Giovanni Catalano

2 maggio 2016 by

.

Notizia

Oggi si muore di tutto.

Non toccarti gli occhi.
Siamo per metà di qua,
metà di là.

Non ci sono numeri,
senti negli occhi la febbre.
Fai conto che io lo scriva
e poi chiuda la busta.

A quanto si legge
ti addormenti in un giorno,
ti svegli in un altro.

Ogni giorno si muore
di qualcosa.

:

altro qui

:

Romeo Raja

27 aprile 2016 by

.

Piogge sparse e possibilità di neve al nord.

 

Tre parole, dite tre parole nuove

a questa gente del cazzo che ne conosce venti

venti con il resto

e dentro tutto quanto, raccontato

con solo venti squallide parole

logore e sbiadite  come queste facce

che guardi  senza capire

se ridono se piangono

se mentono o se bevono.

Tre parole e poi ancora tre per levarsi di torno

le robe le cose i così e le rose

d’estate le more

d’inverno la neve non vado a votare

e colpa dei negri la puttana fa male

“ buon Natale ”

 

( tre parole nuove )

 

– che tempaccio!

– s’immagini terra, e poi di avere sete.

.

altro qui

.

Cristina Annino

21 aprile 2016 by

due poesie tratte da “Casa d’Aquila” del 2008

 

 

Warhol

Un bello spunto, seduto a toccarmi le
ciglia. Viene: liscio, terreno, tetro,
dispari, solitario, bianconero
come le zebre fumanti anch’esse la terra
ondosa. E io piano
scrivo, sottozero, tono, sotto
silenzio. Non nel
senso della memoria; andarci a quel
paese ci vado, più giù dell’organismo.
Vedo
com’erano i reni prima
di aspirare in quel modo; adesso chi
sta orinando in me? Chi cala i
pantaloni all’altezza dei piedi? Chi mi
visita e gorgheggia dentro? Pontifica sui
fatti di lei, la camicia e gli amori.
Che
venne qui, al buio più d’una ladra; si vedevano
appena i capelli come creste di cavalloni e
pareva un ritratto di Andy. Solo
vento acido e zebre. Bella
storia; così
sia! Dall’alluce
al viso, m’elettrizza un tormento serio e mi
cavo lo sfizio nei
pantaloni. Ma senza un briciolo di memoria.

 

 

 

Guardi l’acqua

Guardi l’acqua uscire dal
rubinetto, ch’attira i tuoi gatti. Saltano
dalla riva del deserto bevendo. Ecco,
bastano due minuti o tre d’un certo
capire fondo, per indici d’ascolto, per
gravità, per i tuoi
fratellini siamesi che ami. Per peso,
movimento sonoro; si sono loro
infischiati almeno di mezzo mondo.
Allora segui
la cavità d’un pensiero, rotolaci
dentro: quant’è alta la
gabbia? Il terreno, narici, umido,
sabbia; l’aria va di
traverso, trasmettilo in tecnica
pura. Poi avanza!

Nina Esposito

14 aprile 2016 by

nina esposito

L’azzurro al di là del vetro (Olio su tela 80×80 di Nina Esposito)

 

 

“in fondo la Vita altro non è
che un giro di giostra
al suono di un’orchestra …

E la poesia di Nina Esposito è un canto circolare, una spirale che si arricchisce di echi ad ogni giro e sempre più si dilata.
Per versi che rispecchiano il passato nel presente, in un percorso di metafore efficaci, un raccontarsi nella realtà vissuta con lo sguardo attento a tutto ciò che viene attraversato: che sia dolore, amore, tenerezza, è la scrittura di un’artista che riesce a dipingere giochi di luci prismatiche perfino con le parole. Nella polisemia che le anima, si riscontrano tratti di un pensiero universale, pure se risaltante al femminile con tutte le ansie e le paure che scandiscono l’esistenza di ogni donna, portatrice di una realtà misteriosa e affascinante.
Il suo poetare sa attingere sia dalla quotidianità che dalle stelle.

Un aspetto saliente è la mescolanza d’intuito e riflessione, ri-versi che assolvono le défaillances umane per collocarle nella bellezza più ampia dell’arte e della poesia.
Nina Esposito scrive di sé con verità delicata, anche quando si riferisce a sofferenze e angosce esistenziali, offrendo al lettore immagini di un prato d’erba e fiori in cui sdraiarsi per riposare un attimo, per riprendere il fiato allo scandire dei suoi versi leggeri.
Lo spirito aleggia su ogni immagine, si libra al di sopra della natura da lei sapientemente evocata, indugia tra le righe in una sorta di innocenza che attrae.

Verranno certamente i temporali, ci saranno tempeste da affrontare, ma il suo messaggio è un inno alla vita, un invito a dialogare tra psiche e cuore, rendendoci partecipi della sua personale visione del mondo, suggerendoci la possibilità di nuove emozioni.

cb

 

 

[al suono d’una orchestra]
… rondine inquieta mi levo in volo
tra sculture di vento e mare
ulivi antichi e pini secolari
col ghigno delle streghe dietro le spalle
come fiato sul collo del mattino
Muore piano ogni attimo nell’altro
che più non ne serba memoria e tra le foglie
rimbalza l’eco di voli
affannati e senza storie, briciole
travolte da sospiri
inghiotte l’onda lacrime perdute
tra i merletti bianchi della spuma
s’adagiano nel corallo dell’aurora
silenzi sfatti partoriti con acque di dolore
luci di volo e fiori di sogno
smaltati di cielo azzurrosplendente
raccolgo in un cesto senza tempo rattoppato
di nuvole e veli d’anima
danzando fino a sera in gara coi gabbiani stanchi
è un gioco antico e nuovo
che s’adatta all’ora e ammicca
fa girare un po’ la testa …

in fondo la Vita altro non è
che un giro di giostra
al suono di un’orchestra …

                            

                                 

[viva]
…. eppure sono viva

viva di quest’aria che racconta di narcisi
di pugni di terra fertile sciupata
che si confonde all’acqua per gridare
selvaggiamente all’onda sulla riva
il salso suo respiro

a piedi nudi cerco di scansare
fogli di Vita e numeri di cera
calendari sepolti nei cassetti
pallide margherite ormai ingiallite
dai petali sottili e incapaci [di parlare]

ho voglia d’abbracciare la corteccia
dei vecchi ulivi che scalavo
stringermi agli scogli_annusarne il colore
mi basterebbe una lucciola, una sola
per provare l’ebbrezza del già stato

nei prati ancora cerco voci del passato
sorrisi sospesi dentro un vento
che piega in due il frumento
conservo geloso nella mente quel profumo
d’alloro e di castagno delle mie vecchie sere …

                                          

                                                          

[sorgenti]
… quale acqua hai cercato tra le tante inutili sorgenti
piccoli frammenti d’un nulla che non serve
quando colma è la sete nel corso deviato delle cose
e l’ombra chiede il prezzo del sole
cascate sospese tra rocce di cristallo
stillano sottili piogge d’argento, gocce
vestite dei silenzi della luce che scendono
tra quei nasturzi fioriti su muri di pietre e rose
che ancor per poco hanno boccioli da regalare al cielo
non può dissetare un pozzo il mare
né la nostalgia placare i morsi del rimpianto
saggiamente incosciente cerchi la fonte [quella vera]
di suoni d’acqua che intreccino le dita
di voglie sensuali e neonati affamati
vento iemale
foga di ciclone e temporale
rondini e papaveri sciolti al vento
per nuove fioriture che ritornino al ventre …

                                        

                                           

[le rose di dicembre]
… sbocciano col capo chino le rose di dicembre
meste respirano il chiaro solitario mattutino
sanno che sarà breve l’andare incontro al mondo
e chiedono il perché
della poesia data e negata sorridendo
commuove la Vita
disarma e meraviglia
nella tragica bellezza del crepuscolo
stritolano boccioli i tormenti
assonanze negate_cantilene ovattate_palpiti d’amanti
e come amanti infide e menzognere
pennellano petali profumi di Morte e Esistenza
confuse da punti d’incertezze
mendici di pietà e riflessioni
pianti_echi_risa_crampi
ira e fragilità
sospiri
tarli
sarabande d’assilli
lasciando mondi e mondi rincorrendo
si perdono nel cammino
abbassano la testa per quella ineluttabile mancanza
assenza
cui si fatica a dare nome …

                                   

                                                             

[macchie di vita]
… a volte la Vita va così
ti presenta momenti impensati
attimi ladri che rubano il colore e macchiano
di dolore
quella ch’eri scivola giù improvvisa
come s’un piano inclinato
diventano strette le scarpe
soffocano i piedi
davanti agli occhi nero
nero che taglia e comprime
come malattia
stringe anche il vestito
vorresti essere nuda
graffiarti_penetrarti
fino a raggiungere il male
quel nodo pulsante dentro al cuore
a volte succede che succede
dormi invocando il sonno e sogni
che il sogno sia vero
brusco il risveglio abbozza nuovo un giorno
pieno di ieri e spento di presente
all’orizzonte pale d’un mulino
-è tutt’un giro-
copre e maciulla il grano la macina
così la Vita
tutto si fa farina_polvere impalpabile
appena un soffio
s’è già dispersa …

                                           

                                                  

[favola smarrita]
… pensieri vivi sconvolti dall’Epifania del giorno
rimangono incastrati tra girandole di vento
dai colori ora accesi ora spenti
tasselli d’un mosaico rosa e blu
sul confine polveroso d’un giorno che non muore
Nel fioco barlume d’un miraggio
la lama del bisturi già taglia l’inganni
e getta in pasto briciole alla tregua
sterile rifugio di angeli ubriachi di luce
Arriverà la notte dell’abbraccio negato
e rondini tardive cercherò
per aggrapparmi e volare
ma per andare dove?
se anche fossi altra
se anche fossi altrove
nei granelli di rena del mio mare
uguali resterebbero conchiglie e colori
barcollo verso un crepuscolo offuscato
non più foriero d’albe e frastornata
m’avvinghio stretta all’aria
nego ragioni
stride di dolore il fruscio dell’acqua
ad uno ad uno disperde sogni e chimere
nel confuso rossore tra l’oceano e il cielo
resta smarrita una favola
privata anche della sua stessa ombra …

Nicola Romano

7 aprile 2016 by

 copertina  foto

dalla prefazione di Giorgio Linguaglossa

Con il suo caratteristico tono sobriamente dissonante, a metà tra il calligrafismo e la didascalia stilizzata, questa raccolta di Nicola Romano si rifugia nell’elegante fattura del settenario come per prendere le distanze da tutto ciò che non può entrare in quel metro breve.
Sicuramente, l’ironizzazione e la parodia della tradizione crepuscolare italiana sono uno dei cardini della poesia, o meglio, della poesia dell’autore. Il suo progetto di operare una «discesa culturale» di bachtiniana memoria nella poesia italiana, ha avuto successo, è un’operazione utile come può essere utile ogni operazione di «discesa culturale» in presenza di una tradizione che sta in alto. Ma l’autore non si limita ad una mera «discesa culturale», opera anche una «risalita» mediante l’adozione di un metro breve, il classico settenario, posizionato come metro esclusivo di questo poemetto. Metro della tradizione burlesca che l’autore ripropone nella sua traslazione dal burlesco all’ironico. Personalmente, nutro molti dubbi sulla utilità e sulla efficacia, oggi, in Italia, di una «discesa culturale» che non venga accompagnata anche da un riposizionamento verso l’alto di quella discesa, siamo già scesi così in basso che ogni forma di ironizzazione rischia di cadere nel vuoto da cui proviene. Così, il poeta di impianto ironico dei nostri giorni deve saper modulare entrambe le opzioni metriche e stilistiche, deve oscillare sapientemente tra la «discesa» e la «risalita»; ed è quello che fa il Nostro, il quale lascia oscillare il dettato poetico tra i due poli mediante l’adozione di un punto di vista serioso e supercilioso sulla realtà. Cioè, per l’autore siciliano è serioso ciò che non appare esserlo, è serioso lo stile dilemmatico che oscilla tra un più e un meno, tra i due poli inconciliabili sopra detti. Semmai, il problema per il poeta è il «vuoto» della società italiana. Ed è con questo problema che si misura il «finto vuoto» dei versi di Romano, fatti apposta per attirare e fagocitare il «vuoto». È la sua risorsa strategica, l’ultima, direi, quella di riformulare il «vuoto» ricorrendo ad una testuggine di parole indurite nei settenari, brevi, rapidi, superciliosi, ultra minimalisti.
Personalmente, ho dei dubbi sulla utilità e sull’efficacia estetica di ogni pratica di ironizzazione e di carnevalizzazione del «vuoto» sociale e storico come è stato attuato da certo sperimentalismo del tardo Novecento. Per Bachtin il «carnevale è una forma di spettacolo sincretistica di carattere rituale… e che la vita carnevalesca è una vita tolta dal suo normale binario».1 Per Bachtin «il sentimento carnevalesco del mondo» e la «letteratura carnevalizzata» si fondano su una sospensione temporanea e rituale della «normalità» che consente di istituire «un mondo alla rovescia», nel quale per il critico russo si risolve la parodia. E, aggiunge il critico che, come il riso carnevalesco, così la parodia è «ambivalente», nel senso che non è «mera negazione del parodiato» ma tende ad obbligarlo «a rinnovarsi e a rigenerarsi».
La poesia del nostro autore rientra in questo schema categoriale, la sua poesia sospende la «normalità», la «rovescia» ma, rovesciandola, la lascia intatta, anzi, la rende maggiormente visibile, la invita a sopravvivere, non a «rigenerarsi», perché Romano è un poeta dei nostri tempi, un poeta disilluso che ha smesso da tempo di credere, sa bene che qui si tratta del capitale finanziario il quale ama i minimalisti perché lo lasciano stare lì dove lui può proliferare, a lui vanno bene i patemi d’animo e le rimembranze del cuore come anche la cronaca nera e la cronaca rosa, entrambe de-sostanzializzate e de-realizzate, nonché tutto ciò che sa di sentimento del tempo olistico e solitario.
È questo che mi sento di dire alla poesia in argomento, che la sua ironizzazione, effervescente e minimale, lascia la poesia al suo posto e la società nel suo, ciascuna nel proprio ruolo poiché entrambe estranee l’una all’altra. Tra la poesia di Nicola Romano e la società si è operato un divorzio, un divorzio storico.
Possiamo dire che questa poesia è un carnevale senza maschere, addirittura un carnevale senza parodiato, perché la realtà da parodiare è scomparsa, se ne è persa traccia. Al poeta del nostro tempo restano soltanto «voragini ed appigli». «In fin dei conti / so radunare al meglio le parole», scrive all’inizio della raccolta l’autore, come per mettere le mani in avanti e avvisare il lettore delle sue intenzioni, la sua ironia non vuole operare alcuna critica della società, è una ironia post-moderna, un vezzo, un wit, un impulso di disagio, una strategia di sopravvivenza, una maliziosa e accorta strategia per venire a patti con il «reale», come per dirgli: tu di qui e io di là, come separati in casa o divorziati in casa, quella che un tempo era la casa comune del linguaggio, è percepita adesso come una costrizione che il poeta avverte sulla propria pelle linguistica. Delle parole «traggo quelle che affiorano / dal caglio dei silenzi / ed ascolto fonèmi / rime dal mezzo e afèresi»; come suol dirsi, prendo quello che mi va.
È il canzoniere del poeta disilluso e disinvolto, che non mette in mostra ambasce o stilemi del cuore, né drammi esistenziali ma una quieta discorsività di monemi e di morfemi vestiti di fonemi in perfetta regola timbrica e metrica. Cosa si vuole chiedere di più ad un poeta del nostro tempo? Nulla, appunto.
In fondo, il segreto augurio che Barthes rivolgeva alla cultura “alta”, di ibridarsi con quella “bassa”, minore, sciocca e surrogata dell’ ”industria culturale”, mantiene la sua promessa di adempimento oggi grazie a quelle figurine autoadesive costituite dalle tematiche-icone e dai temi del sentimentalismo e dell’ipercinismo di tanta quasi-poesia odierna, così superciliosa o ingenua da essere sciocca e presuntuosa. Tutto ciò che Adorno chiamava nel millenovecentoquarantasette «Bildchen» sono tutte le immagini “minori”, sottoforma di nanetti da giardino e di “chincaglieria d’ogni specie”, in cui si celebra «il trionfo implicito nel fatto che gli uomini siano riusciti a produrre da sé, ancora una volta, un pezzo di ciò in cui, altrimenti, si sentono prigionieri». Un certo movente autobiografico, dunque, è all’origine di quel carattere di feticcio che attiene e sostiene fin dall’inizio la creazione del kitsch, della miniatura, della cineseria, della chincaglieria, del ninnolo, del gadget, insomma, di tutto un vocabolario e un lessico ben riconoscibili.

1 M. Bachtin Dostoevskij. Poetica e stilistica 1968

*

Chissà se è passatempo
desolarsi fra strade
che sembrano stazioni
dove tutto è in ritardo
e non comprendi i luoghi
gli orari e i marciapiedi
con i bordi allagati
il transito e lo sbuffo
di bocche infastidite
e non bastano i vispi
tocchi del mezzogiorno
a rimettere in chiaro
quella sequenza d’occhi
smarrita fra le scale
Il giorno poi transenna
voragini nei cuori

*

In fin dei conti
so radunare al meglio le parole
traggo quelle che affiorano
dal caglio dei silenzi
ed ascolto fonèmi
rime dal mezzo e afèresi
solfeggio accenti e sillabe
d’un verso martelliano
ma…
quando incombe l’ora
di quel prossimo mio
come me stesso
che con mani feroci
cava il bene dagli occhi
e tracotante spazza
l’integrità e la pace
si spappola il precordio
tracollo in un deliquio
e non ho più par…

*

Girano per le strade
non uomini ma storie
sottaciute e serrate
nel caveau d’uno sguardo:
dici buongiorno al tizio
che mastica un dolore
ringrazi la commessa
da ieri innamorata
cedi il passo a un signore
che sta in lista d’attesa
ti porge uno scontrino
chi tribola un affanno
e non sapremo mai
i dardi o i sonagli
nelle tasche del cuore
se sono tutte storie
quelle che attraversano
che si urtano nei tram
o che in silenzio passano
dal sotto dei balconi

*

Percuotendo la pula
forse affiorano chicchi
di letizie perdute
o di lampi di gioia
convertiti sul viso
Ricerca senza limiti
è il destino dell’uomo
tra arbusti ed acquitrini
ma di solito il vento
che sospinge la pula
lascia polvere ed aghi
sulla fronte rappresa

*

Ti scelgo e t’assaporo
nella notte ialina
come spicchio succoso
e ti carezzo l’orlo
opaco e venerino
Hai nel pube un diamante
che coglierò ansimante
con le mani furtive
e un impeto discreto
e mi dirai che è dolce
giocare a darsi amore
tra sussurri sgualciti
tu nonostante Luna

*

Il tempo d’un buongiorno
già pigola un trambusto
e sfogli previsioni
sui guadi di giornata
metti in fila i percorsi
per non trovarti alfine
lucertola che svia
scorri attento gli appunti
segnati a marginalia
mentre giunge un vagone
di tegole inattese
e comprendi che è l’ora
d’andare verso il mare
per sorprendere l’onda
che stuzzica i pontili

*

Non sarai di nessuno
non dell’antico padre
e nemmeno dei figli
verdi ma già remoti
Non sarai delle stelle
troppo lontano il cuore
e neanche del mare
che t’assesta sul molo
fingendo panorami
Non sarai della gente
non sa scrutare dentro
distratta si compiace
del nulla che l’assorbe

Nicola Romano vive ed opera a Palermo. Giornalista pubblicista, è stato condirettore del periodico “insiemenell’arte”e attualmente collabora a quotidiani e periodici con articoli d’interesse sociale e culturale. Con opere edite ed inedite è risultato vincitore di diversi concorsi nazionali di poesia. Alcuni suoi testi hanno trovato traduzione su riviste spagnole, irlandesi e romene. Con il circuito itinerante de “La Bellezza e la rovina” ha recentemente partecipato a letture insieme a noti poeti italiani.
Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: I faraglioni della mente (Vittorietti,1983); Amori con la luna (La bottega di Hefesto,1985); Tonfi (Il Vertice,1986); Visibilità discreta (Ed. del Leone,1989); Estremo niente (Il Messaggio,1992); Fescennino per Palermo (Ila Palma,1993); Questioni d’anima (Bastogi,1995); Elogio de los labios (C.Vitale, Barcelona,1995); Malva e linosa, haiku (La Centona,1996); Bagagli smarriti (Scettro del Re,2000; Tocchi e rintocchi (Quaderni di Arenaria,2003); Gobba a levante (Pungitopo,2011);
Voragini ed appigli (Pungitopo,2016); Voragini ed appigli (Pungitopo,2016).

Giulio Marchetti

31 marzo 2016 by

copertina ghiaccio nero

 

Asfalto

Ogni giorno
trascino i miei passi
sull’asfalto,
grigio come la polvere
che respiro,
come la nebbia
che avvolge i pensieri.
Alla primavera
non sono invitato.
E, se è vero che ci sei,
non ti vedo.

 

Se solo fossi mio

E’ un delirio di farfalle
che cercano un soffio
di felicità
in un vento di spade.
E il essere suda
fino a stringersi
in una sintesi oscura
così simile al nulla
da renderlo invisibile.
Eppure esiste la gioia,
anche se rovesciata.
Ed è chiaro
quali angosce comporti
attraversare l’inferno da vivi.
Ogni giorno
si ride senza speranza
e muti.
Ormai
neanche una cellula
di ciò che sono
mi appartiene.
Se solo fossi mio,
volerei.

 

Delirio

Cambiare stagione ad ogni istante,
farsi male per poi stare bene,
poco importa se sparire o sparare,
a volte il sangue torna nelle vene.
Sulla soglia,
tutto il peso
della tua assenza.
Nessuna forma,
solo la tua bellezza
eguaglia la mia pena.
Una voce sottile bisbiglia:
l’amore è un inferno potenziale.
Poi il silenzio tende il filo
dell’attesa,
dove inciampo.
E ti guardo ancora.
Un blu senza limiti,
l’abisso.

 

Terra

La parola più dolce dell’autunno
è silenziosa.
Le foglie cadono dai rami
con la leggerezza
di non essere niente.
La terra è l’ultimo rifugio
del volo.
Aspetto una pioggia di stelle
a vene aperte.
Ho la pazienza
di un cuore fermo.

 

L’alfabeto del silenzio

Chissà da quale mare
emerge l’onda improvvisa
che bagna d’oro
le due rive opposte.
Chissà da quale preistoria
nascono i baci
che appartengono
all’alfabeto del silenzio.
Comunque trattengo
l’ultimo respiro
per dirti buonanotte.
Chiudo gli occhi
e li lascio volare
nei miei cieli privati.
Come sempre
la libertà del sogno
conduce a te.

 

Ghiaccio nero

Nuovi inutili giorni
fanno passare le stagioni.
Il più sottile ricatto del tempo
è l’oblio.
Ho perduto il mio cuore
durante una tempesta
di cenere e ghiaccio.
Eppure a volte lo sento
battere ancora.

 

Giulio Marchetti è nato a Roma nel 1982. Ha esordito in volume con Il sogno della vita (Novi Ligure, 2008), finalista al “Premio Carver” e segnalato con menzione speciale della giuria al Premio “Laurentum”.
Nel 2010 ha pubblicato, con prefazione di Paolo Ruffilli, Energia del vuoto (puntoacapo), seguita nel 2012 da La notte oscura (ibidem). Con Cieli immensi, tratta da quella raccolta, ha vinto il Premio “Laurentum” 2011, sezione sms.
La notte oscura ha ottenuto il III posto al Premio Nazionale di Arti Letterarie “Città di Torino” e al Premio Internazionale “Tulliola” ed è stato finalista al Premio “Città di Sassari”.
Nel 2014 ha riunito le precedenti pubblicazioni e la sezione inedita Disastri nella raccolta Apologia del sublime (puntoacapo), segnalata al Premio “Città di Sassari”.

27 marzo 2016 by

Buona Pasqua - by criBo

Paolo Ricciardi

21 marzo 2016 by

NUOVA VIA CRUCIS IN METROPOLITANA

   nuova via crucis in metropolitanadon paolo

 

 

 

  1. Emily Dickinson.

E’ un libretto di 36 pagine, più le 4 di copertina, non di più, note comprese, dove si annidano  – come ama dire Fabrizio Centofanti –   sempre delle verità nascoste, o delle vere e proprie perle, tipo L’”io credo, io spero, io amo”  di don Mario Torregrossa, l’omelia sulla Madonna di San Bernardo (“seguendo lei non puoi smarrirti”), o i versi di Emily Dickinson: “Come se il mare separandosi/svelasse un altro mare,/ questo un altro, ed i tre/ solo il presagio fossero/ d’un infinito di mari/ non visitati da riva / – il mare stesso al mare fosse riva – / questo è  l’eternità” . A prima vista ti dà l’idea del classico opuscolo “devozionale”  che ha preso il posto dei santini di una volta. Lo prendi, lo sfogli, lo leggi, così, un po’ per curiosità, e per passare un po’ di tempo lungo il tragitto , che percorri ogni giorno,  sulla Roma-Lido , una vera e propria “Via Crucis. E invece no. Se tu lo leggi sul serio, questo libretto, non trovi magari l’America del Karl Rossman kafkiano, che hanno dirottato (teatralmente) anche su questi itinerari, ma puoi trovare le chiavi per entrare in altri spazi, in altri lidi, in altri cuori, in altri mondi, chissà, magari le “chiavi del tuo paradiso”. Sto parlando della “NUOVA VIA CRUCIS IN METROPOLITANA” di don Paolo Ricciardi, il parroco di San Carlo da Sezze, fermata Acilia, zona sud di Roma, linea B della metro, che porta al mare, che, mescolato al sole, è forse l’eternità. Lo disse perfino uno come  Rimbaud, quando vide il mare per la prima volta.

  1. Carmelo Bene

Questa Via Crucis, Paolo Ricciardi  l’ha dedicata a Papa Francesco, “pellegrino verso le periferie del mondo, nel terzo anniversario della sua elezione”, ma anche a tutte le comunità parrocchiali in cui è stato, e – soprattutto –a tutti coloro che viaggiano  sulla linea B. Allora gli ho detto, Don Paolo, andiamoci insieme sulla metro, con un gruppo di ragazzi, e leggiamola questa via Crucis, fermata per fermata, dalla prima stazione (Gesù è condannato a morte, guarda caso proprio al “Colosseo”), fino alla Resurrezione ( Stella Polare); sorride, un po’ ironico e un po’ perplesso. Gli dico, a suo tempo l’ha fatto uno come Carmelo Bene, mi risponde, Lo so. Anche quella era una sorta di via Crucis, una processione laica, ma ci si sentiva tutti un po’ cretini noi spettatori. Tutti dietro ad un pifferaio magico, con la voce da. tamburo-flauto, e una fascia sulla fronte, alla McEnroe. Ma noi non recitiamo, dico. Noi leggiamo a voce alta le “tue”  stazioni, a partire dal Colosseo: “ L’impero di Roma s’intreccia/a quel lembo di terra lontana/in cui visse quel giovane Uomo/ Pilato si trova … a rappresentare il mondo di sempre/ prestato al potere/ e s’incontra con Chi, Onnipotente, scegli di amare/  L’uomo, ogni uomo,   passato, presente, futuro, / condanna il Dio della Vita…alla morte …/ Ma il cuore in rovina si vuole destare/ e ricerca, incosciente,/ una vita che sappia di Eterno”.

  1. Dino Campana

Ricordo anch’io, quella volta, i segni del cerone sotto gli occhi bovini  del grande Istrione, e un microfono, con una luce di fosforo addosso. Leggeva i Canti Orfici di Campana, che gli si adattavano benissimo, con la sua visività enfatica, le sue allucinazioni, la fantasia onirica,  che amplifica e trasfigura, e, soprattutto,  con quella componente fonico-musicale, ossessivamente ripetuta, che si fa voce ingorgo ed eco di flauti. Quei versi erano come il frullare di ali di un uccello tenuto in gabbia per quasi tutta una vita, un uccello incapace di volare… Ora siamo alla Piramide, alla terza stazione, a Gesù che cade per la prima volta. “E’ un crocevia /di macchine, moto, persone, /povera gente/ di tutte le razze.” . Forse la parola che ora tu ascolti, al di là delle interferenze, al di là delle distorsioni volute di quella voce eidetica, che assume in sé, oltre ai significati e ai significanti, anche il più vasto repertorio della gestualità,  tu – onestamente – non riesci a capire quasi più niente dei versi o della prosa di  Campana, se non un vago suono musicale, un’eco  . Quello che ti rimane è un’esitazione tra un suono e un senso .

 

  1. Nanni Moretti

Siamo alla quarta stazione, alla Garbatella, prediletta, da Nanni Moretti, (L’unica cosa  che mi  piace fare è guardare le case  e devo dire che il quartiere di Roma che più m’è piaciuto è la Garbatella, perché c’è vita autentica), dove Gesù incontra la Madre. “ Mi immagino ancora le mamme/che chiamano i figli dall’alto,/mani dischiuse e finestre, odori di cibo,/ di pane, di pizza, di panni distesi,/ la semplice vita di gente che vuol camminare/ malgrado le prove:/ Atti d’amore minimi o immensi/convivono insieme con atti violenti, /piccoli o infami di vita “malata”/ Garbatella è il nome di ogni paese del mondo. /E in ogni paese del mondo/Gesù incontra sua madre”…. La voce di Carmelo si fa eclisse, s’oscura, poi traccia figure sonore, traiettorie, sponde di biliardo, medium tra il corpo dell’attore e lo sguardo dello spettatore. Il suo teatro accerchia quel punto fosforico che Artaud chiamava la Parola prima delle parole. Ormai nessuno di noi capisce più nulla di ciò che dice l’attore, e ci siamo perfino dimenticati di chi siano i versi che sta recitando . Ma siamo sicuri, poi, che siano versi?

  1. Acilia

Intanto noi andiamo avanti. Siamo a Marconi, dove la Veronica asciuga il Volto di Gesù: “…una donna ./ Emerge, tra tanti, col panno,/ nel gesto d’amore/ d’imprimere un soffio al Signore…//Di togliergli il sangue,/le spine,/ le lacrime, tante, / versate sul viso e sul cuore”.  Proseguiamo fino a Tor di Valle, dove Gesù incontra le donne di Gerusalemme.  “ La stazione ippica che “ richiama i cavalli, i fantini, /la gente  che ha vinto e perduto le scommesse/ A questo incrocio di corse-rotaia e galoppo – / Gesù va sempre più piano/ Era entrato trionfante,/ma in groppa a un asino lento,/nel segno di un umile regno//…Le donne che sono qui dentro, in questo vagone,/mi sembrano piene di vuoti./Mancanze di tempo, d’amore, di affetti….”Siamo arrivati ad Acilia, undicesima stazione, dove Gesù è Crocifisso: “Acilia, Palocco, Axa, Infernetto/,sono tante realtà diverse ed  uguali,/ cosparse di verde, con strade bucate, vicoli, viali/ realtà popolari e villette con cani guardiani/ E impianti sportivi, industrie, mercati…/Gesù  è crocifisso tra tutto il trambusto/ di questi quartieri svuotati di giorno/ e pieni soltanto di tramonto/ La croce si innalza per dare valore a questo viavai, / dar senso e colore al buio dell’uomo/ e riempirlo di nuovo d’amore”.

  1. La parola

Leggere, per Bene,  questo nostalgico dell’impossibile, è un modo per dimenticare, leggere è una forma dell’oblio; in fondo scrivere e leggere sono stretti in un unico gesto di sparizione. E’ una cosa bella scrivere, diciamo noialtri  scriba per vocazione  o dannazione, però sarebbe meraviglioso che ogni tanto qualcuno riuscisse a leggere davvero una nostra pagina, una soltanto di tutte quelle migliaia e migliaia che scrivi, sarebbe bello vedere qualcuno che prende in mano, ad esempio, questo libretto di Paolo Ricciardi  e pronunciasse a voce alta  la parola che coglie a Ostia Antica, dove Gesù muore in croce .Qui s’aggirava Agostino, “vicino a sua madre, discorreva di cose di Dio / E mentre parlava il discorso portava a passare / dai sensi terreni alla gioia dell’Essere stesso, / il Creatore del cielo, del sole, le stelle//…Quello sguardo di madre e di figlio mi tornano ora, / in questo momento in cui guardo la croce/ e lì sotto Maria.” L’istante in cui tu la pronunci la parola diventa viva, ma è come una fiamma che arde, che brucia; non puoi trattenere la pagina in cui è scritta, il foglio rapidamente si dissolve, sparisce, e tu non ricordi  più quello che c’era scritto, quello che tu stesso avevi scritto col tuo sangue. Ma in fondo era solo una vaga traccia sulla sabbia, un’ impressione, un’ombra, una scia di un ricordo, la sensazione  di scrivere  una poesia, o almeno un verso degno di questo nome .

  1. Poesia è rifare il mondo.

Siamo arrivati alla quattordicesima stazione, in cui Gesù è posto nel sepolcro. “ Il viaggio, che è quasi finito, /mi trova ferito da tanto silenzio/ Quante volte ho veduto morire persone,/ richiudere bare, veder lacrimare/ E sapere Gesù nel sepolcro, e così non vederlo, / è il dramma di chi, sconsolato,/ pensa soltanto che tutto è finito. Siamo alla  Stella Polare, alla Resurrezione . “Eccomi, sono arrivato. /Scendo alla “Stella Polare”, /ripieno di volti, di storie, persone/ Ogni giorno la via della Croce/ incrocia la via dolorosa dell’uomo. / E a ognuno vorrei dare coraggio, / infondere forza, / perché non c’è croce/ che non porti alla Vita/ come la foce si apre nel Mare”.E ci rimane la sua voce, pacata, umile, modesta, ( ringrazio mio fratello, scrittore, che mi ha rivisto e corretto il testo in alcuni punti), ma non priva di ironia, ricca di sentimento e calore umano (“ringrazio chi mi ha insegnato a viaggiare osservando fuori dal finestrino e dentro il cuore degli uomini”) , la sua è una voce diversa, un suono che accade, un sussurro che grida e diventa il tutto, il resto è niente. E’ una scia, un’onda di risacca, un’eco, il mistero delle piccole cose che si fanno poesia, bellezza, rinascita.  “Manda signore ancora profeti,  uomini certi di Dio,  uomini  dal cuore in fiamme / E tu a parlare dai loro roveti sulle macerie delle nostre parole/  A dire ai poveri di sperare ancora / Anche le cose sono parole, scrigni di sillabe divine, dimora dell’essere / E voi, scribi del mistero, poeti di cui un solo verso fessura sull’infinito come il costato aperto di Cristo/ ci ricordate ad ogni istante che / Poesia è rifare il mondo”.

Mentre ci accingiamo a scendere dalla metro percepiamo lo sguardo dei passeggeri volto su di noi, e vi scorgiamo qualcosa di  “benevolmente pietoso”.

Roma, 17 marzo 2016

Augusto Benemeglio

 

 

Mariolina La Monica

14 marzo 2016 by

 

scansione0119

 

Per percorsi a rotta variabile che a volte compiono le carte, mi è giunto in lettura questo librino di poesie, che poi non è un libriccino ma un poemetto ricco di metafore e visioni che vorrebbe andare oltre il volo cablato delle ali in sintonia con il vento, che tenta di perforare le luce e l’ombra del cielo perché sa che cela verità seduttive e derisorie.
E’ di facile comprensione l’analogia dell’aquilotto con l’uomo: hanno forza, potere, la certezza della loro identità, eppure entrambi non giungono ad alcun risultato certo, si spingono fino ad essere esausti dentro questa grande bolla che li serra e impedisce loro ogni certezza.
Aquilotto o umano debbono accontentarsi delle visioni, delle fantasmagorie nate nella loro testa.
Certi e amareggiati.
“ Vai corrente di cielo / veloce fiato alle mie ali / trascina il petto / inoltra il mio becco nel vento / illumina il mio occhio./ Luce / voglio luce sull’ombra / spaccare ogni mia nube / ascendere sino a sfiorar lontano./ …
Questi pochi versi declamano il desiderio di oltranza e l’impossibilità di conseguirla.
La poetessa si è impegnata in una impresa di grosso respiro; attorno a questi temi
(Chi sono. Dove sono. Da dove vengo. Qual è il fine. Quale la fine… ) Non diversamente da altre menti eccelse non ha trovato risposte e becco, artigli e ali possenti non sono stati sufficienti.
E’ apprezzabile il numero dei tentativi dei punti di vista e delle possibilità: la poetessa si cimenta a tutti i lati dell’aere là dove sembra si apra uno spiraglio: “Ma ha venti sulle voci di altre ali /laddove la compattezza è breccia / è lo smalto / è dritta via./ Pertchè vagare ancora? Gli risuona / perché affondare su terre ripiegate?/…./ e ancora : “…./ scivola il vuoto / scivola l’immaginario / scivola. /
Il desiderio di portare a compimento l’opera , a volte spinge a trascurare il ritmo e il metro, così che il verso appare scabro, reticente e altre volte si vota al lirismo. Si leggano con attenzione gli ultimi versi dove si invoca la speranza fraterna per… durare… La metafora sulla quale si articola il poemetto è ben azzeccata: l’aquilotto va a braccio con l’uomo, l’uno dall’alto mirando la terra, l’altro dal basso mirando il cielo. Opposti e fraterni. Non sempre uguale l’esito poetico: a strofe di dettato risoluto si susseguono altre dall’esito più incerto ma l’impresa non era facile.
Per dire altro e di più dovrei meglio conoscere la poesia di Mariolina; la lettura di questo poemetto mi ha lasciato un gusto amarognolo che ben conosco.

Narda Fattori

5

Ed il nido scompare
tutto scompare
scompare l’impronta di chi l’ha costruito e la frasca si perde.
Solo un solco dove poggiava resta.

il figlio dell’aquile attende
stupido attende senza saper più cosa.

Non portate l’infinito sulle sue dure labbra
non portate albe e scie mutevoli del giorno
quando questo giace disperato in un angolo
e poi a sera svanisce come un inutile fiore che giacque
inutilmente per morire.

Domani è morte
domani per chi vive son tamburi.
                             

6

“Sempre gli stessi uomini
sempre uguali i gesti e le parole:
al muro.
Al muro bende sugli occhi e fucili spianati là sulla pianura.
Dimmi
chi regge le chiavi delle prigioni?
Forse il despota diavoletto che inonda di duro queste rocce
o forse la voce del crepuscolo che salta e balla?

E trascina
e trascina polvere e foglie”.

7

Sulle verdi vallate
e campi, e strade, e casucce strette per paura
s’accendono di festevoli falò alla vendemmia.
Boccali colmi di risate e danze su danze si trascinano
                                                                     [al buio

                                                                      

16

“Ora che fuggo
e chiarno il dolore gioia e ogni gioia il bagliore
chiara contemplazione
mio fiore
punto predestinato già al mattino
dove t’ho scordato?
Lascia che io allarghi l’occhio a ogni momento
è la finestra
da cui intenso mi può inondar l’immenso
è la finestra squartata del mio cielo”.

17

E il suo giorno origlia il vento e bacia un fiore che tende
[all’ infinito
e il passo suo calca le sue ombre.
Lui vive la dove il suo orizzonte si fa’ e si decompone
scomparso e il giusto attracco nei suoi occhi
scomparso.

Ridategli il suo occhio sereno ed il suo nido
e l’acqua chiara della fonte antica
che lui la porti nella patria dei semi e delle zolle.
Ridategli il silenzio limpido
il respiro paziente
e la carezza tenera del giorno che s’inoltra e s’abbandona
[nel sonno.
Ridategli a navigare luce nella sua casa dell’ oggi e del domani.
Ridategli.

 

18

“Ogni mattina a dar senso alla vita ogn’aquila vaga la valle
setaccia la regione.
Come me
proprio come me
pnma
quand’era il sole.

Ma oggi non caccerò
oggi perlustro cime …
… e la scure s’innalza”.

 

21

Ma anche tra il gelo
si rincorrono gli astri
e solcano dirupi e piane, disperazioni e gaudi
che bramano la parvenza d’una culla.
Nulla si ferma perché tu non sei
nulla si ferma per ritrovare un giorno
quando a ogni giorno
sudate cresci spighe.
Con l’occhio colmo
-stretto in troppo affanno-
bramando pace
scioglie in alti effluvi quel suo andante stracciato che ridesta
le ortiche
i gorghi
l’ ondulanti brine
caldi tutti i risucchi del sublime.
E si fa’ gemma di canti e di barlumi
ne fa’ il suo fiume
ne cresce mille vele
lampare a raggio e sete su quell’acque.

                                                   

22

“L’aria è assassina
ma l’urlo della valle
mi porta essenze di primavera a sera
quando ogni alito si fa rosa sul fiato
e argenteo è il cielo
tanto esteso il chiarore
che mille tenerezze avvolge agli occhi.
Ora gli parlo al cielo delle sere
modula i suoni
raffina lo sgomento
traccia i contorni di tutto il pianto che s’avvizzisce al chiuso
dei mille volti costretti in un sorriso.
Ora lo guardo il cielo delle nubi.
Ora non parlo
lascio parlar la notte.
Ora percorro le inesplorate piste di quel pensare
[martellante e puro
di quel sentirmi in un dischiuso enigma.

E asciutto l’occhio
pozza stagnante il volto
come da ceneri verticalizzo semi”.

29

Qualcuno un giorno ci rubò la via Lattea
portò lontano dalla terra ogni piccola stella
e rinchiuse mille ali nel petto d’ognuno
però
non mise briglie alle piene dei fiumi e caricò i venti
[ad inseguirle.
Da allora
-ad infrangere i limiti-
tra quel sentore ogni tanto qualcuno si libra
raccoglie strie di vite come semi
e mestamente ne fascia i fiordalisi.
Ogni tanto qualcuno
da coltri opache legate a doppio filo
s’accende aurore e sogna corde d’arpe.
Ali d’uccello stringe ad ogni vento.
Qualcuno un giorno ci rubò .
… .. . ogni tanto qualcuno, ogni tanto qualcuno, ogni tanto
[qualcuno
ogni tanto
un fratello che ci sia.

Giovanni Campi

5 marzo 2016 by

 

Ancora una pagina qui al giardinodeipoeti  tratta da ”Babbeleoteca minuta (inoperosa opera)” di Giovanni Campi. Avvincenti, ipnotici frammenti di senso frammentati. Specchi che amano avvitarsi in una danza di domande aprenti a cascata in altre domande per un inevitabile (e irresistibile) effetto – domino – senza inizio senza fine, tolto il centro gravitazionale cui ruotano riflesse costellazioni di filosofiche surrealtà metafisiche (o metafisiche surrealtà filosofiche?).  [d.e.b]

:

plotone d’esecuzione

:

“Mon dieu! Ô mon dieu!” – disse il Signore.
La vita del signore era stata costellata da una serie di avvenimenti a dir poco sconcertanti, l’ultimo dei quali fu appunto di trovarsi, tradito da uno, e ancor di piú da tutti coloro non l’avevano creduto, dinnanzi ad una platea fatta di persone pronte a tutto sí ma non al perdono. Come se il perdono non fosse fatto per costoro, come se il perdono non esistesse punto.
Due uomini gli erano accanto: c’è chi dice che soltanto uno venne salvato, un altro invece dice che ambedue furono condannati, altri ancora tacciono sulla questione. Come dire che dei fatti ci son versioni discordanti, cui credere o meno; cui dar credito, e credibilità, o, per lo meno, verosimiglianza. E se invece fossero vere tutte le versioni? o false amendue? Forse la verità era nel silenzio di quelli che tacevano? e perché la tacevano? Era dunque una verità indicibile? o semplicemente non riuscivano a far corrispondere le cose all’intelletto di esse?
“Un, due, tre: fuoco!”
C’era dunque un numero per ognuno di loro, e il fuoco per tutti.
“Mon dieu, Ô mon inaccessible dieu!”

:

abbandoni

.

“Y a-t-il quelqu’un?” – chiese il Signore.
“Il n’y a plus personne” – rispose una voce.
Nel dileguarsi d’ogni voce, nel silenzio piú puro dell’esser solo, gli parlava dunque una voce, che non era di qualcuno, che forse era la sua stessa voce: una voce senza corpo, forse una eco di sé a sé. Gli dava una risposta, muta: una risposta che mutava l’ordine dei fatti, e insieme dei fattori. Quel qualcuno di cui chiedeva chi era? Non essendoci nessuno, c’era appunto questo nessuno che gli parlava, ma gli parlava per dirgli nuovamente che non c’era nessuno, nemmanco uno. Lui stesso era questo qualcuno? Lui stesso era questo nessuno? Questa insistenza nel domandare di qualcuno, che era lui, e non lo era, non poteva essere destinata ad altri se non a lui stesso, ma non in quanto uomo, né in quanto ragione d’essere uomo, ma piuttosto
in quanto esser solo, e solo e soltanto senza ragione d’esser solo. Era sgomento, ma pronto ad esser tale: senza paura di esserlo. Si trovava in una radura, là dove era stato posto, là dove era stato posto ci fosse posto per lui, ora mai deposto. E la cosa era senza un perché.
“Mon dieu, Ô mon dieu, pourquoi m’as-tu abandonné?”
E lí, e lí non c’era niente, o in fine c’era un dono donato.
“Oh, se soltanto si avesse tempo!”
“Oh, se soltanto ci fosse tempo!”

.
@

.

“Quelqu’un connaît-il la vérité ?” – fu chiesto al Signore.
Il signore si avvalse della facoltà di non aver risposta alcuna, in quanto le possedeva tutte, non solo dunque quella della conoscenza della verità, ma anche quella della menzogna che tale verità celava, e della verità di questa menzogna: il signore si trovava all’interno di una delle due torri, o d’amendue, il che sarebbe come dire la stessa cosa, e, forse, anche dire meglio; il signore dunque si trovava, oltre che all’interno di una delle due torri, o di tutt’e due, anche all’esterno di essa, o di esse. Le torri, sia l’una che l’altra, erano fatte e di scale e di porte. Le scale, che, per loro definizione innata e indefinita, non si sa se siano ingiuse o insuse, erano delle scale a chiocciola, cosa questa che non mancava di porre interrogativi, di tra l’inqujetante e l’angoscioso: se d’un lato, di fatti, parevano volersi elevare in un’estasi superna e paradisiaca, dall’altro lato parevano volersi inabissare in quella discenditiva e infernica. E cosí pure ogni porta, che si apriva, c’è chi dice che si aprisse verso una nuova, altra scala, chiudendo dietro di sé la precedente, e c’è chi dice il contrario, o quasi, e cioè che ogni porta, che si apriva, non si aprisse che sulla precedente, chiudendo dietro di sé la novella et altera. Et cetera, et cetera. Altri ancora afferma che le porte non si aprivano, ma si chiudevano, e che, cosí facendo, talvolta chiudevano talvolta aprivano e le novelle et altere e le antique. Come dire che ogni porta è tutte le porte, e ogni scala tutte le scale.
“Chaque chose est toutes choses: n’est-ce pas?”
“ça va sans dire” – rispose il Signore.
“Il n’y a rien d’autre.”

_

altro qui

_

*

_

altro di babbeleoteca minuta (inoperosa opera)

in LPELS introduzione di Nina Maroccolo

in Versante Ripido  introduzione di Claudia Zironi

in Bologna In Lettere  Marion D’Amburgo interpreta…

in Imperfetta Ellisse  introduzione di Giacomo Cerrai

*

 

Giovanni CampiGiovanni Campi, non importa né dove né quando è nato, e neppure se, piú che scrivere, scribacchia, o viene scritto; alcuni testi sono in rete, altri in antologie, sotto varî nomi, nel mentre il suo, di nome, compare sulla copertina d’un dialogo – “l’irragionevole prova del nove” – tra due men che personaggî da nulla, Simpliciter & Complicatibus; vincitore del Mazzacurati-Russo con la “babbeleoteca minuta” il volume poco voluminoso è rimasto allo stato phantasmatico, tuttavia alcune minuzie & minute di esso trovarono la voce di Marion D’Amburgo nel corso di Bologna in Lettere 2015.

Caterina Davinio

28 febbraio 2016 by

Caterina Davinio (02-06-2014 22-32)

copertina Fatti deprecabili

 Fatti deprecabili, ARTeMUSE.

I fatti deprecabili di cui parla Caterina in questa pubblicazione antologica delle sue poesie appartengono alla sua adolescenza, alla sua giovinezza, ad alcune scelte compiute in seguito. I testi coprono un arco temporale di oltre vent’anni, dal 1971 al 1996 e sono disposti quasi cronologicamente, sebbene la Davinio tenti una sistemazione esistenziale e contenutistica e suddivida l’abbondante materiale in cinque sezioni ciascuna votata alla comunicazione quasi diaristica di squarci autobiografici, di mete raggiunte ma sempre insufficienti a placare la sua irrequietudine.
La Davinio prosatrice ci aveva mostrato angoli oscuri e visionari dell’esistenza dei perso-naggi, del loro perdersi lungo percorsi non definiti, le angosce tradotte in eventi, gli eventi forieri di angosce, le derive verso un nulla mistificato.
Qui troviamo la nostra scrittrice alle prese con un materiale che è duttile sotto le sue dita: la poesia è onnipresente, le appartiene come un arto e spesso la sorregge quando il cammino è buio e periglioso.
Non è una poesia consolatoria, neppure emotivamente giustificata: i fatti deprecabili, sotto la sua penna, si purificano ma non diventano algidi, non potrebbero, però setacciano lerciume e malattie dell’anima e diventano quasi narrative con inaspettate visioni e confessioni.
Le poesie raccolte fin dagli anni Settanta (’71 / ’76 gli anni di riferimento) in un “Libro dei sogni”, titolo appropriato all’adolescenza di Caterina e di tanti adolescenti inquieti, a volte rabbiosi, con il loro libro dei sogni che perde pagine giorno dopo giorno. Anche i sogni, che possiedono un’innocenza nella loro furia ancora sottomessa, finiranno per disfarsi come il corpo che incontra la droga, la sua signora, e sottrae casa e affetti, pensieri e fame e sangue.
Racconta il precipizio la seconda sezione (’77 / ’86) “Il libro del disordine”.
Erano anni di rivolta e di rivoluzione e succedeva che dai cortei si finisse in antri dove si mostravano le prostitute, che almeno non giudicavano e non avevano pietà.
La poesia, però, non è risucchiata dall’eroina; rimane sottotraccia, ma non esita a mostrarsi per ritrarre l’esile figura della poetessa, per raccontare con voce dimessa le abiezioni e la forza che ha sempre la vita.
Ho detto che per Caterina la poesia è un arto aggiuntivo che le consente di rialzarsi, di ri-prendere il viaggio.
Il disordine, cifra della raccolta, è nei comportamenti e nel suo peregrinare, nell’andare senza una meta che non sia legata all’impulso.
Soprattutto nella prima parte della antologia la Davinio è di fronte al mare; non è un mare metafisico e/o metaforico; credo che il mare con le sue onde indomite, sia in bonaccia che in burrasca, rifletta quella parte di sé che ama il movimento, la vita, il viaggio, la consapevolezza dei tesori che possiede, come il mare, nascosti sul fondo.
“Molto meglio / i mari pescosi / della Norvegia / e i boschi tenebrosi / della Scozia! / Pa-scoli meravigliosi, / meglio allevare topi / in una grotta / o scavare gallerie nel suolo. / Meglio i palazzi sontuosi / delle formiche e delle api. / In fondo meglio di tutto sarebbe / non prendersi sul serio / guardare la sarabanda / e ridere / sarebbe meglio / meglio / che affollare le chiese / gli ambulatori psichiatrici / le biblioteche/ o gli uffici di collocamento.
Sono versi estrapolati da una poesia di questa sezione e mi pare rendano ragione di una versificazione non edulcorata ma neppure compiaciuta, vera e onesta anche se in quegli anni e negli ambienti che frequentava allora la Davinio non si parlava della verità della poesia e neppure del simbolismo, del postmontaliano scetticismo.
La terza sezione, che presenta poesie dal 1987 al 1989 e che porta il titolo di Libro mistico, segnala una nuova svolta di riflessione e di emozioni; la natura entra nei versi come contraltare e /o alter ego in un bel gioco di rimandi.
È un periodo di transizione dal disordine alla necessità di trovare un ordine; ancora una volta la poesia guida e sostiene e in una poesia indirizzata alla divinità osa scrive-re:…“togliendo ogni sapore di parole / fa’ di me un poeta muto.” È una conclusione ossimorica ma già Caterina compie i suoi primi esperimenti di installazioni e di poesia multimediale che mescola i generi comunicativi. È la risposta alla domanda della poesia 87 di pagina 247: “Ci si può scrollare un peso / ma come sfuggire alla leggerezza?”
Questa sezione contiene un corposo mannello di poesie che cercano un discorso con Dio, dapprima scritto con la minuscola, quindi innalzato alla maiuscola. È un tentativo di non grande successo, insondabile è il divino, ma la poesia ricerca nuova voce, incontra echi diversi.
L’ulteriore silloge, Libro del caos e del risveglio, che vede la produzione fino al 1993, cambia registro e timbro, è più involuta e intellettuale; uscita dalle problematiche legate all’assunzione di alcool e droghe, la Davinio va cercando la significazione nelle piccole cose che appaiono appena scoperte e sono in realtà riscoperte, ma neppure questo nuovo sguardo con le sue incognite visioni donano la tregua: “Questo vuoto che, mi pare di capire, irrobustisce le spalle / e pungola talmente forte che si è disposti / a qualunque artificio, / a qualsiasi bassezza./ Anche quella della prosa.”
L’antologia si chiude con i testi utilizzati per le installazioni e l’esercizio della multimedialità e giungono fino al 1996 a partire dal 1994.
Sono testi molto interessanti che mirano a suscitare emozioni e riflessioni.
Naturalmente decrittano le sue esperienze e le esperienze dei tempi e degli amici, utilizzando i miti e la scrittura teatrale post-moderna.
Forse qualcuno si accosta a questo corposo libro con qualche pregiudizio e scopre che la poesia è l’Atlante che consente al mondo di esistere e di persistere.

Narda Fattori

Il mio amico D.

Dopo una dose
rimanemmo al baretto
del più e del meno,
tu aspirante avvocato,
io aspirante niente,
è che avresti voluto amarmi
per una notte
e io tergiversai
perché la mia notte è capricciosa
e tu famigerato tossico di quartiere
non eri nelle mie corde,
il buio tutto intorno
apriva le sue ali su di noi
dinanzi a un bicchiere.
Tu ti disamorasti a stento,
io, io ti avrei voluto per puntiglio
per metterti in un elenco
di tipi strani e significativi,
ma l’intimità mi era avversa,
avversa al mio cuore sterile
innamorato di altre vie.
Così andammo
ognuno al suo destino,
tu ubriaco,
io drogata,
nella notte dei bassifondi
dove ci eravamo cacciati,
scesi dalle nostre case di notai
e professori incapaci
dei propri figli traditi,
per una notte bianca di bianco, stupida,
dove rivendicavi una ballerina da night,
quasi una prostituta,
per un abbraccio caldo,
per un abbraccio da niente
che a te sembrava vita sufficiente,
che ti somministrava quel piacere sovrumano
che un uomo addenta come selvaggio,
ella ti diede sesso senza questioni,
senza promesse,
mentre io che cercavo l’eterno mi persi
nelle disquisizioni
che a un uomo non danno pane
né ventura.
Così finì quella notte
e noi tornammo
in case nemiche,
spenti dalla droga,
entrambi
disamorati dell’amore.

*

Al Piper con Chiara, la mia amica

Al Piper rocambolava la notte
di corpi mossi nell’euforia della danza
lei, la mia amica, era depressa
ella vedeva lungo sul proprio disamore
di spacciatrice tenera,
di lesbica chiusa alle speranze,
desiderosa di veleno.
Nel carambolare del night
tra il rumore assordante
volle un gesto seduttivo per il non amore:
mi regalò un pezzo di fumo
tra due dita
come un fiore,
e poi mise la sua lingua nella mia bocca
mostrandomi quanto può essere dolce
la sponda amara,
e io risposi con la mia lingua
che sapeva il rapimento della notte,
di quei suoni che andavano
a rotta di collo per condurti
agli inferi più dolci.
Fu il momento più bello con la mia amica,
un’icona dell’essere perduti,
andati,
e senza rimorsi né
aspettative per questo futuro avaro di note.
Lei era bella come un uomo
con bicipiti e tatuaggi sfrontati,
lei sapeva farti nascere
la voglia di camminare lungo l’asse d’equilibrio
sul baratro di un mondo perso e scostante, nemico,
lei viveva spericolatamente l’ora, e ti trascinava
nel suo abisso così tenero,
tanto che m’innamorai e presi dell’ora il momento,
le dissi che essere amanti era il progetto
di me incapace di fedeltà
con i ragazzi,
ammalata di siringa e di linee,
d’esperienza, di veleni,
vogliosa di voluttà antica, senza nome.
Ciao, amica mia,
serbo il tuo ricordo
in una fotografia del cuore
che nulla dimentica se non momentaneamente:
finì la notte al Piper
e fummo di nuovo amiche
che nella strada andavano
fianco a fianco
cadendo ad ogni passo verso il perdono,
crollando dove colpisce l’eterno
i nostri passi precari sulla terra.
1985

*
La casa di Chiara

Accovacciata sulla moquette di casa tua, amica mia,
ogni pomeriggio nel caldo delle due
sorseggio una birra
e aspetto i miei segnali proibiti:
droga, fiacche iperboli accatastate
nel piccolo universo che mi spazia (strazia) intorno
come un fratello,
in una nube d’amicizia arriva la catastrofe.
In fondo bucarsi una vena è atto concreto
ed efferato,
colano rivoli, sprizzano nell’ago,
ti dicono di desistere,
ma caddi in un barile di carezze e amore
calore e ottimismo,
la droga mi abbracciò,
spesi il tempo sulla tua moquette
davanti alla televisione
e una birra maledetta di circostanze;
tu, amica, non temevi e io ti imitai
sulla strada
di pericoloso gaudente,
di gaudente suicida,
di perigliosa rincorsa
a fortune
alterne
scacchiere temerarie.
E me ne vado delusa e contenta nel pomeriggio,
con il mio sale e pepe nelle vene, con l’ebbrezza nella testa
grata a dio e ai demoni
che imperversano su questa città,
in fondo felice dei miei tremendi errori,
disegnavo traiettorie sbagliate, e tutto era errore
predestinato,
me ne ridevo e amavo andare
di traverso, sbilenca
alla rovescia
sbagliata,
a scovare sacrilegi nelle giornate spente
per ravvivarle, non accenderle,
ché sarebbe impossibile dare fuoco
alla morte
annidata nelle pieghe
di giorni atroci e inermi
placidi di stupore,
di luce, di noia come una falce,
mortali di quiete;
sperperai tutto e alla fine
fu niente:
le nostalgie dell’errore,
la fame mortale dell’errore,
la resa all’errore,
che mai risorse dalla culla del baratro,
e amò morire in una stazione
di viaggiatori scagliati verso ultime mete.

*
Festa notturna in un casale di campagna

Quella notte la terra tremò,
quaranta scosse e più,
mentre andava la musica tra le vecchie mura
e i folli danzarono,
torsero le loro bocche
nel riso selvaggio,
vuotarono i bicchieri di vino rosso.
Il mio amico scappò fuori, nel bosco,
aprì le portiere dell’auto, accese lo stereo
e spaccò la notte con i suoni
del suo rock più cattivo,
poi si mise a rollare marijuana
e io, già ubriaca,
vidi il mondo andarsene sghembo, di traverso,
travolta da una vertigine e da un conato,
partii per la tangente verso l’infinito,
su per soffitti ebbri
che vorticavano
emulando l’alto dei cieli.
Poi la notte andò oltre
e finimmo addormentati negli angoli
di quelle grandi stanze di pietra,
il gelo ci morse
quando restarono solo i sassi del focolare
a insinuarsi nel buio
con bagliori rossi di legna arsa
morenti nella lunghissima notte artica.
Mi accovacciai su quelle lapidi ancora tiepide,
sofferente,
e mi strinsi nella pelliccia ispida
come un vecchio esploratore
in un cantuccio di boschi d’Alaska,
selvatica, come una vecchia orsa.
Nel mantello di ruvidi peli
come un gatto opportunista.
Mentre la terra tremò,
quaranta scosse e più,
la nostra notte sghemba
piano svanì nell’alba spettrale.
Eravamo rimasti in pochi
e un ricordo il fragore notturno
di rocambolesco rock’n’roll,
e andammo intorno
smilzi nelle nostre smorfie gay,
colorati nel grigio
come grida d’angoscia.

*
Il suicida

Sul carro del buio
sedevo a stento
quando la notte
si precipitò su di me come un demone
chiedendomi conto
del mio senso.
Dietro ogni finestra
viveva una famiglia
una luce accesa
e io in strada
prendevo bastonate
dalla mia solitudine
tanto che annichilito
lanciai un grido in me
di stupore
come bestia ferita a tradimento,
e spenta come colui che muore,
che deve morire,
vidi le luci correre
sul Lungotevere
e il buio tutto intorno a me.
Le pietre bianche erano spettrali,
volevano la mia fine
e il destino mi spremeva lacrime
come un mantice, una spugna d’aria,
con mani possenti
prive di pietà.
Me ne andai fuggendo
come l’ultimo respiro
ucciso dal momento,
il nulla graffiava forte
nel baratro dov’ero caduto
più povero che mai
e cieco,
senza forze,
ché anche la notte corre
e ha le sue destinazioni
inconosciute,
mentre la mia finiva lì,
e saltai dal ponte.
*
La mia famiglia

Eravamo troppo poveri
troppo da essere arrabbiati l’un l’altro
i nostri figli dei nemici feroci
tu opportunista tenace
io in fuga,
la nostra famiglia era un cappio
mortale,
non so come potemmo crescere, sopravvivere,
in quei meandri di rabbia
che fiorivano sull’amore
come una pianta velenosa,
ma tra il disordine,
il dispetto, l’incuria
continuarono a nascere fiori abnormi,
gli insetti brulicarono di vita,
io sola ne ebbi raccapriccio
mentre tu spaccavi tutte le cose
e i nostri bambini ribaltavano la casa
invasi come demoni.
Vedi in una lente sbagliata, dissero.
E io penai a ricostruire il mio mondo
da quelle macerie.
A tenermi in piedi come un soldato
nella sporcizia
incurante del lavoro,
dell’amore.
Vedi, la parola amore ci disorienta
perché sembra tenera
invece è fatta di solitudine e di fiele,
di ossa spezzate e di sarcasmo,
eppure nella nostra gabbia di stenti
e arroganza
l’amore c’era ad aggrapparci gli uni agli altri
come erba gramigna,
come rampicanti selvaggi
che insidiano le mura antiche della casa.
Fratello mio, il nostro cuore
era cattivo,
i nostri sogni libertari e fuggevoli,
non è facile scoprire come essere felici
alla gogna, con la gola stretta
tra assi spietate,
ma abbi fede nel tempo.
1989
*
Quando fu buio andammo ai campi,
su, per il sentiero sdrucciolando
protetti dal morso della serpe da robusti stivali
Agguerriti e sfiniti dalla disubbidienza
schegge e colori ci schernirono
nell’apparente scemare del giorno
sul monte saccheggiato
sullo scosceso dirupo, con radici attorcigliate
dove andammo su per mirare gli elfi
e il vento sbaragliò le nostre armate
la notte s’appiattì sull’orizzonte
il nero della notte s’inabissò nelle anime
e grande spazio vi schiuse
con dissolvenza e inadempiuti travestimenti
innalzandosi sopra il dirupo
sopra il dirupo impervio dove il fiore s’affaccia
nel suo solo giorno di vita a gettare
il polline, come un piccolo occhio
subito rintuzzato dall’infinito.
*
L’Absinthe

Artificieri nel teatro dell’assenzio
filosofia di amori impazienti
magniloquenza di curiali nell’eremo
nel feretro tutti delle città.
Alla maniera mediterranea, la grande sera
sui frangiflutti sferza schiuma
strati alti rasenta d’atmosfera.
Si scommette e facezie ai crocevia:
secondini, pittori e caparbi
gendarmi,
tutti nella fiaschetteria dell’assenzio.
Gradazione oscura e fluorescenza, sulla vetrina
rivoli, dietro ai tavoli dove brulica il grigio
per le strade si aggirano nocchieri,
zanzariere intravedendo d’infinito
nel velluto dei vinai.
Bische e bracieri
confortati dal balbettio di parole
consumano l’adulterio di biancospini.
E Dio che ha fabbricato la ruggine
divincolandosi dalla storia
con sperpero di venti la disperde
tra i sorrisi schivi dell’universo indeciso.
1990
*
L’angoscia

L’angoscia ha le sue forme,
le sue mostruose ali
di demone
che strappano il velo della mia alcova
per mostrare
la violenza dell’infinito.

*

Ho visto
ora
più nudo che mai
un dio
lo guardo negli occhi
lo vedo:
che cosa sei?
Una statua d’oro
nella cella del tempio
con palpebre chiuse rivelanti.
Un uomo biondo
dalle bianche carni
e dalla muta forza.
Come Apollo nel sole
come Alessandro a cavallo per i deserti.
Un mostro fluorescente
nell’angolo davanti alla tenda
sorride amichevole
e dice: io sono dio
sono un demone santo
le tentazioni nel deserto
guarda la mia schiuma lucente.
*
Psicofarmaci

Mi guariscono
strappando le mie membra al buio
fino a lacerarle,
vogliono
uccidere i miei demoni,
quei fratelli assassini
delle mie giornate.
Vado sull’orlo del ciglione
che si spalanca alla caduta,
la mente dispersa e spaventata,
la mia generazione corrotta,
contaminata,
degenerata,
e sono stanca di giochi,
di sbronze,
di ragazzi perduti
come angeli,
di notti allegre.
Così il male si precipita infine su di me
e mi trascina a fondo,
nelle nostre case segrete,
dove lui dormiente
è oggi risvegliato
come un guerriero distruttore:
domina,
e io sono umiliata.
Cosa mai la mente?
Io sopravvissi ai tempi dell’eroina:
l’oppio mi curava l’anima rotta di etilista
e l’alcol i disordini dell’oppio,
mezzanotte per impadronirmi come un teppista
della città,
e adesso preda di un male cruento e astemio:
formule chimiche
scandiscono il tempo,
sono la cura,
mi salvano dalla vita.
1989

(Poesie tratte da: Fatti deprecabili. Poesie e performance 1971 – 1996, Premio Tredici 2014).

Caterina Davinio (Foggia 1957) Dopo la laurea in Lettere, si è occupata di scrittura e nuovi media, operando nel circuito dell’avanguardia internazionale. Ha svolto attività espositiva, convegnistica e curatoriale in molti Paesi del mondo, con centinaia di mostre in Europa, Asia, Americhe, Australia, tra cui le Biennali di Sydney, di Lione, di Atene, di Merida, Manifesta e sette edizioni della Biennale di Venezia ed eventi collaterali, dove ha collaborato anche come curatrice. Una tra i pionieri della poesia digitale, è la fondatrice della net-poetry italiana. Sue opere poetiche e saggistiche sono tradotte in inglese.
Fra le pubblicazioni, tre romanzi: Sensibìlia, Il sofà sui binari, Còlor Còlor; i saggi: Tecno-Poesia e realtà virtuali e Virtual Mercury House; in poesia i volumi pluripremiati: Fenomenologie seriali, Aspettando la fine del mondo, Il libro dell’oppio, finalista nel XXV Premio Camaiore e fra i selezionati dal premio Gradiva, New York, Fatti deprecabili ha vinto il Premio Tredici 2014.                                                                  

Anna Bertini

19 febbraio 2016 by

17371_1342736737274_189977_n     unnamed

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla nota introduttiva di Adriana Gloria Marigo:

[…]Profusioni, porge nel criterio dell’etimo il connotato che nel mondo vi è qualcosa a favore  dell’unione fusionale e combinatoria, che diffondere parti appartenenti  significa ogni volta apparentarsi con esso fin nella «goccia di sudore», riconoscere che «osceni» non sono i segnali affioranti, ma «i carboni d’anima sottostanti», ridefinire la scelta che s’invera alla soglia più alta nel «Gettarsi  /nel vuoto / del cortile, / attendere / lo schianto / che libera / il volo delle / cicogne. // E rinascere.»

L’intensa presenza dell’autrice a se stessa e a tutto quanto la circonda include ogni tensione, ogni manifestazione di persone cose emozioni inscindibili nell’interezza dell’intorno, che sembra vacillare nella sua materializzazione come necessità a riconoscere le proprie e altrui consistenze o debolezze e accoglie la musica che segna il procedere come ombra esatta e gemina, come fosse non sperdimento di sé, o vaghezza d’estraniazione, ma congiunzione assiale, necessità e traccia strutturale.

 
LA Dis-uguaglianza

Tutte le volte che tocca
la stazione uguaglianza
la locomotiva si schianta.
Volano cocci corpi parti.
È l’abuso della parola libertà
che ci ha tatuato sul braccio
la parola coraggio.
di città in città
disperati diversi dispersi,
si va si sta si muore
per voi che clonate
l’inferno migliore.

Ispirato a Different Trains, Steve Reich

 

**
Yamore

Con gesto stanco nel Suk
a cercare il disco del nero bianco.
Tra mille collane e poche antichità
tra le rovine puzzolenti
della tua città
spingendo una poussette.

Tu, sguardo da ‘masai’ bebè
non sai niente ancora di me:
ci voleva coraggio,
io sperso avorio
nella città ebano
dei contrabbandieri neri –
seduti su panchetti minimi
scolpiti nei baobab –
a cercare avida la musica,
per dimenticare
l’odore, il dolore
e la paura di non farcela
a reggere sul corpo
la tua Africa.

Ispirato a Yamore, Salif Keita

 

**
E poi se ne vanno le donne

Sono sicura, non andate di schiena
è il mondo che vi si gira
e mostra la gobba
si inchina…
Intanto silenziose
vanno le donne
lontane dalla vita.
Da poco son partite
avviandosi piano,
alcune per mano
alla raggiunta vecchiezza,
altre con uno sguardo
di indomita bambina,
con la paura taluna
di lasciare al futuro incerto
qualcosa qui
sulla confusa terra.
Col rimpianto dell’amore,
dell’alba, delle risa
di tutta la bellezza,
del sole che scalda,
del profumo dei capelli
di tuo figlio,
di quella pietra dal cuore
che scivola,
alla fine di una guerra,
di un impegno,
di una rabbia,
di una storia.
Con rimpianto e pace
se ne vanno le donne
da qua, a cercare
una nuova dimora
per l’umanità ferita.

dedicato a Clelia, Rita, Mariangela.

 

**
Seduta nei dintorni di te

La sedia davanti alla luce
la luce seduta sui fianchi,
silenzio, guardo davanti,
la schiena taciturna dei giorni,
che passo in attesa,
di cosa?
Non ci sono ritorni
le ore sono sempre nude e nuove
nei dintorni di me.

 

**
Penelope

Ma tu torna.
Anche i conti tornano,
alla fine del giorno,
se non viene il tempo ladro a rubarti
qualche soldo dal cassetto,
e i clienti hanno pagato.
Ti lavo d’ambra,
ti profumo di sandalo,
ti cucino speziato di curcuma e zenzero,
ti delizio di cannella sulle mele,
e poi ti puoi sedere qui,
accanto al mio telaio,
dove tesso pregiati i filati
splendenti di porpora e zafferano.
E tu mi tieni una mano,
quando mollo la cima del vello,
e penso, e rido.
Tu ferito,
che torni dalla guerra dei bazar,
dalla lotta degli scambi e delle tratte,
tu, coi caftani, tu lo so, domani, torni.
Allora ti aspetto.
Mi metto dirimpetto alla vita,
con resine copro la ferita dell’assenza
e spargo qualche essenza su un asciugamano.
Poi ci piango dentro l’attesa,
no, no, non mi sono arresa,
non mi sono arresa.

 

 

Anna Bertini, appassionata e dedita da sempre alla scrittura e alla musica, è nata in Toscana, a Livorno e si è tra-sferita nel 1987 a Monaco di Baviera dove ha acquisito il Diploma in Educazione dell’adulto e quello di Lingua Tedesca. Si è dedicata per svariati anni all’insegnamento della lingua italiana per stranieri. Ha studiato Drammaturgia presso la Facoltà di Theatherwissenschaft della Münchner Ludwig Maximilian Universität.

Ha frequentato il primo anno del Master in Tecniche della Narrazione e i corsi di Editing, Critica Musicale, e Scrittura per il Teatro presso la Scuola Holden di Torino (’94-’96). Dal 1996 al 2011 si è occupata di management culturale, fondando le due agenzie Bertini Art Networking e Joinopera. Ha curato le carriere di musicisti e l’organizzazione di eventi e spettacoli, collaborando con molte prestigiose istituzioni e personalità internazionali.
Ha trascorso diversi mesi in Africa per l’adozione della figlia Nathalie, in seguito alla quale ha abbandonando la carriera manageriale. Questi cambiamenti le hanno i consentito di dedicarsi più intensamente alla scrittura, che è diventata così ( insieme alla cooperazione con scuole e istituzioni culturali per seminari e laboratori di espressività e didattica della musica ) più centrale nella sua attività.

Pubblica bimestralmente sulla rivista letteraria La Stanza di Virginia, e bisettimanalmente sul magazine dell’Associazione Onlus Facciunsalto Editori. Sue liriche e racconti sono comparsi in an-tologie ed ebooks, tra le quali citiamo il IV e VI numero de I Quaderni di Èrato, l’antologia Voci contro la Guerra di Onirica Edizioni, e quella Teorema del Corpo, Donne scrivono l’eros, Fusibi-liaLibri, 2015.
Ha pubblicato nel 2015 per FusibiliaLibri la silloge “Profusioni”, ( nota editoriale di Adriana Gloria Marigo ).
E’ membro di EWWA European Writing Women Association, e di DVPJ, Deutscher Verband der Pressejournalisten.

Mariangela Gualtieri

12 febbraio 2016 by

copertina

 

È un respiro largo quello che attraversa quest’ultima raccolta poetica di Mariangela Gualtieri, fatto del ritmo delle stagioni e delle generazioni, ascolto del silenzio, risveglio primaverile della terra, ebbrezza di vita connessa a ogni forma della natura. Ma nel libro non manca il lato ombroso, il vento che scuote, le «formiche mentali» che intasano la testa e impediscono il senso più leggero e più compiuto della gioia. Dunque le poesie di queste pagine sono anche luogo alto di raccoglimento sulla trama e le connessioni del mondo sensibile, attraverso la parola ma anche attraverso lo «stare fermo» del corpo o lo sguardo sulle cose dato dalla lente di un microscopio. Lo «stile semplice» della Gualtieri è il punto d’arrivo di questo percorso spirituale e il punto di forza della sua più recente poesia. Uno stile semplice ma ricchissimo di risonanze letterarie, da Bruno Schulz, al quale è dedicata un’intera sezione, ad altri autori amati con i quali la poetessa intreccia versi e parole in una sorta di grande e potente preghiera collettiva.

Le giovani parole

In quel tempo che ero
senza nome. Mai ancora chiamata
appena scaricata sulla pista
in quel tempo mio primo
dal gran silenzio siderale senza mai
vocale pronunciata
rompendo qualcosa nella camera
gelata, in quel febbraio ventisei.
Dentro un orrore d’onda
da quel subacqueo tepore
corpo dentro un corpo
sganciata ora e sola
scompagnata.
Nel terrore di quel frastuono
che era la mia voce.

Ogni giorno partorivo la mamma
aggiustavo sul guanciale le forme
di quel suo stare rovinato.

Con parole rimpicciolite
modellavo il suo corpo disteso
agitavo lo stagno del suo sangue.
Dal suo pozzo sillabava lenta lenta
come fosse da molto lontano.
Partorivo la mamma, la tenevo
di qua. Lei che piano mollava
scivolando sul fondo fangoso.
Che fatica allora che lungo sgravare
che infinito lento precipitare
che terminata festa
e come la mia vita parcheggiava lo slancio
all’ ombra di quel feto dipinto
d’un’infanzia sghemba e pesta.
Questa fanciulla mamma rovinata
ogni parola resta imprigionata
in un gorgoglio di vento e di tormento –
il suo nome, il mio nome, ogni nome
è fuoco spento.

Non angustiarti – cuore – se il tuo
udire si interrompe
e non c’è un giorno intero
per l’innesto dei tuoi tamburi
col battito potente universale.
Non angustiarti
se tutti i fiori in colorate grida
appellano l’arsura tua di fiore
senza fiorita – ora. Aspetta
fermo al centro. Avventurato
d’un silenzio muto. Ci sarà
un tempo largo in cui ti rifarai
di questo digiuno e giovani parole
tufferanno senza spine
fra le tue righe d’oro
i loro verdi rami, i nidi,
le gocce diamantine, i semi
il coro degli uccelli con il sole.
Saranno tue parole per coloro
che nel dolore, dietro i finestrini,
appoggiano la fronte sulla mano
sopra un treno in ritardo
carico di destini, di gonfi piedi
e gambe. Sguardo perso lontano.
Casa lontano. Lontanissimo il cielo.
Farai il tuo canto. Cuore. A squarciagola.
Stai quieto ora. Tornerà.
Tornerà la giovane parola.
Una raggiante aurora
si spande – sale dalle viti
cariche e semina il suo rosa.
Dalla gabbietta guardo il panorama.

La morte in me cuce i suoi punti
di luce. Non è non è dura sposa.
Rimbalza la sua eco infinita
da lontananze casi di mistero
cede tutto il mio campo
per un’aurora nuova, mai vista
e non c’è solo un sole ma mille
e mille di polvere d’oro. Vero
il suo nido il suo becco che cuce
e vero il guscio dove il mio volo
nasce all’amar vero intero.
Uovo che lei piano cova
suo poema alla luce sono
io.

Questo giorno io lo butto via
sparpaglio le sue ore ciondolando
guardo la pioggia fine solo stando
Ierrna, seduta qui al tavolino.
Lo butto come giorno che non conta
una cartaccia sporca, una buccia
niente di niente che si getta via. .
Si chiama lunedì, si chiama aprile
numero ventinove e piove piove
e sarei piena di cose da fare
per farne un giorno col suo risultato.
Ma l’ho detto. Sarà buttato, sperso
consegnato ad un ozio che non vale
se non come preghiera. Allora dire
ecco, io offro questo ciondolare
sull’altare del mondo affaccendato.
Faccio io il perno che non muove.
Il punto che sta fermo. Lo bado io
quell’immobile stato delle cose.

La notte spingeva sul petto
una botola nera e grave
il ritorno di una stanchezza
e lei bisognosa di neve
non poteva fare il pane.
Le mani dormivano male.
Non sapevano
i modi della preghiera, le pose.
Stropicciavano carta e monete
un via vai o stai
ma il cielo mandava giù nebbie
e spenti colori molto bene simboleggiavano
il suo stallo.
La notte con ortiche nel letto
manifestava il suo lato di sbando
quell’essere folle che con lei
con lei abitava la medesima carne.
E spaventava. E vacillava.
E chiamava una fuga ma dove.
E sbandava. Sbatteva. Sfiniva.
Ah! le nebbie! la nebbia. Come
magistralmente cuciva la sua faccia
al bel panorama. La sua mente
gettata lontano e l’alone
di chi solo al mondo sostiene
le nemiche distanze apparenze
trasparenze del mondo nel dietro
del mondo. La continenza. Le voci.
Dentro un silenzio agghiacciante.

Questo giorno io lo butto via
sparpaglio le sue ore ciondolando
guardo la pioggia fine solo stando
ferrma, seduta qui al tavolino.
Lo butto come giorno che non conta
una cartaccia sporca, una buccia
niente di niente che si getta via. .
Si chiama lunedì, si chiama aprile
numero ventinove e piove piove
e sarei piena di cose da fare
per farne un giorno col suo risultato.
Ma l’ho detto. Sarà buttato, sperso
consegnato ad un ozio che non vale
se non come preghiera. Allora dire
ecco, io offro questo ciondolare
sull’altare del mondo affaccendato.
Faccio io il perno che non muove.
Il punto che sta fermo. Lo bado io
quell’immobile stato delle cose.

Sezione: esercizi al microscopio

lo vedo un arcipelago di luce
fiumi di luce d’oro
isole d’un verde lussureggiante
tante, spopolate, fitte di piante
verdissime d’una vita di foglie
e di radici. Un posto del mondo
dove regna una pace avventurosa –
il sogno di chi è intrappolato
fra faccende e incombenze pesanti
un paesaggio incantato, isole
galleggianti su fiumi d’acqua e luce.
Solo per te. Solo solo per te.
Nessun’ orda viaggiante ci approda.
Nessuno qui inchioda assi per costruire
finte capanne di paglia, hotel.
Grande come la testa di un chiodo
è solo un pezzo di foglia di salvia.

Non sappiamo, Non so. Non è dato sapere
con parole. Solo il corpo sa.
Sapienza di respiro. Sapienza naturale
di particelle tenute insieme
dalla circolazione. Atomi piastrine
aminoacidi tessuti vitamine proteine
una distribuzione di funzioni
svolte perfettamente. Ogni parte
una precisa mansione. E tutte insieme
dalla vetta degli occhi
sotto l’immensa volta della notte
per meccanico alzarsi della faccia
tutte le particelle insieme sobbalzano
un istante – quasi rammentando una
sgomentante felicità.

Mariangela Gualtieri è nata a Cesena nel 1951. Nel 1983 ha fondato insieme a Cesare Ronconi il Teatro Valdoca. Fra le sue precedenti raccolte di versi: Antenata (Crocetti 1992), Fuoco centrale e altre poesie per il teatro (Einaudi 2003), Senza polvere senza
peso (Einaudi 2006), Paesaggio con fratello rotto (Sossella 2007), Bestia di gioia (Einaudi 2010).

Marzia Alunni

5 febbraio 2016 by

SAHEL

Berbera è la notte
ai limiti estremi del Sahel
e il piatto orizzonte allude
ad una morte viola.
Glabre le dune,
s’abbarbicano
invisibili orme di vita
ed orientarsi è dubbio,
meglio restare indefinitamente
davanti al cielo stellato.

 

altro qui

Paolo Carnevali

29 gennaio 2016 by

paolo

 

 

Luci come grappoli
si accendono
sui rilievi scuri
vibrazioni e fumo
tra il tempo
in cocktail ansioso
di pioggia sporca.
Qualcosa che aspetto
o che deve arrivare.
E sono presente
nascosto e visibile
come una luce
a grappolo appesa.
Mi è permesso il
discuto del.
Poi vibrazioni e fumo
e ancora il tempo.
E tu la mia tranquilla
speranza le mie mani.

*****

Sono uscito.
Gialle foglie attorno.
Questa notte
ci sarà la luna.
Notte pulita.
Domani sarà
come scivolare
su una foglia
sudicia e viscida.
Il mio sguardo
vitreo e freddo
come un clik fotografico.

*****

Mi ricordo parlammo di gatti,
del tramonto, di un luna park,
così
come in un fumetto a colori.
Come due bambini per mano.
Si può rinascere per caso
semplicemente guardandoti
come quei fiori che nascono
ovunque
e come nei sogni
immaginare una fiaba:
Roma nei tuoi occhi
era il mondo.

*****

I dialoghi si riannodarono ancora una volta,
avevamo riempito il tempo,
senza riuscire ad intuire, concludemmo.
Un chiuso orizzonte morto.
Ne eravamo convinti:
gli sguardi finti, i profili assenti, le parole rotolanti.
Osai pensare al poi, ma fu in un attimo
che la sera nascose come sempre se stessa
in un cielo senza stelle
inquadrato nelle finestre.

*****

Una nebbia nascondeva St. Paul
Londra viveva frenetica la sua guerra urbana.
Come formiche indifferenti al pericolo
parlavamo di pace,della vita che di giorno in giorno,
nascondeva guerre dimenticate.
C’era aria di tempesta in Cannon Street
che muoveva le foglie caduche dagli alberi,
calpestate e portate dal vento.
Una scritta parlava di Missioni di pace,
ci guardammo nell’opprimibile menzogna
di una pace inquinata e ormai bugia.
“Dobbiamo costruire una storia nuova,
nuovi stili di vita,rifiutare le armi.”
Dicesti, incrociando il mio sguardo.
“Solo un disarmo mondiale,spezzerà la catena
di morte,la cultura della guerra,opporsi al ricatto
della difesa militare,al pericolo grave,al peso
economico inutile.” Risposi.
Il respiro si faceva nuvola di vapore
quando indicasti London bridge.
Mi piaceva quella tua passione
per tutte le cause nobili.
Il mondo non doveva finire nell’incoscienza
di un’altra catastrofe atomica,nella follia
di un’altra Hiroschima.

*****

Sono uscito lentamente
senza fare rumore.
Come il vapore si scioglie nell’aria,
del tutto indifferente
all’indifferenza del mondo.
Ma c’è quel lato romantico
regalato dalla vita,
la poesia nascosta nelle piccole cose
anche quelle che offrono tragiche drammaticità
e poca speranza.
La luce mi ha trafitto
rendendo visiva la polvere,abbagliata dal sole
che sembra star ferma, immobile.
Combatto e spero: prego.
Ma spesso sprofondo nel disastro.

*****

Ti ho vista passeggiare
velocemente per il corso
nascosta da un fiume di gente,
ma non ti ho chiamata.
Ho continuato nella mia corrente
frettoloso nel consumare il mio tempo.
Ormai siamo soli e avvolti da ombre
nei giorni di festa sul corso.
E’ come una giostra che gira e stordisce.
Ti ho vista confusa,anche un po sola,
ma questo non l’avresti mai detto
se te lo avessi domandato
non avrei ricevuto risposta per orgoglio.
Ognuno di noi non ama essere ferito.
Ma se per caso avessi accennato ad un sorriso,
avessi teso una mano…..
passeggiavo con le mani in tasca
e un passo veloce sul corso,
desideroso di raggiungere casa.

*****

Paolo Carnevali
nato a Bibbiena(Arezzo)nel 1957. Traduttore. Aderisce al Movimento per il
Disarmo unilaterale di Carlo Cassola. Pubblico “I dialoghi di Ebe e Liò”ed. Lalli
dal cui testo è stata realizzata una pièce teatrale(1984), nello stesso anno
redige “Poetica Città”un poetry-zine adatto alla distribuzione underground.
Pubblica in ciclostile “Poesie contro la guerra”distribuite in serate di lettura
al The Poetry cafè of London. Nel 1985 entra nella redazione del “Circolo
Letterario Semmelweis” di Angelo Australi a Figline V.no, con la presenza di
Peter Russell, Giorgio van Straten, Romano Bilenchi, Giorgio Torricelli ecc.
Pubblica la plaquette poetica “Trasparenze”ed. Tracce (1987) recensita sul
Manifesto(1988) e sul Corriere Adriatico(1990).
Pubblicato su riviste e blog di poesia.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 343 follower