Francesca Del Moro

11 aprile 2019 by

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Martirio e poesia: testimonianza, astuzia, scandalo, interrogazione inesausta, ferita aperta, prodigio d’amore. No, non è una mescolanza casuale di concetti contrastanti, fumo negli occhi per stemperare, annullandolo, il paradosso, per distogliere dalla temerarietà del filo rosso prescelto, dal momento che il martirio è divenuto a sua volta categoria abusata e martoriata. Niente di tutto questo, bensì, in una sequenza in cui ogni elemento è intimamente collegato all’altro, un insieme di nodi e gangli, un universo di costellazioni di significato che brillano e illuminano, si illuminano vicendevolmente e schiudono alla vista possibili sentieri interpretativi.
Costellazioni, tutte, che si sono animate, nelle successive riscritture, di cui sono stata felice testimone, dell’opera di Francesca Del Moro, dalla stesura iniziale fino alla versione che si presenta qui a chi legge. Il percorso tra i termini enunciati in apertura sarà dunque una breve
ricostruzione del divenire di un’opera e, insieme, un tributo alla parola poetica che ne è scaturita. L’itinerario comincia dunque con ‘testimonianza’, termine che intendo accostare al greco martyrion, al suo equivalente in una lingua che, proprio alle origini della Chiesa cristiana, comincia a diffondere con un’intensità non conosciuta prima questa parola e a conferirle una connotazione particolare, vale a dire “testimonianza di fede con il sacrificio di sé, con il proprio sangue”

Nella raccolta La statura della palma sono tredici martiri dei primi secoli del cristianesimo a dare testimonianza, attraverso il loro canto, non solo di una fede vissuta con estrema consapevolezza, ma anche di una morte cruenta, frutto di uno scontro – l’amore e la “sete insondabile e perenne” di assoluto avvertiti come emancipazione totale dalla schiavitù da un lato, la repressione violenta del potere dai tratti esplicitamente patriarcali dall’altro – affrontato, da parte delle «tredici donne bellissime e dallo sguardo fiero» che narrano il loro martirio, con una capacità argomentativa non comune.
[…]

(dalla Prefazione di Anna Maria Curci)

 

FELICITA

Io sono l’assenza.
Sono la mancanza, il vuoto, il volto
per scherzo disegnato dalle ombre della notte.
Per scherzo, per celia verso il suo bisogno.
Il buco in cui precipita nel sogno.
La mano che non la coprirà
per proteggerla dal freddo. Sono
le braccia che si sciolgono, il diniego.

Rimango accanto a lei, così.

E la tengo qui con me, nel cielo
che rigonfia di spavento, nella terra
fecondata dalla mattanza.
Il suo pianto si dilata, ingrossa
sulle bocche che chiamano la morte
nelle fauci delle fiere, della vacca scalmanata.

Quanto è grande, Signore
il dono che mi hai dato e che ti rendo.

Appena in tempo per morire insieme ai tuoi
ho mosso un passo troppo breve
dal sangue di puerpera al battesimo di sangue
dall’ostetrica al reziario.

Ho un cerchio di braccia a contenere
le gambe disabituate al passo lieve.
Sono un frutto morbido, sgranato.
Un giorno lei saprà che non ho pianto.

Il sole a occidente annega nel suo sangue
presto anche il nostro scenderà.

Nell’ora in cui si mette il punto, nell’ora cupa della fine
offro i seni fiorenti ai morsi delle belve.
Ma a spezzarmi è un dolore più forte.
Perché io muoio a lei e lei mi muore.

Il corpo arretra in sé, da sé si esclude
data una figlia, nel dies natalis io mi do alla luce.

Ma quanto è grande, Signore, questa rinuncia all’amore.

Cado e Perpetua mi solleva, non trema il suo viso d’acciaio.
Si è ricomposta la veste, ha raccolto i capelli col fermaglio.
Dice in silenzio: “Non sarai femmina schiava del grembo
ricorda Abramo pronto al sacrificio

pensa a Medea forte nella vendetta.
Ama Dio più di lei, amalo fortissimamente”.

Dalla ferita aperta, ora mi genero alle tue mani
alle tue mani imbrattate delle nostre carni
le mani impregnate di tutti i nuovi nati.

Scende la quiete, il pianto tace.
La morte a me verrà più dolce di ogni dolcezza di madre.

                          

LUCIA

Se anche mi strappassi gli occhi
Signore
per mandarli come biscotti
su un vassoio d’argento al mio aguzzino
oppure offrirglieli come margherite
se come lunghe lacrime li spremessi fuori
se li svitassi come lampade a rischiarargli la notte
ti leggerei con le dita l’alfabeto delle ferite.

Rinuncerei allo sguardo
innamorante, dove brilla
lo Spirito che fatto stella
ornò il capo di madre
le sciolse il gelo nel grembo
e nel mio nome pronunciò
la luminosa promessa.

Di luce avvolsi Siracusa
venuta al mondo, e la Sicilia tutta.

Chi non riesce a contrastare
la mia eloquenza e lo sguardo
oggi mi manda al lupanare.

A nulla valgono però
mille servi a trainarmi
né funi ai piedi e alle mani
né cento carri di buoi.
Rimango salda come acciaio
e come acciaio esco temprata
dalla pece infuocata.

La folla invoca la spada.

Ora s’invera in te la vista.
Ti leggo tutti i nostri nomi
a uno a uno sulle labbra.

“Perché col mio sangue, Padre
chiami altro sangue innocente?
Perché togli memoria alla tua Chiesa
che farà martiri come queste?

Perché questo squartare incrinare sventrare
questo guastare spezzare ardere ammaccare
questo strozzare soffocare spezzettare eccetera?

Non ti fanno spavento questi morti a tua immagine?
Dimmi, padre, tutto questo a che vale?”

Parli con la stessa voce
che nell’orto del Getsemani
s’impigliava tra le foglie.

Come allora ovunque sale
il respiro formidabile del padre
del padre che tace.

Ma per me è già troppo tardi.

Non posso più rinunciare, non è tempo
per questo genere di ripensamenti.

Così cadranno insieme al capo
i miei occhi lucenti.

 

 

 

Trovo molto interessante la scelta dell’Autrice di far confluire in poesia fede, nonfede, filosofia, nel riscatto della sofferenza femminile che è un tacito urlo, una sfida al divino che non conosce vero amore.
O
pera originale e proteiforme.
Illuminante la notevole sintesi di pagina 31.

cb

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Nives Corbati

19 marzo 2019 by

cover Nives Corbati

 

 

 

 

 

Capita di leggere cose scritte da autori sconosciuti e di restarne piacevolmente coinvolti.
Questo vuol dire che la poesia attrae ed è appannaggio di tutti.
Qui ci affacciamo su panorami variegati, accogliamo altre menti, ne condividiamo il pensiero poetico, animiamo discussioni se occorre, ci viene offerto comunque un diverso modo di esprimere l’umano sentire e lo spirito che lo anima. 
Possiamo percorrere sentieri lontani da strade maestre, nel paesaggio che muta di continuo, tuttavia, come in ogni viaggio, qualcosa o qualcuno ci arricchisce, qualcosa o qualcuno ci abbandona, qualcosa o qualcuno ci affianca.

 

cb
 

Libri in sosta protratta

Leggere qualche rigo e chiudere
il tempo ha diradato il battere
l’orologio sul muro quasi tace
amarli tutti
con i rimandi ragionevoli
con le futilità segnate ai bordi
compresi i tratti di chi sviene
per un profumo di giacinto pallido.
Dirne di cose ma la mostra
dei mercatini stanca, ci si avvia
per altri infioramenti:
alcuni sanno di periferia distratta
anche di dislessia
fotografie di gruppo
riguardarle e promettersi
di far tesoro dell’insonnia
lasciare acceso il lume in capo al letto.
Letto.

 

Giornate
di sconfitte
quando si cavalcavano dolori
ed un vestito stropicciato
era un ripiego per non stare nudi.
I numeri ferivano
ma non un grido mentre si cadeva
il tonfo lontanissimo
mentre gli dei dormivano.
Nottate
di raccolte
sogni da scribacchino
intermittenze tra le dita e il cielo

 

Piove

Gocce pronunciate sui vetri
immaginarie carte prive di senso
calcoli e detriti
ore pesanti
senza un ombrello andare sotto l’acqua
fare incetta delle cose migliori
le peggiori lasciarle sulla strada.
Meglio restare
immobili al cadere della pioggia
mentre si aspetta un varco per fuggire
verso benigni lidi.

 

Vuoto

bolle d’inedia
sarebbe cosa utile
ribaltare coperchi di silenzio
apparecchiare spiagge di frammenti
polvere di conchiglie
velette paravolti
il pensiero ha la sua stilla di sangue
cerebri ictus
rosa purpurea_mente invasa
ritarderai di qualche passo
mai
troverai spinevirgole efficaci
punti salienti e
da un’estensione acustica
onde sonore libere
dalla gabbia toracica.

 

Tanto per dire

C’era una sottrazione di candore
per leggere la fronte sottintesa
un arco di trionfo il sopracciglio
sovrastava lo sguardo.
Chi se ne andò
sapeva come perdere la strada
perché nel non ritorno
solo nel non ritorno sconfiggeva
disordini del tempo:
due cuori gli battevano nel petto
uno per dire t’amo
l’altro per dire vattene lontano
e l’uno e l’altro a chiudere le braccia.
Parole bianche di sapore e lievi
sapevano di zucchero e misteri
proferivano frasi di cannella
che a trattenerle in bocca si poteva
assaporare il sole.
Perché scrivere versi?
perché tanto pensiero
se basterà morire per rendersi immortali?

Daniela Raimondi

11 marzo 2019 by

MARIA DI NAZARETH

“Farò quello che posso
e più di me, come tutte le altre sulla terra”
M.G.Calandrone

 

i.                    Promessa di matrimonio

Era un tempo di doni,
di uccelli turchesi e polline d’oro.
Il mio corpo cambiava.
Sulla pelle brillava il sudore,
nuove fragranze di vento e d’avena.
Nata femmina,
moltiplicato il mio sangue ad ogni luna,
ad ogni solco.
Così viva.
In attesa.

… continua QUI

 

 

Donna

8 marzo 2019 by

(stralci di testi in mescolanza sequenziale)

rose e mimose - by criBo

Ottomarzo di pensieri sciolti
giorno che affonda le radici
nel ventre delle donne
che sia pensiero agli uomini
conservarne le tracce delle forme
le vesti che li coprono e riscaldano
nate dai loro corpi
uomini veri non le lasceranno
al comparire delle prime rughe

e rifaranno i passi della storia
oltre cancelli ed argini
riscatteranno il partorire il mondo
d’ogni donna
ai sassi alle golene ai fiumi al mare

progetto dell’eterno umanizzarsi
nella caducità d’ogni sostanza
nel seno dove si progetta umano
apparenza di polvere
il divino

…di mare
una chiglia di storia in sguardi d’ombra
il respiro dell’onda
che non avrebbe mai toccato riva
fingeva sangue caldo
ma gambe di polena in odore d’ulivo
tagliava scie d’azzurro

La storia ha braccia amiche, qualche volta
…quando del buio calato sulle spalle
sfocate ormai le viole calpestate
il buio dolore delle pietre
restano nella mente
soltanto lievi impronte del bambù.
Schiarisce nella sua mitologia
leggenda da potersi raccontare
la donna ch’è vissuta oltre se stessa

Di soste inusitate e conseguenze
nell’acquitrinomondo
rospi e affini
aspettavano il bacio della donna
per la trasformazione prenceazzurra
ma saltellando da una foglia all’altra
diventavano vecchi nell’attesa

la donna anfibia aveva altro da fare
che trasformare principi in ranocchi
o viceversa
lei respirava fiori nel pantano
si teneva in disparte

il Dio delle promesse e delle mele
aveva smesso di creare gli alberi
si concedeva favole sabbatiche
mentre tentati e tentatori
facevano la stessa brutta fine
non per menefreghismo, ma
perché proprio così doveva andare
sennò i fratelli Grimm
invece di narrare di cocchieri
di lupi, di uccellini e fratellini
avrebbero cantato il miserere
servito messa o coltivato rape

visto che andò così
non resta che sperare
l’ultima dea gestisce sogni a ore
è poliglotta, ha catene d’alberghi in ogni dove
e vive in un motel

Presenze simultanee
Di lei resta uno spettro che s’aggira
in abiti di stretta clausura
finì che c’era l’ultima occasione
per indossare un po’ di primavera

Incontri a margine
la donna si disegna a mano libera
un albero illustrato cresce in fretta
e nei frattali a china
se stessa tracimare
lungo le linee di demarcazione
là dove il calendario è senza giorni
dove ci si può amare evanescenti
nelle spirali di parole eccentriche
perdutamente vivi
nei mille ghirigori d’una stanza

A fil di tempie
donna di poca fede: casa e casa
datata nel cerchietto all’anulare
quasi erasa
ha bagliori soltanto e un sonno alterno
foriero di scompensi nevralgici

sibille alternative rimescolano il cielo
qualcuna è una fontana
di versi esposti al sole

Misure approssimative
… ora che ho smesso
di vivere da donna, di sospettarmi umana

un ciottolo di riva
ha secoli per farsi levigare
noi che ci asporta un po’ alla volta il male
l’intimità dei corpi _conchiglie senza mare_
forse sappiamo l’infinito
ridotte all’essenziale

Di genere
…in quel vuoto che ci faceva donne sconsolate
si vive per i figli e per mille altre ragioni
cicatrici ipertrofiche a ricordo
il corpo in astinenza d’emozioni
la giovinezza estinta prima che fosse tempo
io scrivo donna
senza cancellature o pentimenti
in lingua femmina
(di maschi è stato scritto per i secoli)
e mi dichiaro fiera
per quanto mi si dica circoscritta
di tanta mia esistenza al femminile

L’inizio presuppone l’infinito
perché la fine è un cambio di stagione
ci sono armadi in terra
e armadi in cielo
al termine dell’aria

A fidarsi delle prime strofe
…si può abitare di necessità
soltanto l’aria
i suoni adunchi pronunciano dinieghi
ma lei non è capace di morire
e nemmeno sparire

nessuna luna in fondo a mille pozzi
solo barattoli di donna
dalle etichette sorridenti

cristina bove

Nunzia Binetti

26 febbraio 2019 by

 

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Il tempo del male

raccolta poetica di

Nunzia Binetti

Edizioni Terra d’ulivi 2019

 

Non si presta mai troppa attenzione quando si inizia un libro- specie se di poesie – a ciò che va sotto la definizione di esergo, ma ho appreso nel tempo che se ci si sofferma su di esso, e si riflette sul suo significato, sforzandosi di capire cosa si nasconde dietro o dentro questo biglietto di presentazione che  molti autori pongono in apertura ai loro lavori, si ottiene quasi sempre la chiave interpretativa di ogni opera.

L’esergo che Binetti ha scelto per il suo lavoro è una citazione del poeta Camillo Sbarbaro, tanto amato dal ben più famoso Eugenio Montale,

Perduto ha la voce
la sirena del mondo, il mondo è un grande deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso

Esaminiamo assieme queste righe il cui contenuto non ha bisogno di molte interpretazioni; esse ci dicono che:

a) il mondo non affascina più il poeta

b )il mondo è solamente un luogo completamente deserto

c) in questo deserto l’autore si osserva con occhi senza lacrime, e senza autocompiacersi.

Anche la nostra autrice scrive quasi all’inizio della sua raccolta:

Terse l’ albe che mai vedremo./Il femore regge la frattura/e incorporea e ribelle, quanto un’ idea estrema/non ama la moltitudine ma il ritiro nell’eremo/

e aggiunge in un’altra appena successiva:

Le Cose. Il vero mistero del mondo./ Esistono. Anch’esse sono. Vivono.

Per poi concludere :

Quella apparente indifferenza delle cose/è l’insuccesso dell’attore sulla scena./Ma vita non è solo respiro./bocca che parla, molecola di carbonio/che lega.

Le cose  esistono e sembrano indifferenti al mondo e di fronte a “questa (presunta, aggiungo io) indifferenza “non resta all’uomo che il ritiro dal mondo, però questo atteggiamento non può prescindere da un’altra componente del nostro essere umani, e cioè

Lasciarsi andare senza punteggiatura o regola. Non serve il rigo .Unico punto è l’anima;/

Lo sbandamento interiore sembra contrassegnato dal desiderio di “lasciarsi andare”, avendo come unico riferimento “l’anima“, lo ritroviamo in molte poesie della raccolta, ad esempio è espresso bene in questi versi

…Non so chi sono,/forse un fumetto muto,/un gioco scarsamente interattivo/e non concluso.

L’insoddisfazione di sé, la sensazione di essere “un fumetto muto“ e di far parte di “un gioco non concluso” inducono l’autrice alla  invocazione velleitaria di fuga in avanti, ed infatti in altra essa scrive “ essere liberi di non morire/ di non andare dove si chiama“…e poco sotto aggiunge “l’epigonismo non si addice mai al creato./ Meglio l’Angelo Ribelle che intralcia e poi rovescia. Leggere fra le sue ali l’odore di qualcosa di diverso“.

Un’anima dolorante che sembra talvolta invocare qualcuno scomparso, come il padre, al quale si sente estremamente debitrice quando scrive, esaminando il proprio sembiante

Nel viso una bellezza dura/eppure era bellezza, /enigma dolce che non si sa spiegare. /Nel suo DNA c’era cemento. /  Il calco a darle forma /  fu mio padre. //

e in un’altra aggiunge:

Scivolando in un avverbio temporale/dalla forma stretta di imbuto/ho gridato il tuo ritorno, padre,ma ero Orfeo; abbandonavo la mano al nulla presto./Preghiere antistanti/a richiamare chi mi ebbe sposa./I riti, il pianto./- Non c’è amore che valga, non c’è più amore,/saltati i vincoli nei legni e dietro lastre in travertino -/(dice la Storia)./Medito vetrificata, pallida, bel vestita,/padre, che mi insegnavi l’eleganza./Ho nudo il petto e spando disarmonie epocali./Vasi sanguigni, i miei, contano giorni/al greve ricongiungerci.

Più avanti incontreremo un’altra assenza, alla quale vorrei giungere con la delicatezza e la riservatezza che questo avvenimento merita, passando però prima attraverso l’esame di una condizione che mi sembra fondamentale nella poetica della Binetti, è cioè quella così chiara in questi versi:

Basterebbe un anemone/per colorare la solitudine/di inchiostro Blu China. Si parcellizza
l’ Essere/nello scontro con figuri/in questo tempo del male/e intorno si fa buio.// 

La solitudine è il veleno che corrode l’anima dell’autrice, la quale asserisce che per
“ macchiare le tele secche dei giorni/ trovare l’indaco, è solo questione di fortuna”  e questo veleno sottile la costringe a fare i conti con il tempo che logora tutti :

Non sei la Ragazza con l’orecchino di perla,/non sei neppure una ragazza/o l’albero felice./Il tuo corpo è in esilio,/con mano triste scrive versi che nessuno legge;/è in esilio,/in questa terra disadorna (cruda Colchide/non offre sentieri valicabili)./Il tuo olfatto è in esilio,/non declina odori maschi in giacca e cravatta./Il tuo piede è in esilio/lascia orme su pietre in basalto./Il tuo ventre è in esilio,/non lo vestono gigli./il tuo sguardo è in esilio./Sullo specchio s’appanna
e/rovina /Bellezza.//

Se il corpo è in esilio, se la sua poesia non è letta da alcuno, se il desiderio fisico è emarginato, non rimane che annullarsi come un fiocco di neve:

Cadere da fiocco di neve,/con lucida freddezza,/in modo irresponsabile/e poi subire il tonfo sull’asfalto,/ l’urto forte che brucia di calore/  e dà quell’unica risposta:/ sciogliersi./ E qui nevica bianco,/ nevica lento, nevica bene./ Qui nevica neve.//

 Ma la neve cui vorrebbe assomigliare non sa sciogliersi, anzi rimane nel bianco di un fiore quasi a tessere un dialogo con qualcuno a noi non noto, ma che di certo rappresenta quell’altra Assenza cui accennavo poc’anzi

Sto//nel chiuso di un tulipano bianco/prima che s’apra al mondo./Intima essenza,/al riparo dall’occhio indiscreto./Soltanto tu mi sai prossima a fiorire./Dicono che si fiorisca una sola volta,/non guardano il miracolo ch’accade /nelle primavere dei giardini./Nella carezza di Proserpina/rifiorirò./Lasciami nascosta,/come un amore clandestino,/nel tulipano tutto bianco. 

C’è un TU con il quale l’autrice sembra voler dialogare, un TU al quale si rivolgerà di concreto quando come Proserpina tornerà a rifiorire, un Tu che le impedisce di confondersi con i festeggiamenti invernali del Natale, e questa poesia che fa precedere con tre punti di sospensione il sostantivo finale “ vedova “ apre uno squarcio rapido sopra un panorama di fuga continua

Come accade a dicembre 

Fra piazze e marciapiedi una storia futura,/fatta di nulla./Intanto sono pronti/- come accade a dicembre -/altri muschi per Natale/e annunci che non sarai al cenone;/lì c’è troppa gente./Preferisci la docile luna alla cometa /(che rapisce la scena al Presepe)./Scolorisci – in difesa – per non farti cogliere,/guizzo nivale. E resto …/vedova.//

 Il pallore sul volto che si vorrebbe nascondere rimanda ai versi di quest’altra:

…ed Essere per Essere,/senza filosofia, senza politica,/dimenticando – ma per poco -/quanto sian soli i morti.//

 E forse come Proserpina costretta a trascorrere nell’Ade durante i sei mesi della stagione invernale, la nostra poetessa si porta nel cuore una

nostalgia che la corrode, un amore che  “è stato“ e la induce ad osservare sé stessa con uno sguardo stanco, senza speranza:

La casa pare un cunicolo spento,/vicolo chiuso;/non ha respiro./Un tempo l’attraversava mitezza./Più nulla le darai, più nulla,/se non l’immagine tua lieve oltre le rive,/prive di accesso./Sei stato amore, garofano bianco, dolore,/tutta la mia follia./Ed ora sono ammalata di te,/come mai prima.//

E’ una malattia che non ho timore di classificare al limite della disperazione, che fa perdere anche il significato della consuetudine ai gesti quotidiani:

Ci sono assenze che non sanno dire una parola;/sguardi distratti, vuoti di memoria,/chinare il capo sulla pentola in cucina/e non vedere il latte che si versa sui fornelli./Ci sono assenze… le traduci in solitudine;/un libro in mano, le gambe intrecciate sul divano,/le chiavi di casa che non trovi./E allora ti domandi – sto male, sto invecchiando?/o forse mi sto solo innamorando-/Disegna vuoti nell’aria con le dita/o fasci di rose rosa,/e mandami una canzone via web/perché mi manca./Ci sono assenze..//. 

E queste assenze stroncano ogni desiderio e lo trasformano in  inutile velleitarismo:

Sono incantamenti a portata di mano,/questa notte, tutte le stelle./Guarda, hanno uteri di fuoco/occhi di cielo/e lucciole o puttane, si offrono a mille./Scrutano beffarde, consumano./E poi a ferire a morte si versa sopra gli inguini/un fiume che è di luna./Ma amore o sesso/le sai sfere impossibili, inessenziali/e vivi il letto,/sola,/al margine di doghe, in netta insipidezza,/e il rischio di piaghe da decubito.//

Ho riscontrato durante la mie lettura versi di una donna che sa scrivere di poesia e che sa utilizzare le parole, le sa mettere in ordine assecondando il flusso dei ricordi e delle proprie memorie private folgorando in questo modo gli occhi e la mente di chi ama la poesia, come è chiaro da questi ultimi tre versi di una brevissima che riporto

Il cielo della mia notte ora è più chiaro/
né più temo l’assenza./
Ti sfilo dal cuore, come un ago.// 

Però non posso chiudere il mio discorso complessivo su questo lavoro senza tornare su quanto appare nell’esergo, ignorando quel verso di Sbarbaro che dice: “… il mondo è un grande deserto“, verso che mi costringe  a trovare gli agganci dentro i testi di Binetti, a coronamento di quanto lei ha aggiunto in una nota in calce al suo lavoro che dice:

…il percorso della scrittura è stato caratterizzato da una duplice tensione compulsiva: l’auspicio di un ordine totalmente nuovo nel mondo e la percezione della illusorietà di ogni aspirazione alla sua salvezza

e l’ho rintracciato in questi versi:

Terse l’albe che mai vedremo/. Il femore regge la frattura/ e incorporea e ribelle, quanto un’idea estrema / non ama la moltitudine ma il ritiro nell’eremo;/ lì regna il silenzio di pietose novizie./ Fuori dilaga e governa il carminio,/ senza fede fa mattanza di indifese cocciniglie./ Il bisturi c’è, non sana, solo scintilla//

Le nuove albe rappresentano un ordine sperato ma irrealizzabile, e non c’è altra speranza che “ il ritiro nell’eremo perché il carminio è senza fede “, e non si può trovare la salvezza utilizzando un bisturi che è solo apparenza.

La disillusione nei confronti del modo la troviamo ancora più avanti,in altri versi che dicono:

E’ perfezione ardita la solitudine,/ silenzio libero in un distendersi del tempo/ che quasi per miracolo s’allunga // Prestare gli occhi al sonno per la noia/ cedere al nulla./ Bianco ci acceca il nulla, come neve; splende, rasserena, e non ha odori o morbidezze/che della nostra stessa carne./ E’ egotica tendenza al non pensiero /autocontemplazione/ rigetto di teorie, ed Essere per Essere,/ senza filosofia, senza politica,/ dimenticando – ma per poco – quanto sian soli i morti //

 E’ una visione dell’esistenza senza speranza, ove su tutto sembra dominare la noia e la voglia di addormentarsi per ignorare la tendenza della contemporaneità a vivere senza significati, senza teorie filosofiche, ignorando che questo modo di  vivere ci avvicina sempre di più ad un mondo di morti.

  

luigi paraboschi

7 febbraio 2019

 

 

 

Trittici – Annamaria Ferramosca

18 febbraio 2019 by

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Quando Annamaria mi comunicò che aveva tratto da alcune mie immagini ispirazione per i suoi versi, ne fui felicemente sorpresa; lo fui ancora di più nel leggere in anteprima la poesia scaturita da “Il Volo”: la sua capacità di trarre dal segno il compendio di una vita, il suo sguardo che tramutava forme in parole, in un coinvolgimento artistico e sororale, mi commosse profondamente.

Il suo progetto mi piacque moltissimo, felice che le mie opere fossero accostate a quelle di Frida Kahlo, Modigliani, Laglia,  felice che dai colori prendessero vita le sue parole, e che da un’arte visiva ne scaturisse un’altra di così densa espressività.
[…]
continua

 

 

Paolo Polvani

10 febbraio 2019 by

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L’azzurro che bussa alle finestre
di Paolo Polvani
Collana Versante ripido

 

 

 

 

 

 

Il mistero, ma anche il fascino, che si nascondono dentro ogni libro di poesia consistono nell’essere consapevoli che l’autore ci viene incontro con le sue pagine, ci tende la mano che tiene il suo lavoro, e sembra dirci: “piacere di fare questo incontro con te, io sono  ciò che tu scoprirai nel mio libro“, e poi soggiunge “… ma non sono solamente quello, per conoscermi meglio dovrai attendere anche il prossimo libro“.

 

Per me ogni volta succede così: ogni libro di poesia che mi cade sotto gli occhi mi racconta la storia del suo autore, la sua vita, le sue passioni e le sue delusioni o le amarezze, e questo di Polvani, dedicato all’azzurro, inteso non solo come colore ma  più come sentimento, stato d’animo, mi ha mostrato un lato differente dell’autore che conoscevo come poeta  di poesie civili, impegnate, socio-politiche, rivelando con questa raccolta un’altra sfaccettatura di sé, forse simile a quella che indusse anche il cantautore Paolo Conte a inserire nel corpo della sua canzone Azzurro questi versi “…quelle domeniche da solo/… neanche un prete per chiacchierar“.

 

Credo di poter essere quasi certo che Paolo non abbia avuto la nostalgia di un prete per fare due chiacchiere, però questo libro  ci dice quali sono i temi che spesso attraversano la sua esistenza di uomo che vive e anche scrive poesie, e i temi sono diversi, spaziano dalla domanda su dove risieda la gioia, le ragioni della insoddisfazione di sé, la vigliaccheria per l’omissione di certe minime attenzioni al prossimo, l’angoscia della morte, la passione e l’attenzione verso l’altro sesso ed il coinvolgimento della fantasia che ogni avvenimento piacevole o di sofferenza comporta sempre.

 

Il tutto è raccontato senza pesantezza, e lo prova l’esordio con la prima poesia che ci viene presentata Si chiama azzurro“, come se Polvani volesse trasmetterci la  felicità di un giorno in cui la vita lo ha pervaso d’amore, di voglia di esistere, di passione, sentimenti che lo hanno indotto a scrivere: “ l’azzurro che inchioda i gabbiani /… assottiglia le vibrisse… / l’azzurro che lenisce… / l’azzurro che sfinisce /.

 

Ma se ci riflettiamo bene, questo colore non è forse quello  fondamentale della pittura impressionista ?

Se partiamo da Pizarro, tocchiamo Sisley  con i loro cieli primaverili ed approdiamo agli azzurri delle  marine di Honfleur ritratte da Monet ci accorgiamo che questo colore rappresenta il trionfo della vitalità nella natura, e anche Polvani lo sottolinea quando scrive: “…la tracotanza dell’azzurro/al vento gonfio di capelli //; subito però  appare un’ombra in questa poesia quasi per dar ragione a quanto scriveva allora Paoul Cezanne: “ mettete prima le ombre e poi il resto uscirà da solo“, ed infatti, prosegue Polvani: “...come si chiama questo sproloquio delle credenziali,  /l’ affacciarsi di marzo e un mare di scompigli/ smania di vivere protesa sul bianco della pagina / sul nuovo alfabeto di fittissime foglie, come si chiama // questa ruvida insoddisfazione che ti offusca e ti / afferra, ti trascina allo specchio “//.

 

Noi  che leggiamo non siamo ovviamente il prete che cercava Paolo Conte nella sua canzone, però ascoltiamo con affetto e quasi con la stessa attenzione di colui che raccoglie una confessione, la sua “smania di vivere“ e lo seguiamo in quel “trascinarsi allo specchio“ per cercare di capire come mai in un giorno così pieno di azzurro si faccia sentire nella sua (ma forse anche nostra) anima quella “ruvida insoddisfazione“, e perché  egli scriva in altra poesia a pag. 13  “l’azzurro è un artiglio che non lascia scampo/ ti divora i sogni, è una minaccia e un lampo, /la tentazione di un azzardo, una pazzia /.

 

Il trionfo dell’azzurro nella poesia di Polvani non vuole essere un grido tipo euforico ma superficiale tipo  “la Vispa Teresa“,  e ,come certe marine di Monet non ci raccontano tutto di lui, ci basterà riflettere su un altro quadro in cui è pieno inverno innevato e appare, a fare contrasto con tutto quel bianco, un uccello nero poggiato su di una staccionata a destra nel  quadro, per renderci conto che anche in una giornata splendida di azzurro si possono  affacciare le domande di pag. 15:

 

“sai dove abita la gioia? Dove/ trova riparo? Dove fa la sua cuccia?/

 

e la risposta egli  ce la dà nel verso successivo ove troviamo

 

“a chiunque tremerebbero le gambe/ quando accende la luce/ il tuo sorriso. Ci sono le voci/ e il passo lieve dei gatti, ci sono/ le antiche strade, le passate lacrime./ E’ un abbraccio nel quale riposare //.

 

Tuttavia, prima di andare a scoprire “dove abita la gioia“ per il nostro autore, mi piace camminare ancora un poco accanto a lui nell’itinerario che tocca, – com’è giusto che sia in una poesia non superficiale, – il problema che sta alla base di tante nostre domande, è cioè quello condensato nel  titolo di un altro quadro famoso di Gauguin:

“D’où venons-nous? Que sommes-nous? Où allons-nous?“

 

Polvani non sfugge alle ombre necessarie ai quadri e pure alla vita, come diceva Cezanne, e infatti scrive versi angosciati per la celebrazione della morte della maestra Mariella:

 

…// adesso non è vero che riposi, l’assillo/ delle cartilagini ti affanna, le crepe/ nelle palpebre, lo sgomento delle unghie nel vedersi/ crescere nel vuoto, l’ansia improvvisa dei capelli,/ e il tormento, tutta quella solitudine che grida“

 

E’ raro poter leggere con tanta nitidezza, che fa pensare ad alcuni passi dei  racconti di Edgar Allan Poe, l’angoscia che la morte suscita sempre in tutti, e lo si capisce meglio in questa poesia di pag. 34 dal titolo Magia, in cui egli augura alla persona deceduta

 

…”alzati/ dal letto, esci dall’ospedale, percorri a ritroso/ le stagioni, richiama il fumo dalla ciminiera, ricomponi/ ogni frammento d’osso, riprendi i tuoi vestiti, esci/ dalle fiamme e cammina dentro il mese di aprile/, muovi ancora  i passi, allenati per i nuovi/ sorrisi, articola un piccolo discorso, sgranchisci/ la mandibola, prova a parlare, guardaci ancora/ una volta negli occhi, chiamaci per nome, cancella/ quella scritta: morta l’otto di aprile //

 

Non c’è nella poetica di Polvani alcuna speranza di riscatto ultraterreno di fronte alla morte, e i versi di Paradisiamoci qua  lo dicono con chiarezza:

 

“Io non so lo e non lo sai tu come sarà, ma il tuo invito/ di rivederci in Paradiso cara io lo declino, bada non è/ un rifiuto, semmai un rinvio.“

 

e prosegue nella stessa poesia rievocando la concretezza della quotidianità di alcuni atti della vita :

Ti ricordi che abbiamo mangiato un gelato al mascarpone?“

per  domandarsi  subito:

pensi che potremo rifarlo in paradiso? Che potrò comprarti quelle sciarpette colorate?

 

L’agnosticismo dell’autore si conclude poi nella poesia dal titolo strano ma eloquente

eurostar s’infila dentro una galleria e qualcuno s’interroga sull’esistenza di Dio“

ove leggiamo ”... e il fragore affonda tutti nel guscio tondo della galleria, nel fondo/ della marea nera, paura bru bru e tun tun e rimbalza/ sui binari il seguente assillo: esiste dio? Ma nessuno lo sa e ci viene/ da ridere e ci si chiede dove va questo treno immaginario? Va/ dove vanno tutti i treni immaginari: nella pancia di dio/ ma anche dio è immaginario e s’infila dentro una pancia immaginaria//

 

Sono versi che rimandano ad altri di Giorgio Caproni  nella poesia “Congedo del viaggiatore cerimonioso“ sullo stesso tema, e quasi con la stessa ambientazione sopra di un treno in movimento, ove troviamo:

.../ ed anche a lei, sacerdote, /congedo, che mi ha chiesto se io /(scherzava) ho avuto in dote/ di creder al vero Dio /…

 

 

Se allora la visione del nostro autore è strettamente connessa e legata al “qui ed ora“, alla mancanza di una visione ultraterrena è lecito domandarsi da dove egli tragga la forza per sentirsi esaltato da tutto l’azzurro di cui abbiamo parlato poc’anzi, e quale sia l’aggancio che lo trattiene e lo lega in modo così vitale all’esistenza.

A me sembra di poter affermare che  la risposta sia collocata nella corporeità del concreto, in modo speciale  in quel concreto che è quasi sempre rappresentato dall’incontro con l’altro sesso,  tangibile in molti versi di questo lavoro.

Ma non sempre questo aggancio con “l’altra metà della mela” si rivela appagante, e infatti egli scrive a pag. 8 di sentirsi:

“… incatenato/ alla chimera del possesso, all’idea che sia il sesso che ci salva/ e ci riscatta“,

ma contemporaneamente (invocando per sé stesso quel salto qualitativo nel sentimento che gli possa permettere di non “incespicare, barcollare, ed essere“ sgominato nell’orgoglio“):

chiude la poesia in questo modo

“… chiederò ai tuoi santi un consulto, una dritta/ per amarti davvero, per amarti di più, amarti oltre ogni sconfitta“.

E come ogni uomo che si scopra debole e fragile nei confronti delle promesse non rispettate, il nostro autore è capace di auto-da-fé, di promesse che si augura di poter rispettare, – anche contraddicendo quanto affermato in precedenza a proposito di un ipotetico paradiso – quando scrive a pag. 28: “guarda cara, per te io vincerò/ la legge gravitazionale, infrangerò/ la norma, perché già lo so,/ lo avverto, ne sono certo, continuerò/ ad amarti anche da quell’altro luogo,/ di cui non saprei indicarti valide/ e attendibili coordinate: un laggiù, un lassù, chissà, ma che sia per di là/ o per di qua non ha grande rilevanza,/ io so che il mio amore per te si espanderà/ come un oceano, dilagherà come una pioggia/ di fine ottobre//

Se di questo poeta sento di condividere la passione per la vita e per le sue creature, se lo leggo sempre con ammirazione e rispetto verso la sua capacità di far suo il dolore che spesso incontra nel cammino della vita,  se ho stima per la sua intransigenza di intellettuale e  per lo sdegno verso la faciloneria nella quale la stagione sociale in cui siamo immersi tutti sembra travolgerci, vorrei prendere congedo da questo suo lavoro trascrivendo per intero i versi di questa brevissima  poesia che  esprime la sofferenza per un dolore arrecato ad una donna, ma al tempo stesso nei due versi del  finale lascia trapelare tutta la natura di chi è poeta che intuisce la contraddizione ed il dualismo tra ciò che egli vorrebbe essere e ciò che invece lo incatena alla sua indole di scrittore.

 

In cambio del tuo pianto :

 

-quanta disperazione si è data appuntamento e ora/

ti assilla e assedia e ti difende/

la convulsa grammatica del pianto./

 

E’ lì che ti raggiungo, dentro i singhiozzi./

Un pianto di donna che mi chiama a un lampo/

d’immaginazione, a un fervore fecondo.//

 

Quel “lampo d’immaginazione” e “quel fervore fecondo “ sono la condanna del poeta (ma non solo sua) alla disanima continua attorno a sé stesso, sugli altri e sul dolore che causa le lacrime in chi ci ama, ed egli, come le figure che popolano la poesia “le mie amiche sono felici ? “, può concludere:

 

 

Ridono così bene, e non ti negano parole di velluto.

Io non so se le mie amiche sono felici

 

Neppure io  che scrivo lo so.

 

 

Luigi Paraboschi

18.1.2019

Bianca Bi

3 febbraio 2019 by

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gruppo Zaum edizioni

 

Una foglia s’inventa le ali

Questa di Bianca Bi è una raccolta che sintetizza sentimenti e passioni tra percezione e pensiero.
Emergono le pulsioni del corpo, in modo delicato ma al contempo forte, quando gli istinti e i sensi sono ispiratori di versi come questi:

sei una mano alla maniglia tra una parola
e il punto, lo strappo del mare
tra una parola e l’altra

Il tentativo di sublimare è vano se non se ne accolgono i limiti, se non si sperimentano le modalità con cui vengono registrate dalla coscienza:

ho annusato la viscosità dei liquidi,
ho percorso le linee dure del legno
e le curve dolci dei suoi nodi:
piccole fessure sull’anima delle cose

Il linguaggio poetico si fa metafisico, in un’analisi che coglie ogni vagabondare psichico; tale espressione lirica, nei passaggi segreti, (come camminamenti rocciosi di quella stessa umanità che agogna a livelli più alti di comprensione), attraverso l’esperienza del corpo e le sue vicissitudini, diventa la struttura portante di una poesia vera, viva, non contaminata da romanticismi di genere, tuttavia pervasa di atmosfere sospese e rappresentazioni squisitamente femminili. Poesia che immette negli spazi in cui la misteriosità dell’esistenza umana si raccorda alle piccole esperienze quotidiane, e l’attenzione sui dettagli fa scrivere:

una foglia s’inventa le ali
e l’accompagna un sacro silenzio.
ché il sole acceca ma la pioggia,
la pioggia tace […]

(dalla prefazione di Cristina Bove)

 

Riflessioni dell’Autrice:

Cosa significa camminare facendo perpetuamente penultimi passi?
Il penultimo passo è l’affanno. Affanno dell’arte, affanno dell’umano, affanno della parola che è lì lì, è quasi quella parola eppure non è quella. La parola è intrinsecamente un difetto di costruzione, lo è sempre in tutte le forme.
Essa fallisce e fallisce l’umano perché non ammansisce le cose le quali sono “impiccate” e attonite. Scricchiolanti, dense. Le cose scricchiolano perché non riposano mai dentro l’involucro del linguaggio; lo rompono continuamente, la loro volontà è irremovibile.
Ma un penultimo passo è anche una devozione. La devozione a quel vuoto, a quel buco fitto che “pesa” e che è lo stare della corda a concerto finito** , o il suo stare
“spalancatamente a un passo dall’arco”.
Io davvero credo che questo penultimo passo, questo vivere tra le cose, “né a capo né a fine”, questo stare nel mezzo, essere sospesi tra due gesti, sia tutto; “il gerundio impossibile del morire” che è la vita.

**(Herbert)

Tu sei il rumore che si percepisce appena

tu sei il rumore che si percepisce appena
l’odore di luoghi nascosti
il galleggiante alla canna di un pescatore
tremante.
sei una mano alla maniglia tra una parola
e il punto, lo strappo del mare
tra una parola e l’altra,
il buco della terra
che si è aperto alla croce.

tu sei dolcezza dei liquidi,
sinuosa
sei una forma che si dona,
come una disperazione.

Stanza bianca

la quietezza dell’acqua
quando è ferma
oscura ogni voce:
le urla s’accasciano sulla secchezza placida delle foglie.
una stanza bianca attende
spalancatamente
sussultando a ogni accenno di
vento:
entrerà ancora un poco
il passerotto?

Ho toccato quante più cose possibili

ho toccato quante più cose possibili
indugiando sui perimetri dei petali,
sui contorni della carta.
ho sostato pulsando nel tempo del dolore,
ho annusato la viscosità dei liquidi,
ho percorso le linee dure del legno
e le curve dolci dei suoi nodi:
piccole fessure sull’anima delle cose
per leccare e bere
per riconoscere il mondo
di ogni giorno e ogni istante fermo nel presente.
ho tentato di fissare l’esperienza
disegnandola col mio caldo corpo
sulla superficie fredda del biancore
ma ho sentito un battito
e altro non ho saputo scrivere che cuore

raggelando i corpi alle parole,
di neve
uccidendole.

Istantanea

sono ore piegate queste
dai suoni sordi
i fili d’erba chini
al suolo
l’aria d’attesa intrisa
ma senza bramosia
così come il passero
che né vola né sosta dormiente
si lascia bagnare un poco
nel suo passivo stare
senz’ombre, e guarda:
una foglia s’inventa le ali
e l’accompagna un sacro silenzio.
ché il sole acceca ma la pioggia,
la pioggia tace.

A volte i tuoi occhi sono come gli stormi

a volte i tuoi occhi sono come gli stormi,
io non li conosco.
non so dire su quali superfici
si siano appena mossi,
sopra quali altri oggetti andranno
a posarsi dopo avermi percorso
quel poco.
e arriva un’apnea che si finge riposo del vento
il timore di un cielo acquattato sotto un vaso
e mi scordo dei nomi tranne per questi pezzetti
del tempo che chiamo piccoli addii
e le scarpe scomposte buttate
un po’ a caso
sembrano darmi ragione.
infine anch’io ho le sembianze di un vaso
e in agguato un silenzio…

perché dimmi come si fa a respirare,
parlare
stando nel mentre delle cose
– né a capo né a fine –
nel mentre di uno sguardo
in un frangente del precipitare
nel dovunque del cielo.

Bianca Bi nasce nel 1982, vive per 20 anni in Calabria tra mare e campagna.
Si trasferisce a Torino nel 2004, dopo gli studi universitari. (Scienze dell’Educazione).
Fin da giovanissima si interessa alla musica. A 12 anni impara i primi accordi di chitarra.
Sperimenta le arti visive con approcci al disegno e alla fotografia.
Parallelamente cresce la passione per la poesia a cui si dedica più intensamente in concomitanza con particolari snodi esistenziali.

L’attività musicale, iniziata nel 2002, consiste in una serie di brani composti, registrati e arrangiati rigorosamente in casa. Solo dal 2017, pian piano, stanno progressivamente vedendo la luce alcuni di questi. Si sancisce, con la loro uscita, l’importante passaggio da una composizione individualistica e arroccata a un’opera-messaggio che chiami in causa anche l’altro.

Per quanto concerne i futuri progetti musicali è massicciamente presente il desiderio di comporre e dedicare un album al Sud.

 

Danilo Mandolini

27 gennaio 2019 by

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Danilo Mandolini, Anamorfiche, Arcipelago itaca 2018

 

 

Recensione di Anna Maria Curci

Percepire dimensioni e condizioni dentro e fuori di noi, rendere queste percezioni è impresa costretta all’angolo, in un angolo limitato, se essa non abbraccia la pluralità di prospettive.
A questa condanna alla limitazione deformante, a questa proposta di apertura di prospettive fa riferimento, già nel titolo, Anamorfiche di Danilo Mandolini (Arcipelago itaca 2018), raccolta della quale, nel mese di marzo 2018, sono apparsi alcuni testi in anteprima su Poetarum Silva.
Oltre ad essere, dunque, proposta di apertura alla percezione e alla restituzione di diverse sfaccettature, della pur minima differenza di sfumature, Anamorfiche è proposta di apertura al superamento del limite individuale attraverso una ‘sinfonia psichedelica’ che si articola in numerose sezioni, alcune delle quali portano proprio il titolo di «psichedelie».
Dopo un’introduzione, che ha il titolo Altrove e un tono che sarebbe sbrigativo e ottusamente tranquillizzante definire apocalittico, tanto realistica è la descrizione della istupidita acquiescenza con la quale gli individui, tappati in case ammucchiate in un conglomerato urbano che inghiotte, novello Crono, qualsiasi forma di comunità, accolgono l’orrore del disgregarsi, parte la prima sezione di Anamorfiche, intitolata, appunto, Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni e dei silenzi.

… continua su Poetarum Silva

Flavio Natale

21 gennaio 2019 by

flavionatale

Vespe

Vorrei ritirarmi
dentro una siepe
dove le vespe lavorano le case,
dove la luce non è che lucore,
e riposare
in un ordinato simmetrico scambiarsi
di voli,
abbandonare il mondo, di fuori,
al suo ronzio ininterrotto.

 

Moltitudini

Moltitudini
di ritorno dal sale,
da sieste, da creme,
cocomeri, bruciature,
sono stipate
sul treno del rientro, direzione
centro città.
Cappelli tondi lillà,
maglie sgargianti, orpelli,
abbronzature Nivea dipinte
sulle epidermidi.
Ma nel vagone Atac
una ragazza fa luce
tra l’afa che scoppietta e il sudore,
capelli biondi, caschetto.
E’ gialla girasole.
Esce alla terza stazione
e anche un ragazzo,
smilzo, introverso, due porte più in là,
sguardo a terra, fa
un passo alla luce.
Lui è blu anemone.
I loro colori s’abbracciano,
al tornello,
mischiati poi
davanti l’uscita.
Sono scesi entrambi
alla giusta fermata:
verde.
Creme

Ti toccavo le mani,
ossute e contrite, curate
con creme Erbolario,
assetate come un cane
al guinzaglio. Asciutte
e a brandelli, erano
l’arteria del quartiere,
a faglie. I medici a stento
li lasciavi parlare.
Oggi ti sfioro
in uno spacco di mare,
dove il contatto è breve:
sale e granelli.

 

 

Nighthawks

Sul bordo del bancone, al fondo
una palma,
si poggia sottovoce,
tra gli scrosci dei lavapiatti,
un brusio di miscele.
“La corretta razione
per un Martini
è Gin e Vermouth, sei – uno” dice.

Tintinnano i bicchieri di Boemia,
a festa.

Aumenta la notte, si fa molle,
e inghiotte il bar
come un blob.
Resiste una luce. Un falco
afferra il locale,
e lo strappa da terra.
Chiude. M’immergo
ubriaco nel buio.

 

 

Mattatoio mattutino

Mattatoio mattutino
di sterminate teste che aggrappate coi denti
a spranghe nel treno
sembriamo bestie, tintinnanti carcasse
inchiodate a uncini di ferro
dirette al macello.
Il macello attende alla fine del rullo
così come il treno su binari a corsa finita:

e questo tremendo tornello
noi tutti prendiamo per vita.

 

 

Colli

In una notte senza stelle
annegata nel buio, nero,
dove non s’intravede nulla
a un palmo di mano
al di là di qualche pensiero, crespo
e immobile,
io sperimento
la solitudine felice.
La sento
bella
come i colli distesi davanti,
gobbi giganti travestiti truccati
decorati da collane di luci
forse
sono queste le strade sterrate
dove Tu mi conduci.

Un gatto si blocca davanti ai portici
illuminati da fari straziati dall’uso,
e si torce solitario tra angoli
e frammenti di campi.
Questo è il silenzio
che porta con sé
tutte le parole che ho davanti,
questo è il silenzio
che io tengo, chiuso,
solo per me.

 

Canale

Siamo bottiglie buttate sulle sponde
di un canale, rotte,
che guardano attonite
l’acqua che scorre.
Qualcuna si scuote,
e di scatto da immobile
si prova a tuffare:
il risultato è soltanto inquinare
e quasi mai si raggiunge la foce.

 

 

Ponte

A Giorgio Caproni

Le scale di Genova tua, Giorgio,
sono sbeccate, incrinate
da un piccolo spacco
a cui ha seguito uno, e un altro, e uno
ancora, ramoscello fiorito
in ramo, e fronda.
E giù.
Ha fatto somma
di lamiere e tetti,
auto, genti centrifugate
in una gromma
di bitume e carne.
Non si sente per le strade
odore di iodio e sale,
ma puzzo di gas,
la nebbia tutt’acqua sbuffata,
e una nuova nube, farinosa,
da guerra.
Pochi ce l’hanno fatta:
uno ha avvertito la scossa
come un fischio, stridente ferraglia,
un altro, camionista, ha assistito
allo strazio su un palco, un terzo,
portiere in promozione, è spiccato
nell’aria per qualche secondo
per atterrare indenne.
Ma altri no: vivevano a rate
sotto un ponte, globo di cavi
e filacci, che traballa
sulle case, inciampa
e poi cade, come per stanchezza.
Erano tante, anime in vacanza
o bassa manovalanza della città,
quell’umanità che sconta
ogni guerra in prima linea.

Oggi la televisione piangeva,
è già una notizia:
sono sepolti
sotto croci d’asfalto
tutti i tuoi amori in salita.

 

Flavio Natale nasce nel 1992 a Roma. Laureato in Scienze Politiche, attualmente lavora presso una redazione che si occupa di sviluppo sostenibile.

Appassionato da sempre di libri, cinema e del mare che si trova a pochi chilometri da casa, scrive da alcuni anni ed è stato pubblicato in antologie come l’Enciclopedia di Poesia Contemporanea, Premio Mario Luzi (2016) o la raccolta del Festival Poetico Il Federiciano (2016).

Ha scritto un testo per il teatro, “Processo ad Allan Simmons”, messo in scena dalla compagnia Gruppo 18, miglior spettacolo nella Rassegna Exit del Teatro Vascello (2018), premio del pubblico nella Rassegna del Teatro Marconi (2018) e in concorso nella Rassegna inDivenire del Teatro Spazio Diamante (2018).

Si occupa anche di promozione della poesia sul territorio romano con l’associazione #LaPoesiaSalveràIlMondo.

Ricordando Narda Fattori

14 gennaio 2019 by

 

https://giardinodeipoeti.files.wordpress.com/2014/01/scrittori-a-confronto01-12-06-09.jpg?w=201&h=278[…] Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?

continua qui

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2016/10/dispacci.jpg?w=380&h=543&zoom=2

 

Scriveva la Fattori in una precedente raccolta  dal titolo “ la vita agra “, volendo lasciare un “consiglio- avvertimento” alla nipote
se non hai passioni e sogni grandi
  resti all’anagrafe solo un rigo nero “
ed in questo ultimo lavoro, dal titolo significativo DISPACCI, non fa che ribadire il concetto sopra esposto, quello della passione per la scrittura e per la lettura che sembra essere dominante, come scrive in questi versi della poesia Viaggi…

continua qui

 

 

 

 

Maria Pia Quintavalla

7 gennaio 2019 by

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Mater II

Io scrivo china per pulire

Tra il muro di follia, il suo alto
e la disperazione – io scrivo
acquattata in silenzio trascrivo:
Sono scappata forte,

devi tu alla figlia
al suo distacco revocato e fragile
non medicato, il sacrificio
di quelle molte voci urla, e smorfie
le ingiunzioni di stanza in stanza;
come buttata nel liquame,
che qualcuno mi getta compulsivo
e sempre al buio tento
le cose non vedere, e schivo i volti
che mi conoscevano.

Mi parlano dal mito e dal silenzio
una mistica bestemmia
in orizzonti funebri che entrano dal nord.

*

Io scrivo china per pulire
nell’inchiostro di infermità piegate
sui confini
del già veduto (del dicibile)
ma lei me lo riporta
massicciamente invasa, dietro
le costole degli occhi nella gola
come miele suo.
Intanto m’alzo; lei alza la voce
mi descrive il corpo, lo ri significa
cancella, ingombra
inizia da due dita in gola mi sommerge
poi, chiude gli occhi, io
non la riconosco.
( il viso, un gesto epico
in un vomito nascente ).

Dentro l’aria entra la voce
che piange che punisce, dice Va lontano
maledicta, né amata o stupefatta
di male, e di dolore.

Stanca seduta, io disfo il letto,
vivo l’arsura della crudeltà
odo il rintuzzo delle colpe,
colpo su colpo che da lontano
accede, lo trafigge, il sangue più pulito
mentre dice, Io uccido.

La sua voce la mia, una voce che parlava,
è uscita mi allontana
per un gesto violento che mi prende
in giro in sogno fino
alla mia morte,
le strofe della sua follia r e s p i r a n o;
e scrivo di un corpo che si perde
alle sbarre, al commento
che mi chiude in un grido a mezzanotte,
in q u e s t a notte di vomito freddo.

 

 

C’è pena sotto la volta di Milano

Di notte,
la notte aperta fra lenzuola io parlo
a voce alta comprimo,
anzi comprendo sentendomi negare
per ogni via il calvario
di madre crocifissa,
io cerco non vedere l’icona, oppure
vorrei farla vedere e fatta, ma conchiusa
lei va lontano blatera, sposta
ogni suo gesto dove non esisto –
Così entra la mia persona così
troverà spazio e semenza
per il suo futuro
che oscuro se lo punge e bruca,

come il suo dolore.

*

Gemono porte, c’è pena
sotto la volta di Milano, intanto
punge una natura
bistrattata con il suo passato;
la paura non è la mia –
ma femminile e forte l’io che sognava
ieri – soffre di raggelato assenso
al male, oggi –
di queste sue storture fa
di ogni mondo l’anima vorace,
la trasforma, e tace.

 

 

E’ sceso il bianco

E’ sceso il bianco giù in pianura
e un uomo che mi prende a sera,
la sola parlata che conosco:

il giorno evoca il corpo che l’ha generata,
scende verso la porta, poi a t t a c c a,
a tutti mi descrive come morta,
e dice cose su me sulla mia vita
come quelle antiche quasi
fossi un oggetto inanimato
va verso piante nude a dire oro e schifo,
ombra e luce,
tenta dentro di sé tenere strangolata
la carne dolce che l’ha generata;
intanto piovono le luci
a intermittenza da un alone blu, sui vetri
al davanzale.

*

A sera: la sua voce che danneggia,
è lei la lepre ,
con modi che scardinano, che bucano
nel viola; e non serene fa
tutte le mie giornate, le impoverisce
nuove, le violenta
come in un fumetto orribile

Ma c’è qualcosa nella sua balbuzie
A sera, che unisce
la sua voce che ticchetta al telefono,
o sbadata compone
nell’amore serale di un’amica
il diluvio, e tutte le sue pene
nella conversazione, ora lieta ora isterica
ora insoluta,
*com’era già tra noi la relazione.*

Guardo a riva se alcuno
trasporti via da me una lei lieta,
per andare a stornare
di traverso, riaffiorare più vere
le vene del suo mare.

 

Maria Pia Quintavalla, nata a Parma, vive a Milano. Suoi libri: Cantare semplice, Tam Tam‘84, Lettere giovani Campanotto ’90, Il Cantare, Campanotto‘91, Le Moradas, Empiria‘96, Estranea(canzone)Manni 2000, introduzione di A.Zanzotto, Corpus solum, Archivi‘900, 2002, Album feriale Archinto 2005, Selected Poems, Gradiva 2008, N.Y., China, Effige 2010, I Compianti, Effigie 2013, Vitae, La Vita felice 2017, Quinta vez, (Stampa 2009), 2018

 Cura dal 1985 la rassegna e relative antologie, Donne in poesia, e le sue nuove rubriche: Scrivere al buio, (Casa della poesia ), Le Silenziose (Book City 2013, 2015 e 2017 ), Muse, Autori Resurrezioni (Expo cultura).

Il convegno nazionale Bambini in rima/La poesia nella scuola dell’obbligo, Atti su Allfabeta 1988. Premi: Tropea, Cittadella, Alghero Donna, Nosside, Borgomanero, Montano, Città S.Vito, Contini, Metauro, Alda Merini, Pontedilegno, Città di Como. Cinquina al Viareggio.

Tradotta in varie lingue ed antologie.

Collabora con Laboratori di scrittura a Lettere, Università agli studi di Milano.

Buone feste

23 dicembre 2018 by

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Massimo Guidi

20 dicembre 2018 by

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La raccolta di Massimo Guidi colpisce per la sua progressione corale, per un certo accenno di venatura epica nell’incedere, per il ritmo che ricorda un passo marziale, perché trattiene un’eco del passaggio dei padri che fecondarono la terra e consumarono il pane, quegli uomini che spianarono gli scoscendimenti a terrazze e che ancora siedono all’ombra dei muri masticando aglio e pane. Il passaggio di quegli uomini che sempre si sono identificati nel vincolo con la terra e si attardano alla fatica. Dunque un’incursione, ragionata al limite dell’analisi, nella memoria di un territorio, una poesia che scandaglia il formicolio delle vite, racconta di quei volti che si mutano “e s’adeguano all’ocra, / calcinandosi al sole”. […]
(dalla postfazione di Paolo Polvani)

 

BRUMA


Una conca pliocenica –

bramiti si ridestano

di un passato lacustre,

solo le cime restano.

 

TERRAZZA

Il vento si dipana.

Da qui senti che l’acqua

ammorbidisce i dossi.

Un altro grano, poi,

rivestirà le dune.

La stagione lavora.

 

 

APPENDICI
 

Durano colombaie

e ricoveri d’uomini,

perimetri di pietra

isolano gli interni.

In sunti di materia

pertinenze di dune

culminano volumi.

Anche i volti si mutano

e s’adeguano all’ocra,

calcinandosi al sole.

L’intonaco si scrosta,

come altro si consuma.

 

 

CORTILE

Il giorno scalda i sassi.

Qualcuno faticò

a portarli e posarli.

Ora avanzano ai muri.

E così le parole,

che dici ma non sai.

 

 

PAUSA

Le cicale sferragliano.

S’invocano rovesci.

Ma l’inutilità

del non fare è palese

quanto quella del fare.

S’affollano lucertole.

 

 

IN TERZA PERSONA
 

Patisce per le cose

a cui non trova posto,

l’uomo che non s’adatta

e che non s’accontenta.

Guarda l’araucaria

stupendosi di quanto

siano veloci i ragni,

guastandone il lavoro.

 

Massimo Guidi è nato a Figline Valdarno nel 1976.

È laureato in Scienze giuridiche e lavora come consulente in un istituto di credito.

Appassionato di pesca e di libri, anche da collezione, vive in un piccolo paese della campagna fiorentina con la moglie Laura e i loro due bambini.

Nel 2004 ha pubblicato per Aletti Editore la sua prima raccolta di versi, Vulnerabile.

Ha partecipato a vari concorsi letterari per opere inedite classificandosi in alcuni al primo posto.

Negli ultimi anni le sue poesie sono apparse sulle riviste Ilfilorosso, Il Segnale, Orizzonti, Poliscritture, Zeta, Poesia, La Clessidra, La Mosca, L’Immaginazione, Collettivo R.

 

 

 

Silvia Secco

15 dicembre 2018 by

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Lettura di Luigi Paraboschi

 Se le parole che un poeta usa con maggior frequenza sono le spie che ci aiutano a comprenderlo, ciò che in buona parte serve per identificare il nucleo del suo “ sentire “,- visto che  in questa raccolta la Secco usa i sostantivi “ Neve “ “ Pane “ , “Sete e Fame “  con molta frequenza-, non posso non  domandarmi quale sia la parte di sé che essa maggiormente tende a valorizzare, se il corpo o lo spirito, ma propendo a superare la fisicità dei sostantivi elencati per lasciarmi sedurre da un’altra spia del suo essere persona, gli esergo che essa antepone alle varie parti del suo lavoro.

Si sceglie un “esergo” per  fare una introduzione al lavoro che si intende sottoporre al lettore, ed anche per rendere omaggio a qualche autore importante per la nostra formazione, e la nostra autrice  ne evidenzia alcuni  che elenco per aiutare ad inquadrare i vari temi che essa svolge

il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome
e per citarle bisognava indicarle col dito. (Gabriel Garcia Marquez)
Tutto ciò che con ogni amore e afrore di paese
doveva difenderti (Andrea Zanzotto)
della città importanti io mi ricordo Milano (Ivano Fossati)

Se è vero che scriveva Marquez che “ le cose bisogna indicarle col dito “ a me sembra che già dal lavoro precedente “Canti di Cicale “  Secco avesse lasciato capire che il titolo del lavoro attuale fosse già in cantiere quando da allora  indicava al lettore che: Interni al mio ventricolo sinistro/maturano segreti di amarene
e  infatti questi sono i frutti che lei si decide a cogliere ora, quando scrive  del lavoro di cui sto parlando:
io qualche decina di amarene/mi covo nel grembo. Per voi preparo/un pane in dono, minuscolo ed agro.

Ma  aveva anche dichiarato da prima:
All’amore/occorre tacere, come alla neve cadere./Occorre accarezzare, se brucia soffiare. /Placare se serve, lenire.

Le amarene che Silvia ci offre sono talvolta acidule, com’è nella loro natura, e lasciano in bocca un sapore brusco, e quindi il lettore dovrà cercare di addolcirsela girovagando tra i numerosi passaggi morbidi di questo libro.

Il dolore del cuore prorompe dentro la riflessione che essa conduce parlando di  fatti di cronaca recenti, episodi di violenza su bambini e bambine accaduti nel sud del nostro Paese, fatti che hanno turbato le coscienze di tutti per la loro drammatica evoluzione.

E l’urlo di dolore non prorompe ma si tocca con mano perché la poetica di questa autrice è sì tutta giocata con parole che esprimono  fatti e avvenimenti tragici, ma  lo fa sempre con il pudore e la riservatezza che la delicatezza degli argomenti richiede, come in questa  dedicata alla bimba napoletana  di pochi anni, abusata e poi gettata dal terrazzo di casa,  una storia horror raccapricciante.
Leggiamo  questo testo per intero:

le bamboline salgono le scale/dei palazzi con le ginocchia sbucciate,/le ciabattine. Portano nomi come/caramelle. Suonano alle amiche/per giocare sulle terrazze sgombre/delle antenne, a unire i puntini dei nei/nella forma del lupo. Indossano/magliette preferite con le ali /contano i loro anni, fino a sei. Poi /si chiudono la bocca con le mani/gridano la faccia dei padri. Fanno il salto, volano giù otto piani.

Si legga attentamente e con pazienza i versi di questa che segue, si analizzi la delicatezza delle espressioni usate, il pudore dei gesti, la riservatezza nel raccontare i fatti, ma anche la precisione quasi pittorica di quella sofferenza fisica derivante dal dolore per la violenza subita.

Nove anni, piedini nei sandali /e i malleoli uniti, ti dondoli / nel piccolo male d’ossicine. /Nove anni e spingi pianto e groppo /giù, ginocchio contro ginocchio/ giù, più forte un malenorme/ giù dal bruciore dell’occhio/giù nel cavo della pancia che è un tondo/ liquido mondo bambino. /Nove anni e stringi che non si spanda/- sopra il cesto del bucato dove siedi /nemmeno tocchi terra con i piedi -/Fingi di farfalle nelle ragnatele /e mani senza dolo da tenere /magari solo per attraversare.

Come non avvertire tutto il dolore che c’è in quel “ malenorme” nel cavo della pancia, come non vedere quello stringersi delle gambe affinché quel dolore non fuoriesca dal corpo, come non rendere concreto sotto i nostri occhi il disagio di quel muovere i piedi che non arrivano a terra ?

Le bamboline salgono le scale /dei palazzi con le ginocchia sbucciate, / le ciabattine. Portano nomi come /caramelle. Suonano alle amiche /per giocare sulle terrazze sgombre /delle antenne, a unire i puntini dei nei /nella forma del lupo. Indossano /magliette preferite con le ali /contano i loro anni, fino a sei. Poi /si chiudono la bocca con le mani /gridano la faccia dei padri. Fanno il salto, volano giù otto piani. 

Le possiamo vedere queste “ bamboline “ con le loro magliette da pochi soldi, le ciabattine strascicate ai piedi e la drammaticità dei versi finali ci fa comprendere meglio il significato dell’esergo ricavato da Zanzotto: Tutto ciò che con ogni amore e afrore di paese /doveva difenderti .

Non c’è protezione né salvezza neppure gli odori di casa, niente difende il cavo della pancia di quelle bimbe, nulla le protegge dai lupi che si aggirano attorno al cesto del bucato sul quale siedono dondolando i piedini.

Ma teniamo presente anche la “neve” che, come ho ricordato all’inizio, è una costante frequente nel versi della Secco, e non occorre possedere troppi studi di psicologia per intuire che  vuole rappresentare uno slancio inconscio verso una serenità ed una pulizia interiore della quale l’autrice sente la necessità, come in questi

Insegnami il coraggio dei papaveri/ai margini di strada, l’ilarità/di certe spighe, a spasso con le folate./Fammi capace di gentilezza/- l’erba sul piede nudo, l’attitudine del sasso/a tacere le erosioni, la pazienza che hanno i pesci/coi costumi dei bagnanti – dammi la fede del frutto/che maturerà come ne ha la neve, in altitudine/a maggio inoltrato.

Questi versi sono una invocazione quasi trascendente ( la trascendenza non appare mai troppo evidente in questa raccolta, ma la si sente, la si tocca anche se non è nominata ),si avverte un bisogno di “ gentilezza “, la necessità di essere spontanea come i papaveri sul ciglio dei fossi, la rassegnazione del sasso che ignora le erosioni del tempo e delle intemperie, e la fede nei risultati che verranno.

 Ancora  la poesia

Impareremo dalle cime la vertigine,/la libertà dal gatto di morire solo. Avremo pietà/- come la terra per il fieno, all’ora della falce -/un biancoridere di scogli davanti al mare./Impareremo a eliminare dalla calce, dalla brace/a trattenere. Avremo sete e avremo fame:/la sete di chiarore della rosa/l’urgenza degli uccelli di cantare./Avremo comprensione nelle mani,/la stessa fame d’ossa degli anni, dei cani.// 

e sottolineo questo bisogno di “ trascendente “ che sarà finalmente soddisfatto un giorno quando avremo imparato dalle cime la vertigine, quando la nostra fame di ossa che hanno i cani sarà saziata, per evidenziare meglio come in Secco vi sia un  tormento  esistenziale così ben espresso da questo esergo di apertura al libro:

 “Tu sentissi come come mi urla il cuore questa litania. /Mi urla come un bambino “.

Ma quando avremo imparato la libertà del gatto di morire solo “ allora sapremo farci concavi per diventare capaci di raccogliere il dolore

…Essere pozzanghere, per similitudine /di condivise profondità, voragini e spaccature/ loro, come le persone. /A raccogliere gocce fuse alle gocce noi /ci diciamo luogo, raduno di piccole cose cadute.

……………. perché scrive più avanti   il nostro destino è  che “ Mai saremo promesse alla quiete “.
Eppure un luogo esiste sembra dire l’autrice per raggiungere quella quiete desiderata, occorre ricercarlo anche :

……….. Dentro la città, dentro le righe/fra le lastre delle pavimentazioni,/ci fioriscono le mani, e sono fili/d’erba nuovi e sono vivi: quadrifogli/che si fanno avvicinare/……….…..ci rassomigliano per illusione…..

L’illusione scompare dentro la scoperta della personale “ pavimentazione “ , quella interiore che è capace di non farsi soffocare e lascia crescere così quadrifogli, anzi genera quei filari di rose che i contadini fanno sbocciare agli inizi di ogni filare di viti, ed è la scoperta di possedere radici ciò che dà all’autrice di “ appartenere ad una patria “ 

Vien vardàre, mi hai detto. Il filare/finisce sul fiore, ognuna delle tue/rose è sana. E nel minuscolo tondo/del chicco/ancora non succo né acino/e nel ventaglio della foglia e nello/slargo del palmo della tua mano/e ovunque fra il passo e l’erba, io mi fiuto/un buono di pelle che è il nostro odore/e dove mi trovo, figlia. Appartengo/a una patria.

Quell’espressione dialettale con cadenza veneta che appare all’inizio è un invito che qualcuna di famiglia, la madre presumibilmente,  le rivolge quasi come  incoraggiamento a soffermare lo sguardo sul tondo di quel chicco d’uva che sta crescendo,- nuova vita-, e la induce a scoprire quell’odore di buona pelle che è la certificazione di origine, l’identificazione con qualcuno che fa parte di noi, è il coronamento di quell’espressione trovata poc’anzi che diceva:

………dammi la fede del frutto/che maturerà come ne ha la neve, in altitudine/a maggio inoltrato.

 e anche di quest’altro verso che  dice parlando delle pozzanghere   :……….Concedere ai bambini di entrarci, di saltare/nudi, con la felicità dei loro gridi.

Una volta trovate la radici delle rose del vigneto, è facile ritrovare anche quelle del proprio destino di donne legate alla stessa pelle, allo stesso colore del suo tessuto, alle stesse linee del destino, come leggiamo:

 Senti come fa rumore, una foglia/sulla strada sopra il letto delle foglie/sopra l’anulare/- l’oro della fede/che dopo appartiene a mia madre -/Senti com’è uguale anche la grana della pelle/a ripensarla, e uguale è il colore/di sua madre, di mia madre e di me/mano a mano, con gli anni che disegnano/le linee, questo destino che ci scrive/una separazione.

La parte più amara di questa raccolta è l’ultima, quella che si fa precedere da quell’esergo iniziale:

Bocca sulla bocca ti ho mentito/l’inutilità di questa frode
Prima, nel lungo tempo anteriore, non ho fatto/ che levare -una lettera alla volta del tuo nome/ quando lo chiamavo, ed era già in tutte le parole/ nelle canzoni di Fossati della bocca e del vapore/ vasto, come un città -Milano, io mi ricordo: lascivo la casa allora, disadorna e  feroce/ e bianca di latte e coperta di lenzuoli, come accade/ dopo la lotta e la rivoluzione/. Ma tu mi hai scritto che saresti arrivato alle otto./ Hai scritto alle otto, arrivare. Hai scritto/- immaginata mia primavera- arrivare:/ mia nuovo curva lunare, virgola d’esplicitazione,/ stato di quiete mio. Arrivare//

Secco esce con queste ultime poesie dalla dimensione del dolore particolare ed assume veste di persona che si interroga sul proprio destino, ma anche su quello di coloro che verranno, si domanda  che ne sarà degli anni:

Quanto, quanto avremo/ perduti i prati che non torneranno, non i prati/. Non rimarrà prato alcuno/ Non più gemmeranno i tralci, si seccheranno/ e germi nelle cavità dei legni li marciranno/ e nessuno, né rami né foglie, neppure gli acini/ ripareranno dalla crudeltà del bianco:/ gemere vuoto di luogo disabitato, abbaglio di bianco/ sul bianco del muro

Decisamente l’andamento di questo lavoro della Secco è ineccepibile come svolgimento;  ci prende per mano, l’appoggia al suo grembo a ci lascia togliere i frutti amari che esso raccoglie; parte dal dolore che trasuda da ogni poro del nostro vivere, passando attraverso la sofferenza del proprio vissuto privato

A noi dicono, invece, ce ne sarà per degli anni./Che ci faremo anziani, e alla cura non basterà la neve. /Ma allora come faranno i figli. Come le madri ,/ il bestiame, il torrente o la piena, le vigne /e il grano, oppure il piano a sopportare /nostalgie di tre sillabe – alcun orizzonte, /trincee in luogo di alture, cicatrici incapaci/a guarire – e noi incapaci, a spaesaggire.

E quella crasi “ spaesaggire “ ci fa  approdare  a una conclusione avvilente, disillusa e sconfortante servendosi di un linguaggio anticonvenzionale, privo di retorica, scarnificato all’eccesso, sfrondato da ogni tentazione sentimentale anche nella parte del proprio privato affettivo, ma temo che queste amarene non saranno le ultime che dovremo aspettarci di questa giovane autrice già al terzo libro di poesie.