Ferie

10 luglio 2016 by

ferie giardino 2016 - by criBo

a Lucia Tosi, con amore

9 luglio 2016 by

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2016/05/18/lucia-tosi-5/

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[…] penso che se fossi una sana
stupida signora perbene mai ti avrei
ri-conosciuta
si riconoscono i propri simili
quelli che dio natura o chi altro mai
ha fatti
di-versi.[…]

(da una poesia di Lucia a me dedicata)

tanto altro di lei QUI

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                                                     altro           

                                                     

                                                       

                                               

                                                       

 

Marina Torossi Tevini

4 luglio 2016 by

Il mare è la costante di questi componimenti sintomatici, sia in essere sia nel moto simbolico a farsi riferimento assiduo d’infinito, un esempio nel capovolgimento di coordinate preordinate come nel cielo di una Stoccolma ri_visitata, dove il disorientamento, la deliberata resa della sensazione di precarietà umana e dell’insensatezza del vivere si fanno improvvisamente scudo con una benefica tregua, dove la perfezione è assurta a simbolo di episodica cognizione raggiunta esclusivamente in quanto stravolgimento dell’ordinario, del reale (Doris Emilia Bragagnini). continua qui…

.

Atmosfera iperborea

.

……Stoccolma
ci sembrava un paradiso
…………………tutta sospesa
tra il cielo e l’acqua
Una pioggia…..veloce
poi subito le nuvole
divennero….leggere
….sottilissime
quasi di cristallo

Non era il cielo
……………..dei Fiamminghi
ma un azzurro fatato
trasparente
e la luce radente
del tramonto
……………..rendeva
tutto perfetto

.

(da L’unicorno, ed. Campanotto 1997)

.

* altro Qui…

.

Vera Bonaccini

29 giugno 2016 by

*

verabonaccini

.

*

L’antitesi di un sole

chissà
se ci saremo ancora
quando farà caldo

se le parole e i temporali
faranno differenza

se ci sarà una chiocciola
a ricordarsi di noi

dentro al giardino
estivo
del ciòcheèstato

o forse
saremo un’onda

capace solo
di
suicidarsi sulla scogliera

il fondo di una bottiglia
dimenticata

l’antitesi
di un
sole.
                                
                           

Un requiem per i mesi in cui fa caldo

e Maya si è dimenticata
il velo sull’ultima corsa
della 90 a Piazzale Lotto
una Domenica notte ubriaca
di fine Maggio
senza le scarpe a combattere l’asfalto

e Giano bifronte
si fa i selfie bipolari
sushi vegano con la camicia bianca
[quella nera per gli amici neonazisti]
all’ora dell’aperitivo è ancora Aprile
e fioriscono le milf e il botulino

Prometeo promette arrogante
la Conoscenza dai cartelloni elettorali
e il fuoco purificatore senza pietas
per i nemici della Patria e della Mamma
ed è già Giugno e si muore col sorriso

Poseidone sfoggia raggiante
la Bandiera Blu che si è appena tatuata
e ammicca alle turiste provocanti
allontanando i clandestini con la mano
e viene Luglio
sudando l’ansia in discoteca

Anansi racconta puttanate
alle famiglie che aspettano il traghetto
in fila come bestie sotto al sole
rabbia compatta
ripiegata ad infradito
ed ecco Agosto
ed è la vita che si ferma
pigiata stretta attorno a un ombrellone

Ma poi a Settembre ecco Kalì
spendere miliardi in manicure
la green economy – la beauty farm
e gli oli per capelli alla sirena
per sgomberare gli abusivi dall’altalena

e Maya ritrova il velo
al Parco Lambro
un pomeriggio di un mese a caso
steso su un corpo
e si allontana lentamente pedalando
fischiando un requiem
per i mesi in cui fa caldo.

                             

In un Helvetica elegante

il clima si adatta bene
alla situazione politica
attuale.

col gatto sulle gambe
leggo
parole oneste
sullo scrivere
un racconto.

a pagina 67 compare Carver;
ti dà del coglione
in un Helvetica elegante.

in Inghilterra,
questa,
è l’ora del tè.

:.             

Nessun motivo, nessun cielo e neanche il mare

che poi io di te direi lo stesso
[l’ambivalenza emotiva dell’ego-pace]
definitiva la non accettazione
dell’esistenza di anime autoimmuni
il vago tentativo di concepire
suicidi dilatati in meridiani
quando il vento scuote le foglie amaramente
tra i nostri passi di sole e suole circolari,
di carri_armati per conflitti [in]dichiarati

che poi io di te dirò lo stesso
nocche disgiunte dalle preghiere laiche
e un’ombra nera vaporizzata nelle tasche,
fiori recisi mutati in pietre a zavorrare

nessun motivo, nessun cielo e neanche il mare
a suturare con dita competenti
la ferita cieca di chi resta,
lo sciabordio insistente e senza pace
di schegge d’ossa dentro la testa.

.

…  da “ Little Town Blues ” ed Matisklo 2016 coverfronte

*

La poesia di Vera Bonaccini prende le mosse dal nuovo “Underground”, quello dei blog e dei collettivi letterari che hanno eletto il Web a proprio ecosistema. Un’esperienza importante – spesso ingiustamente ignorata dalla critica, cieca di fronte a realtà interessanti, formidabili incubatrici di talenti – dalla quale però, pur senza rinnegarla, l’autrice di “Little Town Blues” prende il volo per trovare il proprio respiro e una vena poetica estremamente personale e potente, lontana da qualsiasi etichetta o scuola di pensiero, dal ghetto della Rete come dalla “solitudine della parola” della “lirica dell’Ego” accennata da Roberto Keller Veirana nella sua nota introduttiva a questa raccolta (dalla quarta di copertina  “Little Town Blues ” ed Matisklo 2016 )…

*

Vera Bonaccini (Milano, 1977) vive e lavora in Liguria. Scrive da sempre su tutto quello che le capita a tiro: fogli, scontrini, muri, a volte anche sulle proprie mani. Fa parte del collettivo Nucleo Negazioni, col quale ha pubblicato la raccolta di racconti “Nagasaki Luna Park” (Edizioni La Gru, Padova 2013) e partecipato all’antologia poetica “I ragazzi non vogliono smettere” (Matisklo Edizioni, Mallare 2013). Suoi testi sono presenti su numerose riviste e antologie, fra cui “Guadagnare soldi dal caos” (Edizioni La Gru, Padova 2013). In poesia ha pubblicato “Le stelle sono andate tutte al cinema”, “Biologica al 97% – poesie lomografiche” e “Cartoline da un paese in dismissione” (Edizioni La Gru, 2014). È parte del collettivo letterario Bibbia d’asfalto – Poesia urbana e autostradale e redattrice della rivista digitale Bibbia d’asfalto. Per Matisklo Edizioni è curatrice della collana Vertigini, dedicata alla narrativa italiana contemporanea.

*

Antonio Devicienti

22 giugno 2016 by

 

 

COSTELLAZIONI PER IL NOSTRO OGGI

                                        

Così prende possesso la notte
delle strade parmigiane.

                                   
Attilio e Vittorio (amici d’una vita)
fanno un’ennesima passeggiata
dentro l’affetto e il ricordo dei vivi:

                                 
perché è in noi vivi la nostalgia
per i poeti
dei quali vorremmo ancora nuovi
versi, nuove
parole
per traversare la tenebra italiana
e imparare noi stessi l’arte del dire.
Nelle parole (pur consumate) cerchiamo
un pensiero
che ci riscatti e zittisca
la protervia dei lacché.

                                         
Balugina Parma nella nebbia
di novembre che
(pochi giorni al compleanno di Attilio)
si sfilaccia ai lampioni,
s’addensa negli anditi dei palazzi nobiliari,
si dissolve in umidità sui selciati,
voce si fa, voci nella strada
amicale andanza di passi
superàti soltanto da una bicicletta
staffetta partigiana
che a perdersi va
nell’intermessure dei muri alla Pilotta.

                              
“Così fu dato il segnale dell’insurrezione,
guerra partigiana
riscatto d’un popolo che pur tuttavia
nel fascismo aveva creduto.
Ricominciava la storia
e forse un’Italia nuova”.

                             
«Alle sabbie stordenti d’Algeria
giunse sentore di quanto dici
e come penosa la lontananza,
forzata assenza…..»

… continua QUI

Vincenzo Errico

17 giugno 2016 by

IL PROFUMO DELLA COSA

In dietro si torna dove casa è seconda,
pieni di fumo di camino della prima,
di legna d’ulivo che arde a oltranza
e verdura a mazzi che riempie la memoria.

Con me invece porto riserve di farmaci,
per la grande di casa,
referti di tecnici di protesi acustiche
e prescrizioni d’esame.

Per qualche ora lascio un pezzo di famiglia
che domani mi raggiungerà per l’inverno,
per più giorni invece il mio prediletto
che intimorito fa le guide a scuola.

Le bevute con le amiche di benvenuto
non prevedono ancora quelle di benpartito,
ma la rete raccoglie e non disperde
e se perde qualcosa è il profumo della cosa.

 

atro QUI

Alessandro Moscè

11 giugno 2016 by

galleria_del_Millennio

ALESSANDRO MOSCE’
UNA GALLERIA DI ARCHETIPI

 

Galleria del millennio (Raffaelli 2016) raccoglie le riflessioni e le interviste che Alessandro Moscè (nato ad Ancona 1969, vive a Fabriano) ha compiuto nel decennio 2004-2014. L’autore scrive di critica letteraria e questo impegno militante si affianca a quello di narratore e poeta. Gli scritti di Galleria del millennio sono suddivisi in tre sezioni. La prima parte racchiude testi editi, non seguendo un criterio cronologico di pubblicazione su quotidiani (“Il Corriere Adriatico, “Il Tempo”), settimanali (“L’Azione”), periodici (“Atelier”, “Poesia”, “Prospettiva”) e su siti on line di buona levatura, ma una sequenza che ripartisce gli autori trattati in critici letterari, narratori e poeti, così come per la seconda e la terza parte, con l’indicazione dell’anno delle interviste e delle recensioni, revisionate e in alcuni casi ampliate rispetto ai testi originali. La terza parte contiene recensioni inedite. Il pretesto, complessivamente, non è certo quello di stilare una graduatoria o di indicare una formula programmatica nel vasto e controverso contesto letterario di un decennio a cavallo tra due secoli. Gli incontri con alcuni maestri di via, l’impatto con voci individuali e con libri letti occasionalmente, hanno fornito ad Alessandro Moscè l’opportunità di identificare un flusso percettivo che si oppone alla persuasione delle arti audiovisive e all’egemonia di una comunicazione massiva, mediatica e asettica. La letteratura che segue, lo dice nella premessa, e sulla quale indaga da anni, è la letteratura dell’esperienza, racchiusa in un caleidoscopio di soggetti, scenari, ambienti, di atmosfere, squarci e affreschi, in uno stile che metabolizza l’umano escludendo una prassi gergale, misurata a tavolino, di stampo sperimentale. Annota: “La letteratura di oggi ci consente ancora di addentrarci nella crisi del mondo globalizzato e insieme di conoscere gli autori e il loro universo mediante la parola del reale e il senso del vero, nonché nel bisogno di fare forma e colore alle cose. Ne esce un linguaggio senz’altro non abitudinario, non consunto, che si oppone in modo netto alla notizia confezionata e ridotta in pillole (l’inflazionato short message). Letteratura e vita, dunque, secondo l’insegnamento di un riferimento insostituibile come Carlo Bo, per cui la letteratura, ad un certo punto, è stata tutta la sua vita. La sopravvivenza, fisica e morale di ciò che costituisce il fattore umano, traccia la magna quaestio del presente e del futuro odierni, comprendendo un’osservazione nello specchio della memoria affidata al sentimento del tempo”. I luoghi, il tempo, la nascita, la morte, il ricordo sono alcuni dei temi affrontati attraverso le recensioni. Pier Paolo Pasolini con la critica alla società consumistica e omologante e Paolo Volponi con l’utopia di una modernità industriale sono solo alcuni degli scrittori affrontati, ai quali vanno aggiunti i narratori di oggi: Gianni Celati con le case che crollano; Alberto Bevilacqua con i sentimenti al femminile; Claudio Piersanti con l’occhio vigile sulla coppia; Roberto Pazzi con la visionarietà ariostesca; Susanna Tamaro con la reazione al dolore. Quindi i poeti: il cristianesimo di Mario Luzi; il Montefeltro di Umberto Piersanti; il tempo straniero di Giancarlo Pontiggia. Molti, moltissimi altri autori si addensano in questo libro così vivo e ben strutturato. Menzioniamo i critici: Cesare Garboli nella sua scrittura simmetrica; Franco Cordelli nella mortificazione del romanzo; Alfonso Berardinelli nel rifiuto del fondamentalismo; Marc Augé nel mondo e nello spazio globale. Alessandro Moscè ci fa capire che gli archetipi della letteratura incarnano un’immagine completa, una concezione grandiosa dell’esistenza come l’ha programmata Dante, che faceva i conti con gesti e situazioni allegoriche. In ogni storia esiste una tensione conoscitiva e certamente l’uomo non può smettere di attraversarla proprio come in un cammino dantesco, in una durata senza un tempo cronometrico, in uno spettro ampio di soluzioni, nello specifico creative e interpretative. Conclude Moscè stesso nella prefazione: “Sono i valori totali che si ergono al di sopra del contingente a segnare le migliori intenzioni della letteratura. Non è mai una potenza fantastica e innaturale a prevalere, ma una condizione che si butta a capofitto sulle ragioni assolute che conchiudono una linea di forza”.

Marcella Ferrante

 

Pier Paolo Pasolini: l’eretico senza tempo

Non c’è un altro intellettuale italiano che abbia messo in crisi la critica novecentesca come Pier Paolo Pasolini. Narratore, poeta, critico, pamphlettista, cineasta, giornalista di costume, dotato di un esprit de finesse che non può essere schematizzato facilmente. La complessità di Pasolini può essere percepita non solo nella versatile e incessante produzione, ma anche, soprattutto nella dimensione antropologica di chi individuò per primo i cambiamenti della società italiana, stereotipata e senza più distinzioni geografiche, quindi sociali e di classe. L’omologazione culturale, a partire dagli anni Sessanta, aveva cancellato dall’orizzonte le piccole patrie “le cui luci brillano ormai nel rimpianto, memorie sempre più labili di stelle scomparse”. Pasolini scriveva sui suoi Scritti corsari (Garzanti 1975): “Tra sviluppo e progresso vi è una differenza enorme, sono due cose non soltanto diverse, ma opposte e inconciliabili. Lo sviluppo vuole la creazione, la produzione intensa, smaniosa, disperata di beni superflui, chi vuole il progresso vorrebbe la produzione di beni necessari”. Ma non basta. Pasolini è altro nella vastità del pensiero: un eretico, un corsaro scomodo. Perché al centro del dibattito viene messo sempre l’italiano, il popolo, questo Paese che vive a vari livelli economici, culturali, storici, fino a rendere la comunità qualcosa di sfuggente, senza senso civico. Oggi l’attualità di Pasolini appare impressionante per il coraggio di dire la verità senza fare sconti, con una convinzione priva di vincoli, viscerale e analiticamente contro un sistema preordinato e conforme.

 

 

 

Tahar Ben Jelloun: mescolarsi tra la gente

A Fabriano, nel maggio del 2008, Tahar Ben Jelloun, scrittore franco-marocchino, ha dichiarato a chiare note che lo scrittore deve essere pronto a mescolarsi tra la gente, a farsi comprendere, a dare impulsi per trasmettere qualcosa di illuminante, ritenendo che spesso il solo capitolo di un libro è più incisivo di una miriade di discorsi fatti dai politici e dalle istituzioni. La letteratura è un mezzo nobile per raccontare esperienze e destini. Aveva la faccia da buon diavolo, Jelloun, con gli occhi assorti e il pizzo ben curato. Una giacca rosso fuoco lo poneva, di diritto, al centro della scena. “Lo scontro non è mai tra le civiltà, ma tra le ignoranze”, ha detto lasciando seguire una pausa di silenzio. La poesia e la narrativa svelano, uniscono, per uno scrittore che esalta l’amore e la passione nonostante sappia che i libri non hanno potere, che mai lo acquisiranno. Se la letteratura non fa rivoluzioni, serve però a cambiare una mentalità. “La cultura araba è ospitale, ma dobbiamo cambiare il rapporto con il tempo e l’individuo. Va riconosciuto il singolo. E con esso, finalmente, il valore della donna, che è svilito, nonostante siamo nel terzo millennio. I libri ci aiutano a conoscere, sono un mezzo per indurre il cambiamento”. Guardando all’Occidente Jelloun ha ammonito espressamente: “Vige la dittatura del denaro, la brutalità del liberismo selvaggio che sacrifica l’essere umano in nome dell’interesse. Per non dire della disoccupazione che in Europa è il risultato di una politica disumana. Viviamo nell’era dell’indignazione dove le popolazioni insorgono ma non sono abbastanza organizzate per impedire al grande capitalismo di stritolarle”.

 

 

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano.

Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007) e Galleria del millennio (Raffaelli  2016); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008) e Hotel della notte (Aragno 2013). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. Le sue poesie sono tradotte in Romania, Spagna, Venezuela e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012) e L’età bianca (Avagliano 2016). Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è www.alessandromosce.com

 

 

Liliana Zinetti

5 giugno 2016 by

Essere cosa.

Accadde che l’immagine penetrò lo specchio.
Vi si stabilì incurante del suo patire
e degli scricchiolii, di un inutile contorcersi.
C’è una sofferenza che attiene anche agli oggetti.
Invano lo specchio tentò di cacciare
l’oscuro intruso, invano si sforzò di rimanere
intatto. Cedette, si frantumò
in minute schegge, così
lesta l’immagine scivolò via, si diresse altrove.
Ma era solamente uno specchio,
una cosa
e questa non è una poesia.

                                     
da Minime da una fine, CFR di Lucini, 2013

 

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Vito Panico

31 maggio 2016 by

foto

 

https://books.google.it/books/content?id=UxMwrgEACAAJ&printsec=frontcover&img=1&zoom=1&imgtk=AFLRE70_YqufPx4GBtQj1rrcTFvLN_XNxoN-3F65St50Czdi6t6vq1AnKf_fnk6MIC7oBjSV5BSpT-miS-uADGnXw_THyLa3OAQ6Fw3X6Detv70Q0_6DbNYqJl0ak5b9nrag-k5jAj2U

                             
Feisbuc

La tua foto su Facebook rimane.
Non ti vedo che digitalizzata in un ritratto del 20 Gennaio
i tuoi grandi occhi sono pixel sfuocati,
iride a bassa defnizione,
la copertina che ti protegge una montagna soleggiata.
Quo es?
Scorgo i tuoi sorrisi nei mi piace che dai agli amici
basta poggiarci la freccia del mouse
e so a cosa hai dedicato un click,
rubo due dei tuoi pensieri,
so per cosa ti sei digitalmente entusiasmata oggi.
Ma prima ci devo trovare il tuo nome
tra quei pollici all’insù.
Chissà di chi sei amica ora,
chissà se anche tu mi cerchi nel linguaggio HTML.
L’amicizia l’hai tolta prima cosa,
ma non potevi strapparti la faccia da dentro il mio hard disk?
Sono stato io a cancellarti,
eppure eccomi, a sniffare le tue tracce online,
a incupirmi di notte per sogni odorosi di vaniglia.
Dimmi, come si fa a rimanere amanti?
Ti prego, messaggiami, sai che non ho whatsapp,
messaggiami tradizionalmente,
almeno frizionami con un cinguettio di un paio di battute!
Avrei dovuto mettere ‘impegnato’ sin da subito,
credere al profumo reale dei tuoi capelli.
Avrei voluto essere concreto
cemento concreto
farti ridere
farti da mangiare
mangiare risate insieme.
So che ti piacciono gli edifici eco-sostenibili,
so che vorresti più soldi per i ricercatori,
che hai trascorso il weekend in montagna, due mesi fa,
giacché non ho accesso a nuove foto.
So che hai stretto contatti, stretto contatti,
come se si fa con una mano o una guancia.

Cosa hai sognato stanotte,
hai dormito il sonno dei bambini
o quello rarefatto dei grandi?
Hai bevuto solo grappa trentina negli ultimi ventotto giorni?
Scendendo dall’autobus ai piedi di quelle montagne,
hai avuto pensieri vuoti o pieni?
Hai visto fatti illuminati o foschie nei volti?
La strada era dritta o corta?
La spesa pesava più della giornata?
Soprattutto, a chi hai concesso sorrisi in carne ed ossa,
a chi hai stretto mani,
per chi si è assottigliata la tua voce?
Sei tornata indietro?
Agli amori di anni fa?
Lo hai fatto con un messaggio di testo?
Ironico o impiegatizio?
Conoscendoti so che sorriderai quasi sempre.
Queste strade attendono il tuo ritorno.
Lecce e il territorio sono a disposizione.
Ho la sensazione che queste parole non servano,
come l’acqua calda in Agosto,
non le leggerai- o forse si😉 – perché è meglio sorridere.
Oppure, più semplicemente,
potrei uscire, inalare la terra,
puntare il mandorlo giù in fondo e correre, correre.
Nei campi ci sono molti sassi oggi, vorrei evitarli,
rimanere alto sui muretti,
tra gli oleandri e i noci,
vorrei che tu vedessi lo stesso mio verde.

Oggi il cielo mi ricorda Amsterdam
nei cui ufci eri diventata mia moglie.
Questa stasi mi sta uccidendo, come fai tu?
Vorrei essere un ingegnere, vorrei vivere a Kinshasa.
Partorire.

Abbiamo quarantuno amici in comune
e nessuno di questi siamo noi due.
Profumo d’abete,
Io vedo,
ovunque tu sia.

N.B.
Gli amori che ho fallito
sono bandiere di una geografa sentimentale
con passaporti stranieri, accenti, pelli e ossa
di spessore.
Per occhi hanno nocciole,
capelli d’angelo, parrucche di iuta.
In comune hanno il sapore d’occasione mancata.
Gli amori li fallisco dopo un anno
mi squalificano per ritiro
a volte non mi presento e perdo a tavolino
vi sono svariati inviti a riprendere il gioco
ma alla fine le parti cedono per sfinimento.
Colleziono amori falliti dall’età della placenta.

                              

Mia zia e dintorni

Un lungo tornante sulla schiena
cammina
nel freddo della sua caverna
tra le foto dei suoi cari guardiani di castità,
nei giorni festivi come in quelli feriali.
L’agenda prevede cimitero martedì,
legumi il lunedì, messa la sera, orto di mattina,
panni sporchi a volontà.
Ai compleanni regala zucchero e caffè qualità oro.

È sera e secolari ceppi d’ulivo
la tengono calda se a parlare
è il vapore dei tempi trascorsi a infilare tabacco,
nuvole di memoria messe a seccare
sui telai,
eco dei figli mai stati.

Per fortuna c’è la pensione di alcune centinaia,
– dico euro non lire –
che la spending review ha voluto decurtare
e ho provato a spiegarle che anche lei doveva contribuire
e che era tutta una questione di spread
ma credo d’aver parlato invano.
Lo spread, il vino rosso, il toscanello.

Afferma d’essere stata bella,
-non lo diresti oggi-
ma, avendo perso l’attimo giusto,
intorno ai ventidue rimase singol e felice.
Oggi, insieme alle sue ossa,
custodisce il letto nuziale dei suoi padri
come un rapper custodisce le sue collane d’oro
o la nozione di una natica ritmata.

Fu lei a iniziarci al nascondino,
pane e pomodoro permettendo,
e dove ti nascondevi?
nelle corti, sulle terrazze,
nei vicoli bui odoranti di legna umida,
ma più spesso nei pensieri offesi delle persone
in quelli mai formati, nella pubertà,
dove nessuno poteva trovarti
ché non osava guardare,
ché piuttosto avrebbe contato all’infinito.

                                

Notte bianca

La furia della tv
oltre la porta sprangata
ti smette d’esistere
io di saperti mia.

Nel suono ucciso dal legno,
sancita la nuova assenza,
negli oleandri testimoni
sboccia l’ultima grazia.

Non so se è sole o luna
le tue mani o le mie
il vento dalla brezza
se le vie sterrate
o le mansuete asperità
delle serre.
In questa notte bianca
o le parole o la sordità.

 

Affittasi

Un millepiedi risale i vicoli di terra cotta
lento contro una morte facile.
Nell’orbita della ginestra
sui fori gialli
reduci da feste tempestose
api.

Ci sono sempre variazioni di blu e verde nel mare di fronte
La casa lo sa e rimane placida,
tra poco tutto passerà di mano.

                               

Madre

Mia madre è una lunga passeggiata piana
che evita gli scogli di mare
e s’insinua nelle fessure muschiose dei muretti a secco.
Spine di rosa dalla bocca
rilasciano un denso polline
di melanzana e fnocchi
che scoraggia il rancore.

Sfortuna l’attanaglia come zanzara d’Equatore
e il prurito l’abbatte
ma non si vedono bolle sulla sua pelle,
solo gocce di succo d’oliva.
Mia madre cammina per lunghi decenni
e non si ferma mai,
è il suo modo di grattarsi.

                          

He-Man

Inginocchiato sul tappeto
nelle mani giunte porto monete preziose,
basteranno per He-Man?
Scuote il capo spingendomi ancora una volta
verso la fessura d’oro del salvadanaio.

Insopportabili guaiti fuoriescono
se con la lama sfilo
il rame dall’intestino del porcellino.
E giù sei pezzi da cinquecento lire
nel mio palmo concavo.
He-Man s’avvicina.
Ora pendono mille lire dal suino di creta
sventrato, Lui-Uomo, conio e muscolo,
e le mani di nuovo giunte chiedono
‘Basteranno?’

Una notte torna a casa con He-Man in tasca,
posa le chiavi sulla credenza
e sfila il cappotto con un coltello,
poi cade sulla poltrona esausto.
Mai lavorerò in una banca,
sfilare denaro ai porcellini
è ciò che farò.

                             

Ante Facebook

A Santorini Javier mi nominò suo Sancho Panza,
insieme battemmo vulcani al gioco dei fuochi
e bevemmo l’acqua rossa delle spiagge sulfuree.

Non più vergini, le sue dame uruguaiane
mi sorrisero sempre, di notte, a pranzo,
in cima ai tramonti di Oìa
e nelle loro bocche era l’Occidente annegato dall’Egeo.

Dopo Cnosso si fece tutti ritorno ai palazzi
ma non prima di bere l’ultimo mate insieme
che fu concesso a me di preparare.

Per milioni di minuti avevo ignorato
cosa ne poteva essere stato di lui,
fnché, l’altro ieri,
Dio sia ringraziato!
non ci sono diventato amico su Facebook.

 

tratte da “Chiamata a carico”

 

Vito Panico dice di sé:

‘Chiamata a carico’, Ed. Esperidi, Dicembre 2014,  è la mia prima raccolta; ha vinto il terzo premio al Premio Internazionale ‘Alda Merini’ di Brunate 2015. Alcune poesie della raccolta sono state finaliste in altri concorsi.

Tra il 2004 e il 2012 ho vissuto in Irlanda e Inghilterra.

Da due anni insegno inglese a Latina e da alcuni mesi curo la rubrica ‘Tre pregi e un difetto’ per la rivista di poesia online Versante Ripido.

Tra i miei interessi il teatro e i racconti brevi.

Anna Maria Curci

24 maggio 2016 by

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Haiku del guado

I
Nuovi programmi:
apprendo la tristezza
non opzionale.

II
Dissoda il campo,
pazienza. Scalpitare
non ti appartiene.

III
Ripudia sempre
quella vocale bianca
falsa e sguaiata.

IV
Questa paura
che brandisce il futuro
come arma impropria.

V
Ora mi avvedo:
mai mi hai chiamato “amore”.
Questo mi è caro.

VI
La carta straccia,
già riposta in un canto,
è testimone.

VII
Ma di nascosto
nelle mie albe incontro
versi vaganti.

VIII
Ritrarsi appena
spencolarsi nel vuoto.
Tempo-reggiamo.

IX
Ogni passaggio
rimodella il ghiaietto
laggiù sul greto.

X
Punching-ball sei,
disincanto pungente,
ragione alleni.

XI
Mi aspetti adorna,
tu lingua, mia dimora,
castello in aria.

XII
A passar l’alba
con chi non si perdona
s’accresce il fiato.

XIII
Sapessi l’ora,
per tempo canterei.
Ma non è dato.

XIV
Fu così accorta
da finger distrazione
la sentinella.

XV
Senza parere,
ci fermerà qualcosa
di familiare.

XVI
Canto smarrito
saluta lo strapiombo
come un approdo.

XVII
Terra straniera
dimora universale
presso ogni sponda.

XVIII
Canto corale
tecnica d’esistenza.
Impara, studia.

XIX
Emarginato,
manifesta il desueto
luce caparbia.

XX
Mi fa approdare
l’impazienza del cuore
al disappunto.

Anna Maria Curci
(30 giugno 2015- 7 maggio 2016)

                           

altro di Anna Maria
qui

Lucia Tosi

18 maggio 2016 by

10425432_915097255242205_6352274444843857600_n

[…] penso che se fossi una sana
stupida signora perbene mai ti avrei
ri-conosciuta
si riconoscono i propri simili
quelli che dio natura o chi altro mai
ha fatti
di-versi.[…]

(da una poesia di Lucia in risposta a una mia)

                                                    

                      

versi sciatti e indigeribili

#47
e non pensavo
giuro non pensavo
quando pure t’amavo
con tutto il trasporto
che la natura mette
alle madri in corpo
che tu saresti diventata
il centro di tutto
senza fronzoli e orpelli
senza cornelia
che mostra i suoi gioielli.
vorrei tornare indietro
per ritoccare il quadro
casomai abbia mancato
di un sorriso o dell’ascolto
che niente t’abbia a turbare
che nel ricordo di me tu possa
ridere riflettere ricordare
una donna che un destino
– per tante specie assassino –
t’ha messo accanto
– per una volta gentiluomo –

 

#46
una cosa spero:
di non aver detto mai
e mai aver scritto
niente di “ispirato”
niente di poeticamente
poetico.
spero di aver scritto
spero di aver detto
cose normali
niente di volatile
e sfumato poeticamente
polisemico.
spero ancora
di essere stata
al mondo per rompere
per strappare
per mettere dita
negli occhi
per accecare
per alzare la testa
e tirare su col naso.
per imparare a stare
sola e fare finta di niente.

                            

#45
ci sono cose che non faccio più
e altre di cui non voglio più parlare
ho usato tutte le parole tutti i segni
ho cercato e creduto in quello che cercavo
trovato in parte in parte era un abbaglio
tutta la vita un sogno
dal sogno al sonno
e non faremo, non parleremo più

                       

#44
la mia è vita
che si sottrae
che si ritira
e in questo
non starci
– che mai
avrei pensato –
ho trovato
un senso
– penso –
uno dei tanti
– niente di che –
una specie
di pertugio
di anfratto
da cui spiare
l’infinito

altri versi sciatti e indigeribili

 

 

 

10/04/2016 
la domenica è in questo guardare
è nel perdere tempo
nella gioia sottile
del vuoto delle ore
è il fuori dai vetri
che mi sfugge ogni giorno
la terra smossa nei vasi di fiori
spiarne curiosa la crescita stenta
non cala il tenore del mio stare
al mondo che continua a girare
sono solo più attenta
alle cose da niente
che quelle importanti mi azzanneranno
comunque e dovunque
tutto il tempo dell’anno

altra  “poesia si fa per dire 

                      

tanka d’aprile
il relativo
in cui impari a vivere
t’insegna tutto
a goderti il giorno
a immaginar la notte
                     

Altri tanka

 

02/01/2016 
La Crusca nella tazza mi sobilla
perch’io diffonda quest’endecasillabo:
– Così ti metti l’anima in pace:
“Non ti curar di lor, ma guarda, e taci” –

                                   
Altri “endecasillabi rimasti” 
                                      

e se volete immergervi nell’intelligenza, nello spirito, nella poesia… fatelo qui

Francesca Del Moro

13 maggio 2016 by

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GLI_OBBEDIENTI_cover

 

 

XXII

Eccole le camicie bianche
giovani rampanti twitteggianti
bicoz ol de uorld lav Itali iu nou
ui ev de rinascimento en de pizza
bat ostriche a cena coi potenti
e poi risate e parole strafottenti
verso la gigantesca e ondosa
massa indistinta degli schiavi
cornuti mazziati e contenti.

 

 

XXV

Ce l’hai fatta per fortuna
ad augurargli la buona notte,
gli hai rimboccato le coperte
e poi hai spento la luce.
“Per te sarà tutto diverso”
gli hai sussurrato prima di andare
come diceva sempre tuo padre.

               

                             

XXX

Al concerto
uno si è messo nudo,
così, per fare il figo.
La gente lo guardava storto,
poi è arrivata la polizia
ma quello stronzo
non si rivestiva.
Anzi rideva
e li prendeva per il culo,
con quell’uccello
penzoloni all’aria.
Ma ecco che i tutori della legge
lo sbattono per terra
e con un paio di scariche elettriche
lo fanno smettere di ridere.
La scena tu non la vedevi bene
su Repubblica Tv perché ti distraeva
il tondino sempre in movimento
che copriva le vergogne del signore.
Ma ancor più ti divertiva
e ti faceva troppo ridere
lo spot della crema rassodante
con cui il video di denuncia
iniziava e finiva.

                                 


LXXXI

LXXXI

È sera
spegnete tutto, tirate
un sospiro di sollievo,
prendete le vostre cose,
date un rapido pensiero
al cielo che si rompe
e arrossa dietro il vetro.
                   

                                       

XC

Il bianco ha già invaso
tutti gli occhi e tu vedi
solo cose ormai vecchie
come le stelle spente.
Non vi scontrate, ché i passi
sono gli stessi di sempre.

  

Francesca Del Moro è scrittrice, traduttrice, editor, performer e organizzatrice di eventi legati alla poesia. È nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. È laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza dellaTraduzione. Ha pubblicato le raccolte di poesia Fuori Tempo (Giraldi, 2005), Non a sua immagine (Giraldi, 2007), Quella che resta (Giraldi, 2008), Gabbiani Ipotetici (Cicorivolta, 2013) e Le conseguenze della musica (Cicorivolta, 2014). Nel 2014 LaRecherche.it in collaborazione con la rubrica Poesia Condivisa nel portale Poesia 2.0 le ha dedicato l’e-book antologico Interni, notte. Ha curato e tradotto numerosi volumi di saggistica e narrativa ed è autrice di una traduzione isometrica delle Fleurs du Mal di Baudelaire, pubblicata da Le Cáriti nel 2010. Ha contribuito come poeta, traduttrice e performer ai cataloghi, alle opere di videoarte e alle performance di presentazione delle mostre collettive di arte contemporanea Scorporo (2011), Into the Darkness (2012) e Look at Me! (2013), tutte curate da A. M. Soldini. Propone performance di musica e poesia insieme alle Memorie dal SottoSuono, con cui ha inciso due brani inclusi nelle compilation Leitmotiv 13 (2013) e Leitmotiv 14 (2014), prodotte da Fuzz Studio, e ha partecipato alla realizzazione del primo album omonimo, uscito nel marzo del 2016. Nel 2013 ha pubblicato la biografia della rock band Placebo La rosa e la corda. Placebo 20 Years, edita da Sound and Vision. Dal 2007 organizza eventi in collaborazione con varie realtà bolognesi e fa parte del comitato organizzativo del festival multidisciplinare Bologna in Lettere. Cura la rubrica “Poemata.Versi Contemporanei” per la rivista ILLUSTRATI edita da Logos.

Elia Belculfinè

7 maggio 2016 by
                             
                                   
Serial Killer
                      
                              
un uomo mi ha spogliato e mi ha
cavato gli occhi
sono preoccupato perché ora saprà che erano gli occhi
di un altro… uno dei paia che tengo nel comodino
per non sciupare i miei.
sono una specie di maniaco.
un uomo mi ha rubato un paio di occhi
al caffè grande sull’appia
domenica 6 marzo 2016 ore 23 43
un giorno strappato a una pentatonica in la. Il tizio
un pederasta di certo dal modo in cui tiene il microfono
buon padre di famiglia, magari allergico ai semi di
girasole_
ci fa giocare al karaoke mentre sfilano le nuvole
là fuori sopra ai campi dei peschi
come su una passerella_
là fuori, una volta ci sono stato_ tu puoi dire lo stesso?
come farò senza i miei occhi?
mi toccherà andare là fuori di nuovo!
e stasera ho voglia soltanto di essere qui, qui dentro, con la pancia
piena e le orecchie sintonizzate sulla fine del mondo.
30 mila persone cantano i giardini di marzo
di lucio battisti
ora in questa stanza bianca lunga 20 kilometri e altri 20 di distanza
dal mediterraneo_
e un ragazzo in carrozzina chiede a me_ ma non
sa che lo chiede a me_
Il senso di una vita avventata_
non so risponderti_ ma mi piacciono
i tuoi occhi_ ti va di fumare una sigaretta
con me – lì – fuori?
*
31mila persone che cantano
e alla fine anche io canto_ continuai a camminare
lasciandoti attrice di ieri _al nord, lì da dove vengo, si portano colori
vivi.__e un angelo si bagna le labbra
nella sambuca_
e la sedia di vimini cigola_ ho messo su peso_
e le persone continuano a cantare, 30.00o di loro qui dentro_
identici uguali a me e a te.
non ho mai visto un luogo più deserto sulla terra
…ho abitato in caserme… terzi piani… camposanti…
chiuso in questo margine di buio strillante_
brillante. un brillante strillante_
Altro qui

Giovanni Catalano

2 maggio 2016 by

.

Notizia

Oggi si muore di tutto.

Non toccarti gli occhi.
Siamo per metà di qua,
metà di là.

Non ci sono numeri,
senti negli occhi la febbre.
Fai conto che io lo scriva
e poi chiuda la busta.

A quanto si legge
ti addormenti in un giorno,
ti svegli in un altro.

Ogni giorno si muore
di qualcosa.

:

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:

Romeo Raja

27 aprile 2016 by

.

Piogge sparse e possibilità di neve al nord.

 

Tre parole, dite tre parole nuove

a questa gente del cazzo che ne conosce venti

venti con il resto

e dentro tutto quanto, raccontato

con solo venti squallide parole

logore e sbiadite  come queste facce

che guardi  senza capire

se ridono se piangono

se mentono o se bevono.

Tre parole e poi ancora tre per levarsi di torno

le robe le cose i così e le rose

d’estate le more

d’inverno la neve non vado a votare

e colpa dei negri la puttana fa male

“ buon Natale ”

 

( tre parole nuove )

 

– che tempaccio!

– s’immagini terra, e poi di avere sete.

.

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