Fabio Ciriachi

4 luglio 2015 by

Come si cade

Il giorno in cui s’era sentito male
aveva attraversato il pomeriggio
succo d’arancia la tovaglia a righe
un senso come intero di bellezza
passata (dunque finisce così la
bellezza, con la rassegnazione)
le voci incidevano il silenzio
non gl’importava niente non le amava
più, pensò che se fosse giunta notte
non l’avrebbe ostacolata piuttosto
coccolata anche se con freddezza
poi vide il seno affacciato al décolleté
un tremolio sull’onda dei passi
e ne invidiò le ghiandole obbedienti
– avesse avuto una morbidezza
simile nascosta dentro, magari
nei gesti negli sguardi attorno agli occhi
o nei pensieri nelle decisioni –
avesse concordato con chiarezza
un modo per concludere l’impresa:
poche parole e tutte di peso
pochi silenzi senza impressionare
ma che importanza poteva mai avere
(il corpo estraniato dal dolore
gli parve un movimento di nemici
e non si rese conto che si arrese).

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Augusto Benemeglio

30 giugno 2015 by

qui/ nella pianura di rame
e del sole nero
il vento del deserto /non ha canti
e la musica è lamento

ogni porta si chiude /sul tramonto

è l’ora dello sguardo
fissato contro il muro
poi si rientra nella stalla

la speranza è la notte

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Claudia Sogno

26 giugno 2015 by

 

 

Alzale piano le tapparelle

Alzale piano, le tapparelle
-mi dicevi- amore mio
perchè sono gli occhi delle case.
C’è pudore nel risveglio
fiori
negli occhi deboli
tra gli spazi d’aria,
carichi di frutti,
un riparo
dalla meraviglia
che ci regala
lieve
la luce
se la tiri su
piano.

Un culto
istintivo
è già
amare

 

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Marina Raccanelli

21 giugno 2015 by

me ne andrò a filo d’acqua tra barene
barche all’affondo, marosi lucenti:
non c’è nulla di stabile in quel mondo
dove sbattono cenci d’ali
le case sono relitti, crollano le torri di guardia
e muraglie affiorate da spettri
mischiano il sale al rosso dei mattoni

rosso inquieto e l’acqua danzante
in gorgonesco ribollire
dell’argento e del nero, poi lo sciacquio
sotto il fendere d’eliche veloci –
la città si allontana nel tramonto

oltre gli alberi millenari, oltre gli intrecci
di foglie stellate, albe e tramonti
scorrono bruciando i contorni

gondole funebri e palombari
bare d’acqua nel taglio di questo
vivere obliquo su incagli –
venti scombussolati da nord
spazzano il sud, ci portano altrove

so che il cerchio lontano chiude
alberi e tombe, isole

uccelli d’acqua, non sentono il freddo
tra pali sbilenchi e ondate di vetro –
se la bora li esalta, nel salso
stride la voce, si spezza –
quando il vento risucchia il volo
in scarto d’ali, a prede
vertiginose, tra spruzzi
il becco precipita

cerchio d’acqua, pozzo verde
inclinato su fluidi crepuscolari
sprofondo e scendo ancora
mi rovescio nel punto zero –
liquido oscuro, in tangenza
di solitudine estrema
vesto un abito transitorio

un giorno, sarà l’acqua specchio e festa
diventeremo uccelli d’aria!

e torno a navigare su lagune
dove splende la nebbia nel mattino
volano aironi su corallo e fango
reti scure la sera si allungano
l’acqua si specchia in cielo
i silenzi cantano in coro

 

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Angela Caccia

17 giugno 2015 by

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Il tocco abarico del dubbio

€ 10,00 pp. 96 (Il filo dei versi 6)
ISBN 978 97441 62 5

Poesia: ponte tra vita interiore e realtà

Nelle cinque sezioni in cui si scandisce la silloge, ognuna delle quali preceduta da una breve prosa poetica, vengono trattati i nuclei tematici che costituiscono il paradigma del diagramma esistenziale. Nella disposizione dei testi sulle pagine l’autrice non segue un filo conduttore, ma lascia che la Parola si componga da sé “in un tempo senza binari”, ovvero senza linee-guida, senza tragitti prestabiliti.
All’inizio della raccolta ci troviamo di fronte ad un testo che ci racconta del rapporto madre-figlia nel momento del distacco definitivo: “Nell’ultima stesura del racconto / la tua penna scrive a tratti (…) sarai altro / altrove / nell’incavo di mani più grandi (…) chi reggerà fino a lì il tuo passo?” Impotenti di fronte alla meta ultima, inermi davanti all’ineluttabile, non resta che affidarsi alla speranza di una Bontà Superiore che saprà guidare i passi verso l’ultimo tragitto, in questo stanno la pena e il conforto, quando ad altro non si è più in grado di provvedere. Ed il dolore è senza nome: “poi ti sfebbrerò sulle ginocchia / saremo amici / e ti darò un nome”.
Nella raccolta il tema della morte è molto presente, ancorché alleggerito dall’esperto verseggiare e addolcito dall’adozione di aree semantiche afferenti alla natura e/o agli impulsi emozionali: “Una sedia vuota / piange la tua assenza / bastò un granello / a zavorrarti l’ala” (Psyché); “Morire magari / con la luna dei monti / in un coro di stelle / nel silenzio di rose selvagge” (Le braccia allungate); “cosa impastò per ultimo la bocca? / A noi, strati di tempo, / memorie ancora da colmare / il difficile piacere del dubbio” (Nello sguardo di chi resta); “Caino pigia un tasto e uccide / di una morte scollata dal dolore” (Un rumore di fondo); “a stento / l’ultima rampa di scale / la morte sarà un pugno di terra sul viso / e il grande volo” (Io e te).
La morte nella poesia di Angela Caccia è declinata nelle sue tante sfaccettature senza essere mai considerata aspetto risolutivo e finale ma piuttosto uno dei tanti cambiamenti a cui l’uomo e la natura sottostanno. Nella sua opera Riflessioni sul senso della vita Sebastiano B. Brocchi, studioso di filosofia esoterica, afferma: “Molti commettono l’errore di considerare la morte come l’opposto della vita, dimenticando che l’opposto della morte è la nascita”.
Dalla nascita infatti si perviene alla percorrenza di un ciclo che racchiude in sé ogni potenziale vicenda. E la poesia di cui ci stiamo occupando copre molti aspetti di questo ciclo che Camillo Sbarbaro definì “la condanna di esistere”. Il dolore del vivere è una tensione che può coprire ogni tempo e ogni stagione della fase vitale: “(…) vivere è una stanza in / penombra di fili spinati / il continuo frugare di / un raggio tra pietre che / profilano ombre” (C’è un tempo). L’ardito enjambement che spezza l’unità sintattica del verso assegna un timbro fortemente personale a tutto il componimento ed è una cifra connotativa di tutta la poesia cacciana, almeno per quanto riguarda questa silloge.

dalla prefazione di 
Anna Maria Bonfiglio

*

L’onda del pomeriggio ha una sonorità
chiara e una nota cupa, una sola nota
– quasi – impercettibile e cupa, che sale
dal fondale.
Intorno le 18, un gabbiano.
Le ali grandi, ricurve come un ponte, spalle
appesantite sulle quali gravano tante lon-
tananze. Al sole che va consumandosi, la
sera, a breve, vernicerà di sé ogni spazio,
questo tempo: quali stupori la dolcezza
del crepuscolo!
Anche il mare sta cambiando pelle, sciolte
le squame lucide lo colora fitto e opaco il
suo fondale. Nel pomeriggio che si sfilaccia
lo sciabordio si fa sottile, un coro a bocca
chiusa; l’attimo muto della risacca è fili-
grana di cristallo: ogni onda, per quanto
piccola, inesorabilmente lo infrange.
Tu mi scrivi «In quello spicchio di mare
ci sono un po’ anch’io…», ma il mare di
pomeriggio è un corpo a corpo, un invito
a lavorare di cuore e guardare le proprie
ombre sul muro: una solitudine perfetta
che ti chiede conto…

Fantasie
Lo stesso copione: piove.
È un tempo che strina a
puntino le piume
e poi le tarpa
serrate le porte
che il dolore non vada oltre.
Su di lui
come sciacalli
un girotondo di mosche.
Lo sguardo su una cartolina
profana il reticolo di falso
mi perdo nel notturno di un paesaggio
una carezza la colatura della sera
– quant’è quieta la luce di una finestra accesa! –
sono io quell’orma nel vicolo cieco?
io l’ammasso di venti senza scampo?
Anche qui
ulula un randagio
prega la sua luna
resta la notte.

E non è la mia pena
a mia madre
C’è un paese in me
che non conosci
periferia
fessure di cielo

si dimena
un vento di conchiglia che
maledice le sbarre.

Dove cadi nelle tue secche,
cosa popola la mente limosa,
difficile raggiungerti
esserti mano voce sguardo

si scioglie il grumo
– l’ultimo che ti tempesta –
e non è questa la mia pena.

Sei il verso già scritto
che ritorna,
un’ossessione
la mia compagna di viaggio

ma non è la mia pena.

Nell’ultima stesura del racconto
la tua penna scrive a tratti,
nel solco bianco le piume
di un’aquila che muore

e non è la mia pena.

Scemerà il vento
non riempirai più la finestra
cadranno le mie sbarre

sarai altro
altrove
nell’incavo di mani più grandi

… chi reggerà fino a lì il tuo passo?
Ogni ombra, per quanto buia,
segna il perimetro esterno della luce.

Sul dolore

Vicino e altrove
sospeso senza forma
cadi su di me col suono
della neve
dovrò sostare nel tuo vuoto
per sgamarti
poi ti sfebbrerò sulle ginocchia
saremo amici
e ti darò un nome.

Nello sguardo di chi resta
10.2.2015 Lampedusa

Vita morte
indissolubile diade
e i nostri occhi impigliati nei suoi fili
dall’una all’altra
un confine netto: per i più
una foto a tinte forti che scivola
piano nel colore seppia
– e appena ieri
il transito di 29 sguardi
dal bercio di nuvole e mare
all’ombra muta
immane sepolcrale.

L’ascesa al ghiaccio cielo zaffiro
il tunnel per approdare al Sole
o si schiuse la botola di un sommerso?

Chi videro quegli occhi spalancati
nel varcare il confine?
Una parola d’amore
una bestemmia
cosa impastò per ultimo la bocca?

A noi, strati di tempo,
memorie ancora da colmare
il difficile piacere del dubbio

che sia finta
la frontiera su quel crinale
se chi muore chiede conto
della propria morte
a chi resta.

Un rumore di fondo

Una vertigine
il colore del vento tra le foglie …

Efficienza/tecnica/prodotto
chi sosterà ancora
nello spazio di un sogno ?

Caino pigia un tasto e uccide
di una morte scollata dal dolore
solo un rilievo demografico
un numero una percentuale

il ghirigoro sul foglio bianco
senza un puzzo di sangue.

Il taglio è netto
l’umanità ferita

della vita
un vago retrogusto
come un rumore di fondo.

 

Angela Caccia  nata il 25.11.1958, risiedo a Cutro (KR)-
Studi: maturità classica e laurea in scienze giuridiche. Coordina dal 2006 l’Ass. Culturale Le Madie

il suo blog  http://ilciottolo.blogspot.it

Tra i numerosi premi riportiamo quelli più recenti:
INEDITO 2011 – 1° POSTO – Premio internazionale Colapesce 2011- Centro studi Canterini Peloritani Messina/Univ. Di Messina
INEDITO 2012
2° Posto – Premio nazionale IL GOLFO 2012 XVII ED.- Città di La Spezia
– Premio speciale dell’Editore Prometheus Concorso internaz. Centro Giovani e
EDITO 2013 (“Nel fruscio feroce degli ulivi” edito nel marzo 2013 dalla Fara di Alessandro Ramberti, prefato da Davide Rondoni
Primo posto assoluto al Conc. Lett. Città di Parole – Assoc. Culturale Città di Murex – Firenze
-Primo posto assoluto al Premio Letterario Europeo – Città di Massa
-Finalista al Concorso Il Convivio – Accademia Internaz. il Convivio Messina
2° posto al Concorso Giovanni Pascoli – Unitre di Barga
3° posto Premio Internaz.Don Luigi Di Liegro – Fondazione Di Liegro Roma
 INEDITO 2013 – tutte liriche inserite poi nell’ultima pubblicazione
-Premio Corrado Alvaro – Conc. Colori e parole 2012, Accademia G. Leopardi Reggio Calabria
-Finalista al Concorso Scarabeus – Livorno
-Primo posto al Premio Internazionale di Poesia “Memorial Gennaro Sparagna” 8^ —Edizione – Roma
EDITO E INEDITO 2014   3° posto per l’edito Premio Internaz.Don Luigi Di Liegro – Fondazione Di Liegro Roma – Campidoglio
2° posto silloge inedita Premio Intern.G.De Scalzo – Città di Sestri Levante
3° posto poesia ined. Noi l’aurora – Premio Hombres itinerante Comune di Lettopalena
3° posto Premio di Poesia religiosa edita Città di Camposampiero
INEDITO 2015
4° posto silloge inedita nella sestina premiata, Premio Internaz.Albero Andronico 2015 – Roma, Campidoglio-
2° posto con la poesia Come una volta, menzionate le altre due poesie proposte nel
Concorso Nuova scrittura attiva, V edizione, Tricarico
3° posto con la poesia Tra due parentesi, Premio Intern.di poesia religiosa San Sabino 8’ edizione – Torreglia – Padova
 EDITO 2015

(“Il tocco abarico del dubbio” edito nell’aprile 2015 dalla Fara di Alessandro Ramberti, prefato da Anna Maria Bonfiglio)

– Liriche inserite in molte antologie: Cinque Terre 1998 (La Spezia); Il Golfo 1998 (La Spezia);Poesie d’Italia – Club Letterario Italiano (Latina 1998);“Scritture poetiche di fine millennio”(Striano 1999); “Voci dell’anima” (Rapolano Terme 1999); “Cinque Terre” (1999 La Spezia); Antologia Premio lett. Inter. “Siracusa”; Antologia Premio Feile Filiochta; Antologia Premio Casa Editrice Perrone, Antologia Poeti e poesia di Elio Pecora e altre antologie.

Maurizio Manzo

13 giugno 2015 by

Sette terribili ostriche e una perla Maurizio Manzo LepismaPS

 

 

Quando ho letto, proprio nel suo evolversi, i testi di Sette terribili ostriche e una perla di Maurizio Manzo, la mia attenzione è stata immediatamente attirata da Punti di vista, testo nel quale trovo le luci, le immagini, i passaggi dal visionario al quotidiano, che trovo tra i più efficaci e riusciti della sua produzione poetica. Nello snodarsi dei testi, nella seconda sezione ci si imbatte nel terzetto Contromisura, Interruttore e Grigliata e la raccolta trova il giusto passo ai miei occhi: è il passo che sa unire padronanza del ritmo, gioco linguistico e arte del pastiche, dominata con equilibrio non comune, a un robusto tessuto etico e a considerazioni filosofiche ben distanti dalla banalità. Da quelle tre poesie, il respiro si allarga e la cadenza, cercata e trovata, evita, con una naturalezza innata, soluzioni scontate. Si intravede una linea di continuità, non monotonia, ma coerenza, con piccoli gioielli, soste di riflessione lungo il tragitto, come Riguardi o, appunto, Tragitti. La differenza formale tra le otto sezioni non mostra la corda della forzatura; il filo rosso della ricerca formale – con interessanti variazioni sull’anapesto nella quinta sezione: “Sgretolata l’idea / fuoriusciva tra segni” – che si affianca alla solidità del contenuto e all’acutezza dello sguardo non ne viene affatto scosso. L’insieme ha dignità e coerenza, nulla avverto di ciò che suscita in me un moto di irritazione, né fumo né mancanza di onestà, né manierismi ammiccanti né rincorsa alle mode del momento.
Anna Maria Curci

 

                                   

PUNTI DI VISTA

Ho provato fin troppo
a vivere senza morirne
è che non riuscivo mai a smettere
di guardare le luci
nelle città in chissà
quali fessure
andavano spegnendosi
se in silenzio o in carezza –
persino senza fumo, polvere,
sembra sempre un’invasione
di stelle che si tolgono
calzoni magliette mutande
e si danno la buonanotte.

 

CONTROMISURA

Presto ci taglieranno il sole
sarà alle undici di mattina
l’hanno annunciato
con solare serenità
senza dirci modalità
perché ti chiedi come possono
fare a oscurare il sole
dove lo metteranno
o se credono di poterlo
spegnere di farne un abat-jour.

Non si vedrà più un viso
di luce spalmata irradiarti
darti un bacio a voltaggio
alternativo
inattiva scorrerà la vita
senza penombra
sgombra ogni strada interiore
sarà caldo solo il cuore
prima di spegnersi
assieme agli occhi.

Però pare che i tentativi
sono iniziati già da tanto
l’oscuramento mentale
che ci trascina è dissimile
al tempo Democrito di Borges
ci riporta un buio pesante
atassico
che ci allinea davanti a Romberg
sotto la pioggia fatta da uomini
proboscide a pisciare sul sole.

 

INTERRUTTORE

Perso stringendo i denti
il colore giugulare
lo smalto scrostato
dagli impianti arenati
gironzoli tra matasse
di tendini sfilacciati –
un tracciato schizzato.

La ragione abbandona
se stessa cavalca l’onda
in estinzione è l’alterazione genetica
inflitta dal profitto che ti lascia
appeso al soffitto per poco appeso
al dondolare
del lampadario lapidario –

fintanto che dio sta seduto
e giochicchia con la luce.

 

GRIGLIATA

Sciogliere carne e ossa
intasare vene e radici
affogarle di fuliggine
più leggera del sughero
se non ti ferma l’odore
che alcuni dicono che urla
altri solo che puzza
qualcuno pensa carne
della tua carne
oppure terra soltanto
terra che sbriciola
annerita che importa
se affumica il cardo
se il mare cuoce alla brace
la pace che dopo pasce
in fondo è solo fumo
disteso nero fondo
di una grande grigliata
un banchetto per pochi
disegno a carboncino.

 

RIGUARDI

Quando sto immobile
penso che qualcun’altro
è più fermo di me
come quando mi brucio
è impensabile il dolore
di chi si spegne
alleato con la fiamma
così è questo strano potere
che mi fa smettere
d’immaginare il dolore
altrui come un riguardo
che non capisci bene
per chi.

 

TRAGITTI
Poi sono finito
come la buccia di banana sotto al piede
arrovellato e costellato
di costole di mucca
impazzita come
una vespa che non riesce
a pungere un toro che t’insegue
cieco e si conficca nel muro

davanti alla vita cancerogena
che ti rincorre
mi chiedevo se può
bastare
chiedere l’ora e di che
odora la ribellione
che mai attuerai
se a un embrione
posso parlare all’orecchio
dirgli: stai in campana
dipana il tragitto.

                  

Maurizio Manzo
____________________
Nato a Cagliari nel 1961, nel quartiere Castello, quartiere che influenzerà non poco la sua infanzia, Maurizio Manzo ha iniziato a scrivere fin da giovanissimo. Il suo primo poemetto, Coreografia del ghetto storico racconta il “delirio” di quattro donne ai margini, ambientato nelle stradine di Castello, e mostra, nonostante la giovane età, una forza stilistica già matura. Il poemetto scritto nel 1981 è stato pubblicato nel 1985, Edizioni Castello, con la presentazione di Tonino Casula. Dopo molti anni da questa prova e grazie alle possibilità offerte dal web, Maurizio Manzo pubblica diversi testi e lavori raccolti in ebook nei vari Litblog, testi che raccontano il disagio sociale senza retorica: “Le anamorfiche”, “Mirate”, “Fai date “ “All’ombra dei pixel”, ”Distorsioni a occhio nudo” con un’attenzione particolare all’aspetto metrico-ritmico e al suo farsi suono-immagine-senso.
Con il racconto Il Mutamento è stato finalista alla II edizione del premio Ulteriora Mirari, sezione prosa, Edizioni Smasher.
http://rebstein.wordpress.com/2011/10/22/il-mutamento/

Premiato con Menzione d’onore alla Ventottesima Edizione del premio Lorenzo Montano, sezione Raccolta Inedita, con la raccolta Anamorfiche e altre Distorsioni.

A ottobre 2014 è uscita la sua seconda raccolta poetica per Lepisma Edizioni, collana La Cicala diretta da Dante Maffia: Sette terribili ostriche e una perla.

 

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Angelica Cante

9 giugno 2015 by

 

Spalle al lupo”. Apre su uno sfondo che concede più possibilità l’emblematico titolo scelto da Angelica Cante per nominare la sua prima silloge poetica, dove già dall’ìncipit s’intuisce la dimensione psichica in cui si sarà calati proseguendo, passo dopo passo, nel fitto e denso “bosco” d’ immagini con le quali la poetessa redige il proprio paesaggio interiore: una selva di fotogrammi frastagliati dai forti chiaroscuri. È la sua poetica, la sua impronta – orma – fatta parola, che si dà visceralmente. Uno scorrere pulsante attraverso travasi di scabra visione surreale dove scabrità è necessaria, dove scanalature sono affondi tra passato e presente che vengono in contatto, vasi comunicanti, rivoli a convogliare immagini che non si collocano ma s’imprimono, pervadono, con il flusso inarrestabile della loro potenza suggestiva: scorrere di piani basculanti che oscillano tra la disarmante, pura visione bambina (con la sua labilità propriocettiva) e la sezionante, spietata rivisitazione adulta della stessa che violentemente s’impone ad annientarne il sogno.

È in questa fusione, contaminazione sinestesica d’- uggiolante – drammatica rappresentazione che s’incontra, si percepisce, si respira la tensione dominante dall’innegabile potenza espressiva con cui l’autrice scandaglia se stessa affidandosi al mezzo della Poesia, in un cercarsi, rincorrersi tra i versi in proiezioni che, come gioco di specchi, rifrangono quanto sotto la spinta di una forte pulsione emotiva viene convogliato in – forma – grazie alla sua straordinaria sensibilità artistica.

Amore, irrisolto interiore, dolore, conflitto, questi i temi che dispongono una – pista – da seguire testo dopo testo, laddove le tracce portano a una chiave di lettura complessiva dell’ opera: il lupo inteso non come aggressore o antagonista esterno ma come quella parte del sé annidata nella zona più lontana e profonda del proprio essere a “racchiudere” il desiderio d’ –incorporare- quello che viene inteso come –bene- necessario alla propria sussistenza sia esso da perseguire con intensità autodistruttiva. Non esiste compiacimento nella materia immaginifica di Angelica Cante dove fragilità e furia si dibattono sull’unico vero campo di battaglia: il Soggetto.

Sapere se nell’ intenzione di Angelica Cante, “Spalle al lupo”, sia inteso come rappresentazione di un invito a essere catturata dal morso di quel -qualcosa- impossibile d’ ammansire al quale non opporre resistenza, pena la separazione da se stessa o se venga inteso come atto riassuntivo di rinascita (pronta a emergere nuova da una condizione lacerante, con lo sguardo posto avanti), non è fondamentale, in un contesto poetico in cui tenerle la mano attraverso sentieri che portano alla scoperta dei suoi luoghi segreti diviene sguardo al suo immaginario, palcoscenico di forti emozioni dove ognuno sicuramente troverà qualcosa di sé.

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::  :    Doris Emilia Bragagnini

 

 

Photo P.M.

Photo P.M.

:

Casa da massaro

mi dicono sia rosso il temporale
che sbatte imposte e tuona
alle finestre gialle come le vene
sulle mani gonfie e lo sforzo
di rauca voce alle gengive nude.

ormai dal sentiero un raccolto di torsoli
e un vento che li smuove appena
segna un autunnale passo
-adesso-
dissonante di ciò che fu di foglia.

ma ogni spicchio conosce infine il taglio,
i miei pensieri slegati già dai rami
quando la terra si fa supina e curva
sulle mie ossa e la tua veste nera.

e aspetto la fredda bruma di pianura,
dimentico del cielo e nessun pianto,
dimentico di squarci e di riparo.

il nuovo marzo ad abbracciare il tutto
sorprenderà la mia voglia di tornare
alle tue mani rosa ed ai ricordi,

ai sogni bianchi di tua madre
deposti nel cortile .

a volte nonno non bestemmiava
lavorava nel granaio e canticchiava


(cosa piangi poi?)

:

*

:

Requiem

non ho più tempo
/dicevo/
faccio coriandoli
dei giorni rimasti
a far drappo a un corpo di guardia.

non è più tempo
/dicevi/
di carri allegorici dal Falck,
c’è il rischio
di defenestrar ghirlande.

non c’è più tempo
/rispose la terra/
estrema foglia dei pioppi
lungo il chiavistello di Dio.

ad ogni colpo
un contraccolpo più forte.

.

*

Bang

e se avessi finalmente il coraggio.
ti direi che non è più tempo
di parole e di pause riflessive,
né di attese di pause rampicanti
o di quant’altro
tu riesca a celare nelle tasche.

ora mi serve un caricatore a salve,
un grammo di polvere e sparare
in un baule con il doppio fondo,
ché il buio non trapassi e che
le ossa non fuggano all’incoerenza.

al diavolo le cure o il tuo guarirmi.

è tempo di discorsi inconcludenti
per annullare il vizio alle domande
tra i capelli che ho amato e.

la violenza di un taglio
rimasto incastonato
su di un pettine,
rimasto tra le gambe(,)

semichiuse che aspettano
una voglia ormai lontana e.

tra gli occhi grigi di mia madre.

*

Angelica Cante è nata a Giugliano in provincia di Napoli.
“Spalle al lupo ed. Kimerik 2009″ è la sua opera prima, altre brevi raccolte sono ospiti in siti dedicati (neobar, larosainpiù, il giardino dei poeti). Poesie e fotografia sono il suo modo di raccontare il suo piccolo mondo, una figlia, il compagno, il cane, il gatto, il coniglio e poche altre splendide cose.

:

Lucetta Frisa

5 giugno 2015 by

Lei si volgeva in alto a riguardare stelle
luna sole e nuvole per gli aruspici e libri alti
sugli scaffali
senza sapere quanto gelo in cielo ci fosse
e nelle ossa
e terra nelle parole
e controversi nei versi scritti sul retro del foglio
e terra tra le righe
cicli ricorrenti cataclismi semantici
fonemi e terremoti e neppure
sapeva che tutto- proprio tutto-
si concentrasse in una carezza
una vocale di terra tenuta a vibrare
in un solo significato che si alleggeriva
a ogni cambio d’umore e d’inverno
nei loro inconsapevoli esercizi.

altre qui

INFORMATIVA

2 giugno 2015 by

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Doris Emilia Bragagnini

1 giugno 2015 by

 

di Fernando Della Posta:

“Partiamo dal titolo, il neologismo “Oltreverso” ci catapulta immediatamente nella poetica di Doris Emilia Bragagnini, una poetica che assolutamente non si accontenta del già detto, già visto e già intravisto in due millenni e oltre di letteratura storica e nel marasma capillarmente diversificato e in continua tempesta, eppure così anonimamente amorfo, dell’immediatamente contemporaneo. Con uno stile proprio, dotato di fortissima personalità, l’autrice si spinge oltre i canoni precisi di qualsiasi tipo di verso stravolgendo persino il buon senso accettato dai più che dovrebbe regolare il verso libero. Leggendo i versi della Bragagnini, infatti, ci si inoltra in un viaggio senza confini in cui i più disparati accostamenti di parole, sensi e significati spalancano le porte dell’immaginazione del lettore.

Andiamo al sottotitolo: “il latte sulla porta”, un altro chiaro messaggio dell’autrice. La poetica di Doris infatti si muove dal quotidiano per spingersi oltre. Il fatto che si indichi poi, chiaramente, l’oggetto del latte lasciato al mattino sulla porta delle case dai corrieri, scena quotidiana e familiare tipica del cinema e dei telefilm d’oltre oceano, lascia capire come per l’autrice il mondo trascritto nelle sue poesie sia un dono suo e solo suo, in cui si rifugia ogniqualvolta lo sente necessario. Una sorta di regalo lasciato da un angelo custode sconosciuto. Una dimensione sua personale che le permette di sviluppare e donare a sua volta poesia.

Ed è proprio il dialogo con un’entità dai contorni poco definiti che sembra aprire il libro, con la sezione “D’Assonanza”. Un dialogo serrato tra l’autrice e un’entità indefinita e indefinibile, che potrebbe essere qualsiasi cosa: un poeta, un amante, un figlio, un padre, un compagno di vita, la poesia o la vita stessa. Emerge sin da qui, come in tutto il libro, una percezione della vita che incide fino in fondo l’anima dell’autrice: il mio cuore è una pista/ in un mare di ghiaccio/ dove in pattini d’oro/ tu mi solchi e io vivo. Un vivere appieno il quotidiano che non risparmia nemmeno la più intima goccia di energia, come nella poesia “Poeta” e io bevevo palpiti/ stagioni di germogli/ lampare modulanti e/ fiotti di veleno/ per riprodurti immenso/ maestrale del mio volo/ sussurro da ingoiare/(un divenire muto). Un bisogno di rapportarsi incessantemente col mondo esterno per modulare e rimodularsi con un sentire immerso profondamente nella propria funzione. Sentire da cui scaturisce una conoscenza di sé e del mondo fortemente filtrata dall’emozione. Una conoscenza parziale, spezzettata e abbacinata, profondamente incisa dall’istinto e dalla carnalità.

Istinto e carnalità fortemente permeati da una femminilità affermata decisamente e chiaramente, indagata su sé stessa in prima persona in tutte le sue sfaccettature. Nelle poesie della Bragagnini infatti c’è la donna che ama come un’amante passionale: Come faccio adesso io/ a tracciare idee/ pulsazioni di carattere/ o tragitti d’emozione…/ arrivi tu – ed è la fine -, la donna che ama come una madre: Breccia dolce nel ritorno/ resti ostaggio del mio seno/ del respiro che ti manca/ mano aperta, che lo sfiora e la donna ancora bambina: Hai presente una bambina/ con le mani chiuse a pugno/ sui pastelli dietro schiena/ che ti guarda a bocca aperta?. Istinto e carnalità però, che non sono mai gli argomenti principali, ma che piuttosto diventano mezzo di espressione e resa stilistica poetica di altri temi come l’amore, le difficoltà di comunicazione nei rapporti umani, la sofferenza, l’affettività e la poesia stessa.

Uno stile, quello dell’autrice, che, proprio perché fortemente permeato dall’istinto inteso come mezzo stilistico, si rivela particolarmente affine alla fotografia di Tina Modotti (citata all’inizio del libro) e di tutti quei fotografi di recente scoperta, come ad esempio Anke Merzbach o Susan Burnstine. Fotografia fatta di contrasti marcati, ma anche fortemente manipolata in post-produzione con l’intento di accostare gli oggetti più disparati al soggetto predominante della figura femminile. Manipolazioni atte proprio alla ricerca dell’affermazione di una forza espressiva che va oltre la semplice resa poetica della realtà delle forme e delle espressioni. D’altronde l’immagine sembra essere un altro dei principali fili conduttori del libro. Gli aforismi di Tina Modotti e di Rainer Maria Rilke nell’incipit del libro e la foto stampata in copertina, opera dell’autrice stessa, ne sono una prova inconfutabile. Le immagini evocate dai versi inoltre, proprio per i continui capovolgimenti di fronte e di senso legati agli accostamenti di parole più impensabili, che ne fanno una poesia in continuo ed incessante movimento, fanno sconfinare l’opera dalla fotografia al cinema, e più marcatamente sembrano richiamare nel lettore le atmosfere dei film di Alfred Hitchcock, di David Linch o di Stanley Kubrick nelle sue pellicole più oniricamente estreme, dove la predilezione per le scene che creano emozioni forti, forti fino a dare le “vertigini”, la fanno da padrone.
E se c’è appunto una parola che può sintetizzare fedelmente il libro, questa è proprio “vertigine”, parola che indica lo smarrimento che si prova nel momento in cui ci si spinge oltre, ma un oltre a tutto tondo: oltre il quotidiano, oltre l’affettività, oltre il verso, oltre l’immagine, oltre l’arte tradizionalmente intesa e oltre sé stessi.”

                                                                                                                                                   Fernando Della Posta

 

 

 

Verso Oltreverso

Nel nido più alto
lo squarcio nel cielo
induce al raggiro
che io torni e traduca
il verso oltreverso

Ed appare e ferisce
ma ti salva il lambire
dell’onda bugiarda
di velieri agitati

che torna e ti prende
mi trattiene e mi squassa
il mio cuore è una pista
in un mare di ghiaccio
dove in pattini d’oro
tu mi solchi e io vivo

.
*

:

Come faccio adesso amore

Come faccio adesso io
a tracciare idee
pulsazioni di carattere
o tragitti d’emozione…

arrivi tu – ed è la fine –

hai presente una bambina
con le mani chiuse a pugno
sui pastelli dietro schiena
che ti guarda a bocca aperta?

.
* *

:
Seguire la tua pista per l’ovunque
dietro strade accarezzate con un dito
– la tua bocca – disegnata nel profilo
mentre irrompi nella mente
danni un angolo d’assurdo
pronto a sgretolare ancora e
la rincorsa sulle scale
per la nostra stanza “illesa”
ridi, ridi e invadi il cuore
mentre sali e chiedi
amore… amore… amore…

.
* *

.
Notti di metallo fuso
di armature sciolte a ritrovare il fiato
nella corsa di una vita in cono d’ombra
dove non ci venne dato di guardarci gli occhi o
stelle, a baluginare sogni
che ora fremono sulla nostra pelle nuda e
sono docili le nostre meraviglie
– esplodono all’unisono –
s’incontrano nell’estasi di questo nuovo mondo

la mia spada è anima, il mio scudo è amore...”
…………………………io mi arrendo, e chi si muove?

.
*

.
Film

Mi pervade questo vuoto di te, ora
così implicito, metamorfosi di un sogno
(misticismo improprio o credere bambino)
quando proseguire contando passi
nel ripetere il tuo nome (all’infinito)
è stato dirmi – tu – chi eri
celebrando il nientenulla muto
come appropriazione debita
a riprodurti dentro senza lembo di confine
nell’appartenermi ancora

Potrei scendere all’inferno non sapessi di trovarti
è che – fino al certo punto – non mi basta

Voglio toccare il fondo di valigie controluce
sapere che all’aperto si spiegano teloni
per il film del nostro ieri
prima fila e denti bianchi
smerigliati dal sapere carne figlia di enne enne
il delirio di un amore che sparpaglia
questi sensi disparati, dove affondi mentre godi
e io muoio sul
………………………….THE END

.
*

 

diffrazioni d’osservanza (fard à paupière)

non un vuoto contundente, così ampio
da tacermi – il luogo esponenziale è filmico
una ghirlanda d’aglio e fiordalisi morbida nel fiume
e un collo troppo piccolo per sostenere il cappio

sorprende poi di frodo come un letto richiudibile
due ante sulla steppa, il freddo dei natali di ogni giorno
lampadine ciondolate sopra il piatto da cocomero
(se non per questo – me – adesso
o la brina nei campi d’inverno quanto il fiato
avvampare d’incenso, braccia spiegate, all’essere viva)

mi tagliarono la coda, giace lì nel nylon, il colore sbiadito
nero pervinca di notti a venire, nello zoo del Tennessee
….qui tra le stecche di un video su strada filtrano bucce
………………………………………………………..per fard à paupière
– fiori di vetro – a due passi dal mondo, piena una slitta
…………………………………………………………..da riempire galere

 

*

 

inedito

Circonduzione di capace (la danza)

Sfuma anche la rabbia parole come stillicidio dei giorni
chiaroveggenze figurate di: vene, slabbramenti agli orli
e silenzio – ombra – vuoto – anima – grumo come
stelle – luna – cattedrali – gabbiani sì, anche loro

mi fanno vomitare
gli spalancamenti sgocciolati, non per voyeurismo di misura
ma nel ventre ripetuto così tanto, oh tanto di tanto in tanto
da perdere diritto di dimora gli organi interni {*femminili*}

Non sei tu che chiamo nei paraggi di una me qualunque
a ogni ora, di ogni giorno – qualunque giorno, di cui penso
non ci sarà più tempo, non ci sarà più modo
di fingerti astrazione scantonando verosimilari versi per asporto

i vagoni sono pieni di giunchiglie trapassate
aghi di pino sotto la vestaglia (in lana di lama) fino al soffitto
non teme coricarsi il fachiro di fiducia e il fianco
il fianco amabilmente sanguina, a ruota di pavone

 

altro Qui

 

 Doris Emilia Bragagnini considera e definisce con queste parole la sua biografia più essenziale:”Nata nel nordest, vive da sempre a due passi da sé, qualche volta v’inciampa e ne scrive”.
Compare con suoi testi in alcune antologie tra cui «Il Giardino dei Poeti» (Ed. Historica), prefazioni per sillogi poetiche, in blog e siti letterari come: Neobar (cui collabora come redattrice), Filosofi Per Caso, Torno Giovedì, Le Vie Poetiche, LibrAria, Il Giardino Dei Poeti, Carte Sensibili, Via Delle Belle Donne, La Poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso. Ha partecipato al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” e “Un sandalo per Rut” (ed. Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011/2014). Inserita nell’antologia Fragmenta (premio Ulteriora Mirari ed. Smasher, 2011). Menzione d’onore per il testo “claustrofonia” sezione “Una poesia inedita”, premio Lorenzo Montano 2013. Il suo primo libro edito: OLTREVERSO il latte sulla porta, ed. Zona 2012

*

Fernando Della Posta è nato a Pontecorvo e vive e lavora a Roma nel campo dell’Information Technology. Ha scoperto la poesia da pochi anni e come per Pessoa, anche per lui la poesia non è un’ambizione ma una maniera di stare solo. Molti suoi testi sono apparsi sul web, riviste e antologie. E’ redattore del blog di letteratura e poesia Neobar. Ha partecipato con suoi testi al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello”, edito da Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011. La sua prima raccolta di poesie, “L’anno, la notte il viaggio” nella collana “Le gemme” edita da Progetto Cultura, 2011. Il suo blog personale “L’anno e la notte.poesia”.

Francesca Moro

26 maggio 2015 by

 

 

Le crepe ai muri

fiori di malva nascondono
…………………….la vergogna
ma non basta

in assenza di dignità rubata
anche l’orgoglio vacilla
e tace
il povero senza più voce
…………..
……………non è tempo
……………di una Bastiglia
……………neppure un Che

speranza
solo nei vocabolari
e nel lessico di
poeti visionari

 

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Abele Longo

22 maggio 2015 by

Bad Dream

Sophia ha fatto un brutto sogno
Almeno così dice
mentre la porto nel nostro letto

E penso – la sento che mi spinge
con i piedi contro il bordo –
ai letti degli avi che ritagliano
un angolo d’intimità
per non svegliare i bambini

E li vedo – insonne –
salpare in un’estate di zanzare
zattere d’anime
sovraccariche d’amore

 

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Antonella Pizzo

18 maggio 2015 by

 

 

 

Siamo davvero cosa di stelle?
Polverizzate stelle di cose sbriciolate
gravide di sale d’oceani disseccati
pioggia di marte che soffoca
negli anfratti la disperanza
nei tunnel le navi preparate e noi
imbraco e laccio
di lacrime dense di novellose storie
chi lascia le ossa chi i natali
oh morir d’amor d’amor morire
dormire e poi lasciarsi andare
oh la pula di farro e il raccolto
nell’elastico del tempo a catapulta
oh la pula, la loppa, le scorie
il perso e il ritrovato
nel vento il perturbante

 

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Elia Belculfinè

14 maggio 2015 by

Alchìmia Alchermès

 

I
Un epistolario                                      di Melville
Ritrovato in una basilica benedettina.
Svolgevo i miei studi
sulla relazione fra
il tempo meccanico e lo spazio
Lessi di un seguito al suo Moby Dick – perduto –
Le conservo gelosamente, fino ad ora
non ne avevo fatto parola.

Una bozza-
La balena ______catturata__in fine.
“a me le ossa, a me
il grasso”
Non volli credervi. Bruciai tutti i miei testi raccolti in anni di sete errabonda. L’attesa è solo un attimo prima di essere felici, non
esiste altro motivo
che giustifichi un ristagno sotto i cieli verdi – e le parole sono gli specchi _traversati da Alice, confluiti in questo tropo insulso: il trattenersi,
l’essere nudi contro la didattica delle

fo_r_m_e.

*Non sono uomo ma posso umanizzarmi.
Non sono pazzo ma per cinque minuti al
giorno indosso le vesti di giullare
senza il permesso della contea, studi che mi
comprovino i sonagli.

Né le mie vene hanno il sangue blu degli schiavi
bambini. _________ Ma riportami i fulcri della grande luce.

II
Ho avuto molti amanti
Alcuni di loro dai capelli azzurri di Pierrot
Altri tentarono
Di vedere la mia bellezza, li maledissi per sempre, ma nelle notti
                                                                                           senza lume
evoco ogni amore irragionevole,
Attraverso i mari dell’indifferenza,
e mi inabisso
nel mio mietuto igneo che è il cibo dei poeti
E dei trovatori.

III
Osservo la sua danza, mia sorella la notte,
stelle guizzo d’acciughe fra le varie modulazioni della frequenza pensiero
Non sono mai uscito
Dal centro di igiene mentale.
Il piccolo chiostro
Su cui gli infermieri spalancano le finestre
Piene di impronte digitali
Tutte uguali.

IV

Né oggi né per quello che chiami domani,
io benderò la supernova rossa del mio respiro, lo stesso vale per il tuo. Ma lasciate che sia
                         come uno scricciolo fra
Gli arcolai del
rovo, lasciate che dall’alto
del mio albero io canti il mio
poema di gioia.

– Picchiettio di piedi scalzi. Crepitio di fanali –
E ancora
                                     mi duole che _in questo
abito di seta io tanto cocciutamente sia
                                             corsa dietro a cento
                                                  cappelli rubati dal vento,

a tale amore __daltonico. Fischiante.
Quale ingenua, e dici
vantarmene – l’ insidia incessante __delle
mie __povere __carte.

Quante stelle in una chela
di granchio!

 

 

il blog di Elia

Eunice Odio

11 maggio 2015 by

Senza titolo-1

 
EUNICE ODIO – “COME LE ROSE DISORDINANDO L’ARIA” (Passigli 2015) – a cura di Tomaso Pieragnolo e Rosa Gallitelli.

“Intendo che il compito del poeta è quasi contrario a chi cerca esclusivamente se stesso. Il poeta va cercando Dio e solo lo incontra nel profondo di tutti gli uomini. E solo è poeta quando conosce ciò che è nell’animo di tutti gli uomini possibili; e lo conosce solo quando li ama immensamente e appassionatamente. Se mi dicessero di scegliere tra l’ appartenere ai poderosi della terra e l’appartenere a quelli che possono dar vita a una nuova parola, non vacillerei nemmeno un momento. E se mi dicessero che mi danno una grande poesia in cambio della miseria, ma solo una grande poesia, scelgo quest’ultima, benché sia solo una. Così è stato da quando ho capito che la poesia non era per me solo una propensione, ma un destino implacabile. Non c’è cosa che non darei per la Bellezza, che a sua volta è una forma di Dio; la più vicina alla Sua Natura.” (Eunice Odio).

Dalla quarta di copertina.

Questo volume raccoglie la più ampia selezione di poesie fino ad oggi presentata in Italia di una protagonista della poesia ispanoamericana del Novecento, Eunice Odio, nata a San José di Costa Rica nel 1919 e morta a Città del Messico nel 1974. Giornalista culturale (e non solo), critico d’arte, traduttrice (insegnò anche inglese e francese), la sua opera letteraria fu molto ammirata già in vita, anche da scrittori come Octavio Paz; ebbe però molti nemici, a causa soprattutto della sua fortissima vis polemica, e in particolare negli ultimi anni, ormai cittadina messicana, si trovò contro l’intera classe degli intellettuali della sinistra di quel paese che le rimproveravano la sua posizione molto critica nei confronti di Fidel Castro. La poesia di Eunice Odio è stata oggetto di una grande riscoperta negli ultimi anni; una poesia che certamente si avvicina alle esperienze del surrealismo, introdotto in America Latina in particolare dal poeta cileno Vicente Huidobro (e che peraltro arrivò a influenzare anche il giovane Pablo Neruda), ma che qui non vuole mai allontanarsi da una radice profondamente concreta, fisica, corporea. C’è chi ha parlato, a proposito per esempio della sua raccolta del 1948 Gli elementi terrestri, di “materialismo mistico” (Loreina Santos Silva): un esito questo peraltro a cui non fu immune neppure la grande poesia spagnola dall’altra parte dell’Oceano, e basti pensare a uno dei capolavori dell’ultima stagione di Juan Ramón Jiménez, Animale di fondo, pubblicata soltanto un anno più tardi, nel 1949. Ma l’originalità dell’opera poetica di questa scrittrice appare oggi ancora più netta ed è un tutt’uno con il suo spirito indomito e indipendente. Come scrivono nella prefazione al volume Tomaso Pieragnolo e Rosa Gallitelli, i poeti che hanno scelto e tradotto le poesie che compaiono in questa antologia (e che già anni fa erano stati i primi a proporre in Italia testi dell’autrice centroamericana), “per capire ancora più a fondo la poesia di Eunice Odio è necessario comprendere la solitudine che sempre accompagnò la sua vita, un senso di perdita costante che la portava a celebrare con lucidità profonda ogni aspetto dell’esistenza come ricerca estenuante dell’amore totale e terreno, come dono naturale ed unico consegnato interamente in ogni gesto e parola”.

Senza titolo-2

LETTERA A UNO CHE NON VISSE COME VOLEVA

Fratello, amico mio,
è per te questa carta che si è fatta aspettare
come i germogli del petto nell’estate.
Ti scrivo che ho pensato molto a te
e ti vedo adesso con il tuo collo inchiodato
che fugge dal torace e dalle mani:
con questo tuo modo di tenere gli zigomi
fuori di te,
più lontano dalla tua pelle che dal tuo nome.
Come credo ti dissi, giungerò d’improvviso
un giorno in cui nessuno viaggia,
un giorno ineguale che accorrerà ai miei occhi
quando io lo chiamo
e si sfilaccerà nel mio profilo
cresciuto di grappoli e di greggi.

Però adesso, precisamente adesso,
che ho di fronte una madre di Picasso
della epoca azzurra,
una madre inondata dei suoi materni echi
e dei suoi stessi verbi circondata,
dalle cui labbra sbocca un bimbo
intermittente e minimo,
precisamente adesso – dico –
mi viene la tua casa nel ricordo
e so, dall’odore e dalla passione e dal tatto,
che cosa mi dirai quando ritorni:
del colpo nella quiete del bambino
e del grembiule con iniziali,
all’ordine del giorno negli accordi familiari.

«Povero piccolo, cascò dall’arancio
la scorsa settimana, tutto intero cascò,
e non gli rimase altro
che una parte minima di labbro,
per piangere a dirotto per le ginocchia
e il vestito e la caduta.»
E la ragazza altissima con palpebre d’uva,
dove discorrono nella sera le rondini,
e la zia con pettinini nella chioma odorosa
e le braccia dolcissime.

E il pane in controluce di velluto
sui declivi dentro cesti abbagliati,
il pane udito sempre,
nella forma mutevole di braccia,
il molle pane
fratello primogenito del grano,
il cui fianco si ruppe in pianura.
Il pane, fratello,
il pane,
pane della tua casa
e della mia
e del fratello eterno che ci segue.
Il pane che giustifica la mitezza in pace,
quello che ci fa guardare verso l’alto la terra,
quello del lievito che trascorre in un abbraccio.
Il pane dell’uomo che riposa
col mio collo nella sua anima
ed il mio ventre in suo figlio;
il tuo,
il mio,
quello di tutti.
È per lui che,
quando nelle vendemmie imbrunisce,
tutti domandano se arrivò alla bocca,
o se è il suo odore di abituato albore
che ritorna alla bocca,
che prima del pane incarna
ed è il verbo e la voce di colomba.

Ti ho raccontato del pane,
fratello,
e della casa
dove il lievito cresce nella notte
e lo si sente sollevare
l’edificio del sangue;
dove il lievito
organizza il silenzio che lo abita,
aggruppa l’aria
e fonda l’acqua che lo fanno
profonda materia radunata e pura.

Ho poco ormai da raccontarti,
se non fosse che per svelarti tutto questo
ho lasciato momentaneamente tra le mie cose:
libri, quadri, vesti,
il mio cuore in un ramo,
e sono adesso così vicina alla sua assenza
che quasi ne ignoro la causa;
tanto assoggettata a lui che devo già tornare,
senza attardarmi,
per aiutarlo a realizzare il suo compito
di palpitare a tempo e di bastarmi.

CARTA A UNO QUE NO VIVIÓ COMO QUISO

Hermano, amigo mío,
para ti esta carta que se hace esperar
como los renuevos del pecho en verano.
Te cuento que he pensado mucho en ti
y te veo ahora con tu cuello enclavado
huyéndole al torso y a las manos:
con esa tu manera de tener los pómulos
fuera de ti,
más lejos de tu piel que de tu nombre.
Como creo que te dije, voy a llegar de pronto
un día en que no viaje nadie,
un día desigual que acudirá a mis ojos
cuando yo lo llame
y desfilará por mi perfil
crecido de racimos y rebaños.

Pero ahora, precisamente ahora,
teniendo frente a mí una madre de Picasso
de la época azul,
una madre inundada de sus maternos ecos
y de sus propios verbos circundada,
por cuyos labios desemboca un niño
entrecortado y mínimo,
precisamente ahora – digo –
me aviene tu casa al recuerdo
y sé, por el olor y la pasión y el tacto,
lo que me va a decir cuando regrese:
lo del palote en la quietud del niño
y lo del delantal con iniciales,
a la orden del día en los acuerdos familiares.

«Pobre pequeño, se cayó del naranjo
la semana pasada, todo entero cayó,
y no le quedó arriba
más que una parte mínima de labio,
para llorar muy alto por la rodilla
y el vestido y la caída.»
Y la muchacha altísima con párpados de uva,
donde discurren por la tarde las golondrinas,
y la tía con peinetas en el pelo oloroso
y los brazos dulcísimos.

Y el pan a contraluz de terciopelo
a cuestas en los cestos deslumbrados,
el pan oído siempre,
en la forma mudable de los brazos,
el tierno pan
hermano primogénito del trigo,
cuya cadera se quebró en el llano.
El pan, hermano,
el pan,
pan de tu casa
y de la mía
y del hermano eterno que nos sigue.
El pan que justifica la blandura en paz,
el que hace que miremos para arriba la tierra,
el de la levadura trascurrida en un abrazo.
El pan del hombre que reposa
con mi cuello en su alma
y con mi vientre en su hijo;
el tuyo,
el mío,
el de todos.
Por el que,
cuando en las vendimias anochece,
todos preguntan si llegó a la boca,
o si es su olor de acostumbrada albura
que regresa a la boca,
que antes que el pan encarna
y es el verbo y la voz de la paloma.

Te he hablado del pan,
hermano,
y de tu casa
en que la levadura crece por la noche
y se la siente levantando
el edificio de la sangre;
en que la levadura
organiza el silencio que la habita,
agrupa el aire
y funda el agua que la hagan
honda materia congregada y pura.

Poco tengo ya que decirte,
si no es que para hablarte de todo esto
he dejado momentáneamente entre mis cosas:
libros, cuadros, trajes,
mi corazón en rama,
y estoy ahora tan cerca de su ausencia
que hasta ignoro su causa;
tan por debajo de él que he de regresar ya,
sin tardarme,
para ayudarle a realizar su oficio
de palpitar a tiempo y alcanzarme.

 

TOMASO PIERAGNOLO
Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da vent’anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli di Firenze ha pubblicato il suo ultimo libro, il poema “nuovomondo”, finalista al Premio Palmi, Metauro, Minturnae, rosa finale del Premio Marazza e vincitore del Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue precedenti pubblicazioni: “Il silenzio del cuore” (1985), “La lunga notte” (1987, Premio Giovani Città di Palermo), “Lettere lungo la strada” (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano), “L’oceano e altri giorni” (2005, finalista ai Premi Libero de Libero, Guido Gozzano e Ultima Frontiera e vincitore del Premio Minturnae Giovani). Una sua selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (“Poesía escogida”, 2009). La sua attività di traduttore di poesia latinoamericana si svolge in collaborazione con la rivista Sagarana, nella quale dal 2007 propone principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, mai tradotti in Italia, e con alcune case editrici, che hanno pubblicato le sue traduzioni di Eunice Odio (“Questo è il bosco e altre poesie”, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Camaiore per la traduzione) e di Laureano Albán, (“Gli infimi crepuscoli”, Via del Vento 2010 e “Poesie imperdonabili”, Passigli 2011, finalista Premio Internazionale Camaiore, rosa finale Premio Marazza per la traduzione). Ha pubblicato per La Recherche due ebook di traduzioni di autori ispanoamericani, “Nell’imminenza del giorno” (2013) e “Ad ora incerta” (2014).


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