Biagio Cepollaro

22 giugno 2017 by

copLF

(…)

ora disegnare i confini
ci suona
quasi minaccia
ché avremmo voluto imboccata
una strada
fosse buona per tutto
il meriggio
della vita e invece
ci molla dopo qualche
metro
ed è sempre questa la lotta
e vale per ogni età: tra fissità
e mutamento
tra ciò che vorremmo valesse
per sempre
e l’acqua che scorre
che non è mai la stessa
– oh sì chi ci è vicino
teme di essere travolto
da questi invisibili cataclismi
e si preoccupa per sé
come è naturale
ma noi dobbiamo svolgere
un compito
– malgrado lui –
che è fare dell’anima
la nostra vita
gettare un ponte
tra ciò che siamo e ciò
che comunque eravamo già
da prima
anche senza saperlo
ora il tralignamento
del mondo appare
anche più chiaro: chi non frequenta
demoni
se li ritrova nei programmi
di governo
e invece questa folla
va ammaestrata
e interrogata:
arriverà il giorno
delle mediche analisi
e dei referti
del confronto contraddittorio
delle diagnosi
della distrazione
alla reception e forse anche
della semplice cattiva
educazione
e allora cosa diremo?
che siamo a posto
per cominciare il viaggio
(o finirlo, che è la stessa
cosa) o che dell’umano
noi
nel tempo che ci è stato
dato
abbiamo visto e sentito
abbastanza
che quel che è venuto
fuori
non è gran cosa
ma che è già tanto
perché la vita è più grande
di noi
perché lo spazio
e il tempo
sono infinitamente più grandi
di noi
e noi che non potemmo essere
uomini di fede
fummo costretti ad inventarci
qualcosa
che alla fede somigliava
un disperato e impossibile
amore per le altre
creature

(…)

da giovani si cerca fuori
e si convince
o costringe
il mondo a seguirci:
per un po’ ci crediamo
e in quel po’ di tempo sembra
che le cose confermino
nostre attese: un quartiere
diventa tutta la città
una città diventa tutto il paese
un paese diventa il mondo
ed era solo un’idea o una fantasia
cresciute a dismisura
dove di reale c’erano solo
le disfatte che avremmo poi
inseguito come spie di nascoste
verità: solo
che le disfatte come le vittorie
non contavano molto che contava
solo il nostro sentirci vivi
e di ciò soprattutto facemmo
esperienza
ma una volta sicuri
della vita
cominciò a contare la direzione
(della nostra vita)
e quindi ricominciammo
dalla fine: cose
e spettri si equivalgono per la vita
della mente
e la vita di fuori
(quella che resta
sottratta allo sterminio
della storia)
è ridotta a ben poca cosa:
i grandi cambiamenti
sono spesso solo cambi di indirizzo
o di modi di vestire.

(…)

che vivemmo fin qui
dimezzati
che non c’è vita
che non tenga insieme
giorno e notte …
tutto questo ci stanca
che questo mondo
non è fatto per la felicità
e la barbarie inesorabile
avanza
in ogni tralignare nuovo
del costume nazionale
in coda ad un occidente
indeciso tra sterminio
e centellinato
suicidio collettivo
certo tutto questo ci fa tenere
la barba
più di un giorno e ore
di sonno
e la città con gli occhi
che si chiudono
si allontana
ma quanta pena in quegli occhi
e non solo dei disperati
che urlano da soli
al centro della piazza
ma di quelli che vanno
a borsa e a denti
stretti
tutti compresi
nel nulla
delle loro vite
oggi non possiamo chiedere
meno di questo
al mondo
che la vita di ogni singolo
uomo
sia felice
tutto il resto è lungo
giro che ci ha portati lontani
dal centro
come quando credendo di far prima
si resta fermi in tangenziale
mentre la strada che lega
le case e la rete
che liquefa le piazze
è libera e scorrevole
perché così sono
le strade
perché questo dentro
sono le strade
certo tutto questo ci stanca
ma è lavoro da fare
non da soli
che non è lavoro
da fare da soli
ma è da fare
e non domani
e neanche solo simbolicamente
nei gesti che stanno
per altri gesti
ma nell’azione dura
e semplice
di non dare requie
al cadavere
che addosso ci portiamo

(…)

e dunque la scimmia che scivola
all’indietro
è comunque mossa
in avanti
è tutta presa
senza peso
dal suo andare
«perché -il tale diceva-
cosa vuoi realizzare
che ne valga la pena
davvero
cosa, se non l’amore?»
e lo diceva
duro
come uno che non ha voglia
di perdere tempo
ecco eccolo qui
il numinoso:
all’angolo di una via
o nella lacuna
di un sogno
una svolta
dove all’improvviso
il mare
si mette a parlare
con la città
lingua che s’infila
tra due palazzi
e se lo diciamo
è perché esiste davvero
un mare così
esiste ed è il mare
della nostra città
(da lì da quell’inizio
non abbiamo fatto
che tornare
in un moto
di infinito
allontanamento:
tu vai incontro
all’origine
invecchiando
e ciò che col tempo
hai imparato
è stato solo parafrasi
di versi
all’origine ascoltati)

Da Biagio Cepollaro, Lavoro da fare (2002-2005), Dot.com Press, Milano 2017

Lettura critica di Angelo Petrella
Credo sia un bene che questo libro, Lavoro da fare (2002-2005), in ebook dal 2006, sia uscito in cartaceo ora, un bene per chi deve interpretare. Lo si capisce meglio se prima si è attraversato il bosco della seconda trilogia (Le qualità, La Camera verde, Roma, 2012) , La Curva del giorno (L’arcolaio, Forlì,2014) e Il centro dell’inverno,(inedito). Lavoro da fare corrisponde ad una svolta, ad un momento di riflessione, di abbandono della scena pubblica e del lavoro in riviste come Baldus e coincide con la chiusura del Gruppo 93 che si scioglie programmaticamente nel 1993. Il rapporto dialettico da stabilire è tra Lavoro da fare (2002-2005) e Versi nuovi,(1998-2001, uscito nel 2004 da Oedipus) immediatamente precedente, perché in entrambi i libri, senza preavviso, la poesia di Biagio passa da un alto grado di sperimentazione e di possibilità di lettura multilivello al suo grado zero, direttamente, senza passare per stadi intermedi.
Anche l’ultimo libro della prima trilogia, Fabrica (1993-1997, edito da Zona nel 2002) era ancora ancorato alle dinamiche proprie della post-avanguardia che si riassumono nella domanda: “come comunicare dopo l’esaurimento del dicibile, del contrastabile, operato dalle avanguardie?”. L’idea elaborata da Biagio e accolta nell’ambito di Baldus e del Gruppo 93 di “postmodernismo critico” era una risposta a questa domanda, attraverso la pratica, nel suo caso, del pastiche idiolettico, del citazionismo di marca benjaminiana, delle pratiche di montaggio etc etc. Si trattava di ricostruire un discorso critico, stabilire un contatto critico con il lettore , sapendo che ormai agire sul linguaggio poetico non voleva dire agire direttamente sull’ideologia, come pensava Sanguineti. Le tecniche di costruzione poetica provavano a stabilire un contatto anche se negli anni ’90 il boom dell’editoria e di internet rendono già impossibile orientarsi, svanendo anche la funzione del critico militante. Da tale altissimo livello di sperimentazione bachtiniana veder passare al grado zero di Lavoro da fare e prima di Versi nuovi, è stato all’inizio per me poco comprensibile. Quasi scioccante fu per me la lettura di Versi nuovi. Retrospettivamente ho compreso attraverso la seconda trilogia ciò era stato realizzato in questi due libri con il loro grado zero. Ma già Lavoro da fare , già dal titolo, programmaticamente allude a ciò che era “da fare” per superare l’impasse tipico della modernità.
Ma cos’è esattamente questo grado zero? Non è certamente il grado zero del minimalismo. Non è neosentimentalismo, né neorealismo. Non è un tipo di poesia che ha la presunzione di nominare direttamente le cose in maniera oggettiva o oggettuale magari per liberarsene. No, secondo me, questo grado zero è il frutto di una grande dialettica, di un grande ragionamento che sta nel fondo. Mi sono permesso di azzardare un’ipotesi teorica su questo passaggio. Perché ho citato la seconda trilogia per parlare di questo libro? Biagio ha lasciato degli indizi nel secondo libro della trilogia, La curva del giorno 2011-2014, i titoli delle sezioni sono programmatici: “Attraversare il bosco”, “La luce dell’immanenza”, “L’alacrità del vuoto”. Esistono termini più heideggeriani e taoisti di questi? Heidegger aveva costituito un terminus contra quem per tutti gli anni ’80. In alcuni saggi si ritrovavano tracce ironiche di Biagio, ad esempio un titolo come questo: “Perché i poeti nel tempo del talk show?” (in Remo Cesarani,Trent’anni dopo, una convitata di pietra di nome Avanguardia, il Manìfesto, aprile 1993) Heidegger era visto come la facile fuga nello spiritualismo o neoermetismo realizzata da alcuni poeti. Perché allora viene recuperato adesso? Perché secondo la mia interpretazione il suo lavoro sull’ontologia consente a Biagio di recuperare l’ultima forma resistenziale dell’esercizio del pensiero, la differenza ontologica fondamentale in Essere e tempo. l’essere come qualcosa in cui siamo già gettati ma su cui non si può dire, che si può esperire come evento senza mai poterlo dire del tutto.
In Lavoro da fare accade qualcosa del genere. Le aeree semantiche più presenti sono quelle che riguardano la mente, l’apertura, il pensiero paradossalmente in contraltare al corpo. Paradosso apparente perché la corporeità di cui Biagio parla non è più la corporeità del materialismo degli anni ’90, il corpo inteso in senso rabelaisiano, come comico, come basso-materiale ma non è più nemmeno il corpo allegorico, della corporeità assoggettata al capitale, all’industria etc etc. Qui il corpo è semplice- presenza, il semplice tramite che il sé ha per fare la propria esperienza del mondo, del presente. Heidegger è soltanto un tramite per toccare quei temi tanto cari al taoismo e anche al buddismo zen. Ciò che dico si basa sulla fonte costituita da Notizie autobiografiche reperibili sul suo sito dove si parla dei rapporti con Adriano Spatola ma soprattutto con Giulia Niccolai già negli anni ’90 e Giulia, oltre ad essere una poetessa è anche una monaca buddista. Qui viene detto che la stesura delle qualità , almeno delle prime, erano preceduta da esercizi di meditazione. Da qui la misura breve, l’accensione improvvisa di quei componimenti, come se fossero dei koan buddisti. Secondo me è a questi temi che vanno riferite le idee del vuoto e del cominciamento molto presenti anche in Lavoro da fare.
Dunque Heidegger attraverso il buddismo. Per giungere a cosa? Il suo lavoro non dimentica mai da dove è partito: se è vero che con gli inizi degli anni ’90 dopo che le avanguardie pare che abbiano distrutto tutto e che anche l’esperienza del Gruppo 93 si sia rivelata infruttuosa perché non ha consentito uno sfondamento, un nuovo dialogo con il lettore, proprio dalla fine degli anni ’90 nessuno la legge la poesia, e lo dico provocatoriamente.
E allora che fare? Come fare poesia? Quale poteva essere un ulteriore modo di fare poesia? Differentemente da Sanguineti che si rifugia nel crepuscolarismo o, nei momenti alti, nelle Ballate, nella poesia didattica, moralistica, l’unico modo era interrogarsi sulle possibilità stesse del pensiero e quindi anche sulla possibilità di fare poesia. Come diceva Eugenio Lucrezi, fare poesia è esercizio di logos, nella versione della poesia di ricerca, sperimentale. Recuperare questa interrogazione sul presente, sulla possibilità stessa della poesia. E’ il punto di partenza per i poeti che verranno, è questo che ha aperto che ha dato Biagio. Capire le possibilità che il presente offre anche se non si intravede ancora una risposta. Il lavoro da fare è continuare a interrogarsi sulle possibilità stesse della poesia. In tale contesto il tema del corpo è reiterato in tutta la seconda trilogia, la parola “corpo” è all’inizio di ogni componimento. In questo modo gli ultimi libri della seconda trilogia si ricollegano agli esordi, a Le parole di Eliodora del 1984. Qui il corpo era riferito alla poesia latina classica e a Nietzsche, era il corpo erotico. Un tragitto da Nietzsche a Heidegger con la scimmia del logos che compare in un punto di Lavoro da fare di cui liberarsi. Ora sono curioso, dato che ho potuto leggere in anteprima l’ultimo libro ancora inedito della trilogia, Al centro dell’inverno, su cosa Biagio lavorerà. Cosa farà dopo.

Lettura critica di Giorgio Mascitelli
Ricordo che Lavoro da fare esce in e-book nel 2006 e poi in questa edizione cartacea oggi, nel 2017, dopo i primi due volumi della trilogia a cui Biagio Cepollaro sta lavorando, dopo Le qualità (La camera verde, Roma 2012) e La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì 2014). Il libro occupa una posizione centrale almeno nell’ordine cronologico, insieme a Versi nuovi (Oedipus, Roma 2004), succedendo a quello che era stata la prima trilogia “De requie et natura”, quella di Scribeide (Piero Manni, Lecce 1993), di Luna persciente (Carlo Mancosu, Roma 1993) e Fabrica (Zona editrice, Genova 2002) . Considerare tale collocazione centrale è un elemento importante proprio per il godimento di questo libro. Queste tre fasi della poesia di Biagio (prima trilogia, le due opere centrali e la seconda trilogia) hanno un epicentro che ruota intorno alla figura del soggetto enunciante. Ciascuna di queste fasi propone un soggetto poetico, proprio la voce che dice la poesia, con caratteristiche diverse. Questo è il motore nascosto del suo percorso poetico che da un lato interessa la dimensione del contenuto, ciò che filosoficamente si potrebbe definire come la domanda intorno al “buon vivere” , queste tre fasi d’altra parte hanno una tonalità di fondo molto comune, dall’altro lato la questione del soggetto che dice la poesia determina anche le varie questioni attinenti al piano retorico-formale, retorico-stilistico. Non sono mai cambiamenti dovuti a necessità di sperimentalismo fine a se stesso o di trovare vie nuove espressive, ma corrispondono a questo riposizionamento, a questa continua ricerca intorno alla figura della voce poetica. Da un lato abbiamo Biagio che inizia nella sua fase che possiamo chiamare letteraria, siamo negli anni ‘80 quando la società letteraria sembra ancora esistere, con la figura dello Scriba, lo scrivano dell’Egitto che ha una funzione ironica in contrapposizione all’Io lirico, come contrapposizione tipica dell’avanguardia che vede nella poesia anche una dimensione aperta ad una lotta collettiva per un cambiamento della società e che poi si articola coerentemente ed espressionisticamente in una lingua dello scarto alla norma (come in Scribeide, la fusione di dialetto napoletano, la lingua di Jacopone, lacerti di linguaggio colto, termini dialettali di altre zone). Tutto questo plurilinguismo si trova insomma dentro l’orizzonte letterario tracciato da Contini. Dall’altra parte nella seconda trilogia, di cui sono usciti i primi due volumi, Le qualità e La curva del giorno, abbiamo l’invenzione retorica del corpo. Il corpo è il soggetto e non l’oggetto del testo, solo che qui il corpo funziona sia a livello letterale sia a livello metonimico. E questo corrisponde ad un’osservazione fenomenologica minimale del mondo con un linguaggio poetico aperto all’aforistico. Tra questi due elementi, si trova in mezzo Lavoro da fare caratterizzato dallo sforzo di autobiografismo radicale non nel senso di un racconto più veritiero della propria esperienza, ma proprio dell’assunzione all’interno del discorso poetico dell’unica possibilità di poter guardare al mondo a partire da quelli che sono i propri elementi di crisi. E’ il chiodo da cui si parla. Tale autobiografismo radicale si traduce in un tono che va dall’autoesortazione alla preghiera. Il lavoro da fare è un compito, è una perifrasi che indica un dovere, in latino si tradurrebbe con la perifrastica passiva. Si tratta di una crisi personale che non si nasconde, come scrivevo dieci anni fa, il poemetto si apre con la descrizione di un attacco di panico: scherzando si potrebbe dire a questo proposito che Biagio non disdegna il genere della poesia didascalica perché ci sono anche dei consigli operativi su come uscirne. Questa crisi ha un’eco visibile anche in Versi nuovi e non è solo privata, ma è la reazione allo scoppio anche a livello collettivo di quel mondo che la sua generazione, formatisi tra gli anni ‘70 e ’80, poteva ancora sperare di tenere in piedi. Il mondo in cui era ancora possibile pensare, sia pure criticamente, ad una dimensione di liberazione in cui la letteratura sembrava avere uno spazio reale. C’è questa duplice urgenza in questo libro.
(…)

Una bibliografia critica su Lavoro da fare è reperibile qui:
https://poesiadafare.wordpress.com/lavoro-da-fare-dot-com-press-2017/

Biagio Cepollaro, nato a Napoli nel 1959, è poeta, critico letterario e artista visivo. Tra i protagonisti della ricerca poetica già dagli anni ’80 e ’90, negli anni zero è stato tra i primi a diffondere la poesia in rete. Esordisce nel 1984 con Le parole di Eliodora (Forum, Forlì) a cui fa seguito una prima trilogia: Scribeide, (Piero Manni, Lecce, 1993), con prefazione di Romano Luperini; Luna persciente (Carlo Mancosu, Roma, 1993) prefato da Guido Guglielmi; e Fabrica (Zona, Genova,2002) con prefazione di Giuliano Mesa.
Negli anni della prima trilogia fonda la rivista Baldus e il Gruppo 93, teorizzando il postmoderno critico e partecipando a molti readings internazionali: Milanopoesia (dall’edizione del 1989 a quella del 1992); Ginevra (Festival internazionale di poesia sonora, 1990); New-York (Disappearing pheasant, 1991); Marsiglia (Poesie Italienne, 1992);Parigi (Istituto italiana di cultura, 1993 e 1995); Los Angeles (Department of Italian, UCLA, 1994); Barcellona (Poliphonix, 1997); Palma de Majorca, (II Festival de poesia de la Mediterrania, 2000).
I suoi testi sono inclusi in molte antologie italiane e tradotti in molte lingue: Poesia italiana della contraddizione, a cura di Franco Cavallo e Mario Lunetta. Newton-Compton, 1989; I° Quaderno d’Invarianti, a cura di Giorgio Patrizi, Antonio Pellicani editore,1989; Di poesia nuova ’89. Proposte cinque, Piero Manni,1990; Gruppo 93, Le tendenze attuali della poesia e della narrativa, Piero Manni, 1993; 63/93 Trent’anni di ricerca letteraria, Elytra,, 1993; Poesia e realtà, a cura di Giancarlo Majorino, Tropea, 2000; Akusma, forme della poesia contemporanea, Metauro, 2000; Leggere variazioni di rotta, a cura di Liberinversi, Le voci della luna, 2008; Gruppo 93, L’antologia poetica, a cura di Angelo Petrella, Zona, 2010; The Promised Land, Italian Poetry after 1975 a cura di Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, Sun&Moon Classics, Los Angeles, 1999; Twentieth-Century, Italian Poetry, Toronto University of Toronto Press, 1993; Italian Poetry, 1950-1990, Dante University Press, Boston, 1996; Chijô no utagoe – Il coro temporaneo, a cura di Andrea Raos, traduzione di Andrea Raos e Tarô Okamoto, Shichôsha, Tokyo, 2001; Nouveaux poètes italiens, a cura di Andrea Raos, in «Action Poétique», n. 177, settembre 2004; Chicago Review, n.56, New italian writing,2011; Inverse 2014-2015. Italian Poets in Translation, John Cabot University Press, 2015.
Con la pubblicazione di Versi nuovi (Oedipus, Salerno-Roma, 2004) e di Lavoro da fare (in e-book dal 2006 poi cartaceo presso la Dot.com Press dal 2017), si apre una nuova fase poetica che darà poi vita alla seconda trilogia intitolata Il poema delle qualità e costituita da Le qualità (La camera verde, Roma, 2012); La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì, 2014) e Al centro dell’inverno (in lavorazione). E’ stato tra i primi in Italia a produrre un’editoria di poesia on line rendendo disponibili gratuitamente ristampe di libri introvabili, di autori come Giulia Niccolai e Luigi Di Ruscio e di inediti di Amelia Rosselli. Contemporaneamente alla stesura della seconda trilogia si impegna sempre più nelle arti visive associando ad opere di pittura delle pubblicazioni di versi con allestimento di varie mostre: Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, 2008, raccoglie immagini e testi poetici relativi all’omonima mostra di pittura tenutasi presso La Camera verde di Roma nel 2008; Nel fuoco della scrittura è anche il titolo delle sue esposizioni a Napoli (Il filo di Partenope, 2009), a Piacenza (Laboratorio delle Arti, 2009) e a Milano (Archi Gallery, 2009); Da strato a strato, introduzione di Giovanni Anceschi, La Camera verde, 2009: 21 immagini di opere e 21 stanze di un poemetto, oggetto di una mostra all’Antiquum Oratorium Passionis della Basilica di S. Ambrogio a Milano, 28 gennaio 2010; La Cognizione del dolore. Otto tele per Gadda, La Camera verde, 2010. Del 2011 sono le mostre milanesi La materia delle parole, catalogo a cura di Elisabetta Longari, Galleria Ostrakon; L’Intuizione del propizio, Officina Coviello e la collettiva da verso. transizioni arte-poesia, Accademia di Belle Arti di Brera, ex chiesa S. Carpoforo. Ha curato con Emanuele Magri la rassegna di video poesia Frames e Poiesis nel 2013, Galleria 10.2!, Milano; Mentre il pianeta ruota, mostra a cura di Fausto Pagliano, Laboratorio Primo aprile, Milano 2013. Del 2014 è la mostra Le tre vie, Voyelles e Visions, a Torino e del 2015 Una certa idea di verde a Movimento aperto a Napoli. Dal 2003 aggiorna il suo sito www.cepollaro.it che funge da archivio sia per la sua opera sia per altri poeti. Della stessa data è il blog di poesia Poesia da fare www.poesiadafare.wordpress.com che ha dato vita ai relativi Quaderni e alla rivista di critica letteraria, dal titolo Per una critica futura (2006-2010). Dedicato all’arte dal 2008 è il blog http://cepollaroarte.wordpress.com Dal 2016 dirige la collana di poesia Autoriale delle edizioni Dot.com Press.

Giovanni Baldaccini

14 giugno 2017 by

 

Metafisiche a terra

 

Le poche cose che so di lei

Le poche cose che so di lei
che poi non mi ricordo
come una nuvola adagiata
che ci sono caduto dentro
ma non mi ricordo
e vento non ce n’era
si restava appoggiati
e la sera una mancanza enorme
che di sera le nuvole scompaiono
e scomparivo.

 

terza giornata di sciocchezze enormi

Ora non c’è una piega in questa stanza
che non abbia vissuto le giornate
che ti tracciano gli occhi
né angolo che ignori
i nostri inseguimenti nella sera
dove vanno gli amanti
o chiacchiere avventate che non sappia
mentre ti scrivo quello che non so
di questo mondo
piccolo
insoddisfatto
a rotazione.

 

Inedita

Siamo venuti dove si riposa
sperando tu non debba mai appassire
un amore da dire
il tuo silenzio.
E ascolto.

 

Il posto delle piaghe lucenti

Sollevami le ali sulla schiena
e guardami il dolore
che si ricordi di formare figli
che mi portino pace
che Cristo s’è fermato in questa casa
e non posso dormire.

 

Senza filo

Telefonami possibilmente a primavera
quando i cisti preparano i boccioli
e le viole si svegliano
ai salti delle rondini
chiamami verso sera
quando avrò espulso il vuoto che mi copre
e potrai riconoscere la voce
che altrimenti sembrerebbe l’avamposto
di una città perduta
un temporale
un transito di sogni senza voglia
ma non farmi aspettare più di un anno
che non saprei distinguere tra i giorni
di un’attesa stentata
ma se vorrai non farlo non chiamarmi
e farò finta di telefonarmi
quando viene l’estate
e i cisti hanno riposto lo splendore
e la sera le viole.

 

Senza una goccia di vino

Credo che del tempo si possano dire molte cose
e definirlo ad esempio
lineare o circolare
perfino inesistente
al di là di una coscienza
che lo contempli nella categoria dell’esistente.
Secondo me può essere alto o basso:
alto quando ti sfugge
basso se ti schiaccia
in quella stasi che chiamiamo noia.
Da ciò consegue che la morte
deve essere una noia terribile.

 

Pensieri involontari

Come di temporale né riparo
che ti bagna la faccia e meravigli
s’allaga e s’allarga quando scoppia
tutti quelli che siete
senza oblio
che poi sarebbe come una mancanza
che ti presenta il conto
e s’allaga, s’allarga, si riempie
piove d’incontro
e i fazzoletti li ho portati ai morti
l’altra sera al convento dietro casa
e la pioggia
ha un rumore di passo
di quelli che si sentono la sera
scrivi o non scrivi: scrive
porta via
e me la bevo dentro una bottiglia
al fondo
senza lasciare traccia
né goccia
altrimenti domani piove ancora
la faccia, il firmamento, la stesura, l’astro, l’aurora, la vescica rotta
la mia nutrice vecchia, la portiera, i secoli, l’ottundimento
l’aria, la notte, le bugie, la luna
bagna
questa precarietà delle stagioni
e non so come dirtelo.

 

Samarcanda

Quindi mi trovo in piazza paradiso
senza alcuna ragione
e non saprei orientarmi
se non fosse la polvere che mi ricopre i piedi:
forse stelle.
Noi restavamo ignoti
e il viso mi sembrava la stanchezza
di una ripetizone che conferma
ma non dai garanzie
quando i cigni volano l’inverno
per sostenere l’integrità dei gelsomini
e la penombra
una fuga instancabile
di questo immenso privo di confini
da dove ci scrutiamo nel passaggio
d’ore d’affitto
vento a scivolare.

 

 

Angolo

Spostati verso un angolo di luna
che mi serve uno spazio categorico
per rovistare
e una bandiera bianca per cadere
nel caso non ti trovi.

 

 

 

Giovanni Baldaccini, psicologo e psicoterapeuta, consulente A.I.E.D. di Roma; traduttore di testi psicoanalitici per le case editrici Astrolabio e Liguori; è autore di alcuni articoli pubblicati su Rivista di Psicologia Analitica e Rivista Fermenti; ha pubblicato per la Fermenti Editrice la raccolta di racconti Desiderare altrimenti, il romanzo L’osservatore e la raccolta di aforismi, poesie e racconti 3 d’union insieme a Luciana Riommi e Antòn Pasterius; Il quasi nulla il praticamente tutto, Antologia, AA.VV.; ha pubblicato “Lettera dal Ponto” in AA.VV. Monologhi da camera e da volo per Perrone Editore; è autore di due presentazioni di mostre fotografiche svoltesi a Roma e Parigi; ha pubblicato con La Recherche l’e-book “Tre notti” e l’e-book “Oltre il varco di notte”. Alcune sue poesie e saggi sono presenti in rete su “Il giardino dei poeti”, “La Recherche” e “L’EstroVerso”. Cura il blog personale “Scrivere per immagini.
Vive e lavora a Roma

Anna Maria Curci

7 giugno 2017 by

foto curci

TESTI INEDITI

 

Traducendo “Trasfigurazione” di Trakl
Trattiene a stento
la preghiera sommessa –
tramano già le mani giunte –
l’orrore muto delle bocche da fuoco.
Avvizzisce la festa
di pietre rovesciate
e la promessa di quel fiore azzurro.

                                                               

Dell’Angelo
Restano mute le parole di prima,
la luce stempera il bruno della crosta.
Tace il rancore, e l’ala ripiegata
aspetta l’altra, insieme voleranno.
L’occhio che anticipa e la mano protesa
accolgono il sorriso, dopo tanto.

                                   

A un’amica
                         A Cristina Bove, dopo aver letto “Sul margine”
«Chi legge non s’accorge» e forse
allaga e allarga il fossato.
Se coglie a tratti il suono e l’ultrasuono
si ferma, punta il dito: “dici a me?”
Ma la pazienza di aspettar risposte
il cocchiere le lascia ad ogni tappa
di quel viaggio normale e accidentato.
I vanti magri sono ignoti ai molti.

                                              

Stendo al sole
Stendo al sole fasce per polsi
con cura, dopo averle lavate.
Tendo la tela rossa
e i miei pensieri.

                                       

Di nuovo a casa
Di nuovo a casa,
nella prima di avvento,
la luce aggrovigliata dentro ai vani
fa cenno di aspettarla.

Non ho fretta

                                     

EUR (eucalipto, un ricordo)

Additando quell’albero, sorpreso,
ti sei rassicurato sul suo nome.
Di contrabbando, dietro ad un fast-food,
scorza e foglie incuranti del fritto
schiudevano sornione il ricordo in agguato,
l’eucalipto piantato da mio padre
per tutto il condominio. Fu una festa
con il mare nel naso
e noi bambini, fieri.

                                          

Giungo da un sogno altrui
                                                       A mio padre e mia madre
Inseguo ancora, sai,
vostri sguardi e pensieri
e Madame Butterfly
che cantaste, leggeri.
Un fiore di ciliegio
è la risposta, forse.
Taciuto a lungo il fregio
all’enigma, alle corse.

 

Posa la mano
Posa la mano ora sul ghigno amaro
la ruga appiana di constatazione.
Prenditi sottobraccio il riso
Saluta i sassi e cammina nel sole.

                                                     

                                              

Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna.

Ha scritto la raccolta Inciampi e marcapiano (Lieto colle 2011)
e Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015)

Scrive sui blog

Suoi testi sono apparsi su riviste (Frontiere; Journal of Italian Translation; Traduttologia; Periferie;  Il 996 – Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli) e antologie (La notte, Roma 2008), sui blog La dimora del tempo sospeso, La poesia e lo spirito, Neobar, Carte sensibili, VDBD- Viadellebelledonne,  e sul sito “Poeti del parco”.
Ha tradotto poesie di Rose Ausländer, Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard, Marica Bodrožić, Dietrich Bonhoeffer, Bertolt Brecht, Christine Busta, Paul Celan, Hilde Domin, Marie Luise Kaschnitz, Christine Lavant, Else Lasker-Schüler, Rainer Malkowski, Christian Morgenstern, Novalis, Alev Tekinay, Georg Trakl.
Inoltre ha tradotto Johanna” di Felicitas Hoppe.

Organizza eventi e presentazioni di libri  presso l’ Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”

Mario Girolamo Gullace

29 maggio 2017 by

                                                  

                                                   

IL MOTO DELL’AQUILONE.

il rombo del motore esce dall’apertura delle valvole,
e mentre si avvicina comprime le onde del suono.
dopo averci superato prende la curva ad angolo
acuto, e con il pedalino tocca quasi terra.
il colore della piega è brillante acciaio che si accende
di scintille. la potenza dei cavalli è assorbita
dal marciapiede alto e, nella pendenza, si forma
una pozza rossa ancora palpitante.
adesso tiene l’aquilone dal suo filo di corrente,
lo vede fare capriole e giravolte, come un trapezista
senza rete. adesso prova sete, e l’immagine si sbianca,
il respiro rallenta sul versante che sale più scosceso.
l’incandescenza del motore si disperde dalle alette,
e la coscienza si dimette a poco a poco. il cuore
è il paragrafo di una storia che si sta per distaccare.
ma, soprattutto, le alette bollenti del motore, quel
ticchettio di un orologio che segna addio. l’aquilone,
è l’ultimo moto dell’anima, prima della posa dei venti.

 

 

AUTOSUGGESTIONE.

si viaggia alla velocità del delirio
sotto controllo; è una mille e cento birra
e gazzosa in technicolor grande schermo.
occasione di seconda mano su “Seconda Mano”:
Chevrolet 5 porte, col bagagliaio da un migliaio
di pagine scritte fitte fitte con anestesia;
con il pieno si colma tutta la distanza tra sè e sè
senza aver bisogno di nessun benzinaio.
i paraurti, davanti e dietro, tengono così bene,
che si può anche giocare all’auto scontro scevro
d’anni passati in quarantena. si parte in seconda,
la prima esperienza traumatica è stata abolita
dal quadro comandi. l’autosuggestione è una
quattro tempi cuore a scoppio esuberante;
quando si viaggia sulla capotta si prova
l’esaltante sensazione d’essere preda
di una bestiale leggerezza mentale.

 

 

OCCHI DI LEPRE.

L’erica e l’agrifoglio rosso ruggine; gli invasati aromi da cucina sul balcone al primo piano: basilico, rosmarino, prezzemolo, menta. E ancora il bosso, la mortella, la ginestra e la testarda gramigna (è proprio una lepre), e poi lo zafferano e lo zenzero (ha gli occhi più grandi del cosmo) altre essenze chimiche utili nei cibi. I fiori, invece, quelli raccolti tanti anni fa e messi a seccare nelle pagine di un libro (sta lì immobile mimetizzata allo sfondo) forse sono futili presenze nel mezzo di una storia. (ha sentito la primavera ed è uscita fuori all’aria aperta). Il croco, la genziana, il gelsomino, l’elleboro e il fiordaliso (ti guarda dal suo campo visivo) senza più la linfa (aspetta che ti muovi per contrarre i muscoli e tendere i tendini) che saliva lo stelo per inumidire i colori (è proprio della lepre far così) della sua anima vegetale (è una molla pronta allo scatto). Della fotosintesi clorofilliana non resta che un alone sulla carta (basta il fotogramma di un lievissimo movimento e scappa via nell’imbuto profondissimo dei suoi occhi) e il fruscio dell’aria attraverso le porte della percezione.

 

 

LA SCALA ROTTA.

Intanto che legge in sottofondo scorrono le note di un quartetto da camera.
L’immagine che improvvisamente apre la serratura del suo romitaggio è come l’interferenza di una stazione radio, una frequenza d’onde che increspa il presente con un passato che non è mai passato.
I gesti effemminati di P. che, nella sua assoluta innocenza gioca a far la sposa: si mette sulle spalle il nylon degli scatoloni della frutta imitando lo strascico.
Ad innocenza persa P. sparisce nel suo labirinto senza uscita. Il giorno che riappare è insieme alla donna con i veli neri e gli occhi di bragia.
Si alza dalla sedia per andare a vedere cosa c’è di fuori, quello che gloglotta dentro viene su dal buco con la scala rotta: lacrime mescolate al muco.
Fuori è come dentro: piove, ed ogni goccia cade col tintinnio segreto delle monetine nel pozzo dei desideri.
I desideri stanno lì nel fondo a prendere la ruggine, per salire su bisognerebbe riparare la scala, o imparare a scalare le montagne dove manca l’aria.
P. per lui è stato solo quei due momenti nettamente separati di esserci e non esserci.
La voglia di leggere gli è passata, e adesso ascolta la musica del quartetto da camera. La viola è appena nata e sta sul gambo gracile nel prato; se ne violino l’innocenza, o la lascino crescere liberamente, dipende dal contrappasso di mille fattori, interni ed esterni. Il violoncello ha le corde vocali tra violino e contrabbasso, e dovrà capire da grande cosa vuole fare.
Ora non piove più. Nel fondo del pozzo, qualche desiderio si è scrostato di dosso il circolo vizioso del non posso, e ha messo le ali al posto delle scapole; c’è un radioso P. che passeggia mano nella mano col suo spirito risorto, dallo strascico scintillano i suoi giorni interrotti e mai vissuti.

 

 

ARGENTINA.

Se ne sta sotto l’intrico che genera il fresco dell’ombra, a osservare quel punto famigliare ingrandirsi e arrancare col fiato alle gambe. Gli porta la paglia del vino e il fagotto di pane e di olive.
Si dice salario; lavoro a giornata; sbarcare il lunario. Il cibo, prima, si benedice sempre, e poi si mastica piano, e si mastica piano: il primo coi denti, l’altro si pensa un giro di vite sulla serie infinita di stenti. Girolamo mastica piano, e pensa l’America. L’America non è: hai trovato l’America; per l’America ci vuole due cose: i soldi per partire, e la voglia dei calli sulle mani per tornare coi soldi. Girolamo la prima cosa gli viene data con fatica, la seconda se la deve far venire. Questo è mio nonno: se ne sta sotto quell’ombra a poltrire, e guarda ingrandire il fagotto, piuttosto che il figlio; a ingrandire, il figlio, ci pensa da sé.
Si dice investimento rischioso; soldi di sicuro buttati; tempo perso: questo è mio nonno Girolamo che parte per l’America Argentina: un buco nero di qualche anno, finchè non arriva il telegramma, o la lettera, “speditemi i soldi per tornare al paese”.
Tornato al paese, “l’Americano”, si aggiunge alla lunga lista dei nomi soverchiati dai soprannomi: “tricculi”, “minasiu”, “u pistulu”, “a liscia”, “u mancinu”, “cicchina”, “eccetera”, ecc. ecc.
Si dice pelandrone; senza padrone; vagabondo. Se ne sta sotto quell’ombra a ragionare (senza esagerare, è sempre un lavoro) sull’altra parte del mondo da andare a trovare come sbatterci il muso per caso.
L’Argentina è stata nel frattempo che mia nonna Caruso se la cavava con i suoi carusi Michele, Vincenzo e Giuseppe che, per fortuna, hanno preso da lei il modo d’essere ape e formica.
“mommo raccontateci l’America e la sfortuna che avete fatto”; “ehhh, l’America, l’America, che vi devo dire, è andata così. “mommo raccontateci l’Argentina e come vi siete rovinato”, “ehhh, l’Argentina, l’Argentina, che vi devo dire: era così grande che non si vedeva la fine del giorno; e neanche un albero da starci sotto l’ombra; e una polvere di vacche che si appiccicava al sudore della fronte anche a fare niente;
e le sere di baracche di lamiere; e qualcuno che ballava il tango nei locali malfamati; e le donne, non vi dico, ma qualcuno per loro si sbudellava; e poi, quel mattino, ho deciso che non era cosa, e mi sono fatto scrivere le due righe che sapete. Ehhh, è andata così l’Argentina”.
Mia nonna ascoltava senza dire una parola, ma lo sguardo era storto come i fulmini.

 

 

 

Mario Girolamo Gullace
nato a Torino il 21 agosto del ’63; residente a Venaria Reale e dipendente (operaio) di una partecipata con sede e attività nella stessa cittadina di residenza.
Libri pubblicati dalla casa editrice Ismeca: “Solo per amore” e “Per gioco e per amore” videolibro; per l’editore Libroitaliano World “La ragazza e il quadrifoglio”. Libricini che si perdono nella notte dei tempi e, credo, assolutamente irreperibili.
Più di recente sono state inserite mie poesie sui blog Neobar e Poetarum Silva.

Claudio Pagelli

20 maggio 2017 by

foto claudio pagelli

Inediti

                                      

                                                                   

“La mosca”
                        

scarta all’improvviso

un angolo di novanta gradi nell’aria

salvandosi dallo schianto –

resta il suono rauco di un applauso

le manti giunte nel rito fallito della cattura

lei già presa in altri giri, altre capriole

fra i bracci bianchi del lampadario

con i suoi occhi grandi a scrutarmi dal soffitto…
                               

                                

“La zanzara”
                                 

una vecchia signora

col k-way giallo

e uno zaino a tracolla

cerca le castagne

cadute a settembre,

scarta col bastone

quelle marce

con le mani raccoglie

quelle buone…

poco più in là

una senegalese

con le giarrettiere nere

attira l’attenzione

di un furtivo passante

trenta euro per l’amore

gli dice col suo sorriso di gatta

scostando dal volto un insetto,

forse una zanzara

sopravvissuta al primo freddo…

                                                

                              

“La cimice e il codirosso”
                                    

è la stagione della cimice cinese

che pare  si riproduca più velocemente

di quella comune,  di quella verde

tipo oliva depressa nei bar di periferia…

si dice che la natura sia in ritardo

che ancora non sappia bene cosa fare –

assecondare la sostituzione naturale

o creare un codirosso meno schizzinoso

davanti a una variazione di colore…
                                      
                                             

“La lucertola”

volevo solo aiutarla

invece l’ho condannata

priva della zampa sinistra

e la coda già recisa

avrei dovuto capire

che portarla sotto il sole

sarebbe stato fatale,

che l’amore è un errore

quando ci si crede dio

anche solo per un attimo…
                              

                                 

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975.

Autore de “L’incerta specie” (LietoColle, 2005, prefazione di Manrico Murzi), “Le visioni del trifoglio” (Manni, 2007, prefazione di Fabiano Alborghetti), “Ho mangiato il fiore dei pazzi” (Dialogo, 2008), l’e-book “Buchi Bianchi” (Clepsydra, 2010), “Papez”(L’Arcolaio, 2011, prefazione di Andrea Tarabbia) e “La vocazione della balena” (L’Arcolaio, 2015, prefazione di Guido Oldani).

Con opere di Emanuele Gregolin, Gianluigi Alberio  pubblica inoltre  alcune plaquettes artistiche a cura di PulcinoElefante.

Premiato in numerosi concorsi letterari di interesse nazionale, sue poesie compaiono in cataloghi d’arte, riviste di settore e siti a tema.

Recentemente tradotto in spagnolo a cura di Diego Tapia, pubblicato sul Periodico de Poeisa U.N.A.M.

Laureato in Giurisprudenza, dal 2004 è Presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto (www.helianto.it).

Rossana Mezzabarba Nicolai

10 maggio 2017 by

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  1. ROSSANA E LA SUA DOPPIA ANIMA

Rossana Mezzabarba Nicolai, poetessa palocchina dalla doppia anima, romana e abruzzese, con ascendenze etrusche, è l’ autrice di Luci e palpiti nell’Universo”, editorial service system, 2016. E’ la sua sesta silloge, comprese due in dialetto romanesco. Rossana, laureata in scienze politiche, già dirigente dell’INPS,  scrive da sempre, da quando era ragazzina con gli occhi profondi e lievi che cercavano uno “spazio altro”. Possiamo dire che è  vissuta a pane e cultura, quel sovrappiù – diceva Tagore – su cui è costruita la civiltà dell’uomo. Nella sua famiglia, poesia, canto lirico e pittura erano nutrimento costante dello spirito, erano un po’ le scusanti dell’esistenza; il padre, d’origine etrusca,  è stato un eccellente pittore, mentre la madre e i nonni materni, abruzzesi da molte generazioni, erano dei veri patiti della musica lirica, e profondamente innamorati della loro terra. Da bambina la conducevano nei boschi, sulle rive dei fiumi, dove tutto è un’architettura di suoni istantanei, un’orchestra di sussurri e voci, dove c’erano fabbriche d’aria buona e di silenzi, e lo spazio, tutto lo spazio intorno a lei, si faceva musica di sogno. Questi saranno i paesaggi che nutriranno una delle sue anime liriche, l’amata “terra d’Abruzzo, / temprata e forte/ nutrice vigile/ delle mie prime attese” (Canto)

 

2.SIAMO TUTTI VISITATORI DELLA VITA

Tutti i libri di un autore, e ciò vale anche per Rossana, che ha iniziato a pubblicare più di trent’anni fa, nel 1984,  con- guarda caso – una silloge di intitolata “Nella galassia della vita”, vivono di una loro inesprimibile continuità e variazione, interpretano la loro spiccata alterità senza allentare mai l’abbraccio in cui si stringono tra loro, al loro interno, dove s’intrecciano i singoli componimenti fino a formare un tutt’uno, un solo libro, che è poi la sua storia, una combinatoria di esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni, di affetti, di miti, sogni, ideali, illusioni, I Sempreverdi (“E’ eterno /tutto ciò che ha avuto un senso/che ha impresso un segno / nella parabola della vita”)

Forse all’inizio, la poesia di Rossana era su ritmi e registri più ermetici, con frequenti sinestesie, e voli pindarici; oggi è più tradizionale, classica nella versificazione  e nell’essenzialità, ma la sostanza non muta. Rimane sempre  il misterioso e fragile incontro della parola con l’altrove, una vela umida in cui naviga il cuore, un fremito, un sogno, una stella, un volo, la “Poesia delle ali / e dell’insaziabile sete/  d’infinito/ da chi dall’infinito/ promana/ respira vita”  ( Le ali)

Ma questo non è un libro solo elegiaco, o fatto di nostalgie; è il libro di una più profonda riflessione  sull’esistenza e – allo stesso tempo –un appello a una vita e a un futuro di speranza e di riconciliazione. “Siamo tutti visitatori della vita.  Nessun essere umano conosce il significato della propria creazione, se non nel suo aspetto più primitivo e biologico. Siamo stati buttati nel mistero dell’esistenza, siamo ospiti di questo nostro pianeta, visitatori vandalici che rovinano, sfruttano e distruggono altre specie e risorse. Abbiamo portato cassonetti per rifiuti  anche sulla luna”. La poesia è  un invito a rispettare la sacralità dell’Universo, fatto di luci palpiti e misteri, ma anche a riflettere e riscoprire che tutte le cose che incontriamo nella vita hanno qualcosa di mistico; che esiste una spiritualità della quotidianità che possiamo trovare nello sguardo di un vecchio, nel sorriso di un bambino, in una foglia che si stacca dal ramo, nella fonte che riflette i nostri volti fatti d’acqua; la poesia è un triste oro, che non ha mercato, è eterna e  povera, ma è anche un radar, o un “sommergibile dell’anima” che ti fa scoprire paesaggi inesplorati, abissi segreti, sentimenti grandi, vasti come il respiro del creato.

 La poesia ti fa capire l’urgenza tutta ungarettiana della parola, che può essere un grido, un fragile cristallo, e un ponte di solidarietà umana nel dolore e nella disperazione, ti fa convertire l’oltraggio degli anni in una musica, un rumore, un simbolo. Ti fa percepire i palpiti vibranti di un cuore immenso, infinito, “dietro il sipario del tempo”.

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  1. LA TELA DEL TEMPO

La fluidità del tempo recisa in una sequenza ordinata d’istanti successivi dall’incertezza del futuro, dalla pena del vivere, dalla speranza di rinascere, cede   “alla dolcezza dell’oblio / alla pietà dell’ombra /che stende un velo sulle piaghe,/ le risana e richiama alla vita” ( La tela del tempo),  guarda a nuovi orizzonti oggi inquinati di provvisorietà, che vanno cancellandosi, abbagliati,  sotto la riappresa luce degli sforzi di grazia di una poesia essenziale con la linea di vita, ma anche di sacralità, di voce intima, in un quieto abbandono della memoria, direi una pausa, una sosta, un attimo di oblio di tutti gli strascichi, le pesantezze, le angosce, le sofferenze, gli strazi  dell’esistenza, che Rossana Mezzabarba ha dovuto subire, e sempre accettato con grande fede, dignità, coraggio, nonché straordinaria forza d’animo  e rinnovata speranza d’amore.

4.IL RISVEGLIO

Da uno dei cortili  aver guardato le antiche stelle, dal sedile in ombra – scrive Borges – aver guardato quelle luci disperse, aver sentito il cerchio dell’acqua nella segreta cisterna, l’odore del gelsomino, il silenzio dell’uccello addormentato, l’arco dell’androne, l’umidità della sera – tali cose sono forse la poesia di un minimalista dell’immensità. Ma, aggiunge la nostra autrice, la poesia è anche nel fremito di un bimbo che nasce, nel “RISVEGLIO”  alla realtà delle cose dopo una notte “lieve di luna d’estate, /  nella mimosa che esulta, /in una lacrima vera, in un tramonto d’oro/, in una colomba picassiana, / o nel mistero delle ninfee”; tutto ciò realizza quella continuità cosmica, che è il respiro, l’alito d’amore di Dio che ci reca costantemente doni su doni per vincere la nostra miseria e la nostra insondabile solitudine.

 

5.L’UTOPIA

Sappiamo  bene che nessun verso,  o illuminazione  risolverà un nostro minimo problema, né ci porterà consolazione e pace, ma bisogna pur coltivare qualche utopia, come verità, giustizia, solidarietà, se no diventa tutto un mercatino delle vanità, un bricolage dell’anima. Probabilmente non sapremo mai il perché di questa ossessione della scrittura che ci fa stare svegli fino a notte fonda senza sapere bene quel che faremo, quel che diremo,  prima di battere i tasti del computer, o scrivere a penna, come fa ancora Rossana, cercando sempre quella linea della chiarezza, l’incisività, la semplicità del dettato, l’autenticità di quel che si agita dentro di lei, siano voci, sogni, deliri o visioni. Noi tutti siamo, purtroppo, tarati sul disincanto, e cose come lo sdegno, la compassione, la tenerezza, ci sembrano merci scadute, ma se vogliamo dare un significato alla nostra vita dobbiamo ritentare il dialogo leopardiano con la luna, credere nel sogno del futuro, metterci le ali e volare verso quel regno dell’utopia, in attesa  di una musica che viene dalle galassie più remote, dove l’eternità  ci attende al crocevia delle stelle, per quel pugno di cenere o di gloria che forse ci è dato; ecco Rossana che si mette il ritratto del padre appeso al cuore, s’adorna con l’ardente e cieca rosa di maggio e guarda  il mare, che è lì, immenso, eterno, essere antico che rode i pilastri della terra.

  1. IL CAMMINO E LA SPERANZA

Diceva Lucrezio: Noi siamo granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia, minute conchiglie tutte simili e tutte diverse che l’onda mollemente spinge sulla bibula harena, sulla sabbia che s’imbeve; le ragnatele ci avvolgono senza che ce ne accorgiamo, mentre camminiamo. Rossana ha fatto un lungo cammino con sua marito Roberto, che ora se ne sta lassù, in alto ad ascoltare la musica di Dio. E’ una donna che ha fede e ascolta e serba nel cuore  la parola del Vicario di Cristo sulla terra, quel Papa Francesco dallo sguardo buono, con la voce piena di tenerezza per gli umili, e il calore umano, lo sprone  tutto evangelico che lo spinge in un cammino difficile, contro ogni principato e potenza: ecco un papa non occupato solo con l’eternità ma con l’umanità, e la puzza delle sue pecore sperdute, occupato con il tempo, con l’istante che si devono convertire in speranza di eternità.

Ma vogliamo finire, nell’ottica di un ecumenismo religioso, da sempre invocato, ma che non si riesce mai pienamente a realizzare, con un altro anelito di speranza; quella speranza, secondo la poetessa, abita anche dietro gli specchi e gli orrori di una guerra assurda che sembra non aver mai fine, la guerra porta a porta, la guerra dietro i sipari, gli specchi, l’oscurità del terrore, del sangue e delle cose che ci può colpire dovunque e che ferisce l’anima di ognuno di noi. Rossana ha un anelito di umanità e di speranza a cui non bisogna mai, mai abdicare, che abita una moschea dove è  “inginocchiato/perduto/ nel grande tappeto/ di preghiera/ un fanciullo arabo// Il tuo sguardo /è assorto, /non so se già consapevole/ del mondo che ti circonda; / a te vicina/ con l’anima/ prego anch’io:/ che tu non possa mai soffrire/gli orrori della guerra,/la fame,/ il dolore dell’abbandono,/ma vivere una vita/ d’attese premiate,/ di caldi raggi/ d’amore”.

Roma, 5 marzo 2017                                                              Augusto Benemeglio

Annamaria Ferramosca

1 maggio 2017 by

Titolo: Andare per salti
Autore: Annamaria Ferramosca
Editore: Arcipelago itaca
Collana: Collana Mari Interni

Pagine: 80
Anno: 2017

recensioni  http://www.carteggiletterari.it/2017/03/27/i-luoghi-e-le-scritture-rubrica-di-antonio-devicienti-su-andar-per-salti-di-annamaria-ferramosca/


 

Andare per salti, titolo che mi fa pensare a una sfida ipotetica di lettori all’assalto di una libreria: lettori appassionati che pur di leggere poesia fanno la coda per accaparrarsi le offerte migliori.

E la raccolta di Annamaria Ferramosca merita questa attesa, è una poesia viva, ispirata dalla vita nei suoi molteplici risvolti, esperenziali e metafisici. Una poesia che si svolge nelle ore e nei giorni, che cerca il senso nelle piccole e grandi cose. Le riflessioni di una mente alla ricerca del senso più alto della propria e altrui esistenza.

[…]

nessuno è reale piove sempre
nella pioggia sbavano i segni
ma le pagine accidenti quelle sono
insperate di bellezza
disperante bellezza irraggiungibile

[…]

così mi lascio vivere
un vivere piccolo semplice che almeno
un po’faccia coesione 
un rimpicciolirmi come
di seme tra i semi

 

Questa poesia è testimonianza dello spirito, navigazione a vista tra luoghi di memoria e luoghi di incontro, un’immersione nella profondità dell’attenzione emozionale ma anche analisi di un’intelligenza proteiforme, libera di mostrarsi e di mostrare oscurità e luce, con voce propria, originale,  paragonabile alle grandi voci della letteratura e della filosofia.

 

[…]

tanto sprovveduto è stato l’attraversare
il rombo delle strade senza avvertire
i passi accanto gli urti gentili

 

La mente che nell’attraversamento delle difficoltà quotidiane non si lascia travolgere, anzi, sa coglierne “l’urto gentile”, e chi, se non un poeta, può trarre dal dolore lo stupore, cogliere in uno scontro la leggerezza di un accostamento delicato.

Entrare nella poetica dell’Autrice è andare incontro a un sorprendente mondo variegato, è spaziare tra sogno e realtà, immergersi nella profondità di un pensiero policromo, in un guizzante alternarsi tra la concreta osservazione della vicenda umana e la consapevolezza, talvolta inquietante, dell’essere mistero. Da qui il linguaggio che si fa chiarore, che illumina  la mente con la sua poesia.
                                                                                                                                                                  c.b.

 

ai vivi resta in mano
incorrotto un ramo
aspirazioni e sogni da sfogliare

Dispacci per Narda

13 gennaio 2017 by

https://cartesensibili.files.wordpress.com/2017/01/headcrime1.jpg?w=460&h=460

su Carte sensibili

https://cartesensibili.wordpress.com/2017/01/12/dispacci-per-narda-in-ricordo-dellamica-narda-fattori/

Narda Fattori

12 gennaio 2017 by

[…] Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?
I testi qui raccolti, scritti nel 2014 e nel 2015, rispondono a questa domanda, e altre ne pongono, tenendo sempre alta la soglia dell’attenzione. Ciascuno di questi dispacci reca con sé una duplice consapevolezza: non ci si sottrae, neppure in quanto poeti (o meglio, tanto meno come poeti) alla vita e alle sue manifestazioni, siano esse sublimi, «il cielo lassù azzurro alto», oppure prive di qualsivoglia grazia e pertanto intenzionalmente storpiate nella grafia, «smartphone iPod e tablette»  […]

Dalla prefazione di Anna Maria Curci

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2016/10/dispacci.jpg?w=380&h=543

[…] Il dispaccio è un messaggio che ha un carattere di particolare urgenza, è un telegramma breve ed essenziale, urgente perché deve comunicare un contenuto di fondamentale importanza. Ma non sembri che le singole parti (o poesie) siano tra di loro frammentate, isolate, come capita spesso ai tanti libri di poesia che circolano in questi anni. No. Tutte le poesie fanno parte di un organico, di un corpo, una specie di romanzo coordinato nelle sue parti; Narda ne è la protagonista, la tessitrice, la mano e l’oggetto, la sua storia di figlia, di madre, di donna che vive nel mondo, con uno sguardo che si fa via via più cupo; chi legge si inoltra in un terreno sempre più sofferto, si fa portare lontano in visioni tragicamente attuali: dalla famiglia (il padre, la madre, la sorella), esempio di valori e di certezze vissuti nella fatica quotidiana, ma di quella fatica che forma, aiuta a crescere; a uno sguardo sofferto sul mondo (il mare, i migranti, i bambini innocenti dai grandi occhi che muoiono, – migranti dalla pelle nera bellissimi occhi di bambini / pieni di stupore –); tutto è orchestrato da una mano sapiente che non lascia nulla al caso e che, proseguendo e ampliando i temi che erano già presenti a incominciare da Verso occidente, si fa ancora sguardo attento e meditativo sul mondo ampliandone il senso: non più o non soltanto l’io poetico, ma l’altro, la storia, il voi, o il noi con cui si fa la vera poesia, perché alla fine ciò che resta è sempre il noi, partecipazione e condivisione di chi fa parte della storia. […]

Dalla postfazione di Bruno Bartoletti

 

Su Poetarum Silva potrete leggere la prefazione e la postfazione per intero e lcuni testi tratti dal libro

 

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qui di seguito
un dono di Narda Fattori al Giardino dei poeti

Inediti

 

 

I vecchi

I vecchi sentono lo scricchiolare delle giunture
Camminano piano per timore di cadere
E guardano in basso per evitare un sasso
Non fumano più non hanno più peccati
Non chiedono perdono perché non hanno più ricordi.

I vecchi sentono la foglia che svola via nella folata
È già novembre e il sole non li scalda si arrotolano la sciarpa
E tutti a dire state nelle case e non aprite porte
Vi vogliono far male ma quale male più di questo
Silenzio di abbandono – i vecchi non dicono parole
Farfugliano spezzoni di litanie resti di discorsi amari

Quelli che vanno per le vie hanno un ricordo da trovare
Un amore che non è morto e gli batte ancora il cuore.

La tavolozza

Ogni colore ha la sua tana
nido d’accoglienza e pennella
una stria di azzurro –sopra –
sotto tanto verde e poi il giallo
del sole che sposa il giallo delle spighe.

S’accrocca la collina ride di miste tinte
cantano i papaveri note rosse seminano
amore in fiore fragile che danza
alla lieve brezza pomeridiana ed esclama:

“ Gioite- cantate- prendetevi per mano
più tardi le preziose stelle orneranno
il cupo manto di brillanti bagliori

dimenticheremo il male si farà l’amore
sulla tavolozza che ha mescolato
i suoi colori…

 

A Edda

Ti vedo correre coi piedini veloci
la palla era rotonda e tu una capovolta
-attenta- gridava nonna alle tue trecce
ma più veloce di un passero volavi
dentro la vita e cinguettavi.

Si fecero piene di curve le tue forme
ma sei rimasta ad inseguire i sogni
e tessesti un lasciapassare di meraviglie
ad un capo e all’altro di questo mondo.
China sui libri a cercare risposte
poi a cantarle sulle note di una chitarra
e c’era sempre un richiamo un altro appello
e tu- presente- e mai dare dolore.

Quello ti trapassò una volta – molte-
come capita ai vivi che hanno amore
da prendere da dare da sfamare.

Di materia stellare -Edda- ancora brilli
e sono ora le mani indaffarate e il canto
che sempre nella tua gola trovò il nido
caldo tenero in scala di do.

Il papavero

Svetta il papavero di vanità gentile
apre il suo cuore nero al sole
mentre una farfalla vaga si posa
già si sgualcisce
il petalo si contorce e cade.

In una settimana resterà uno stelo nudo
perduto il rosso tengo il nero bottone
per la tisana della sera
che cancella i vivi e i morti in rissa affratellati .

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Buon anno

3 gennaio 2017 by

buon-2017

pausa

19 novembre 2016 by

giardino-dopo-la-pioggia-by-cribo

 

Il Giardino si ferma per un po’
Auguri di buone feste  e buoni mesi a venire a tutti i poeti e lettori

cb

 

Maria Carmen Lama

11 novembre 2016 by

Carmen Lama

 

 

È poeta soltanto
                         
                         
Non tutte le ciambelle
riescono col buco:
in questo brutto detto
c’è un po’ di verità
come quando si dice:
Non ogni parto buono
genera figli sani.

Così il poeta
non se ne faccia un cruccio
se mentre viaggia dentro le parole
ne trova alcune sfatte,
sfiorite, sfarinate
e non crea poesia,
ma acerbo frutto.
Se ha sabbia tra le dita
può scegliere – se vuole:
lasciarla scivolare
e tornare al suo nulla
o, bagnandola,
farne effimero castello.

Con le parole il gioco
è ancora più complesso.
Quando il poeta crede
d’averne colto un senso
stabile, duraturo, forse eterno,
la cosa significata
è già cambiata.

Lo sa il poeta
che si muove spesso
su una sottile linea di confine?
Viaggia tra il nulla
che vuole esser cosa
e l’essere che ricade già nel nulla.

È poeta soltanto
quel demiurgo
che in un baluginio
raccoglie un mondo,
che vive come in bilico,
sospeso, per afferrare
le parole in volo,
ma che sa anche
e sente chiaramente,
nell’oscillante gioco
dell’approssimazione,
il suo continuo rischio
di caduta.

Ma fino a che lo sosterrà
uno sguardo poetico sul mondo,
la sua ricerca non avrà mai fine,
perché in poesia non c’è una meta.

                                                                              

Dolceamaro

Negli occhi il mare
in lacrime di gioia

il cuore si riempie
si gonfia come un’onda

e mi sazia quest’immenso
dolceamaro.

 

 

Il silenzio, talvolta
Il silenzio, talvolta,
è un gravitare di parole
nel vento della sera,
un accendere fuochi a precipizio,
cauterio di ferite
che più sono invisibili
più bruciano
lasciando riverberi
in cieli di smeraldo.

 

 

Si sta

Si sta
come d’estate
le barche a Giethoorn!

 

 

Piegheremmo anche in quattro
Piegheremmo anche in quattro
tante risate vere
quelle che ci ri_piegano sui fianchi
e ci tolgono il fiato
(o vuoi il respiro?)
mentre parliamo dell’infantilismo
di certi raccontini per bambini
che nemmeno i bambini….!

E dire che ci siamo divertite
alle pareti della nostra casa
non serve -già!-
ché anche le pareti ridevano
e ridevano e ridevano
ché a memoria conoscono i ritratti
delle luci
ma più ancora del buio
de_(lle)_menti

_

                        

__________________________

                               

                            

Dedicate a un’amica
                                   

                                       

Se non ci fosse l’aria
e il tuo respiro
se il tempo fosse immobile
se non avesse voce il vento
se uno spazio minuto
non accogliesse
il pianto e il riso
di un’anima bambina –

o… se non ci fosse …

dove starebbe il senso
d’ogni cosa?
                                   
                          

Fiammeggia

Fiammeggia metà_fisica dei quanti
e c’è chi padroneggia infinitesimi
dei tanti dentro un vortice che ondeggia
ed è subito sera che dardeggia

inaspriranno i cirimolli acquatici
nel bel mezzo d’anseriformi asfittici
                       
                            
                            
Per dipanare enigmi
                       

Come s’appoggia ad una balaustra
una malinconia oppure un pianto
così ci affacciavamo su un sentiero
che portava soltanto verso il nulla
e ci scommettevamo una visiera
di cappellino, d’aria e di minuti,
che saremmo arrivati in men che niente

non sapevamo dove, e tuttavia
si muovevano i piedi, non il corpo,
e annaspavamo intorno a un labirinto
che ci riproponeva un filo e Arianna
e un maxitauro vestito d’amaranto

e il labirinto non aveva vie, soltanto
un’apertura chiusa in alto, per sorvolare
intimamente un sogno
e rifare a memoria
indizi di memoria

è che a volte dal nulla nasce cosa
che mai t’aspetteresti e non comprendi
ma qualche cosa è lì che affiora piano
dal labirinto della tua memoria
o dai sentieri inviolabili
del nulla
per dipanare enigmi
sospesi sugli abissi più profondi
                                     
                             
                             

Palpiti in superficie
                                
                               
Palpiti in superficie a punta-spilli
allineati desideri e sogni

– ma di che? ma di chi?-

tempura al ristorante au trompe l’oeil
come un incartamento di destino
– o fosse il tempo che sempre m’inganna? –

Appare un mondo che non riconosci
e il ciglio è doppio sulla carreggiata.

Ma al fondo al fondo cosa vedi, amica?

Non ho mai scandagliato, veramente…
– fosse paura o eccessivo fermento
o distrazione o tormento!? benché… –

Se penso a quell’immagine che penso
mi turba un po’ sapermi stereoscopica
anima, mente e…
chissà se anche il corpo!?

Oh, taci, taci! E ascolta il tempo, ascolta.
Fluisce nelle vene e disincanta
e ancora inganna. Ma sarà per poco.

Se guardi nel profondo, con amore,
quell’essere scoperto ti sorprende
e palpiti discendono
discendono…
sussulti all’unisono si fondono
onde increspano superficie e fondo
lo sguardo che si staglia sullo sfondo
e di dolcezza investe il tuo domani.

 

altre qui

Franca Battista

4 novembre 2016 by

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FONTANA LIRI     Ninfa al rito

                                     
” titolo, del resto, racchiude una chiara avvertenza: l’anagramma estrae dalle lettere di Fontana Liri, e lo consegna al titolo, una figura del mito: e il mito porta il rito. È un rito così ad essere inscenato; e del rito sono caratteristici l’intento di celebrazione, il tocco e l’aura di sacralità.
E lo sacralità qui si esprime fin dall’inizio per il mezzo di un numero pieno e rotondo come cento, e s’affida a prima vista al ricco e curato corredo iconografico nel quale è l’eleganza delle piante ed è il loro sottile messaggio benefico, legato alla varietà e alla inesauribile energia risanante della natura, a valere come offertorio, ad accompagnare il paesaggio, a vistarne il genius foci.
Franca Battista da sempre intreccia i suoi versi con le denominazioni colte e popolari e le figure, con le proprietà e gli cusili, con le aperture odorose e le promesse di un erbario ricco, che ama per altro riprodurre con l’antica perizia di un amanuense, di un miniatore. E, sopra pagine intonate ad un pensiero ecologico, l’universo verde della vita vegetale le presta spesso e volentieri il linguaggio: anche con gli arcani sintagmi che catalogano specie ed esemplari, sintagmi caduti nel/’ oblio i quali invece sono rammemorati e fatti tornare tra i versi, Franca Battista aggrega i suoi composti.
Che così sanno di antico e di nuovo, che sono presi dal vero epperò hanno un tratto di mistero e s’arricchiscono di risonanze simboliche, che si impregnano di una religiosità pànica, naturale.
‘Su di un tale ordito, come su di un letto (di foglie e di fiori) , Fontana Liri ora s’adagia ora si lascia avvolgere, ora sI staglia. A suggerirne movenze e posture, a suggerirne la condizione di confine e di ponte tra terra ed acqua, è – e non potrebbe non essere – il Liri, che raddoppia, accoglie nel suo alveo, prolunga il significato trattenuto nel primo segmento, già liquido e scorrente come getto, del toponimo, Fontana.
Quel che se ne ottiene è una ripresa come in cento fotogrammi di un luogo reale e fantastico insieme, che vive nel tempo e sta nella memoria, di un paese segnato sulle carte geografiche e di un paese dell’ anima.
E così si citano alcune frazioni che fanno rami e braccia tutt’intorno, e così si segnano monti e valli, e così ritornano per ricordo e per lode vocazioni speciali. al lavoro, e così si rievocano personaggi e così si restituiscono a vita miti, e così si ridesta un piccolo consorzio antropologico; e l’occhio ora accosta analiticamente i dettagli, ora allontana e procura una visione d’insieme delle scene portate in versi. D’accompagnamento stanno le forme del fiume che è dio, che è totem: ì bollori, i capricci, le bonacce, ciò che toglie, ciò che dona e le voci, i silenzi , i verdi e i rossi (il rosso è tra i colori più battuti) del suo far roride e accendere bacche e fiori, le sue ombre e le sue luci (“alluma” conta tante occorrenze, infetti).
D’accompagnamento sta lo sua musica ancora un palpito dell’anima, che perdura ad affidarsi all’ euritmia delle figure del suono, specialmente alle allitterazioni con lo liquida “elle” (lo “elle” dell’iniziale del Liri) nella parte di protagonista.
È infine una scommessa quella di Franca Battista e perciò le appartengono un piglio, un’attenzione, una tenacia che sanno di sfida barocca.

La scommessa è quella di innalzare un monumento,  tanto variato e libero nelle forme,  quanto è solido, rinforzato dal sedimentarsi degli acrostici, l’uno sull’altro fino a contare cento.
La scommessa è vinta; ed è così che si inaugura e ci viene consegnato questo monumento in forma di parole a Fontana Liri.

Marcello Carlino

*
Forti legami e chiare
orme di cartigli
nel luogo aprico
trattengono aviti reperti,
archi di pietra, obliqua trascendenza di colline,
mieli cuprei su rocce ascose tra lo pregiato
artemisia glauca.

Lacerti
ignei ri-creano
riflessi
inusitati.

*
Fra sedimenti di tempo e policrome
orchidee maculate,
ninfe e ninfee, tacite
tane di foglie ed erbe
amaricanti riluce lo luce del verbasco che sboccia
nelle forre sature di nostalgici
aromi terragni.

Luccichii di lucciole allumano
i vicoli, plasmano bagliori
ramati su pietre vive
incastonate ai sensi.

*
Frastuoni d’acqua nel frastagliato
orizzonte cheto, mentre
nel vento che ondula segreti
torna il sibilo delle alghe che nella notte
ancora ondeggiano nel lago plissettato,
nuovamente intriso di un odore
acre di melma che rasciuga nel sapore.

lieve riaffiora in afflato lo zolfo, ora
ignoto, ora un poco
ròco, ora amabile,
inconsueto olezzo di fralezza.

*
Fragranza d’erbe segue
onde d’embrici
nella collina arsa e a balze
tinta d’oro
antico, mentre sfumano fruscii d’assenze
nella afona
amarezza di cromie sopite.

Litici percorsi rin-tracciano sinuosità smarrite,
intrichi di sterpaglie su im-prevedibili,
ripidi sentieri di puri
ideali.

*

Franco paese ove
ogni strada giunge in ambiti ambiti,
nei vincoli
tenace e molto
amicale,
nei vicoli
accorto e pervio.

Lucente,
indaco e schietto il cielo
rispecchia lo fantasia e duplica
i cirri nel solforoso lago.

*

Foglie con verdastro
ossido
nei ritorti
tralci per amabili
arazzi di vitigni
nodosi, sfaldati,
attorcigliati.
Labirinti agresti s-coprono
impavidi grovigli di spinoso
rovo
inatto.

                              

                               

Franca Battista è nata a Fontana Liri (FR) dove vive ed opera nel campo delle arti visive, della didattica e della poesia. Si è formata artisticamente all’Accademia delle Belle Arti di Roma ed ha esposto in personali e collettive, realizzando opere pittografiche, video-performance ed installazioni verbo-visive in cui prevalgono implicazioni antropologiche con riferimento specifico allo sua terra. Nell’ambito della didattica ha attivato laboratori per lo sviluppo della creatività grafica e linguistica e curato pubblicazioni di settore. Da anni si dedica alla poesia pubblicando le raccolte Cinigia (ed. Romberg, 1995); Arsura (ed. Tracce, 1999); Falene (ed. Dismisura-testi, 2000); Chiose sulla chiuso (ed. Tracce, 2003); Lacinie (ed. Tracce, 2004) e ricevendo prestigiosi riconoscimenti tra i quali: “Prometeo D’argento”, premio Presidente della Repubblica al concorso letterario “La donna si racconta”, Pesaro 1994; primo premio al concorso internazionale “Nuove scrittrici”, Pescara 1998; primo premio “Primavera Hoiku”, Milano 1999; premio internazionale “Capoliveri Haiku”, Isola d’Elba 20 10; premio internazionale “Capoliveri Haiku”, Isola d’Elba 2012; premio internazionale “Capoliveri Haiku”, Isola d’Elba, 2013. I suoi testi sono inseriti in numerose antologie tra cui: “Antologia della poesia femminile italiana” (ed. Tracce, 2006); “La montagna” (Ferrari editore, 2007); “Glli alberi” (Ferrari editore, 2008);” La parola che ricostruisce” ( ed. Tracce, 009);:”Flowers” (Ferrari editore, 2010); “Cuore di preda” (ed. CFR, 2012); “Haiku” (I quaderni del Lavatoio, 2012) “RaPPOEsia” (I quaderni del Lavatoio, 2012); “Cronache da Rapa Nui” (ed CFR, 2013); “Haiku tra meridiani e paralleli” (Fusibilialibri, 2013). Inoltre ha curato originali antologie con poeti nazionali e inter-nazionali tra cui OliArti (ed. Fortino, 2012). Ha partecipato ad eventi poetici tra cui:
“Musicisti e poeti della terra del mito” (omaggio a Franca Battista), Conservatorio Licinio Refice, saggio di composizione (su testi di F B.) docenti A. Di Pofi, A. Poce, Frosinone 200 l; “Ecologia della poesia” Biblioteca Comunale, Cassino 2004 “Fuoco Evento” Lavatoio contumaciale, Roma 2005 – Biblioteca Universitaria Alessandrino (Università lo Sapienza), Roma 2006 – Fondazione Mastroianni, Arpino 2006 ; “Leopordi’s Day”, Villa Celimontana, Roma 2006; “Rodiobox” – voci e immagini dei poeti dell’archivio della Biblioteca Alessandrino (Università lo Sapienza), 2006; “La poesia femminile italiana”, Saletto del Cenacolo in Parlamento, Roma 2008; “L’isola dei poeti”, Isola Tiberina Roma 20 l l; “Poesia visiva” Cosenza 20 l l ; “La Poesiamanifesta, L’Aquila 2012; “Giornata mondiale della poesia”, Pescara 2013.

Maria Grazia Calandrone

29 ottobre 2016 by

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Frammento in memoria

[…] ora sappiamo, poi che ne abbiamo rimosso il corpo
azzurro e cedevole, che lei era stata una cosa che non opponeva resistenza e adesso era
esaudita, mentre tubercoli
di larve ne intaccavano gli occhi e la canala dei liquami era stata
scavata profondamente
quanto
il fatto che chi se n’era andato non era più
con lei da molto tempo e lei aveva concluso nel corpo quel separarsi
lentissimo come in presenza di ostacoli e scendendo le scale quella mattina
con la fronte addolcita dal sole
sulla spalla
della piccola indiana con il nome da uccello aveva detto questo
essere stata in mani estranee è stata
la vita mia

Roma, 22 gennaio 2010

 

 

altre qui

Giovanni Baldaccini

23 ottobre 2016 by

Oltre il varco di notte

LaRecherche.it [Poesie immagini prose brevi]

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_____________________________________

baldaccini

Inediti

 

Cose appena d’amore
                          
                         


Senza altrimenti

Amo la solitudine del tuo pensiero
la tua diversa fonte
il tuo sostare
in un credo capace di smentire
amo di te l’essenza
le tue nuvole a getto
che trasportano il mondo
lungo passaggi di definizione
e la dissomiglianza
dall’esistenza inabile
senza connotazione di frontiera
mentre ti affermi stabile
nella mutevolezza che conferma
l’enorme vastità del tuo dissenso
come un’inesistenza nella vita
la sostanza
nel sonno che sorveglio
mentre ascolto il respiro
che si muta in linguaggio
per avvertirmi della tua esistenza
che conferma la mia
senza altrimenti.
                               

                            

Senza farne parola

Non c’è ancora nessuno questa sera
ed io mi chiedo cosa penseresti
di questo vuoto intenso
se il tuo sentire ancora mi parlasse
del senso
e il mio dissenso
dove spesso mi seguo
per il gusto malato di inseguirmi
ma non c’è ancora nessuno
ed ignoro
se mi verrai a trovare con gli amici
o resterà la solita mancanza
o magari sarò io
a mancarmi
come è molto probabile
dato che non riesco mai a capire
se davvero mi manchi o se non sia
il mio sentire autistico
che in qualche modo o altrove qualche sera
mi porterà un rimpianto
o forse un soliloquio
che ti dedico spesso
senza farne parola.
                        
                                

Crepuscolo

Ce ne andiamo divisi
come due sconosciuti
e il tuo vestito non è rosso
come il tramonto in fondo
ma non saprei distinguere
tra le cose che cadono intorno
e il volo degli uccelli verso casa
malinconici
come la sera quando aspetta il sole
e le cose da dire
che non sai mai da dove cominciare.
                           

                                    

Suggestioni

Ti ho amata a dispersione aperta
che neppure la vita
a pioggia
a dimensione diseguale
quanto le forme dell’immaginario
neppure che tu fossi un’illusione
che vaga altrove e costruisce mondi
io ti ho amata reale
e questo mi stupisce.
                            

                           

Le notti belle

A Parigi
c’erano le candele
per traversare ponti dal mio letto al tuo
e tetti con le stelle.
Verso l’alba
qualcosa ritornava
a rimestare le mie rimanenze
su pochi appunti persi tra i cuscini
sai quelle forme a caso che camminano
senza arrivare mai
e non sai come dire.
Poi scendevamo scale d’illusioni
a scaldare castagne sulla Senna
e i fiori che compravo
avevano un odore di cipolla
acre
come un sorriso sperso
tra i riflessi dell’acqua
concessioni
che sanno di sparire.
Qualche volta diverse
grida al suolo
ricordavano sogni andati a male
e le cose
che non sanno tornare
perché l’inconsistenza le spaventa
e dubbi
cianfrusaglie
vecchi libri
riempiono le casse
d’anni
che s inseguono in alto
mentre mi sento nudo
quando serro l’armadio e i tuoi capelli
perché non ho più perle per i fili
e spesso non riesco a dormire
mentre ripenso a tutte le stampelle
dove appendo le sere.
                           

                            

Nostalgia

Appena vento
forse
nostalgia
senza di cosa
né ripensare
attesa
e tu che mi domandi scosta l’orlo
di questa sera lunga
che la dimenticanza sa di viole
e cade il ricordare.
                                  

                          

Madre

Quando passano i giorni e tu ti adegui
a un lento scavalcare questa vita
senza attesa
io mi ricordo Madre di morire
e ti tengo le mani


L’Autore

Giovanni Baldaccini, psicologo e psicoterapeuta, consulente A.I.E.D. di Roma; traduttore di testi psicoanalitici per le case editrici Astrolabio e Liguori; è autore di alcuni articoli pubblicati su Rivista di Psicologia Analitica e Rivista Fermenti; ha pubblicato per la Fermenti Editrice la raccolta di racconti Desiderare altrimenti, il romanzo L’osservatore e la raccolta di aforismi, poesie e racconti 3 d’union insieme a Luciana Riommi e Antòn Pasterius; Il quasi nulla il praticamente tutto, Antologia, AA.VV.; ha pubblicato “Lettera dal Ponto” in AA.VV. Monologhi da camera e da volo per Perrone Editore; è autore di due presentazioni di mostre fotografiche svoltesi a Roma e Parigi; ha pubblicato con La Recherche l’e-book “Tre notti” e l’e-book “Oltre il varco di notte”. Alcune sue poesie e saggi sono presenti in rete su “Il giardino dei poeti”, “La Recherche” e “L’EstroVerso”. Cura il blog personale “Scrivere per immagini.
Vive e lavora a Roma.