Emilio Capaccio

28 febbraio 2015
Richard Watson Dixon

Richard Watson Dixon

2 poesie inedite di Richard Watson Dixon
(poeta vittoriano mai tradotto in Italia).
Tradotte da Emilio Capaccio

Humanity

There is a soul above the soul of each,
a mightier soul, which yet to each belongs:
there is a sound made of all human speech,
and numerous as the concourse of all songs:
and in that soul lives each, in each that soul,
though all the ages are its lifetime vast;
each soul that dies, in its most sacred whole
receiveth life that shall for ever last.
And thus for ever with a wider span
Humanity o’erarches time and death;
man can elect the universal man,
and live in life that ends not with his breath:
and gather glory that increases still
till Time his glass with Death’s last dust shall fill.

 

Umanità

C’è un’anima sopra l’anima di ognuno,
un’anima più potente che a ognuno ancora appartiene:
c’è un suono fatto da tutti i dialoghi umani
e armonioso come l’afflusso di tutte le canzoni:
e in quell’anima ognuno vive, ognuno in quell’anima,
benché tutti i secoli siano la sua vasta esistenza;
ogni anima che muore, nella sua più sacra interezza
riceve vita che durerà per sempre.
E così per sempre con più ampia larghezza
l’Umanità sopravvive al tempo e alla morte;
l’uomo può eleggere l’uomo universale,
e vivere nella vita che non termina col suo fiato:
e accumulare gloria che cresce continuamente
fino a che il Tempo con la sua lente
appannerà di polvere la Morte.

 
Human destiny

As run the rivers on through shade and sun,
as flow the hours of time through day and night,
as through her swelling year the earth rolls on,
each part in alternation dark and light:
so rolls and flows with more prodigious change
the human destiny; in gloom profound
and horror of great darkness, or made strange
by sudden light that shines from heaven around:
now in it works a fate inopportune,
deadly, malicious; now the mortal scene
smiles comforted with some eternal boon,
and blood is turned to dew of roseate sheen:
but whether weal or woe, life onward flows:
whither, oh, whither? Not an angel knows.

 

 

Il destino umano

Come scorrono i fiumi nell’ombra e nel sole,
come vanno le ore del tempo per il giorno e la notte,
come dentro il suo pieno anno gira la terra,
ogni parte in alternanza di scuro e di luce:
così gira e fluisce con più prodigioso mutamento
il destino umano; nel buio profondo
e nell’orrore della grande oscurità, o fatto strano
verso una luce improvvisa che splende dal cielo:
ora in lui professa una sorte inopportuna,
esiziale, malevola; ora il mortale scenario
sorride confortato da eterno piacere,
e il sangue tramuta in rugiada di roseo splendore:
che sia il bene o che sia il dolore, la vita avanti fluisce:
ma dove, O, dove? Non un angelo lo sa.

 

 

Le poesie sono tratte dalla raccolta:

Historical Odes and Other Poems [1864]
di Richard Watson Dixon [1833-1900]

Traduzione di Emilio Capaccio

Maria Carmen Lama

21 febbraio 2015

 Carmen Lama

 

All’incipit del tempo
Venuta al mondo un mattino a novembre
non più silenzio non ancora voce
non più nel buio non ancora luce
dall’informe a uno slancio del pensiero
dal puro nulla all’incipit del tempo

freccia scagliata nell’eternità
                                                
                                            
Sangue blu
Tu che non consoci il mio paese
non puoi decriptare
il codice del mio DNA
e non potrai capire
perché nelle mie vene
circola acqua di mare –

                                           

Lontano
Lontano
come per un timore quasi sacro
come per una scelta ragionata
tanto da sentirne la retorica
convulsa, arrampicata sugli specchi
d’un’attiva indolenza quasi magica

Lontano tanto
da sentire un dolore sulle tempie
un dolore perfetto e persistente
per la forte pressione
del silenzio

                                                 

Al Morteratsch
mi distrae una nuvola, si sfrangia,
inverte la visione, mi confonde
stavo vedendo un’orsa, quasi il carro minore,
e sotto gli occhi mi diventa un fiore
poi mi sparisce sotto un lungo ponte
ed entra in una specie di castello dei sogni
con tanto di torretta e intorno un lago

e non so più chi sono

so solamente che la distrazione
ha preso il sopravvento
e mi ritrovo accanto ai miei due cieli,
in una terra straniera, al Morteratsch

                                                       

Valore dell’incondizionato
Un gesto non riconosciuto si contrae
si dibatte si astrae
si ritrae
retroflette il suo corso
ne arresta il flusso
soggiace a condizioni.

Uno sguardo agonizza dentro gli occhi.

Altro
sarebbe stata la sua morte
- forse rinascita o sublime suggestione -
se solo fosse stato divelto
l’astro che congiungeva
– disgiungendoli – i gesti.

Una parola viva
 – questo soltanto -
è ammainata dentro il suo rimpianto.

                                            

Iterativo causale
Da quella volta che esplosero istanti
e che i pensieri mi ferì una scheggia
mi rimbomba nell’anima
                                    un dolore.

Nessuno e niente – mai –
può cancellare
qualsiasi cosa sia tra noi
                                    accaduta.

In_corsa nei circuiti neuronali,
esisterà per sempre tra i ricordi
ripiomberà improvvisa
                                  dentro i sogni.

Non senti come s’amplia
ancora l’eco
nello spazio
nel tempo
in un destino?

E cambiano in tal modo
gli equilibri
al moto di vettori deliranti.

Attoniti si resta
appesi al nulla.

 

Negli universi paralleli

***
Come al gatto di Erwin Schrödinger
ti riconosco la facoltà d’essere
presente e assente contemporaneamente
o viceversa
nella tua assenza più presente che mai.

Ci sei e non ci sei – ma pure
se non ci sei – ci sei

Fluttui nell’aria dove la tua forma
altera brevemente spazio e tempo
così rendi invisibile il visibile
e viceversa
vuoti l’uno nell’altro
e a sua volta nell’uno versi l’altro.

Nell’acqua dello specchio in superficie
trema il tuo volto con espressione incerta…

… sei il gatto della favola o chi sei???

Negli universi paralleli tutto è possibile –

 

 

M. Carmen Lama è nata in provincia di Messina ed è vissuta a Capo d’Orlando fino all’età di vent’anni.

Nel 1970 si è trasferita per lavoro a Milano, dove si è laureata in Filosofia, e dal ’77 vive in provincia di Lecco. 

Ha svolto attività di insegnamento e poi di Dirigente scolastica in Istituti comprensivi e al Liceo Artistico lecchese.

Ha tenuto corsi di formazione per docenti e genitori ed ha pubblicato articoli di carattere pedagogico e culturale su riviste professionali per docenti e dirigenti, con gli editori Maggioli, Fabbri, Edizioni Didattiche Gulliver.

Ha prevalenti interessi letterari e in ambito filosofico e psicologico.

Scrive recensioni, che pubblica su diversi siti web, relative a testi di vario genere e a libri di poesie.

Scrive anche poesie ed ama approfondire la conoscenza delle produzioni poetiche dei grandi del passato e  del mondo poetico attuale.

Con l’Editore Aletti ha pubblicato la silloge “Prigioniere del silenzio” e il Saggio “Verso la poesia alla ricerca di senso” (disponibili anche in e-book).

Suoi scritti sono pubblicati su diversi siti web, e sue poesie anche in alcune antologie poetiche.

 

Molte delle sue poesie si fondano su suggestioni elaborate a seguito di letture di vario genere e di saggi filosofici e psicologici, visione di film, conoscenza di fatti di cronaca.

Le poesie più personali si fondano verosimilmente su ricordi, esperienze ed emozioni profonde.

 

 

Maria Pia Quintavalla

14 febbraio 2015

 Corleone, II

Compianto in terracotta, III

L’età moderna

 

E’ sorella rinata dalle ceneri,
bisogna che io parli di Fabiana:

rinata là, mi aspetta
nella casa dove ha vissuto il padre,
ha taciuto di lui mi ha accolta –
accucciata a terra poi, Sono qui,
vengo a prenderti, ristorati –
la tua casa e la mia sono nate
qui stesso spazio, sogno lo stesso –
sosteneva i suoi occhi,
prima di morire.

 

Le sue stanze combaciano là sopra
alle altre native
ma hanno sagome aperte più spaziate,
trapezi cerchi
verso i gradi della vita, poi:
quadri, rombi della luce che veleggiano
                                           nell’alto

                                                 

 

*

La notte stanno a schiera (all’erta)
lampioni la punteggiano
sul parco e sostengono l a s e r a.

C’è tepore dove la donna ha procreato
amato e perso i suoi bambini,
una soltanto è viva, i ritratti piccoli
salutano fulgidi ogni giorno.
Lei si alza pigra, ci prepara il caffè
parliamo –
poi stiamo ore a rimirare la beltà
e la luce, in dolce sfondo
esplodono piccole nicchie ombrose
dai cespugli del San Paolo.

*

A notte, garrule chiacchieravamo
del giardino come sue guardiane,
né gli occhi si stancavano,
vagando nella musica i bicchieri.
Sapevo che là sotto, a quel secondo piano,
un bel varco attendeva
propiziando notte, il sonno dei felici:
negli occhi
la sopita infanzia si mostrava.

*

Il mondo era moderno al quarto piano,
come un’era adulta ma più sotto,
era l’antro dei sogni era l’infanzia.
Non era addio ma arrivederci,
a più tardi.
L’amica era la vita e libertà di affetti
adolescenti che ti porta piano,
va lontano, in fiaba eterna
di una piccola me contenta
come entrare e uscire da una porta,
una soltanto q u e l l a,
perché un padre aspetta
al piano che non s’apre più,

aspettava stava.

 

*

Ora il salto dei piani si è smarrito,
l’ascensore scende direttamente
al pian terreno, in un’uscita sola,
nessuno abita né solitario attende
alcuna voce dice,
E’ tardi va’ a dormire, oppure,
Cosa vuoi per pranzo l’indomani.

Alcuno a notte lascia letterine scritte
in uno stampatello di grafia leggera,
messaggi d’amore delicati dove
sentirsi al centro della vita,
non già più in salita ma una mano
che entra nella tua soave, e certa
                                       piano
                                          

*

La popolazione che abita lassù
l’età moderna, oggi è in ospedale
lei non popola tutta la mia notte
ma una parte,
quella dell’oggi di chi scrive e conta:
qui dalla mano tenta
in un soffio rinverdisce cupole, sentieri
giù dalle sue scale, e stelle
            una cartografia leggera

 

suggerisce non più parole umane
ma sole, le minute
di un diario che si annuncia ponte
o epistola, abbandono a cerchi della luce
dove vivere
verso l’impronta di noi due,
                        in amore.

Stefano Guglielmin

7 febbraio 2015

 

 dalla sezione “Ritratti” della raccolta inedita Ciao, cari.

 

 

 

Gianni Toti

 

 

Oppure il quaternario, squadernarlo. Tenere in mano il topo, il tropo, pregare in torto quiete. Ci si spassiona dell’impolitica tanto da spoetibolarci per il neozotico. Viviamo in tempi zoppi, insomma, in scricchi, scrocchi e frusci di chiavi. Chiaviamo.

 

La blessure inguérissable, l’inguinaia del re pescatore, in antidoto. Che ci sguaina dalle dee moderne. Madri del beer garden zoologico, s’intende. Un disperato monito a riveder le stroppie o la via del bricolage poerotico.

 

 

 

 

Alfredo Giuliani

 

 

Questo merdoso cerchio malato dove l’appeso oscilla. Tutto in cancrena, volge l’opaco in epoca, e stagna dopo la tosatura dell’eden. Gli sfiniti mondigli prada, per dire, o il tremore cardo della lepre: un frammentario gorgo come sintesi impraticabile, una sinossi di tendini e bronchi. E tendìne, da dove sbirciare gli olmi bruciati.

 

 

 

 

Eros Alesi

 

 

Come dura madre, dura linfa, come la linea croma, il jazz, la bamba, come faccia infetta, in liquefazione, come Roma o reticolato, come opera postuma, per FELICE padre di ALESI, suo figlio marcio, come

 

morte che mette un punto, che marcia, morte saetta e tutta corsa, che vent’anni, che esattamente, che l’amaro dalla bocca e la cattiva, che il taglio ombelicale, che noi microbi e infelici, che noi arresi.

 

 

 

 

 

Nota

 

Gianni Toti: poetronico per eccellenza, realista intraverbale, ci ha insegnato la proliferazione del verbo nella sua duplice valenza mortifera e fruttifera, sempre scansando, da buon “poesimista”, le conventicole e la visione lacrimevole del mondo.

 

Alfredo Giuliani: poeta e lucidissimo teorico della neoavanguardia. Coniugò biografia con “riduzione dell’io”, elogio della struttura con batticuore, per quanto “zoppo”. Trovò in Carlo Michelstaedter la via d’uscita dal crocianesimo.

 

Eros Alesi: morire a vent’anni, saltando dal cuore di Roma, avendo scritto tutto il necessario. Leggeva “Mondo Beat”, frequentava la Comune di via Andrea Fulvio e il carcere “Cesare Beccaria”. Amò mamma morfina e la poesia.

 

 

Cristina Annino

1 febbraio 2015

opera dell’Autrice

 

 

 

Le virtù del riso

Lo dico da sveglio, non sogno.
Quel polso di carne o cucchiaio,
chi è? toglie la visuale. Noi, si vive
gloriosamente toccando
ancora le cose, ed è tanto, se
elenchiamo
le muffe di casa saltando
gradini con in mano fiaccole. Ma
ogni volta la stessa solfa: chi fa
tana per primo?
*
Nel dito appena dell’alba,
nella sua lente ruffiana, noi
si ride. Da tordi, da umani, poi
liquidi come risaie. Abbiamo
riso d’essere negri, sassi, caldaie,
diventando loro. Ché
l’invisibile è il più evoluto
movimento di luogo. Come
gli indiani al cine: il petto
aperto da spari di cristiani,
ruotano a lampade accese, e
nemmeno uno spirito cade. Così
ridono i falegnami.
Mai
vocazione unta, tipo rime
senza risaie, che non reggono
il lampo e un fulmine gli abbaia
dietro. Ognuno sbatte
sul mondo, ed è vero, la sua faccia
di rame. Fine. Allora chi è – e poi
grazie- quel cucchiaio di carne?

 

 

 

Troppo umano

Lontana la calunnia, l’ ubbidienza,
le virtù della caccia senza
offese, le prede finte. Distante
sono da quel che avrei, se potuto
era farlo; so che bastava poco,
pochino, un pezzo, anche covando
polvere sul tappeto.

Mai
ho sentito un discorso vero da
Quelli, trappole in viso o sedie
elettriche che parlandomi, pensavo
alla carne al chilo, mai al Pensiero.
Elementare, figliolo! La
panna delle cose montava, erano
luci, grattaceli, scale interne, fili
d’erbe senza colore. Sempre
le stesse parole. Poi alla fine,
restava un volo digitale per aria.
Che me ne faccio?” Si dicono
troppe balle.

 

 

 

Diario della Fine

Ho amato sempre
i genitivi, quelli seri; il sassone,
per esempio, col chiasso inglese
delle parole, il suo tatto. Ora
non ho più accanto Koko in
guanto di braghe; s’è girato
sparendo ieri. Voilà. Le zanzare
con strazio ripiegano il corno,
lo mettono via. Sanno
già tutto. In fila indiana sfilano
dal muro, che almeno con loro
parlava. Come escono
i minatori dal suolo, e dopo spara
a vuoto un ignoto ablativo! Anche
in punta di lana, i capelli crescono.

Federica Galetto

24 gennaio 2015

 

 
Traducendo Einsamkeit

E’ il fuoco che m’attraversa
La redine della corsa non tirata
La molle cesoia del corpo in regime
Ad assaltare le curve prive di vergogna
resisto appena
Compulsiva in tendere assoli urgenti
Cavalli bianchi nell’occhio
Variazioni multiple del colore
(E tu vedevi i miei stessi colori
Allunando nelle pause)
nell’imbuto capovolto e la testa,
la testa in incrocio al bacino esposto
Decine le spinte corrotte
per perdere rotte definite
E’ il fuoco che m’attraversa
Nei mondi abnormi della conta
senza resto e senza risparmio che
riempio
Assecondata dai gesti di filo con trama
fitta
districata a matasse nel ventre
Traducendo Einsamkeit rompo le righe
E mi sbrano contenta
d’essere farfalla tinta nella fiamma
e nella parola che trasmuta
di deserto in valle e filo d’erba tenero
Poiché esistono violetti di corporatura robusta
e verdi sfacciati nei rossi della pelle
e miriadi d’occhi veri che attendono risposte
per crescere ancora nei miei geni
come gerani piantati in settembre
a svernare in teche trasparenti e tiepide
Traducendo Einsamkeit di notte
Non c’è che sole quando le brume dormono
Passando dal palco di Keats riemergo
ai boschi di Treichel
In Bellezza

*

A spasso con Proust

Era abbastanza costante
L’andare e venire del ritmo
Costretto nell’immobile rigidità
del presente
[ un’ora non è soltanto un’ora,
è un vaso colmo di profumi,
di suoni, di propositi e di climi]
Secca vena rimarginata di fresco
I passi deserti delle cose e delle idee
alle tempie battevano
Così avveniva nel dimostrarsi meno duro al sentire
che l’amo d’una rimembranza sfiorisse dopo il profumo
(Un tovagliolo inamidato che)
[aveva precisamente la stessa inamidata rigidezza dell’asciugamano
con il quale aveva tanto stentato ad asciugarsi davanti alla finestra,
il giorno del mio arrivo a Balbec]
Rendeva possibile un corso di mite significanza
E gioie insperate all’aprirsi d’un suono
Davanti nulla spiegava l’evento
Si svolgeva contratto e poi assolto dal buio
Nella mente uno spiraglio di luce sognava
tornando alle posate e ai piatti tintinnanti
Rumori decisi a intrufolarsi fra silenzi
senza ricordi
[il passato è nascosto al di fuori del suo dominio e della sua portata,
in qualche oggetto materiale che noi non sospettiamo]
La bellezza di esser stati e di aver toccato e posseduto
L’ematoma sciolto del tempo ora sui selciati
Le paure dei giochi e una bambola rotta
Un melo fiorito nella campagna distratta
Batte forte il lampo contro vetri appannati
Si raggiunge la cosa nella sua concretezza
Dimenticata non più
Adesso che balla il minuscolo lembo di stoffa
alla gonna di mia madre
[Dipende dal caso che noi incontriamo questo oggetto
prima di morire
oppure non lo incontriamo]

Le mille ruggini

Ancora c’erano le mille ruggini
del passato e le torce
accese per sbaglio dai dirimpettai matti (i pensieri)
Che s’abbeveravano come giunchiglie ai fossi
Separando il fango dall’acqua sporca
Così si diceva fosse quella donna
Un incamminarsi eterno di luoghi e passi
Di strade e fratte bagnate sotto il cielo
sperduto di memoria
Le gambe lunghe che attraversavano
parole incipienti, sconnesse
Sottovoce pronunciate come per sbaglio
ai piccoli lucernari nel vialetto di sambuco
Tra le prataiole e le fioriture
Sotto i muretti d’un pozzo oscuro
O ancora, quando si levava il giorno
(scambiato per buio)
a discorrere senza parlare
con i suoi più stretti amici
Anime, Anime erano forse
quelle presenze che battevano sulla sua spalla
Spingendola ad andare avanti e a cercare
davanzali di viole da rubare
La scorgevo in un solo affiancarsi d’ombra
Sui sentieri e nelle curve dei colli
Senza borsa o paletot d’inverno
Senza mai un riparo dal sole d’estate
Di tanto in tanto avevo pensato di voler esser lei,
(avevo sperato) di mischiare le mie frasi di verità
con le sue, o di piegarmi in ginocchio
a chiederle come poteva,
distinguere così bene
i giusti dai mistificatori
Lei non conosceva Keats
né mai aveva odorato le pagine brunite
d’un libro vecchio e stravecchio
che raccontava d’amore
Il suo alfabeto s’impiccava al silenzio
come le ore che assalivano le persone sole
Distaccato dalla lingua e sovrapposto alle spalle
Ma i suoi piedi volavano in immense circonvoluzioni
E passaggi
E danze
I suoi occhi blu d’oltremare sfinivano le intemperie
In quei percorsi distratti dal vuoto e dal furore
Delle mie povere cose non avevo che un occhio
Perpetuo sulla fronte ad intagliarle nella memoria
Lei possedeva il mondo e lo nascondeva
A proteggerlo dai viottoli stretti
Dall’amarognola cicoria del contadino afflitto su per la strada
La mia stessa percorsa a tentoni senza braccia o gambe
A riconoscerla
Era un limpido specchio di myosotis
Un’altalena d’assenza e di stelle sparse sui muri
Era come l’aquilone
nel vento poggiando sui fiati della pioggia
Un ricalcarsi d’invettive al suo Dio
Ma Dio, Dio sedeva a guardarla
Senza fermarla mai
L’osservava tenendo me per mano
e lei alla catena della libera afflizione
Senza perdonarla.
Io avrei voluto andare.
Lei fermarsi.

Testi da “Traducendo Einsamkeit”, Terra d’Ulivi 2014

Gabriella Gianfelici

17 gennaio 2015

 

 
Scrivendo
sfioro i confini
sciolgo il dubbio.
Vedo l’altra sponda
dove
gettare
il ponte.
In mezzo uno scoglio
è come un lume
parte del mio
stesso universo.
Arpeggiano i versi
si depositano su di me.
Mi stupisco
sempre
delle sillabe intrecciate
del lungo e lento
smaniare della poesia:
mi trascina con sé.
Un sentiero che vibra.

*

Perdere e perdere.
Perdere l’anima delle cose
e trovarle in noi.
L’armonia sulle punta delle dita
come l’accordo che vibra.
Alberi slanciati ed animali solitari
cosa ricordano di noi.
E la notte
quando le stelle si organizzano
per veloci configurazioni
che prevedono il futuro
ecco la sinfonia interna dei pianeti
e sacri segreti a colmare la
soglia del vento
cantando le molecole dell’aria
ascoltare le formule del vissuto
e la forza celata di chi trascina le navi
in questo fiume di sospiri.

*

Mio insito confine
che permani
sotto il ghiaccio
sono dannata.
Pezzo che si allinea al pezzo
stretta fessura del pudore
sguardo incerto
fin laggiù.
Vorrei dirlo con gioia
invece regalo questa mia unica voce
con un balbettare timido
o un tacere silenzioso
e a brandelli.
Alcune parole lo dicono
che dobbiamo resistere.

*

Mi sento innocente
ma nessuno lo è.
Il volto non ha luce
e vorrei ancora tanta
strada per illuminare
la mia anima
assetata
e osservo:
la mia disperazione
la mia stanchezza
il mio occhio assente
e il verso che non mi raggiunge.
Afferro questo istante
percettibile distanza
fra il mondo e me stessa
frontiera mobile
dove si muove il mare
e qualcosa piange nell’aria
e una piccola fiammella
come una piccola mandorla
luminosa che vibra
a contrastare la massa oscura
che la circonda
e allora divento goccia tremula
dimentico che fui impaurita
e cado come scintillante dal ramoscello
dimentico che fui in apprensione
e conosco la più grande serenità
riposo in quella fiducia
e sono nel silenzio
senza risposta
nella tinta slavata del muro
in quel disegno appena cominciato
e lasciato
quel disegno
solo pensato.

*

Mi perdo
notturna apparizione
nel grigiore della distanza
e nel lungo corridoio
di porte false.
in me ritrovo
anime e solo anime
nel raggio di sole
e nel mio passo certo.
In quest’angolo del tempo
v’incontro
notturni ruscelli di acque vive
dove gigli dischiusi
addormentano
la mordacia delle ore.
Le mie braccia formano argini
al fiume
e navigando
con gli occhi fissi alle stelle
l’angolo del tempo risorge
muore
e risorge ancora.
fioriscono violette
al vostro passare
di profumi di nardo
l’aria s’impregna.
In questi filari curvi
pieni e decisi
passano tante ombre.
Appare il sentiero:
frontiere vagabonde.
Disorientata
dalla saggezza straniera
entro nel tenero
germoglio di rosa.

*

Guardavo
infinito blu.
Cercavo la riva
di approdo
occhi perduti
nell’indaco.
Anima stipata
annodata
sgualcita.
Rovistata.
Mi nascondo
alla mia stessa onda.
Due blu infiniti.
Ho ripassata la mia vita
cento volte
e frammento su frammento
l’ho rivista.
La traversata
verso la serenità
fu lunga.
Onde di un mare burrascoso
mi hanno accolta.
Cento volte e
cento volte ancora
a chiedermi di vivere.
Mi schernivo alla vita.
Lei mi è venuta a cercare.
nascondendo la mia bocca.

*

Solo per un giorno
essere come voi.
Solo per un giorno
toccare integro il mio corpo
farlo volare in alto
e poi
distenderlo sulla terra
pesante e felice.
Solo per un giorno
cancellare
la ferita che mi rinnova
l’incubo
che spurga le mie viscere
che fa gemere le mie notti.
Solo per un giorno
non pensare
ad una triste sorte
che nella luce tiepida
di una fine giornata
di ottobre
s’incollò ai miei anni acerbi.
E per non vacillare
trasformare la realtà
pregando in silenzio
in un mantra tutto mio
dove la carezza rinsaldi
gli infami spacchi.

Antonio Devicienti

10 gennaio 2015

devicienti foto

INTRODUZIONE

Non so scrivere in versi senza avere presenti o senza fare riferimento ai poeti e agli artisti che più amo. Forse la mia è poesia cerebrale o citazionista, del che mi scuso: l’unica cosa di cui sono certo è che la mia scrittura prende forma proprio grazie alla lettura e all’emozione (fortissima) che in me suscitano le opere altrui, per cui essa vuole continuare (consapevole della propria subalternità) e amplificare la risonanza delle voci di chi m’insegna un modo di scrivere, soprattutto un modo di vivere.

COSTELLAZIONI PER IL NOSTRO OGGI

Così prende possesso la notte
delle strade parmigiane.
                          

Attilio e Vittorio (amici d’una vita)
fanno un’ennesima passeggiata
dentro l’affetto e il ricordo dei vivi:
                             

perché è in noi vivi la nostalgia
per i poeti
dei quali vorremmo ancora nuovi
versi, nuove
parole
per traversare la tenebra italiana
e imparare noi stessi l’arte del dire.
                     

Nelle parole (pur consumate) cerchiamo
un pensiero
che ci riscatti e zittisca
la protervia dei lacché.
                     

Balugina Parma nella nebbia
di novembre che
(pochi giorni al compleanno di Attilio)
si sfilaccia ai lampioni,
s’addensa negli anditi dei palazzi nobiliari,
si dissolve in umidità sui selciati,
voce si fa, voci nella strada
amicale andanza di passi
superàti soltanto da una bicicletta
staffetta partigiana
che a perdersi va
nell’intermessure dei muri alla Pilotta.
                                

“Così fu dato il segnale dell’insurrezione,
guerra partigiana
riscatto d’un popolo che pur tuttavia
nel fascismo aveva creduto.
Ricominciava la storia
e forse un’Italia nuova”.
                      

«Alle sabbie stordenti d’Algeria
giunse sentore di quanto dici
e come penosa la lontananza,
forzata assenza…..»
                      

“Lontananza,
forzata assenza erano
esperienza quotidiana:
mai abbastanza vigili,
mai abbastanza coscienti
se poté accadere che tradimmo
nell’ottusità dei giorni
la promessa e la speranza”.
                            

Amalasunta d’Osvaldo Licini
o Tabaccaia di Fellini
è luna semisvelata l’orologio
a Piazza Garibaldi
mentre
laici angeli avvolti
nei soprabiti del transito terrestre
i due amici scompaiono
tra le sedie capovolte sui tavolini
del caffé.
                            

Ricompaiono più in là, avviàti verso il Teatro Regio.
(Maraviglierebbe lo sguardo di Ghirri il Regio
allucciolato stanotte dell’oro nei fanali municipali (1).
                                            

«Ossessionati dai dubbi
e messi ai margini
sempre ignorati
sempre appassionati alla scrittura
fino ed oltre il fessurarsi degli orologi».

[1]”Allucciolato d’oro” è un mio furto dal libro A  MEMORIA  DI  MARE di Donata Berra
                                       

“Tessevamo trame di riflessione, Vittorio,
nostro atto politico
cercare consapevolezza traverso la bellezza”.

                               

Sentilo l’odore di colle da falegname che
nei mattoni del Teatro stilla
quasi eco fosse del lavoro diuturno di maestranze
a scenografie a stoffe a macchine.
Un Simon Boccanegra di due secoli
addietro soffio nell’aria densa
di vinificazioni lente.
                                 

“C’erano Franco e Pier Paolo
e Roberto, ricordi? coscienze impietose
su mancanze
e fallimenti”.

                                         

«Nessuno di noi ha concesso scuse
a se stesso
ma l’Italia non è quella che volevamo».
                                           

Alla svolta nella Piazza d’armonia
guizza come luna crescente l’orlo del Battistero e
“Maestro!…..” sussurra Attilio sorpreso:
                                                   

muove Morandi altissimo incontro ai due viandanti.
                             

Se l’Antelami è la nebbia parmigiana riflesso di miele
che lascia accadere conversazioni
svelandosi accogliente: se
capire vogliamo e meritare le eredità
di chi giunse bellezza a pensiero:
                                       

– Quanto sgomento colgo
nell’essere stato chiamato a camminare
nella mente dei vivi (dice)
e sono essi a coltivare il bisogno di noi
che siamo nomi transitati
negl’interstizi del tempo.
Tanta bellezza ancora m’innamora – .
                            

“Maestro! È gioia incontrarLa
sia pure nelle menti di chi c’immagina
in notturno vagolare.
Timore avvertiamo, l’Italia di sé
dimentica, vasto smottare dello spirito”.
                                   

«Non consolazione, ma chiarezza di visione
sono all’arte nostra richiesti
e scavo nella memoria» mormora Vittorio
una sigaretta accendendosi di dolcezza e d’ira.
                                      

Accarezza Morandi la pietra dorata
del Battistero gli occhiali sulla fronte
concentrate le pupille meditante contemplazione.
                                     

S’
egli accumula
silenzio e rigore d’arte: s’
egli è il monacale colore
dei muri antichi d’Italia: s’
egli ha in mano (soltanto ora
li vedono Attilio e Vittorio) sgualciti i
CANTI di Leopardi:
                              

– Facciamolo sapere a chi adesso ci ha
cercati.
E senza stancarsene studiare
e continuare a studiare –
                         

S’accendono i carriaggi
dall’ultima vendemmia transitanti
verso l’inverno che s’apparecchia
caparbio il lavoro dei vinificatori
premura e cura e andirivieni
dall’Oltretorrente.
                                 

Solca un treno il tempo che si prepara
luci accese negli scompartimenti
per notturni insonni lettori
e molte volte ancora s’appresserà
Fortini a Siena Roversi a Bologna Pasolini a Roma.
È il postale della notte:
vi sale Morandi dopo una stretta di mano
mentre la stazione muta intona
notturno canto d’errante.
                                 

Vittorio ed Attilio si prendono
poi sottobraccio; scavalcano i binari
proseguono nel silenzio
e nel tempo che si prepara.
 

 

Antonio Devicienti, di origine salentina, vive nell’alto Varesotto e insegna tedesco in un Liceo sulla sponda lombarda del Lago Maggiore; collabora con il blog collettivo Cartesensibili e con la rivista online Samgha; suoi testi (note di lettura, poesia e prosa) sono presenti sull’Immaginazione (Piero Manni Editore), sulla Dimora del tempo sospeso, Compitu re vivi, Versante ripido, su Poeti e Poesia, sulla rivista online Zibaldoni e sui siti delle Case Editrici LietoColle, La Vita Felice, CFR, oltre che in diversi volumi collettivi editi da LietoColle e da CFR ed in uno pubblicato dalla Vita Felice. Del 2011 è la sua prima silloge poetica, Linea borbonica (LietoColle), cui è seguito il poemetto Torrido (in Opere scelte, Fara editore, 2014). Cura il blog personale http://www.vialepsius.wordpress.com ed ha un profilo facebook Via Lepsius Antonio Devicienti.

Anna Maria Curci

3 gennaio 2015

Inediti 

 

Quesiti, VI

Di che materia è fatta questa morte?
«Ghermisce» è una parola accovacciata.
Bivacca, perde il pelo e pure il vizio,
sta nel disinteresse la sua chiave.

 

*

 

In disarmo

L’occhio lacrima e il sogno è in terapia.
Lo zelo ha chiesto un collettivo di classe.
La volontà diserta l’assemblea.
La trovi – punkabbestia – al lungofiume.

 

*

Cade il suono

 

Cade il suono

come il tonfo di un remo

nel silenzio.

Non ha dita –

le aveva forse un giorno –

solo accenna

 

pianoforte

tastiera immaginaria

dipartita.

 

*

 

Del saltimbanco

 

Il vestito di scena,

riposto e ripiegato,

mi guarda e tace.

 

Del saltimbanco

racchiude il ricordo

e non rinnega.

 

*

 

Accuso insonnia

I
Quando il coltello si aggira tra il consueto
è troppo tardi per scapole ciarliere.
Parole penzoloni, la baldanza
è farina, cade a pioggia.

II

A piegare il già visto e soppresso
ancora sfrutti l’epigrafe sonante.
Sorda ai presagi zittiti, quella si libra
volontaria e coscritta allo scherno.

III

Potessi ripiegare i giorni addietro,
al mio passato si affiancherebbe morte
con il volto scoperto, compagno di piccozza
e di sentiero. Con altro sorriso m’incamminerei.

 

http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it/

Analisi del 2014

1 gennaio 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 20.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 7 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Lucia Tosi

23 dicembre 2014

Le poesie appartengono a raccoltine che vado componendo da circa un paio d’anni: si tratta di versi generalmente sorti da un’ispirazione lampo che in un secondo momento si rivelano pertinenti a un discorso più ampio che me li fa collocare nell’una o nell’altra. La caratteristica comune è la scarsità o totale assenza di punteggiatura: una sfida a far sì che sia il suono delle parole a produrre ritmo e senso. I temi derivano dall’esperienza della malattia, della morte (meno evidente che non in passato), della difficoltà a mescolarmi con i ritmi del mondo: discorso solo apparentemente personale, che scaturisce, al contrario, dal continuo dialogo e confronto con le tante persone importanti della mia vita.

insomnia (frammenti)

le notti si sommano alle notti
e tutte hanno una spuria lentezza
che ti ridà al sole del mattino
gli occhi ancora aperti disperati
disegnano dei margini al silenzio

entropie #28

le braccia possenti
e le mani degli alberi
tese a tenere la terra
in alto dove è montagna
sono pochi drappelli
di soldati di retroguardia
[l’uomo-nemico
dappertutto dilaga]

metafore del freddo – 1

essere aquila averne l’occhio guardare
il sole senza abbassare lo sguardo
non serve: una corrente fredda
ammala anche le aquile le cala
a venti metri da terra
le spiuma mentre precipitano
le ritrovi passeri infreddoliti
su una siepe puntuta
con l’aria a mezzo stupita
uccelli di dio abituati alle altezze
al vasto respiro dell’ala
indecisi da un ramo all’altro
che oscilla precario
preda del primo gatto rognoso
che s’acquatta nell’ombra
credendosi tigre, leone

gli atti della postera – atto secondo

non mi stupisco quasi più di niente
ne ho viste troppe e ancora ne vedo
mi incanta un sorriso una parola
mi atterrisce la superbia l’invidia
quella che mi vorrebbe morta e sola
e invece io davanti a te non cedo
io sono io: io non sono gente

quartine #2

ci son tromboni in codesto paese
che far delle labbra trombetta è fargli
un complimento nobile e cortese
[il suon della tromba copre lor ragli]

H – come Hunger (nuovo alfabeto)

vorrei trasgredire,
combinare un bel pasticcio.
risolvo i guai altrui,
aggiusto cuori, mi impiccio;
sistemo nodi alle cravatte,
correggo errori di lingua,
chiedo scusa. vorrei
far piangere qualcuno,
spezzare almeno un cuore,
stare a guardare
un gran disastro
e non saper più ricominciare,
non saper più come i cocci
raccogliere e incollare

echi ridotti #42

sublime specchio di veraci detti
‘o scostumato, ‘o parlanfaccia
quando dico i miei versi maledetti
chi mi piglia a sassate
chi si lava la faccia

Biagio Cepollaro

16 dicembre 2014

cepollaro

 

 poesie da La Curva del giorno
L’arcolaio Editrice


*
il corpo scrive il suo poema e lo fa a giornate
questa è la sua scansione accordata al pianeta
e alle stelle che gli coprono il sonno
ogni mattina prova a riprendere dove
di sera aveva lasciato talvolta aspetta
che asciughi talvolta mescola e sovrappone

*
il corpo cresciuto su se stesso per più di cinque
decenni ha visto mutare forme e modi del desiderio
ora nell’abbraccio non sente distanza ma sempre di più
avverte il medesimo: il comune diventa motivo
di compenetrazione tenera come prendendosi cura

*
il corpo sente la sua felicità come uno stato assai precario
ma anche miracoloso e vorrebbe dirne e scriverne quasi
che queste operazioni scolpissero nella pietra i segni
del suo giubilo

*
il corpo conduce la sua vita facendo astrazione dalla collettiva
mitologia che unica attraversa il globo condizionando immagini
e azioni: è come se in memoria avesse un altro tempo quando
i corpi nel loro insieme si pensavano come storia e come progetto
quando la speranza non era solo di sopravvivere ma di vivere insieme

*
il corpo si sa storico per sua intrinseca durata e per suo inevitabile
e progressivo decadimento ma si sa storico anche per contrasto
una volta gli altri erano avvertiti da lui come compartecipi non era
felicità se non collettiva e da soli uno poteva solo riprendere
fiato ma non vivere la vera vita se non come diminuzione

*
il corpo è stato a lungo sollecitato nel piacere e anche
ogni mattina nell’andare al lavoro grazie alla prontezza
degli arti alle buone articolazioni che danno il giusto
vincolo al moto. ora alla finestra si sofferma di fronte
al parco mentre da sopra il nuvolo scoraggia ad uscire.
una brulicante umanità si muove e così anche tra le foglie

*
il corpo sa che il palazzo di fronte non si regge
per la sua grammatica ma per la pietà del sisma
che lo risparmia: è questione di proporzione ed è
meglio abituare lo sguardo al grande per non
credere che il piccolo basti e che sia tutto: la forza
del fragile è stare dentro una certa verità delle cose

*
il corpo fa del pensiero un modo per meglio
godere della luce: trattiene tra le sue dita
e accarezza così come può fare l’ultimo
riflesso prima di sparire dallo specchio
questo ha sapore e questo sapore è l’unico
sapere che sa: il resto è scala da rigettare

*
il corpo nel verso dice la sua presenza
sfuggita al racconto della storia e non compresa
neanche dalla presunta compattezza
di un io: lui è là che si muove o sta
nella consumazione cellulare che viene
non detta -prima e dopo- ogni parola

*
il corpo nel verso si sottrae al senso
stabilito e si muove come se non vi fosse
argine e direzione: è luogo questo
dove sembra fermarsi il potere
tale è l’impatto del singolo corpo
che di sé nella lingua fa allegoria

*
il corpo non chiede al verso di mentire e di rendere
importante quello che è solo un gioco di parole chiede
solo modo di spandersi nel suono e nell’immagine così
come si spande in altro corpo mescolando sempre
all’ascolto il piacere di dimenticare sé in altro nome

Fernanda Ferraresso

9 dicembre 2014

fernanda ferraresso

 

 

L’INCOMPIUTO

dall’incompiuto
lo sguardo muove le sue imprese
tenta    un’esperienza    getta l’ancòra
per altre colonizzazioni
dove del mare non vede l’altezza
e per sentieri interrotti reclama la sua via
in un fitto di barriere e nero in cui l’essere
non si mostra  perché non ha finita una faccia
l’oscuro e il  procedere avanti a ritroso
tra ciò che non si sa e quanto si sogna sia l’altro
il riflesso di quello sguardo
o il largo lago di un’insufficienza insopportabile

di eco mitiche ancestrali l’opera scrive  mostrando un mondo
che espone il suo verso  una terra aperta  di vortici e radure
e l’uomo vi  si rannicchia     tra quei volti radica
la sua paura   in quello stare sempre   fuori di sé e sul ponte
a patire della sua essenza gettata
a partire dall’esistenza che è rimasta   incerto modo  l’al di là
oltre quel mondo e dietro la porta     mai vista la soglia  in sé
così sta   ognuno in un fitto di anime a congresso
in affitto in un vuoto non visto    sentito
dentro come chi preme e  con forza
la porta di un relitto abbatte e l’acqua lo assale
sbalzandolo altrove in un luogo non suo
isola    senza più mare
un luogo quella lingua senza il mormorio della sua acqua
e di tempeste un fiume in secca  i pensieri  senza sole e asole d’aria
che vasti nella mente come fili nell’argento li brillava
e di specchio li rifletteva
tutto
tutto quanto è solo
un vuoto nuovo

 

io non credo
che una bandiera sia sufficiente
per contenere anche un uomo soltanto
non credo che questa terra sia la terra di questo o quel popolo
ma della vita che la proclama e la produce in ogni suo essere

io non credo che un pensiero sia così definitivo
da poter creare sulle sue piccole ipotesi proclami di giustizia
una scienza esatta se non per quelle teorie che sempre si sono dimostrate
confutabili e mutabili
mutuabili sono i pensieri e senza orientamento
senza una patria elettiva se non un luogo senza bastioni
ma crepacci e profondità insondabili

io non credo che basti un nome
un nome soltanto per dire l’amore
che ci cova e ci abbandona che ci nutre e ci ferisce
che ci scrive e ci dimentica
non credo basti un uomo solo per viverne le forme
le eco e le riflessioni
senza fine brucia le sue fonti
senza fine le risorgive innesca d’acqua e sete

io non credo che basteranno tutte le parole e le loro nuvole
per aprire anche solo un millesimo di milligrammo di silenzio
per porgere al nostro ascolto l’estensione del cosmo di cui tutti portiamo un segno
il suo asimmetrico svolgersi secondo geometrie di cui col dito
seguiamo le rotte nei nostri sentieri lacustri
in teorie che sono giochi di neonato
eppure siamo coetanei    tutti
i primi nati e quelli che ancora verranno
tutti tra la freccia e l’arco in cui il tempo     è sempre
in procinto di scoccare l’attimo    e questo suo     rifarsi
nuovo    eterno
                
da cose oltre e altre cose storte

 

 

di ritorno dal paese
dove un tempo andavo a piedi come fossero ali
seguendo la via dell’argine lungo un fiume
di storie di santi e miseria
da qualche parte nascoste devono esserci state
le mie impronte gli stivali verdi
sul bianco della neve e gli zoccoli di legno
sul fresco dell’erba
le mie corse a piedi scalzi e le cadute dalla bicicletta
le ombre appena visibili di altri inverni
a cui correvo incontro tra le braccia della nonna
senza sapere che poi sarebbero stati i miei
le mie ombre lunghe sui tracciati della sera
nell’autunno di alberi già segnati dai tarli buoni solo
come legna per l’inverno e mi chiedo adesso
se anch’io brucerò qualcosa nel camino della vita
e se la mia scomparsa da qualche parte
sarà energia terra humus qualcosa insomma
per un’altra presenza in questa stessa direzione di percorrenza
e viva oltre l’argine di questo fiume di luce  e  miseria
che ci attraversa.

 

da Luoghi d’inverno

 

 

con mani di polvere
volevo stringerti e non
riuscivo
nemmeno a sfiorarti
era di gesso

la mia mente
la volontà una crepa
di vertigine
la porta da cui mi affaccio  e

non ho occhi capaci di vederti

 

da Luoghi d’inverno

 

 

nelle archeologie delle nuvole
nel certo rifiorire delle piogge
in  questa  terra da cui mai mi sono allontanata
in questo cielo di fiati di oscuro
dove tutti gli alberi e i fiori e le erbe
riconoscono il mio respiro tra i loro
e tessono notte e giorno tessono
fin dove non vedo fin dove non vado mai a raggiungermi
in tutte le schiere di esseri che in noi il cosmo ricuciono
dove nulla è
estraneo o straniero
dove tutto è vivo attimo per attimo
ed istantaneo brucia
nuvole e cielo
senza un dio che sia manifesto
in una parola vacua
in una storia artefatta
e pianga di questa nostra insufficiente
voglia di vivere tutta
la bellezza senza guastarla perchè mai
sarà corretta o corrotto il cuore del suo centro
senza luogo

 

da Luoghi d’inverno

 

 

chissà come mai le parole mi girano
mi rigirano come una calza
mi s’infilano in vena meglio di un ago e

mi incendiano il sangue meglio dell’acool
crepitano nei miei pensieri le parole

sono stoppini illuminanti ma mi scorticano
mi infestano come insetti invadenti

poi girano mi rigirano e spesso mi raggirano
senza che io le allontani
senza che io le diseredi dal mio destino

 

da frammento per frammento sillabando

 

Francesca Del Moro

2 dicembre 2014

FotoDelMoro

 

LE_CONSEGUENZE_DELLA_MUSICA_cover_fronte

 

Da: Le conseguenze della musica, Cicorivolta 2014

 

Io quel suono
avrei voluto prenderlo in braccio
e accarezzarlo
tanto era morbido e dolce
come il suo inaspettato
slancio fraterno
che mi ha spostato
il cuore da una parte.

*
Come posso fare ora
le cose che devo fare
ora che sono
così riempita di luce
che i confini della pelle
si dissolvono.

Lo stridere che non capivo
era di porte che si aprivano.

Chi l’avrebbe detto
che sarei stata letto di fiume
allo scorrere del suono
nato dal poeta
che non ho mai sentito
fino in fondo.

*
Cosa non faremmo
noi
per un’imitazione d’amore,
un’impressione di tenerezza,
un abbraccio simulato,
qualche distratta carezza.
Cosa non faremmo.

*
Ferroso e freddo
è il cielo del mattino,
si chiude a coperchio
sull’attesa.

Ma io sento
il sapore del sole
tra le labbra
al pensiero
dei giorni a venire
e che tu ci sarai.

*
(Alle nove del mattino)

Pulisciti i piedi
sullo zerbino
sfilati l’amor proprio
silenzia la coscienza
preparati un sorriso
ed entra.

*
Le schiene impaurite
sono curve sulle scrivanie,
separate dalle mura
della loro solitudine.

Ai bimbi porteremo
la minestra in tavola
e non insegneremo nulla.

Gli occhi fissi sullo schermo
aspettano solo la fine del giorno.

E io sulla tastiera batto
la mia rabbia senza sbocco.

*
Gli autobus vanno avanti
sospinti dalle ore.
Ho gli occhi pesanti,
il corpo spossato,
i pensieri distanti.
Guardo le persone,
le loro facce stanche,
guardo il finestrino,
come se la strada che scivola,
i brutti caseggiati
e le spente campagne
nascondessero qualcosa,
non so,
un amore.

Un amore
per cui valga la pena
tutto questo,
un amore che aspetta.

*

È tutto qui?
È davvero tutto qui?
Cosa?
La vita.
Cosa dici, figlia,
finché c’è la salute,
alzati, avanti, stira
quella pila di panni,
riordina la casa, non vedi
che è sporca, fa schifo,
approfitta del fine settimana,
da lunedì non ce la farai,
che devi andare al lavoro,
ringrazia iddio che ce l’hai
ancora, un lavoro.

*

Una goccia d’olio
è caduta sulla tovaglia
mentre mi ripetevo
devo devo devo.
Ho un pensiero bizzoso
e un filo di pianto
che mi scivola dentro.
Con lo sguardo offuscato
ora fisso la macchia.
E sul pavimento sporco
anche il mio corpo
è una chiazza che si allarga.

*

Chissà se lui sente
la carezza dei miei occhi
sulla sua schiena
ogni volta che esce.

 

 

Dalla Postfazione di Martina Campi:

È l’amore che non si può non scrivere, che trascina con sé ben oltre ogni inimmaginabile conseguenza. Forse là dove si nasconde il mistero di tutto questo, la poesia, la mancanza, ogni forma del coraggio, e il loro senso. Come se il senso fosse qualcosa di speciale, che ti cambia la vita. La vita qui sta nella poesia. La poesia che scatena (al)la vita.

 

Per ogni tu: irraggiungibile, reale o immaginario, presente o ricordato, c’è un corrispondente io. Io ruolo, io definizione, io sagoma stilizzata, io vuoto, io lavoro, io casa, io poesia. Io corpo.

E se spesso l’io assume il ruolo della mancanza, della nostalgia, persino della bruttezza, altrettanto spesso, forse come il plasmare del suono sul cuore di creta, mostra la propria nudità nell’incondizionata disponibilità all’accogliere (Ti ricevo / come una pioggia di gioia. // I tuoi occhi, la tua bocca, / la tua voce / che non sa di raggiungermi), o lasciar andare, per poche ore o per sempre (Chissà se lui sente / la carezza dei miei occhi / sulla sua schiena / ogni volta che esce), a proteggere e aspettare. Nel risplendere (Come posso fare ora / le cose che devo fare / ora che sono / così riempita di luce, / che i confini della pelle / si dissolvono). Questo è il suono (o il sogno, dispensatore di realtà quasi tangibili, quasi), la musica che fa tremare, squarcia, e insieme illumina, abbraccia, consola. Ogni amarezza vi scorre scivolando, sciogliendosi in nodi di malinconia, bagliori di luce, istanti di contemplazione. Adunata di versi che si fa leggere in continuo addentrarsi, e confonde, riflette (in) ogni forma, non lascia tranquilli, chiama dentro senza avvisare, né chiedere il permesso, ma non per dispetto, piuttosto come occasione da cogliere, che in ogni momento si può rifiutare, o rimandare. Mentre ti ferisce e guarda sanguinare e allo stesso tempo ti colma di una dolcezza sconfinata, quasi incontenibile.

 

Francesca Del Moro è scrittrice, traduttrice, editor, performer e organizzatrice di eventi legati alla poesia. È nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. È laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza della Traduzione. Ha pubblicato i libri di poesia Fuori Tempo (Giraldi, 2005), Non a sua immagine (Giraldi, 2007), Quella che resta (Giraldi, 2008), Gabbiani Ipotetici (Cicorivolta, 2013), Le conseguenze della musica (Cicorivolta, 2014). È autrice di una traduzione isometrica delle Fleurs du Mal di Baudelaire, pubblicata da Le Cáriti nel 2010. Fa parte del collettivo artistico Arts Factory, con cui ha realizzato opere di videoarte e videopoesia. Ha contribuito come poeta, traduttrice e performer ai cataloghi, alle opere di videoarte e alle performance di presentazione delle mostre collettive di arte contemporanea Scorporo (2011), Into the Darkness (2012) e Look at Me! (2013), tutte curate da A. M. Soldini. Alcune sue poesie sono incluse nelle antologie Il ricatto del pane (CFR, 2013) e 100.000 poeti per il cambiamento. Bologna – Primo movimento (Qudu libri, 2013). Nel 2013 ha pubblicato la biografia della rock band Placebo La rosa e la corda – Placebo 20 Years, edita da Sound and Vision. Cura la rubrica Poemata. Versi Contemporanei sulla rivista ILLUSTRATI edita da Logos e scrive di musica per il magazine Sound and Vision.

In copertina:
“Dream of Paper “, fotografia digitale, modella: Jara Marzulli, © Angela Regina 2012

Annamaria Ferramosca

25 novembre 2014

 

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La poesia è un atto comunicativo orientato sul fronte personale (proviene da un io profondo, prorompente o a fatica sondabile che il pensiero adatta allo scopo) e si tende al lettore per la condivisione di un intimo colloquio. Nella poesia dunque la comunicazione è un atto non decorativo, è all’origine del suo stesso esistere, coglie le ombre laddove tutto sembrava chiaro e viceversa. Il titolo di questa opera di Annamaria Ferramosca, “Ciclica” dà ragione del percorso che essa compie, percorso impedito dalla realtà e dalle circostanze a sollevarsi, a farsi elicoidale, al quale non resta che chiudersi nella ciclicità.
La poetessa si pone, soprattutto nella prima sezione, le domande che si sono posti tutti i poeti, a partire dai lirici greci; domande che, da quando l’uomo ha coscienza di sé, continua a porsi, sotto diverse e divergenti deviazioni e traiettorie: chi, cosa e perché e, naturalmente, ha scavato e scava a fondo dentro quel sentimento che potremmo definire originario: l’amore. E’ il mondo (più modestamente l’esistere che si declina in essere) che non può e non vuole farsi da parte e insiste a porci gli stessi quesiti. Nella nostra evoluzione abbiamo anche provato a fornire risposte esaustive, attraverso la religione soprattutto; filosofia, fisica e metafisica si sono rivelate dubbiose, contraddittorie e balbettanti.
Il poeta è un ascoltatore attento e un visionario; le parole sono strumento e sostanza, i suoni, le voci,  sono la realtà a cui partecipiamo, ma sempre più usurate, tanto che risulta necessario rifondarle, ricrearle, ornarle con metafore vive e vibranti, molto più vibranti dei correlati oggettivi. Non ho fatto riferimento al tempo, che anche in “Ciclica” scorre sottotraccia, compie lunghissimi balzi e/o avanza a passettini. Il tempo è la dimensione nella quale accadono gli eventi, personali e intimi, storici e non meno vicini perché sempre portatori di verità. Questo nostro tempo, avido e mercantile, ci costringe a restare in territori nebbiosi, a procedere a tentoni, fino a chiederci: “ per chi ancora resistere, durare ancora / di dura fine / fine hard disk.”
Dunque al tempo abbiamo permesso di manipolarci fino a trasformarci in ferraglia che diligentemente e stupidamente raccoglie le creature mondane, le miscela, svende in lucenti apparenze e poco gli importa delle identità, quasi fossero d’intralcio alla sua voracità “ di più ti amo / quando sul monitor mi lanci / inutile dire chi scrive vede di più / ha solo più dubbi.”
Annamaria parte da lontano, da una ricerca trascendente per giungere a dare una definizione della poesia calibratissima; da sempre sappiamo che la poesia non è un farmaco, ma abbiamo sperato un po’ tutti che allargasse la visione e non ci consentisse di confondere ulteriormente le acque, ci permettesse di moltiplicare i fili e di estenuare i percorsi. Infatti la conclusione di questa prima sezione rivela la capacità dell’autrice a cogliere le contraddizioni dell’esistenza e la sua impotenza a sanarle col suo sguardo fermo e pensiero saldo; il suo disorientamento è simile al nostro quando ci coglie l’ombra mentre ammiriamo il bello.
La seconda sezione porta per titolo “ANGELEZZE”, un neologismo adeguato, che ci trasporta in un mondo utopico di gentilezze, un vagheggiamento di comportamenti accoglienti, il solo modo per leggere le mappe della salvezza. Già la prima poesia si chiude con un proposito che si estende a chi vorrà farlo suo: “ devo/ far correre quest’idea sulla tua fronte / devo / e tu su altra fronte ancora / e ancora prima / che precipiti il sole”
La Ferramosca pronuncia in questa silloge un j’accuse chiaro sul sangue che gronda per avidità sulla terra e non riesce a concimarla: sarebbe così trascurabile il prezzo della pace. Ma il chiodo che si insinua è sempre lo stesso: dove sarà il verso dove?
Il verso dove forse è nelle due poesie che seguono, dedicate ai bambini, al parto, quando la madre si estingue e si fa immensa per donare la vita. E pure le poesie che seguono grondano di bellezza, della pienezza del poco, sono cornucopie di piccoli ardori, di gentilezze, sono quelle che fanno degna la vita.
Le poesie che seguono si occupano della lingua o, meglio, della parola che i tempi hanno corroso, contagiato con le malattie dell’avidità; un poeta non può non occuparsi del suo strumento di lavoro specie quando sente che stride, che non ha più forze e che rimbalza sui marciapiedi, negli ipermercati e si smarrisce; Annamaria vorrebbe curare la parola, estrarla dai miasmi, riportarla alla luce vergine e innocente, farla ritornare semplice e umile come un cesto di vimini. Nelle poesie di questa sezione si avverte che la lingua ha sollevato l’umanità e la poetessa ama la gente, ama la conquista delle vibratili sillabe, la comunità che sanno creare.
Tuttavia oggi ci ritroviamo alle origini, ai balbettii e alle primigenie domande, così il libro si conclude con una domanda che non si nasconde: “ ci sarà un punto segreto su cui far leva / dove affondano le radici / si assestano le fondamenta / termine di terra cielo confine limpido / dove culmina la vertigine ammicca il demone / da cui spiccare il volo / nella chiarità o nell’abisso?”
Lungo questo percorso speculativo Annamaria ha toccato eventi personali e figure cosmogoniche, quindi ha piegato la lingua e le parole a nuovi significati.
Il libro, di godibilissima lettura, ricco di chiare visioni, di nuovi semantemi, di riflessioni compiute sulla sua esperita verità con lo sguardo che coglie e rivela dietro le miserie lo splendore residuale, resta fra le opere più stimolanti nella produzione di questo nuovo millennio.

Narda Fattori

 

 

Ciclica           La Vita Felice, 2014, collana Le Voci Italiane
                          

dalla sezione Techne

 

scelgo mi piace e condivido
soltanto se
la posa non è teatrale se intravedo
il capo rasato sotto la pioggia
la stanza fiammeggiare
allontanarsi il punto cieco

l’urto mi chiedi l’urto ma
sei virtuale un’ipotesi una
finestra sul vuoto poi non so
quanto davvero vuoi
farti plurale
dimmi se chiami per conoscermi o solo
per riconoscerti
chiami chiami dai tetti
da eccentriche lune chiami da
nuvole pure dal basso chiami
voce di fango che mi macchia il petto
segna la fronte pure
si fa lacrima cristallo che
taglia il respiro

stiamo come in un rogo a far segni attraverso le fiamme
malferme sagome stordite da mille nomi
la lingua disartícola e l’audio
sarebbe comprensibile soltanto se
intorno il rumore attutisse
se fossimo
puro pensiero silenziopietra
statue serene dal sorriso arcaico
ai piedi un cartiglio e
                                 lampi negli occhi

                                  

trasporto in files

tutte quelle diapositive ormai pelle da macero
impallidite in pile
forme disperse disperate da deportare
in fili d’aria files

un laser ti trafigge inesorabile
ti copia-incolla eri
così smagrito avevi
occhi di pianto e sorridevi
la postura inchiodata dal clic non sapevi
di accecarmi
il tuo respiro per anni conservato
in raccoglitori di plastica
concluso

per quali occhi salvato il tuo calco?
per quale tempo del riepilogo? del senso?
chi svelerà il mistero di un sorriso etrusco?
tutto quel sole sulla pelle
e il cuore in ombra

per chi ancora resistere durare ancora
di dura fine
                        fine hard disk

***
                                 
                                     

dalla sezione Angelezze

remi per itaca


                           

E se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso.
Sei diventato così aperto e saggio,
che avrai capito cosa vuol dire Itaca.
K. Kavafis

sarmenti dalle viti
in duello con l’aria
uno strappo deciso li stacca — dente bambino —
deve ac-cadere prima che il legno s’addensi
e animelle sulle biforcazioni
deboli getti anch’essi da allontanare
animule respinte
con rabbia lanciano la loro delusione in terra
strato dopo strato fino alla vigna-nadir
(all’altro orecchio del mondo
                                   tutto sarà compreso)

in questo braccio di appiantica un laerte
versa linfa nei rami si avverte
lo scroscio sottile lontani i remi di ulisse
l’angoscia l’esilio (qui la tortora ancora
sul nido a ripetere)

la casa è vicina alla cava di selce
perché sia graffito sul muro
il presagio vignarinascita
e sia compreso il tempo
compresi anche noi con il nostro
tozzo di paneolio e il bicchiere d’ebbrezza

la vita così simile a questa
nebbia etilica chiara di voci
il cielo rossoacceso
e in petto un’onda larga

così trascurabile
il prezzo della pace
                                  
                                     

alberi

non sappiamo di avere accanto mappe di salvezza
dispiegate nei rami
gli alberi sono bestie mitiche
invase dall’istinto fieri suggerimenti
restare accanto
non per generosità ma per pienezza
— intorno l’aria splende in rito di purità —
la terra tenere salda
perché sia quiete ai vivi

gli alberi hanno strani sistemi di inscenare la vita
prima di descrivere la morte
s’innalzano
con quei loro nomi di messaggeri
le vie tracciate sulle nervature
lo sgolare dei frutti
sii migliore del tuo tempo dicono

devo
far correre quest’idea sulla tua fronte
devo
e tu su altra fronte ancora
e ancora prima
                            che precipiti il sole

                         

                                

cartapesta

tutta quella polpa d’albero che attraversa le dita
fango stropicciato in attesa di un eden

un’animula addensa dentro la pasta
grida la nascita un nome
esige un’identità inattaccabile
nel segno dell’offerta
e l’abito giusto cerimoniale
anche se ha scelto d’essere un pastore
ancora senza gregge oppure
una raccoglitrice di frutta nel gesto di offrire
tre grappoli d’uva come gioielli

chiede un vestito dai toni caldi
durevoli
un vestito per piccole persone
che sanno come restare imperturbate
lungo il tempo dentro una ferma felicità

loro conoscono la Carta
la via l’approdo il verso dove
***

                             

Dalla sezione Urti Gentili
                          

sotto la nuova luna

è già notte artica sotto la nuova luna
luna che bruca interroga
quali parole restano per quale
sovrappiù di voce?

inflessibile lampada scandaglia
il fondo della retina nella rete s’impiglia
eco indistinta che martella voci
quale verginità di suono a spaccare il fondale?

sulla banchisa alla deriva l’orso
dondola il capo con moto autistico
nell’impaziente attesa della fine
nessuno accorre
al gridoghiaccio indurito in gola
all’ultima domanda nessuno
dalle città febbrili dai multipiani ciechi
dagli abitacoli che schizzano sulle autostrade

solo fruscii lontani oltre le dune
dall’erba rada e bassa
lenta nel crescere per ostinatezza del resistere
mentre lupi si azzannano
che più non riconoscono la stessa specie
nel bosco che sussulta
ingoia stelle come rimorsi

al largo
monta un fragore mediterraneo cupo
come di gorgo
si annega ancora sotto la nuova luna
in quel mare-di-mezzo che mediava
un tempo tra buio e luce
                                  
                                

mai più riproducibile o seriale
questa lingua vorrebbe solo arti-colare
bellezza tornare alla prima neve
all’origine sillabica del fiume
puro occhio

con la lingua vorrei solo esultare
soffrire delle cose sulle cose far luce
anche feroce — sventagliando laser —
o velarle le cose di compassione
coprirle scoprirle interrogarle
romperle corromperle
ammalarle infettandomi guarire
restandomi nella voce — irrimediabili —
i segni del contagio e della cura
                                        
                                      

urti gentili

mi manca la lingua mi manca
quella timidezza di vocali aperte
di zeta dolce nel grazie
un incurvarsi della voce in gola
come a piegarla fossero le pietre
salentine del ricordo o forse
una malinconia residua della nascita
ingorgo che resiste
allo sperpero del vivere

furore dei cieli di una volta
grida bianche dei dolmen che insistono
nel vedere il mattino sorgere
sulle rovine ogni volta
qualunque sia l’inclinazione della luce

                                          

mi manca quella strana paura
prima di ogni viaggio
come un sottile rifiuto della distanza
come di albero che impone alle radici
un limite all’espandersi e si concentra
sulla cura dei frutti

pure amo
tutto questo calpestio di genti nella città
l’impasto lento di animelingue
il rompersi dei meridiani l’inarcarsi dei ponti per
                    urti gentili
questo annodarci annodando
i cesti della fiducia con antiche dita

***

Ciclica è un libro aperto, parola sempre tesa all’incontro, in continua ri-costruzione. Chi volesse continuare il dialogo aperto su queste pagine, può scrivermi a ferrannam@gmail.com.

***

 

ANNAMARIA FERRAMOSCA
di origine salentina, da molti anni vive e lavora a Roma.
È stata per alcuni anni cultrice di Letteratura italiana all’università Roma3.
Ha collaborato con testi e note critiche alle riviste Poesia, Le Voci della Luna, La Mosca di Milano, La Clessidra, Gradiva e con vari siti web di settore, come blanc de ta nuque, Rebstein- La dimora del tempo sospeso, poiein. Fa parte da 4 anni della redazione del portale Poesia2punto0.com, dove è ideatrice e curatrice della rubrica non autoreferenziale Poesia Condivisa, che seleziona e diffonde nuova poesia italiana su proposta dei lettori.

Ciclica, edita da La Vita Felice per la collana Le Voci Italiane, è la sua settima raccolta di poesie(con nota critica di Manuel Cohen) booktrailer: https://www.youtube.com/watch?v=YhgOlqL-xN8
Altri libri di poesia pubblicati : Curve di Livello, 2006, Marsilio, pluripremiato, selezionato nella rosa del Camaiore, finalista ai Premi Pascoli, LericiPea, Lorenzo Montano. Ripubblicato di recente in e-Book da http://www.larecherche.it, è scaricabile gratuitamente.
                                
Per Empiria ha pubblicato Paso Doble, una raccolta di dual poems (poesie a 4 mani), coautrice la poetessa irlandese Anamaría Crowe Serrano, sua traduttrice in inglese. Porte / Doors, Edizioni del Leone, del 2002, tradotto da A.M.Serrano e Riccardo Duranti, è infatti in versione bilingue e ha avuto diffusione in area anglofona.
                                      
Nel 2009 le viene pubblicato a New York da Chelsea Editions un volume antologico di poesie edite con una raccolta inedita, dal titolo Other Signs, Other Circles, (Altri Segni, Altri Cerchi ) nella collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti, libro che ha ricevuto il Premio Città di Cattolica e recensioni anche su riviste americane (World Literature Today, Fire, Freeverse, Gradiva). La Poesia Anima Mundi, con una silloge inedita dal titolo Canti della prossimità, è una monografia completa curata dal critico Gianmario Lucini per puntoacapo nel 2011.
                                      
Quella di A.F. è voce inclusa e registrata nell’Archivio della voce dei Poeti , per Multimedia, di Firenze.
Per la poesia inedita A.F. ha ricevuto nel 2011 il Premio Guido Gozzano e nel 2012 il Premio Renato Giorgi. Suoi testi sono stati tradotti, oltre che in inglese, in francese, tedesco, greco, albanese, russo, romeno.


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