombe sull’esistenza («L’alba piove macerie e inaugura il lutto»), nonostante la debolezza di una luce che non sconfigge totalmente il buio («una qualche luce dentro un qualche buio»).
Di fronte a tale mistero e all’immensità del creato, in questo «disfare e rifare» del tempo non possono non sorgere domande da “pastore” leopardiano: «io sono chi?».

Solo la dimensione religiosa dell’io lirico riesce ad aprire uno spiraglio:

 

Così docile si fa il mondo,

intrecci di ciò che è destino

fortuna o, meglio, trame nascoste di Dio.

[…]

(dalla prefazione di Giulio Greco)

 

 

CUORI

 

 

Mia madre ha un cuore di sughero. Quando lo getta a mare, il suo dolore galleggia, non sprofonda come il mio. Sta lì, ondeggiante come una boa, fermo, attaccato a una corda di sangue che penetra l’abisso.È convinto che l’esistenza proceda solo nel suo nero perimetro. Intanto, i gabbiani lo insultano. Gli ricordano che Dio ha inventato le ali. Mio padre ha un cuore di vetro. Se i miei occhi lo attraversano, vedo l’altra parte del mondo, quella dove so che sono al sicuro, quella dove so che posso andare libera. Non ci sono parole, sole direzioni tracciate da sguardi, lacrime nascoste nelle tasche della vita. Mio fratello ha un cuore di pane. Glielo hanno divorato a morsi, profondi. Ancora non sa che il pane non finisce mai, nemmeno in tempi di carestia. Ha le mani in pasta e vorrebbe cambiare il suo mestiere per non morire. Forse morirà, il suo dolore. Allora sarà libero di vivere. Io ho il cuore di paglia. Quando il vento mi picchia, prende fuoco. Nulla lo arresta. Qui, da sempre manca l’acqua. Eppure, ho un vaso colmo d’esistenza dal quale non escono più echi. Solamente vita, e ancora vita e poi, altra vita immensa che aspetta la vita. Querce d’amore.

 

 

Nei nomi del padre e della madre

 

Nei nomi del padre e della madre,

nella notte in cui mi spostavo dall’etere

all’utero. Lì, l’amore racchiuso nel pensiero.

Avanti a tutti voi, diritta come abete,

nuda, sabbia di deserto io, voi miraggio.

Madre che sei madre nel nome e nella pancia,

Padre che sei padre nel nome e nel cognome,

pensieri amorosi scolorano senza presenza

senza il dare vostro e il mio ricevere: il nome

assenza.

 

 

 

Piccola madre

 

Dai tuoi capelli intrecciati di paglia

non sgorgano sogni di madre

– piccola madre che scuoti il dolore –

hai mai mostrato le tue trincee ai tagli del sole?

 

 

 

La domenica di Giobbe

                                                 A R., dal tuo stesso sangue

 

Un’altra domenica, sola e uguale.

Ti chiamo. L’eco del tuo nome

è tuono tra pareti sole di un luogo solo.

 

Anche tu solo, destinato

a riconoscere il tuo nome tra tanti

in fila lungo mura ad aspettare

fugaci chiamate d’amore.

 

Le nostri voci si annusano,

il sangue ci lega le mani

gli sguardi, anche quando l’assenza

vive negli occhi o nei tuoi vecchi ricci d’oro.

 

Un altro autunno inchioda alla croce

il dolore. «Dopo, Giobbe aprì la bocca

e maledisse il suo giorno».

 

Soli vediamo – tu ed io – respiriamo,

soli sentiamo le grida di Giobbe

scagliarsi dal cuore morsicato.

Ripeti te stesso nel tempo tiranno.

 

«Perisca il giorno in cui nacqui

e la notte in cui si disse: “È stato concepito un

uomo!”. Quel giorno sia tenebra,

non lo ricerchi Dio dall’alto,

né brilli mai su di esso la luce».

 

La neve non ti ha amato, non ti ha dato candore.

Non ti ha esposto al sole. È stato il fango, sporco

denaro. Ti ha divorato le mani, il cuore e il sogno.

 

«Così, al posto del cibo entra il mio gemito,

e i miei ruggiti sgorgano come acqua,

perché ciò che temo mi accade

e quel che mi spaventa mi raggiunge».

 

 

 

 

 

 

TRA I VESPRI E L’ALBA

 

 

Luce, sola luce. Notte, sola notte

 

Luce

sola luce.

Notte

sola notte.

Mi chino sul giorno,

mi chino sulla notte,

bevo da questo mondo senza mani

per accogliere. Bevo, dalle radici

degli alberi, dalle foglie.

Scendo dal dirupo dell’eremo,

il sole filtra ore d’oro nel fogliame.

Solitudine beata, solitudine che amo

che mi ama. Silenzio degli altissimi,

delle parole indicibili dell’universo,

dei sospiri di Dio che aspetta un cenno,

dei miei passi sulla terra assopita nel Nulla.

 

 

 

A ogni alba

 

A ogni alba il cuscino ricorda

la presenza della tua vita intersecata

alla mia. È custodire la grazia.

Parliamo la notte, non abbiamo

più tempo d’essere ma siamo

sempre tutti i giorni essenza.

Siamo, poiché un respiro non è lieve:

intuisco la scia dell’anima passante,

il suo calpestare le foglie già morte.

Intuisco la scia dell’anima passata.

Da quella futura ho ricevuto un abbaglio,

una profezia lunga tutta la vita.

Siamo.

Particelle scomposte, ricomposte

dopo una lotta di reazioni universali,

dopo un digiuno chiamato a correggerci,

un disastro imploso nei corpi, fuori

e dentro gli spazi del nostro pensare.

Mi pare di intuire, perfino.

Perfino che siamo.

 

 

 

Ultimo imbrunire

 

Possibile che la notte sia un miracolo

in cui le distese del buio s‘illuminano

di abbagli esplosi in una distesa di eterno?

L’orizzonte non esiste in questa selva,

poche nubi fuggono all’ultimo imbrunire

in un dove lontano che non ci è dato sapere.

Nero, più nero del vuoto è l’orizzonte,

muri e tegole a decidere il limite.

Salva, alla vista d’una moltitudine di luce.

Rita Bompadre

15 marzo 2020 by

Foto libro Nulla di ordinario

 

Il libro di Michal Rusinek “Nulla di ordinario su Wislawa Szymborska” (Adelphi Edizioni) è una memorabile e privilegiata visita alla spontanea ed affabile dimora della poesia, luogo devoto dell’ispirazione e placida permanenza dello stupore e dell’immensità, nell’inattesa meraviglia di  ogni appuntamento persuasivo con la vita. La vita di Wislawa Szymborska si intrattiene in un gradevole colloquio seguendo lo sguardo unico sui suoi versi, ospiti graditi che infondono viva fiducia e compiuta ammirazione. Michal Rusinek, il suo giovane segretario, insegue testimonianze e fedeltà per più di quindici anni accanto ad una fascinazione privata e muove ogni particolare curioso ed inedito, confermando la singolarità degna di memoria che nutre la biografia della poetessa. Le parole, parole di poesia, ripercorrono attraverso l’intensa partecipazione affettiva il contenuto di un’incondizionato amore per il talento, per la capacità intellettuale non comune e rincorrono la vivace tradizione di irresistibili esperienze letterarie, sensibilizzano il desiderio di fermare nel non luogo della scrittura lo “smisurato teatro” dell’esistenza. La luminosa gioia della storia narrata aggira e cattura la sorgente avventurosa dell’animo umano, riconosce lo sguardo felice e carezzevole che si sofferma sugli aneddoti spiritosi e stravaganti legati alla poetessa, sulle sue provvisorie abitudini di traslocare, sulle sue amabili qualità nel cucinare, sulla squisita disponibilità alle cene e alle lotterie, sulla passione per i collage artistici. Le gradite atmosfere della vita quotidiana cedono alla fantasia delle immagini, alla voluta segretezza della complicità, nelle conversazioni e nei comuni interessi, nei suggerimenti letterari e nelle dichiarate risate che hanno caratterizzato il legame distintivo tra Michal Rusinek e Wislawa Szymborska. Leggere Wislawa Szymborska è una scelta e un’opportunità elegante a mantenere il dubbio”stupefacente” per la grande compiacenza del mondo, per proteggere la propria affinità, assecondare la propria esclusività, adottare in ogni intonazione un modo di essere e di comportarsi. La dilatata imponenza del suo linguaggio, convince il rispettoso gioco delle parole con acuta ed ironica filosofia e respira nella struggente inevitabilità la profondità dell’intero ventre della poesia. L’immutato elogio della poetessa da parte di Michal Rusinek descrive un’eccentrica nostalgia dei luoghi e delle persone che accoglie l’ombra di un passato non perduto ma che esibisce la veloce, inafferrabile ostinazione della volontà a ritirarsi nell’inconfondibile senso dell’umorismo. La poetessa assorbe l’aspetto meditativo con la leggerezza raffinata, è delicatamente distante da tutto e dove “ogni parola ha un peso non c’è più nulla di ordinario e normale”. L’amicizia che ha convinto il segretario a seguirla fino alla fine ha lo stesso bisogno di solitudine che imponeva la poetessa nel momento in cui nascevano le sue poesie, per rendere universale il rituale attrattivo di ogni riservata confidenza.

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Il giorno dopo – senza di noi

La mattinata si preannuncia fredda e nebbiosa.
In arrivo da ovest
nuvole cariche di pioggia.
Prevista scarsa visibilità.
Fondo stradale scivoloso.

Gradualmente, durante la giornata,
per effetto di un carico d’alta pressione da nord
sono possibili schiarite locali.
Tuttavia con vento forte e d’intensità variabile
potranno verificarsi temporali.

Nel corso della notte
rasserenamento su quasi tutto il paese,
solo a sud-est
non sono escluse precipitazioni.
Temperatura in notevole diminuzione,
pressione atmosferica in aumento.

La giornata seguente
si preannuncia soleggiata
anche se a quelli che sono ancora vivi
continuerà a essere utile l’ombrello.

Wislawa Szymborska

Elia Belculfinè

7 marzo 2020 by

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Oh, ma io ti troverò!

Dove va la mia vita se non ha più ali, e seta di suono,
il vento di libeccio. Se l’albero è rotto e la parola non naviga a vela…
Avessi almeno un cavallo puro, un baio simbolo di fuga…
Allora io sarei pago, e tu diresti sul ricamo della mia morte – costui Visse –
Ma ho soltanto i miei fogli, onde elemosinare un brandello di sole…
Solo i fogli sui fogli sui fogli per decorare la lettera d’amore del mio inferno.
Madre, sorgente del mio sangue,
vita battuta fra i porti e i ruscelli, dove sei, dove, vita mia?
Sei qui? Nella lama tonda della ragione?
Nel filo della terra tosata dalle danze dei cavalieri?
Sei qui, nella chiesa posata sulla punta di un fuso?
No, non ci sei. E io mi tormento. Forse – lì? No, neppure.
                    
                    
                       
Il cortile

Nel cortile del palazzo Saraceni
c’è ancora un’ancora fumante, tesoro di mari mai percorsi.
Nel cortile c’è un tavolo coperto con un vello di raso.
Era la vela di una strana imbarcazione, su cui nessuno potette salire;
ha il dono, nello sfiorarlo, di proteggere il cammino di chi stia per mettersi in viaggio.
Sotto il glicine del palazzo c’è una scarpa intrisa di sale che il figlio del padrone
non fece mai in tempo a calzare. E sui tetti passano le rondini.
Le rondini volano in tutti i versi, cincischiando l’aria come una stoffa di fuoco…
imbucandosi negli squarci a cielo aperto come lettere d’amore
che nessuno vuol ricevere.
Le mie rondini di trenta primavere in cui ho sognato porti nuovi, nuovi amori e speranze.
*
Come il cortile abbandonato da anni è il mio cuore.
Il mio cuore è un porto che non ho mai lasciato.
                    
                    
                       

Helena

Poi, ogni cosa marcì, – anche i suoi capelli
che invitarono la discordia di una dea…
a trame, a inganni che la divertivano, quando, in giro,
da fare, poi, non è che ci fosse molto.
Il ricamo e i giochi nel grano non l’avevano mai presa…
E le lezioni di clavicembalo, in una stanza buia, senza una finestra
o un cenno di resa dell’orologio.
Rame incandescente, fino alla piega dei pantaloni alla zuava.
Una treccia o una cipolla, o sciolti lungo il taglio di lama del vento. E pure mancina.
Me era felice. E non perché aveva piegato l’Olimpo alle sue voglie…
Né per le attenzioni dei rampolli che tentarono di rinchiuderla in torri, galee, prigioni.
– La chienne au bois dormant –
Questo la annoiava. Neppure mai attese l’amore – noia noia noia…
Io sono fuggevole, e l’amore è noiosamente eterno.
Io sono un sirtaki, E dio è un cardine fisso, dio ce ne scampi…
Era felice che tutto marcisse. Anche la sua bocca, che però ancora
cantava, che però ancora baciava teneramente. Fin sotto alla pianta dei piedi…
Che tutto, splendidamente marcisse. Le doriche e i basalti, e le spighe nei suoi occhi
verdi come il veleno più mortale di cui si possa disporre… Le sue scarpe, i suoi guanti di vellutino.
Poiché ogni cosa, sì, un giorno, era stata fiore nuovo e profumo e sangue leggero.
Quanti possono affermare lo stesso?
Potevo io aspirare all’immortalità? Siamo seri!
E allora datemi un vento blasfemo, un volo di rondini a sera, disse, in cui io possa sperperare la mia anima.
Datemi un cuore scevro dei sandali. Una dinamo impazzita,
Una girandola, Datemi la clessidra incrinata che indora il maggese.
                    
                    
                       

Vivere?

Non c’è vita in questi occhi.
Queste mani – queste mie mani sono carri di neve.
E i tuoi capelli come fili di rame…
raccontano la favola nera del mattino cercato
per credere in dio, per simulare l’Esodo vivo del sangue,
fino a questa fortuna di porti, fra le nubi cave di febbraio
che sfiorano le tue labbra e la mia miseria di creatura sola.
A lucidare gli stemmi inutili dell’animo umano.
A offrire la strenna della bellezza nera, nera, nera…
Le tue caviglie, prive di sonagli, ricordano
la morte, in una danza antica, la vita… che ci impegnò
per la parte migliore del tempo.
Non c’è poesia stamani.
E il sole è alto sui ponti delle navi,
asciuga il bucato steso sui fili della pena incantevole di chi vive. C’è
solo il vento che scompiglia il prato.
E due ragazzi che giocano a rincorrersi nell’erica;
non si chiedono che ne sarà di loro. Sciocchi. La vita li colpirà all’improvviso.
Presto, oh, presto, Giulio, Francesco, voi perderete
per sempre perderete
le corse nell’erica, il vento leggero che riassetta il prato come un lenzuolo incandescente,
i piedi nudi sulle braci della giovinezza.
C’è il sole, sì, e una allegria colpevole – L’esistenza sopravvalutata.
Anche l’amore significa poco. Non c’è poesia, stamani.
                    
                    
                       

Ho bisogno di poesia,
per vincere sulla morte,
ma i poeti non possono morire,
proprio come gli altri uomini,
come non muore questo vento fra i salici
questo piccolo scricciolo in gabbia
che è il mio cuore.
ho bisogno di desiderio
e che urli
fuori dal pozzo della notte
per parlare d’amore a mio figlio,
perchè mio figlio mi insegni l’amore,
ho bisogno di speranze vaghe
gettate alle pietre
perchè tu possa innalzare il nome di dio
sopra questa fanfara di maschere entusiaste
che circondano il simbolo di un diamante
ho bisogno che mi chiami poeta,
più che esserlo davvero
perchè una lenta fiducia può sollevare il mondo
dal prezzo folle
di infinito balocco
di mondo,
che tu creda
che la poesia è un grande
miracolo
e che può accadere a chiunque,
_ nuda miniera di uno sguardo_
perchè io possa creare
una stella danzante.
                    
                    
                       

Assurdi equilibri

I monti sulla terra antica? Troppo alti.
Non possiamo scalarli. Le strade del paese innevato
troppo intricate – potremmo perderci
per sempre.
E l’amore un gioco mortale,
per viverlo dovremmo
rinunciare alle nostre eternità.
Allora, scaliamo i monti, perdiamoci, amiamoci,
ignoriamo la morte come l’erica
e le campane…

*
Io ti ho rivelato l’anima, nella danza
del mio sangue sorgente
in cui germoglia un dio illogico che si chiama Amore…
Prima asceta della pazzia ubriaca,
la mia carne era un gemito…
Ma il mio vino canoro impoveriva gli arazzi
nei tuoi occhi
facendone zerbini chiusi entro una fortuna di parole. Cosi in mille di loro t’hanno calpestato.
Mi spiace. Più che porgerti una mano?
Si, mostrarti una strada, un canto
netto di poesia.
Guardami, sono un giubilo dolce di passato.
Approda sul mio saluto (tu sei una nave), oh sillaba,
sull’alba silvestre novella.
L’urlo del mio confine chiama te Amore
che non ho mai conosciuto…
                    
                    
                       

Si va

Il dolore della rosa esultava.
La poesia affascinò la notte, e nella tempesta
le calendule tremarono con il pianto.
Ogni volta provo un’allegria acuminata;
– madida di grazia è la pazzia,
brandisce la falce, si prepara alle messi.
Tre violini infuocati infiammano la trinità…
Tu celebri la vita, vendendo il tuo suicidio da una stanza caritatevole.
Le torri si piegano, i figli giungono a baciare la terra; un tempo
amavamo lo stallo del lago, libellule, le parole fumanti, sollevate via…
i cestini con il pasto. Pronti per essere decantati i versi, delibando un binario
che non sarebbe mai finito.
Il luogo della notte è abitato da cani randagi – lascia loro l’osso della rivoluzione…
Chi ti conosce fruga tra i noccioli in cerca della tua carogna.
Saldare il cielo fra le canne mute della felicità, interpretare la fine dell’estate.
Credere, voler credere, fermarsi innanzi alla veranda, fra le stelle del viaggio,
oltre il cimitero della neve.
L’immagine dell’assenza si quieta sull’erbe.
Il macellaio mi offre lingua e fegato – scelgo il fegato, Giuseppe…
I carri del sole procedono sino al confine della città.
Su uno di essi viaggia un giullare potente, un arabesco chiamato – Poesia.
Incidere di lame – prestigiose cose senz’anima
Stanno tirando su le nostre case dal fango. Guarda – camminano i santi nell’ultimità del giorno…
Le cantine si rivoltano contro il cielo.
Giunge alla riva il poeta segretamente.
Si va.
                                       
                           
                         
                             

Io non lo so quanto vale il ferro, quanto il piombo, un giardino
un respiro, perché io, sì, sono
gente come me”

(Elia Belculfinè)

Giulio Marchetti

28 febbraio 2020 by

MARCHETTI GIULIO COP fronte ridotta

La poesia di Marchetti è percossa dalla consapevolezza della fine. Battuta proprio da un vento, nero, che percorre le pagine di questo libro, breve e intenso.
Anche la gioia pare essere un provvisorio argine del nulla e di un dolore pervasivo che, da un già quasi profondo nuovo millennio, arriva a nominare la gozzaniana «culla vuota».
Dunque – veniamo stretti a chiederci – cos’è vivere e, soprattutto, a che vale vivere questi giorni, divisi dalla scure muta della notte?
E cos’è il vivere di questo corpo che si allunga, come un ponte esposto alle intemperie, tra buio e buio, senza legge morale e senza stelle?
Rispondendo al quesito esistenziale, senza però avere la pretesa di rispondere, Marchetti dissemina qui e là intenzioni e, più spesso, intuizioni liriche, che costruiscono, pagina dopo pagina, una costellazione di senso, l’attrito che ci dà l’impressione di esistere, pure nel vuoto, l’appiglio mentre scivoliamo, un pur esile arbusto di parole col fiato corto, che però vale.
Le parole ci fanno da stelle, dove le stelle mancano, dove manca la legge degli assoluti e siamo abbandonati in una solitudine morale. Le parole si aggregano come stelle, fanno scie luminose, tracciano una rotta possibile, nel buio profondo dentro il quale nasciamo.[…]

Dalla prefazione di
Maria Grazia Calandrone

 

 

Prologo:
Umi-Horatu

Intuizione-madre
di tutti i seni
abbracciami.
Come lucciole
(di mare)
accecami.
Ho poca sete
e labbra secche.

 

 

Le parole

C’è
– per amore del silenzio –
chi non grida
neppure la sete.
Ma il silenzio è breve
come tutti i sogni
vulnerabili
alle parole.

 

 

Insonnia

L’albero insonne
(a differenza di me)
in onore del buio
si astiene dal pianto.
Serviranno mani sconosciute
per chiudermi gli occhi.

 

 

Lapislazzuli

Controllo vertebrale
di scia.
Solo nuvole orizzontali
e piogge
verticali: un eremo schiva
gli incroci del destino?
Lapislazzuli fecondi
in lontananza
a far nascere la notte.

 

 

Dormendo insieme

Ognuno, tra le mani, stringe
una conchiglia, dove soffia
e custodisce la propria voce:
la parola è un segreto da non svelare.
Ci urtiamo senza toccarci, di notte
come se questo, delle cose,
fosse l’ordine naturale
come se ogni stella avesse
un cielo.

 

 
Caos

Per chi nasce dal caos è il vento
l’unica culla. Trovare
il confine tra le macerie:
è il pensiero che ci fa camminare…
ma verso dove?
Tutti intenti a sfregarsi
le mani, in questo inverno
muto, che sogna, dei fiori
la stagione da annunciare.

 

Liquido

Siamo qui, come sempre,
a scalfire il deserto
roccioso, il gambo
del fiore.
La vita si rovescia nell’imbuto.

 

Giulio Marchetti è nato a Roma nel 1982. Ha esordito in volume con Il sogno della vita (Novi Ligure, 2008), finalista al “Premio Carver” e segnalato con menzione speciale della giuria al Premio “Laurentum”.

Nel 2010 ha pubblicato, con prefazione di Paolo Ruffilli, Energia del vuoto (puntoacapo), seguita nel 2012 da La notte oscura (ibidem). Con Cieli immensi, tratta da quella raccolta, ha vinto il Premio “Laurentum”2011, sezione sms.

La notte oscura ha ottenuto il III posto al Premio Nazionale di Arti Letterarie “Città di Torino” e al Premio Internazionale “Tulliola” ed è stato finalista al Premio “Città di Sassari”.

Nel 2014 ha riunito le precedenti pubblicazioni e la sezione inedita Disastri nella raccolta Apologia del sublime (puntoacapo), segnalata al Premio “Città di Sassari”.

Nel 2015 ha pubblicato Ghiaccio nero (Ladolfi), premiato con menzione speciale di merito e medaglia d’onore al Premio Internazionale di poesia Don Luigi Di Liegro.

Con la poesia A metà, è stato inoltre selezionato per “Il fiore della poesia italiana” (tomo II – i contemporanei), un ambizioso progetto antologico che raccoglie il meglio della poesia italiana sotto la curatela di autorevoli esperti (puntoacapo, 2016).

Della sua poesia si è occupato, fra gli altri, il Prof. Gabriele La Porta, storico conduttore e direttore Rai.

 

 

 

Chandra Livia Candiani

19 febbraio 2020 by

Foto libro Vista dalla luna

“Vista dalla luna” di Chandra Livia Candiani (Salani Editore) è un invisibile ed impalpabile itinerario intorno alla consapevolezza del mondo rappresentato con la luminosità sotterranea dell’accorata dignità dell’infanzia. La poetessa diffonde la luce attraversando la coscienza dell’intenso vedere oltre e trasportando il bagaglio sentimentale nella materia spirituale e reale, nella trasposizione simbolica di oggetti e di immagini, nell’astrazione di un sentire profondo e vicino ai bambini, percepito con i loro occhi, nel vivo conflitto emotivo. Gli impulsi e le incessanti aritmie del cuore irradiano la sensitività, orientano nell’altrove le sensazioni di ogni vulnerabilità e contro le minacce l’autrice pone empaticamente il suo accento poetico come sostegno e libera la rabbia dell’ignoranza ricambiandola con la saggezza. Lo stile ancorato alle sofferenze e alle speranze esprime la nobile consistenza di chi, esente da colpe ed incapace di concepire il male si affida all’istintiva familiarità dei luoghi e delle persone amate. I bambini con la loro evocativa presenza sono consumati dalla pura discrezione che non trova giustificazione al dichiarato dolore ma che macera ineluttabilmente l’indiscriminata e fredda crudeltà nelle parole, accordate alla scarna attualità. La poetessa intraprende una ricostruzione letteraria decostruita e disarmante, deteriorata dalle alterazioni umane ed il lato oscuro delle cose così come delle persone attanaglia e avvince la verità più crudele. L’unica protezione in funzione di difesa è il sogno, rifugio nella parte migliore di ogni privata conquista dell’anima. L’invito ad intraprendere la via della comprensione è un’esortazione all’indulgenza astratta dalla realtà degli eventi che conduce ad un’esigenza interiore di desiderio di riscatto e di bene. Le sentenze affettive confermano una forza linguistica universale, nell’ingannevole metafora di ogni fiaba apocrifa  i bambini sono i profeti dall’ autentico significato e, capaci di decifrare gli enigmi degli adulti, interpretano una significazione intima elevando l’incisività dello spirito riflesso contro gli ancestrali richiami dagli abissi di ogni negazione alla sensibilità.

Rita Bompadre
“Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

Dorme ai piedi del tuo letto Io
come col padrone il cane
che non gli importa se sia buono
o malvagio ma inflessibile lo vuole
duro agli occhi degli altri,
per sé regale.

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Signora del Suono
concedimi un tempo inutile
per imbandire una tavola
vuota e servire ai convitati
Questo silenzio, non un altro
attimo, ma la fragorosa apertura
proprio di Questo.

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La bambina è blu.
Come le ombre sulla neve.
Conserva le parole in un sacco
buio
apre le parole al vento.
Come una scolara, non vista,
in cortile
parla con l’aria.

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La bambina.
Ogni anno una nuova cicatrice.
Le parole
nel forno
diventavano piume.
Nel forno
entrava un destino
e usciva uno spartito
musicale.

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Non c’è
nel bambino
parola.
Un silenzio
gli dà la mano.
La stringe.
La sboccia.

Marcela Mariman

12 febbraio 2020 by

cover Marcela Mariman - by criBo

Poesia dai toni lievi e profondità di significati, questa di Marcela  Mariman (pseudonimo di una  poetessa che stimo e che ho avuto modo di seguire  nella sua costante evoluzione poetica), ricca di sfumature e tinte delicate sciorinate nei  versi in una sospensione luminosa, che fa sentire accomunati nella ricerca di un senso alto, che trascenda la quotidianità, senza però negarne l’inferenza.

Dice di sé, infatti, presentando i suoi testi:
“Una breve selezione di poesie sul tempo (concetto così pervasivo e così sfuggente) dal quale sensazioni ed emozioni si lasciano facilmente soggiogare.”

 

 

Il nostro tempo

 

Il nostro tempo non è venuto
non viene non verrà?

In silenzio si sgretola la vita
ma tutto è un dono
anche la mia assenza
che t’enuclea e misura la grandezza
delle infinite persistenti attese
l’azione inconsistente del nonsenso

Se scavi a mani nude l’orizzonte
ritroverai le origini del tempo

Solo da lì si può ricominciare
a rinascere alla soglia dell’Oltre

Non siamo stati mai così vicini
alla distanza impercettibile dal nulla
e non c’è modo di tornare indietro
ché se ti volti Euridice sparisce

Così prosegui senza nulla dire
e lei ti segue docile e im_paziente

Al risveglio dal sogno
o esplodi o implodi

Il nostro tempo non è venuto
non viene non verrà –

 

 

Giorni

 

Giorni spartiacque fra un prima e un dopo
quando tutto cambia

ogni cosa soppeso – le do giusto valore
e gli occhi della mente cominciano a vedere

chiamo stella una stella
sasso un sasso –

 

 

L’alfabeto del tempo

 

L’alfabeto del tempo ritrovato
è assiduo lavorio – voce sommessa
sfilate in contrappunto di illusioni
e fantasie di contraddizioni

È danza solitaria del silenzio
con la complicità delle emozioni

Semina dubbi – dispensa certezze
e poi vuole la sua parte di gloria
chiede l’apoteosi

Ma già sprigiona scintille di gioia
ne diffonde l’aroma

Devi essere veloce a catturare
la sua benevolenza e il buonumore

e ricordarti di dimenticare –

 

Godot

 

Repentino affiorare d’un ricordo
(quasi un lampo e uno squarcio)
s’è aperto un varco nel cielo dell’anima

Colore del ricordo -azzurro cupo-
e non c’è modo che torni il sereno

Non è rifugio un’idea né un pensiero
trascorreremo le notti all’addiaccio
anima mia, protette da parentesi

(quasi come in standby, staremo in pausa
riconteremo i tempi delle attese
ma il ricordo è Godot, non tornerà)

E non voler tentare di comprendere
quel che è incomprensibile!

 

 

Tu eri

 

Tu eri un’apparenza
(e anch’io lo ero)
effimera presenza
repentino passaggio come un lampo
eri un’intuizione eri un presagio
nella tua vicinissima distanza
eri la leggerezza di un istante
in chiarissima estrema lontananza
eri un’assenza viva e palpitante

Ora di noi rimane
questa sola struttura portante
questa pesante immobilità
la fissità del vuoto dello sguardo
il tenero sorriso
rientrato in un ghigno disperato
e questa voce – flebile lamento –

Sarà alla fine il tempo a decretare
quando saremo polvere e poi niente
quando anche la voce
sarà soltanto un refolo di vento
muto vagare ai confini del senso

-irresistibile alba d’amore-
-infiocato tramonto di certezze-

 

 

Chi sa dove ha sede l’al di là
quell’Oltre temuto immaginato?

Forse è solo l’inganno di un preludio
e poi si scopre che sta nell’al di qua
e viene allo scoperto in modo subdolo
senza falsi pudori senza scrupoli

Allora assurdamente sentirai
un urlo che oltrepassa l’ultrasuono
e mette a nudo la grande ingannatrice
la verità vestita da chimera

che presa alla sprovvista si fa viola
aria che si dissolve in un istante

Non ci sono frontiere né confini
è tutto e solo un bluff – da stigmatizzare –

 

 

E a me pareva

(Dedicata a un’amica)

 

Onde nell’aria corrono – s’incrociano
ci dev’essere un magnetismo occulto
che fa guizzare il percorso sonoro
forse non ci si sente
ma è certo che ci si pre_sente

Così venivano
a me le tue parole
tua poetica prole
numerosa nouminosa
viva luce degli occhi e del pensiero

L’anima in timide mosse celata
tempo soccorre a svelarla

tutte le tue fantasie
visioni impossibili a me
le porgevi lucide chiare

dal male del mondo auspici di bene
di più proficuo amore

Non so se la tua anima trapassi
nelle cose del mondo
rendendole vive o se pure
la grande anima del mondo sia tua

Forse – dev’essere osmosi perfetta

E a me pareva anche il sole di Roma
diverso – più umano
più simile a te

che rappresenti dal vivo le scene
e alle ombre dai luce –