Francesca Moro

26 maggio 2015 by

 

 

Le crepe ai muri

fiori di malva nascondono
…………………….la vergogna
ma non basta

in assenza di dignità rubata
anche l’orgoglio vacilla
e tace
il povero senza più voce
…………..
……………non è tempo
……………di una Bastiglia
……………neppure un Che

speranza
solo nei vocabolari
e nel lessico di
poeti visionari

 

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Abele Longo

22 maggio 2015 by

Bad Dream

Sophia ha fatto un brutto sogno
Almeno così dice
mentre la porto nel nostro letto

E penso – la sento che mi spinge
con i piedi contro il bordo –
ai letti degli avi che ritagliano
un angolo d’intimità
per non svegliare i bambini

E li vedo – insonne –
salpare in un’estate di zanzare
zattere d’anime
sovraccariche d’amore

 

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Antonella Pizzo

18 maggio 2015 by

 

 

 

Siamo davvero cosa di stelle?
Polverizzate stelle di cose sbriciolate
gravide di sale d’oceani disseccati
pioggia di marte che soffoca
negli anfratti la disperanza
nei tunnel le navi preparate e noi
imbraco e laccio
di lacrime dense di novellose storie
chi lascia le ossa chi i natali
oh morir d’amor d’amor morire
dormire e poi lasciarsi andare
oh la pula di farro e il raccolto
nell’elastico del tempo a catapulta
oh la pula, la loppa, le scorie
il perso e il ritrovato
nel vento il perturbante

 

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Elia Belculfinè

14 maggio 2015 by

Alchìmia Alchermès

 

I
Un epistolario                                      di Melville
Ritrovato in una basilica benedettina.
Svolgevo i miei studi
sulla relazione fra
il tempo meccanico e lo spazio
Lessi di un seguito al suo Moby Dick – perduto –
Le conservo gelosamente, fino ad ora
non ne avevo fatto parola.

Una bozza-
La balena ______catturata__in fine.
“a me le ossa, a me
il grasso”
Non volli credervi. Bruciai tutti i miei testi raccolti in anni di sete errabonda. L’attesa è solo un attimo prima di essere felici, non
esiste altro motivo
che giustifichi un ristagno sotto i cieli verdi – e le parole sono gli specchi _traversati da Alice, confluiti in questo tropo insulso: il trattenersi,
l’essere nudi contro la didattica delle

fo_r_m_e.

*Non sono uomo ma posso umanizzarmi.
Non sono pazzo ma per cinque minuti al
giorno indosso le vesti di giullare
senza il permesso della contea, studi che mi
comprovino i sonagli.

Né le mie vene hanno il sangue blu degli schiavi
bambini. _________ Ma riportami i fulcri della grande luce.

II
Ho avuto molti amanti
Alcuni di loro dai capelli azzurri di Pierrot
Altri tentarono
Di vedere la mia bellezza, li maledissi per sempre, ma nelle notti
                                                                                           senza lume
evoco ogni amore irragionevole,
Attraverso i mari dell’indifferenza,
e mi inabisso
nel mio mietuto igneo che è il cibo dei poeti
E dei trovatori.

III
Osservo la sua danza, mia sorella la notte,
stelle guizzo d’acciughe fra le varie modulazioni della frequenza pensiero
Non sono mai uscito
Dal centro di igiene mentale.
Il piccolo chiostro
Su cui gli infermieri spalancano le finestre
Piene di impronte digitali
Tutte uguali.

IV

Né oggi né per quello che chiami domani,
io benderò la supernova rossa del mio respiro, lo stesso vale per il tuo. Ma lasciate che sia
                         come uno scricciolo fra
Gli arcolai del
rovo, lasciate che dall’alto
del mio albero io canti il mio
poema di gioia.

– Picchiettio di piedi scalzi. Crepitio di fanali –
E ancora
                                     mi duole che _in questo
abito di seta io tanto cocciutamente sia
                                             corsa dietro a cento
                                                  cappelli rubati dal vento,

a tale amore __daltonico. Fischiante.
Quale ingenua, e dici
vantarmene – l’ insidia incessante __delle
mie __povere __carte.

Quante stelle in una chela
di granchio!

 

 

il blog di Elia

Eunice Odio

11 maggio 2015 by

Senza titolo-1

 
EUNICE ODIO – “COME LE ROSE DISORDINANDO L’ARIA” (Passigli 2015) – a cura di Tomaso Pieragnolo e Rosa Gallitelli.

“Intendo che il compito del poeta è quasi contrario a chi cerca esclusivamente se stesso. Il poeta va cercando Dio e solo lo incontra nel profondo di tutti gli uomini. E solo è poeta quando conosce ciò che è nell’animo di tutti gli uomini possibili; e lo conosce solo quando li ama immensamente e appassionatamente. Se mi dicessero di scegliere tra l’ appartenere ai poderosi della terra e l’appartenere a quelli che possono dar vita a una nuova parola, non vacillerei nemmeno un momento. E se mi dicessero che mi danno una grande poesia in cambio della miseria, ma solo una grande poesia, scelgo quest’ultima, benché sia solo una. Così è stato da quando ho capito che la poesia non era per me solo una propensione, ma un destino implacabile. Non c’è cosa che non darei per la Bellezza, che a sua volta è una forma di Dio; la più vicina alla Sua Natura.” (Eunice Odio).

Dalla quarta di copertina.

Questo volume raccoglie la più ampia selezione di poesie fino ad oggi presentata in Italia di una protagonista della poesia ispanoamericana del Novecento, Eunice Odio, nata a San José di Costa Rica nel 1919 e morta a Città del Messico nel 1974. Giornalista culturale (e non solo), critico d’arte, traduttrice (insegnò anche inglese e francese), la sua opera letteraria fu molto ammirata già in vita, anche da scrittori come Octavio Paz; ebbe però molti nemici, a causa soprattutto della sua fortissima vis polemica, e in particolare negli ultimi anni, ormai cittadina messicana, si trovò contro l’intera classe degli intellettuali della sinistra di quel paese che le rimproveravano la sua posizione molto critica nei confronti di Fidel Castro. La poesia di Eunice Odio è stata oggetto di una grande riscoperta negli ultimi anni; una poesia che certamente si avvicina alle esperienze del surrealismo, introdotto in America Latina in particolare dal poeta cileno Vicente Huidobro (e che peraltro arrivò a influenzare anche il giovane Pablo Neruda), ma che qui non vuole mai allontanarsi da una radice profondamente concreta, fisica, corporea. C’è chi ha parlato, a proposito per esempio della sua raccolta del 1948 Gli elementi terrestri, di “materialismo mistico” (Loreina Santos Silva): un esito questo peraltro a cui non fu immune neppure la grande poesia spagnola dall’altra parte dell’Oceano, e basti pensare a uno dei capolavori dell’ultima stagione di Juan Ramón Jiménez, Animale di fondo, pubblicata soltanto un anno più tardi, nel 1949. Ma l’originalità dell’opera poetica di questa scrittrice appare oggi ancora più netta ed è un tutt’uno con il suo spirito indomito e indipendente. Come scrivono nella prefazione al volume Tomaso Pieragnolo e Rosa Gallitelli, i poeti che hanno scelto e tradotto le poesie che compaiono in questa antologia (e che già anni fa erano stati i primi a proporre in Italia testi dell’autrice centroamericana), “per capire ancora più a fondo la poesia di Eunice Odio è necessario comprendere la solitudine che sempre accompagnò la sua vita, un senso di perdita costante che la portava a celebrare con lucidità profonda ogni aspetto dell’esistenza come ricerca estenuante dell’amore totale e terreno, come dono naturale ed unico consegnato interamente in ogni gesto e parola”.

Senza titolo-2

LETTERA A UNO CHE NON VISSE COME VOLEVA

Fratello, amico mio,
è per te questa carta che si è fatta aspettare
come i germogli del petto nell’estate.
Ti scrivo che ho pensato molto a te
e ti vedo adesso con il tuo collo inchiodato
che fugge dal torace e dalle mani:
con questo tuo modo di tenere gli zigomi
fuori di te,
più lontano dalla tua pelle che dal tuo nome.
Come credo ti dissi, giungerò d’improvviso
un giorno in cui nessuno viaggia,
un giorno ineguale che accorrerà ai miei occhi
quando io lo chiamo
e si sfilaccerà nel mio profilo
cresciuto di grappoli e di greggi.

Però adesso, precisamente adesso,
che ho di fronte una madre di Picasso
della epoca azzurra,
una madre inondata dei suoi materni echi
e dei suoi stessi verbi circondata,
dalle cui labbra sbocca un bimbo
intermittente e minimo,
precisamente adesso – dico –
mi viene la tua casa nel ricordo
e so, dall’odore e dalla passione e dal tatto,
che cosa mi dirai quando ritorni:
del colpo nella quiete del bambino
e del grembiule con iniziali,
all’ordine del giorno negli accordi familiari.

«Povero piccolo, cascò dall’arancio
la scorsa settimana, tutto intero cascò,
e non gli rimase altro
che una parte minima di labbro,
per piangere a dirotto per le ginocchia
e il vestito e la caduta.»
E la ragazza altissima con palpebre d’uva,
dove discorrono nella sera le rondini,
e la zia con pettinini nella chioma odorosa
e le braccia dolcissime.

E il pane in controluce di velluto
sui declivi dentro cesti abbagliati,
il pane udito sempre,
nella forma mutevole di braccia,
il molle pane
fratello primogenito del grano,
il cui fianco si ruppe in pianura.
Il pane, fratello,
il pane,
pane della tua casa
e della mia
e del fratello eterno che ci segue.
Il pane che giustifica la mitezza in pace,
quello che ci fa guardare verso l’alto la terra,
quello del lievito che trascorre in un abbraccio.
Il pane dell’uomo che riposa
col mio collo nella sua anima
ed il mio ventre in suo figlio;
il tuo,
il mio,
quello di tutti.
È per lui che,
quando nelle vendemmie imbrunisce,
tutti domandano se arrivò alla bocca,
o se è il suo odore di abituato albore
che ritorna alla bocca,
che prima del pane incarna
ed è il verbo e la voce di colomba.

Ti ho raccontato del pane,
fratello,
e della casa
dove il lievito cresce nella notte
e lo si sente sollevare
l’edificio del sangue;
dove il lievito
organizza il silenzio che lo abita,
aggruppa l’aria
e fonda l’acqua che lo fanno
profonda materia radunata e pura.

Ho poco ormai da raccontarti,
se non fosse che per svelarti tutto questo
ho lasciato momentaneamente tra le mie cose:
libri, quadri, vesti,
il mio cuore in un ramo,
e sono adesso così vicina alla sua assenza
che quasi ne ignoro la causa;
tanto assoggettata a lui che devo già tornare,
senza attardarmi,
per aiutarlo a realizzare il suo compito
di palpitare a tempo e di bastarmi.

CARTA A UNO QUE NO VIVIÓ COMO QUISO

Hermano, amigo mío,
para ti esta carta que se hace esperar
como los renuevos del pecho en verano.
Te cuento que he pensado mucho en ti
y te veo ahora con tu cuello enclavado
huyéndole al torso y a las manos:
con esa tu manera de tener los pómulos
fuera de ti,
más lejos de tu piel que de tu nombre.
Como creo que te dije, voy a llegar de pronto
un día en que no viaje nadie,
un día desigual que acudirá a mis ojos
cuando yo lo llame
y desfilará por mi perfil
crecido de racimos y rebaños.

Pero ahora, precisamente ahora,
teniendo frente a mí una madre de Picasso
de la época azul,
una madre inundada de sus maternos ecos
y de sus propios verbos circundada,
por cuyos labios desemboca un niño
entrecortado y mínimo,
precisamente ahora – digo –
me aviene tu casa al recuerdo
y sé, por el olor y la pasión y el tacto,
lo que me va a decir cuando regrese:
lo del palote en la quietud del niño
y lo del delantal con iniciales,
a la orden del día en los acuerdos familiares.

«Pobre pequeño, se cayó del naranjo
la semana pasada, todo entero cayó,
y no le quedó arriba
más que una parte mínima de labio,
para llorar muy alto por la rodilla
y el vestido y la caída.»
Y la muchacha altísima con párpados de uva,
donde discurren por la tarde las golondrinas,
y la tía con peinetas en el pelo oloroso
y los brazos dulcísimos.

Y el pan a contraluz de terciopelo
a cuestas en los cestos deslumbrados,
el pan oído siempre,
en la forma mudable de los brazos,
el tierno pan
hermano primogénito del trigo,
cuya cadera se quebró en el llano.
El pan, hermano,
el pan,
pan de tu casa
y de la mía
y del hermano eterno que nos sigue.
El pan que justifica la blandura en paz,
el que hace que miremos para arriba la tierra,
el de la levadura trascurrida en un abrazo.
El pan del hombre que reposa
con mi cuello en su alma
y con mi vientre en su hijo;
el tuyo,
el mío,
el de todos.
Por el que,
cuando en las vendimias anochece,
todos preguntan si llegó a la boca,
o si es su olor de acostumbrada albura
que regresa a la boca,
que antes que el pan encarna
y es el verbo y la voz de la paloma.

Te he hablado del pan,
hermano,
y de tu casa
en que la levadura crece por la noche
y se la siente levantando
el edificio de la sangre;
en que la levadura
organiza el silencio que la habita,
agrupa el aire
y funda el agua que la hagan
honda materia congregada y pura.

Poco tengo ya que decirte,
si no es que para hablarte de todo esto
he dejado momentáneamente entre mis cosas:
libros, cuadros, trajes,
mi corazón en rama,
y estoy ahora tan cerca de su ausencia
que hasta ignoro su causa;
tan por debajo de él que he de regresar ya,
sin tardarme,
para ayudarle a realizar su oficio
de palpitar a tiempo y alcanzarme.

 

TOMASO PIERAGNOLO
Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da vent’anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli di Firenze ha pubblicato il suo ultimo libro, il poema “nuovomondo”, finalista al Premio Palmi, Metauro, Minturnae, rosa finale del Premio Marazza e vincitore del Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue precedenti pubblicazioni: “Il silenzio del cuore” (1985), “La lunga notte” (1987, Premio Giovani Città di Palermo), “Lettere lungo la strada” (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano), “L’oceano e altri giorni” (2005, finalista ai Premi Libero de Libero, Guido Gozzano e Ultima Frontiera e vincitore del Premio Minturnae Giovani). Una sua selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (“Poesía escogida”, 2009). La sua attività di traduttore di poesia latinoamericana si svolge in collaborazione con la rivista Sagarana, nella quale dal 2007 propone principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, mai tradotti in Italia, e con alcune case editrici, che hanno pubblicato le sue traduzioni di Eunice Odio (“Questo è il bosco e altre poesie”, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Camaiore per la traduzione) e di Laureano Albán, (“Gli infimi crepuscoli”, Via del Vento 2010 e “Poesie imperdonabili”, Passigli 2011, finalista Premio Internazionale Camaiore, rosa finale Premio Marazza per la traduzione). Ha pubblicato per La Recherche due ebook di traduzioni di autori ispanoamericani, “Nell’imminenza del giorno” (2013) e “Ad ora incerta” (2014).

William Ernest Henley

7 maggio 2015 by

 

 poesie inedite di William Ernest Henley
(poeta vittoriano mai tradotto in Italia).
Tradotte da Emilio Capaccio

 

Discharged

Carry me out
Into the wind and the sunshine,
Into the beautiful world.

O, the wonder, the spell of the streets!
The stature and strength of the horses,
The rustle and echo of footfalls,
The flat roar and rattle of wheels!
A swift tram floats huge on us…
It’s a dream?
The smell of the mud in my nostrils
Blows brave – like a breath of the sea!

As of old,
Ambulant, undulant drapery,
Vaguely and strangely provocative,
Fluttersd and beckons. O, yonder –
Is it? – the gleam of a stocking!
Sudden, a spire
Wedged in the mist! O, the houses,
The long lines of lofty, grey houses,
Cross-hatched with shadow and light!
These are the streets …
Each is an avenue leading
Whither I will!

Free …!
Dizzy, hysterical, faint,
I sit, and the carriage rolls on with me
Into the wonderful world.
Dimesso

Portami fuori
nel vento e nella luce del sole,
nel bel mondo.

O, le mirabilia, l’incanto delle strade!
La statura e la vigoria dei cavalli,
il fruscio e l’eco dei passi,
lo scroscio piano e battente delle ruote!
Un celere tranvai flotta enorme su di noi …
è un sogno?
L’odore di fango scuote intrepido
le mie narici — come un alito di mare!

Come di vecchio,
ambulante, ondulante drappeggio,
vagamente e stranamente provocante,
sfarfalla e fa cenni. O laggiù —
Cos’è? Lo scintillio di una calza!

D’improvviso una guglia
incastonata nella nebbia! O, le case!
Una lunga linea di alte, grigie case,
tramate al crocevia con ombra e luce!
Ci sono le strade …
ognuna un viale che conduce
dove voglio!

Libero …!
confuso, isterico, debilitato,
siedo, e la carrozza sotto di me rolla
nel meraviglioso mondo.
Nocturn

At the barren heart of midnight,
when the shadow shuts and opens
as the loud flames pulse and flutter,
I can hear a cistern leaking.

Dripping, dropping, in a rhythm,
rough, unequal, half-melodious,
like the measures aped from nature
in the infancy of music;

Like the buzzing of an insect,
still, irrational, persistent …
I must listen, listen, listen
in a passion of attention;

till it taps upon my heartstrings,
and my very life goes dripping,
dropping, dripping, drip-drip-dropping,
in the drip-drop of the cistern.
Notturno

Dal cuore sterile di mezzanotte,
quando l’ombra si chiude e si schiude
come alte fiamme che pulsano e sfarfallano,
io posso sentire una cisterna che goccia.

Gocciolando, sgocciolando, in un ritmo
grezzo, diseguale, mezzo-melodioso,
come le misure imitate dalla natura
nell’infanzia di musica;

come il fruscio di un insetto,
ancora irrazionale, persistente …
Io devo ascoltare, ascoltare, ascoltare,
in una passione di attenzione;

finché si scuotono le corde del mio cuore,
e la mia vera vita va gocciolando,
gocciolando, sgocciolando, goccia a goccia, gocciolando
nel goccia dopo goccia della cisterna.

Anterotics

Laughs the happy April morn
thro’ my grimy, little window,
and a shaft of sunshine pushes
thro’ the shadows in the square.

Dogs are tracing thro’ the grass,
crows are cawing round the chimneys,
in and out among the washing
goes the West at hide-and-seek.

Loud and cheerful clangs the bell.
Here the nurses troop to breakfast.
Handsome, ugly, all are women …
O, the Spring – the Spring – the Spring!
Antierotico

Ride il mattino del felice Aprile
attraverso la mia piccola, nera finestra
e un dardo di luce disperde
le ombre nella piazza.

I cani si rincorrono nell’erba,
i corvi gracchiano intorno ai camini,
dietro e avanti il bucato
l’Ovest giocherella a nascondino.

Forte e allegra tintinna la campana.
Ecco le balie s’adunano a colazione.
Belle, brutte, tutte son donne …
O, Primavera – Primavera – Primavera!

 

 

Le poesie sono tratte dalla raccolta:

In Hospital [1903]
di William Ernest Henley [1849-1903]

Traduzione di Emilio Capaccio

(*) Le poesie tradotte sono inedite in Italia.

William Ernest Henley nacque il 23 agosto del 1849 a Gloucester, nella contea di Gloucestershire, a sud ovest dell’Inghilterra. Era il maggiore dei sei figli di William Henley, libraio e cartolaio, e Mary Morgan, discendente del poeta e critico letterario Joseph Warton (1722-1800). Il padre morì in povertà nel 1868, lasciando la moglie e i giovani figli sommersi dai debiti.
Nel 1861, appena dodicenne, gli fu diagnosticato il morbo di Pott, una grave forma di tubercolosi ossea che gli causò l’amputazione della parte inferiore della gamba sinistra, all’età di venticinque anni.
Dal 1861 al 1867, Henley frequentò la Crypt Grammar School di Gloucester dove grazie al suo maestro, il poeta Thomas Edward Brown (1830-1897), apprese ad amare la letteratura e la poesia, leggendo testi che Brown gli prestava, esercitando una notevole influenza sulla personalità del giovane Henley.
Nel 1867, superò brillantemente l’esame di ammissione all’università di Oxford, ma a causa delle scarse risorse finanziarie e della sua cagionevole salute dovette abbandonare l’idea di continuare gli studi e si trasferì a Londra per lavorare come freelance.
Nel 1873 anche la gamba destra fu colpita dalla tubercolosi ossea con la seria minaccia di amputazione, ma Henley rifiutò di ricorrere nuovamente all’amputazione e si affidò alla terapia sperimentale antisettica del dottor Joseph Lister (1827-1912), mediante utilizzo di acido fenico, acconsentendo di ricoverarsi presso il Royal Infirmary di Edimburgo, in Scozia, dove rimase per ben due anni, fino al 1875. La terapia del dottor Lister ebbe buon esito e gli permise di vivere fino alla fine dei suoi giorni, mantenendo intatta l’altra gamba.
In questo periodo iniziò a scrivere le sue prime poesie, alcune delle quali apparvero sul Cornhill Magazine, diretto dal critico letterario Leslie Stephen (1832-1904) che successivamente saranno riunite nella raccolta intitolata: In Hospital, pubblicata nel 1903.
Nel gennaio del 1875, in occasione di una visita al Royal Infirmery, Leslie Stephen, accompagnato dal giovane scozzese Robert Louis Stevenson (1850-1894), fece conoscere quest’ultimo a Henley.
Sarà l’inizio di una lunga amicizia tra i due che durerà anche quando Stevenson decise di imbarcarsi per l’America, nel 1887.
Si narra che Stevenson si sia ispirato alla figura di Henley, a causa della caratteristica fisica di avere una gamba amputata fino sotto il ginocchio, per ideare il personaggio del pirata Long John Silver nel romanzo L’Isola del Tesoro, pubblicato nel 1883.
Durante questo lungo periodo di ospedalizzazione, Henley conobbe Anna Boyle, sorella più giovane di un degente del Royal Infirmery, che sposerà nel 1878 e dalla cui unione nascerà Margaret Emma, la loro unica figlia, deceduta all’età di sei anni per una meningite cerebrale.
A questo periodo risale anche la sua poesia più celebre: Invictus , dedicata a Robert Thomas Hamilton-Bruce (1846-1899), un commerciante di farina originario di Edimburgo e mecenate letterario, e menzionata nell’omonimo film del 2009, diretto da Clint Eastwood, ambientato in Sudafrica dopo l’abolizione dell’apartheid e l’insediamento di Nelson Mandela, il quale era solito leggere i versi della poesia per darsi coraggio e non abbandonare la speranza nei momenti più bui della prigionia.

______________

[1] Originariamente la poesia, inclusa nella sezione Echoes of Life and Death, della raccolta A Book of Verse, del 1888, si intitolava semplicemente To R.T.H.B. Dopo la morte di Henley, Arthur Quiller-Couch, un editore de: The Oxford Book of English Verse (una voluminosa antologia della poesia inglese) le diede il titolo: Invictus, quando incluse la stessa nella citata antologia.

Henley scrisse molte raccolte poetiche tra le quali: A Book of Verses (1888), The Song of the Sword and Other Verses (1892), Verses and Songs in Time of War (1900), Hawthorn and Lavender (1901).
La sua poesia attinge in larga misura dalla sua esperienza nei vari ospedali, presso i quali fu costretto a rinchiudersi per curarsi dalla malattia nel corso della sua vita, e si caratterizza per una esuberanza del linguaggio e per un rigido realismo che non furono accolti con favore da molti critici dell’epoca, ma resta una poesia viva e visiva, apparentemente distaccata delle tematiche vittoriane, scandita molto spesso da un ritmo dettato dal monologo interiore che riporta all’habitat di una dimensione estremamente intima, mettendo in luce quelle forze vitali, quelle pulsioni dell’uomo, che devono tendere costantemente verso un riscatto da un destino cupo e avverso, dalla sofferenza e dalla continua malattia.
Henley fu anche un valido editore che seppe riunire intorno a se nomi eccellenti della letteratura dell’epoca, come: Thomas Hardy, Joseph Conrad, Rudyard Kipling, oltre che Stevenson.
Morì l’11 luglio del 1903, all’età di cinquantatré anni, nella sua casa di Woking, nell’ovest della contea del Surrey, in seguito a una caduta da un vagone ferroviario procuratasi l’anno precedente, che risvegliò la sua tubercolosi latente.
Fu seppellito nel sagrato di Cockayne Hatley, un piccolo villaggio nel Bedfordshire accanto alla tomba di sua figlia.

E.C.

Anna Maria Curci

2 maggio 2015 by

Nuove nomenclature e altre poesie – L’arcolaio, 2015

Anna Maria Curci pubblica poco e raramente, ma traduce spesso dal tedesco ed è attivissima sul piano della promozione letteraria. La partecipazione con singole poesie ad antologie di carattere etico e di denuncia la collocano fra quei poeti che non riescono ad adattarsi a questi tempi volgari, nefasti, immorali, dove vige l’imperativo immorale , come anticipato da Hobbes, homo homini lupus. Politica e cronache sono quasi indistinguibili perché compartecipi di un disegno di egotismo e di sopraffazione: la gente perbene non sa a chi rivolgersi, le solitudini scoppiano come angurie marce, il male vortica e confonde, la discriminazione fra bene  e il suo contrario manca di linea di demarcazione, al grido supplice risponde il silenzio dell’infinito.

Ma Anna Maria Curci artiglia nella sua poesia coltissima un presente terraneo e brutale che violenta pensieri e creature; la sua denuncia non ha risposte né illusorie consolazioni misticheggianti, figliastre di religioni e filosofie. Il suo sguardo coglie l’orribile nascosto sotto una bella apparenza, non è ingannata da una bellezza contaminata, siliconata, da manichino.

Il titolo stesso, Nuove nomenclature, rivela che, se nomen omen, allora occorre chiamare le cose, gli eventi, con nuovi nomi, oppure ripristinare il significato in cui questi tempi li hanno mercificati.

Dunque ci troviamo davanti a un doppio percorso di lettura, e, tuttavia, qualunque percorso si scelga, il senso non cambia.

I versi scarni nel metro e non nel senso denunciano che non resta molto da dire, l’invalida è totale, la bocca fatica a trarre sillabe ben accostate per una nuova parola; si ricorda ora lucidamente l’odore dei garretti recisi nella cella frigorifera del mattatoio del Testaccio, che ha “visto da bambina, funzionante”. È un odore pervasivo, non frutto di lavoro, ma di macelleria umana che resta appiccicato alla pelle perché pulviscolo aereo che contamina il respiro. Nei marasmi quotidiani non si coglie uno spiraglio di verità, un tentativo di carezza, un luccichio di bellezza: “Volano stracci intorno./ I veri hanno colori / da tuta mimetica, / inodore è il tanfo./…    …”.  Gioca raramente con la retorica la Curci  e questo ossimoro rischia di sfuggirci: tanfo/ inodore.

Già siamo talmente assuefatti che anche i sensi ci ingannano, sono diventati ottusi, penosamente imbelli: “E la sibilla libica rinnova/ torcicollo aggraziato: di massacro / in massacro volge lo sguardo a Onna.”  Da Misurata, terra sotto sequestro dai massacratori dell’Isis al Paesino, Onna, distrutto dal terremoto e mai più ricostruito.   Anche di lei si fa dire che ha “la testa in riserva”. Abbattuto un muro , l’uomo ha trovato il pretesto per erigerne tanti, pare che mettano ordine e intanto soffocano gli intrappolati.

L’opera, che ha una sua continuità di senso, è ripartita in “Nuove nomenclature”, in “Staffetta” e altre ripartizioni di cui diremo poi.

                                  

Indubbiamente “Staffetta”, parte corposa del libro, forse ancora più visionaria della prima, ma non simbolica né onirica, pur essendo scritta con un dettato meno aspro e mostrando in filigrana un io che fatica a farsi imago: “…/ Non mi distoglie scherno/ e quel pallore mio già m’innamora/ l’idillio di natura non ristora/ chi sceglie l’auto-inferno.”

La scelta dell’auto –inferno è la scelta consapevole, di chi sa e non vuole compromissioni ( leggere pagg. 54/ 55 ) e comunque se sollievo esiste resiste un attimo, quindi peggiora ogni futura situazione.

A mio parere, i titoli non sono ininfluenti, dunque Staffetta, all’interno di questo percorso, che cosa sta a significare?

Staffetta è una corsa in cui ci si passa il testimone, anche qui ci si passa il testimone, sempre lo stesso, dunque la consapevolezza di procedere in avanti è falsa, si corre in tondo, forse all’interno di un’ellissi. Ecco versi dichiarativi:  “Non ho voglia di puntellare, oggi./ Ho esaurito la pietas/ per fragilità immemori” ; “Moderato cantabile suonavo/ o leggevo, non so ( sai mi confondo) / a incaponirmi nel mio viaggio indietro/ per stanchezza, viltà, dila(ta)zione.”

La Curci prosegue nella sua staffetta  e passa il testimone spesso, ma è gioco crudele e dissennato perché il testimone è uno strumento di efferatezza, irride il principio di realtà, irride chi per un istante si è fatto abbagliare.

Le altre poesie del titolo fanno riferimento ad argomenti a latere. Più  miti? Non direi. se anche la madre diventa tessera di questa efferata realtà, eppure il libro si chiude con due poesie, la prima quasi a disconferma di quanto affermato nelle pagine precedenti (.. ma lei, la cura, alza le spalle e cuoce.), la seconda confermativa (nel duetto di farsa e illusione/ perso per sempre il notturno d’incanto.).

Lasciamo questo dubbio a Anna Maria: è così difficile conquistare l’alba senza neppure una briciola di bellezza nello sguardo.

 

Narda Fattori

 

 

dalla sezione Nuove nomenclature

 

Lumpen – prefisso

 

Volano stracci intorno.

I veri hanno colori

da tuta mimetica,

inodore è il tanfo.

 

Nella notte ti culli

e ti spaventi a vuoto

per Lumpen variopinti

(rinnegati parenti).

 

Il cencio del risveglio

non porta la ragione.

pre-fissi la coscienza

con novelitas lumpen.

 

*

 

Macelleria

 

L’ho visto, da bambina, funzionante.

Era a Roma, era al monte dei cocci.

Mio padre, col suo camice e coi timbri,

lo conosceva con l’antico nome.

 

Fu la sua sede poi in periferia,

innocuo il nome: solo centro carni.

Con Brecht, Santa Giovanna dei Macelli,

pensavo al mattatoio di Testaccio.

 

Sociale, sale ancora a narici

marchiate squarto di macelleria.

In cella frigorifera hanno messo

quel ricordo di garretti recisi.

 

*

Onna

 

Di donna è il volto sfondato. Spalanca

seriale il paradosso di cartone

malamente inchiodato a Misurata.

 

Lei, l’oltraggiata, dispiega lontano

a fil di voce il sembiante. Puntella

pertinace l’assenza d’elezione.

 

E la sibilla libica rinnova

torcicollo aggraziato: di massacro

in massacro volge lo sguardo a Onna.

*

dalla sezione Staffetta

 

Fuori classe

 

A fatica trascino

le quattro carabattole più amate

case-motto da manto declassate

a ripari ambulanti.

 

A sostenere il mondo

per velleità prescelta ti condanni

d’abnegazione tu sciorini i panni

e sempre giri in tondo.

 

Non mi distoglie scherno

e quel pallore mio già m’innamora

l’idillio di natura non ristora

chi sceglie l’auto-inferno.

*

«’Namo donne che oggi so’ matta»)

 

Non ho voglia di puntellare, oggi.

Ho esaurito la pietas

per fragilità immemori.

 

Non ho voglia di chiosare, oggi.

Ha bevuto, il plumbago,

e sa ricompensare.

 

Non ho voglia di pescare, oggi,

refusi propri e altrui

sul pelo dello stomaco.

 

Non ho voglia di ballare, oggi,

la quadriglia dei cannibali

all’idiota.

 

Punto i piedi, faccio la verticale,

salgo sullo sgabello

e canto.

*

Moderato cantabile

 

Moderato cantabile suonavo

o leggevo, non so (sai, mi confondo)

a incaponirmi nel mio viaggio indietro

per stanchezza, viltà, dila(ta)zione.

 

*

dalla sezione Canti dal silenzio

V

 

Della pioggia a dirotto e della cura

che tutto abbraccia e mitiga e separa

e molce e scinde imbeve e poi asciuga.

 

Ha una cuffia piccarda o un berretto;

mette a sghimbescio un cappello consunto

se armeggia con cesoie, giardiniere.

 

Sul fuoco, a sobbollire prende tempo.

Cronomisuratori stanno in guardia

ma lei, la cura, alza le spalle e cuoce.

*

VI

 

un fantasma la serva di scena
nei giorni del gelo senza voce

 

Gli occhi abbassati sulla tela grezza

non scorgono altri cenni d’intesa

mentre esamina lembi e suddivide

toppe e rinforzi di primo soccorso.

 

La schiena scricchiola senza spartito

precipita la suite della speranza

nel duetto di farsa e illusione

perso per sempre il notturno d’incanto.

Annamaria Ferramosca

27 aprile 2015 by

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Ciclica – La Vita Felice, 2014

La poesia è un atto comunicativo orientato sul fronte personale (proviene da un io profondo, prorompente o a fatica sondabile che il pensiero adatta allo scopo) e si tende al lettore per la condivisione di un intimo colloquio. Nella poesia dunque la comunicazione è un atto non decorativo, è all’origine del suo stesso esistere, coglie le ombre laddove tutto sembrava chiaro e viceversa. Il titolo di questa opera di Annamaria Ferramosca, “Ciclica” dà ragione del percorso che essa compie, percorso impedito dalla realtà e dalle circostanze a sollevarsi, a farsi elicoidale, al quale non resta che chiudersi nella ciclicità.

continua a leggere…

Narda Fattori

22 aprile 2015 by

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IL VERSO DEL MOTO

Di questi versi vorrei
fare un canto schiuso
da usignolo o da allodola
che superi l’orizzonte a barriera
e al tramontare delle stelle
non tremi e si faccia nido
con abbondanza di mensa

si faccia preghiera

vorrei cantare l’amore
che sboccia anche sugli spini
e fa belle le rose e le bacche
le strade alberate i cani in rincorsa
l’odore dei bimbi e dei vecchi
vorrei dire la vita

è la mia passione questo amore
questo dolore che non muore.

 

continua a leggere

Fernanda Ferraresso

18 aprile 2015 by

fernanda ferraresso

QUADERNO A QUADRI

I quadro

spacco l’antracite del tuo corvo
nero oscuro: ogni uno
dei tuoi lontanissimi incorruttibili pensieri.
Taglio l’arancia del tuo raggiungermi
spacco il covo che hai costruito dentro
la mia memoria senza la possibilità di perderti
ti rincorro grano per grano
dentro il roseto dei sogni.

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Lucia Tosi

14 aprile 2015 by

                                                                                       

Tempo r(e)ale

Sono entrata in una vasca di nebbia
un lattice tagliato da lame di sole
un telo d’azzurro militare sopra
a farmi pensare a niente di buono.
Ho vagato paziente, riprendendomi il tempo
di andare: le gambe inchiodate, stordita
la testa, ripetendomi Arsenio. E il diluvio
era già pronto ad esaudire i pensieri:
turbine esatto, luce sbigottita, cartacce
e tendaggi travolti dal bianco, odore di zolfo
di ozono di ferro arrugginito, tregenda di fili
e camicie. Lì l’acqua avanzava come un muro
qui ero all’asciutto, ancora per poco.
Ridendo pensavo che la morte,
goccia più goccia meno, sarà
come il temporale d’estate
improvviso, invalicabile.
Senza riparo, senza rimedio.
Bagnarsene, fino in fondo.

continua a leggere  

Carlo Alberto Simonetti

7 aprile 2015 by

 

Calo Alberto Simonetti compagno-di-provincia-1979-laboratorio-teatrale-del-palazzo-mazzancolli

 

La Parola chiamava forte e per nome Carlo Alberto Simonetti, che non riusciva a non “risponderle”:

La parola?!
Penso sia la vita stessa, in qualche modo.
Minuscola forse.
Non so più immaginare alcunché se non immergendomi nella dinamica, tra un confine e l’altro del suo universo.
I suoi confini sgorgarono con l’aurora del tempo in prossimità del principio, prima, molto prima che le immagini prendessero a sciogliere il proprio corpo in trame di gocciole sonore!

Ed ecco l’eco, immediatamente delineante della caratteristica dell’autore, capace di avvolgere in un’aura poetica di potente malìa, la personale capacità descrittiva. Tutto il suo modo di “sgarrare” le trame abituali dei tessuti espositivi, come lui stesso riconosceva. Ambientazione e poesia confluite in un unico corpo, sapiente fusione tra imbastitura del mezzo comunicativo e prezioso ricamo dell’anima. Viaggi che Carlo Alberto Simonetti percorreva alla ricerca dell’origine del proprio modo di essere, del nòcciolo della propria insopprimibile ansia di vivere, nell’impossibilità della propria natura a far coincidere l’interiorizzazione soggettiva dei significati con la rilevanza oggettiva degli stessi. Uno sguardo al sé difficile da gestire, dovuto al modo di percepire sublimante a oltranza, impraticabile conciliazione con un contorno fatto di realtà molto più semplici. Sguardo capace di tenerezza matura nell’analisi di un percorso vissuto alla ricerca di un anello di congiunzione tra l’incontrovertibile essenza di poeta e la dimensione umana calata in un – ordinario – avvertito come necessario all’identificarsi in un connettivo dove tutti gli affetti e le disposizioni sociali abbiano gravitato. Di lui scrivevo pochi anni fa: “Ricorre nella sua opera poetica l’anelito verso il superamento di uno stato adamitico, dove il senso e i sensi sono una polifonia d’evoluzioni inverse per un ricongiungimento con l’Assoluto. L’assoluto di un attimo o l’assoluto dell’eterno. L’assoluto di un sacro che è ricerca interiore. Partenza e arrivo. Chiusura del cerchio. L’essenziale è il viaggio e chi ha la fortuna d’imbattersi nei versi di questo autore, supererà i limiti angusti della mente verso rotte inesplorate e vivide. Il suo pensiero diventa traduzione, dono, interpretazione e suggerimento del reale, trasposizione d’emozioni amplificate, dilaganti”… “Portavoce da sempre della magia alchemica di forgianti immagini frutto di concatenazioni verbali inconsuete e scardinati, vittima-carnefice del feroce “percepire e sublimare”. Così, tra un alternarsi di momenti di pura e malinconica passione erotica, dissacranti composizioni d’irrealtà reali, tensione spasmodica verso il divino, l’essere scagliati in una dimensione atemporale (dove l’introspezione è uno scalfire nella roccia fino a farne fluire sangue) diventa ciò di cui si ha più bisogno e del quale non si riesce a farne senza.“: Doris Emilia Bragagnini

 

*

 

I cieli della mia infanzia
ciottolosa e acciottolata
camminano per strade
d’asfalto, oggi
lungo il dicembre.
Siepi di primavere
legano e sbarrano
il letargo alle fronde
trillano, zirlano e
cinguettano come
mosche sonore
sul sonno
pelle d’inverno che
sbadiglia senza tregua
e non può stringersi a Morfeo.
Un merlo in picchiata
sullo sparo di una doppietta si fa sentire
con gli occhi, prima che all’orecchio.
La polvere del tempo
si alzava polvere
per le strade allora.
I cieli di questa
improbabile età
nostra
sono nuvole
di polvere e nebbia rosa
colore di un tramonto accidentale
tra filari di pentagrammi
ulivi e note
di cortecce nodose
e promesse
immagini di oli
extravergini
spremuti alla mola
tempo diverso
dalla stesura dei miei ricordi!
Gli occhi si perdono
e fiati di parole
tamponano il microfono
del cellulare
che vellica l’orecchio
del mio amore
più antico dell’udito
che mi riceve…
verso un orizzonte
che non so.

 

*

 

La notte è un grattacielo smarrito
dentro lo stormo di stelle
dove volano pensieri
parole e sguardi senza terra
senza gravità, senza meta
ma ci sono e volano
tra le arcate dell’universo
a caccia di un senso
e coprono il suolo dei giorni
con il guano dei putridi perché.
Ma tu che ci fai tra le parole
se non diventiamo mai
una frase compiuta?

 

*

 

Al piano terra delle stelle
appaiono e scompaiono
le lucciole
proprio come
la luce di una lucciola.
È più alta
ancora la luce delle stelle
di quella dei lampioni
che le offuscano.
Ecco perché scrivo poesie
amo pensare la vita
dalla montagna
ed uscire dal vicolo cieco della terra

 

*

 

Sono entrato al buio nel buio
vedevo niente.
Sono usciti biascichii imbastiti
da pensieri e fiati muti
sentivo niente.
Sono irrotto con gli sguardi
in paesaggi e fisionomie
odore di meraviglia
scorgevo niente.
Ho solcato eventi, di sangue
e di pace fragorosi.
Allora perché la mia vita
è muta e niente?
Fendo il tuo corpo
attraverso il brio
e non so più l’unicità del piacere.
Niente
Ne sento parlare, ne cantano
tutti e ne scrivono
ma cosa è l’amore
più del mio niente?
Sono solo
Davanti alla follia volubile
delle nuvole e dei miei pensieri
incantati e desolati
dalle solitudini e dal mio vuoto.
Il niente.

Sono il riassunto
dell’amore negato
intruso del viaggio forzato
resto apolide
escluso
dall’amplesso e dalla tenerezza.
Non pellegrino,
profugo nel guado
del fiume terra promessa.
Infine assumo
tutte le energie del pianto
mai versato
per tanto amore respinto
ma risarcito
dal miracolo di ricordi futuri
appesi alle code dei tuoi occhi
saldati dalle comete
che sovrastano i cieli
del viaggio che mi trascina.
Sono il riassunto
dell’amore scippato.

Sei il mio futuro alle spalle,
lasciato in una sacca
tanti anni fa.
Di tanto in tanto atterri
da un alito o da un volo
senza tempo e senza i limiti
che assediano me,
la mia passione e tenerezza
senza limiti
di tempo e di declini
non è un dramma vivere la vita,
ma il modo di guardarla dilatata
d’ansia
la nostra condizione.

Umana.

 

*

 

Il giorno, il mare ed io
saremo vivi domani.
Oltre la coltre della notte
saremo vivi anche domani,
tra le vie adombrate
i nostri occhi scalcinati,
lampioni dimenticati.
Il nostro futuro sempre
con la testa volta indietro.

 

*

 

I miei pensieri
ogni giorno
stanno con te
senza scalo
di un qualsiasi
giorno dopo.
Frutti di fantasia cozzano
sulla prora che insegue
la terra e la dossologia
per due che sostano
alla fermata d’un amore
in sciopero e senza biglietto.
Domani i miei pensieri
come ogni giorno
staranno con te senza scalo.

 

*

 

C’erano le parole
squittivano come biglie impazzite
smarrite nei pensieri di cristallo.
O farfalle fossili
Impietrite tra le rocce del tempo :
nei tramonti autunnali
nei sorrisi rari dell’inverno .
C’erano le parole
e gridavano disperate.
Taci

 

*

 

Il suono di ogni ultimo verso
demolisce la pretesa
di agguantare
il cielo poesia
per virtù
di metrica rima e armonia.
L’olimpo poesia
non lo scrive la scala da scalare
piuttosto l’ascesa
del venir giù.
Fragra la poesia
solo col vento della valle
fin dal primo passo
nella pianura
dove le parole sono state
“di-sparse”
con la larghezza
di una provvidenza
mai ravvisata
di campate galattiche
di lingue che illuminano
il pentagramma
del tempo.

 

*

 

Una notte lunghissima e cupa a modo di criniera. Una pantera nera e tenebrosa come l’assenza dell’amore che accende occhi di pensieri verdi le luci a mezza costa sul monte scuro fracassato da una ghirlanda di bagliori lontani più del monte e sospesi i bagliori senza forma sulla cornice oscura del buio indefinito lontano come il ruscello dell’infanzia in cui si espressero i primi occhi verdi di una fisionomia dimenticata e scomparsa nel non so e nell’ansia di volerla mia. Zavorra di vuoto a perdere su quadri e sculture di parole o poesie. Poesie di vuoti a perdere senza luce qualsiasi fosse la forma adescata dalla fame e dalla sete di non so chi smarrito su fiumi di volti scorsi dai due ai sei miliardi di fisionomie in maratona senza stop tra rifiuti e miasmi spogli discariche e vuoti di soluzioni.
Spossato sul bordo della sconfitta pensata e trascritta in un pentagramma di significare arcaico e dislessico alla deriva di una palafitta di mutismi sordi e rumorosi.
Spossato sull’attesa insopportabile del niente tra figli amanti moglie nipoti e ansia trascendente tra fiati e fiato di palude essente avvinti a pentagrammi di significare arcaico e d’afasia carico. Spossato la carezza di un fiato fu aferesi di mutismi afasie e dislessie e cominciai a percepire gli echi onde nel lago del silenzio fiati penetrati e penetranti. Echi di fisionomia sbiadita decomposta e promessa di ricomposizione ad un orizzonte che non so ma di sicuro alba. Alba bifronte nell’eco e nel monte.

*

Mi alzo all’alba e mi distendo supino sui tuoi seni e tu amaca immobile cullata da sirene sfrenate e frenate sibilanti e scrosciare di fiumi in cascata e ululati di clacson. Tu tieni le tue cosce nel giuoco del giogo e delle briglie bancomat e vetrine saldi e conti consunti che mi abbracciano sopra i fianchi e spingono a inarcarmi la schiena e/o a rotolarmi sul bordo di aiuole lussureggianti e depilate a disegnare provocazioni clonate dalla promozione ingannevole di sensi che come il fumo uccide eppure da venti anni fumo e sono ancora qui a meravigliarmi del tuo bosco in cui non mi stanco d’inselvarmi e umido disselvarmi ed uscire per scalare i tuoi colli dietro le mie spalle e rotolo dentro l’amplesso che lega la luna al sole e i graffi e i graffiti delle tue unghie penne intinte di sangue di umori e rumori che scrivono eco di storie invisibili sui silenzi di chi ha perso le briglie dei perché e si ritrova e si bea del senso delle cose. Mi distendo supino sui tuoi seni e tu amaca immota cullata dalla notte e dal fragore dei mutismi oscurati in attesa di stelle e di luna e dagli schizzi di sangue che urlano fluvidi silenzi ansimanti coiti sospesi o contesi o rappresi nei ricordi incompresi degli schizzi fango a vita cogente e incosciente. Resto disteso supino sui tuoi seni e coseni o tra le cosce spalancate divaricate alle fustaie turgide di cerro lungo le ultime strade d’erba pei colli libere ancora dall’insulto degli asfalti e prigionieri dei cani da guardia e dalle recinzioni di un privato cimitero assassino.
Centinaia di milioni di micro vite immolate al vampiro pel cimitero che sugge e con noi sopravvive … Te la mia dolce Vita su cui dall’alba mi distendo supino per godere dei colli alle spalle dei pruriti pel ventre fiorito di boschi che m’inghiottono e non conosco… come te che non so dietro le mie spalle distesa su fisionomie ignote e sognate non fisionomia eppure ne faccio poesia. E non mi cullo e non riposo mentre le rughe canute raccolgono e incidono detriti in dissolvenza. Tu che non potrò scrutare quando le spalle si leveranno pel riposo vero mentre su di te alcova surreale supino sogno di essere prono e saperti. Conoscerti infine. Te la Vita.

*** testi tratti da varie pubblicazioni e apparsi in rete in siti dedicati (poetichouse, clubpoeti).

 

Il diciotto gennaio dopo un lungo periodo di malattia, ci ha lasciato Carlo Alberto Simonetti, scrittore e poeta ternano, noto e apprezzato nella sua città così come nei circuiti letterari che frequentava anche in rete. Classe 1943, se ne va con lui, oltre che un caro amico dalla dirompente personalità e carica umana, un intellettuale, uno scrittore, un prezioso poeta che ha saputo declinare la sua creatività artistica in svariate soluzioni, come la regia, la sceneggiatura, la recitazione. Negli anni settanta uscì con “Terra raggruma sepolcri luce” e “Il pugno nero del cielo”, sillogi poetiche improntate dalla letteratura beatnik. Sempre in quegli anni partecipò e convogliò la rabbia, la fantasia e le nuove attese di giovani poeti ternani nell’antologia “Brani dai viaggi sul Nera”. Fondò con Marcello Ricci una delle prime emittenti private, Radio Evelyn, facendo scuola con la rubrica “Mantide religiosa”, dove puntualizzava con caustica e irriverente ironia i difetti della classe politica locale, sollevando non pochi vespai sotterranei. Negli anni ottanta, spinto da un forte moto interiore si dedicò allo studio e alla meditazione di temi teologici e filosofici e più in là, proseguendo ancora, si dedicò al teatro collaborando a diversi spettacoli del Progetto Mandela contro razzismo e intolleranza. Del 2002 è “Lo scrigno, i bagliori, le cose “ opera in versi, e poi “Pensieri con gli occhi” 2005, “Racconti a quadretti” 2006, ” Vicoli ciechi e Usci” 2008 (ed. Thyrus). Aveva pronto un romanzo autobiografico, altre raccolte e alcune favole, opere ancora inedite e straordinarie.

 

3 aprile 2015 by

Pasqua 2015 - giardino - by criBo

                                            

Elia Belculfinè

27 marzo 2015 by

Elia

ROBIN

1

 

                                                        Da dietro il suo triangolo

mistico, l’incerta voce arricciolante –

passa i piatti con la polenta,
batte con una candela accesa ruvidamente il rullante;
un nuovo dio è solo un motto.
La terra da pagare, la terra da fare supplica. Ogni volta quella pena

spigolosa negli occhi,  come
uscisse da
uno specchio fino a sbucare  nel salotto con il lampadario
di Murano e le poltroncine

rosse di velluto. Un centrotavola pieno di datteri
di cristallo a grappoli.

 

Diceva che sarebbe sempre stato
quello che sarebbe
potuto essere___________ il desiderio non durò che un attimo

Tanto a lungo trattenuti  i fuochi cadranno e scrosceranno giù lungo la grondaia.

insopportabile piuma dell’avere
i segni di un lento umido accoppiamento
con la propria forza.

___________

 

 

2

La Venere di Warhol scese con un cesto di papaveri

nel grembo, in quel mattino

di neon accesi sopra le incerate a fiori, e un mangianastri fra le mani, l’Om del pesce

rosso e gli elefanti comprati con tre sacchi di arachidi

nella legnaia. Bip!

Scese dal muro in cartongesso.

Mi confessò . sono una spacciatrice_______________________

riscrivendo quel suono sopra le mie squame

poi allunga la mano in un

sacchetto pieno di

 

occhi di serpente; toh,  dice questo è un regalo,

la prossima volta però me lo paghi.

 

Come credi possa permettermi un elefante?

______________________________________________________

In bilico fra equazione e disequazione, fra Saffo e Alceo

che per un ragazzo sono la stessa cosa.

________________________

 

3

________________________

 

Il Colosso di Rodi si sta polverizzando

giorno dopo giorno.

 

Gli scimpanzé hanno costruito cunicoli ovunque, dedali di rumore –

sarà difficile raggiungere il __Giordano

senza perdere qualche uomo.

 

Non siamo puri, non a questo giro di boa,

con il parabrezza ghiacciato

su cui raschiano i tergicristalli,

e i limoni nell’abitacolo, raccolti dalle mani

di qualche dea dell’amore.

 

Si va.

 

O Mari tranquilli, voglio una vela aperta come una finestra.

Ho bisogno che qualcuno mi battezzi

nel nome dell’uomo.

 

_________________________

_______________________________________________

_________________________

 

4

L’abate di Montecassino

per cinquemila euro

ti faceva entrare nella Fiat – Oh, Lili Marlene, conservo le uova

della tua ultima cova. L’abate scoperto e trasferito._________ davvero

umile e  pio e savio ——–

Mezzo insanguinato, dovevi proprio sputarlo

qui il tuo salva-denti?

 

*

Mia moglie era a un funerale:

Un oscuro uccello becca il grasso tra

l’oro dei cadaveri

 

Noi siamo i barbari . parola di Dio

staccando il prete il crocefisso dal rosario

di perle di fiume.­

 

Il crostaceo ha la corazza rosa e dura: un soldato giocattolo a cavallo

e incomincia a puzzare, <<gettalo nell’acqua appena bolle,
metti a candeggiare i piattini delle offerte____

Avremo ospiti a cena>>

 

Comico, davvero. Gente di mare di sponda

gente di sabbia

e di rabbia e di bibbia. Visitai un cimitero, strapiombo sul mare;

nella cappella c’era una panca che avrei

voluto rubare – O Francesca

O Laura,

O Beatrice

– Credo che ogni poeta ____________debba avere la faccia del

boxeur dopo l’incontro. D’esser solo e di solo poter dire.

Ero l’ultimo arrivato e mi toccò di mangiare

la polenta avanzata, fredda

 

dolente | nella serale __quiete. tamburo basco battuto

da una coda di lepre. Chi laverà___________

tutti i cucchiaini? Chi getterà queste ossa

di pterodattilo ai lupi?

 

 

Elina Miticocchio

21 marzo 2015 by

Elina Miticocchio

Ho un’immagine in mente quando penso ai versi di Elina Miticocchio. Un’immagine che in me si è fatta strada lentamente, come uscendo dalla nebbia finalmente definendosi. Non ricordo quale maestro profumiere raccontasse che il segreto di una fragranza avvolgente ma allo stesso tempo discreta, fosse l’alimentarne il desiderio mediante la necessità di avvicinarsi per percepirla meglio. Elina Miticocchio nei suoi testi, dosa, al limite dell’impalpabilità, ogni più piccolo alito di suggestione, ogni piccola vibrazione che si riveli attraverso un universo dal sentore animista, tanta la delicatezza, il sacrale sottovoce cui sono tratteggiati gli argomenti. Un viaggio trascendente fatto di passi e passi piccolissimi (come un ricamo), in punta di piedi attraverso un percorso privo di riferimenti direzionali ma che li sfiora tutti, guadando gli elementi naturali (terra, fuoco, aria, acqua) e la disponibilità degli eventi attinti alla fonte dei ricordi personali. Colpisce l’umiltà della disposizione all’ascolto, alla raccolta della messe di “segni” che sanno rendersi disponibili come embrioni sensoriali e di pensiero. Elina Miticocchio non detta, non suggerisce, non chiama in prima persona, si fa piuttosto mediatrice di qualcosa che è dentro e attorno, suo e di tutto/tutti. Evidenzia ciò che ha bisogno d’essere evocato al fine della migliore intuizione, comprensione, ricerca. Lieve (ma non fatua) come il battito d’ali di una farfalla, la sua poesia si offre contemplativa, senza schiamazzi ad alimentare quella logica del caos capace di farsi movimento interiore, tempesta o moto placido, così come ognuno sarà portato a percepire, proiettare nel proprio immaginario, avvicinandosi

Doris Emilia Bragagnini

.

 

*

 

Nell’istante tutte le epoche
Nuvole e sogni si spostano
lente un respiro di Luce
(mi) fa luce

La retina pesca dai fondali
dell’iride la terra delle nuvole rimbalza
una tana d’ore
fino al mattino dentro l’aria di verdi altipiani
in ferie il tempo è fuggito
lontano

 

*

 

Annodato a questo giorno
luminescenza segreta
c’era un mistero
fiori che sognavano di migrare
senza radici partire e poi
entrare nelle tasche di un bambino
o anche in un’isola di vetro

Anno dato
incubatoio.

 

*

 

Ho avuto case ad abitarmi
nessuna cosa è perduta.
Le tue stanze senza porte avevano oblò
non troppi mi sarebbe parsa una prigione
così l’ho scambiata per una nave.
Anche di notte faccio ritorno
senza parola approdo appiglio
sosto e attendo
spengo la luce tesso illusioni
filo il miracolo d’onda immobile.

 

*

 

La parola spesa
presa all’amo divenne
guerra e sole
e non valse una cornice
per disegnare i volti
stretti schiacciati nella valigia
di cartone le scritture esuli
naufraghe in perenne ascolto di voci
affogate in mare
un perimetro brevissimo di carta bagnata

 

*

 acqua che goccia attenta
narra di rami
neri e scomposti nel chiaro celeste

 

come tutto è lontano
come è
vicino come silenzio
e bianco il dorso della mano
del piede circonda

poi si apre
sospeso il cielo
il giorno

 

*

 

Tra code di luce il giardino
e una sera di corde
aperte crepe in un cristallo
Della falce della luna
delle mani al cielo
recito il bianco.

Del viaggio e del labirinto
della stanza
di mia madre

conto i passi
e germoglio figlia
un canto che rinasce.

 

*

 

Abbaglio di lume
gittata di stelle
coraggio della carne
la vita si svolge nel retro

la neve è solo un’invenzione degli adulti
non scrive alla finestra
accendi la luce
chi teme il viola
della neve ha solo paura
del suo cielo del suo fiato

stanno tornando
le bambine dai capelli rossi
di fuoco ceppaie e di vento appigliano
destini in un sonaglio

al gancio stretto
appende vita la ragione
un rosso  crepitante   di papaveri in fiore.

 

***
Elina Miticocchio nata a Foggia l’11 maggio 1967, dopo gli studi classici si è laureata presso la facoltà di Giurisprudenza di Bari.  Nel 2014 è stata selezionata per far parte di una plaquette dal titolo “Le trincee del grembo” – Dodici prove d’autore al femminile – dell’Associazione Culturale LucaniArt. Nel maggio 2014 ha pubblicato per la casa editrice Terra d’Ulivi la raccolta poetica dal titolo “Per filo e per segno”.
Cura il blog “Imma(r)gine”.


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