Elia Belculfinè

19 ottobre 2019 by

Come le rondini

Se domani dovessi \ cadere in un’urna di rose,
inciampando nei tuoi occhi – come le rondini.
Così, se io camminando \ nell’aria minerale di una bella domenica festiva…
Così, \ s’io \ camminando, nel vento subliminale dell’ora delle campane,
io, inciampando nel tuo amore cereale – dovessi morire.\ Morire, fra le rose d’aprile…

*

Sarei felice d’essere caduto… Sì. \ Io sarei \ felice – felice – felice, \ come una domenica di Pasqua.
Inciampando fra le rondini; \ i tuoi occhi sono due ali gagliarde,
chiamano alla vita frumenti delicati, annullano queste notti di coltelli aperti,
sostanza delle arti incoronate di spini, ai margini del tuo sangue \ e dell’algebra che non risolve nessuno
dei segreti; e della primavera, dove la luna invita a un lungo dolore.
Così, se io… dopo tanta strada, amore. \ Fino alle tue rose e ai tuoi campanili immortali,
amore… Così, se io, \ dopo tanta strada…

Miniera

La casa canta – anche al tramonto.
E i morti che l’abitarono \ dormono nelle finestre aperte.
Sul tavolo, un vaso incrinato, in una bella estate. Un’estate fa –
deponendovi le rose e le lame, il presente – ricco
di ricchezza. Povero di povertà. Rosso come il fuoco. Rovente come le mie labbra.
Un’estate fa.

Fiorire come la vita, inebriarsi nel pianto e nell’amare – diurno di nuova cosa che muore.
E dall’alzaie esauste ad ovest, staccarsi verso il mattino –
rondini, o duomi che compiono l’opera della vita.
Nel vaso, un alfabeto di sangue _ è viva la pietra che è vela,
come la parola. Sanguina teneramente. Parla di tutte le rose donate,
delle estati trovate.
Nel sangue, un coagulo di vento.

Sulla strada per Sailamà

Sulla strada per Sailamà, ho comprato
venti sigari di foglia di gelso.
Sulla strada per Sailamà, passati i campi e le lamiere roventi – nude come la bellezza – dove
gli uomini, si chiudono al Lupo Impiccato, passati i campi e le lamiere roventi,
sognando aratri a propulsione, potenti come gli dèi, fino all’agonia del vino.
(Sailamà, ch’io chiamo casa, come la bellezza – nuda nuda nuda…)
E le donne pregano danzando sopra asole di vento, con le gonnelle pesanti rubate ai papaveri nel grano.
Ho comprato venti sigari. Uno lo darò a mio fratello, gli devo dei soldi. Spero di rabbonirlo, così, nell’attesa.
Ma
si tratta, in fin dei conti, d’aspettare fino a maggio. Ho sempre pagato.
Uno a mio fratello, un altro al venditore d’almanacchi: mi sta simpatico. Un sigaro
lo donerò a mio figlio:<< conservalo come una reliquia, Sil, e fa’ come se non lo avessi>>. Uno, al vecchio Sa.

*

Uno
al becchino. Sono un uomo prudente.
Non mi piace l’idea che le talpe possano forare la cassa, o che mi si mettano indosso abiti sciatti.
Qualcuno lo lascerò nella sala d’attesa alla stazione di Suraarat.
Di quelli cha avanzano, si occupi il notaio.
Ma uno lo terrò per me. Lo infilerò nel taschino interno della giacca. E mi metterò a guardare il cielo d’inverno.
Tirando le somme, non ho altro da avere, altro da dare – dirò.
E mi metterò in viaggio.

Le case dei poeti

Sono così vuote le case dei poeti,
fanno una grande tristezza. Sono fatte di cose offerte…
I poeti danno alla vita un sacchetto di coriandoli, perché sia felice, in un meriggio di febbraio.
E tre secchi di vernice celeste…
E i libri, in cambio di una notte di cordialità.
Piene d’edera, anche nelle tazze – e hanno una luna
sul tavolo della cucina. Le case dei poeti hanno i rosoni come le cattedrali.
A rassettare basta una scopa andalusa, e una folata di vento salato – come l’estate del sud.
E ci si può ubriacare come i vascelli di Parigi. Se voglio, ripenso a tutte le case che ho abitato:
si confonde il sangue, si confondono le luci (ne basterebbe una)
e scema la morte, ora che sono prossimo all’ultima casa.
Sono così vuote le case dei poeti…
Ma, poi, bussano alla porta tutti gli amici e gli amori passati
Da tempo io mi domando di chi sia questa casa.
E si festeggia fino all’alba.

Tono su tono

Studi, su un arazzo d’autunno.
Non si può dire – amore –
senza vedersi innanzi spalancare i campi e le guerre –
vero, Fabrizio? Ti va di fare questo gioco? E allora, giochiamo –
E i soldati carezzanti, nei retrobottega, le ragazze estive del Sud Italia, raccontate.
Ho imparato a dire: fratello – sorella – senza guardarmi le spalle. Forse, sono uno sciocco…
Ma tu credi in dio, e io nell’amore. Certo è – che sei proprio mio fratello,
Fabrizio.

Poi
l’alta luna, figlia della miseria; le mani di mio padre,
piantate nel silenzio della valle, a fine trasmissioni, suonando
un fischio fastidioso, fino a che non gli caddero tutti i denti – dal cuore
e le resistenze. Mia madre tornava da lavoro ogni sera, con in più negli
occhi qualcosa di sedimentario – anzi, di fossile. Un’ammonoidea
erano diventati – santi dèi! – Sembra più antica del tempo stesso, oggi, cieca com’è, così bella, come la luna e la sua idea, è una dea…
Le sue scorze d’arancia candite, per vincere il demonio della morte,
insomma – per salvarci tutti: noi di casa, i vicini con i loro ringraziamenti drastici,
Preparate sul piano in marmo del
meriggio, in quella grande cucina disordinata. Fino a che il costo della dolcezza non divenne proibitivo.
I vicini smisero di salutarci, cominciammo a comprare dolci, fuori casa. Ma non fu più la stessa cosa.
Altra gente, altre allegrie, nuove tristezze – tutto, e il suo opposto, andava e veniva nella mia vita.
I mie fratelli, il cane, i miei genitori – dove siamo adesso? Ma, soprattutto, chi siamo?
Poi la mia malattia, ipervedente,
che scorse tingersi la notte d’aurora, prima di voi, affocati sulle pagine dei giornali di ieri.
Il
cane e le pasture dell’anima per l’inverno.
Il cane, i prati celesti, e la vita scolorita, sentendosi sfilare dalla custodia.
Amore, amore – ho gridato – chiunque tu sia… –
guarda che luna, stasera.

Cos’è?

Luna sul Vesuvio – limo degli occhi, con tre stelle…
Possibile ch’io sia giunto fin qui? Appena ieri
ero – e oggi, invece, sono.

E qualcuno canta, e qualcuno ride, ne arrivano da lontano le umide sete estive…
Qualcuno canta, tristemente, il canto degli ultimi fuochi.
Qualcuno ride, come si ride – senza ragione; e l’agonia è nel vento, e negli occhi – con tre stelle.
Cosa è mai, cos’è la poesia?

Elia dice di sé:
Sono nato a Caserta il 29 settembre di qualche anno fa. Scrivo poesie da prima di quella data (mi pare altissimo dirlo, ma non mi prendo molto sul serio, a dire il vero).

Cristina Bove aggiunge: avercene di giovani poeti come Elia!

il suo blog http://belculfinelia.blogspot.it/

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Luciana Riommi

4 ottobre 2019 by

 

 
photo e rielaborazione Luciana Riommi
 

ornitologia

parliamo del volo degli storni,
parliamo dei gabbiani,
dei ritorni.
e briciole di pane.
dici che non funziona l’ornitologia?
non importa
sfrutto la libertà della poesia.
nessuno ha mai vietato
un certificato di morte post-datato.


come uno scioglilingua

dice che non fa male quello che non sai
e che non ti fa danno ignorare che non sei.
ma tu pensi alle volte che ti senti scomparire
però, dico, ti accade solo perché ci sei.

           

lavoro onirico

lasciami dire quello che mi pare
anche se non è proprio un sentimento
quello che provo ai margini del cuore
lì dove c’è stata una lesione
che se non fosse per l’anestesia
forse direi dolore.
e non ho sogni da portare a compimento,
anche il lavoro onirico è andato in confusione.


niente di speciale

ho immaginato un luogo
che sia complice al segreto
di sapersi esistere
di carne/ossa/pensiero
se c’è davvero un’anima pensata
dietro i risvolti di altre banalità.
in fondo non è niente di speciale
e tuttavia essenziale.


E te ne accorgi dopo


certe volte si fa sera e te ne accorgi dopo,
troppo tardi
per ricongiungere memorie di realtà.
d’altra parte neanche i sogni si ricordano di sé.


luce ed acqua

quale luce splende, quale lunghezza d’onda
sull’onda lunga dell’imprecisione?
e questa irrilevanza di pensieri
fatti di particelle in movimento
e (spreco) di energia.
bastasse una mimetica intonata nel colore
a confondere le acque
– tanto per diluire l’ineleganza del dolore.


l’arte del punto e a capo

mi dicono che parlo troppo piano
per questo non è facile capirmi,
ma non rileggerò tutta la storia
che abbiamo scritto a quattro mani, il caso ed io.
d’altra parte, non pratico la vita
nello stile del racconto breve:
non mi si addice l’arte del punto e a capo
senza continuità.


alla mia portata

questo mondo così com’è, alla mia portata
credevo che lo fosse,
come uno stagno che contiene il mare
ma le sponde sono così lontane
che da un lato il sole nasce mentre dall’altro muore
e tra un saluto, un commiato e dirsi addio
neanche si avverte il cambio di respiro.


visto dal vero

non passa niente da fessure d’ombra
per quante parole presti alla mimesi
la cosa che, manco a dirlo, sembra un’emozione
e chissà cos’è dal vero.
in ogni modo, sempre di storie piccole si tratta,
che se ne parla a fare?
minime storie insoddisfatte
e tutti senza pace
pronti a sgranare inutilmente gli occhi:
vedi? non vedi?
vado? e dove andare?
cosa inventare?
se neanche sai cos’è che si dovrebbe soddisfare.
e tutti gli anni di abbandono,
quelli serviti a te
nel tempo personale
per far cadere un’ultima illusione
tra gli artifici dell’animazione.
ma il cancro di che colore è, visto dal vero?
ci pensavo ieri
mentre ancora trattavo il prezzo di una rosa, rossa, dal fioraio.


terra che sei

hai cancellato dal paesaggio quello che non ti bagna
– lo so che preferisci il mare –
e tu – terra che sei – esclusa dalla vista
lo sai che non ci sei?
perché quest’acqua senza approdi
ti sgomenta
come l’insensatezza di annegare
in un fondale asciutto.

il suo sito
https://lallaerre.wordpress.com/

Luciana Riommi dice di lei: psicoanalista di formazione junghiana, ma non solo, da quarant’anni interroga il suo rapporto col dolore, proprio e altrui. Non ha trovato risposte, per fortuna, ma solo domande. Una domanda più recente, in particolare, resta per lei insoluta: cosa ci faccia qui, dove si coltiva la poesia.
Come sempre, la sua gratitudine è infinita.

Cristina Bove dice: il suo posto è qui e ovunque si coltivi la poesia, le sue domande sono la prova della sua grande comprensione ed accoglienza umana: la mente che le origina appartiene al mistero in cui il pensiero si fa bellezza e volo.

Fabrizio Bregoli

28 settembre 2019 by

Un pugno di segatura contro il nulla

(Dalla Prefazione a “Zero al quoto” – puntoacapo, 2018)

Un titolo, per i profani, quanto mai oscuro, Zero al quoto, espressione con cui in gergo matematico s’intende un’operazione che ha come resto zero e che trasferita dall’ambito suo proprio allude ad una ricerca di senso che approda allo zero, ossia al niente. Posta esponenzialmente a titolo dell’intera raccolta di Fabrizio Bregoli da un testo isolato ed eponimo della sua parte conclusiva, l’espressione si elegge a interpretante di tutto l’insieme (non a caso lo ritroviamo nell’ultimo testo, “ennesima potenza a base zero”) per definire l’approdo ad una consapevolezza, alla presa d’atto amara e insieme ironica di una verità. In che consista tale verità a dirlo è proprio lo Zero: niente in assoluto, mancanza di consistenza e valore, privazione di essenza e legami, nella congiunzione significativa tra l’arabo sifr, “vuoto”, e i latini nec-ente, “neppure una cosa”, ne-hilum, “neppure un filo”.

C’è molta poesia dall’‘800 in poi, molta letteratura, ad autorizzare e suffragare la presenza di questo fantasma, il nichilismo, che può essere ritenuto, per definizione di Nietzsche, “il più inquietante di tutti gli ospiti” tra quanti possono bussare alle porte della nostra coscienza, e che, dall’ambito teoretico e ideologico, si presenta qui, aggiornato, nelle vesti di linguaggio freddo e asettico, che si pretende modello di universale comunicazione e comprensione, le più convenienti ad uno come Bregoli di solida formazione scientifica: negazione di rilevanza e spessore, dunque, di cose non meno che di persone, perdita progressiva di identità, in un processo di “assottigliamento”, di sfaldamento e polverizzazione di funzioni, all’ombra fintamente protettiva di una “linea esatta”, di una ratio (di una “filosofia perfettamente ragionevole”, come la definirebbe Leopardi), che pretende ancora di “reinventare” e ordinare il mondo, salvo abbandonarlo ad un irreversibile naufragio nell’”ignoto” (“Ci s’assottiglia, il garbo d’un asintoto / dove la curva stromba nel suo ignoto / a gradiente rapido, senza antidoto”, si ammette nel testo estremo della raccolta). […]

Come aggredito da un “tarlo” di dissoluzione (e “tarlo” è, non a caso, un altro interpretante che ritroviamo in apertura de I limoni del Garda, dell’ultima sezione), ossimoricamente l’io/tu si scopre così: esposto a un cliname inesorabile e inarrestabile di trasformazioni, che ne aggrediscono e sgretolano l’“impavida” corazza di sicurezze, e al tempo stesso attestato in pretese indifendibili, “senza fulcro che tiene”, a dispetto della sua essenziale e conclamata fede e volontà di resistenza attraverso l’arte e la scrittura (“e fa da morsa // qualche sdentata rima da arrembare / limar sonetti ad arte”), testimoniata dalla diffusa disseminazione di versi, eserghi e dediche (quasi a volerlo “fermare”, questo processo di dissoluzione, anche con un gesto insignificante, come “un pugno di segatura”, a citare un bel verso di Luigi Di Ruscio).

Il rischio è di “sfiatarsi”, di perdere la capacità di dar voce senza condizionamenti alla ricerca di una verità qualsivoglia, a un montaliano anello che non tiene, nella struttura opaca e indecifrabile del mondo, in cui l’io/tu continuamente si confonde e azzera, sempre sul punto di un “Fine Corsa”, senza neppure più il miraggio dell’amore “Nome e cenere, rosa di nessuno”, si dice amaramente in Educazione sentimentale, (1984-’91), che pure affiorava sotto la bianca e fredda coltre di neve del libro precedente.

Vincenzo Guarracino


ACCIAIO

Vi indugia ancora, icona prigioniera
nell’intarsio d’oro della sua tavola,
dita indiscrete a gravare la soma
d’imposta immobilità. È sempre lui,
quel mondo già dato troppo per certo
quell’emanazione d’un sé corporeo
in cui accorta od incosciente intridersi.
Quella miscela spuria di ioni ed atomi
l’aria, più di tutto le manca,
lei che da anni nel polmone d’acciaio
ne inala ne esala quel lavorio
di vento sulla pelle
fino a farne afflato, alea di respiro.

Giardino di silenzio
si fa eco del mondo, sua cassa armonica
in cui raduna frantumi esperiti
subìti o solo immaginati,
si fa senso chiaro, s’accorda al cosmo
ne ascende ogni scala, assente al suo ritmo.
Brulichio di formiche, ronzio
di lampade o tremolio di vetri,
scalpicciare di passi o risa d’uomini.
Poco importa distinguerli.
Rumore di fondo, scorie d’universo.

.

PODERE CARESTIA

Non si chiedeva il senso del vegliare,
lui guardiano di cosa poi
se era tutto disfacimento, i muri
una rovina di scorpioni ed edera.
Pure lo inebriava sostare immoto
tra quegli aratri, sfregarne residui
di spore e letame tra i polpastrelli,
sentirsi anche lui olla di quel destino
di terra e nuvole.

Non lo turbava l’insignificanza
di quel cerimoniale:
restare desto ogni notte, la nebbia
le calli dove scantona smarrita
qualche volpe esausta, ai tetti sconci
il raro guizzo d’un gatto selvatico
e il mattino sulla soglia il bicchiere
di latte tiepido, la ricompensa
di chissà quale mano
debitrice d’oblio, o di pietà.
Non lo inquietava assolvere
l’ambasciata a baluardo del nulla
sorbirlo stilla a stilla. Non diverso
sarebbe stato vivere.

.

PIETA’ RONDANINI
(Michelangelo, 1552-1564)

L’approdo d’una vita è la cesura
che spezza la fierezza di quel braccio,
il suo farsi ostacolo, finta breccia
che svolta nel suo vuoto, si dà assenza.
È quel nitore che preme alle gambe
lo scivolo di luce su quel bianco
che non sa regger l’urto, si fa grezzo
tradisce la fatica, lo scalpello.
I volti che si sbozzano dall’alto
si scavano un profilo, creano spazio
di sé nell’aria che s’accuccia, spare.
Pienezza che si colma, l’incompiuto.

E non sai dire chi si regga, è retto
la mano che si porge, che l’accoglie,
la curva che purifica, s’assolve
riunisce in cerchio il senso, dà ragione
e del dolore fa testimonianza.
La madre che ne è cardine, corteccia
reclina a lato il capo, ora gli è figlia
diviene peso lene, scacco d’ombra.
La luce si ritrae per riverenza
nell’inchinarsi altero delle spalle
scantona fuori campo, dà evidenza
all’ossessione antica del suo grembo.

Così li colsi al bivio dei bastioni
sguardi brulli, respiro di cristallo
protendersi a un bivacco di cartoni.
Guaiva un tram. Poco più in là il Castello.

.

CONCETTO SPAZIALE. ATTESA
(Lucio Fontana 1960)

La luce, quel confine da violare
e che ogni volta sa scivolare oltre
sprofondare nella sua bocca d’ombra.
È questa tela ad esserne la lama
a farne dello scempio un varco, crosta
che si spezza tra le dita. Lo spazio
fu acqua dove intridersi
vena che s’offre al boia.
Lo stanai nella sua casamatta
al baratto di tutte le sue nascite.
Forse bastò solo schernirlo.
Fu come appoggiare l’orecchio
su una sistole del cosmo, impietrirvi
la pupilla. Per questo scelsi minima
l’arte, perfetta
la sottrazione.

.

CENTRO STORICO

Quelle case, come un cilicio muto
tra moderne palazzine seriali
– queste coeve basiliche a minimo
consumo energetico, col massimo
encomiabile gradiente ergonomico –
quelle case tutte edera e silenzio
sono escrescenze avventizie su un cielo
troppo azzurro, che non le sa più accogliere.

E s’ergono come alberi in rovina
sul loro profilo d’ombra, un tempo
nidi di maggio, oggi aridi lavacri
dei loro specchi infranti, vuoti assiti
tra le loro ferite di mattoni
d’argilla arsa come un’epidemia
e mostrano le loro fronti scabre
gli occhi straziati da invadenti soli.

Hanno orme incavate, strenue assenze.
Resistono come ospiti sgraditi
ad un ricevimento, come panni
già strizzati da troppe mani. Corpi
nudi, illeso gheriglio di domani.
.

DESTINAZIONE D’USO

Ditta, la chiamano ancora i dispersi
o i reduci d’una Brianza braccia e
cambiali, ai tempi del futuro mite.
A rate. Un’insegna divelta ne dice
la grammatica sconnessa, l’opaco
dei passi. È questa l’ora di rade orde
di sbandati, nel minimo bivacco
d’incerate, fra lampade a carburo
raccolti a una cucina tutta avanzi,
o la solita combriccola di giovani
alle prese con la loro argonautica
delle rovine, a battesimo
di non sai quale primogenitura.

Presto ne faranno – dicono – un centro
commerciale, di certo ciò che merita
un’epica industriosa. Variazione
nella destinazione d’uso recita
il galateo del millennio pratico.
Ne faranno un’arnia buona di luci
garbate, un traslucido di vetrine.
Teche, per la reliquia d’occasione.
.

COMIZIO AD ACCUMOLI

«Imperciocché come evidentemente
ex art.3 comma 7 bis del regio
decreto al titolo III e per l’uso
invalso e il potere ivi conferitomi
dico sciolta dalla congrega d’atomi
la fattispecie dei presenti, assolti
in contumacia o difetto di norme
visto il parere, letti e vistati -ati
condoni, doni o emolumenti esenti
Cesare a Cesare e dio -Io -Io –Io…
Qui mi unisco al cerchio unanime, esanime
ricostruiremo pezzo a pezzo, pezza
a pezza, pizzo a pizzo, salvo deroga
tranne fiscalità ordinaria, in primis
i familiari, stanti impedimenti
dirimenti – spread vis si sis affinis…
latera et cetera in nomine patris
crucis homo homini lupo de lupis»

La bocca sollevò dal fiero eloquio
quell’orator, negandola ai microfoni,
dal tumulo di polvere e macerie
s’accommiatò con passi lievi e mesti
per doveroso debito cordoglio
(pel garbo che si deve a scarpe lucide).
Poi memore del luminol
il lodo promulgò per ripulire
le impronte degli artigli dalla scena.
.

IN PRESSOFUSIONE

Sgarbato solstizio che procombi
sul vetrocemento col tuo ovvio sole
che sghembo vellica di vetro in vetro,
lusinghi al paso doble degli acquisti,
il taglio esatto che ci circoscriva
sull’identico concavo di cielo.
Sobilla l’etichetta a quell’ardore
che occhieggia divertito alle vetrine.

Magliette delavate color sabbia
costumi che aderiscono decisi
colletto alla cubana, sahariana
il cappellino catcher in the rye
il grigio un po’ sfumato dernier cri
nelle sue variazioni impercettibili.
Intatto campionario di doveri
d’assolvere con tutti gli imperdibili.

Primavera estate da collezione
che irreggimenta al corretto stile
d’uomo all’incanto, in pressofusione
calco conforme sempre nelle file.
Tocca aderire, preferire ancora
al taglia e cuci buono della nonna
ai suoi maglioni fatti su misura
un più modesto e lesto copia incolla.
.

*

Hai ragione, Piero, siamo alberi
spicchiamo frutto, da radici che
non ci appartengono, o meno ancora
saprofiti che ineriscono a schegge
di corteccia, ad una cruna di verde,
e come dici, poesia è questo
porgere la mano, sperare prossimo
il cambio della guardia, e continuare
nella corsa, passare la staffetta
già sapendo la meta irraggiungibile
fragile la parola, perché l’unico
eterno che perdura è l’impossibile.
Perfetto nel non darsi.

Restano mani abrase, franto il fiato
l’orlo di buio che ci ha arato il viso.

*

La scena è quella di un giorno d’aprile
dopo una pioggia credo, rade rondini
qualche bambino che torna a giocare
l’erba ancora patita, il cielo libero
dall’ovvia schiavitù della metafora.
Tutto è reale, ma non stinge in prosa.
Una mano che non riesco a distinguere
regge una corda annodata ad un muro.
Ne muove un capo, vi disegna un’onda
d’una geometria mista a inerzia
che si consuma in ampiezza a ogni slancio
fino a smorzare l’ultimo frangente
sul gancio arrugginito, dove annulla.
E tutto ha una necessità garbata,
è un’esile perturbazione d’aria
che si dà spazio nella sua ferita
e istante dopo istante va a guarire
un tarlo, a rammendare
un incrinarsi appena del silenzio.

.

 

Fabrizio Bregoli, nato nel bresciano, risiede da vent’anni in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora nel settore delle telecomunicazioni

Ha pubblicato “Cronache Provvisorie” (VJ Edizioni, 2015), “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016), “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018). Sue opere sono incluse in “Lezioni di Poesia” (Arcipelago, 2015) di Tomaso Kemeny e in “iPoet Lunario in Versi 2018” (Lietocolle, 2018), sulle riviste “Il Segnale”, “Atelier”, “Alla Bottega”, “Le voci della Luna”, in numerose antologie e blog di poesia.

Ha inoltre realizzato per i tipi di Pulcinoelefante il libriccino d’arte “Grandi poeti” (2012) e per le edizioni Fiori di Torchio la plaquette “Onora il padre” (2019).

Gli sono stati assegnati, fra gli altri, i Premi “San Domenichino” e “Dante d’Oro” dell’Università Bocconi di Milano per la poesia inedita, il “Premio della Stampa” al Città di Acqui Terme, il Premio “Guido Gozzano” per la poesia edita.

Il sito dedicato alla sua poesia QUI

 

Irene Sabetta

19 settembre 2019 by

 

Irene Sabetta da Inconcludendo (EscaMontage 2018) e tre inediti

Inconcludendo

Osservando con attenzione
il caleidoscopio sul davanzale
mi frango.
Ci sono mille e più ragioni
per essere così o così.
E altre mille per non esserlo affatto.
Dispendioso scegliere il pronome oggetto
per suffissarlo al verbo.
Non in ogni istante è possibile.
E poi c’è sempre tempo per.
Troppe, troppo poche persone
Ad ascoltarmi cantare dal palco.
E anche la scelta del femminile
o del maschile,
dell’avverbio o dell’aggettivo
non mi sembra cosa da poco.
Per non parlare delle quantità,
delle qualità, delle proprietà
e dei mutamenti fonetici.
Nella grattugia telematica
sciogliere inoltre il dilemma del prefisso:
im- in- o i-?

 

Nel segno del «dilemma del prefisso», Inconcludendo, plaquette di  Irene Sabetta, acquista vigore là dove la forma poetica diventa epifania di ciò che vorrei chiamare ‘la dolente indolenza della contemporaneità’. È allora che, liberandosi dai grumi e dai tic incontrollati del tributo, la forma, divenuta più sorvegliata, sa fondere, di-vertire, mescidare e fecondamente mutare di senso e funzioni fenomenologie del quotidiano e incontri letterari – anch’essi, per molti versi, parte integrante del quotidiano dell’autrice, insegnante di lingua e letteratura inglese –, tanto da giungere a creare una interessante mitopoiesi, insieme familiare e straniante. A. M. Curci qui

 

*

 

tre inediti

 

Mezza estate

Quando a inizio estate
il corpo malato del mondo
esala odore d’acqua sfatta,
il cimitero è il luogo migliore
per passarci le vacanze.
Perché i morti ci aiutano
a capire
quello che Newton non ci ha spiegato.
Le stelle appuntate
alla volta buia del dormiveglia
pungono l’aria sul terrazzo
dove la cura dei gerani
lenisce la smania di capire.
Nel vuoto dell’estate
la sorpresa per la chiazza
di bagnato sull’asfalto
e la noia per la legge
del più forte
assediano le ore
postmeridiane
alla velocità oziosa
di un motore spento.

*

Palmarola

Il vuoto scavato
dal vento nelle rocce
ha la profondità
dell’ombelico
che moltiplica il centro
in un mulinello
di punti multiformi.
Capre e ginestre
intrecciano le rotte dei delfini
che sanno sempre dove andare
e i rami della vite e del mirto
fanno macchia con l’azzurro
del mare
che ci lega.

*

Sera d’estate
(lungo mare)

Quando il mare
sovrasta le tue minime
incerte possibilità di cognizione
e i racconti delle inondazioni
dilatano il tuo senso della vastità
oltre ogni limite consentito dallo spazio,
un’immagine sfocata ma ancora percepibile…
Quando la sera è più dolce di quella volta che…
(non parlarne con nessuno).
E ti cerchi e non ti trovi
ma l’aria intorno profuma di te e dei tuoi sogni,
allora è là che ti senti di stare,
sul lungo mare,
fingendo di non conoscerti,
tra la folla dei passanti
che leccano il gelato e non parlano di Michelangelo.
Immobile e felice e sazio in una scena dipinta
come quella volta che…

(a Gaeta, estate 2018)

 

Irene Sabetta vive ad Alatri dove insegna inglese al liceo. Quando non cammina scrive poesie e molte di esse sono presenti in antologie  curate da vari editori. Nel 2015, si è classificata prima al concorso Augusto Tacca e, nel 2017, è stata finalista al Festival della Lentezza con un racconto breve e ottenuto una menzione al premio  Don Luigi Di Liegro.  La casa editrice LietoColle ha scelto alcune sue poesie per l’Antologia iPoet 2018 e per l’ Agenda poetica Il segreto delle fragole. Sempre nel 2018 ha pubblicato una plaquette dal titolo Inconcludendo con l’editore Escamontage e ha ricevuto una menzione d’onore al premio Lorenzo Montano per la prosa Sogno horror. Nel 2019 è stata finalista al premio Costruire la Città Terrestre e la sua raccolta inedita Nomi cose città ha ricevuto una segnalazione al Premio Montano. Suoi testi sparsi si trovano sulla rete (Poetarum Silva, Patrialetteratura, Neobar, Gateway to the fourth dimension, I poeti del parco). Collabora con il sito Atlante delle residenze creative di Tiziana Colusso ed è presente nel volume Residenze e Resistenze creative con un saggio sullo studio di F. Bacon.

Villa Dominica Balbinot

10 settembre 2019 by

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RECENSIONE DI FRANCO DI CARLO SULLA RACCOLTA
“ E TUTTI QUEGLI AZZURRI FUOCHI”

Questa nuova quarta raccolta poetica di VILLA DOMINICA BALBINOT si distingue nettamente per la sua ricerca stilistica e formale.

Infatti è qui, in “quel qualcosa di scritto”, che questa poesia presenta la sua originalità e singolarità: nella utilizzazione, quasi completa variegata e polivante, del sistema espressivo, proprio e caratteristico, dei colori e delle loro trame evocative e metaforiche, nelle loro suggestioni oniriche e surreali, come spie speculari, della vita semiologica e semantica dell’inconscio e del sogno.

Qindi sopratutto le scelte lessicali e la struttura sintattica sono piegate a questi segnali, paradigmi e segni archetipici e alle loro ancipiti e anfibologiche connotazioni di stile, di simboli e di significati polimorfi e polivalenti e perciò appartenenti all’anima profonda della Poetessa, oltre a quelli appartenenti alla sfera emozionale e sensoriale. Questo spiega anche l’uso, accentuato, della viva vivente, espressionistica metafora, ossimorica e sinestetica.

La Poesia di Villa Dominica Balbinot deve dunque molto ai pittori, alla pittura e ai suoi colori e al loro poliedrico universo di forme segni espressioni in particolare al colore azzurro pallido di fuoco (che suggerisce anche il titolo della raccolta, dall’ultimo verso dell’ultima poesia) o “alla luce di ambra della sera” al ”bianco perlaceo /della colonna vertebrale”: o ancora alla “notte chiara”e magneticamente luminosa e azzurramente  ombrata; “all’ora color di malva” o “ di acciaio/ e giallo cinerino”, “al suo splendore cupo”, nell”azzurrità dell’ombra”.

Colori prettamente notturni, cupi (ma anche bianchi chiari neutri)che rimandano a visioni rivelazioni spettacoli paesaggi di morte, rovfine, torture, di fugace e tetra agonica dispersione e disperazione, di vuoto, perdite, mancanze, lacerazioni , inquietudini , privazioni, abissi, ferite; di vuoto, di detriti, frammenti, frantumi; di nulla, insomma dell’”essere del nulla”.  Ma un Nulla Celeste e Lucente.

La poesia di Villa Dominica Balbinot non è però solo visionaria o onirica e surreale, proveniente, perciò, dall’interno e che poi si riflette sugli oggetti e sulle cose, sui paesaggi e sulle persone, sulla natura umanizzata e senziente. Ma è anche e sopra tutto visiva, analoga a quella di Dino Campana (e quindi sensoriale e sensuale) e dei poeti e pittori surrealisti ed espressionisti. Per questo la Parola poetico-pittorica denota esprime rappresenta ed evoca “ le sue violacee ombre” e “accumulate agonie”, la ”sua acqua scura”, il suo “crepuscolo azzurro”. La sua “grandezza opaca”: la sua ostinata e feroce “macerazione”, la sua “bellezza arcaica e tragica”.

Il Sentimento del Tempo, non – ungarettiano nè bergsoniano (“durèe”), ma fatto di cristalli poliedrici, è spazializzato e geometrizzato (come le celle dei rombi / di un alveare) e, quindi, non lineare ma circolare e periodico: il Sentimento del Nulla Splendente e del Tempo Celeste. Un Tempo nietzcheanamente nullificato e quindi reso, perdutamente, ontologicamente “positivo” e in cui “Tutto è arcano, fuorchè il nostro dolor”. Tutto è mistero: la conoscenza, le oscure profondità della Psiche, la poesia stessa, meno che la sofferenza e la sua dimensione corporale e quella, nullificante, del nostro Ex-sistere, il sentimento, cristallizzato, del tempo e del Cielo meravigliosamente blu cobalto. L’ombra della parola è, quindi, per Villa Dominica Balbinot silenziosamente azzurra e vicinamente nostalgica, vaga e antica, germogliante e penetrante, nel taglio teso e temerario del Tempo opaco, smisurato, infinito e indefinito. Un Tempo procronico, prima del tempo, un primo tempo o un tempo primo, primario, principale, iniziale, che va oltre la linea gialla, la linea del fuoco. Allo stesso modo anche lo spazio è temporalizzato, reso in-finito e universale, assolutizzato, nella dimensione (soggettiva) della “geometria del cuore”: una sorta di sistema sentimentale paradigmatico declinato in un “qualcosa di scritto”, in un antistante Forma e nelle sue varie espressioni.

Dominique non fa poesia per cercare e trovare finalmente una pacificazione o risoluzione o ritrovare in essa un nuovo o rinnovato “io”. Ma per illuminare il suo “diverso”,  profondo “Sè” e rappresentarlo. Un Sè (poetico) abitabile e esprimibile. La sua unica Dimora è quella della Poesia. 

FRANCO DI CARLO

 

 

DALLA RACCOLTA “ E TUTTI QUEGLI AZZURRI FUOCHI”

  

SOTTO L’ETERNA SIEPE VERDE

…Sotto l’eterna siepe verde
la notte era molto tranquilla
linda e senza vita
nel sole occiduo:
sul nudo pendio
anche le rovine sembravano
naturali-
innocue-…

Ma nessun luogo era invulnerabile;
oh tutte tutte quelle linee dure de l’Innominabile
sulla
carne ferita
con le sue violacee ombre
– quelle accumulate agonie
[E quei giudizi accidentali,
ne le casuali uccisioni,
– le stragi piccole,
il lungo inutile squarcio]
Ora la luna sorgeva
sui vecchi campi – e le case sfregiate-
e il ragazzo giaceva tranquillo
tra i piccoli fiori silvestri rossi e violacei:

era molto pallido come fosse morto da sempre.
( E c’era una luce mista di blu secreti
e di lillà
sulla innominata acqua scura,
-e quell’abbandonato flutto
sulle tristi ossa di tutti gli annegati..)

 

DALLE NAVATE DEGLI ALBERI GERMOGLIANTI

…Dalle navate degli alberi germoglianti
( si stendevano belle e lucenti
nei lunghi giorni perfetti)
si arrivava alla tacita linea di acqua,
l’innominata acqua scura,
un assoluto solitario
quasi sotto l’orlo angusto…

Dopo il crepuscolo azzurro
la notte era molto tranquilla,
e quei morti intorno a lei
nella loro innominata carne ferita
erano sostanziali misurati e preziosi
capaci di movimenti lenti e terribili.
Tra sofisticherie e sottigliezze teologiche
lei aveva una espressione di fredda
– e pensosa- riservatezza,
nelle possessioni- tutte sue-
( e dopo il macello geometrico)
Tutto l’incesso
per quella strada ardente
era astratto e scabro
come la camera dei suicidi in un albergo
e il cielo si era rannuvolato intanto,
striato dai cardati fili colore di seppia,
che erano sul punto di precipitare.

  

E IN UN MONDO DI GRANDEZZA OPACA

…( Aveva in cuore qualcosa di torbido,
quella bianca previsione di innocenza)

Le toccava poi continuare
con ostinazione e ferocia
quella specie di macerazione,
che la portava sempre
(nello estremo delle notti)
in quelle immense regioni insopportabili
– approssimative e vaghe
sulla fredda tagliente sabbia di deserto

Fu semplicemente annientata
-dalla affezione
irreparabile
e in un mondo di grandezza opaca:
vedeva il lato più barbaro- e quello più estetico,
l’intero intendimento oppiato,
per dare,
dare qualcosa di tremendo ovunque
mentre tutti quei volti
avevano una specie di bellezza
arcaica e tragica,
e tutte le acque erano nere
terribilmente nere
(e
silenziose – terribilmente silenziose )

AVEVANO QUALCOSA DI FRAGILE

[…Avevano qualcosa di fragile,quelle giornate di un grigio delicato..]

Fra quelle precarie-elettriche-ombre
( piatte fisse
come
calcinate)
si evidenziava
la estrema linea,
di una intera
adamantina– crudeltà…
Da quelle feritoie alte
– e sull’impietrato
-lì in quell’angolo remoto,
vi era la fine degli anni amati,
la suppurazione suprema
– de le storie minime,
– di tutti quei crimini inutili,
ne il minerale intrico dei tegumenti,
delle giunture.

 

QUEL CIELO ERA- ALLORA- BLU COBALTO

Era una strada meravigliosamente silenziosa:
quel cielo era blu cobalto,
allora allo zenit…
( troppa erba, troppi fiori,- e di un profumo troppo soave,
con troppa luce,
in uno splendore selvaggio.)
( Ora ovunque vi è qualche particolare,
di quello stesso orrore)…
Il suo è un segreto canto funebre,
canta alle rovine proibite,
– a quella perversa struttura tutta,
raccoglie i dati impuri,
le
micidiali arsioni:
la lingua è tutta inventata
pietosissima
,
lei è lirica- è crudele-
( Quel sontuoso colore vermiglio,
quel riflesso purpureo…
).

 

 LA NOTTE DIVENNE GRANDE

[..Ne l’innaturale territorio
in quella specie di costrizione
la notte divenne grande…]

Uscendo da una di quelle torri
( alt
e, paurosamente alte)
e in quel pervasivo silenzio bianco.
-in quella luce opalina uniforme-
ricordava solo
il mezzogiorno
simile allora
a un
grande canto azzurro,
e nei giardini gli alberi tutti,
col dolce lutto della loro primavera
bianca e rosea( ormai sfiorita,
svanita),
quella – sua-
abbacinata natura elettrica,
nella chiusa taciturnità della carne
che sempre impallidiva.
( Bianchi erano i rovi,

fredde ,
possenti [e vicine]
le dure pareti dei monti

nella niditezza della aria
-ne
la smunta opacità di quel colore notturno).

 

L’AZZURRITA’ DELL’OMBRA

Era stato allora
( guardando lontano nella sera,
nell’azzurrità della ombra
di una rosa spogliata)
che si era detta,
che tutto forse le sarebbe infine apparso
(riflettendoci)

quasi perfetto

Ci sono sempre delle cose
che accadono nel silenzio,
come la cauterizzazione sua alla vita,
quella disarticolazione strana
che la faceva correre
qui
– alla sorgente e
alla cieca lontananza,
a quella giacitura tra le sonnambule urla
( ah la rigida dolcezza
la insana crudezza tutta).

Lei ora si sentiva magnifica
isolata
[attorno alla superficie]
e ogni cosa era di un bianco quasi puro

– vagamente corrotta
in quella superba-
storta– Inquisizione barbarica
dei
supremi crimini , e della loro lingua antica.

 

PER QUELLE STRADE IRREALI DELL’ALBA

Per quelle strade irreali della alba
c’era solo un grande silenzio
(immane estatico)
sprofondante in un vuoto immaginifico
– troppo dolce perchè si potesse sopportarlo.
E loro erano ancora tutti lì,
misteriosi ostinati ben visibili
incancellabili...
Del resto non è una storia
inaudita– questa-
sulla terra:
quei forzamenti,
le stagnazioni magre tutte,
i –
suoi-personaggi disfatti
e nell’assoluto atto,
una simile lebbra
( e quel superbo inquisitore di crimini,
– nel
silenzio selvaggio
in un inconcepibile modo

quel lungo grido
che diceva sempre la stessa cosa)
.

 

ESSI TENTAVANO ALLORA

Essi tentavano allora
il deserto dell’aria,
una secrezione ultima
contro la degenerescenza lenta
le diluviane piogge,
quegli scheletri vivissimi
di alberi calvi
[ E oltre questi passaggi, le suture
le glandole tutte
di una
intoccata vita]
Quella storia non era finita,
contava solo ciò che era trionfante:
sotto un cielo serico -e
freddo
(sulla superficie oscura
di quelle
antiche acque)
anche tutto il suo corpo
era rovente,
– in una fioritura come prevista,
tra le grida dei caprimulghi,

(tra quelle fiamme che
divorandola
si inazzurravano…)
.

 

OLTRE QUELLE PERSEGUITAZIONI

…[Oltre quelle perseguitazioni
ricercava una versione più pura,
e tuttavia si sentiva ossificata…]

Al di là delle forme di indaco del delta,
ecco i vapori
arancioni ocracei fulvi,
l’azzurro del cielo sottoposto al corrosivo acido;
ogni cosa si fece – a poco a poco-
pallidamente color violetto,
un che che rovinava in ramoscelli rosei,
come un fiore di tulipa che cadesse su di uno stagno grigio…
E si ritrovò con solo il suo corpo scarno:
un nucleo di dilatata agonia,
-tutto quel nervume-

quel minerale sguardo ,
il
legale assassinio
sopra una terra abbandonata :
con unzione ,in contemplazioni di ogni sorta,

la sua faccia era rivolta ai fiori,
selvaggi e spampanati.

 

 

Villa Dominica Balbinot di ascendenze emiliano-venete, ha vissuto gli anni fondamentali in Lombardia (provincia Milano) ora vive in duro ambiente rurale, in Emilia.
Maturità classica e Corso di studi universitari in lettere. Ha incominciato a scrivere dal 2006 [un “esordio” da persona matura e improvviso, diciamo ex-abrupto) e cimentandosi inizialmente sui gruppi di scrittura presenti sul web (it.arti.poesia, it.arti.scrivere) e subito dopo creando i propri blog personali, uno di poesia (inconcretifurori.wordpress.com) il secondo di prosa e racconti (dell’idrairacconti), cercando poi di raccogliere il complesso delle proprie produzioni in quello che mano mano dovrà essere sempre più il blog https://villadominicabalbinot.wordpress.com
Sin dal suo primo numero – e fino alla sua chiusura – ha collaborato al lit-blog viadelledonne.wordpress.com. FEBBRE LESSICALE è la raccolta d’esordio, autoedita attraverso il sito ilmiolibro.kataweb.it come del resto le tre sue successive raccolte
QUEL LUOGO DELLE SABBIE – I FIORI ERANO FERMI – E LONTANI – E TUTTI QUEGLI AZZURRI FUOCHI, cui si riferisce la nota critica di FRANCO DI CARLO

pausa estate

1 agosto 2019 by

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Ana Martins Marques

28 luglio 2019 by

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Ana Martins Marques è nata a Belo Horizonte, nel novembre del 1977. Laureata in Lettere all’Università Federale di Minas Gerais, Insegna Letteratura Brasiliana ed è dottoranda in Letterature Comparate nella stessa Università. Nel 2007, ha vinto il Prêmio Cidade de Belo Horizonte, nella categoria “Poesia – autore esordiente”, e, nel 2008, ha ricevuto di nuovo lo stesso premio, nella categoria “Poesia”. La vita sottomarina è il suo libro d’esordio e riunisce una selezione di poesie premiate in questi concorsi.

 

 

da La vita sottomarina

traduzioni di Chiara De Luca

 

 

Ancora

 

 

Il sole percorre

l’intera estensione di un muro

 

strisce nel paesaggio

scritto a matita

 

La strada comincia dalla scrittura –

questa in cui ti seguo

 

Questa poesia è un’ancora:

è perché tu resti qui per sempre

 

Ma fuggono le ore senza carezze

ore che sono come un vivaio di pesci senza pesci

 

La mia mano copre la sua

con la sua ombra

 

Questa poesia, pesante, affonda.

 

 

*

 

Giardino

 

 

Se il giardiniere abbandonasse il lavoro a metà

e stanco si sedesse su una sedia

e perdesse tutta la serata

sotto rose grasse che sono solo rose

e accecano di felicità

mentre il giardino

in se stesso

si contorce

estraendosi da dentro

il sesso intricato delle camelie

e la morte e la follia dei gigli

e la noia suburbana delle guaiave

preda di commozioni antiche

potrebbe sentirsi un poeta

che guarda la poesia

che non sa finire.

 

*

 

Scatola del cucito

 

 

Fili sciolti

bianchi rossi

neri

ingarbugliati:

il caos è sempre avvolgersi

su se stessi.

 

Non c’è tenerezza

negli occhi del gatto

che fissa il rocchetto:

soltanto attenzione

per la trama.

 

La poesia rammenda

l’irreparabile.

 

 

*

 

Vaso

 

 

Plasmare intorno al nulla

una forma

aperta e chiusa.

 

Parola per parola

la poesia circoscrive il suo vuoto.

 

 

 

*

 

Barche di carta

 

 

Le poesie in genere sono fatte di parole

sulla carta

sarebbe meglio se fossero di stoffa

perché potrebbero prendere la pioggia

o di legno

perché sosterrebbero una casa

ma in genere sono fatte di parole

sulla carta

e per questo servono a poche cose

fra le quali non si trova

prendere la pioggia

o sostenere una casa.

 

Piegate su se stesse,

si lanciano nel mondo

con il coraggio suicida

delle barche di carta.

 

 

 

Orologi

 

 

Certe poesie sono sempre in ritardo

altre sempre avanti irrimediabilmente.

 

Nelle poesie la lancetta dei secondi

è più lenta di quella delle ore.

 

Ma almeno la poesia

in genere non è necessario

caricarla.

 

 

*

 

Lanterne

 

 

Nella notte

accesa

la poesia si consuma.

 

 

 

TESTI ORIGINALI

 

 

Âncora

 

 

O sol percorre

toda a extensão de um muro

 

Riscos na paisagem

escrita a lápis

 

A rua começa desde a escrita –

esta em que te sigo

 

Este poema é uma âncora:

é para que você fique sempre aqui

 

Mas fogem as horas sem carícias

horas que são como um tanque de peixes sem peixes

 

A minha mão cobre a sua

com sua sombra

 

Este poema, pesado, afunda.

 

*

 

Jardim

 

 

Se o jardineiro abandonasse no meio a tarefa

e cansado se sentasse numa cadeira

e gastasse toda a tarde

sob rosas gordas que são apenas rosas

e cegam de alegria

enquanto o jardim

nele mesmo

se contorce

tirando de dentro de si

o sexo intrincado das camélias

e a morte e a loucura dos lírios

e o tédio suburbano das goiabas

sob comoções antigas

talvez se sentisse um poeta

olhando o poema

que não sabe terminar.

 

*

 

Caixa de costura

 

 

Linhas soltas

brancas rubras

negras

emaranhadas:

a confusão é sempre enredar-se

em si mesmo.

 

Não há ternura

nos olhos do gato

que fita o novelo:

apenas atenção

para a narrativa.

 

O poema cerze

o que não tem reparo.

 

*

 

Vaso

 

 

Moldar em torno do nada

uma forma

aberta e fechada.

 

Palavra por palavra

o poema circunscreve seu vazio.

 

 

*

 

Barcos de papel

 

 

Os poemas em geral são feitos de palavras

no papel

seria melhor se fossem de pano

porque poderiam tomar chuva

ou de madeira

porque sustentariam uma casa

mas em geral são feitos de palavras

no papel

e por isso servem para poucas coisas

entre as quais não se encontra

tomar chuva

ou sustentar uma casa.

 

Dobrados sobre si mesmos,

lançam-se no mundo

com a coragem suicida

dos barcos de papel.

 

 

*

 

Relógios

 

 

Certos poemas atrasam-se sempre

enquanto outros adiantam-se sem remédio.

 

Nos poemas o ponteiro dos segundos

é mais lento que o das horas.

 

Mas ao menos ao poema

em geral não é preciso

dar corda.

 

 

*

 

Lanternas

 

 

Na noite

aceso

o poema se consome.

 

 

 

Chiara De Luca

21 luglio 2019 by

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Da Versi animali, inedito

I

Sotto il sole o al gelo d’inverno,
in salita, per campi, sull’asfalto,
in acqua, nella nebbia, nel fango,
in discesa, sulla neve, nel caldo,
sotto rovesci di pioggia battente,
o aghi di pioggerella invadente,

in senso in verso al vento contro
le onde quando del mare deserto
la voce nel mio passo è in canto

correre è la sbronza di vita,
banchetto di libertà assoluta
festa al buio che ti scaraventa
fuori di testa per restituirti
del corpo la segreta potenza;

È orgasmica scopata con la vita
quando da lei mi sento tradita,
è furia d’amore che nell’assolo
del vento fa ascolto d’elezione,
dell’abbandono riconciliazione.

È fucina di versi da prendere al volo
nel boccone che mastico e frantumo,
visione che per ore rigiro in un bolo
in gola perché non si perda nel nero,
finché al largo del cielo di nuovo non sono
sola a tradurre il passo in corsa del respiro.

È oro nella miseria, sull’abisso pedana di volo,
trampolino di lancio di ogni mia resurrezione.

II

Correre a lungo mi ha insegnato
la pazienza di nutrire la speranza,
l’arte di restare sempre in ascolto
del corpo come di un concerto.

Mi ha insegnato a seminare i licaoni
di ambizioni che masticano i cuori
a rialzarmi dagli agguati degli umani,
degli amici delusi a caccia di favori,
a lisciarmi del tutto via dalle ali
i sorrisi al cianuro degli affabulatori,
le strette al vetriolo delle loro mani.

Mi ha dettato la sopportazione
del dolore fisico e interiore,

la perseveranza dell’intento di vedere
il tutto nel frammento e ricominciare
senza all’orizzonte traguardi di chimere.

**

Black

Da bambina correvo con un cane
accanto in ogni mio allenamento,
passavo il guinzaglio da una mano
all’altra per scaldarle nell’inverno.
Nero e imponente come un alano
potente più di Cerbero all’inferno.
In corsa per chilometri sul manto
bianco senza ombra dell’incontro,
sempre fianco a fianco nel silenzio
in simbiosi un passo dopo l’altro,
fino al giorno in cui calò il sipario
sul mio grande cane immaginario
per abbandonarmi sola sul palco
a improvvisare la parte di adulto.

 

Da Alfabeto dell’invisibile, Samuele Editore 2015

 

Correndo nel sottomura degli Angeli

Basta un niente alle ruspe per abbattere una casa

frantumare anni di perizia e di pazienza,
smembrare le stanze dalle fondamenta

pochi mesi al male per demolire un corpo,
oltre trent’anni di corse e allenamento

penso mentre annaspo con il fiato corto

arrancando come un grido nel silenzio
dell’alba di un giorno non ancora risorto.

– il cuore germoglia da un albero morto
residuo insospettato di uno schianto –.

Ma i miei cani lo ricordano chi sono
come grilli balzano fuori dal sentiero,

hanno fuoco negli occhi colmi di respiro
mentre mi volteggiano attorno da lontano;

poi li raggiungo tra l’erba in mezzo al fango
di nuovo come loro sono d’aria e movimento,

c’è una linea bianca alla fine della strada,
acqua calda per guarire dal gelo e una casa.

**

Correndo sulle Mura degli Angeli

Lungo la navata centrale che risale

in quel suo violento slancio verticale
nella Notre Dame d’alberi la pioggia

smalta lo smeraldo delle foglie,
accende le colonne di corteccia,

interseca le note d’acqua del respiro
sciolto in fruscio di passi sul sentiero –

Corri forte lepre dov’è inutile la fuga
in quest’invernale primavera seminuda,

quasi non scrosciasse che sole per sentire
pioggia defluire se il vento col sudore

gela sulla pelle come brina sulle punte
di rami fuoriusciti dai relitti della notte.

 

Da Il mondo è nato. Poesie in prosa e non

Poi un bel mattino arriva l’inverno. Deserto, un tappeto di foglie rosse macchiate dal mogano del manto di Eva, che all’improvviso spicca la corsa ed è una freccia di fuoco che divora il verde dell’erba increspata dal vento, la fa crepitare come un incendio. Gli alberi sono giganti che nello slancio si abbracciano in alto, formando una cupola che lascia trasparire un cielo inesistente e bianco. Uscendo dal tempo entri nell’infanzia che ti porti dentro da una vita precedente, ti senti l’ultimo essere al mondo e forte, come quando da bambina avevi un cane nero assente sempre al fianco, ogni volta che uscivi nella nebbia per entrare in un altro mondo, dove mancava il mondo ed era una mancata presenza a dissipare la paura, dando fiato al respiro, mentre lo guardavi salire e farsi nuvola nel vento sempre contro.

**

Anche il fiume non sempre tiene la sua corsa
quando si rannicchia in attesa della pioggia
o slancia e imperversa per non tenerne altra.
Alla fine non è inutile restare
in fondo alla cascata separare
colpi di frusta riaprirli verso il mare:
C’è sempre un silenzio da salvare, o scivolare
negli occhi di te che sei stanco e non ricordi
che soli nei guai lo siamo sempre stati
e amati mai.

**

Si deve esistere come in una corsa, che al mattino non vorresti cominciare, mentre il sonno al corpo nel buio ha ricordato gli anni, che hanno reso più sensibili muscoli e giunture. Non ci si deve risvegliare da ieri ma nascere nuovi, come quando muovi i primi passi sull’asfalto per raggiungere il sentiero. Ci si deve avvicinare cautamente a una giornata, trovarla vuota tra gli alberi deserti, avere il tempo per rintracciare se stessi, ancor prima di portarsi agli altri. Avere il tempo di rispondersi, ancor prima di accogliere domande che non chiamano risposte, d’interrogarsi, prima di attendersi risposte negate.
E si deve ricominciare ogni volta come dopo una corsa, quando il corpo sente il freddo e non la mente e dell’inverno ti accorgi solo dalle estremità irrigidite, dalle mani gonfie e dolenti. Quando non senti gli anni e il dolore perché non avverti il peso del corpo, che è divenuto lieve, uno con il movimento, con l’immaterialità del viaggio, evaso dalla gabbia del pensiero, affrancato dai ceppi della memoria e dell’attesa, dalla sospensione della perduta lotta quotidiana, sempre più dura, in quell’alzata di spalle che ci tacita e consuma.

**

Tre giorni che la nebbia non si alza, salvo un breve intervallo a mezzogiorno. Eppure… quando all’alba esco a correre c’è nel respiro una sorta di pace, mentre il foglio bianco si srotola davanti ed è lo stesso che ho lasciato alle spalle nella sera, solo più chiaro, impregnato di una luce irreale che non è quella del Sole, umido di raggi raccolti come un bene. Posarci sopra i piedi, procedere nel bianco è calcare l’itinerario di un viaggio. Quello del ritorno, forse. Non c’è tristezza per me nella nebbia, non più. Forse perché ha tenuto nel suo grande ventre gelido l’infanzia, quella che ho cercato altrove, andando via da Ferrara alla fine della scuola, quando ti senti grande, e invece sei ancora un ragazzino inerme. E incontri tutto quel che incontra un ragazzino inerme solo in giro per il mondo. Per poi tornare alleggerito di quel fardello di fiducia e fedi che hai vuotato anno dopo anno per la strada, manna per i rapaci, speranza per te che si sazino di quella. Sul foglio bianco leggo l’infanzia che la nebbia ha custodito intatta. Dice di quando correvo da bambina lungo la cinta muraria, con un cane al mio fianco. Era grande, con i denti di neve, il pelo nero, fitto e lucidissimo. I suoi passi moltiplicavano i miei, mi tenevano compagnia, si portavano via la paura. Era il mio amico immaginario. Correvo e mi passavo il guinzaglio da una mano all’altra. Il guinzaglio serviva a stringere i pugni per riscaldare le mani. E serviva a trattenere il mio amico vicino perché credevo che una volta libero se ne sarebbe andato anche lui. I cani invece no, non se ne vanno.

**

Correre sotto la pioggia mi è sempre piaciuto, meglio se la pioggia è forte ed è freddo e devi far fatica per scaldarti e tutto il sangue si agita e precipita in soccorso, meglio se c’è vento e devi andargli a testa bassa contro, meglio se è sabato all’alba e ti senti parte integrante del percorso deserto, figlio del tuo mondo.
Ma è ancora più bello correre con qualcuno che è pazzo come te, che sente in sé la tua esultanza di correre, di buttarsi dentro le pozzanghere, segnare impronte nel fango, saltare rami caduti e schiacciare mucchi di foglie con un balzo, incespicare lungo le salite erbose e scivolare lungo le discese. La gioia è correre ammirati e sospesi con la meraviglia della natura che è un Irish Setter, guerriero dolcissimo e paziente, folle di vita, aspettare che il sentiero sfoci nel prato liquido che si estende e confluisce nella nebbia, per vederlo inebriarsi nel galoppo: il torace profondo dimora di un cuore inesauribile e grande, lo slancio micidiale delle zampe posteriori e la perfezione del gesto vibrante e facilissimo, che coincide con la mente e con il corpo, il movimento della gioia di esistere, gli occhi pieni di passione che ti guardano felici invitandoti ad accelerare, ad andare oltre le misure, a forzare sulle tue due misere zampe.

 

Chiara De Luca:
corre 15 km al giorno. Traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e olandese. Scrive poesia e narrativa, si occupa di fotografia e videomaking. Ha tradotto una sessantina di raccolte poetiche di autori contemporanei. Ha curato l’antologia di giovane poesia contemporanea Nella borsa del viandante (Fara, 2009) e pubblicato A margine dei versi. Appunti di poesia contemporanea (2015). Ha pubblicato i poemetti La notte salva (2008) e Il soffio del silenzio (2009) e la silloge Il mondo capovolto (2012). Ha pubblicato le raccolte poetiche per custodire l’amore (2004), in parole scarne (2005), A mia madre (2015), La corolla del ricordo (2009, 2010), The Corolla of Memory (2010, con una nota di John Deane e la prefazione di John Barnie), Animali prima del diluvio. Poesie 2006-2010 (2010), Alfabeto dell’invisibile (2015), confinando l’inverno (2017), Il mondo è nato (2017), Grani del buio (2017). Ha pubblicato l’antologia bilingue La somma di ogni ritorno/The Sum od Each Return, con la traduzione di Gray Sutherland e la prefazione di Giancarlo Pontiggia e l’antologia bilingue La ronde du rêve, con la traduzione di Jean-Claude Tardif e Elisabetta Visconti-Barbier e la prefazione di Werner Lambersy. Nel 2008 ha fondato Edizioni Kolibris, casa editrice indipendente dedicata alla traduzione e diffusione della migliore poesia contemporanea. Nel 2015 ha fondato la rivista internazionale Iris News. Il suo sito è http://chiaradeluca.net

Francesco Sassetto

18 luglio 2019 by

 

“La poesia di Francesco Sassetto è la testimonianza di una strenua resistenza al dilavamento interiore umano reso dall’assunzione abituale di un mondo che s’impone per gelida grettezza, paradosso, ingiustizia. Attraverso la parola, l’autore, dona voce a un campionamento rilevato in campo quotidiano, fatto di lotta per la sopravvivenza. Intimista e colloquiale, il poeta si lascia avvicinare attraverso immagini malinconicamente attive che s’infiltrano nel lettore come dosi omeopatiche di un veleno attivato alla denuncia, comunque propulsore di speranza reattiva. Lo sguardo parte dal sé per posarsi sulla folla di sentimenti che uno a uno ci riguardano tutti e che, attraverso i suoi versi, trovano strada per non essere eternamente riconsegnati a un altrove fatto di coscienza distratta e latente solitudine.” Doris Emilia Bragagnini

“Che Francesco Sassetto fosse una delle voci più forti della poesia civile contemporanea, intesa nel senso migliore del termine, era già emerso con chiarezza dalle precedenti raccolte Ad un casello impreciso (Valentina Editrice, 2010) e Background (Dot.com Press, 2012); Stranieri, la nuova raccolta dell’autore veneziano edita nuovamente per Valentina Editrice, è dunque una conferma importante, approfondisce molte delle tematiche delle opere che l’hanno preceduta e al tempo stesso delinea ancora con maggiore nitidezza lo spessore ed il valore della poesia di Sassetto…” Francesco Tomada su Perigeion

 

testi dalla raccolta “Ad un casello impreciso”, Padova, Valentina Editrice, 2010

Io sono rimasto a queste calli

Sono finite le strade del tempo
ragazzo – un lume appena di memoria
che si spegne – quando avevo negli occhi
lo stupore dei libri e le notti tutte da inventare
e molte carte e parole e giorni lunghi da sprecare.
Imparavo l’amore allora a poco a poco,
sognavo quel dolce fuoco, i baci e le promesse
di una vita da correre alla luce
del suo viso sorridente di ragazza. E furono ore
di sole alto davvero, di lunghi
sguardi oltre il cancello delle ciglia,
conobbi l’abbraccio di due anime
accanto. Più tardi ho saputo il suo strazio.

Gli altri sono andati, hanno fatto figli
un po’ per amore un po’ perché si fanno,
qualcuno è caduto nell’orrore delle pistole
giustiziere, degli aghi nelle vene.
Di tanti – oggi – ricordo appena il nome.

E il cielo si chiude, si fa nero, il breve
gioco delle nuvole in viaggio
adesso stringe in gola.

Io sono rimasto a quest’acqua verdastra
di laguna, ai suoi giochi eterni
di riflessi che dissolvono palazzi
in un brusìo di coriandoli impazziti.
Sono rimasto a questi muri scrostati
da un’aria di sale che, giorno per giorno,
li sfarina, a queste calli che so a memoria
e ripetono i miei passi su se stessi
nell’assurdo girotondo che per celia
noi diciamo storia.

Con un fragore muto d’anni senza volto
alle mie spalle e, in fondo,
la sirena spalancata nel fumo
di Marghera,
continuare,
è questa, dunque,
la mia,
la nostra pena.

*

Precari della scuola

…eccomi su questo treno
carico tristemente di impiegati,
come per scherzo, bianco di stanchezza,
eccomi a sudare il mio stipendio

Pier Paolo Pasolini

Noi siamo quelli che partono di notte, il vagone
sporco del regionale delle sei e venti ci carica
dagli imbuti neri dell’inverno di strade
senza nome, stralunati e lenti, le bocche
livide che stentano a parlare impastate
di sonno e caffè bevuto in fretta.

Noi siamo quelli che si possono cambiare,
i disponibili, i tappabuchi della scuola, quelli
che possono aspettare, che non lasciano
memoria, nomi senza volto e senza storia
a settembre in classe
a giugno fuori dal portone,
pedine d’una cinica scacchiera sgangherata
che vuole il pregio di dirsi istituzione.

Abbiamo dignità ferita e figli e affitti
da pagare, crocifissi da ordinanze e circolari
in perpetuo moto, veniamo sempre dopo
e presto spariremo cancellati nella gabbia
del contratto a scadenza prefissata,
abbiamo il presente, mai il futuro, noi offesi
senza più nemmeno la forza dello sdegno,
senza articolo diciotto o sindacato.

E qualche stracciato manifesto è tutto quel che resta
al muro di un’antica rabbia.

Sonnecchiamo, ritornando, al tempo fiacco
del vagone e parliamo della scuola e della casa,
se ci sarà lavoro l’anno venturo, sapendo già
che non ci rivedremo tutti dentro a questo
treno che dice polvere e stanchezza e rode
ore troppo lente, noi insieme adesso per sola
coincidenza e breve, noi esperti
dell’avvicendamento, professionisti del cambiamento
dove non cambia niente.

*

Le ragazze per noi

Le ragazze stanno là, stanno sulle strade
e nelle case, nell’ora che il cielo
si nasconde e i profili dei paganti
s’allungano in ombre cupe sull’asfalto.

Le hanno portate da terre distanti dove cresce
immensa la rovina, caricate su carri e barche
da bestiame come portarono un tempo
gli innocenti nei campi che oggi
si va con occhi di dolore a visitare.
Anch’esse una razza minore, buona
per il nostro pasto proibito,
il nostro piccolo orrore.

Le hanno portate per le nostre società avanzate
mercanti delegati dai nostri conti in banca,
con l’inganno, la minaccia ed il coltello,
spedite da bestie senza faccia
per noi che ritiriamo i pacchi, noi
signori della civiltà.
Di loro solo più vigliacchi.

Le hanno portate per la nostra distrazione
fuori porta, per noi che abbiamo libertà, denaro
e leggi di mercato, che sappiamo il gioco
della domanda e dell’offerta, uomini
di lavoro e dignità.

Le ragazze stanno là, sulle nostre strade,
nelle nostre case, invisibili e presenti
nel coro ronzante dei pensieri,
domenica il pranzo coi parenti,
lunedì al lavoro.
E il sabato, la sera, insieme a loro,
per un’ora soltanto, un brivido
di corsa. Poi si torna di nuovo
alle famiglie, alle nostre stanze larghe
di luce sorridente.

Le ragazze stanno ancora là
fino alla notte.
Affogano nel buio lentamente.

*

E si cerca l’amore

E si cerca l’amore disperatamente,
che sia giusto o sbagliato, l’amore comunque
dovunque, qualcosa che ne abbia
il sapore, l’amore nelle case
degli altri, negli occhi indaffarati
della ragazza del bar,
nei treni affollati di silenzi.
L’amore che dia consistenza all’ombra
che siamo, al fumo delle nostre parole,
l’amore che bruci la sera che viene
ogni sera come un grido taciuto,
una scadenza in attesa.

E si cerca a terra perché siamo di terra
e il cielo è solo un lago silente
di quiete lontana.
Che non ci appartiene.

A volte è un trastullo, un gioco innocente,
una mano veloce di carte,
ma quando è davvero è il sole di giugno
che ci porta il grano, muove i passi
e le mani, spalanca le porte socchiuse.

E si corre allora e lasciamo alle spalle
le stanze mancate o perdute,
le stazioni deluse.

Perché noi cerchiamo l’amore che si prende
e si dona senza ragione, senza certezza
alcuna, così dolce e vitale
com’è l’acqua che salva dall’arsura,
la bella stagione che toglie il fiato e regala
il respiro, che accende negli occhi
fatti stanchi
il sorriso del sogno che infutura.

 

*****

:

dalla raccolta “Background“, Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012

Cinquant’anni di treni e di stazioni, partenze
e ritorni, labirinti di calli, incerte direzioni,
adesso qua
a contare i giorni e le ore che vanno via da sole
nella pioggia che cade
fuori e dentro di me.

Cresciuto ad ansiolitici, De Andrè e letteratura
con tutte le parole dimenticate e le mani
gelate, con troppe favole rimaste nelle tasche,
affacciato ancora al solito balcone a guardare

questa notte che sale.

Sempre in bilico tra allegria e ansietà, illusione
e realtà, coi piedi piantati sulla terra e gli occhi
alle nuvole che vanno
a cercare invano
di sbrogliare questo intrico di rovi
tra ferite e bellezza, con la fede antica
di chi cammina senza alcuna certezza
né verità da poter regalare.

Testardo ancora a viaggiare senza occhiali da sole
né Ipod alle orecchie per ascoltare osservare
senza silenziatore
questo desolato teatro che non mi appartiene
e mi gira attorno, questa sorridente disperata
umanità che si muove in branco
con il navigatore.

E sono stanco e forse hai ragione tu
forse è vero
che non sorrido più come una volta,
finito chissà dove quel mio ritaglio di sole
buono a levare dagli occhi un po’
della polvere che s’alza dallo sciagurato
carosello quotidiano, dall’ondata di indifferenza
e ignoranza che monta ogni giorno più forte,
grida ed avvolge di vuoto e tracotanza.

Anche i sorrisi i sogni
hanno una scadenza.

*

Oggi a scuola c’è Foscolo

da spiegare, oggi tocca il sonetto della sera
e io non so
come potrò dire ai miei tredicenni cos’è
davvero questa sera
quest’ombra di silenzio e di spavento,
la fatal quiete, il nulla eterno che anch’io
sto a guardare dal balcone
e la luna spenta
nella polvere incolore del suo alone

accendo un’altra sigaretta e metto qualche verso
sulla carta
filo più evanescente del fumo
che si allarga nella penombra della stanza.

Dire questo a loro che la sera hanno la playstation
e le partite sul satellitare insieme al padre a gridare
per quel rigore evidente
la madre sola in altra stanza
davanti alla centesima puntata di chissà quale
storia d’amore travolgente
e il pranzo di Natale
con gli amici e i parenti nel salotto
abbagliato da lampade al quarzo e divani bianchi
e il quadro di Cascella che è stato un vero affare

no, io questa sera davvero
non la so spiegare ai miei adolescenti
del nuovo millennio,
con le magliette firmate e l’allenatore,
la faccia incolpevole e beata, la cameretta
col computer personale, le feste, le vacanze assicurate
la vita
perennemente illuminata.

*

Background

Dipende da dove che ti vien, da l’aria
respirada da putèlo, le vose i oci
che te xe entrài dentro e se ga inciodà,
le man indurìe de me pare, le onge col nero
de i feri che no va più via, le so storie
de cavi e ascensori da montar in quela dita
deventada multinazionàl
e l’amigo cascà
da l’impalcadura, brusà ne la calçe viva,
’na note in bianco e po’ el sciopero e la paura
de perdar el posto.

Dipende da mia mama maestra a vint’ani
ne le campagne de Pianiga, miseria
e litorina a le sie e bicicletta par chilometri
de giasso e sassi, el paltò, sempre quelo,
revoltà e messo a posto
e i fioi de i contadini,
trentaquatro putèli strucài nel magazèn
co la stùa a carbon, da insegnarghe
a scrivar e contar, a parlar,

e ’na paga che no rivava al vintisete.

Dipende da le case abitàe insieme a èla, oci
che rideva, afito e precariato, magnàr
e bolete da pagar, no ghe xe schèi ’sto mese
par la paruchiera, fa gnente, amor,
ti xe bela lo stesso
fa gnente,
ma queli oci de sol se velava
e la strada tirava in salita.

E la piova che passa i copi roti e riva al sofito,
casca le giosse in camera da leto, ti ghe meti
soto un caìn e ti buti l’ocio a quando
che ’l xe pièn
e restemo in quela casa
in nero e malsana perché l’afito xe bon,
ghe la femo, restemo e sognemo
’na casa megio, un lavoro sicuro, quel viagio
a Parigi rimandà ogni ano a l’ano dopo.

E riva un giorno che ti ghe mòi de sognar, ti te alzi
de note a svodàr el caìn
ti tachi a porconàr
e i sorrisi pian pian se destùa, ti xe stufo
de ’ndar sempre in salita, ti te ricordi
de to pare e to mare
le to raìse impastàe
de amor e fadiga, quel seme duro piantà
tra stomego e cuor, la to vita
el to specio.

 

*****

;

testi dalla raccolta “Stranieri, Padova, Valentina Editrice, 2017

Natale 2014

Dovrei smettere di fumare, ho due stent piantati nel cuore e
il fumo fa male e anche questo mattino di luce imprecisa,
andare e tornare ogni giorno uguale
stanca e fa male.

Accanto una donna mi accompagna e sorride, ci diamo
la mano quando il respiro manca e ci sono ancora scale
da fare e non so se costa più fatica scendere o salire
nel breve tempo che rimane, quanto tempo avanza
me lo chiedo a ogni risveglio
e come sarà l’ultimo sguardo,
una contrazione, un pallore e basta,
schianto o scivolamento
l’ho visto negli occhi di mia madre
questo andare via definitivo, nella sua mano che si allentava
come quando il pensiero è altrove e nulla più rimane.

Le strade piene di gente, si sale a massa sul bus
delle sette che ingoia odori di lingue diverse, voci
straniere nel silenzio di gelo di un’alba ancestrale o
preludio di una fine, teste chine, occhi smarriti,

un padre insegna al figlio a tirare bene i pugni,
perline e collanine, tatuaggi, anelli alle narici,
geroglifici insondabili, labirinti di solitudini allo specchio,
iphone e cellulari, assenza di connessione, nessuna
lingua comune tra i viaggiatori, un ruminare sordo
i detriti di un alfabeto in estinzione, uno scossone,
stridore di gomme sull’asfalto bagnato alla fermata.

Si scende, si va tutti nella corsa elettrica quotidiana, si va al lavoro,
si dorme, si mangia, a volte si fa l’amore
qualcuno sogna ancora qualcosa o solo intravvede
nella notte ombre di passaggio, fantasmi
di altre età, residui da eliminare con lo spazzolino e
il filo interdentale qualcuno dice

che dovrà arrivare un salvatore
lo dico anch’io

ma temo giunga un altro carnefice sorridente,
messia di qualche nuova forma del dolore.

*

Riabilitazione cardiologica

Noi che stiamo qua siamo i salvati, redenti da tecnologia
angioplastica, fortuna o destino, dallo sguardo
benevolo di qualche dio,
scampati ad infarto od ischemìa.

Graziati da morte improvvisa e anticipata, ora da riabilitare,
cardioaspirina e allegria, noi qua si ride, si balla
sui tapis roulants al tempo di Macarena e Vita Loca
a corsa controllata, monitorati da Holter ed Ecg, oggi
a tempo quattro dieci minuti
domani cinque per venti.

Noi miracolati, con due, tre, cinque stent nel cuore e
un futuro nuovo, un altro respiro ancora.

Gli altri stanno di sotto, nelle sale bianche
di emodinamica e rianimazione.

Ci guardano ogni mattina salire al piano superiore.

*

La bufera che viene

… in una bocca che chiede in italiano con accento albanese
qualcosa che non si può rifiutare, e non solo per ragione morale…
… ma perché sta scadendo la cambiale
dei popoli che non hanno neanche il pane

Gianni D’Elia

Sentila, sentila bene anche tu la bufera che viene,
questa tempesta straniera che preme,
che avanza dall’est, dal sud della fame
e sbarca alla vigna ubertosa
dei signori d’Europa e vuole
il lavoro e la casa
e vuole una fetta del sole
che accarezza quest’aiuola felice
del mondo.

E il piccolo uomo che cura le rose
del proprio giardino
si fa adesso feroce ed affila le unghie
e spranga porte e balconi, alza la voce,
vuole leggi e pistole e cani e cancelli
a difesa del suo metro di terra.

E l’aria già odora di guerra.

*

Ai respinti di Lampedusa il popolo italiano
porge sentite condoglianze (3 ottobre 2013)

Alta sui naufragi / dai belvedere delle torri /
china e distante sugli elementi del disastro /
delle cose che accadono al disopra delle parole /
celebrative del nulla / lungo un facile vento /
di sazietà, di impunità /… / la maggioranza sta.

Fabrizio De Andrè

Da giorni sui giornali, a pagine intere colorate, su Youtube,
alla tivù le ricostruzioni, le scene minuto
per minuto dell’accadimento
per il dovere di informare, con il gusto
antico della pietà a buon mercato
e dell’accanimento.

Così il popolo italiano può levare ad alta voce
angoscia sdegno smarrimento
e girare un’altra pagina dell’orrore abituale, dopo
il pianto unanime sul disastro immane si può tornare
all’IMU, alle funzioni del nuovo cellulare,
alle partite sul satellitare.

Il popolo italiano sempre innocente, sono loro, quelli che stanno
al Governo e in Parlamento, che hanno fatto le leggi
sui respingimenti
loro hanno firmato i trattati con Gheddafi

e po’ xe ciaro che tuta ‘sta gente
qua no ghe pol star.

I ve lo ga dito sento volte de molàrghela de impegnìr
quei barconi a tòchi par sercàr qua un Eldorado
che ve insogné

ve l’hanno ripetuto cento volte che per voi
non c’è né casa né lavoro
la crisi è globale, le fabbriche
chiudono o vanno da altre parti
per voi qua
non c’è niente da fare.
Sì, lo sappiamo che scappate dal terrore del fuoco e della fame,
da epidemie e carestie e sabbia che s’inghiotte tutto,
dai pozzi d’acqua recintati da mitragliatrici
ma noiàltri cossa podémo far?

Noi restiamo sgomenti a contemplare
le scarpette a galla, le bianche file
delle bare e spargiamo lacrime e fiori
sui vostri corpi in fondo
al nostro mare che somiglia ormai a un cimitero
una discarica ancora da colmare.

Noi dalle nostre rive sfogliamo stancamente il giornale
che già annuncia altri barconi in avvicinamento, assuefatti
alla compassione ad intermittenza
coristi del coro
che grida forte e freme

e tace nuovamente il giorno dopo.

 

*****

 

Francesco Sassetto risiede a Venezia, dove è nato nel 1961. Si è laureato in Lettere nel 1987 presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia con una tesi sul commento trecentesco di Francesco da Buti alla Commedia dantesca, pubblicata nel 1993 dall’editore Il Cardo di Venezia con il titolo La biblioteca di Francesco da Buti interprete di Dante.

Ha collaborato in qualità di cultore della materia alla cattedra di Filologia Dantesca ed ha conseguito nel 1998 il titolo di dottore di ricerca in “Filologia e Tecniche dell’Interpretazione”. Insegna Lettere presso il C.t.p. (Centro territoriale per l’educazione in età adulta) di Mestre.

Scrive componimenti in  lingua e in dialetto veneziano che hanno ricevuto  premi e segnalazioni.

Ha partecipato a presentazioni, incontri e pubbliche letture di testi poetici. Suoi testi sono presenti in  antologie e riviste ed ha pubblicato le raccolte di poesia: Da solo e in silenzio (Milano, Montedit, 2004) con prefazione di Bruno Rosada,  Ad un casello impreciso (Padova, Valentina Editrice, 2010) con prefazione di Stefano Valentini,  Background (Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012) con prefazione di Fabio Franzin, Stranieri (Padova, Valentina Editrice, 2017), con prefazione di Stefano Valentini, Xe sta trovarse (in dialetto veneziano) (Samuele Editore, Fanna, 2017), con prefazione di Alessandro Canzian.

Una silloge di poesie in veneziano, intitolata Semo fati de sogni sbregài è stata ospitata nel volume antologico Poeti in lingua e in dialetto. La Poesia Onesta 2007, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale La Guglia, Agugliano 2007.

Una raccolta di testi in veneziano, intitolata Peoci, è stata edita nel volume antologico Poeti e narratori in italiano e in dialetto. La Poesia Onesta 2012, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale Versante, 2012.

Una silloge di poesie in lingua e in dialetto veneziano, intitolata Di ordinari galleggiamenti è stata pubblicata, con una introduzione critica di G. Lucini, nel volume antologico Retrobottega 2, a cura di G. Lucini, Edizioni CFR, 2012.

Suoi testi compaiono nelle antologie tematiche La giusta collera, Edizioni CFR, 2011, Ai propilei del cuore. Poeti contro la xenofobia, Edizioni CFR, 2012, Il ricatto del pane, Edizioni CFR, 2013, Keffiyeh. Intelligenze per la Pace, Edizioni CFR, 2014, tutte a cura di Gianmario Lucini.

Sue liriche sono state ospitate nell’antologia 100 Thousand Poets For Change, Roma, Albeggi, 2013; nell’antologia Sotto il cielo di Lampedusa. Annegati da respingimento, Milano, Rayuela, 2014; nell’antologia In classe, con i poeti, a cura di M. Casagrande, Puntoacapo editrice 2014; nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, a cura di M. Cohen, V. Cuccaroni e altri, Camerano, Gwynplaine edizioni, 2014.

Hanno scritto su di lui: Flavio Almerighi, Marco Baiotto, Claudio Bedussi, Fabrizio Bianchi, Alessandro Canzian, Ivan Fedeli, Fernanda Ferraresso, Mauro Ferrari, Fabio Franzin, Lucia Guidorizzi, Gianmario Lucini, Angioletta Masiero, Fabio Michieli, Marco Molinari, Luciano Nanni, Alfredo Panetta, Melania Panico, Michele Paoletti, Luigi Paraboschi, Laura Pierdicchi, Paolo Polvani, Bruno Rosada, Francesco Tomada, Stefano Valentini.

Suoi testi sono presenti nelle riviste online Versante Ripido e Sagarana, in blog e siti web.

 

*

Gian Piero Stefanoni

15 luglio 2019 by

 

GianPieroStefanoni

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2019/05/lunamajella.jpg?w=195&h=300

 

Prefazione di Anna Maria Curci

Con alcune versioni in dialetto abruzzese d’area teatino-frentana
di Mario D’Arcangelo

 

“Le parole sotto la roccia”: l’universo di Lunamajella”

Nel suo movimento che associa, alterna, combina e ricongiunge il protendersi e il ritrarsi, il balzo in alto e la discesa nel profondo, il dire poetico cerca, trasforma, rimpiange e ricostruisce, vela e rivela regioni, paesaggi, terre e distese d’acqua, cime e firmamenti.
Lunamajella di Gian Piero Stefanoni non solo conferisce – lo affermo ricorrendo alla prima parte della celebre formula di Winckelmann – “nobile semplicità” a questo movimento, ma trova, in più, nuove, singolari combinazioni di fonti di luce, di angoli e di spianate, di luoghi appartati e di consonanze di voci umane.
Se è vero che, nel suo moto, la poesia individua, orchestra e progetta ponti e dimore, essa trova in questa raccolta di Stefanoni una terra d’elezione (non è del “suolo natio”, infatti, che il poeta canta, ma di una determinata area nel Teatino divenuta per il poeta paese dell’anima e terra del cuore) che si va manifestando come “madreterra”, come un universo nel quale geografia e sonorità concorrono a ri-nominare e a ri-fondare.
I nomi di luoghi, di rilievi e di corsi d’acqua – Pennadomo, innanzitutto, poi, tra gli altri, lama dei Peligni, Fara San Martino, il Sangro e, a stagliarsi su tutti, il massiccio montuoso della Majella –animano quest’universo, lo caricano di sensi e ruoli.
Una delle direzioni nelle quali il moto del dire poetico si mostra qui particolarmente efficace e fondante è quella di una ricollocazione di singoli elementi nel sistema dei segni.
Riporto qui due esempi illuminanti. Il primo riguarda la creazione della parola-universo che dà il titolo alla raccolta, Lunamajella, la quale viene così definita e invocata: «globo sospeso / che quasi ci tocca». È una parola, lunamajella, che raccorda la lontananza con la prossimità, il cielo e la terra, la spiritualità («globo sospeso») con la fisicità («che quasi ci tocca»).
Il secondo si concretizza nell’uso particolare e inedito del termine “rassetti” nel componimento omonimo, Rassetti, appunto: «Sempre prima di addormentarmi / penso alla morte, al rassetto che sarà / sotto questa montagna di immenso lumino». Anche in questo caso la singola parola si apre a una pluralità di significati che essa, allo stesso tempo, racchiude e protende, collega intimamente ai luoghi e invia in altre direzioni. Se “rassettare”, infatti, è, per un verso, riordinare, ripristinare un ordine preesistente, il termine “rassetto”, usato nel vocabolario tecnico dell’edilizia con il significato di “assettamento” (si parla infatti di “lesioni da rassetto”), indica un incontro tra movimenti tellurici e l’opera umana.[…]

Dalla prefazione di Anna Maria Curci
https://poetarumsilva.com/2019/05/07/gian-piero-stefanoni-lunamajella/

 

 

Lunamajella, globo sospeso
che quasi ci tocca, verso Palena
ma è come verso Marte: astronave
che s’innalza e s’intaglia alle sue coste
lasciandoci come migratori passare.
Eppure vagando non avremmo
che macchie,
                      di nubi
altre aquile in volo.
Dalle feritoie riva verde, sorgente.
Grande addormentato animale.

Lunamajelle, monne areppése / che quase ce tocche, verze Palene / ma è come attravèzze pe Marte: navecèlle/ che s’ahàveze e je se ntàje a le coste // e ce lasse come cille a lu passe. // Eppure gerènne nen tenassàme / che macchie // de nùvele
/ àvetre àquele a vulà. // Da le sgrette riva verde, surjente. / Grossa lemàne addurmíte.

 

Rassetti
Sempre prima di addormentarmi
penso alla morte, al rassetto che sarà
sotto questa montagna di immenso lumino,
sopra questo lago incoronato dalla diga.
Non vi sarà strada, non vi sarà utensile
solo un’altalena di piccole spighe non spazzate
e il santo di gesso a fissare nel volto ceruleo
della stanza le mani secche, l’attesa
dell’altro chiamato al mio posto.

 

L’abbiamo attraversata
la nube che scorre, il respiro che muta,
sei tu che passi terra dalle molte rughe,
stagione della luce.
l’abbiamo attraversata con la lingua
questa strada, questo ceppo di bosco
che si è fatto paese.
ci ha protratti fuori di luna,
nella calura del sogno,
questa ortica di volti sminuzzati,
questa tormenta indifesa di memorie.
E nulla ora sale giacché nulla ora discende
nel procedere che abbraccia la valle.
È il suo ultimo grido – non può essere il più forte.

 

M.G.
Sola con le sue Marie,
con i suoi smalti, a spezzare
il vento errante – alla luce
che nel ricomporla la nomina.
Donna per sempre figlia –
di una carne e di un tempo
nel rovescio del corpo – di una testa
girata ma eppure madre
di quella parola – e quel buio –
a dire il paese che in noi cerca mitezza.

 

Esodo
E forse ancora lo cerchi
o ti arrendi a un battito
che non sai dare.
Adamo caduto che dal calco
ti tenti alla prima impronta,
sei un disperso.
Nel manufatto
appena un groviglio, appena una maschera
che questi campi
e questi animali non vedono.

Su una statuetta presso il Museo Archeologico Nazionale di Chieti,
“La Civitella”.

 

Respira la tua paura
l’abbocco della valle, si ferma
solo quando ti allontani.
Alimenta l’acqua dove il torrente
si confonde e ricorda.
Ormai ti ha preso – pietra, resina
incollata al tuo segreto.

 

 

SETTEMBRE
I.
Si fa più scura la roccia
al paese che sta per morire.
Ma allora perché il circo
delle rondini, il diradarsi delle nubi
prossime alla sera?
O un sommesso bramare di draghi
il voltare di spalle degli uomini
che risale dal primo rifiuto.

II.
Il forestiero porta notizie
docile al dolore come la bestia
nell’infinito respiro.
Passa ma non ode dalle porte.
l’unica cosa che vive è la pace
che viene dal raspare,
la mano sotto l’ulivo
nelle preghiere delle ombre.

III.
Il segno è dato dagli anziani,
non vedono soluzioni solo la rovina,
la parola che nemmeno la campana
può cancellare. Non ascoltano,
accusano. Preparano sedie
che restano vuote.

 

 

La chiave
chi sistema – le scarpe rotte,
l’uccello in volo – il filare dimenticato della goccia,
il rumore sordo del non morire?
Forse l’ultima chiave, il male vinto della casa
nel passo inciso sul gradino.

La chiave – chi sesteme – le scarpe rutte, / lu celle che vole – lu felà scurdate de la hocce, / lu remore sorde de lu senza murì? // Forze l’ùtema chiave, lu male venciute de la case / a lu passe stampate mbacce a la scalelle.

 

 

Gian Piero Stefanoni, nato a Roma nel 1967, laureato in Lettere moderne, ha esordito nel 1999 con la raccolta In suo corpo vivo (Arlem edizioni, Roma) vincendo nello stesso anno, per la sezione poesia in lingua italiana, il premio internazionale di Thionville (Francia) e nel 2001, per l’opera prima, il “Vincenzo Maria Rippo” del Comune di Spoleto.
Nel 2008 ha pubblicato Geografia del mattino e altre poesie (Gazebo, Firenze-premio “Le Nuvole-Peter Russell” e “Città di Venarotta”) a cui son seguiti nel 2011 Roma delle distanze (Joker, Novi Ligure- premio “Leandro Polverini” sezione poesia sociale) e gli
ebooks La stortura della ragione (Clepsydra, Milano) e Quaderno di Grecia (Larecherche.it, Roma).
Nel 2014 ancora per i tipi della Gazebo è uscito Da questo mare (includente l’omonimo poemetto già nel 2013 in ebook per LaRecherche.it ed il canto pasquale L’amore che ti manca edito nella sua prima versione per la cura delle Edizioni d’arte Musidora di Nina Maroccolo, ed ora presso la biblioteca della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma). Ancora in ebook è La tua destra (LaRecherche.it, Roma, 2015), come il saggio sulla poesia in dialetto della provincia di Chieti La terra che snida ai perdoni (LaRecherche.it, Roma, 2017). Presente in volumi antologici, tra i quali La poesia dell’esilio (Arlem, Roma,
1998), Dai parchi letterari ai poeti contemporanei (Edizioni Arte Scrittura, Roma, 2009), S’impalpiti materia-Omaggio a Manzù (Edizioni d’arte Musidora, Roma, 2011- fuori commercio, copia presso la Raccolta Manzù di Ardea), e L’evoluzione delle ultime forme poetiche (Kairòs, Napoli, 2013) suoi testi sono apparsi su diversi periodici specializzati e sono stati pubblicati in Argentina, Spagna, Malta, Grecia e Francia.
Già collaboratore con “Pietraserena” e “Viaggiando in autostrada” è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale “Caffè” e, per la poesia, della rivista teatrale “Tempi moderni”. Dal 2013 sempre per la poesia è recensore di poesia per LaRecherche.it e dal 2014 giurato del Premio “Il giardino di Babuk- Proust en Italie”.
Tra i riconoscimenti da ricordare per l’inedito i premi “Via di Ripetta” e “Dario Bellezza”, entrambi nel 1997.

Michele Nigro

7 luglio 2019 by

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Michele Nigro

 Dalla prefazione di Stefano Serri

[…] Il linguaggio in Nigro non si fissa su un registro, accogliendo lemmi più che post-moderni (di quelli che ci vuole coraggio ad usare perché tra tre giorni nessuno potrebbe più ricordarli) insieme al più ortodosso e non ancora frusto repertorio lirico, senza
sdegnare l’omaggio alla tradizione e a un passato ben riconoscibile, più crepuscolare che modernista. Non mancano, in questi «coaguli di frasi raminghe / che chiami poesie» termini stranieri o neologismi, immersi in un repertorio lessicale più che vario, un vocabolario che ama la precisione, «glabro come un glande», e che, tra “gualchiera” e
metoo, arriva, tentando «un nuovo approccio jazz all’esistenza», a voci come aperimorte o informosfera.

Ci servono precise, le parole, e molto. Ci servono, ad esempio, per abbarbicarci ai ricordi (non quelli vaghi, ma quelli nostri) prima di lasciarli andare. Nella poesia di Nigro abbiamo inneschi di memorie in ogni dove, che siano voci entrate dalla finestra (le urla deliranti in tarda estate o la registrazione di «è arrivato l’arrotino») o suoni apparentemente innocui di luoghi familiari. Ne nascono ricordi che non sono mai pretesto per ghirigori narcisisti, ma che hanno rispetto di chi li ha trascurati, hanno occhi consapevoli delle distanze, hanno ironia e pietà, pietà prima di tutto per se stessi.
Ricordi blandi di una certa vita lasciata indietro, laggiù o lassù, da qualche parte insomma Ignoti, ignoranti e ignorati in eterno. […]

Acqua di ritorno

Adorava i temporali
estivi, tra sprazzi e lazzi
erano meme bagnati
su gambe scoperte
alla sua natura autunnale
dimenticata tra eccessi di
sole e promesse di viaggi.
Ora le campane chiamano
all’ordine di civiltà domenicali
e tuoni ribelli e grondaie
impreparate ad acque inattese
alla vita ormai persa
che scorre nel mare calmo
della morte che accoglie,
sperando di ritornare
giovane umidità
e nuvole
e di nuovo pioggia
tra i vivi di domani.

Grado Celsius

Con l’arrivo dei primi caldi
di notte
dalla finestra aperta
mi raggiungono psicosi da strada.
Uno che vagando tra i vicoli
geme un lamento “mamma! mamma!”
crisi d’astinenza dalla vita
una sirena insonne tra i miei sogni
colpi disperati di campana
schiamazzi da calura
e coltelli facili.
Amo il gelo che tutto acquieta
sotto un velo immobile
molecole indecenti si placano,
cerco l’inverno che zittisce
come severo maestro
i dolori infreddoliti del mondo.

Per voce sola

La falsa posa umile, appartata
un istante prima di ghermire,
poetesse low profile con sguardi
di madonne truccate
sembrano dire
“guardami! guardami!”
e ancora “leggimi! leggimi!”
Un canto d’amore
dal suo becco arancio
posato su antenne
d’inezie televisive,
e il cemento di quartiere
le rassegnate tegole
nella quieta provincia
divengono giungla inattesa
rigoglioso bosco per cuori grigi
nel silenzio serale squarciato
da note brillanti, sincere
gorgheggi d’un’anima pennuta
senza spartiti
o glorie studiate.

La casa senza noi
(Protagora)

Come corpo morto
pian piano si fredda
la casa lasciata sola
non vissuta da aliti umani
vapori di brodo sui vetri
e caldi sospiri di stufa.
Tra queste quattro mura inanimate
si rifugia forse lo spirito
della storia che non conta
il tempo
perché tempi non conosce?
Cosa fai al buio, d’inverno
durante le lontane feste?
I testimoni oculari
che tutto misurano
lasciano dietro di sé
polveri ignoranti
tra muti oggetti
non più sfiorati
da una vista cosciente,
un ultimo giro di chiave
li separa da un’immobile eternità.

Archivio

Conserviamo date, pezzi di spago
scatole di dolci vuote e biglietti
perché anche il dolore
esige una documentata
precisione, resistente al tempo
e all’umana distrazione.
Affinché ogni data diventi spina
per pungerci quando sembreremo
felici,
ogni pezzo di spago
un nodo che ci tenga
legati al passato,
una scatola
vuota della dolcezza che fu
per quando saremo pieni
di false gioie,
e biglietti di sola andata
per l’aldilà.

Poesia triviale di amore e morte

Mi condusse nel bosco della fiducia
e abusò della mia benevolenza,
per ore
senza dire una parola
raccontò tutto del suo ego
e me lo mostrò,
con colpi ritmati di piacere
strofinando la mia schiena nuda
sulla corteccia del nostro
talamo fogliato.
A mo’ di anello
con la fascetta rossa
dell’ultimo Partagás
intorno al dito raggrinzito
da umidi connubi solitari
le chiesi di unirsi a me
sul baratro di un bucolico caos.
Bifolco vuol dire
due volte folk
ed eravate coppia impopolare
di verderame e stanchezza.
C’è gente che
è vestita bene
solo da morta,
e allora lei morì

Immaterial

Vento di spettri cari,
t’insinui tra scricchiolanti
porte antenate suonando
come flauti di ghisa stufe
spente da troppo tempo.
Metto in salvo dall’oblio
distratti squarci di
bellezza allo stato brado,
conserve per l’anima.
Cane che mordi l’aria
intorno al liberatore,
assuefatto alla catena
anche questa sera
al mio passaggio, non capirai.

Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia (Sa) dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste.
Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica –che ama definire “raccolta di formazione”– intitolata “Nessuno nasce pulito” (edizioni nugae 2.0).
Ha pubblicato “Esperiment”, raccolta di racconti; il mini-saggio “La bistecca di Matrix”; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo “Call Center”, nel 2018 la seconda
edizione “Call Center – reloaded” e la raccolta Poesie minori “Pensieri minimi”.

 

Giuseppe Martella

30 giugno 2019 by

 

Per strada
E così via, raccogliendo per strada
i lacci e le conchiglie e i ricci
stracci – le caccole dei cani
gli impicci fra ieri e domani
raccogliendo, scartando
(rifacendoci gli occhi)
facendo insomma le pulci
alle cose con le dita nude –
doloranti magari, gli occhi stanchi
davanti sempre un mucchio di detriti
e quanti quanti sempre più davanti
sfaticati, stenti sulla strada
quasi sfiniti tutti, tutti quanti –
quasi arrivati, e neanche partiti.

Macchia
Ogni macchia, lasciata sulla strada
intrisa di semenze
ogni cosa derisa – attende
di essere ripresa, condivisa
come un’ostia dissacrata
attende di essere ancora una volta
spezzata, spezzata come pane
diluita, stinta, poi bevuta
tutta d’un sorso –
la macchia sul dorso della tua mano
il fuscello nell’occhio
e dire piano, e dire piano
sempre più piano dire
sempre più vano il tuo fletterti
in ginocchio – pregare –
la macchia densa
che sta fra il dire e il fare.

Gran Canaria
Azzurro, azzuro
azzurro il cielo, trasparente è l’aria
dopo la pioggia rara del mattino
fine fine battente
la pioggia mattutina a Gran Canaria.
Azzurro azzurro che scema nel celeste,
celeste il cielo
azzurro il mare, bianchi i cavallucci
riccioli bianchi, spuma sulla roccia
che scende sui tuoi fianchi
isola d’aria
La pioggia mattutina ti ha vestita a nuovo
nutrito ha il poco verde, che nella roccia
si perde, e al mare mira diventando muschio
mischia l’aria col sale – e fischia una leggera brezza
sul celeste che rischia di annegare –
isola d’aria persa in mezzo al mare.

Luce e terra
E la figura nell’ovunque luce
svanisce e si dà pace finalmente
si piega come il gambo sulla terra
– è passato un giorno – soltanto un giorno
è passato –
La terra tace, assorbe, riconduce
tutta l’acqua di luce alla sorgente
la terra riproduce fiori e frutti
e tutti quanti ritorniamo alla terra,
tutti ritorniamo alla terra dalla luce.

Pensionato
Sono rassegnato, sereno
ho fatto la pace col mondo
– se non con me stesso –
in fondo che cosa mi ha dato?
Qualche cosa di buono:
settant’anni di pace
le tanti mani tese,
qualche coltellata andata a vuoto
qualche finta di troppo
qualche palla mancata
qualche leggero intoppo
qualche fidanzata –
finale di partita:
ma che bella giornata!

Cielo a rovescio
Guarda celeste come si disperde
il cielo
in mille biascicanti fiocchi
e mi rifaccio gli occhi
mi dimentico il gelo dell’inverno
il dolore ai ginocchi –
il maleterno di vivere a quattr’occhi
con la morte – chiamiamola per nome
non so come dirla altrimenti
anche tu che mi conduci, mi
indichi la meta
anche tu menti – mio segreto destriero
bianco che mi porti –
lì sul dorso del cielo.

A mia madre
Non ho parenti, sono solo al mondo
sono un bimbo strambo
perennemente in cerca di adozione
se piango canto la stessa canzone
di sempre –
e mi sovviene il tuo volto parente
madre dai tanti volti ormai dispersi
semicancellati, sovraimpressi occhi sbarrati
madre che urli dalla finestra e ti sbracci
e mi chiami –
di giudicare io non ho il diritto
il bene e il male che mi hai fatto.
Io sono qui per te natura che non mente
sono tuo figlio, qui, sulla soglia del niente.

Ore
Le ore sono parole da non dire
e passano altrove e si
dis-fanno sempre l’una e l’altra
– l’ora bruna del presentimento –
come nube leggera dagli orli illuminati
arancio, rosso perché viene
perché viene sera prima o poi
nell’ora stessa come quando bussa
alla tua porta
il pellegrino sempre più inatteso
sempre più vicino che lo confondi
poi col tuo profilo che si smussa
che passa
per la cruna dell’ago,
e sì foggia un angolo protetto
come la tortora che si fa il nido
di straforo
nel sottotetto della tua dimora.

Canone inverso
E breve breve mi ritorna in mente
il ritornello
però tutto a rovescio che non so
neppure se sia quello di prima
oppure un altro – o della foglia
il dolore nel ramo che si incrina –
sulla soglia dove il rumore
si trasforma in suono e poi in parola
e poi vola fra me e te –
rimane fra di noi – come se
fosse un arcobaleno, solo
un effetto di luce nella pioggia
una lama nel cuore
un boomerang di ritorno
un osso di rapace
scagliato d’improvviso a ciel sereno.

Rincorsa
E ci rincorrevamo per le stanze
a tutte le ore,
la mano nella mano, amore
ma non era vero era un sogno
più che vero una ghirlanda di luce
una chimera – era
la voce che mi rincorreva – era
l’eco, l’onda sonora che
portava seco l’immagine che sfiora,
vita nella parola,
la lavora da dentro –
come in una morsa – cara
così che arresta nel lampo la rincorsa
la cura, dalla culla alla bara.

Verità
Quando lei impastava l’aria di pane
gesticolando
quando lei pensava insomma –
e fermava le mani “formando un nido”
e io la guardavo di sbieco in auto
– che fai pensi, le dico –
oppure giù in giardino mi chinavo
cercando di scovarla lì tra i fiori
così per scherzo, come se l’avessi
già persa
– la mia testa bislacca
sempre a caccia di scherzi –
la cercavo con gli occhi schernendola
– lei curava i miei fiori sui ginocchi –
e non era uno scherzo: lei era vera.

Pro-verbio
Avevamo lo stesso mal comune
avevamo lo stesso mezzo gaudio.
Nella monotonia dell’esistenza
ci sfioravamo appena
cantavamo canzoni ciascuno per suo conto
ma l’eco ce le restituiva sempre insieme
intatte come in un controcanto,
una polifonia antica
dove i tempi e i modi dell’accordo,
gli stacchi i timbri le modulazioni
non erano farina del mio sacco
e neanche del tuo, mia cara.
Ma ora che mi tornano alla mente
mi sembra che ci siano state sempre
così fra noi
prima di te e di me
del nostro incontro (le pause, le durate)
prima dell’incrocio degli sguardi
prima della prima parola…
appena prima.

 

 

 

Giuseppe Martella ha insegnato letteratura e cultura dei paesi anglofoni nelle Università di Messina, Bologna e Urbino. I suoi studi riguardano in particolare il modernismo inglese, l’ermeneutica letteraria e filosofica, i rapporti tra scienza e letteratura, e tra letteratura e nuovi media.

Da alcuni anni si interessa anche di poesia italiana contemporanea, collaborando con diverse riviste cartacee e online (La Clessidra, Poesia Blog Rainews, Poetarum Silva, Versante Ripido, Carteggi Letterari). Non ha finora pubblicato versi propri.

 

Fra le sue pubblicazioni accademiche:

Ulisse: parallelo biblico e modernità, Bologna, Clueb, 1997.

Ciberermeneutica: fra parole e numeri, Napoli, Liguori, 2013.

Tecnoscienza e cibercultura, ARACNE, Roma, 2014.

Mariangela Ruggiu

23 giugno 2019 by

libro“Il suono del grano” è una breve raccolta di poesie  che nasce nello sguardo di una bambina e attraversa la vita varcando porte che aprono ogni volta una stanza diversa.

In ogni stanza c’è un dono nuovo di consapevolezza: ecco la fragilità della vita, il senso tangibile dell’amore, l’invadenza del dolore, l’impotenza di fronte a un tempo duro che si impone senza possibilità di scelta, ecco il mistero della poesia e la bellezza che lascia, ecco il senso del silenzio e l’accoglienza del mistero, indicibile come il suono del grano.

Il linguaggio è semplice, porge la poesia come sulla mano aperta, ma i significati si celano nelle parole, aspettano occhi in cui ricomporsi, e si fanno luce che definisce i contorni del mistero che siamo.

 

 

 da Il suono del grano
Terra d’ulivi edizioni

io danzerò come la polvere
quando incontra un raggio di luce

danzerò con me sul filo del tempo
e porterò sorridendo
questo corpo stanco tra le mani

danzerò
dentro gli occhi come la pioggia
scorrerò danzando come le lacrime

tu non dirmi che ho gli occhi ciechi
che non vedo il brutto del mondo, il suo male
danzerò anche sul fuoco della guerra
sul filo delle lame
sullo scintillio del sangue

danzerò sul tuo pianto

nella cenere che resta, danzerò
sopra il fumo, con piedi di paura danzerò

e invocherò, madre del dolore,
apri le tue mani, lascia libere le parole
dimmi che mi ami

ed io danzerò per te
sulle tue parole d’amore

danzerò con te

*

prima che chiamasse le cose ad una ad una

dov’era la parola del tutto indistinto
la parola che fosse l’intero e il contrapposto

com’era il nome del tutto buio
sciolto nell’acqua
quando le mani cercavano nel fango il tuo cuore

e gocce di fango erano le lacrime
prima che la Madre partorisse l’incompiuto

ora sei come un figlio tra le mani
e ti allatto di parole, tu che insaziabile mi strappi
carne e sangue, e dici carne e sangue

e tutti inviti al banchetto di me
che divento altri occhi ed altri cuori

e altre parole

ma mi manca ancora
impronunciabile

la prima

*

di questo amore non so dirti
di quando, e come,
si sovrapponga ad altri
pensieri d’amore

non so di quale carne porti il tremito
di quale corpo sia la forma, oltre il mio

è che sento come infrangersi
il limite del tempo
aprirsi la mia vita e mescolarsi
confondersi

c’è un profumo nel mondo
come di primavera

eppure questo autunno arido non si cela
il giorno ha tutto il male apparecchiato

ma curo la mia terra, che sia terreno fertile
di pane e di armi buone

ci sono guerre da combattere
con parole affilate e mani indurite
e muri da abbattere
e strappi da ricucire

di questo amore non so dirti
o darti spiegazione

 

 

  (Inediti)

forse piove, anche oggi

quest’anno ha saltato maggio
bisogna dirlo alle rose

poesia banale, se non fosse
così banale il pane quotidiano
anche quando manca

se non fosse così banale
la voce rabbiosa di chi invoca
i tempi della Poesia

se non fosse tutto questo dire
e questo vivere così vecchio
così piegato ad un disegno
così palese, la libertà condizionata

come può esserci altra poesia
se non c’è un’altra vita

se oggi non piovesse
se maggio avesse sole per le rose
se ci fosse amore come polline nell’aria

se ogni televisore fosse spento
e ogni pensiero acceso

senza condizionale

*

nel pieno della luce
nel mattino che è uscito dalla notte
c’è un grumo di silenzio
che non si apre, resiste alle mani
che cercano, che si infilano nei bordi
delle fessure, ma resta chiuso il buio

resta annodato al centro dello sterno
un tentativo folle di poesia, il mistero
ride di me che confidavo
nel potere dell’inchiostro

non posso spendere una sola moneta
di tutte le poesie scritte, sono all’omega
cercando un nuovo alfabeto per dirti
del magma che brucia dentro e non sa
cristallizzare una parola pietra preziosa
che apra l’utero fermo, un parto forzato
che lasci vivo il bambino e suoni i pianto

esserti madre in questo tempo inverso
in questo paradosso algebrico, è un tentativo

vengo clandestina in questo mondo di poeti

mi incanta la regola infranta, la rima
mi sorprende, cuore e amore dimenticata

e così resta il tuo cuore atrofizzato
amore dimenticato, bacio scivolato
nella polvere, verso spezzato

se lo scrivo nel tuo cuore mio amore
e nel tuo cuore, e nel tuo cuore, nel cuore

la poesia per questo abuso è andata via
ma prima di salutarmi mi ha perdonata

*

incantami
lasciami il colore della luce
confuso col sonno all’alba

lasciami un odore buono
come la rugiada che si posa

o il sapore della pelle sulla pelle

l’incanto della notte
quando la preghiera ricongiunge
ogni corpo al proprio dio

lasciami del mare il canto

il latte della luna nella bocca
calmerà la fame

ed io andrò incontro a te
che cammini sulle acque
e segni il limite dell’infinito

andrò, seguendo il passo degli alberi
le orme dei lupi e il senso del silenzio

so che è incanto
posare il cuore accanto al tuo

*

chiodi sull’amore, questo mondo effimero
che rifiuta il senso della morte
si illude di cancellare la precarietà
inchiodando il cuore sgretolato del presente

stende sull’imperfezione il velo opaco
di occhi ciechi e diventa il male un’opportunità
per esercitare un potere violento

scuote le vesti per liberarsi del dolore degli ultimi

riempie di cocci di vetro i muri di confine

ci sono uomini poveri, e tutto quello che possiedono
ci sta nel palmo di una mano, ci sono uomini più poveri
che sono posseduti dalla ricchezza delle cose

e dalla paura di perderle, perché loro, nelle categorie
dell’umano, si sono già persi e vanno nel buio come morti

*

nata femmina, senti
come cantano le sughere

e cantano le rondini, volano le farfalle
e nei mari soffiano le balene,
si accendono tutte le lucciole
e le antilopi fanno i salti più alti

cosi fioriscono le margherite
e s’accendono nel cielo tutte le stelle

anche l’arcobaleno si vorrebbe femmina

la pioggia profuma il mondo di terra fertile

è festa, il grembo dell’Universo
abbraccia il tempo che viene

accoglie un seme nuovo
d’amore

*

sento i passi del sonno
ma ho ancora parole sospese

c’è un tempo veloce
che riempie le attese

dov’è la tua mano
la strada tracciata
la vita calda, lo sguardo
posato sui segni confusi

il sonno viene, ha forma di te
un’ala imprevista, un volo improbabile
l’impossibile è tutto negli occhi

portami con te

non ho un luogo, stasera,
come se tutte le porte fossero chiuse
senza motivi di apertura

è venuto il freddo
e le mani si perdono tra le tasche
e il cuore, e si perde un sogno a metà
una parola d’amore, e l’amore
delle parole scomposte

portami con te, segnami il verso
disegnami intorno un cerchio soltanto
una grotta di pietra, e lupi ad attendermi
nella porta del sonno, portami con te

quando il silenzio
apre la porta del buio
tutto questo armarsi scompare

resta solo l’amarsi

                         

Luigi Paraboschi

16 giugno 2019 by

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Non può il fiume opporsi alla discesa

Non può il fiume opporsi alla discesa
come la voce non può imporsi al labbro
quando diventa muto e non sa dire addio

così saremo noi dopo aver rincorso a vuoto
nell’alveo degli anni l’orma ed il tepore
d’una coperta smarrita nella fatica

di lasciarsi scorrere, e prevarrà la voglia
di rimpiattarsi in qualche ansa
ove giocare solleticando l’erba

ma i fiumi carsici si sotterrano
e fanno perdere le tracce
anche se non sono aridi di acque

si rifiutano di finire in mare
e si perdono nel sottosuolo
quasi a pentirsi d’aver amato il sole,

poi- senza preavviso – riappaiono
più a valle ad irrigare altri terreni
meno sassosi di quelli di montagna.

Così la nostra acqua che prima era neve
s’è intorbidita ed il suo colore
fatto denso, la vita è corsa

dentro due sponde e ciò che resta
dei desideri è melma inoperosa,
fanghiglia ove ogni speranza muore.

 

Il parapioggia non è un bene d’investimento

Di chi la colpa se abbiamo le ali appesantite ?
Solo del tempo. Siamo venuti al mondo
quando – dopo la pioggia- si stendevano
gli ombrelli al sole, ora nessuno lo fa più,
il parapioggia non è un bene d’investimento
e soprattutto non è più di tessuto nero come allora

è un articolo per la pubblicità viaggiante
tutto variegato, niente cotone, solamente sintetico
e lo si può riporre anche se un po’ bagnato.
A chi importa se le stecche mettono la ruggine
proprio come noi abbiamo fatto con i sentimenti ?

E’ all’alba che la luce si infiltra dentro
come se ogni giorno ci togliesse il verde
delle foglie giovani e la stanchezza diventasse
l’unico sostegno per un cammino in cui il corpo
invoca aiuto a orecchie sorde e mani monche

è quando fa la luce che ci si avvia

e si compiono i distacchi.

 

 

La mia terra è l’Esterèl

(dipingere dal vero non è copiare l’oggetto, è realizzare le proprie sensazioni)
Paul Cezanne

M’avvio ogni mattina all’aria aperta
e adagio sulla tela forme e colori
di Provenza, accosto i complementari
verdi e rossi che si cercano, inseguo
i bruni del sottobosco, costringo le forme
dentro la geometria, ma davanti al cavalletto
c’è un pino lacerato da una ferita chiara
che sento dover portare sulla tela,
perché dice di me e del mio isolamento.

Il mio dialogare con la Sainte Victoire
ch’è di fronte non conosce sosta
è laggiù sul fondo, d’un azzurro che spesso
vira al lilla, talvolta calda al sole come
una coperta sulle gambe nelle sere
di Mistral, è il mio autoritratto, e vivo
di fronte a lei la mia sfida di pittore
che s’è inventato una pennellata
fatta di tratteggi verticali lunghi e brevi,

ma il cilindro e la sfera sono le figure
dentro le quali vorrei farla rientrare
pure se essa non possiede nulla di geometria,
sale con pacatezza, ha due leggere gobbe,
nell’insieme è dolce e devo abbigliarla
d’azzurro e rosa per bilanciare il rosso
delle marsigliesi dei tetti sotto ai pini.

E’ questa la mia terra, non ne cerco
altre, provo a narrare la sua serenità
come quando ritraggo la mia donna,
Hortense assisa in trono sulla poltrona,
regina dignitosa senza corona,
avvolta nella luce del pomeriggio, pur se ferita
come il ramo di quel pino, e so di amarla
come amo quel figlio che mi ha donato
per il mio silenzio fatto di scorbuto, ruvido
ma ricco di un assoluto che mi racconta.

 

Museo Morandi

L’ultima luce del giorno che corre
dentro una sera che diventa più notte
è un cenere accenno di spatola
sporcato d’arancio sulla tavolozza
d’un cielo blu talo sfrangiato di luna.

Case orbe come isole disabitate
fiori secchi richiamati dall’Ade,
paesaggi di verdi tristezze
gli umili oggetti e le indefinite
sagome ancora inquietano l’anima
come ogni giorno la luce dell’alba.

Qualche lampada punteggia
la pianura luminosa di pioggia,
fuggitive presenze fluiscono
come pensieri e sensi mai spenti

mi allontano dalla presunzione
d’avere certezze o confini,
domani sarò senza protezioni
ma già ora la mente
annaspa nei gesti consueti
e barcolla nel dubbio.

.

Ancora non è il giorno   (all’amica Silvia Secco)

Ancora non è il giorno, l’acqua che cala
leggera ha il brusio dei bachi da seta
che voraci triturano i gelsi
e le tue ruote s’avviano, ma duole la mente
per l’assillo del sole che ancora non c’è

però hai la fede antica di chi si sveglia
e sposta i massi e s’appresta
a riscoprire il senso dello stare assieme

sei fatta di pazienza e di indulgenza
traballi ma resti in piedi
e dici“ eccomi “ ad ogni inciampo

hai radici fonde e ben piantate
legami di sorellanza tenaci nel quotidiano
affetti rinnovati ad ogni accenno di debolezza.

Sei luce nella tua stanza.

Non temere l’oblio
perché oblivion è più ampio
dell’archiviazione, è desiderio di abbandono
che l’anima trasuda quando è stanca

e scrivere è l’unico modo per dire “ esisto “
davanti alla marea che tutto copre, ma
scivoleranno queste parole sopra
i vetri smerigliati dietro i quali ti proteggi
da questa stagione che ci fa invecchiare
sopra le lontananze e fa
smagato il nostro pensiero perché

è lo spirito che vuole sgusciare fuori
da questo corpo che ci incatena
ad una natura fatta di fango e fiori
carne e nervi, umori di malinconie
e tristezze di tombe aperte.

 

Se mancherà un colore

Non ci sarà la nebbia del mio paese
fuori dai tuoi vetri, forse vedrai
un angolo di spiaggia con una barca
o i vigneti sotto il monte dietro casa
oppure la cava dove cerchi antichi sassi
perché temi di non trovare più la strada

ma se per caso un giorno bagnerai
il pennino con la saliva, come s’usava
ai tempi delle mie primarie, avrai appreso
a fare uso di due parole al posto delle tre
che impieghi ora quando scrivi versi

non scuotere allora oltre i vetri
la polvere del nostro dialogare,sarò
racchiuso dentro quello strofinaccio
e cercherò di tornarti accanto come
ogni volta in cui ti correggo e cerco
d’appassionarti al silenzio scarno

e se anche avrai paura
di smarrirti nel cammino intingi
la tua penna nell’inchiostro rosso e
disegna un arcobaleno con una sola tinta.

La stagione dei monsoni passerà
e le piogge che ti scavano calanchi
sopra il viso si calmeranno, spianerà
la dolcezza del vento la tua bocca,

viva tornerai nel sole, con il piede
sopra selciati stabili, dentro cortili
a fiori, squillanti di blu le tue marine
riposerai dietro cancelli d’ombra
rifugio per i gatti addormentati.

Dirai buongiorno e ciao con lievità
e non ti parrà più di smuovere
una ruota che slittava nella neve,
la tua pena non sarà quella
del chiodo che ha trovato
un muro di cemento e s’è piegato
sotto i colpi del martello.

 

Settembre è…

Ogni anno così : questa luce, miele
sotto un azzurro improbabile,
mi cade nella retina
da quella prima pennellata
buttata giù con ritrosia,

e settembre è gioia per la vista,
si rimette dentro la morbidezza
che l’estate aveva assassinato
pensiero di gratitudine
per la terra che si rivolta ancora
verso il cielo e per il verde
che finalmente puoi rubare
mescolando il giusto blu
con un giallo Napoli un po’ caldo.

Settembre è dolce come il perdono
che ti fa riconciliare con te stesso
intanto che l’occhio assorbe e fa provviste
per la stagione grigia che incalza
l’anima e la farà brinare.

 

Si formerà una pozza

Ho voglia di mettere giù due o tre righe
sopra un foglio di carta da droghiere
e intingo la penna nei colori ad acqua
così quando a novembre pioverà
le mie parole si scioglieranno
sotto le tue palpebre
e si formerà un pozza scura
sopra il tavolo dove siedi per la cena.

Non ti sto scrivendo dai confini del mondo,
da più lontano, dal luogo ove le nuvole
si riposano quando sono stanche,
ed è sempre settembre
con le sue mezze voci che s’allungano
dolci sopra le foglie e fanno diventare rosse
di calda vita anche le tende
che oscillano sulle terrazze delle case.

Domenica silenziosa,
quasi una preghiera, poesia
da recitare sottovoce, giochi di chiaro
che balugina tra i coppi,
macchie d’ombra blu alla Matisse
colpi di luce gettati come per caso
sopra i tronchi del viale

ma c’è gioventù, troppa è la vita
nei sorrisi delle ragazze
che passano rasentando ai muri,
e fiorisce la giornata in quelle risate
in sbieco che scivolano sui bicchieri
e fanno tintinnare i vetri.

( tratte dalla raccolta inedita “ tra due parentesi e un punto interrogativo “)

Biagio Cepollaro

8 giugno 2019 by

03copAlcentrodell'invernoGiorgio Mascitelli, Il corpo al centro dell’inverno

Con la pubblicazione di “Al centro dell’inverno”  (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018,) Biagio Cepollaro porta a compimento la trilogia cominciata con Le qualità (2012) e proseguita con La curva del giorno (2014) dal titolo complessivo Il poema delle qualità. Il libro come quelli precedenti è caratterizzato da brevi componimenti, mai sopra i dieci versi, che hanno come soggetto, innanzi tutto in senso grammaticale, il corpo, mentre il riferimento al termine poema sembra richiamare, oltre che la possibilità di una lettura continua come se si trattasse di lasse introdotte dalla stessa anafora, praticata dallo stesso autore in occasione della presentazione milanese, una tradizione della poesia antica come luogo di riflessione critica e conoscenza, già testimoniato dal De requie et natura che titolava la prima trilogia, uscita negli anni Novanta.

Al centro dell’inverno si presenta come il culmine di un percorso di rarefazione e di ricerca dell’essenzialità che attraversa tutta la trilogia e ancora prima l’opera di Cepollaro a cominciare dai Versi nuovi: si tratta di un’istanza stilistica in cui l’invenzione linguistica risiede in meccanismo di descrizione di uno stato del corpo e successivo fulmineo commento sorretto da un lessico colto ma standard usato però con libertà nell’estensione metonimica dell’arco semantico di alcune parole (ad es. la terminologia giuridico-politica nell’ambito della quotidianità: “ il corpo cerca la sua sovranità nel dissipare i confini/ raccolti da ogni notte: qui nella confusione che suscita/ con altro corpo perde importanza ogni nome…” p.37). In questa prospettiva il corpo è un’unità logica minima, il soggetto di un’esperienza che viene liberata da ogni rischio di monumentalità ed esemplarità anche involontarie connessa con l’uso degli istituti della tradizione lirica e dell’io poetico. Questa strategia retorica consente a Cepollaro di approdare a una sorta di inedita osservazione fenomenologica della propria esperienza che risulta ancora dicibile e significante perché non ingabbiata in pregiudizi soggettivistici o ideologici né in orpelli psicologicizzanti.

Del resto in tutta l’opera poetica il problema di Cepollaro, che è al contempo il motore etico della sua ricerca, è quello di trovare una posizione da cui dire l’esperienza senza cadere nelle trappole metafisiche ed estetiche del vecchio io poetico. “Il corpo vivo e distratto non crede di essere eterno/ né collabora chiedendo a rate un prestito alla collettiva/ narrazione: si tiene piuttosto a debita distanza e appare solo/ sol perché si astrae da un mondo di parole fallaci e dall’idiozia” (p.33) sono versi che rendono bene l’operazione poetica in cui la soggettività del poeta diventa semplicemente un nucleo di osservazione dell’esperienza e un tramite per la sua comunicazione con un senso della misura stilistica che è parte essenziale del messaggio. La scelta etica della presa di distanza dalle parole e dalle cose dominanti nella nostra società non è presentata enfaticamente come l’epifania di una sensibilità o di un percorso esemplari, ma come conseguenza logica, alla portata di chiunque, della comprensione di un certo stato di cose.

Motivo specifico di questa raccolta è l’intrecciarsi dell’esperienza individuale con la storia e con la crisi attuale della società, non è un caso che il prologo della raccolta abbia come titolo Dal collasso alla storia e l’ultima sezione sia Ai margini della speranza d’occidente. In realtà la dimensione politica e civile resta, sotto traccia, uno degli elementi fondanti del paesaggio poetico in tutta l’opera di Cepollaro, ma è vero che è dai tempi di Fabrica, pubblicata nel 2002 con testi peraltro risalenti alla metà degli anni novanta, che essa non occupava una posizione così esplicita nella struttura dei libri. Qui addirittura viene citato esplicitamente il Guittone d’Arezzo della canzone ahi lasso, ora è stagion di doler tanto: “il corpo condivide una pace inquieta: il regime del sopruso/ diventa legge e per quanto si possa vivere a una conquistata/ distanza resta comunque un filo di nausea che attraversa i giorni/ anche quelli più illuminati da fervida primavera: è questa/ che si apre oggi per noi la vera stagion di doler tanto” (p.101). Se dunque il giudizio etico e la consapevolezza politica sulla stagione sono assolutamente chiare, la realtà evocata non viene ‘denunciata’ né criticata secondo categorie ideologiche, che pure Cepollaro padroneggia, ma diventa una delle dimensioni in cui si elabora l’esperienza del corpo. La pace inquieta in questi giorni di doler tanto è il modo concreto in cui si riflette nella quotidianità l’esperienza storica. La condizione verosimilmente finale ai margini della speranza d’occidente viene evocata senza alcuna ridondanza espressiva e senza alcuna concessione allo stile apocalittico e addita il non detto collettivo, questa volta però nominato e qualificato, con il quale la nostra coscienza infelice non vuole fare i conti. E tra i meriti di quest’opera non mi sembra certo l’ultimo.

Alfabeta2, 8 luglio 2018

https://www.alfabeta2.it/2018/07/08/biagio-cepollaro-il-corpo-al-centro-dellinverno/

Da Al centro dell’inverno, L’arcolaio, Forlì, 2018

1.
il corpo ad un certo punto lascerà la presa e il suo tocco
non modificherà più neanche di quel poco l’andamento
scuro delle cose che gli scorrono più prossime.
di vicinanza ha fatto campo da lavoro e ogni giorno
ha trafficato di semina e raccolto di parola detta
e di ascolto. niente si è atteso mentre dicendo è stato

2.
il corpo non sa se o da dove si avvisterà
il primo tratto della speranza: l’Occidente
avvitato su se stesso inizia la sua implosione
dividendosi all’interno. la forma che nel tempo
si è data per lo scambio ha portato l’intera
specie all’estinzione. ma invece di frenare
sull’orlo del precipizio sembra accelerare

3.
il corpo ora sa che in suo potere vi è solo
la parola da formulare: nella sua bocca
prende forma rotonda un concentrato di pensiero
e passione l’uno nell’altra fusi
in una posizione. il dire è significare il mondo
non descriverlo né raccontarlo: che il senso
si dice e si misura nell’ascolto di chi resta

4.
il corpo ha posto i confini della sua solitudine
sciolto il dramma ne ha fatto misura di respiro
ora il senso di volta in volta scaturisce
da un incontro anche mancato: gli altri
si danno da fare per farsi notare e si dannano
per farsi ricordare. il non essere si sfalda ogni giorno
nell’andare e nel venire finché dritti o curvi si muore

5.
il corpo nell’afa fatica a respirare: l’aria mossa
dai ventilatori è solo aria che si sposta. resta
la stessa la condizione come quella d’Occidente
preso dalla favola della “crescita” senza fine
e senza senso e dal controllo di massa sul dissenso

6.
il corpo ai margini del crollo d’Occidente desidera
mettere in salvo i manufatti di parole da cui un giorno
forse l’umanità potrà ripartire. così fu per l’antico
Medio Evo così è per questo nuovo: in salvo le parole
ancora potranno risuonare alla fine della prossima notte

7.
il corpo ai margini della speranza d’Occidente si chiede
come accade che d’improvviso la folla dei corpi sottomessi
possano ribellarsi e riscattare le attuali vittime della forza
come si diffonde il virus benefico che renda intollerabile
il comando spingendo corpi inerti a prodigiosi moti

8.
il corpo ora vede come tutte le espressioni che scorrono
sugli schermi si mescolano con bocche eguali
anche se diversi sono i palati e diversi i denti: nessuno
vieta di parlare anzi a tutti l’incoraggiamento a dire
è il modo questo per sgretolare l’Occidente che s’infutura
in uno stagno sempre presente da cui non si può uscire

9.
il corpo sa che le sue felicità sono possibili solo
all’interno dell’Occidente dato ma al suo crollo
non si fa debole la bellezza del mattino e il mare
risuona come all’inizio il suo canto: è per coloro
che verranno la pena e per ciò che vi troveranno

10.
il corpo tra speranza e crollo d’Occidente si estenua nel suo piacere
il tempo senza storia è diventato pura tensione e intensità dell’ora
amicizia e amore fanno corona all’impegno di ogni giorno
a dire nelle forme più varie ciò che sembra vero. un ricordo di noi
forse costruiamo: di corpi all’opera nel fare la dignità dell’insieme

11.
il corpo ai margini del crollo destina le sue parole
al sogno del futuro: ora si tratta solo di proteggere
la trasmissione. di bocca in bocca il sapere torna
ad essere orale e ciò che è vero è un modo di fare

12.
il corpo ha fatto del dire il sogno del suo ritmo: il nero
sullo sfondo e intorno da sempre ha richiesto un raggio
di piacere e presenza un antidoto buono a fare di poco
un mondo: la forma dell’arte è niente senza questo
discernimento: la lotta sulla terra è fare del giorno cielo

NOTA
I testi poetici sono tratti dalla sezione conclusiva di Al centro dell’inverno, dal titolo Ai margini della speranza d’Occidente
Al centro dell’inverno conclude la trilogia iniziata con Le qualità, La Camera verde, Roma, 2012 e La curva del giorno, L’arcolaio, Forlì, 2014 .

Biagio Cepollaro, nato a Napoli nel 1959, è poeta, critico letterario e artista visivo. Tra i protagonisti della ricerca poetica già dagli anni ’80 e ’90, negli anni zero è stato tra i primi a diffondere la poesia in rete. E’ direttore della terza serie della rivista Altri Termini tra il 1985 e il 1988 e co-fondatore della rivista Baldus (1990-1996) e del Gruppo 93.
Esordisce nel 1984 con Le parole di Eliodora (Forum Edizioni, Forlì) a cui fa seguito una prima trilogia: Scribeide, (Piero Manni ed., Lecce, 1993), con prefazione di Romano Luperini; Luna persciente (Carlo Mancosu Ed., Roma, 1993, su indicazione di Amelia Rosselli) prefato da Guido Guglielmi; e Fabrica (Zona editrice, Genova, 2002) con prefazione di Giuliano Mesa.
Tra il 1993 e il 1997 scrive, stimolato da Nanni Balestrini, La Notte dei botti, un romanzo che resterà on line fino all’edizione cartacea del 2018 realizzata da Miraggi edizioni, Torino.
“La poetica di Biagio Cepollaro affonda le radici nelle esperienze post-avanguardistiche degli anni Ottanta. Già le prime raccolte, improntate al materialismo e all’espressionismo, risentono dei contatti dell’autore con le più ardite sperimentazioni visive, sonore e verbali. Assieme ai sodali della rivista Baldus, Cepollaro si immerge appieno nell’esperienza del Gruppo 93 apportando il proprio contributo tecnico e critico, che può riassumersi nei concetti di montaggio, citazionismo e pastiche idiolettico. La lingua della trilogia De requie et natura – conclusasi verso la metà degli anni Novanta − subisce una profonda torsione tesa a rivendicare il potere critico della parola nel magma dell’appiattimento di marca postmodernista. Ma a partire da Versi nuovi − scritti sul finire del secolo scorso − e ad arrivare alla recente trilogia del Poema delle qualità, l’autore napoletano riduce il tasso di figuralità dei suoi versi e insegue un grado zero finalizzato a reclamare la priorità di un’esistenza immediata, terrena e immanente, che risente del pensiero buddista, forse ultimo baluardo alla massificazione dei consumi e dell’ideologia capitalistica.” (Angelo Petrella, Il corpo della poesia. Sperimentazione e immanenza nella poesia di Biagio Cepollaro, il Verri, n.64, 2017)
Negli anni della prima trilogia partecipa a molti readings internazionali: Milanopoesia (dall’edizione del 1989 a quella del 1992); Ginevra (Festival internazionale di poesia sonora, 1990); New-York (Disappearing pheasant, 1991); Marsiglia (Poesie Italienne, 1992); Parigi (Istituto italiana di cultura, 1993 e 1995); Los Angeles (Department of Italian, UCLA, 1994); Barcellona (Poliphonix, 1997); Palma de Majorca, (II Festival de poesia de la Mediterrania, 2000).
Con la pubblicazione di Versi nuovi (Oedipus ed., Salerno-Roma, 2004) e di Lavoro da fare (e-book 2006, dal 2017 cartaceo per i tipi di Dot-com Press, Milano) si apre una nuova fase poetica che apre agli anni della seconda trilogia: Le qualità (La camera verde, Roma, 2012); La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì, 2014) e Al centro dell’inverno (L’arcolaio, Forlì, 2018). Contemporaneamente alla stesura di questa seconda trilogia, dal titolo Il poema delle qualità, si dedica alla costruzione pionieristica di edizioni digitali di poesia rendendo disponibili on line ristampe di libri introvabili, di autori come Giulia Niccolai e Luigi Di Ruscio e di inediti di Amelia Rosselli.
I suoi testi sono inclusi in molte antologie italiane e tradotti in molte lingue: Poesia italiana della contraddizione, a cura di Franco Cavallo e Mario Lunetta, Newton-Compton, 1989; I° Quaderno d’Invarianti, a cura di Giorgio Patrizi, Antonio Pellicani editore,1989; Di poesia nuova ’89, Proposte cinque, Piero Manni editore,1990; Gruppo 93, Le tendenze attuali della poesia e della narrativa, Piero Manni editore, 1993; 63/93 Trent’anni di ricerca letteraria, Elytra Edizioni, 1993; Poesia e realtà, a cura di Giancarlo Majorino, Tropea, 2000; Akusma, forme della poesia contemporanea, Metauro edizioni,2000; Leggere variazioni di rotta, a cura di Liberinversi, Le voci della luna, 2008; Gruppo 93, L’antologia poetica, a cura di Angelo Petrella, Zona editore, 2010;The Promised Land, Italian Poetry after 1975 a cura di Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, Sun&Moon Classics, Los Angeles, 1999; Twentieth-Century, Italian Poetry, Toronto University of Toronto Press, 1993; Italian Poetry, 1950-1990, Dante University Press, Boston, 1996; Chijô no utagoe – Il coro temporaneo, a cura di Andrea Raos, traduzione di Andrea Raos e Tarô Okamoto, Shichôsha, Tokyo, 2001; Nouveaux poètes italiens, a cura di Andrea Raos, in «Action Poétique», n. 177, settembre 2004; Chicago Review, n.56, New italian writing,2011; Inverse 2014-2015. Italian Poets in Translation, John Cabot University Press, 2015.
Negli anni della seconda trilogia si impegna sempre più nelle arti visive associando ad opere di pittura delle pubblicazioni di versi con allestimento di varie mostre. Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, Roma,2008 raccoglie immagini e testi poetici relativi all’omonima mostra di pittura tenutasi presso La Camera verde di Roma nel 2008; Nel fuoco della scrittura è anche il titolo delle sue esposizioni a Napoli (Il filo di Partenope, 2009), a Piacenza (Laboratorio delle Arti, 2009) e a Milano (Archi Gallery, 2009); Da strato a strato, introduzione di Giovanni Anceschi, La Camera verde, 2009: si tratta di 21 immagini di opere e 21 stanze di un poemetto, oggetto di una mostra all’ Antiquum Oratorium Passionis della Basilica di S. Ambrogio a Milano, 28 gennaio 2010; La Cognizione del dolore. Otto tele per Gadda, La Camera verde, 2010.
Del 2011 sono le mostre milanesi La materia delle parole, catalogo a cura di Elisabetta Longari, Galleria Ostrakon; L’Intuizione del propizio, Officina Coviello e la collettiva da verso. transizioni arte-poesia, Accademia di Belle Arti di Brera, ex chiesa S. Carpoforo.
Ha curato con Emanuele Magri la rassegna di video poesia Frames e Poiesis nel 2013, Galleria 10.2!, Milano; Mentre il pianeta ruota, mostra a cura di Fausto Pagliano, Laboratorio Primo aprile, Milano 2013. Del 2014 è la mostra Le tre vie, Voyelles e Visions, a Torino e del 2015 Una certa idea di verde a Movimento aperto a Napoli. Nel 2017 dedica alla memoria di Giuliano Mesa la mostra “Piccola fabrica”, presso la Libreria popolare di via Tadino a Milano. Del 2019 è la mostra Variazioni dell’aria, Key Gallery, Milano con una nota di Dorino Iemmi.
Dal 2003 aggiorna il suo sito http://www.cepollaro.it che funge da archivio sia per la sua opera sia per i lavori di altri poeti. Della stessa data è il blog di poesia Poesia da fare http://www.poesiadafare.wordpress.com che ha dato vita ai relativi Quaderni e alla rivista di critica letteraria, dal titolo Per una critica futura (2006-2010).
Dedicato all’arte dal 2008 è il blog http://cepollaroarte.wordpress.com

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