Vito Panico

31 maggio 2016 by

foto

 

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Feisbuc

La tua foto su Facebook rimane.
Non ti vedo che digitalizzata in un ritratto del 20 Gennaio
i tuoi grandi occhi sono pixel sfuocati,
iride a bassa defnizione,
la copertina che ti protegge una montagna soleggiata.
Quo es?
Scorgo i tuoi sorrisi nei mi piace che dai agli amici
basta poggiarci la freccia del mouse
e so a cosa hai dedicato un click,
rubo due dei tuoi pensieri,
so per cosa ti sei digitalmente entusiasmata oggi.
Ma prima ci devo trovare il tuo nome
tra quei pollici all’insù.
Chissà di chi sei amica ora,
chissà se anche tu mi cerchi nel linguaggio HTML.
L’amicizia l’hai tolta prima cosa,
ma non potevi strapparti la faccia da dentro il mio hard disk?
Sono stato io a cancellarti,
eppure eccomi, a sniffare le tue tracce online,
a incupirmi di notte per sogni odorosi di vaniglia.
Dimmi, come si fa a rimanere amanti?
Ti prego, messaggiami, sai che non ho whatsapp,
messaggiami tradizionalmente,
almeno frizionami con un cinguettio di un paio di battute!
Avrei dovuto mettere ‘impegnato’ sin da subito,
credere al profumo reale dei tuoi capelli.
Avrei voluto essere concreto
cemento concreto
farti ridere
farti da mangiare
mangiare risate insieme.
So che ti piacciono gli edifici eco-sostenibili,
so che vorresti più soldi per i ricercatori,
che hai trascorso il weekend in montagna, due mesi fa,
giacché non ho accesso a nuove foto.
So che hai stretto contatti, stretto contatti,
come se si fa con una mano o una guancia.

Cosa hai sognato stanotte,
hai dormito il sonno dei bambini
o quello rarefatto dei grandi?
Hai bevuto solo grappa trentina negli ultimi ventotto giorni?
Scendendo dall’autobus ai piedi di quelle montagne,
hai avuto pensieri vuoti o pieni?
Hai visto fatti illuminati o foschie nei volti?
La strada era dritta o corta?
La spesa pesava più della giornata?
Soprattutto, a chi hai concesso sorrisi in carne ed ossa,
a chi hai stretto mani,
per chi si è assottigliata la tua voce?
Sei tornata indietro?
Agli amori di anni fa?
Lo hai fatto con un messaggio di testo?
Ironico o impiegatizio?
Conoscendoti so che sorriderai quasi sempre.
Queste strade attendono il tuo ritorno.
Lecce e il territorio sono a disposizione.
Ho la sensazione che queste parole non servano,
come l’acqua calda in Agosto,
non le leggerai- o forse si😉 – perché è meglio sorridere.
Oppure, più semplicemente,
potrei uscire, inalare la terra,
puntare il mandorlo giù in fondo e correre, correre.
Nei campi ci sono molti sassi oggi, vorrei evitarli,
rimanere alto sui muretti,
tra gli oleandri e i noci,
vorrei che tu vedessi lo stesso mio verde.

Oggi il cielo mi ricorda Amsterdam
nei cui ufci eri diventata mia moglie.
Questa stasi mi sta uccidendo, come fai tu?
Vorrei essere un ingegnere, vorrei vivere a Kinshasa.
Partorire.

Abbiamo quarantuno amici in comune
e nessuno di questi siamo noi due.
Profumo d’abete,
Io vedo,
ovunque tu sia.

N.B.
Gli amori che ho fallito
sono bandiere di una geografa sentimentale
con passaporti stranieri, accenti, pelli e ossa
di spessore.
Per occhi hanno nocciole,
capelli d’angelo, parrucche di iuta.
In comune hanno il sapore d’occasione mancata.
Gli amori li fallisco dopo un anno
mi squalificano per ritiro
a volte non mi presento e perdo a tavolino
vi sono svariati inviti a riprendere il gioco
ma alla fine le parti cedono per sfinimento.
Colleziono amori falliti dall’età della placenta.

                              

Mia zia e dintorni

Un lungo tornante sulla schiena
cammina
nel freddo della sua caverna
tra le foto dei suoi cari guardiani di castità,
nei giorni festivi come in quelli feriali.
L’agenda prevede cimitero martedì,
legumi il lunedì, messa la sera, orto di mattina,
panni sporchi a volontà.
Ai compleanni regala zucchero e caffè qualità oro.

È sera e secolari ceppi d’ulivo
la tengono calda se a parlare
è il vapore dei tempi trascorsi a infilare tabacco,
nuvole di memoria messe a seccare
sui telai,
eco dei figli mai stati.

Per fortuna c’è la pensione di alcune centinaia,
– dico euro non lire –
che la spending review ha voluto decurtare
e ho provato a spiegarle che anche lei doveva contribuire
e che era tutta una questione di spread
ma credo d’aver parlato invano.
Lo spread, il vino rosso, il toscanello.

Afferma d’essere stata bella,
-non lo diresti oggi-
ma, avendo perso l’attimo giusto,
intorno ai ventidue rimase singol e felice.
Oggi, insieme alle sue ossa,
custodisce il letto nuziale dei suoi padri
come un rapper custodisce le sue collane d’oro
o la nozione di una natica ritmata.

Fu lei a iniziarci al nascondino,
pane e pomodoro permettendo,
e dove ti nascondevi?
nelle corti, sulle terrazze,
nei vicoli bui odoranti di legna umida,
ma più spesso nei pensieri offesi delle persone
in quelli mai formati, nella pubertà,
dove nessuno poteva trovarti
ché non osava guardare,
ché piuttosto avrebbe contato all’infinito.

                                

Notte bianca

La furia della tv
oltre la porta sprangata
ti smette d’esistere
io di saperti mia.

Nel suono ucciso dal legno,
sancita la nuova assenza,
negli oleandri testimoni
sboccia l’ultima grazia.

Non so se è sole o luna
le tue mani o le mie
il vento dalla brezza
se le vie sterrate
o le mansuete asperità
delle serre.
In questa notte bianca
o le parole o la sordità.

 

Affittasi

Un millepiedi risale i vicoli di terra cotta
lento contro una morte facile.
Nell’orbita della ginestra
sui fori gialli
reduci da feste tempestose
api.

Ci sono sempre variazioni di blu e verde nel mare di fronte
La casa lo sa e rimane placida,
tra poco tutto passerà di mano.

                               

Madre

Mia madre è una lunga passeggiata piana
che evita gli scogli di mare
e s’insinua nelle fessure muschiose dei muretti a secco.
Spine di rosa dalla bocca
rilasciano un denso polline
di melanzana e fnocchi
che scoraggia il rancore.

Sfortuna l’attanaglia come zanzara d’Equatore
e il prurito l’abbatte
ma non si vedono bolle sulla sua pelle,
solo gocce di succo d’oliva.
Mia madre cammina per lunghi decenni
e non si ferma mai,
è il suo modo di grattarsi.

                          

He-Man

Inginocchiato sul tappeto
nelle mani giunte porto monete preziose,
basteranno per He-Man?
Scuote il capo spingendomi ancora una volta
verso la fessura d’oro del salvadanaio.

Insopportabili guaiti fuoriescono
se con la lama sfilo
il rame dall’intestino del porcellino.
E giù sei pezzi da cinquecento lire
nel mio palmo concavo.
He-Man s’avvicina.
Ora pendono mille lire dal suino di creta
sventrato, Lui-Uomo, conio e muscolo,
e le mani di nuovo giunte chiedono
‘Basteranno?’

Una notte torna a casa con He-Man in tasca,
posa le chiavi sulla credenza
e sfila il cappotto con un coltello,
poi cade sulla poltrona esausto.
Mai lavorerò in una banca,
sfilare denaro ai porcellini
è ciò che farò.

                             

Ante Facebook

A Santorini Javier mi nominò suo Sancho Panza,
insieme battemmo vulcani al gioco dei fuochi
e bevemmo l’acqua rossa delle spiagge sulfuree.

Non più vergini, le sue dame uruguaiane
mi sorrisero sempre, di notte, a pranzo,
in cima ai tramonti di Oìa
e nelle loro bocche era l’Occidente annegato dall’Egeo.

Dopo Cnosso si fece tutti ritorno ai palazzi
ma non prima di bere l’ultimo mate insieme
che fu concesso a me di preparare.

Per milioni di minuti avevo ignorato
cosa ne poteva essere stato di lui,
fnché, l’altro ieri,
Dio sia ringraziato!
non ci sono diventato amico su Facebook.

 

tratte da “Chiamata a carico”

 

Vito Panico dice di sé:

‘Chiamata a carico’, Ed. Esperidi, Dicembre 2014,  è la mia prima raccolta; ha vinto il terzo premio al Premio Internazionale ‘Alda Merini’ di Brunate 2015. Alcune poesie della raccolta sono state finaliste in altri concorsi.

Tra il 2004 e il 2012 ho vissuto in Irlanda e Inghilterra.

Da due anni insegno inglese a Latina e da alcuni mesi curo la rubrica ‘Tre pregi e un difetto’ per la rivista di poesia online Versante Ripido.

Tra i miei interessi il teatro e i racconti brevi.

Anna Maria Curci

24 maggio 2016 by

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Haiku del guado

I
Nuovi programmi:
apprendo la tristezza
non opzionale.

II
Dissoda il campo,
pazienza. Scalpitare
non ti appartiene.

III
Ripudia sempre
quella vocale bianca
falsa e sguaiata.

IV
Questa paura
che brandisce il futuro
come arma impropria.

V
Ora mi avvedo:
mai mi hai chiamato “amore”.
Questo mi è caro.

VI
La carta straccia,
già riposta in un canto,
è testimone.

VII
Ma di nascosto
nelle mie albe incontro
versi vaganti.

VIII
Ritrarsi appena
spencolarsi nel vuoto.
Tempo-reggiamo.

IX
Ogni passaggio
rimodella il ghiaietto
laggiù sul greto.

X
Punching-ball sei,
disincanto pungente,
ragione alleni.

XI
Mi aspetti adorna,
tu lingua, mia dimora,
castello in aria.

XII
A passar l’alba
con chi non si perdona
s’accresce il fiato.

XIII
Sapessi l’ora,
per tempo canterei.
Ma non è dato.

XIV
Fu così accorta
da finger distrazione
la sentinella.

XV
Senza parere,
ci fermerà qualcosa
di familiare.

XVI
Canto smarrito
saluta lo strapiombo
come un approdo.

XVII
Terra straniera
dimora universale
presso ogni sponda.

XVIII
Canto corale
tecnica d’esistenza.
Impara, studia.

XIX
Emarginato,
manifesta il desueto
luce caparbia.

XX
Mi fa approdare
l’impazienza del cuore
al disappunto.

Anna Maria Curci
(30 giugno 2015- 7 maggio 2016)

                           

altro di Anna Maria
qui

Lucia Tosi

18 maggio 2016 by

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(… penso che se fossi una sana
stupida signora perbene mai ti avrei
ri-conosciuta
si riconoscono i propri simili
quelli che dio natura o chi altro mai
ha fatti
di-versi.)

                                                    

                      

versi sciatti e indigeribili

#47
e non pensavo
giuro non pensavo
quando pure t’amavo
con tutto il trasporto
che la natura mette
alle madri in corpo
che tu saresti diventata
il centro di tutto
senza fronzoli e orpelli
senza cornelia
che mostra i suoi gioielli.
vorrei tornare indietro
per ritoccare il quadro
casomai abbia mancato
di un sorriso o dell’ascolto
che niente t’abbia a turbare
che nel ricordo di me tu possa
ridere riflettere ricordare
una donna che un destino
– per tante specie assassino –
t’ha messo accanto
– per una volta gentiluomo –

 

#46
una cosa spero:
di non aver detto mai
e mai aver scritto
niente di “ispirato”
niente di poeticamente
poetico.
spero di aver scritto
spero di aver detto
cose normali
niente di volatile
e sfumato poeticamente
polisemico.
spero ancora
di essere stata
al mondo per rompere
per strappare
per mettere dita
negli occhi
per accecare
per alzare la testa
e tirare su col naso.
per imparare a stare
sola e fare finta di niente.

                            

#45
ci sono cose che non faccio più
e altre di cui non voglio più parlare
ho usato tutte le parole tutti i segni
ho cercato e creduto in quello che cercavo
trovato in parte in parte era un abbaglio
tutta la vita un sogno
dal sogno al sonno
e non faremo, non parleremo più

                       

#44
la mia è vita
che si sottrae
che si ritira
e in questo
non starci
– che mai
avrei pensato –
ho trovato
un senso
– penso –
uno dei tanti
– niente di che –
una specie
di pertugio
di anfratto
da cui spiare
l’infinito

altri versi sciatti e indigeribili

 

 

 

10/04/2016 
la domenica è in questo guardare
è nel perdere tempo
nella gioia sottile
del vuoto delle ore
è il fuori dai vetri
che mi sfugge ogni giorno
la terra smossa nei vasi di fiori
spiarne curiosa la crescita stenta
non cala il tenore del mio stare
al mondo che continua a girare
sono solo più attenta
alle cose da niente
che quelle importanti mi azzanneranno
comunque e dovunque
tutto il tempo dell’anno

altra  “poesia si fa per dire 

                      

tanka d’aprile
il relativo
in cui impari a vivere
t’insegna tutto
a goderti il giorno
a immaginar la notte
                     

Altri tanka

 

02/01/2016 
La Crusca nella tazza mi sobilla
perch’io diffonda quest’endecasillabo:
– Così ti metti l’anima in pace:
“Non ti curar di lor, ma guarda, e taci” –

                                   
Altri “endecasillabi rimasti” 
                                      

e se volete immergervi nell’intelligenza, nello spirito, nella poesia… fatelo qui

Francesca Del Moro

13 maggio 2016 by

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XXII

Eccole le camicie bianche
giovani rampanti twitteggianti
bicoz ol de uorld lav Itali iu nou
ui ev de rinascimento en de pizza
bat ostriche a cena coi potenti
e poi risate e parole strafottenti
verso la gigantesca e ondosa
massa indistinta degli schiavi
cornuti mazziati e contenti.

 

 

XXV

Ce l’hai fatta per fortuna
ad augurargli la buona notte,
gli hai rimboccato le coperte
e poi hai spento la luce.
“Per te sarà tutto diverso”
gli hai sussurrato prima di andare
come diceva sempre tuo padre.

               

                             

XXX

Al concerto
uno si è messo nudo,
così, per fare il figo.
La gente lo guardava storto,
poi è arrivata la polizia
ma quello stronzo
non si rivestiva.
Anzi rideva
e li prendeva per il culo,
con quell’uccello
penzoloni all’aria.
Ma ecco che i tutori della legge
lo sbattono per terra
e con un paio di scariche elettriche
lo fanno smettere di ridere.
La scena tu non la vedevi bene
su Repubblica Tv perché ti distraeva
il tondino sempre in movimento
che copriva le vergogne del signore.
Ma ancor più ti divertiva
e ti faceva troppo ridere
lo spot della crema rassodante
con cui il video di denuncia
iniziava e finiva.

                                 


LXXXI

LXXXI

È sera
spegnete tutto, tirate
un sospiro di sollievo,
prendete le vostre cose,
date un rapido pensiero
al cielo che si rompe
e arrossa dietro il vetro.
                   

                                       

XC

Il bianco ha già invaso
tutti gli occhi e tu vedi
solo cose ormai vecchie
come le stelle spente.
Non vi scontrate, ché i passi
sono gli stessi di sempre.

  

Francesca Del Moro è scrittrice, traduttrice, editor, performer e organizzatrice di eventi legati alla poesia. È nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. È laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza dellaTraduzione. Ha pubblicato le raccolte di poesia Fuori Tempo (Giraldi, 2005), Non a sua immagine (Giraldi, 2007), Quella che resta (Giraldi, 2008), Gabbiani Ipotetici (Cicorivolta, 2013) e Le conseguenze della musica (Cicorivolta, 2014). Nel 2014 LaRecherche.it in collaborazione con la rubrica Poesia Condivisa nel portale Poesia 2.0 le ha dedicato l’e-book antologico Interni, notte. Ha curato e tradotto numerosi volumi di saggistica e narrativa ed è autrice di una traduzione isometrica delle Fleurs du Mal di Baudelaire, pubblicata da Le Cáriti nel 2010. Ha contribuito come poeta, traduttrice e performer ai cataloghi, alle opere di videoarte e alle performance di presentazione delle mostre collettive di arte contemporanea Scorporo (2011), Into the Darkness (2012) e Look at Me! (2013), tutte curate da A. M. Soldini. Propone performance di musica e poesia insieme alle Memorie dal SottoSuono, con cui ha inciso due brani inclusi nelle compilation Leitmotiv 13 (2013) e Leitmotiv 14 (2014), prodotte da Fuzz Studio, e ha partecipato alla realizzazione del primo album omonimo, uscito nel marzo del 2016. Nel 2013 ha pubblicato la biografia della rock band Placebo La rosa e la corda. Placebo 20 Years, edita da Sound and Vision. Dal 2007 organizza eventi in collaborazione con varie realtà bolognesi e fa parte del comitato organizzativo del festival multidisciplinare Bologna in Lettere. Cura la rubrica “Poemata.Versi Contemporanei” per la rivista ILLUSTRATI edita da Logos.

Elia Belculfinè

7 maggio 2016 by
                             
                                   
Serial Killer
                      
                              
un uomo mi ha spogliato e mi ha
cavato gli occhi
sono preoccupato perché ora saprà che erano gli occhi
di un altro… uno dei paia che tengo nel comodino
per non sciupare i miei.
sono una specie di maniaco.
un uomo mi ha rubato un paio di occhi
al caffè grande sull’appia
domenica 6 marzo 2016 ore 23 43
un giorno strappato a una pentatonica in la. Il tizio
un pederasta di certo dal modo in cui tiene il microfono
buon padre di famiglia, magari allergico ai semi di
girasole_
ci fa giocare al karaoke mentre sfilano le nuvole
là fuori sopra ai campi dei peschi
come su una passerella_
là fuori, una volta ci sono stato_ tu puoi dire lo stesso?
come farò senza i miei occhi?
mi toccherà andare là fuori di nuovo!
e stasera ho voglia soltanto di essere qui, qui dentro, con la pancia
piena e le orecchie sintonizzate sulla fine del mondo.
30 mila persone cantano i giardini di marzo
di lucio battisti
ora in questa stanza bianca lunga 20 kilometri e altri 20 di distanza
dal mediterraneo_
e un ragazzo in carrozzina chiede a me_ ma non
sa che lo chiede a me_
Il senso di una vita avventata_
non so risponderti_ ma mi piacciono
i tuoi occhi_ ti va di fumare una sigaretta
con me – lì – fuori?
*
31mila persone che cantano
e alla fine anche io canto_ continuai a camminare
lasciandoti attrice di ieri _al nord, lì da dove vengo, si portano colori
vivi.__e un angelo si bagna le labbra
nella sambuca_
e la sedia di vimini cigola_ ho messo su peso_
e le persone continuano a cantare, 30.00o di loro qui dentro_
identici uguali a me e a te.
non ho mai visto un luogo più deserto sulla terra
…ho abitato in caserme… terzi piani… camposanti…
chiuso in questo margine di buio strillante_
brillante. un brillante strillante_
Altro qui

Giovanni Catalano

2 maggio 2016 by

.

Notizia

Oggi si muore di tutto.

Non toccarti gli occhi.
Siamo per metà di qua,
metà di là.

Non ci sono numeri,
senti negli occhi la febbre.
Fai conto che io lo scriva
e poi chiuda la busta.

A quanto si legge
ti addormenti in un giorno,
ti svegli in un altro.

Ogni giorno si muore
di qualcosa.

:

altro qui

:

Romeo Raja

27 aprile 2016 by

.

Piogge sparse e possibilità di neve al nord.

 

Tre parole, dite tre parole nuove

a questa gente del cazzo che ne conosce venti

venti con il resto

e dentro tutto quanto, raccontato

con solo venti squallide parole

logore e sbiadite  come queste facce

che guardi  senza capire

se ridono se piangono

se mentono o se bevono.

Tre parole e poi ancora tre per levarsi di torno

le robe le cose i così e le rose

d’estate le more

d’inverno la neve non vado a votare

e colpa dei negri la puttana fa male

“ buon Natale ”

 

( tre parole nuove )

 

– che tempaccio!

– s’immagini terra, e poi di avere sete.

.

altro qui

.

Cristina Annino

21 aprile 2016 by

due poesie tratte da “Casa d’Aquila” del 2008

 

 

Warhol

Un bello spunto, seduto a toccarmi le
ciglia. Viene: liscio, terreno, tetro,
dispari, solitario, bianconero
come le zebre fumanti anch’esse la terra
ondosa. E io piano
scrivo, sottozero, tono, sotto
silenzio. Non nel
senso della memoria; andarci a quel
paese ci vado, più giù dell’organismo.
Vedo
com’erano i reni prima
di aspirare in quel modo; adesso chi
sta orinando in me? Chi cala i
pantaloni all’altezza dei piedi? Chi mi
visita e gorgheggia dentro? Pontifica sui
fatti di lei, la camicia e gli amori.
Che
venne qui, al buio più d’una ladra; si vedevano
appena i capelli come creste di cavalloni e
pareva un ritratto di Andy. Solo
vento acido e zebre. Bella
storia; così
sia! Dall’alluce
al viso, m’elettrizza un tormento serio e mi
cavo lo sfizio nei
pantaloni. Ma senza un briciolo di memoria.

 

 

 

Guardi l’acqua

Guardi l’acqua uscire dal
rubinetto, ch’attira i tuoi gatti. Saltano
dalla riva del deserto bevendo. Ecco,
bastano due minuti o tre d’un certo
capire fondo, per indici d’ascolto, per
gravità, per i tuoi
fratellini siamesi che ami. Per peso,
movimento sonoro; si sono loro
infischiati almeno di mezzo mondo.
Allora segui
la cavità d’un pensiero, rotolaci
dentro: quant’è alta la
gabbia? Il terreno, narici, umido,
sabbia; l’aria va di
traverso, trasmettilo in tecnica
pura. Poi avanza!

Nina Esposito

14 aprile 2016 by

nina esposito

L’azzurro al di là del vetro (Olio su tela 80×80 di Nina Esposito)

 

 

“in fondo la Vita altro non è
che un giro di giostra
al suono di un’orchestra …

E la poesia di Nina Esposito è un canto circolare, una spirale che si arricchisce di echi ad ogni giro e sempre più si dilata.
Per versi che rispecchiano il passato nel presente, in un percorso di metafore efficaci, un raccontarsi nella realtà vissuta con lo sguardo attento a tutto ciò che viene attraversato: che sia dolore, amore, tenerezza, è la scrittura di un’artista che riesce a dipingere giochi di luci prismatiche perfino con le parole. Nella polisemia che le anima, si riscontrano tratti di un pensiero universale, pure se risaltante al femminile con tutte le ansie e le paure che scandiscono l’esistenza di ogni donna, portatrice di una realtà misteriosa e affascinante.
Il suo poetare sa attingere sia dalla quotidianità che dalle stelle.

Un aspetto saliente è la mescolanza d’intuito e riflessione, ri-versi che assolvono le défaillances umane per collocarle nella bellezza più ampia dell’arte e della poesia.
Nina Esposito scrive di sé con verità delicata, anche quando si riferisce a sofferenze e angosce esistenziali, offrendo al lettore immagini di un prato d’erba e fiori in cui sdraiarsi per riposare un attimo, per riprendere il fiato allo scandire dei suoi versi leggeri.
Lo spirito aleggia su ogni immagine, si libra al di sopra della natura da lei sapientemente evocata, indugia tra le righe in una sorta di innocenza che attrae.

Verranno certamente i temporali, ci saranno tempeste da affrontare, ma il suo messaggio è un inno alla vita, un invito a dialogare tra psiche e cuore, rendendoci partecipi della sua personale visione del mondo, suggerendoci la possibilità di nuove emozioni.

cb

 

 

[al suono d’una orchestra]
… rondine inquieta mi levo in volo
tra sculture di vento e mare
ulivi antichi e pini secolari
col ghigno delle streghe dietro le spalle
come fiato sul collo del mattino
Muore piano ogni attimo nell’altro
che più non ne serba memoria e tra le foglie
rimbalza l’eco di voli
affannati e senza storie, briciole
travolte da sospiri
inghiotte l’onda lacrime perdute
tra i merletti bianchi della spuma
s’adagiano nel corallo dell’aurora
silenzi sfatti partoriti con acque di dolore
luci di volo e fiori di sogno
smaltati di cielo azzurrosplendente
raccolgo in un cesto senza tempo rattoppato
di nuvole e veli d’anima
danzando fino a sera in gara coi gabbiani stanchi
è un gioco antico e nuovo
che s’adatta all’ora e ammicca
fa girare un po’ la testa …

in fondo la Vita altro non è
che un giro di giostra
al suono di un’orchestra …

                            

                                 

[viva]
…. eppure sono viva

viva di quest’aria che racconta di narcisi
di pugni di terra fertile sciupata
che si confonde all’acqua per gridare
selvaggiamente all’onda sulla riva
il salso suo respiro

a piedi nudi cerco di scansare
fogli di Vita e numeri di cera
calendari sepolti nei cassetti
pallide margherite ormai ingiallite
dai petali sottili e incapaci [di parlare]

ho voglia d’abbracciare la corteccia
dei vecchi ulivi che scalavo
stringermi agli scogli_annusarne il colore
mi basterebbe una lucciola, una sola
per provare l’ebbrezza del già stato

nei prati ancora cerco voci del passato
sorrisi sospesi dentro un vento
che piega in due il frumento
conservo geloso nella mente quel profumo
d’alloro e di castagno delle mie vecchie sere …

                                          

                                                          

[sorgenti]
… quale acqua hai cercato tra le tante inutili sorgenti
piccoli frammenti d’un nulla che non serve
quando colma è la sete nel corso deviato delle cose
e l’ombra chiede il prezzo del sole
cascate sospese tra rocce di cristallo
stillano sottili piogge d’argento, gocce
vestite dei silenzi della luce che scendono
tra quei nasturzi fioriti su muri di pietre e rose
che ancor per poco hanno boccioli da regalare al cielo
non può dissetare un pozzo il mare
né la nostalgia placare i morsi del rimpianto
saggiamente incosciente cerchi la fonte [quella vera]
di suoni d’acqua che intreccino le dita
di voglie sensuali e neonati affamati
vento iemale
foga di ciclone e temporale
rondini e papaveri sciolti al vento
per nuove fioriture che ritornino al ventre …

                                        

                                           

[le rose di dicembre]
… sbocciano col capo chino le rose di dicembre
meste respirano il chiaro solitario mattutino
sanno che sarà breve l’andare incontro al mondo
e chiedono il perché
della poesia data e negata sorridendo
commuove la Vita
disarma e meraviglia
nella tragica bellezza del crepuscolo
stritolano boccioli i tormenti
assonanze negate_cantilene ovattate_palpiti d’amanti
e come amanti infide e menzognere
pennellano petali profumi di Morte e Esistenza
confuse da punti d’incertezze
mendici di pietà e riflessioni
pianti_echi_risa_crampi
ira e fragilità
sospiri
tarli
sarabande d’assilli
lasciando mondi e mondi rincorrendo
si perdono nel cammino
abbassano la testa per quella ineluttabile mancanza
assenza
cui si fatica a dare nome …

                                   

                                                             

[macchie di vita]
… a volte la Vita va così
ti presenta momenti impensati
attimi ladri che rubano il colore e macchiano
di dolore
quella ch’eri scivola giù improvvisa
come s’un piano inclinato
diventano strette le scarpe
soffocano i piedi
davanti agli occhi nero
nero che taglia e comprime
come malattia
stringe anche il vestito
vorresti essere nuda
graffiarti_penetrarti
fino a raggiungere il male
quel nodo pulsante dentro al cuore
a volte succede che succede
dormi invocando il sonno e sogni
che il sogno sia vero
brusco il risveglio abbozza nuovo un giorno
pieno di ieri e spento di presente
all’orizzonte pale d’un mulino
-è tutt’un giro-
copre e maciulla il grano la macina
così la Vita
tutto si fa farina_polvere impalpabile
appena un soffio
s’è già dispersa …

                                           

                                                  

[favola smarrita]
… pensieri vivi sconvolti dall’Epifania del giorno
rimangono incastrati tra girandole di vento
dai colori ora accesi ora spenti
tasselli d’un mosaico rosa e blu
sul confine polveroso d’un giorno che non muore
Nel fioco barlume d’un miraggio
la lama del bisturi già taglia l’inganni
e getta in pasto briciole alla tregua
sterile rifugio di angeli ubriachi di luce
Arriverà la notte dell’abbraccio negato
e rondini tardive cercherò
per aggrapparmi e volare
ma per andare dove?
se anche fossi altra
se anche fossi altrove
nei granelli di rena del mio mare
uguali resterebbero conchiglie e colori
barcollo verso un crepuscolo offuscato
non più foriero d’albe e frastornata
m’avvinghio stretta all’aria
nego ragioni
stride di dolore il fruscio dell’acqua
ad uno ad uno disperde sogni e chimere
nel confuso rossore tra l’oceano e il cielo
resta smarrita una favola
privata anche della sua stessa ombra …

Nicola Romano

7 aprile 2016 by

 copertina  foto

dalla prefazione di Giorgio Linguaglossa

Con il suo caratteristico tono sobriamente dissonante, a metà tra il calligrafismo e la didascalia stilizzata, questa raccolta di Nicola Romano si rifugia nell’elegante fattura del settenario come per prendere le distanze da tutto ciò che non può entrare in quel metro breve.
Sicuramente, l’ironizzazione e la parodia della tradizione crepuscolare italiana sono uno dei cardini della poesia, o meglio, della poesia dell’autore. Il suo progetto di operare una «discesa culturale» di bachtiniana memoria nella poesia italiana, ha avuto successo, è un’operazione utile come può essere utile ogni operazione di «discesa culturale» in presenza di una tradizione che sta in alto. Ma l’autore non si limita ad una mera «discesa culturale», opera anche una «risalita» mediante l’adozione di un metro breve, il classico settenario, posizionato come metro esclusivo di questo poemetto. Metro della tradizione burlesca che l’autore ripropone nella sua traslazione dal burlesco all’ironico. Personalmente, nutro molti dubbi sulla utilità e sulla efficacia, oggi, in Italia, di una «discesa culturale» che non venga accompagnata anche da un riposizionamento verso l’alto di quella discesa, siamo già scesi così in basso che ogni forma di ironizzazione rischia di cadere nel vuoto da cui proviene. Così, il poeta di impianto ironico dei nostri giorni deve saper modulare entrambe le opzioni metriche e stilistiche, deve oscillare sapientemente tra la «discesa» e la «risalita»; ed è quello che fa il Nostro, il quale lascia oscillare il dettato poetico tra i due poli mediante l’adozione di un punto di vista serioso e supercilioso sulla realtà. Cioè, per l’autore siciliano è serioso ciò che non appare esserlo, è serioso lo stile dilemmatico che oscilla tra un più e un meno, tra i due poli inconciliabili sopra detti. Semmai, il problema per il poeta è il «vuoto» della società italiana. Ed è con questo problema che si misura il «finto vuoto» dei versi di Romano, fatti apposta per attirare e fagocitare il «vuoto». È la sua risorsa strategica, l’ultima, direi, quella di riformulare il «vuoto» ricorrendo ad una testuggine di parole indurite nei settenari, brevi, rapidi, superciliosi, ultra minimalisti.
Personalmente, ho dei dubbi sulla utilità e sull’efficacia estetica di ogni pratica di ironizzazione e di carnevalizzazione del «vuoto» sociale e storico come è stato attuato da certo sperimentalismo del tardo Novecento. Per Bachtin il «carnevale è una forma di spettacolo sincretistica di carattere rituale… e che la vita carnevalesca è una vita tolta dal suo normale binario».1 Per Bachtin «il sentimento carnevalesco del mondo» e la «letteratura carnevalizzata» si fondano su una sospensione temporanea e rituale della «normalità» che consente di istituire «un mondo alla rovescia», nel quale per il critico russo si risolve la parodia. E, aggiunge il critico che, come il riso carnevalesco, così la parodia è «ambivalente», nel senso che non è «mera negazione del parodiato» ma tende ad obbligarlo «a rinnovarsi e a rigenerarsi».
La poesia del nostro autore rientra in questo schema categoriale, la sua poesia sospende la «normalità», la «rovescia» ma, rovesciandola, la lascia intatta, anzi, la rende maggiormente visibile, la invita a sopravvivere, non a «rigenerarsi», perché Romano è un poeta dei nostri tempi, un poeta disilluso che ha smesso da tempo di credere, sa bene che qui si tratta del capitale finanziario il quale ama i minimalisti perché lo lasciano stare lì dove lui può proliferare, a lui vanno bene i patemi d’animo e le rimembranze del cuore come anche la cronaca nera e la cronaca rosa, entrambe de-sostanzializzate e de-realizzate, nonché tutto ciò che sa di sentimento del tempo olistico e solitario.
È questo che mi sento di dire alla poesia in argomento, che la sua ironizzazione, effervescente e minimale, lascia la poesia al suo posto e la società nel suo, ciascuna nel proprio ruolo poiché entrambe estranee l’una all’altra. Tra la poesia di Nicola Romano e la società si è operato un divorzio, un divorzio storico.
Possiamo dire che questa poesia è un carnevale senza maschere, addirittura un carnevale senza parodiato, perché la realtà da parodiare è scomparsa, se ne è persa traccia. Al poeta del nostro tempo restano soltanto «voragini ed appigli». «In fin dei conti / so radunare al meglio le parole», scrive all’inizio della raccolta l’autore, come per mettere le mani in avanti e avvisare il lettore delle sue intenzioni, la sua ironia non vuole operare alcuna critica della società, è una ironia post-moderna, un vezzo, un wit, un impulso di disagio, una strategia di sopravvivenza, una maliziosa e accorta strategia per venire a patti con il «reale», come per dirgli: tu di qui e io di là, come separati in casa o divorziati in casa, quella che un tempo era la casa comune del linguaggio, è percepita adesso come una costrizione che il poeta avverte sulla propria pelle linguistica. Delle parole «traggo quelle che affiorano / dal caglio dei silenzi / ed ascolto fonèmi / rime dal mezzo e afèresi»; come suol dirsi, prendo quello che mi va.
È il canzoniere del poeta disilluso e disinvolto, che non mette in mostra ambasce o stilemi del cuore, né drammi esistenziali ma una quieta discorsività di monemi e di morfemi vestiti di fonemi in perfetta regola timbrica e metrica. Cosa si vuole chiedere di più ad un poeta del nostro tempo? Nulla, appunto.
In fondo, il segreto augurio che Barthes rivolgeva alla cultura “alta”, di ibridarsi con quella “bassa”, minore, sciocca e surrogata dell’ ”industria culturale”, mantiene la sua promessa di adempimento oggi grazie a quelle figurine autoadesive costituite dalle tematiche-icone e dai temi del sentimentalismo e dell’ipercinismo di tanta quasi-poesia odierna, così superciliosa o ingenua da essere sciocca e presuntuosa. Tutto ciò che Adorno chiamava nel millenovecentoquarantasette «Bildchen» sono tutte le immagini “minori”, sottoforma di nanetti da giardino e di “chincaglieria d’ogni specie”, in cui si celebra «il trionfo implicito nel fatto che gli uomini siano riusciti a produrre da sé, ancora una volta, un pezzo di ciò in cui, altrimenti, si sentono prigionieri». Un certo movente autobiografico, dunque, è all’origine di quel carattere di feticcio che attiene e sostiene fin dall’inizio la creazione del kitsch, della miniatura, della cineseria, della chincaglieria, del ninnolo, del gadget, insomma, di tutto un vocabolario e un lessico ben riconoscibili.

1 M. Bachtin Dostoevskij. Poetica e stilistica 1968

*

Chissà se è passatempo
desolarsi fra strade
che sembrano stazioni
dove tutto è in ritardo
e non comprendi i luoghi
gli orari e i marciapiedi
con i bordi allagati
il transito e lo sbuffo
di bocche infastidite
e non bastano i vispi
tocchi del mezzogiorno
a rimettere in chiaro
quella sequenza d’occhi
smarrita fra le scale
Il giorno poi transenna
voragini nei cuori

*

In fin dei conti
so radunare al meglio le parole
traggo quelle che affiorano
dal caglio dei silenzi
ed ascolto fonèmi
rime dal mezzo e afèresi
solfeggio accenti e sillabe
d’un verso martelliano
ma…
quando incombe l’ora
di quel prossimo mio
come me stesso
che con mani feroci
cava il bene dagli occhi
e tracotante spazza
l’integrità e la pace
si spappola il precordio
tracollo in un deliquio
e non ho più par…

*

Girano per le strade
non uomini ma storie
sottaciute e serrate
nel caveau d’uno sguardo:
dici buongiorno al tizio
che mastica un dolore
ringrazi la commessa
da ieri innamorata
cedi il passo a un signore
che sta in lista d’attesa
ti porge uno scontrino
chi tribola un affanno
e non sapremo mai
i dardi o i sonagli
nelle tasche del cuore
se sono tutte storie
quelle che attraversano
che si urtano nei tram
o che in silenzio passano
dal sotto dei balconi

*

Percuotendo la pula
forse affiorano chicchi
di letizie perdute
o di lampi di gioia
convertiti sul viso
Ricerca senza limiti
è il destino dell’uomo
tra arbusti ed acquitrini
ma di solito il vento
che sospinge la pula
lascia polvere ed aghi
sulla fronte rappresa

*

Ti scelgo e t’assaporo
nella notte ialina
come spicchio succoso
e ti carezzo l’orlo
opaco e venerino
Hai nel pube un diamante
che coglierò ansimante
con le mani furtive
e un impeto discreto
e mi dirai che è dolce
giocare a darsi amore
tra sussurri sgualciti
tu nonostante Luna

*

Il tempo d’un buongiorno
già pigola un trambusto
e sfogli previsioni
sui guadi di giornata
metti in fila i percorsi
per non trovarti alfine
lucertola che svia
scorri attento gli appunti
segnati a marginalia
mentre giunge un vagone
di tegole inattese
e comprendi che è l’ora
d’andare verso il mare
per sorprendere l’onda
che stuzzica i pontili

*

Non sarai di nessuno
non dell’antico padre
e nemmeno dei figli
verdi ma già remoti
Non sarai delle stelle
troppo lontano il cuore
e neanche del mare
che t’assesta sul molo
fingendo panorami
Non sarai della gente
non sa scrutare dentro
distratta si compiace
del nulla che l’assorbe

Nicola Romano vive ed opera a Palermo. Giornalista pubblicista, è stato condirettore del periodico “insiemenell’arte”e attualmente collabora a quotidiani e periodici con articoli d’interesse sociale e culturale. Con opere edite ed inedite è risultato vincitore di diversi concorsi nazionali di poesia. Alcuni suoi testi hanno trovato traduzione su riviste spagnole, irlandesi e romene. Con il circuito itinerante de “La Bellezza e la rovina” ha recentemente partecipato a letture insieme a noti poeti italiani.
Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: I faraglioni della mente (Vittorietti,1983); Amori con la luna (La bottega di Hefesto,1985); Tonfi (Il Vertice,1986); Visibilità discreta (Ed. del Leone,1989); Estremo niente (Il Messaggio,1992); Fescennino per Palermo (Ila Palma,1993); Questioni d’anima (Bastogi,1995); Elogio de los labios (C.Vitale, Barcelona,1995); Malva e linosa, haiku (La Centona,1996); Bagagli smarriti (Scettro del Re,2000; Tocchi e rintocchi (Quaderni di Arenaria,2003); Gobba a levante (Pungitopo,2011);
Voragini ed appigli (Pungitopo,2016); Voragini ed appigli (Pungitopo,2016).

Giulio Marchetti

31 marzo 2016 by

copertina ghiaccio nero

 

Asfalto

Ogni giorno
trascino i miei passi
sull’asfalto,
grigio come la polvere
che respiro,
come la nebbia
che avvolge i pensieri.
Alla primavera
non sono invitato.
E, se è vero che ci sei,
non ti vedo.

 

Se solo fossi mio

E’ un delirio di farfalle
che cercano un soffio
di felicità
in un vento di spade.
E il essere suda
fino a stringersi
in una sintesi oscura
così simile al nulla
da renderlo invisibile.
Eppure esiste la gioia,
anche se rovesciata.
Ed è chiaro
quali angosce comporti
attraversare l’inferno da vivi.
Ogni giorno
si ride senza speranza
e muti.
Ormai
neanche una cellula
di ciò che sono
mi appartiene.
Se solo fossi mio,
volerei.

 

Delirio

Cambiare stagione ad ogni istante,
farsi male per poi stare bene,
poco importa se sparire o sparare,
a volte il sangue torna nelle vene.
Sulla soglia,
tutto il peso
della tua assenza.
Nessuna forma,
solo la tua bellezza
eguaglia la mia pena.
Una voce sottile bisbiglia:
l’amore è un inferno potenziale.
Poi il silenzio tende il filo
dell’attesa,
dove inciampo.
E ti guardo ancora.
Un blu senza limiti,
l’abisso.

 

Terra

La parola più dolce dell’autunno
è silenziosa.
Le foglie cadono dai rami
con la leggerezza
di non essere niente.
La terra è l’ultimo rifugio
del volo.
Aspetto una pioggia di stelle
a vene aperte.
Ho la pazienza
di un cuore fermo.

 

L’alfabeto del silenzio

Chissà da quale mare
emerge l’onda improvvisa
che bagna d’oro
le due rive opposte.
Chissà da quale preistoria
nascono i baci
che appartengono
all’alfabeto del silenzio.
Comunque trattengo
l’ultimo respiro
per dirti buonanotte.
Chiudo gli occhi
e li lascio volare
nei miei cieli privati.
Come sempre
la libertà del sogno
conduce a te.

 

Ghiaccio nero

Nuovi inutili giorni
fanno passare le stagioni.
Il più sottile ricatto del tempo
è l’oblio.
Ho perduto il mio cuore
durante una tempesta
di cenere e ghiaccio.
Eppure a volte lo sento
battere ancora.

 

Giulio Marchetti è nato a Roma nel 1982. Ha esordito in volume con Il sogno della vita (Novi Ligure, 2008), finalista al “Premio Carver” e segnalato con menzione speciale della giuria al Premio “Laurentum”.
Nel 2010 ha pubblicato, con prefazione di Paolo Ruffilli, Energia del vuoto (puntoacapo), seguita nel 2012 da La notte oscura (ibidem). Con Cieli immensi, tratta da quella raccolta, ha vinto il Premio “Laurentum” 2011, sezione sms.
La notte oscura ha ottenuto il III posto al Premio Nazionale di Arti Letterarie “Città di Torino” e al Premio Internazionale “Tulliola” ed è stato finalista al Premio “Città di Sassari”.
Nel 2014 ha riunito le precedenti pubblicazioni e la sezione inedita Disastri nella raccolta Apologia del sublime (puntoacapo), segnalata al Premio “Città di Sassari”.

27 marzo 2016 by

Buona Pasqua - by criBo

Paolo Ricciardi

21 marzo 2016 by

NUOVA VIA CRUCIS IN METROPOLITANA

   nuova via crucis in metropolitanadon paolo

 

 

 

  1. Emily Dickinson.

E’ un libretto di 36 pagine, più le 4 di copertina, non di più, note comprese, dove si annidano  – come ama dire Fabrizio Centofanti –   sempre delle verità nascoste, o delle vere e proprie perle, tipo L’”io credo, io spero, io amo”  di don Mario Torregrossa, l’omelia sulla Madonna di San Bernardo (“seguendo lei non puoi smarrirti”), o i versi di Emily Dickinson: “Come se il mare separandosi/svelasse un altro mare,/ questo un altro, ed i tre/ solo il presagio fossero/ d’un infinito di mari/ non visitati da riva / – il mare stesso al mare fosse riva – / questo è  l’eternità” . A prima vista ti dà l’idea del classico opuscolo “devozionale”  che ha preso il posto dei santini di una volta. Lo prendi, lo sfogli, lo leggi, così, un po’ per curiosità, e per passare un po’ di tempo lungo il tragitto , che percorri ogni giorno,  sulla Roma-Lido , una vera e propria “Via Crucis. E invece no. Se tu lo leggi sul serio, questo libretto, non trovi magari l’America del Karl Rossman kafkiano, che hanno dirottato (teatralmente) anche su questi itinerari, ma puoi trovare le chiavi per entrare in altri spazi, in altri lidi, in altri cuori, in altri mondi, chissà, magari le “chiavi del tuo paradiso”. Sto parlando della “NUOVA VIA CRUCIS IN METROPOLITANA” di don Paolo Ricciardi, il parroco di San Carlo da Sezze, fermata Acilia, zona sud di Roma, linea B della metro, che porta al mare, che, mescolato al sole, è forse l’eternità. Lo disse perfino uno come  Rimbaud, quando vide il mare per la prima volta.

  1. Carmelo Bene

Questa Via Crucis, Paolo Ricciardi  l’ha dedicata a Papa Francesco, “pellegrino verso le periferie del mondo, nel terzo anniversario della sua elezione”, ma anche a tutte le comunità parrocchiali in cui è stato, e – soprattutto –a tutti coloro che viaggiano  sulla linea B. Allora gli ho detto, Don Paolo, andiamoci insieme sulla metro, con un gruppo di ragazzi, e leggiamola questa via Crucis, fermata per fermata, dalla prima stazione (Gesù è condannato a morte, guarda caso proprio al “Colosseo”), fino alla Resurrezione ( Stella Polare); sorride, un po’ ironico e un po’ perplesso. Gli dico, a suo tempo l’ha fatto uno come Carmelo Bene, mi risponde, Lo so. Anche quella era una sorta di via Crucis, una processione laica, ma ci si sentiva tutti un po’ cretini noi spettatori. Tutti dietro ad un pifferaio magico, con la voce da. tamburo-flauto, e una fascia sulla fronte, alla McEnroe. Ma noi non recitiamo, dico. Noi leggiamo a voce alta le “tue”  stazioni, a partire dal Colosseo: “ L’impero di Roma s’intreccia/a quel lembo di terra lontana/in cui visse quel giovane Uomo/ Pilato si trova … a rappresentare il mondo di sempre/ prestato al potere/ e s’incontra con Chi, Onnipotente, scegli di amare/  L’uomo, ogni uomo,   passato, presente, futuro, / condanna il Dio della Vita…alla morte …/ Ma il cuore in rovina si vuole destare/ e ricerca, incosciente,/ una vita che sappia di Eterno”.

  1. Dino Campana

Ricordo anch’io, quella volta, i segni del cerone sotto gli occhi bovini  del grande Istrione, e un microfono, con una luce di fosforo addosso. Leggeva i Canti Orfici di Campana, che gli si adattavano benissimo, con la sua visività enfatica, le sue allucinazioni, la fantasia onirica,  che amplifica e trasfigura, e, soprattutto,  con quella componente fonico-musicale, ossessivamente ripetuta, che si fa voce ingorgo ed eco di flauti. Quei versi erano come il frullare di ali di un uccello tenuto in gabbia per quasi tutta una vita, un uccello incapace di volare… Ora siamo alla Piramide, alla terza stazione, a Gesù che cade per la prima volta. “E’ un crocevia /di macchine, moto, persone, /povera gente/ di tutte le razze.” . Forse la parola che ora tu ascolti, al di là delle interferenze, al di là delle distorsioni volute di quella voce eidetica, che assume in sé, oltre ai significati e ai significanti, anche il più vasto repertorio della gestualità,  tu – onestamente – non riesci a capire quasi più niente dei versi o della prosa di  Campana, se non un vago suono musicale, un’eco  . Quello che ti rimane è un’esitazione tra un suono e un senso .

 

  1. Nanni Moretti

Siamo alla quarta stazione, alla Garbatella, prediletta, da Nanni Moretti, (L’unica cosa  che mi  piace fare è guardare le case  e devo dire che il quartiere di Roma che più m’è piaciuto è la Garbatella, perché c’è vita autentica), dove Gesù incontra la Madre. “ Mi immagino ancora le mamme/che chiamano i figli dall’alto,/mani dischiuse e finestre, odori di cibo,/ di pane, di pizza, di panni distesi,/ la semplice vita di gente che vuol camminare/ malgrado le prove:/ Atti d’amore minimi o immensi/convivono insieme con atti violenti, /piccoli o infami di vita “malata”/ Garbatella è il nome di ogni paese del mondo. /E in ogni paese del mondo/Gesù incontra sua madre”…. La voce di Carmelo si fa eclisse, s’oscura, poi traccia figure sonore, traiettorie, sponde di biliardo, medium tra il corpo dell’attore e lo sguardo dello spettatore. Il suo teatro accerchia quel punto fosforico che Artaud chiamava la Parola prima delle parole. Ormai nessuno di noi capisce più nulla di ciò che dice l’attore, e ci siamo perfino dimenticati di chi siano i versi che sta recitando . Ma siamo sicuri, poi, che siano versi?

  1. Acilia

Intanto noi andiamo avanti. Siamo a Marconi, dove la Veronica asciuga il Volto di Gesù: “…una donna ./ Emerge, tra tanti, col panno,/ nel gesto d’amore/ d’imprimere un soffio al Signore…//Di togliergli il sangue,/le spine,/ le lacrime, tante, / versate sul viso e sul cuore”.  Proseguiamo fino a Tor di Valle, dove Gesù incontra le donne di Gerusalemme.  “ La stazione ippica che “ richiama i cavalli, i fantini, /la gente  che ha vinto e perduto le scommesse/ A questo incrocio di corse-rotaia e galoppo – / Gesù va sempre più piano/ Era entrato trionfante,/ma in groppa a un asino lento,/nel segno di un umile regno//…Le donne che sono qui dentro, in questo vagone,/mi sembrano piene di vuoti./Mancanze di tempo, d’amore, di affetti….”Siamo arrivati ad Acilia, undicesima stazione, dove Gesù è Crocifisso: “Acilia, Palocco, Axa, Infernetto/,sono tante realtà diverse ed  uguali,/ cosparse di verde, con strade bucate, vicoli, viali/ realtà popolari e villette con cani guardiani/ E impianti sportivi, industrie, mercati…/Gesù  è crocifisso tra tutto il trambusto/ di questi quartieri svuotati di giorno/ e pieni soltanto di tramonto/ La croce si innalza per dare valore a questo viavai, / dar senso e colore al buio dell’uomo/ e riempirlo di nuovo d’amore”.

  1. La parola

Leggere, per Bene,  questo nostalgico dell’impossibile, è un modo per dimenticare, leggere è una forma dell’oblio; in fondo scrivere e leggere sono stretti in un unico gesto di sparizione. E’ una cosa bella scrivere, diciamo noialtri  scriba per vocazione  o dannazione, però sarebbe meraviglioso che ogni tanto qualcuno riuscisse a leggere davvero una nostra pagina, una soltanto di tutte quelle migliaia e migliaia che scrivi, sarebbe bello vedere qualcuno che prende in mano, ad esempio, questo libretto di Paolo Ricciardi  e pronunciasse a voce alta  la parola che coglie a Ostia Antica, dove Gesù muore in croce .Qui s’aggirava Agostino, “vicino a sua madre, discorreva di cose di Dio / E mentre parlava il discorso portava a passare / dai sensi terreni alla gioia dell’Essere stesso, / il Creatore del cielo, del sole, le stelle//…Quello sguardo di madre e di figlio mi tornano ora, / in questo momento in cui guardo la croce/ e lì sotto Maria.” L’istante in cui tu la pronunci la parola diventa viva, ma è come una fiamma che arde, che brucia; non puoi trattenere la pagina in cui è scritta, il foglio rapidamente si dissolve, sparisce, e tu non ricordi  più quello che c’era scritto, quello che tu stesso avevi scritto col tuo sangue. Ma in fondo era solo una vaga traccia sulla sabbia, un’ impressione, un’ombra, una scia di un ricordo, la sensazione  di scrivere  una poesia, o almeno un verso degno di questo nome .

  1. Poesia è rifare il mondo.

Siamo arrivati alla quattordicesima stazione, in cui Gesù è posto nel sepolcro. “ Il viaggio, che è quasi finito, /mi trova ferito da tanto silenzio/ Quante volte ho veduto morire persone,/ richiudere bare, veder lacrimare/ E sapere Gesù nel sepolcro, e così non vederlo, / è il dramma di chi, sconsolato,/ pensa soltanto che tutto è finito. Siamo alla  Stella Polare, alla Resurrezione . “Eccomi, sono arrivato. /Scendo alla “Stella Polare”, /ripieno di volti, di storie, persone/ Ogni giorno la via della Croce/ incrocia la via dolorosa dell’uomo. / E a ognuno vorrei dare coraggio, / infondere forza, / perché non c’è croce/ che non porti alla Vita/ come la foce si apre nel Mare”.E ci rimane la sua voce, pacata, umile, modesta, ( ringrazio mio fratello, scrittore, che mi ha rivisto e corretto il testo in alcuni punti), ma non priva di ironia, ricca di sentimento e calore umano (“ringrazio chi mi ha insegnato a viaggiare osservando fuori dal finestrino e dentro il cuore degli uomini”) , la sua è una voce diversa, un suono che accade, un sussurro che grida e diventa il tutto, il resto è niente. E’ una scia, un’onda di risacca, un’eco, il mistero delle piccole cose che si fanno poesia, bellezza, rinascita.  “Manda signore ancora profeti,  uomini certi di Dio,  uomini  dal cuore in fiamme / E tu a parlare dai loro roveti sulle macerie delle nostre parole/  A dire ai poveri di sperare ancora / Anche le cose sono parole, scrigni di sillabe divine, dimora dell’essere / E voi, scribi del mistero, poeti di cui un solo verso fessura sull’infinito come il costato aperto di Cristo/ ci ricordate ad ogni istante che / Poesia è rifare il mondo”.

Mentre ci accingiamo a scendere dalla metro percepiamo lo sguardo dei passeggeri volto su di noi, e vi scorgiamo qualcosa di  “benevolmente pietoso”.

Roma, 17 marzo 2016

Augusto Benemeglio

 

 

Mariolina La Monica

14 marzo 2016 by

 

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Per percorsi a rotta variabile che a volte compiono le carte, mi è giunto in lettura questo librino di poesie, che poi non è un libriccino ma un poemetto ricco di metafore e visioni che vorrebbe andare oltre il volo cablato delle ali in sintonia con il vento, che tenta di perforare le luce e l’ombra del cielo perché sa che cela verità seduttive e derisorie.
E’ di facile comprensione l’analogia dell’aquilotto con l’uomo: hanno forza, potere, la certezza della loro identità, eppure entrambi non giungono ad alcun risultato certo, si spingono fino ad essere esausti dentro questa grande bolla che li serra e impedisce loro ogni certezza.
Aquilotto o umano debbono accontentarsi delle visioni, delle fantasmagorie nate nella loro testa.
Certi e amareggiati.
“ Vai corrente di cielo / veloce fiato alle mie ali / trascina il petto / inoltra il mio becco nel vento / illumina il mio occhio./ Luce / voglio luce sull’ombra / spaccare ogni mia nube / ascendere sino a sfiorar lontano./ …
Questi pochi versi declamano il desiderio di oltranza e l’impossibilità di conseguirla.
La poetessa si è impegnata in una impresa di grosso respiro; attorno a questi temi
(Chi sono. Dove sono. Da dove vengo. Qual è il fine. Quale la fine… ) Non diversamente da altre menti eccelse non ha trovato risposte e becco, artigli e ali possenti non sono stati sufficienti.
E’ apprezzabile il numero dei tentativi dei punti di vista e delle possibilità: la poetessa si cimenta a tutti i lati dell’aere là dove sembra si apra uno spiraglio: “Ma ha venti sulle voci di altre ali /laddove la compattezza è breccia / è lo smalto / è dritta via./ Pertchè vagare ancora? Gli risuona / perché affondare su terre ripiegate?/…./ e ancora : “…./ scivola il vuoto / scivola l’immaginario / scivola. /
Il desiderio di portare a compimento l’opera , a volte spinge a trascurare il ritmo e il metro, così che il verso appare scabro, reticente e altre volte si vota al lirismo. Si leggano con attenzione gli ultimi versi dove si invoca la speranza fraterna per… durare… La metafora sulla quale si articola il poemetto è ben azzeccata: l’aquilotto va a braccio con l’uomo, l’uno dall’alto mirando la terra, l’altro dal basso mirando il cielo. Opposti e fraterni. Non sempre uguale l’esito poetico: a strofe di dettato risoluto si susseguono altre dall’esito più incerto ma l’impresa non era facile.
Per dire altro e di più dovrei meglio conoscere la poesia di Mariolina; la lettura di questo poemetto mi ha lasciato un gusto amarognolo che ben conosco.

Narda Fattori

5

Ed il nido scompare
tutto scompare
scompare l’impronta di chi l’ha costruito e la frasca si perde.
Solo un solco dove poggiava resta.

il figlio dell’aquile attende
stupido attende senza saper più cosa.

Non portate l’infinito sulle sue dure labbra
non portate albe e scie mutevoli del giorno
quando questo giace disperato in un angolo
e poi a sera svanisce come un inutile fiore che giacque
inutilmente per morire.

Domani è morte
domani per chi vive son tamburi.
                             

6

“Sempre gli stessi uomini
sempre uguali i gesti e le parole:
al muro.
Al muro bende sugli occhi e fucili spianati là sulla pianura.
Dimmi
chi regge le chiavi delle prigioni?
Forse il despota diavoletto che inonda di duro queste rocce
o forse la voce del crepuscolo che salta e balla?

E trascina
e trascina polvere e foglie”.

7

Sulle verdi vallate
e campi, e strade, e casucce strette per paura
s’accendono di festevoli falò alla vendemmia.
Boccali colmi di risate e danze su danze si trascinano
                                                                     [al buio

                                                                      

16

“Ora che fuggo
e chiarno il dolore gioia e ogni gioia il bagliore
chiara contemplazione
mio fiore
punto predestinato già al mattino
dove t’ho scordato?
Lascia che io allarghi l’occhio a ogni momento
è la finestra
da cui intenso mi può inondar l’immenso
è la finestra squartata del mio cielo”.

17

E il suo giorno origlia il vento e bacia un fiore che tende
[all’ infinito
e il passo suo calca le sue ombre.
Lui vive la dove il suo orizzonte si fa’ e si decompone
scomparso e il giusto attracco nei suoi occhi
scomparso.

Ridategli il suo occhio sereno ed il suo nido
e l’acqua chiara della fonte antica
che lui la porti nella patria dei semi e delle zolle.
Ridategli il silenzio limpido
il respiro paziente
e la carezza tenera del giorno che s’inoltra e s’abbandona
[nel sonno.
Ridategli a navigare luce nella sua casa dell’ oggi e del domani.
Ridategli.

 

18

“Ogni mattina a dar senso alla vita ogn’aquila vaga la valle
setaccia la regione.
Come me
proprio come me
pnma
quand’era il sole.

Ma oggi non caccerò
oggi perlustro cime …
… e la scure s’innalza”.

 

21

Ma anche tra il gelo
si rincorrono gli astri
e solcano dirupi e piane, disperazioni e gaudi
che bramano la parvenza d’una culla.
Nulla si ferma perché tu non sei
nulla si ferma per ritrovare un giorno
quando a ogni giorno
sudate cresci spighe.
Con l’occhio colmo
-stretto in troppo affanno-
bramando pace
scioglie in alti effluvi quel suo andante stracciato che ridesta
le ortiche
i gorghi
l’ ondulanti brine
caldi tutti i risucchi del sublime.
E si fa’ gemma di canti e di barlumi
ne fa’ il suo fiume
ne cresce mille vele
lampare a raggio e sete su quell’acque.

                                                   

22

“L’aria è assassina
ma l’urlo della valle
mi porta essenze di primavera a sera
quando ogni alito si fa rosa sul fiato
e argenteo è il cielo
tanto esteso il chiarore
che mille tenerezze avvolge agli occhi.
Ora gli parlo al cielo delle sere
modula i suoni
raffina lo sgomento
traccia i contorni di tutto il pianto che s’avvizzisce al chiuso
dei mille volti costretti in un sorriso.
Ora lo guardo il cielo delle nubi.
Ora non parlo
lascio parlar la notte.
Ora percorro le inesplorate piste di quel pensare
[martellante e puro
di quel sentirmi in un dischiuso enigma.

E asciutto l’occhio
pozza stagnante il volto
come da ceneri verticalizzo semi”.

29

Qualcuno un giorno ci rubò la via Lattea
portò lontano dalla terra ogni piccola stella
e rinchiuse mille ali nel petto d’ognuno
però
non mise briglie alle piene dei fiumi e caricò i venti
[ad inseguirle.
Da allora
-ad infrangere i limiti-
tra quel sentore ogni tanto qualcuno si libra
raccoglie strie di vite come semi
e mestamente ne fascia i fiordalisi.
Ogni tanto qualcuno
da coltri opache legate a doppio filo
s’accende aurore e sogna corde d’arpe.
Ali d’uccello stringe ad ogni vento.
Qualcuno un giorno ci rubò .
… .. . ogni tanto qualcuno, ogni tanto qualcuno, ogni tanto
[qualcuno
ogni tanto
un fratello che ci sia.

Giovanni Campi

5 marzo 2016 by

 

Ancora una pagina qui al giardinodeipoeti  tratta da ”Babbeleoteca minuta (inoperosa opera)” di Giovanni Campi. Avvincenti, ipnotici frammenti di senso frammentati. Specchi che amano avvitarsi in una danza di domande aprenti a cascata in altre domande per un inevitabile (e irresistibile) effetto – domino – senza inizio senza fine, tolto il centro gravitazionale cui ruotano riflesse costellazioni di filosofiche surrealtà metafisiche (o metafisiche surrealtà filosofiche?).  [d.e.b]

:

plotone d’esecuzione

:

“Mon dieu! Ô mon dieu!” – disse il Signore.
La vita del signore era stata costellata da una serie di avvenimenti a dir poco sconcertanti, l’ultimo dei quali fu appunto di trovarsi, tradito da uno, e ancor di piú da tutti coloro non l’avevano creduto, dinnanzi ad una platea fatta di persone pronte a tutto sí ma non al perdono. Come se il perdono non fosse fatto per costoro, come se il perdono non esistesse punto.
Due uomini gli erano accanto: c’è chi dice che soltanto uno venne salvato, un altro invece dice che ambedue furono condannati, altri ancora tacciono sulla questione. Come dire che dei fatti ci son versioni discordanti, cui credere o meno; cui dar credito, e credibilità, o, per lo meno, verosimiglianza. E se invece fossero vere tutte le versioni? o false amendue? Forse la verità era nel silenzio di quelli che tacevano? e perché la tacevano? Era dunque una verità indicibile? o semplicemente non riuscivano a far corrispondere le cose all’intelletto di esse?
“Un, due, tre: fuoco!”
C’era dunque un numero per ognuno di loro, e il fuoco per tutti.
“Mon dieu, Ô mon inaccessible dieu!”

:

abbandoni

.

“Y a-t-il quelqu’un?” – chiese il Signore.
“Il n’y a plus personne” – rispose una voce.
Nel dileguarsi d’ogni voce, nel silenzio piú puro dell’esser solo, gli parlava dunque una voce, che non era di qualcuno, che forse era la sua stessa voce: una voce senza corpo, forse una eco di sé a sé. Gli dava una risposta, muta: una risposta che mutava l’ordine dei fatti, e insieme dei fattori. Quel qualcuno di cui chiedeva chi era? Non essendoci nessuno, c’era appunto questo nessuno che gli parlava, ma gli parlava per dirgli nuovamente che non c’era nessuno, nemmanco uno. Lui stesso era questo qualcuno? Lui stesso era questo nessuno? Questa insistenza nel domandare di qualcuno, che era lui, e non lo era, non poteva essere destinata ad altri se non a lui stesso, ma non in quanto uomo, né in quanto ragione d’essere uomo, ma piuttosto
in quanto esser solo, e solo e soltanto senza ragione d’esser solo. Era sgomento, ma pronto ad esser tale: senza paura di esserlo. Si trovava in una radura, là dove era stato posto, là dove era stato posto ci fosse posto per lui, ora mai deposto. E la cosa era senza un perché.
“Mon dieu, Ô mon dieu, pourquoi m’as-tu abandonné?”
E lí, e lí non c’era niente, o in fine c’era un dono donato.
“Oh, se soltanto si avesse tempo!”
“Oh, se soltanto ci fosse tempo!”

.
@

.

“Quelqu’un connaît-il la vérité ?” – fu chiesto al Signore.
Il signore si avvalse della facoltà di non aver risposta alcuna, in quanto le possedeva tutte, non solo dunque quella della conoscenza della verità, ma anche quella della menzogna che tale verità celava, e della verità di questa menzogna: il signore si trovava all’interno di una delle due torri, o d’amendue, il che sarebbe come dire la stessa cosa, e, forse, anche dire meglio; il signore dunque si trovava, oltre che all’interno di una delle due torri, o di tutt’e due, anche all’esterno di essa, o di esse. Le torri, sia l’una che l’altra, erano fatte e di scale e di porte. Le scale, che, per loro definizione innata e indefinita, non si sa se siano ingiuse o insuse, erano delle scale a chiocciola, cosa questa che non mancava di porre interrogativi, di tra l’inqujetante e l’angoscioso: se d’un lato, di fatti, parevano volersi elevare in un’estasi superna e paradisiaca, dall’altro lato parevano volersi inabissare in quella discenditiva e infernica. E cosí pure ogni porta, che si apriva, c’è chi dice che si aprisse verso una nuova, altra scala, chiudendo dietro di sé la precedente, e c’è chi dice il contrario, o quasi, e cioè che ogni porta, che si apriva, non si aprisse che sulla precedente, chiudendo dietro di sé la novella et altera. Et cetera, et cetera. Altri ancora afferma che le porte non si aprivano, ma si chiudevano, e che, cosí facendo, talvolta chiudevano talvolta aprivano e le novelle et altere e le antique. Come dire che ogni porta è tutte le porte, e ogni scala tutte le scale.
“Chaque chose est toutes choses: n’est-ce pas?”
“ça va sans dire” – rispose il Signore.
“Il n’y a rien d’autre.”

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altro qui

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altro di babbeleoteca minuta (inoperosa opera)

in LPELS introduzione di Nina Maroccolo

in Versante Ripido  introduzione di Claudia Zironi

in Bologna In Lettere  Marion D’Amburgo interpreta…

in Imperfetta Ellisse  introduzione di Giacomo Cerrai

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Giovanni CampiGiovanni Campi, non importa né dove né quando è nato, e neppure se, piú che scrivere, scribacchia, o viene scritto; alcuni testi sono in rete, altri in antologie, sotto varî nomi, nel mentre il suo, di nome, compare sulla copertina d’un dialogo – “l’irragionevole prova del nove” – tra due men che personaggî da nulla, Simpliciter & Complicatibus; vincitore del Mazzacurati-Russo con la “babbeleoteca minuta” il volume poco voluminoso è rimasto allo stato phantasmatico, tuttavia alcune minuzie & minute di esso trovarono la voce di Marion D’Amburgo nel corso di Bologna in Lettere 2015.


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