Marzia Alunni

5 febbraio 2016 by

SAHEL

Berbera è la notte
ai limiti estremi del Sahel
e il piatto orizzonte allude
ad una morte viola.
Glabre le dune,
s’abbarbicano
invisibili orme di vita
ed orientarsi è dubbio,
meglio restare indefinitamente
davanti al cielo stellato.

 

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Paolo Carnevali

29 gennaio 2016 by

paolo

 

 

Luci come grappoli
si accendono
sui rilievi scuri
vibrazioni e fumo
tra il tempo
in cocktail ansioso
di pioggia sporca.
Qualcosa che aspetto
o che deve arrivare.
E sono presente
nascosto e visibile
come una luce
a grappolo appesa.
Mi è permesso il
discuto del.
Poi vibrazioni e fumo
e ancora il tempo.
E tu la mia tranquilla
speranza le mie mani.

*****

Sono uscito.
Gialle foglie attorno.
Questa notte
ci sarà la luna.
Notte pulita.
Domani sarà
come scivolare
su una foglia
sudicia e viscida.
Il mio sguardo
vitreo e freddo
come un clik fotografico.

*****

Mi ricordo parlammo di gatti,
del tramonto, di un luna park,
così
come in un fumetto a colori.
Come due bambini per mano.
Si può rinascere per caso
semplicemente guardandoti
come quei fiori che nascono
ovunque
e come nei sogni
immaginare una fiaba:
Roma nei tuoi occhi
era il mondo.

*****

I dialoghi si riannodarono ancora una volta,
avevamo riempito il tempo,
senza riuscire ad intuire, concludemmo.
Un chiuso orizzonte morto.
Ne eravamo convinti:
gli sguardi finti, i profili assenti, le parole rotolanti.
Osai pensare al poi, ma fu in un attimo
che la sera nascose come sempre se stessa
in un cielo senza stelle
inquadrato nelle finestre.

*****

Una nebbia nascondeva St. Paul
Londra viveva frenetica la sua guerra urbana.
Come formiche indifferenti al pericolo
parlavamo di pace,della vita che di giorno in giorno,
nascondeva guerre dimenticate.
C’era aria di tempesta in Cannon Street
che muoveva le foglie caduche dagli alberi,
calpestate e portate dal vento.
Una scritta parlava di Missioni di pace,
ci guardammo nell’opprimibile menzogna
di una pace inquinata e ormai bugia.
“Dobbiamo costruire una storia nuova,
nuovi stili di vita,rifiutare le armi.”
Dicesti, incrociando il mio sguardo.
“Solo un disarmo mondiale,spezzerà la catena
di morte,la cultura della guerra,opporsi al ricatto
della difesa militare,al pericolo grave,al peso
economico inutile.” Risposi.
Il respiro si faceva nuvola di vapore
quando indicasti London bridge.
Mi piaceva quella tua passione
per tutte le cause nobili.
Il mondo non doveva finire nell’incoscienza
di un’altra catastrofe atomica,nella follia
di un’altra Hiroschima.

*****

Sono uscito lentamente
senza fare rumore.
Come il vapore si scioglie nell’aria,
del tutto indifferente
all’indifferenza del mondo.
Ma c’è quel lato romantico
regalato dalla vita,
la poesia nascosta nelle piccole cose
anche quelle che offrono tragiche drammaticità
e poca speranza.
La luce mi ha trafitto
rendendo visiva la polvere,abbagliata dal sole
che sembra star ferma, immobile.
Combatto e spero: prego.
Ma spesso sprofondo nel disastro.

*****

Ti ho vista passeggiare
velocemente per il corso
nascosta da un fiume di gente,
ma non ti ho chiamata.
Ho continuato nella mia corrente
frettoloso nel consumare il mio tempo.
Ormai siamo soli e avvolti da ombre
nei giorni di festa sul corso.
E’ come una giostra che gira e stordisce.
Ti ho vista confusa,anche un po sola,
ma questo non l’avresti mai detto
se te lo avessi domandato
non avrei ricevuto risposta per orgoglio.
Ognuno di noi non ama essere ferito.
Ma se per caso avessi accennato ad un sorriso,
avessi teso una mano…..
passeggiavo con le mani in tasca
e un passo veloce sul corso,
desideroso di raggiungere casa.

*****

Paolo Carnevali
nato a Bibbiena(Arezzo)nel 1957. Traduttore. Aderisce al Movimento per il
Disarmo unilaterale di Carlo Cassola. Pubblico “I dialoghi di Ebe e Liò”ed. Lalli
dal cui testo è stata realizzata una pièce teatrale(1984), nello stesso anno
redige “Poetica Città”un poetry-zine adatto alla distribuzione underground.
Pubblica in ciclostile “Poesie contro la guerra”distribuite in serate di lettura
al The Poetry cafè of London. Nel 1985 entra nella redazione del “Circolo
Letterario Semmelweis” di Angelo Australi a Figline V.no, con la presenza di
Peter Russell, Giorgio van Straten, Romano Bilenchi, Giorgio Torricelli ecc.
Pubblica la plaquette poetica “Trasparenze”ed. Tracce (1987) recensita sul
Manifesto(1988) e sul Corriere Adriatico(1990).
Pubblicato su riviste e blog di poesia.

Maurizio Manzo

22 gennaio 2016 by

“ Rizomi e altre gramigne” di Maurizio Manzo

Maurizio Manzo ci ha fatto conoscere opere di buon livello, aspre, a volte fiere e feroci, non risparmiandosi e non risparmiandoci.
Il materiale visionario che ha sempre usato è di quello umile, quasi di scarto a dimostrazione che anche i rifiuti sanno lunghe storie di noi, le conoscono a menadito, se si ritraggono è per pena, oggi fa moda dire misericordia. Non è attaccato alle sue poesie, le trovo di frequente qua e là, dunque vuole comunicare, gli urge dentro un male che condividiamo in tanti e il suo dettato, di facile comprensione, senza astruserie, sembra sottolineare che è uscito dalla fase autarchica per affermare le sue verità.
Il poeta ha ritenuto di dover far precedere il libro da una veloce spiegazione di cosa sia il rizoma ( contenitore di succhi, riserva), quanto alla gramigna sappiamo quanto sia infestante ma anche quanto sia resistente, di come ampli il territorio impedendo ad altre erbe di convivere con lei. La battaglia tessuta con l’endecasillabo prepara il lettore ad una poesia antilirica. L’endecasillabo è il signore dei versi, il più musicale e s’appiccica a chi lo frequenta (e chi ha compiuto un corso di studio normale ne è venuto abbondantemente a contatto) e toglierselo dalla mente e dal proprio ritmo è un processo lungo e faticoso.
Ne parlo per esperienza diretta : all’inizio l’ho dovuto frammentare che è l’esatto contrario di quello che fa Manzo che lo raddoppia stirandolo fino al margine della riga. Ne nasce una poesia quasi prosastica che tuttavia non perde la facoltà ritmica e la seduzione semantica.
Il libro “Rizomi e gramigne”, come altri del poeta affondano in esperienze dolenti e, credo sentendosi più al sicuro dietro questo verso, lascia andare un io che paga e ha pagato il male che l’uomo incontra nel suoi tragitti esistenziali, quindi a volte palesemente si confessa, altre si rivolge al tu, altre ancora al mondo. Proviamo a leggere una poesia intera e lo stralcio di un’altra:

OSSA
Si prosegue a salti fugacemente, anche ascoltare richiede sforzi immani
si parla solamente a e per sé stessi, tu ascoltavi il suono del mio cammino
stonato e fatto di sincopi stolte, quando si avvicina la vita è tardi
l’ora di piegare i panni e cambiarli, ma manca al solito l’armadio giusto
e gli scheletri hanno l’osteoporosi, buttare cose frantumate è semplice

……………………………………………………………………………………..
poi ci sono i Tg gli urli veri, ma il dolore non si somma s’accoda.

Trovo che questi versi siano onesti, veri, che non celino la loro potenza, che esplicitino una realtà personale e sociale a ciglia asciutte, col dolore che grava ovunque e che l’uomo non sempre è in grado di sopportare.
Ma tutto l’e-book vibra di questa malinconia ritrosa, a volte impacciata, che procede oscurandosi e mutando impercettibilmente in angoscia.

CALCO
Appena in tempo smetti di sperare, ricalcare quello già disegnato
essere inseguiti pensi sia bello, non tutti però vogliono abbracciarti
la strada non è stabile sui piedi, a rotolare la vita inizia presto
le vertigini spargono colori, gli occhi sporgono di meraviglia
si calcola il mormorio la durata, tra urlo e sorriso un calco su ciniglia.

Credo che questi versi, così amari e così belli si porgano come una lucida testimonianza del percorso compiuto da Manzo: l’uomo c’è, impercettibilmente dura e si stringe gli attimi del sollievo per sopportare quelli della sofferenza. Dice di sé, Maurizio, dice di noi, senza alcuna presunzione di additare, di colpevolizzare: dalla stessa terra un’umanità varia si esprime in molti modi, c’è anche chi non riesce neppure a fare questo.

Narda Fattori

Cristina Annino

15 gennaio 2016 by

Più di quarant’anni di poesia. È il percorso di Cristina Annino, un viaggio destinato a continuare ma che intanto ha donato un esito di non poco conto: un linguaggio che scuote alle fondamenta le certezze presunte dell’atto poetico come tale. In fondo, scrive l’autrice nella raccolta L’udito cronico,[1] «niente esiste che mi si ponga / davanti piatto, senza / sbalzi di luce». Che poi non è altro che quell’«intima disgregazione» già affrontata nel libro d’esordio, datato 1969[… ]
Così esordisce Mary Barbara Tolusso  nel suo saggio sulla poesia di Cristina Annino.

Nello specifico di questi testi, il gatto Koko è un f-attore scatenante: idee, considerazioni esistenziali, suggestioni che agganciano ad altri amori, innescate da uno sguardo non-sguardo, simile alla diplopia spirituale di ogni essere umano: dialogo tra il sé pensante e il sé mediatore di impulsi e sensazioni.

Pioveva sempre, piovve / tanto da liquidare persino due / ombre. Così ancora la cerniera /del buio ci chiuse.”

Considerazioni sulla sorte di un messaggio che si è spento e perso ed ha lasciato il dubbio come sostitutivo, tuttavia portatore di speranza platonica.

“Certo, vede meglio / cadere la Storia, la grigia venuta / di Cristo. Non trova / la scala, ritorna sui suoi / passi: “scusate, ma il mio / groviglio d’ubiquità o le forme / tempissimamente. Anche / strizzando luce delle caverne, / come entrano in una valigia?”

Forse entrano nella mente, partendo dal punto in cui si comincia a esistere, per essere poi proiettati verso la dimensione ignota, inspiegabimente intuita.

“L’apparenza è muta / sempre, Achab disperde il mondo / in globalità; il buio almeno /lo rende ideabile”. Non risponde / ma scende. “Dobbiamo / remare senza! Dal niente ti fa / un’Atlantide; mica è / poco! Seguiamo il tuo fiuto e amen”

Un gatto che raccorda il suo esserci all’umano, ne convoglia il pensiero oltre la quotidianità che tende a eludere i cicli che scandiscono le miserie del corpo… e qui vediamo l’impennata della grande poesia: la verità umile e densa della mente magnifica di Cristina Annino.

“Lui curvo ancora è  fossile  / di ragione. Già! Gli chiedo perciò  / meno umano “Hai presente  / lo sterco?”  “Sì” “Uguale al vento, / per tutti soffia contrario. Noi, / ci ha portato fino alle stelle”.  Ed esco  / che neppure mi vede, dal mulinello / di quella babele.

 Cristina Bove

                                 

                           

Breve fu la vita felice di Koko:
“NON VEDO PIÚ L’OROLOGIO, E QUESTO NON LO SOPPORTO”

Cattivo Tempo

Ombrellaio, ombrello, Koko
se piove ride coi suoi denti.
Bianco nei quattro polsi,
si spezzetta lo spirito fumando
come fa, da caserma. Io penso però
che non sia gaio mai, né gli basti
l’ubiquità che lo prende, mento
sopra i ginocchi. Credo invece
che il tempo gli si sieda ogni
giorno davanti e giochi
alle tre carte, che insomma sempre più
gli confonda le penne
                               

Odore cardiaco di fuliggine o sfascio

Lo presi per le spalle: un cric; s’è
parlato per giorni di quel rumore.
Lo trascina anche oggi
nel tovagliolo; lo tasta. Non gli va,
questo suono di fine tra sé
e il siamese lavoro, rielaborando
ogni volta io qualcosa di torbido,
di facciale: lui
nano. Al centro, troppo stanco
com’è, del tavolo di proscenio.
***

Dopo una vita così:
Promessa, la Svolta, il Prestigio,
per magia dovrai riapparire
sul palco. Già il sipario
urla alla scena guadagno di più,
se non calo? E allora! Fuori
a calci nell’universo del Divino
Pollame; un giro appena,
e rientri! Sarebbe il lampo
sul naso coniglio, che nemmeno
vedi (due vite, please!) Primavera,
sarebbe Niente diventa
vero se non credi. Ma lui zitto; pioveva
addosso la meningite del cielo.

                          

Smanio così, cambio note…

Smanio così, cambio note, penso
alla falla del mio matrimonio; lui
ora dov’è? La bolletta
di luce è un cannone. Koko in
tondo perdeva ogni olfatto
scuotendo cose come fossero
larve; gli stavano addosso
nel pelo avana. Ricordò gambe,
sedie, stoffe, confuse ormai
nella piena d’un cassetto.

Pioveva sempre, piovve
tanto da liquidare persino due
ombre. Così ancora la cerniera
del buio ci chiuse.
                              

Trasloco nella Repubblica Cieca

Mi chiese a colpi d’ascia
con le vibrisse: niente
più musica, ecco, nemmeno
Siam. Che ora non era
il salvadanaio stracotto di note
al vento come Puccini; falso vero;
gli dovevo questo poco dovere. Parlava
con pupille dove gocce
remavano dentro. Io ancora
senza rispetto: “Capo Indiano, almeno!”
Macché.
***

Per chi rovescia
la tazza in terra, lo dico sul serio,
il buio gli lavora con le mani
la pasta degli occhi: è
oramai il respiro dell’acqua
e chi la contiene. Lo strazia
la voce storione del suo branco
di pesci.

***

Certo, vede meglio
cadere la Storia, la grigia venuta
di Cristo. Non trova
la scala, ritorna sui suoi
passi: “scusate, ma il mio
groviglio d’ubiquità o le forme
tempissimamente. Anche
strizzando luce delle caverne,
come entrano in una valigia?”

***

È l’intera Repubblica Cieca! Ecco,
cos’è. Col lato mancino di vita
strabico in quelle coste. Ma fa
capolino, vuole stare all’aperto,
dire il nome del nome, retrocede
fino al mittente, avanti indietro.
Mi deve
la misura ragionevole
dell’imperfetto, dottore, che ora
non c’è somiglianza più tra le cose,
un sipario mi cala sulle vene
ottiche. Ombra e bagliore, e scoppiate
le mine in faccia!

***

Lo chiamerò Achab. “Trova
le scale e andiamo! Ci aspetta
il camion, sotto, Joohh!” Quest’essere
con le braghe, magro, con quel
fuoco del viso immobile, piano
fronte; dico io “L’apparenza è muta
sempre, Achab disperde il mondo
in globalità; il buio almeno
lo rende ideabile”. Non risponde
ma scende. “Dobbiamo
remare senza! Dal niente ti fa
un’Atlantide; mica è
poco! Seguiamo il tuo fiuto e amen
                               

Alla fine, questo è quanto

Se dite che l’ho reso un Poema, è
poco. Forse sì forse no, forse già
eterno. Ma non pensa più, semi
spento sui piedi. Mica gioco, io, mica
sono uno spot!

Eppure in verità credo che
tutti noi si ricada in terra
per finire il destino. E non sia uno
scherzo; ad Archimede negate
le regole del peso.

Così, dall’inizio
del mio tempo, in quel lunghissimo
tiro, salto, e per ogni
raggio di cemento che è; come
fosse sempre la volta del numero
primo, riconosco quel segno.
Fino, più d’una larva. Si gira la cella
molecolare in cui cammina. Io
mi fermo. “E poi
che succede, Spot ! Storia muta,
ma adesso ce la suoniamo.”

Lui curvo ancora è fossile
di ragione. Già! Gli chiedo perciò
meno umano “Hai presente
lo sterco?” “Sì” “Uguale al vento,
per tutti soffia contrario. Noi,
ci ha portato fino alle stelle”. Ed esco
che neppure mi vede, dal mulinello
di quella babele.
                                      

Diario della Fine

Ho amato sempre
i genitivi, quelli seri; il sassone,
per esempio, col chiasso inglese
delle parole, il suo tatto. Ora
non ho più accanto Koko in
guanto di braghe; s’è girato
sparendo ieri. Voilà. Le zanzare
con strazio ripiegano il corno,
lo mettono via. Sanno
già tutto. In fila indiana
sfilano dal muro, che almeno
con loro parlava. Come escono
i minatori dal suolo, e dopo spara
a vuoto un ignoto ablativo! Anche
in punta di lana, i capelli crescono.

Antologia “Assoli”

7 gennaio 2016 by

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ASS-OLI
suoni e poesia dell’olio, Edizioni Fortino
a cura di Franca Battista

Siamo giunti alla quarta antologia di poesia che canta l’olio, antologia a cui Franca Battista chiama a partecipare poeti noti e meno, ma tutti ricchi di estro, di innovazione, a volte ludici, a volte consci della valenza metaforica dell’alimento.
Questa edizione si arricchisce di spartiti, fra i quali uno molto antico e tanti altri di melodie d’occasione.
Far parte del nucleo dei poeti antologizzati è un vero onore, si è in ottima compagnia a celebrare il liquido ambrato spremuto dai profumati frutti neri, le olive.
Fin dalla prima edizione, l’antologia ha avuto adesioni qualificate e il prodotto finito rendeva merito alla curatrice e all’argomento; la curatrice insegna arte ed è poetessa a sua volta; l’argomento travalica gli abusi e scavalca i millenni come cibo del corpo e cibo dell’anima.
Le religioni hanno fatto proprie le valenze sintagmatiche: l’olio è diventato santo, segna il passaggio dei credenti, è crisma; gli unti del Signore si equiparano ai santi..
Eppure di fronte a tanta e tale messe di significati (un banale dizionario ne esplicita molti ), l’olio è parsimoniosamente usato su tutte le tavole, un filo dorato sul pane, magari con l’aggiunta di un po’ di sale e si faceva mensa.
Mensa del centro sud del mondo, dell’areale mediterraneo, dall’Italia al Magreb, all’Asia Minore.
Nutriente, dorato, profumato, si preoccupava anche dell’aspetto esterno delle persone: veniva aggiunto alle abluzioni per ammorbidire la pelle e nutrire i capelli; ancora oggi se ne fanno creme di bellezza preziose. E, ancora metaforicamente, districa i nodi, i viluppi e porta alla luce la grazia naturale.
La moltiplicazione delle sue virtù la si riscopre nella grande varietà delle scritture: moderne, giocose, epigrammatiche, post-moderne, Credo che l’olio, col favorire il pattinamento, abbia agito anche sulla fantasia sbrigliandola e sfaccettandola.
Notiano subito la originalità linguistica del titolo: ass-oli : l’assolo è opera di singolo, in genere si intende canto o brano musicale per un solo strumento capace di espressività intensa; gli assoli qui rendono ragione al tema, basta un trattino e abbiamo un ass ( moltitudine) e oli, anch’essi uno e multipli. Ogni olivo dà il suo olio, ogni terreno ha una sua identità e così anche regionalmente, gli oli pugliesi si distinguono da quelli toscani e i liguri operano una terza categoria di profumo e gradimento.
Non voglio dilungarmi perché non sono un’esperta e poi la tematica non renderebbe giustizia alla varietà dei linguaggi con cui è trattato.
Sotto queste righe troverete alcune poesie quali exempla, chiedo scusa a chi è rimasto escluso, non perché non degno, semplicemente per costrizione spaziale.

Narda Fattori

ASSOLI

anche se è ancora piccolo il raccolto
l’amore profetizza: ora il tuo volto
emerso
dall’ingranaggio a secco
delle abitudini
scivolerà sull’ olio
delle beatitudini

Maria Grazia Calandrone- Roma 2014

 

ASSOLI

Il mucchio è folto e molto e colto
Niente amalgama solidale lama di proclama
ma un’arnia di celle amare piene di sale
Vanno sul palco dove anch’io salgo
per assali giri di voli girasoli in effettivi parasoli
in cieli vuoti stitici d’oli salvifici
che in un’ottica comune siano allume
volume di savio costume che ci prolunghi

la cieca precaria vita dagli stolti
Imbandita in questa terra

dagli stolti imbandita
in questa terra col timer alle dita

Nadia Cavalera – Modena, 2014
                               
                                 

L’olio adagio s’adagia in un adagio

l’olio des-unto dalla sansa verdeocra
e filtrato tra le corde dei fiscoli
per ungere le labbra con pre-testi
di condimenti afoni o squillanti
in gialle trasparenze con accenti verdi
e ardite legature di armonici contrasti

ora s-cola in fragranti tonalità silenti
conferma in sinfonie un timbro caldo
e spesso rilucente per variazione e fuga
o sci-vola per melodie in altezze
accentua l’intensità di arpeggi
e in fili-grana d’oro si dipana

ora con levigati ritmi compone
su pentagrammi estrose partiture
con oleate pause di sapore
o si con-forma in versi diversi
riversi in sgocciolii di sobri contrappunti
oppure adagio s’adagia in un adagio
poi crea accordi di ibride armonie
per prelibati assOli
da nobili ulivi assolati
con note acute di olive frangiate e gramolate
per insaziabili concerti
del gusto.

Franca Battista – Fontana Liri (FR), 2014
                                    
                               
UNTITLED

SCARTI. …………. PER UN COME SE FOSSE

MODULO…………………………………………………………

ASSOLI SENZA OLI SE FOSSE PER UN
SONO SOLTANTO ASS PER COME SE
…………………………………………….
OLI ED ALI ALICI SOTTOSALE UN PER
E SONOSOLE SUDATE ARRESI NATE (1)
IN UN QUANDO SENZA UN PERCHE’
PERCUSSIVA LA MENTE IN AERE SE
TAMBURI A CORNICE COME SE PER
CONTENUTI D’OLI SE FOSSE PER UN

Arresinate che hanno perso peso e sostanza(l)

Antonio Amendola – Roma, 2014
                                                   
                                

 

OLIO, BALSAMO DIVINO.

UNGITI D’OLIO, CURA LE FERITE,
SUI CAPELLI, LA PELLE SPARGI AMBROSIA,
TI ATTORNIANO GLI DEI, LE DEE RAPITE
DAL SUO PROFUMO, PERCHE’ LUI E’ IL TUO SOSIA,

IL COMPAGNO FATATO, LE TUE VITE
RISORGONO, ELEMOSINA
TI FANNO IN MONETE BEN POLITE
D’ORO COLATO, LA SUA CELLULOSA

COLMA DI VERDE LIQUIDO CELESTE
SI INSINUA NELLE VENE, NEI PRECORDI
E RIMERGI LUSTRATA DAL SUO NETTARE;

RINASCI AL MONDO, MUTI LA TUA VESTE,
CAMBI IL TUO CUORE, ORA PIU’ NON AFFONDI
NEL LAGO DELLE TENEBRE, NUOTI IN MARE …

Francesca Farina – Roma, 2014
                                                    
                                           

                                      

ASSOLI
stilla distilla in oro fuso
dacché fu clorofilla
o bacca nera goloso
ne è il mio merlo
che dall’ulivo saltella
sul prato inglese
lui romagnolo accasato
sul mio tetto
e anche un po’ viziato.
Cip e cippete clop
la goccia musica
quasi con la sordina
silente scende a zigzagare
sull’insalata e sul pomodoro
oro su oro a sfamare
i primigeni nostri con il pane
e un pizzico di sale.
Non si abbia mai a scordare
che ci siamo nutriti
per mille e millenni di pane
ornato di un filo d’olio
sapido di sale.

Narda Fattori – Gatteo (FG), 2014

 

 

per la lettera A dell’olio

se fossimo stati più prudenti
avremmo assaporato gli assoli delle nostre labbra
nel sempre possibile

: preferimmo la via del labirinto
e ritrovarci con le lingue fuori uso
fra due universi
avremmo potuto costruire il precipizio perfetto
e il rossore del tramonto
ma eri vestita di turchese, nuda
respiravi da cane sotto la pioggia
nel bosco di Pofi
io coda di gatto )
nell’Acqua ero l’olio

                    
Elmerindo Fiore – Casalvieri (FR), 2014
                                   

                          

Senza l’olio

Senza l’olio
la vita
scipita
Senza l’olio
il mondo
non è rotondo
è un angolo acuto
uno strillo stonato
un pollo ossuto
beccuto
strozzato
la vita
ha fiori secchi
per dita
I denti
mordono le ossa
cadono sui sassi
mangiano
lame dei rasoi
ci si addormenta
tra le spine dei fossi
Perfino i morti
son sensuali più di noi

I morti sono morti
perché sulla tovaglia
l’olio prezioso hanno rovesciato
e il discorso si è spezzato
Non abbiamo più l’ insalata
non abbiamo più nulla da dire
non sappiamo più inghiottire
La gola
s ‘è chiusa su ogni parola
e le poesie
aspre indurite
sono minestre rimestate
inacidite.

Lucetta Frisa, Genova 2014
                                        
 

                                                                                                 

Sulla terra antica
I pianori si slargano sino al cielo
colmi di olive luccicanti
cadono sulla terra antica
nel riverbero del sole.
Da tronchi atavici spifferi di vento
alitano s.oli.tari
ass.oli vibrano nel ponente
sulle schiene stanche
soffiano segreti e strane melodie
serbate nel cuore del sud.

Anna Lauria – Rossano Calabro (C5), 2014
                    

                                 

                                  

Felicità del gesto

rosolare
soffriggere
insaporire
due giri nell’insalata
un filino sotto la frittata
nella teglia un velo solo
altri cibi. .. sia festaiolo
finto eccesso in piatti vari
grato odor sale alle nari
salutare lustrato stufaiolo
popolare prelibato assolo
oli son assi
assòli i sottoli
sottoli che assali

Maria Lenti Urbino 2014
                                            

 

                                          

Crisi al frantoio

Sono giorni pesanti anche il governo bolle
sospinto da temporali estivi e tanti scontri
e tutti cerchiamo in tasca gli ultimi spiccioli
al supermercato prossimo alla fermata del tram.

E’ stata primavera anche quest’anno con ricche foglie
e gli olivi si sono ricamati in pochi giorni di tanti
piccoli fiori promessa di rami stracarichi di olive
da calare al frantoio per nuovo extravergine di vita.

Ma presto si sono scatenate micidiali burrasche
a sperdere uomini e fiori in troppi rivoli terrestri
e le olive ancora resistenti
sono calate poi nel concime del suolo
lasciando le foglie a piangere
in difficoltà di sopravvivenza.

E ora le bombe in Siria rinviano ogni certezza
di tempi di ripresa oltre gli imperi della violenza
e crolla quest’anno la speranza
di incontrarci al frantoio
per entrare nella felicità di cucinare con l’olio nuovo
mai in crisi d’esistenza.

Roberto Piperno – Roma, 2014

24 dicembre 2015 by

*

auguri lampada di aladino 2016 -

*

Natalia Bondarenko

22 dicembre 2015 by

:

I versi di Natalia Bondarenko si collocano con grande naturalezza e senza nessuna forzatura in una linea poetica ben precisa. La poetessa, partendo da strutture che affondano le radici nella lingua russa, riesce ad esprimere direttamente in italiano versi di grande qualità, di solido spessore e di estrema vitalità.
Non c’è timore ad ammettere che la sua poesia arriva a collegarsi, in una linea ideale di continuità, con tutto quel versante del novecento che fa capo ad una idea poetica di innovazione e di sperimentazione, sfiorando in alcuni punti, tangenzialmente, l’avanguardia italiana. L’antilirismo, la semplicità apparente del verso vengono da lì, non ci sono dubbi. La sapiente costruzione di strutture sintattiche lineari, moderne e leggere, portano come complemento la profondità del senso. E, come è stato già giustamente rilevato, la felicità della composizione nelle poesie di Natalia Bondarenko non segue il normale e semplice percorso in divenire. Tra la prima e l’ultima delle sue poesie ci può essere un affinamento strutturale, ma il senso e la profondità del suo vissuto sono presenti allo stesso modo, sono parte integrante del testo e colpiscono il lettore.
Tanto per fare chiarezza, la linea a cui lei fa riferimento, in un gioco di rimandi e di citazioni, è quella che parte da Marino Moretti, il quale, all’inizio dello secolo scorso, inaugurava la poesia del quotidiano, delle piccole cose, dell’essenziale e del personale. Continua con Eugenio Montale che ha, di fatto, avviato la possibilità di dare spazio alle parole poco usate in poesia, e dopo, con tali parole, alle confessioni sentimentali, alla elargizione di pensieri intimi e personali.
Si consolida con Edoardo Sanguineti, che ha mischiato i generi e il linguaggio, le pause e il ritmo, ed è approdato alla sua idea di poesia che ha grandi affinità con la musica contemporanea. (Per cercare di decifrare un senso, sappiamo che Sanguineti ha dedicato tutte le poesie all’unica donna della sua vita, la moglie).
Il suggello a questa linea ideale lo possiamo dare con un frammento di critica in versi:
per sbeffeggiarla, La poesia non è poesia,
se ha troppa poesia
Ci vuole la parola assurda,
presa dalla strada, fuori moda
Per diventare poesia
Oppure deve usare una parola alla moda,
la poesia,
ma per sbeffeggiarla
non certo per incensarla…
Ecco. Tutto questo, ma anche qualcosa di più, si trova in modo quanto mai naturale nei versi di N.B. Quando lei gioca in modo feroce con l’immagine sbagliata di un uomo (è divertente/farti una carezza sulla spalla/ e scoprire/di aver sbagliato persona.);
quando la grandezza dell’autoironia diventa un modo per scaricare le tensioni (sai/pensare a te/è un lavoro usurante);
oppure, quando la forza prende il posto della presunta debolezza femminile (ti metterò un cuscino/sulla riva del fiume/per alleggerirti/la scomoda attesa di vedermi/passare cadavere).
Queste minime uscite esemplificative, valgono per rinforzarci nell’idea della bontà della sua proposta poetica.
Per Bondarenko, come forse per tutti i poeti, credo valga il pensiero che un altro poeta, Enzo Spaltro, ha dedicato a coloro che scrivono versi. Egli ha detto che chi scrive poesia lo fa perché crede, in fondo, di essere ‘onnipotente’. In senso razionale onnipotente è colui che tutto può. Un’ingenuità, è vero, che diventa, però, come nei versi di Natalia Bondarenko, autenticità. La stessa che lei declina in modo deciso: esprimersi in versi senza nessuna condizione ed in piena libertà. La ‘potenza’ delle parole …che può tutto.

Leggendo le poesie di Natalia Bondarenko raccolte nel volume Profanerie Private, recensione di Francesco Di Lorenzo

*

io pubb

:

Si può vivere senza mai vedere New York,
senza un’Halloween dilungata fino ai morti,
senza i morti che hanno occupato il paradiso
::::[in modo abusivo]
senza mai passare per l’inferno

senza un paradiso che ha la morale delle favole
dove la storiella sulla bontà
ci fa soltanto più arrendevoli, dove
la falsità ha il sapore di un gelato alla vaniglia
e il sorriso tirato di un cartone animato

si può vivere senza la gommosità delle domeniche,
senza l’inglese di martedì,
senza lo sgambettare di sabato,
in un generale fuggi-fuggi rimanere a casa e
snobbare i gerani parigini dei vicini

ma quando il ruvido istinto di stare a galla
ti spinge a rivisitare le lettere cancellate
della tua prima carta d’identità,
capirai
che si può esistere senza la geografia del viso,
senza la matematica dei denti,
senza la chimica della pelle,
senza gli ultimi giorni di giugno
quando gli uomini amati se ne vanno e, anche,
senza i primi giorni dell’anno
quando gli uomini ancora amati
::::[per un po’] tornano

si può vivere sopravvivendo,
così-così,
ma voglio/vorrei giustizia un domani.

(dal libro VIETATO AGGRAPPARSI AI SOGNI!, Guarnerio Editore, 2014)

:

*

:

Potrei prenderti così, come ti ho trovato,
sporco di pallonate prese in pieno petto,
lavarti e centrifugarti per bene, stendendoti
al sole
:::::[nella speranza che splenda].
O come un semplice grigio zerbino peloso.
Toccarti con le suole conforta le idee,
spillarti coi tacchi è un anticipo per i torti futuri.
Ma meglio di tutto, vorrei prenderti dal cassetto
come una tovaglia austriaca, rossa,
a quadratini, così, leccandomi le dita
riuscirei da ogni tuo centimetro a raccogliere
le piccole briciole di pane
toccando per forza la tua anima.

(dal libro TERRA ALTRUI, Samuele Editore, 2012)

.

*

.
Ti vorrei così,
confuso e insicuro,
come un bambino attaccato alla gonna della madre

masticato come la pallina del cane
sempre per terra, sempre nel posto dove non l’aspetti

sgonfio come un pallone dopo la partita,
tutta tua,
mascula e prepotente,
senza vinti né vincitori

ti vorrei fra i piedi, insomma,
per inciampare…

(dal libro TERRA ALTRUI, Samuele Editore, 2012)

.

*

.
Sai, quella sfilza di tunnel dopo Venezia
sull’autostrada per Milano,
:::[o per Bologna? O,
…..al Sud per chi sa dove…]
ha le luci delle rampe messe ben in riga.
Credo, per fare una specie di conta
…..[degl’anni non vissuti insieme,
…..dei figli non concepiti,
…..del mucchio di ‘chissà cosa’…]

però, sai, di questo ‘chissà cosa’
penserò al ritorno.

(dal poemetto CONFIDENZE CONFIDENZIALI, Rayuela Edizioni, 2013)

.

*

.

Una volta ero tutto,
ogni cosa del cortile,
la ruggine dei pali per sbattere i tappeti,
il gradino spaccato di cemento,
l’odore acre della mangiatoia per i gatti,
l’arroganza dell’acacia cresciuta a dismisura,
ero l’aiola calpestata,
il segnalibro trovato per terra, ero
l’erba bruciata, la mela troppo matura,
la percussione dei vetri rotti,
la delusione delle porte chiuse,
la parte mancante di un inverno puro

ora sono anche un’oca migrante.

(dal libro VIETATO AGGRAPPARSI AI SOGNI!, Guarnerio Editore, 2014)

*

Natalia Bondarenko è nata nel 1961 a Kiev (ex Unione Sovietica) in una famiglia d’artisti. Nel 1990 si trasferisce in Italia. Artista, fotografa e scrittrice. Attualmente vive e lavora a Udine. Scrive da sempre nella sua lingua madre, in particolare ha scritto sceneggiature per spettacoli universitari, poesie, racconti e romanzi. Ha tradotto in italiano opere poetiche e narrative di autori russi e ucraini. Direttamente in lingua italiana scrive solo da alcuni anni, riscuotendo un notevole successo. Sue poesie sono state tradotte in Romeno, in Inglese, in Russo, in Tedesco e in Friulano (dialetto di Casarsa). È vincitrice del concorso di poesia (edizione 5 marzo, 2009) e finalista del concorso ‘Parole e Poesia’, 2012. Diploma di merito: 18° e 20° Concorso Nazionale di Poesia Inedita “Ossi di Seppia” (Taggia – IM), 2011, finalista del Premio “Scrivere Altrove”, 2012. È vincitrice del Premio SCRIVERE ALTROVE 2013, Cuneo. Dal 2015 cura la rubrica “L’ironia è una cosa seria” sulla rivista Versante Ripido e l’evento  friulano “Poesia&friends”.

Marco Bellini

16 dicembre 2015 by

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Marco Bellini, La distanza delle orme, La Vita Felice, 2015

Per scavalcare le distanze.

Marco Bellini è noto per essere un poeta di sorvegliato registro lirico, di contenuto profondo, ampio nel dettato colto ma mai ampolloso e/o intellettualistico.
Quanto sopra affermato non è riconoscibile in questo volume; coraggiosamente Bellini si è avviato sul sentiero del nuovo, del futuro, comunque del futuribile, soprattutto ha dato voce alle istanze interrogative più che al suo ego spartano.
Molti versi, molte strofe, si chiudono con un et ( @ che chiama il lettore a interloquire; infatti il simbolo ci consente di entrare in relazione con l’altro, è grossomodo simile al codice di avviamento postale; giunge quasi sempre inatteso, non ha la sonorità di un gong, ma neppure la dolcezza di un segno di interpunzione; sembra sussurrare di prendere in mano il nostro destino, di raccogliere tutti i fili e di annodarli per ripercorrere le trame degli eventi che ci hanno consentito di arrivare all’et.
Più che al rituale poietico, le poesie rimandano ad una filosofia che non ha ancora trovato le risposte all’origine e alla fine; ci sono solo orme, più o meno distanti, orme di terra che non tradiscono il tradizionale uomo d’argilla, al quale hanno fatto seguito i discendenti procedendo a casaccio, spesso l’uno contro l’altro belligeranti, sicché di certo è rimasto ben poco: la distanza delle orme, la loro fissità di fossili, la loro esistenza morgana: esistono o le immaginiamo?
Leggiamo questa dolente dichiarazione di poetica ( pag. 19) dove si può cogliere anche il valore semantico della chiocciolina:
In disaccordo, nascondendo la presenza
senza capire dove, cerchi
la poca luce, l’angolo
che nessuno pretende.

Il cibo della sera resta l’orizzonte lontano.
l’intercapedine, il cono d’ombra
dove tieni le ore private
non possono essere una somiglianza.@

Mutati nella vergogna, gli occhi
come un chiaro d’uovo:
anche il bianco può essere
il colore della paura.

Quale sorte si prospetta dunque all’uomo? Non sarà certo Bellini a rivelarla, ammesso che ne abbia un’idea; la sua essenza identitaria non lo affranca, ce lo pone a fianco, frate alla cerca delle orme, studioso delle stesse e intanto tesse con noi lettori dialoghi che estende a chi ci ha preceduto e chiede anche alle pietre la giustificazione topologica e formale .
Eppure non mancano poesie che coinvolgono i cari; i versi allora acquistano spessore, tralucono di una tenerezza sublime: sono coloro che hanno una giustificazione al nostro essere qui, ora, canne al vento, come affermava Blaise Pascal, che si flettono ma non si rompono. E ancora più vicino ai tempi sento lo zittirsi di Heidegger: se dalla parola veniva il mondo, decretata la sua inefficacia, si deve tornare alla terra, alle orme, confuse e distanti, prossime e disarmoniche ma autentiche.
Non è certo un libro che si diletta a dilettare, questo di Marco; ficca domande nella mente e lascia agire . Non sono medicamenti né placebo, sono un modo ritroso per procedere rasoterra verso lo sconosciuto infinito.

Narda Fattori

 

La distanza delle orme
@

*
Voci recise, distanti
sanno la presenza dell’ascolto.
Ritrovate tentano,
come il sole le ombre sui muri,
la parola
ogni suono deposto.

L’appartenenza sospesa
@

*
Sotto le scarpe gli avanzi
di una terra che non puoi dire.
Da straniero calpesti la nuova
ti chiedi cosa ancora di te,
cosa conservare, un riconoscimento

altro. Nulla si è trovato.

*
Sei un uomo in partenza
rimetti mano ai conti, stavano lì
per negare.

Tracci la fila: quanti sono
gli abbandoni le mani staccate.
Non vedi pretesti.

Disarmato nella spunta
hai misurato il peso lasciato. @

La carne avuta
come un inganno non è bastata.

*
Hai una carne fatta trasparente
il ricordo sostiene, anche se resta
inevaso il nome che veste. @
Manca la possibilità
il taglio in un’altra vita
dentro questo spessore
che non sei.

*
E non sarà possibile ricordare di te.
Ripulire le superfici avremo cura
le cose che popolavano l’imbarazzo inesorabile.
Renderà più semplice mettere via,
poi basterà
evitare il tuo nome.

Bambini apocrifi
@

*
(Per loro non hanno scelto la terra;
la terra non sa trovare il cielo).

Qualcuno ha pensato a dare un posto
perché resti qualcosa della carne
mischiata al latte. Dentro uno scavo
di legno caldo dove tacciono ripiegati
privati del loro progetto
i bambini apocrifi, destinati
a una prevaricazione accolta e subita. @
Un brodo scandaloso il midollo osseo
e la linfa; fluidi tornati alla parola
dentro gangli contaminati dove scorre
una “mortevita”.

*
Alberi che proteggono l’ultimo tepore
nella ferita disposta; talamo sigillato
dove si compie la mescolanza la confusione
delle ossa nel legno. Tra gli scavi
della corteccia affiora il muschio
dei pensieri; atti senza movimento. @
Vivono la morte, un giorno
per ogni giorno portati su
verso l’alto il gesto, ascendono
con un passo di cellulosa, proteso.
Per loro che non sanno, l’ombra
del tronco con le ore si sposta
misura tra l’erba il dono mancato.
Dove la volta si spande, tra le foglie
si fa nuovo un globulo rosso.

Madri antiche passano raccolgono
e cullano i frutti caduti.

L’enfant sauvage
@

*
Non sapremo mai dov’era per te
il luogo della parola madre,
quanti capezzoli contava, il timbro
dei suoni, del fiato trasmesso.
Un segreto che respinge: dove avevi preso
il latte, il calore per l’infanzia
dentro quel bosco che ti ha restituito
e i colori rimasti incollati all’iride
come un passaporto. @ Ti apparteneva
una pace, il posto dove riconoscerti,
dove stare era giustificato.

 
MARCO BELLINI nasce in Brianza, dove ancora risiede, nel 1964.
Sue pubblicazioni sono: Semi di terra (Lieto Colle, 2007); la plaquette Attraverso la tela (2008); per le Edizioni Pulcinoelefante la poesia Le parole (2008); la plaquette E in mezzo un buio veloce (Edizioni Seregn de la memoria, 2010); Attraverso la tela (La vita felice, 2010); Sotto L’ultima pietra (La vita felice, 2013).
Nel 2013 è risultato vincitore con inedito nelle selezioni italiane per European Poetry Tournament.
Sue poesie hanno ottenuto riconoscimenti in diversi concorsi e sono presenti in numerose antologie, su blog e riviste di settore.

Titti Ferrando

10 dicembre 2015 by

 

Se una notte d’estate

Se una notte d’estate un poeta
entrasse nel mio campo di girasoli
quando la luna s’allarga
e gli uccelli s’acquietano
quando, smesse le penne, il pavone
nel buio diventa vulnerabile e muto
e il dolore travestito da sorrisi
diventa lacrime

mi vedrebbe distesa nell’erba
avvolta nella mia storia come in un tralcio
di glicine che stritola piano e profuma,
a scalciare nell’aria orme di parole
non dette, d’amori non accolti.
Troverebbe il mio cuore annegato
nello stagno e i miei occhi sbarrati
sulle stelle aguzze.

altre qui

Giovanni Campi

2 dicembre 2015 by

:

Da” Babbeleoteca minuta (inoperosa opera)” di Giovanni Campi. Avvincenti, ipnotici frammenti di senso frammentati. Specchi che amano avvitarsi in una danza di domande aprenti a cascata in altre domande per un inevitabile (e irresistibile) effetto – domino – senza inizio senza fine, tolto il centro gravitazionale cui ruotano riflesse costellazioni di filosofiche surrealtà metafisiche (o metafisiche surrealtà filosofiche?).  [d.e.b]

*

minuta langue!

*

“Feu! Feu sur moi!” – disse il Signore.

*

Il signore, che non aveva piú desiderio di vita, e di Tutto quel che ne concerne, aveva espresso, la banalità della formula certo non possedendo nulla di magico, quest’ultimo desiderio: di non desiderare. Certo che il fuoco lo potesse infine esaudire, non immaginava affatto che, una volta che codesto fuoco avesse compiuto il suo tragitto, di guizzi e crepiti, di fiamme e favelle, di lingua e lingue, – l âme – avrebbe viceversa fatto scintillare eternamente. Era forse un sant’uomo, o piú semplicemente un poveruomo.

*
“Ô mon pauvre! Ô pauvre christ!”

*
“Un pauvre diable?”

*

*

contexte, o senza

:

“Si decida, una volta per tutte! Allora, sí o no?” – fu chiesto al Signore.

*
Come se fosse possibile decidere. Come se fosse possibile decidere tra il sí & il no, tra l’uno & l’altro.

*
Come dire che l’uno, talvolta, sia anche altro, sia anche l’altro? Forse che il sí sia anche no, sia anche il no al no? e viceversa, o quasi: che il no sia anche sí, sia il sí al no? Come dire che dire sí al sí & no al no sia dir di sí, un sí? e come dire che dire sí al no & no al sí sia dir di no, un no? Dire, forse, forse sí forse no?

*
“La verità, sputala fuori!”

*
Come se fosse possibile dire la verità, o una verità soltanto. Come se fosse possibile dire la verità, o una soltanto, e non la menzogna – una qualsiasi, una qualunque.

*
È vero, forse, che il vero sia sempre vero? ed è falso, forse, che il falso sia sempre falso? Non è forse vero che il vero, talvolta, sia anche falso? o è forse falso? Non è forse vero che il falso, talvolta, sia anche vero? o è forse falso?

*
È cosí – n’est-ce pas?

*
E le tavole, allora? son solo & soltanto assi d’un palcoscenico da niente? E gli uomini, allora? son solo & soltanto maschere d’un teatro da nulla? son solo & soltanto personaggî, burattini, pel teatro del nulla?

*
“Ô la justice injuste!”

*
“Ô la justice sans cause!”

*
Senza cause, né effetti: senza fine

*

*

ma prima & ma dopo?

*

“Ma com’era cominciato tutto?” – chiesero in coro al Signore.

.
Come se fosse possibile cominciare, o dire come, e cosa, come cominciare e cosa, e tutto: tutto, poi!

.
“Ma com’era finito tutto?”

.
Come se fosse possibile finire, o dire come, e cosa, come finire e cosa, e tutto: tutto, poi! Come se non fosse finito, tutto finito, e allora? Come cosa dire, di tutto, se finito? se finito, finito: tutto finito.

.
Il signore, la sua dimora era una senza fissa dimora; vago, ma di nulla vago, errava per errore per errori: era forse proprio questa la sua via, un’erranza, solo e soltanto un errare d’errore in errore.

.
“Non c’è altro?”

.
Come se fosse possibile esserci altro, o dire, se possibile, o meno, dire se possibile esserci altro, o non esserci, e cosa? cos’altro dire di questo esserci o non esserci altro? essendoci altro, c’è altro senz’altro, ma cosa? e pure, non essendoci altro, né altra cosa, senz’altro non c’è altro, né altri: niente, e nessuno, niente & nessuno mai, né altra cosa senz’altra cosa senz’altro, e allora cosa? cosa c’è? e chi, chi mai c’è?

.
Niente, non c’è niente, e nessuno, non c’è nessuno.

.

*

.

altro di babbeleoteca minuta (inoperosa opera)

in LPELS  introduzione di Nina Maroccolo

in Versante Ripido  introduzione di Claudia Zironi

in Bologna In Lettere  Marion D’Amburgo interpreta…

in Imperfetta Ellisse  introduzione di Giacomo Cerrai

*

 

Giovanni CampiGiovanni Campi, non importa né dove né quando è nato, e neppure se, piú che scrivere, scribacchia, o viene scritto; alcuni testi sono in rete, altri in antologie, sotto varî nomi, nel mentre il suo, di nome, compare sulla copertina d’un dialogo – “l’irragionevole prova del nove” – tra due men che personaggî da nulla, Simpliciter & Complicatibus; vincitore del Mazzacurati-Russo con la “babbeleoteca minuta” il volume poco voluminoso è rimasto allo stato phantasmatico, tuttavia alcune minuzie & minute di esso trovarono la voce di Marion D’Amburgo nel corso di Bologna in Lettere 2015.

*

Carla Spinella

27 novembre 2015 by

:

Della nuova raccolta, Di nuovo in volo, che comprende 56 poesie scritte negli ultimi anni, si deve innanzitutto notare la qualità letteraria, ancora in ascesa. Nonostante l’età anagrafica, la parabola poetica e l’esperienza di scrittura di Carla è in crescita e le permette di elaborare poesie sempre più essenziali, concentrate, levigate accuratamente in ogni loro aspetto, forti di un’energia non più giovanile ma alimentata e resa potente dal desiderio, che è insieme speranza, disperazione e necessità, di portare a termine il suo «ruolo» di poetessa, di dire ciò che crede di dover dire, combattendo con le parole il caos della morte.
La morte, poi, si presenta in molteplici aspetti: la morte delle anime vuote o invase dal male, la morte graduale del corpo che invecchia e della bellezza che sfiorisce e scompare, la morte fisica. Ma la morte che Carla sembra temere maggiormente è quella della memoria: non avere più ricordo degli altri, né essere più ricordata dagli altri le è parimenti insopportabile.
L’introspezione lirica si allarga a situazioni che coinvolgono più estesamente la relazione con gli altri e la trattazione di temi sociali danno al suo fare poesia una valenza civile e realistica. E ciò la spinge a dedicare versi alla violenza contro le donne, agli abusi sessuali contro i minori, alle catastrofi mediterranee dell’immigrazione clandestina, ai condoni per gli abusi edilizi, all’arroganza della malavita organizzata, e via via fino alla nostalgia per la vecchia Milano degli artigiani e delle case di ringhiera.

dalla prefazione di Luciano Aguzzi

 

carla-spinella-

 

“Cara e gentile Spinella,

ho letto con molta ammirazione e profitto la Sua raccolta di versi. La Sua poesia ha due aspetti e modi ugualmente intensi e maestrevoli: il discorso sulla storia, sia quella grande contraddittoria, sia quella che fissa e rileva le esperienze e gli eventi della vita; e il pensiero, l’interpretazione del senso delle cose, la riflessione. In entrambi i casi il livello è esemplarmente altissimo.” Torino, 7 ottobre 2014

Con i più vivi saluti,  Giorgio Bàrberi Squarotti

 *

FAVOLE E PAPAVERI

Stridulo il vento
nella notte lucida
di pioggia s’intrufola
nelle fessure sgangherate
e falcia stanze vuote
ricordi e pensieri senza nerbo

Non vedi un sentiero
fiorito di valori
che porti diritto alla felicità

E s’affloscia l’Anima
senza le calde carezze
che confortano la vita
e l’appagano di poco

Fuori dal corpo procede
a tentoni, incespicando,
e si prosciuga sulla strada
a tornanti sotto il sole
che l’abbàcina finchè rientra
disseccata nella gabbia
e più non canta

Sola senza pace si tormenta
raccontandosi favole
come fossero princìpi di realtà

Ma a volte davvero si consola
al rosseggiare d’un tenero

*

SUGGESTIONI

Basta a volte una scintilla
di vita gentile, uno sguardo
d’amorevole attenzione
perché esploda la bellezza
d’un sorriso a salvare
il giorno che agonizza

Bastano i rami della grande
quercia generosa di gemme
e ghiande a suggerire
al cuore in festa
una confusa fiamma
di parole e forza
di domande e grazia
di gesti che si vestono
d’un misterioso incanto.

*

AL CUORE DELLA VITA

Ti passa accanto
la storia e non capisci

Guardi con occhi opachi
terre martoriate
da eccessi d’ogni tipo,
colline crepate aride di sole
montagne cariche di neve
pronta alle valanghe,
campi poveri di messi
e ricchi di gramigna,
donne e uomini sollecitati
da una febbre che sale
e scende senza misura

E resta oscuro il cuore
incapace di vedere e di sentire
bellezza e compassione

Ché s’ingemma il male
e invade vittime e carnefici
e non sai quanto profonde
siano le radici che emergono
alla luce e lì ristanno,
mentre scandagli senza
reazione abissi
marini e d’anima

Tutto è troppo lontano
e diverso dall’ingenua sete
che ti spingeva sulle tracce
dell’amore. E si collega
oggi il reale con lo spirito
del mondo che si cela
nel cuore della vita.

*

IL CANTO MUTO

Al di là della nebbia
che insidiosa l’orizzonte
cela indovino che s’aprono
mille avventure al cuore
che trema, incerto se andare
o restare di qua

Mi cercavo e ritrovavo
una volta nell’eroe pronto
ad affrontare incendi
e alluvioni e precipizi
e inaccessibili alture e
la morte pur di salvare
l’Amore

Ora subito avanzo e subito
arretro, mi manca la forza
e l’ardire, cieca respingo
il conforto e mi è motivo
di scandalo il tuo vero

S’aggira smarrito
per sempre l’essere
che l’azione mitizzava
e dell’orrore oggi ascolta
il richiamo attraverso
la porta socchiusa
d’un sogno di sangue
maculato. Ma resta
muto il suo canto
che voce alla vita
non sa dare.

*

FORSE

Mi trascino sgomenta
fuori tempo, ché
mio non sento questo
ove qualcuno un giorno
mi ha gettata
forse prima ancora
ch’io fossi particella
di vibrante vita

Forse. Se ne fossi certa
sentirei di nuovo
la speranza circolare
come sangue che non trova
intoppi al suo fluire.

Mostrano invece i quotidiani
eventi ch’è irredimibile
e perdente la mia fragilità,
laddove ognuno a testa bassa
avanza, gli altri azzannando
con denti di lupo o di leone
o travolgendo con passo d’elefante.

E mi riscopro in un angolo,
formica tremante
e battagliera, a difendere
con forza il mio prezioso
granulo d’amore.

*

DISSOLVIMENTO

Ogni più bel fiore
già nel suo sbocciare
cela i sintomi crudeli
della putrescenza

Ché l’essere include
per natura già il non essere;
e la vita nel suo albore
senza saperlo
declina già la morte

Ma qualcuno più sensibile
cammina sopra un ponte
fatto d’insanabili
contraddizioni e al suo lato
s’allunga il fantasma
dell’essere più caro fino a che
la vita lo possiede

Poi quando vince il tempo
ogni misura s’allontanano
entrambi in un silenzio
di parole e rimangono
nell’ombra sospesi
solo per un attimo,
prima di svanire per magia
con tutto il ponte

Capisci che la vita
è specchio trasparente
di memorie d’ogni tipo
che a un soffio di vento
si dissolvono; e si scioglie
il suo respiro lieve
in un vortice che pure
la bellezza inghiotte.

 

poesie tratte dalla silloge “DI NUOVO IN VOLO ed. La Vita Felice

 

 

Carla Spinella, già docente di Italiano e Latino nei Licei di Stato, insegna da otto anni scrittura creativa, [curando le relative antologie (finora sette) oltre quattro raccolte monografiche] e recitazione teatrale ( con tre/quattro spettacoli l’anno). Avendo assiduamente letto e prodotto poesie e racconti fin dalla prima adolescenza, ha alle spalle quasi un cinquantennio di attività di scrittura e critica letteraria. Dopo le prime collaborazioni a riviste di genere (fino al 1985), un primo volume di Poesie, Gabrieli, Roma,1970, e vari premi ricevuti negli anni ’65-‘80, nel ventennio 1990-2010, pur continuando a dedicarsi alla poesia e alla narrativa, ha secretato i suoi scritti, tranne che in rare occasioni (Premio Città di Monza; premio Scriveredonna, ed. Tracce; Concorso Giallomilanese- ed. ExCogita). Ha ripreso ufficialmente l’attività di scrittrice nel 2011 col volume Eva Ostinata ( Ed. La Vita felice, prefatore Prof. L. Aguzzi), che ha ricevuto notevoli apprezzamenti di lettori e critici professionisti e diversi premi in concorsi letterari nazionali e internazionali tra giugno 2012 e agosto 2013 (fra cui il Primo premio al Concorso Franz Kafka-Italia, il Secondo Premio al Premio Internazionale- Città di Bellizzi, il Premio speciale “Edward Lear” nella città di Montebello Jonico) .* Nello stesso periodo Carla Spinella è risultata finalista in quattro Premi di Poesia e Narrativa; ha ottenuto sei premi di vario livello per la poesia inedita, nonché, a dicembre 2012, il Premio “Giuseppe Calogero” per la carriera poetica e nel 2013 il premio Anassilaos ancora alla carriera(8 marzo); il Premio speciale per la poesia inedita “Città di Bellizzi”; il Premio Speciale a tema “Virella Granese” il quarto premio per la narrativa, “Mauro Beccalossi; la Menzione speciale al premio “San G. Catanoso” per la poesia religiosa; il Primo Premio “Sìlarus” per la narrativa, il Secondo Premio “E. Lear” per la narrativa a Montebello Jonico e si è classificata Seconda al premio per la poesia grecanica dello stesso anno.
Nel mese di maggio 2013 l’editore Leonida, Reggio Di Calabria, ha pubblicato la silloge poetica di C. Spinella, “Il Canto dell’Assenza”(con la prefazione del prof. Aguzzi, postfazione prof. Petrolino) che è stata presentata in Calabria (Reggio Cal. Rosarno; Bova Marina (con lusinghieri giudizi della critica: (L. Aguzzi, P. Crupi, N. Petrolino, C. Sicari) a Pisa (Valeria Serofilli, Associazione Caffè Dell’Ussero) e a Milano ( Teatro Ariberto, Sala del Grechetto, Biblioteca Chiesa Rossa), a Torino (al Salone internazionale del libro); ed è risultata finalista al Premio Nazionale “Astrolabio”e vincitrice (III posto) al concorso internazionale “Antonia Pozzi”.
Nel 2013 una poesia in grecanico “Ce Stèko Marammèni (con traduzione in lingua italiana a fronte) è stata inserita nell’Antologia poetica “Tempi d’Europa”, tra 28 poesie in lingua minoritaria dei 28 paesi che costituiscono l’Europa. L’antologia è stata pubblicata nel febbraio 2015 e presentata a Roma al Palazzo dei Congressi.
Nel luglio del 2014 è stata pubblicata la raccolta poetica “Di Nuovo in Volo”, La Vita Felice, Milano, prefazione Prof. L. Aguzzi, presentata a Torino al Salone Internazionale del Libro 2015; a Reggio Calabria a cura dell’Associazione Culturale Fidapa; a Milano, dalla Biblioteca Sormani- Sala Del Grechetto, dalla Casa delle artiste- Casa Museo Merini; e il 29 Ottobre 2015 alla Libreria Esoterica.
Nel 2014 una poesia, La Pianista (tratta da Eva Ostinata) è stata scelta dal Conservatorio di Napoli come tema d’esame per Borsa di studio di giovani compositori: Carla Spinella è stata invitata come ospite d’onore e omaggiata di una targa commemorativa.
Nello stesso 2014 ha ricevuto, in agosto, il primo premio assoluto “E. Lear” per la sezione grecanica a Montebello Jonico; e a novembre il primo premio ex aequo per la sezione in grecocalabro del premio “Delia” a Bova Marina.
Verso la fine del 2014 è stato pubblicato il volume (inizialmente Atti di un convegno) La poesia di Carla Spinella dalla Calabria Greca all’Europa”, a cura di Giovanni, Carmelo Giuseppe e Carmelo Nucera.
I primi di maggio 2015 ha visto la luce per l’Associazione “Apodiafàzzi” una silloge di poesie in grecocalabro, Kùe tin fonìmmu ( (presentata il 22 maggio nel sito archeologico greco “ODEION” di Reggio Calabria) con traduzione italiana della stessa poetessa e prefazione del Prof. L. Aguzzi. Nell’agosto di quest’anno le è stato assegnato, in occasione della cerimonia di premiazione del Concorso letterario “Edward Lear”, un altro Premio alla Carriera che le sarà consegnato materialmente durante lo svolgimento di consegna del premio “Delia”, al quale è invitata come ospite d’onore.
Altre sue poesie (circa un centinaio) sono presenti in 16 antologie di editori di vario livello e in riviste cartacee e online.
Attualmente l’autrice lavora a tre nuove sillogi poetiche, oltreché a una raccolta di racconti e a un romanzo appena finito di revisionare per la consegna all’editore.
Di lei hanno scritto in particolare i Proff: Luciano Aguzzi, critico e scrittore; Carlo Annoni (ex docente Università Cattolica- Milano); Giorgio Bàrberi Squarotti, (critico e prof. emerito Università Statale di Torino); Vincenzo Brancatisano (prof. e giornalista a Modena e in Sicilia), Mariangela Di Landro (ex- docente a contratto Università della Calabria; ed esperta di poesia italiana e inglese); Maria Luisa Franchi (docente Liceo Allende, Milano-Rozzano, specialista in Italianistica);Alessandra Giordano (poeta e giornalista), (Francesco Idotta (dottore di ricerca, saggista e critico letterario); Rita Mascialino (Presidente Associazione per lo studio del linguaggio poetico); Rita Pacilio (docente, poeta, operatrice culturale); Nicola Petrolino (ex-docente scrittore ed esperto d’Arte figurativa e cinematografica); Lorenza Rocco (saggista, scrittrice, direttrice editoriale Sìlarus); Mariele Rosina (scrittrice, ex docente Università Statale Milano). Valeria Serofilli (docente, poeta, operatrice culturale).

Francesco Tontoli

24 novembre 2015 by

:

LE BRICIOLE DELL’INVERNO

Come un pane, dividiamo il sogno a metà
tu mi dici “ho sognato che eravamo”
e a me tocca andare a cercarti lì, in quel paese
e se non mi ci trovi avverto la tua ansia
sul cellulare ci sono le tue tracce.
Abbiamo le nostre vecchie antenne che vibrano
e non sappiamo come fare a meno
ognuno della mollica dell’altro.
Sul davanzale sono sparse
le briciole dell’inverno.
Così, dopo un volo di ricognizione
capisco che un po’ del tuo sogno
è anche mio, e non lo dimentico.

Al mercato dei bambini morti
un tanto al chilo, tra i flash
ognuno ha tra le braccia il suo fagotto
ogni mamma insanguinata porge il viso
alla televisionata riportata nel salotto.
Certamente questi morti han frainteso
non volevano morire su un social network
santificati dai deliri di martirio dei padri
in bella posa di vita sorridenti o appisolati
morti meglio di altri bimbi siriani non mercificati.

Se è solo una questione di confine fra due stati
lo stato di confine con la vita ha un passaporto
timbrato da due divinità entrambe decise a cancellarsi
(diplomazia celeste che ama farsi ritrarre
con bambini sorridenti tra le braccia).

:

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Valeria Serofilli

20 novembre 2015 by

Dalla prefazione a “VesTali

Una raccolta elegante che ha la pretesa di signifcare e interpretare l’Amore come mero fulcro dell’anima, l’unico sentimento che ci può restituire tutto, o almeno
in parte, quel grande bisogno interiore di sentirsi doppio, con l’altra metà del cielo.
La poetessa Valeria Seroflli sembra approfttare di una vacanza in Grecia per sfoderare tutta la sua potenza immaginifca, il suo sirtaki, la sua voglia di donarsi al caldo grecale dell’isola incantevole, esorcizzando l’apoteosi dei sensi, alla dolce e stringente realtà di un idilliaco sentimento che la prende fno in fondo all’anima.

[…]In questa raccolta l’empatia entra in gioco prepotentemente, descrivendo tempi e luoghi, intervalli e soste.

Tutto evoca un vagheggiamento, una visione onirica che si propaga e dà compattezza alla raccolta, la coagula dentro un presentire amoroso straordinariamente vivo eppure fragile.
L’idillio è palpabile, crea atmosfere e sperdimenti fisici; l’input emotivo vi entra in sintonia, ma cerca anche una via di fuga. L’anima tenta l’imperturbabilità ma è
suo massimo delirante approdo. Una sorta di prodromo dileggio verso quei rari momenti di abbandono è d’obbligo, per ritemprare energie, misurare il turbamento.
La poetessa carica di vitalità e di intrecci semantici anche le più piccole antonomìe con impulsi ed estensioni che ne rafforzano valenza e vitalità, raggiungendo per così dire la Bellezza della forma, entro la panica esplosione delle sue confgurazioni verbali, che infne ne danno pienezza di esiti tra i più felici e realizzati.

Milano 6 dicembre 2014
                                                        ninnj Di Stefano BuSà

 

 

 

 

 

“Penelope”

scriverò sul tuo corpo i miei rimpianti
fra i tuoi capelli neri e bianchi
Ci siamo lasciati e ripresi mille volte
tra infnite voglie
il flo interrotto e saldato è diventato tronco
su cui arrampicarsi:
voglio un cambiamento / una catarsi
sul tuo corpo tracce
del nostro amplesso / miste ad altri odori
di cui non mi spiego il senso
invoco venti che dissipino i tuoi torti / tutti
i ti amo estorti
Tesso e intarsio
di te mai sazia
all’amore, al fuoco di passione
non chiedo verità
tra il limite del sogno e recriminazione.

 

“Quando incontrerò i tuoi occhi”

Quando incontrerò i tuoi occhi
sarà connubio / stasi e Paradiso
sarà che tutto tornerà sorriso
e la mia mente in volo, iconostasi
di territori dall’amore invasi
Quando incontrerò i tuoi occhi
estati d’estasi
per tutti gli inverni trascorsi / senza i tuoi occhi
senza che mi tocchi

Uniti nella distanza / distanti e
più che mai uniti / proprio perché distanti
ma troppo lontana è la Colchide.

 

“Mi riconoscerai”

Mi riconoscerai / indosserò la seta più pregiata e un
mix di essenze:
tarassaco per lenire i tuoi torti, incenso per stordire i
tuoi sensi
papavero per tingere i tuoi consensi

Mi riconoscerai / dalla cicatrice che ti ho lasciato
ancora viva sotto le mie unghie
da quell’ ombra sul dito al posto dell’ anello

e se non mi volgerò al tuo richiamo /
se sarò io a non riconoscerti,
allora per te urgerà indossare la faretra e sconfggere
gli ultimi legami non nostri, per librarti libero
alla mia voce
unendo per sempre quel che il destino
ha osato separare.
Crudele il destino che ci separa in notti come questa
Ma separati solo in parte / dentro di me sei:
ricordo presenza brivido vivo e intenso

 

“Affdo al mare la mia lettera”

ogni volta che la sabbia
rilascerà dell’orma l’impronta della mia attesa
o alta ergerò lo sguardo
oltre il cielo
confondendo con icaro il tuo viaggio / volo
(comunque ritorno)
per ogni volta che la mia mano ha strappato
i capelli per disperazione
così ti giuro:
la tua si dovrà alzare a chiedere perdono o
ad implorare un passaggio per d’itaca il ritorno
Che il viaggio attraverso i mari sia un ritorno
in te / a noi
non un errabondo giro
Ti aspetto sul talamo intagliato nel legno d’ulivo
(ma noi io a dirtelo / tu a ricordarlo)

 

“Se dal cielo”
o forse tornerai
solcando il cielo con spiegate ali
squarciando le nubi con la tua luce e lo farai
quando il cielo comincia a striarsi
per far spazio alla luna
lo capirò dal rosso tramonto
più acceso che mai
che per anni è stato per me
il calore del tuo abbraccio lontano
o dalla rosea alba, con bianchi cavalli
a veicolarmi scalpitìo di cuore
Trasportato da scirocco o dalla schiuma d’egeo
su ali di cera o su vascello,
comunque ti vedrò apparire
e dopo avere incolpato / tutte le colombe dell’universo
per le missive non recapitate
e i futti troppo deboli / per la mia lettera in vetro
infne ti dirò / comunque, bentornato

itaca sarà la nostra aurea prigione.
                  E se non torni / possa io sostituire il mio cuore
                                              con quello di una cerva:
                                  il mio non sopporterebbe tanto dolore

 

“Ho messo il telaio alla fnestra”
Ho messo il telaio alla fnestra
per essere la prima a dirti ben tornato
e tesserò e tesserò ancora
il telaio il mio rifugio
per tenere a freno i Proci
fnchè Ulisse / irretito tra scilla e Cariddi
non sia riconosciuto da argo e dal mio cuore
ma non fermerò il mio passo:
dalla stanza alla sabbia
e poi nel mare
fno a trovarti amore mio
e riportarti a casa
o meglio la nostra casa
sarà dove saremo noi:
comunque una reggia.
                                             Ti ho sposato mille volte
                      e ti amo come una sposa eternamente novella
                                     Torna, per ritrovare i colori all’amore:
                     rosso fuoco per la passione, il rosa della mia pelle
                                    e il blu in cui nuotare in futti di passione
perché dal pianto possano nascere nuovi suoli fertili

                              
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Laura Pecoraro

16 novembre 2015 by

*

Laura Pecoraro, “ Ladro di sabbia”, FaraEditore, 2015
Ogni libro è la piccola tessera del mosaico che contiene il Tempo della vita degli uomini. Il libro è il racconto dell’esistenza di un essere umano e del mondo che lo contiene. Le pagine del libro, anche virtuale, sono paragonabili agli atti di un notaio, crudele, che redige rogiti i quali racchiudono le vicende e le cose degli uomini a partire dai piccoli villaggi per finire alle megalopoli inventate dall’uomo. Il ricercatore legge e sceglie quanto gli giunge dagli scritti: le vicende che hanno lasciato un segno indelebile, altre destinate alla dimenticanza.
La raccolta di poesie ha, rispetto agli altri libri, un intenso profumo di Natura compresso in ogni pagina : aceri, boccioli, gelsi, ricotta, sabbia di mare e la vivacità dei colori: bianco, nero, cobalto; l’empatia scaturisce dalla nostra attenzione; il trasporto dalla delicatezza con la quale giriamo pagina dopo pagina.
Laura Pecoraro ha pubblicato la sua raccolta poetica con il titolo “ Ladro di sabbia” ( Fara Editore , 2015) con la prefazione della poeta Narda Fattori. La copertina riporta una bottiglia contenente sabbia e sull’etichetta compare la scritta: “ Love 99% Poesie 250ML ”: le indicazioni sotto esatte.
L’intera raccolta vibra di una intensità di sentimenti che bisogna seguire con molta attenzione per raggiungere l’identità che la poeta rivela nei versi; a pag.47: “ (…) Torno selvaggia creatura / nulla mi ferma.” Il racconto che seguiamo in questa raccolta ha molto delle vicende personali , del dolore intimo, della fine delle illusioni: “ (…) Cadono le mie illusioni / e raccolgo sogni feriti.” pag.48. La sabbia nella bottiglia / clessidra è stata rubata dalle vicende dell’esistenza, simile a tante altre, unica quando viene condivisa con il lettore.
Qui sta il coraggio di affrontare lo scorrere della sabbia nel silenzio dell’ampolla e far parlare quel silenzio immortale con l’alfabeto umano della vera poesia. Vorrei, a questo punto, prendere in prestito i versi di un immortale poeta che ha cantato l’Amore, difficile, dei suoi giorni: “ Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia / è la mia nostalgia / cresciuta sul ramo inaccessibile / è la mia sete / tirata dal pozzo dei miei sogni / ” ( Nazim Hikmet: “Poesie d’amore” , Berlino,1961).
La Nostra ha messo a nudo i suoi sogni, la disillusione, la forza della rinascita che non è l’imperativo nelle mani degli altri ma nell’intimo richiamo alla sua natura selvaggia: “ Non ti è dato chiedere / alla muta voce del fato / (…) Affidati al passato / che aprirà le verità di una vita / prendi in dono uno scrigno / e custodisci ricordi di nenie / in un’eternità di frastuoni. ” ( “Al padre, pag.59). Il percorso inverso, il ritorno ai ritmi conosciuti, alle memorie sopite, ai valori che hanno intessuto i fondamenti della morale dalla quale si riceve l’abbrivo del distacco dalla conosciuta riva famigliare.
Un testamento, dunque, caro lettore di una navigante che ha attraversato un mare insidioso ed è alla ricerca della giusta costellazione per tornare alle rive del costruire, della serenità, della sabbia da riprendere per alimentare la clessidra del Tempo. La Nostra ce lo fa comprendere in una delle poesie più belle della presente raccolta, “ Occhi di cenere” (pag.26/27) nella “ fabula” vera che è la storia della civiltà contadina di ogni luogo del nostro pianeta e della quale abbiamo dimenticato il modo di tramandarla oralmente: “Su rughe di carta / oggi leggo / una storia che profuma d’antico. / (…) / Osservo il passaggio / di volti e di storie / sui nodi delle tue dita / distorte dal tempo / e dalla fatica nei campi / all’ombra di decenni di novene. / ” . Casa e chiesa, marito e figli, lavori nei campi e lavori domestici, dolori dei parti e dolori delle violenze subite, morti e tradimenti, la nera sabbia della clessidra che troppe donne hanno visto scendere nella loro esistenza senza alcuna libertà.
Il riscatto da questa condizione disagevole è il punto di partenza del racconto di Laura Pecoraro. Una voce poetica chiara, forgiata al fuoco della memoria, alla conoscenza meditata della poesia contemporanea. Una partenza necessaria per avventurarsi lungo “ (…) le strade che riescono agli erbosi / fossi ” (E.Montale, “Ossi di seppia”), per raggiungere un ruolo nelle voci narranti di questo inizio secolo avversato da troppi affanni.
Bene ha scritto nella prefazione Narda Fattori della Nostra circa la padronanza della lingua poetica indicandola come chiamata al comporre. Proprio della Fattori vorrei citare alcuni versi dalla sua raccolta “ Cambiare di stato morire di natura” ( Edizioni CFR, 2014) che si possono accostare alle motivazioni della poeta Laura Pecoraro: “ Me ne uscirò da me prima che si faccia buio / il cuore nasconderà nel suo guscio duro / ancora sabbia dorata e merli sui castelli / ” (pag.17). Novembre, 2015 Vincenzo D’Alessio

 

 

coverLadrosabbiaw

*

ATTO I

Fluido armonioso
e perturbante
il tuo aroma
come fiamma
sui mie sensi
slegati e senza rotta ( che hanno perduto la rotta)
sotto poi mani turbolente
e corpi conturbanti.
Desiderio codardo
contraccolpo
di una famelica passione.

Atto I di una NONFINE.

*

ATTO II

Ho incontrato la luna stanotte
tra cunicoli sparsi
di vuoto e di buio.

Ho incontrato la luna stanotte
tra sassi deserti
ed echi senza voce.
Un tonfo da alture senza pareti
e braccia tese.

Ho incontrato la luna stanotte
dietro prigioni di paure
per peccati senza colpe.
Ho incontrato la luna stanotte
e ci siamo mostrati
su terrazze senza sponde
e cieli senza tetti.
Nudità opache.
Tremule le mani
sotto voglie strozzate
dentro strappi
senza toppe.

Atto II di un NONSENSO.

*

ATTO III

Paure occultate
come matrioske:
inarrivabili spazi
e parole di nebbia
su questo calvario
adorno di cinque croci.

Ma non sei qui
e io non sono là.

Invisibili e bugiardi noi
dentro cunicoli usurati
e strade senza luci.
Portoni mai chiusi
e imposte mai serrate.

Spiano gli occhi
dietro mattoni senza calce.
Vacilla la trave
su muri senza forza.

E noi QUA
fustigati da noi stessi
attorno a fuochi ribelli
e vestiti di passioni bagnate
da lacrime che non piangono.

Atto III di una NONASSENZA.

*

COME…

Come sabbia sottile
tra le dita del tempo
ogni istante che muoio su te.
Come buio spento
e luce perpetua
tra nebbie di inverno
la tua presenza
in giorni senza vita.
Come pepite d’ambra
i tuoi occhi tatuati nelle mie iridi.
Come fiume che straripa
e corrente travolgente
vorrei la tua pelle nuda
sulla mia carcassa arrendevole.
Come pendolo esaurito
il tuo cuore acciaccato
nel dondolio di mani
che come figlio sostengo.

Come cavalli selvatici
e senza dimora
le nostre anime ribelli
danzano nel fuoco.

*

Ed io CI voglio.

Su versi acerbi scivolerà il tuo calamo
e le mie dita sporche d’inchiostro
calcheranno la loro impronta
sotto la spinta rassicurant del tuo abbraccio di seta.
Plasmerai, spoglierai e rivestirai
l’anima indomita ed irruentae
istruendo ed impartendo una lezione
che non si insegna e non si apprende
Slegherai, limerai e piallerai
la grafite anonima e frammentata
che disincanta e incanta
l’opposto del tutto
il tutto nel niente
il niente che freme e trema.

*

PAURA

Nascosta in fondo al buio di una casa
chiusa sempre troppo
desolata sempre troppo.
Fumi e nebbie
intorno al fuoco
calore e luce in lotta
contro un inverno di ghiaccio.

La scintilla scoppietta
coriandoli di carta
ti incendiano.
Coni di deboli luci
intorno a colori
che non vogliono vivere,
a voci
che decidono di non gridare
a mani
che hanno smesso di afferrare
e unghia usurate
che non sanno più graffiare.

*

BOLLA DI SAPONE

Ho tra le mani
bolle di sapone
dall’indaco colore.
Riflessi in gioco
sfumature di allegria.

Ho tra le mani
misteri di costruzioni
e costruzioni senza sostegno.
La precarietà di una illusione
la caducità di un amore
la tenerezza di una paura.

Ho tra le mani
aritmie di cuore
la pienezza del niente
il vuoto di una scelta.
Ho tra le mani
la sofferenza di una rinuncia
e l’egoismo di un dono.

Ma non c’è scelta…
Tu sei già lì…

*

Laura Pecoraro (1980) nasce a Nocera Inferiore (SA) e cresce a Campobasso in Molise. Attualmente risiede a Rimini. È docente di scuola primaria e svolge attività di libero professionista in qualità di Pedagogista clinico. È referente regionale P.Ed.I.As. – Pedagogisti e Educatori Italiani Associati per l’Emilia Romagna. Ha pubblicato la raccolta di poesie e racconti brevi Frammenti di Sterlitzia (Gump Edizioni 2014). È presente nell’antologia poetica Tra un fiore colto e l’altro donato (Aletti Editore 2015) con la poesia Bocciolo. Ha prefato i libri La cura del sogno (2013) e Pietre, rose e altri versi (2013) del poeta molisano Sergio Marchetta (Regia Edizioni).

 

Daniele Barbieri

12 novembre 2015 by

Afasia

poiché non ci sono più parole a raccontare come
si dispongono le pulsazioni sopra il palcoscenico
coatto del cuore, voce cui non viene data forma,
visione non nominabile, un destino di emozione
intimamente taciuta, poiché non è esprimibile
l’articolazione fine del tuo discorso del cuore,
del dibattersi del cuore, il senso determinato
dell’azzuffarsi del muscolo nella stretta finale
quando le cose aggrediscono e non si sa come fare
e neanche più le parole ci riescono a districare
dall’improvviso groviglio che d’improvviso fa male

 

 

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