Francesco Marotta

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Una dimora d’ombre e fortuna in cui si recitano pensieri

Mi vedo, che arrivo tardi ad un rito sconosciuto, convinta di trovare una folla di iniziati che mi guardano male perché inciampo, faccio rumore, sposto sedie, mi scusi mi scusi: invece, nella sala, dalle alte volte a crociera, dalle ampie vetrate, da cui filtra una lama di luce che cangia dal rosso al lattimo, le mille presenze silenziose non mi vedono, non mi sentono. Siamo insieme, eppure quel rito è mille volte distinto, separato. Ognuno vede dispiegarsi il suo proprio senso, quasi la sua divinità, e ne è turbato. Un turbamento che senti essere l’attrazione dell’abisso, l’acqua che ti scorre addosso come se volassi, quando sogni mondi che non hai mai visto e in cui, invece, sei di casa, e te ne stacchi, al risveglio, con un rimpianto inconsolabile. Intendo dire che leggere la poesia di Francesco Marotta è come entrare in un luogo che ha del mistero, un’aura che odora di sacro, in cui viene celebrato in tutte le declinazioni possibili il dolore, che intride di sé la natura, attraversata e ricreata in forma di sfaceli, di negazioni, e il ricordo, che “punge a guaio”.
Nessun oggetto, nessun tratto umano e naturale vi è lasciato alla sua forma. Non di deformazione surrealista però si tratta, ma di riconformazione, come se ciascun elemento fosse guardato – per riprodurlo – da una prospettiva interna, ovvero laterale, che ne metta in luce le intrinseche debolezze, i contorni incerti, i vacillamenti. Ma quelle incertezze sono anch’esse ingannevoli, poiché non sono nell’oggetto – o nella situazione narrata per lampi – in sé, ma nell’immagine che così volutamente li ritrae (l’immagine che fiorisce in echi di sorgente), che ogni volta dilata e procrastina il compimento del senso: a dirci che l’intera realtà umana è frutto di incoerenze, di intoppi, di rivelazioni promesse e mancate.
Nel far questo, Marotta impiega un linguaggio talora sfavillante di termini non usuali (lontanati, albale, piantumare, adusa), ma soprattutto fortemente rigenerato da accostamenti che paiono improvvisi scarti onirici (l’ovale che naufraga/la calma dello specchio/è un occhio in odore di cancrena) alla Luis Buñuel, ovvero da una sintassi che colloca il lessico in sequenze mobili, mutevoli, in cui ogni sintagma prende senso da ciò che lo precede, con cui condivide un possibile significato, per trasformarsi in altro accostandosi al sintagma che lo segue: né l’interpunzione, da sempre molto ridotta, spezza l’incanto in una direzione univoca, mentre talora è l’anacoluto a rafforzare il senso di smarrimento, conferendo densità al dettato, come nei seguenti versi, che costituiscono il componimento che apre Esilio di voce (se si escludono i versi in corsivo posti ad epigrafe della prima sezione Imago):

scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite

In modo più evidente, in questo suo ultimo libro, Francesco Marotta indaga la fatica dello scrivere-vivere, come se il poeta avesse deciso di rendere intelliggibili, più prossime al bisogno di realismo del lettore, le immagini che da sempre lo attraversano: quelle di un discorso filosofico sul linguaggio che ricorre, in misura attenuata ma costante, anche nelle precedenti raccolte. Vi ritornano, infatti, frequentemente i vocaboli dell’area semantica dello scrivere, del parlare, dell’udire (inchiostro, foglio, parole, pagine, carta, sillabe, accenti, labbra, sentire, chiamare, urlo, grido, pronuncia, lingua): l’ineffabilità dell’indicibile, che tuttavia il poieta non può tacere.

Lucia Tosi
http://lunediscrittori.wordpress.com/

.

Da per soglie d’increato”

per soglie d’increato
vanificando accenti conosciuti,
per margini brinati
di mondi lontanati
all’apparire – dove non serve
nominare ad ogni passo
il prodigio che trascorre
in mobili immagini di evento,
epifanie di lumi
rovesciati in ombre
quando già credi
di stringere il mistero,
contemplarne il volto,
tradurre le pupille in segni
e voci: –

tu dialoga con lo stupore
che non conserva tracce,
con la stella che dissigilla
un senso che non dura,
con l’assenza che si desta
in palpiti migranti fatti verbo,
al verbo estranei per legge
d’indicibile esperienza –
per osservare la vita
nello specchio albale
di una luce
pensata prima d’ogni dire,
prima del silenzio

da “Il dono di Eraclito”

l’ovale che naufraga
la calma dello specchio
è un occhio in odore di cancrena

all’alba
premendo forte il fianco
ho liberato il vento
forse l’ho guarito

ricordo
c’era mia madre in sogno

mi accarezzava il viso
muovendo in circolo le dita
come chi accende voci
sull’altare deserto
della nascita

con le sue lacrime sospese
tra l’ombra cava
dove piantuma rose senza stelo
e la fonte in mezzo ai seni

gli astri feriti
da cui attingeva luce

da Impronte sull’acqua

è la mente che
numera il silenzio
dei morti, e la conta
è un dolore che vive e
ramifica in chiazze di
nuvole sulla pelle, a volte
è sabbia, un tramonto
un fiore di neve
a distendersi fino al
le pupille, a
riempire la bocca
con la sua lingua colma
di ricordi, con i resti
vaganti di un
incendio, con la sua
veste di orme, di voci
di capelli, con la
rappresa, impura
verità del gelo

da Esilio di voce

scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite

*
ci accomuna la conta differita dei morti
la mano adusa a separare codici e correnti
dal gorgo dove si adunano le ore
indicibile chiusa
di apocrifi in sembianti di volti
di giorni in forme declinanti
di parole

*
come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio

*
guarisci il dubbio trafitto
dall’ansia di essere riparo malattia
a cadenze autunnali guarda gli sterpi
che ti battono un’altra luce
sui fianchi e nell’ombra che sale
gioca il sogno di un confine
sospeso la tua pelle si stacca aggiunge
ore ai tuoi segni al graffio che resta
dove togli parole
ai tuoi occhi

*
assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente del balzo

*
è un abbaglio la morte la polvere
sbrina il suo vento sull’acqua un abisso
d’aria e correnti
che l’arte della pietra modella
per l’oblio materno dell’alba


Fino all’ultima sillaba dei giorni

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido

(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

Francesco Marotta è nato a Nocera Inferiore (SA) l’11 marzo 1954. Ha compiuto studi classici e si è laureato in Filosofia e in Lettere Moderne. Vive in provincia di Milano, dove insegna Filosofia e Storia nei Licei. Ha tradotto Bachmann, Bonnefoy, Char, Celan, Jabès, Sachs. Suoi testi sono apparsi nelle riviste: “Il Segnale”, “Dismisura”, “Anterem”, “Convergenze”. La sua ricerca poetica recente consiste in uno scavo della parola, nell’investigazione di quella linea sottile, forse inesistente, comunque indicibile, che separa pensiero e canto.

Tra i suoi libri di poesia:
Le Guide del Tramonto (Firenze, 1986);
Memoria delle Meridiane (Brindisi, 1988);
Alfabeti di Esilio (Torino, 1990);
Il Verbo dei Silenzi (Venezia, 1991);
Postludium (Verona, 2003 – Premio “L. Montano”, sezione inediti).

Per soglie d’increato (2006)

Hairesis (E-book 2007)

Impronte sull’acqua (2008, Premio “R. Giorgi”)

Esilio di voce ISBN 978-88-6300-043-6 Costo euro 10,00 – Pag. 84 Edizioni Smasher

Gestisce lo spazio web http://rebstein.wordpress.com/

.

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17 Risposte to “Francesco Marotta”

  1. Anna Maria Curci Says:

    La scrittura di Francesco Marotta, restituisce all’aggettivo ‘solenne’ tutta la sua pienezza di significato. Ogni parola, nel suo manifestarsi ‘fuori’, ‘contro’ o semplicemente ‘altra’ da forme note e da sentieri battuti, pesa, scava, ma sa guizzare anche e si congiunge ad altre in “sequenze mobili”; contribuisce così a creare uno spazio al quale si accede, con “timore e tremore”, un luogo sacro – plaudo al coraggio di Lucia Tosi nel far ricorso a questo aggettivo ‘strapazzato’ – nel quale non è velato, tuttavia, il ghigno del dolore.
    L’introduzione di Lucia Tosi alla poesia di Francesco Marotta, che Cristina Bove propone qui nel suo Giardino dei poeti, è allo stesso tempo estremamente precisa nell’individuare l’originalità dei tratti essenziali e nel suggerire nuove piste di indagini, coinvolgente nelle immagini dell’accedere e del procedere in una poesia, dimora-tempio “in cui si recitano pensieri”. “Si recitano pensieri”, sì, e il loro mettersi in gioco quotidiano e perenne, il loro rischiare l’osso del collo per addentrarsi “fino all’ultima sillaba dei giorni” avvince e convince chi legge che “scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore” e che, forse, anche leggere poesia è un destino covato dall’ombra delle ore.

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  2. maurizio manzo Says:

    ……
    gioca il sogno di un confine
    sospeso la tua pelle si stacca aggiunge
    ore ai tuoi segni al graffio che resta
    dove togli parole
    ai tuoi occhi
    …………..
    Un grande poeta e una bellissima nota.

    Un saluto a Francesco e a Lucia Tosi

    mm

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  3. Francesco Marotta « il lunedì degli scrittori Says:

    […] https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/03/03/francesco-marotta/ Like this:LikeBe the first to like this post. […]

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  4. margherita ealla Says:

    Una preziosa lettura, fresca, acuta, empatica non solo con la poesia di Francesco Marotta, della quale coglie in modo preciso i tratti cangianti, ma anche con il lettore e della presentazione e delle poesie.
    Mi piace molto l’incipit ironico che mette nella dimensione della passione e della passione condivisa (e non di un rituale per “iniziati”, tanto vuoti, quanto narcisi) il senso di meraviglia e anche di straniamento (a volte) della poesia di Francesco.

    Sottolineo, fra gli altri, questo “riconformazione da una prospettiva interna, ovvero laterale, che ne metta in luce le intrinseche debolezze, i contorni incerti, i vacillamenti. Ma quelle incertezze sono anch’esse ingannevoli, poiché non sono nell’oggetto – o nella situazione narrata per lampi – in sé, ma nell’immagine che così volutamente li ritrae (l’immagine che fiorisce in echi di sorgente), che ogni volta dilata e procrastina il compimento del senso: a dirci che l’intera realtà umana è frutto di incoerenze, di intoppi, di rivelazioni promesse e mancate”.

    Davvero ottimo, Lucia!

    e un grande grazie a te e a Cristina! Un abbraccio di parole, ma anche non solo di parole, che spero giunga anche a Francesco. Un bacio.

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    • cristina bove Says:

      sottoscrivo ogni cosa, Margherita.
      Straordinaria la poesia di Francesco.
      altrettanto straordinaria la presentazione di Lucia, tu ne hai colto in pieno ogni aspetto.
      Anche io sono stata colpita dall’inciso che hai riportato in corsivo.
      A nome della redazione ringrazio il Poeta e la Presentatrice, a me cari, e te che hai dato ulteriore risalto a entrambi.

      cb

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  5. carmen Says:

    La poesia di Francesco fa presa, in un modo che non lascia scampo. È una poesia colta e “sofferta”, s’intuisce la ricerca del poeta intorno al valore insopprimibile del linguaggio, e quindi delle parole, che con la loro ampia e spesso ambigua capacità semantica, trasportano in universi di significati inaspettati, ma il più delle volte lasciando insoddisfatti, come se non si fosse in grado di esprimere un pensiero, un’emozione, in tutta la pienezza voluta e secondo il proprio e più profondo sentire.
    Ne è chiaro esempio la bellissima poesia Fino all’ultima sillaba dei giorni, dove il poeta dà un’immagine straordinaria dell’incessante lavorio che fa dello scrivere una necessità assoluta (scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore / scrivere è un’ora covata dal destino) divenendo “la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte / e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne / fino a che sanguinano anche i sogni, / fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente / gli alfabeti rappresi dentro un grido”.
    Ed è talmente un bisogno intimo degli esseri umani e soltanto ad essi connaturato, che, aggiunge il poeta, “sono queste le voci che mancano a una pietra / per sentirsi un arco lanciato verso il cielo”. Un bisogno di servirsi del linguaggio e di servire al linguaggio (da parte del poeta, in particolare), perché solo attraverso la manipolazione delle parole come fossero argilla da scolpire, il poeta riesce a dare un senso (il “suo” senso), sebbene approssimativo, al mondo in cui vive.
    Complimenti al poeta e grazie a Cristina per averlo riproposto qui.
    Buona domenica di luce poetica!
    Carmen

    Mi piace

  6. Sebastiano A. Patanè Says:

    Francesco Marotta per me rappresenta una spinta poetica incredibile ed è un punto di riferimento.
    Molto bella ed intrigante l’introduzione di Lucia Tosi che ringrazio e, naturalmente, grazie a Cristina.

    Mi piace

  7. Domenica Luise Says:

    Dice bene Lucia Tosi: l’ineffabilità dell’indicibile.
    Qui le parole per esprimersi saltano a tutti, poeti, commentatori e lettori. Ma saltano giocando a nascondino, ne trovi una con un significato che si chiarisce e, all’improvviso, assume valenze altre, anche fino all’opposto. Il “critico” è in difficoltà nell’incontro col poeta autentico.
    E non è una questione tecnica, ma sostanziale: si tratta di dire l’anima umana con una penna e un foglio di carta o tastiera che sia. La mia così simile e diversa dagli altri.
    Sono “palpiti migranti fatti verbo”.
    Se la parola viene dal silenzio, la vita è nello “specchio albale” che lo precede.
    Siamo ai confini del pensiero: “Tu dialoga con lo stupore”.
    “L’ovale che naufraga la calma dello specchio è un occhio in odore di cancrena”: la vista del dolore (l’occhio è ovale) dentro e intorno a sé diventa odore di cancrena e fa naufragare la pace illusoria nella quale viviamo o vorremmo vivere. Ma c’è il sogno della madre consolatrice, e qui non vedo metafore o forse la madre ne è l’origine, il prototipo del segno d’amore che conforta.
    “Piantuma rose senza stelo”: non può fare di più, non è concesso, in terra, guadagnare la felicità perfetta ai figli.
    La madre ha “la fonte in mezzo ai seni”, anche i poeti, uomini e donne, portano quella ferita materna e quel dono che consuma.
    E nella vita alle dolcezze materne si mescola “la rappresa, impura verità del gelo”.
    Il poeta scrive con “stilo di ruggine” tutto questo amore e dolore e la sua anima è “mutilata da una mano d’inchiostro che trema sul foglio”.
    “Scrivere fino a che sanguinano anche i sogni”.
    Belle poesie, forma elegante, un po’ solenne, mai esageratamente: un filo difficile da raggiungere e sul quale il poeta cammina con disinvolto equilibrio.

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  8. methsambiase Says:

    L’entrata nel mondo poetico di Marotta è stata srotolata dalla bravura della presentazione, non si può non commentarlo. Poi arriva “l’abbaglio” delle poesie, e bisogna fermare il tempo per distillare la luce e la sua bellezza.

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  9. francescomarotta Says:

    Ringrazio tutti per la cortese attenzione.
    Un caro saluto, con l’augurio di buona vita.

    fm

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  10. margherita ealla Says:

    Trovare il tuo augurio Francesco, dopo un tempo che è parso così lunghissimo…., grazie!
    un altro bacio

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  11. cristina bove Says:

    ringrazio e ricambio anch’io l’augurio, Francesco!
    un grande abbraccio.

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  12. Esilio in altre voci « La dimora del tempo sospeso Says:

    […] Lucia Tosi […]

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  13. fattorina1 Says:

    “scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
    la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
    perché essere cenere, sostanza di vento
    è inciso da sempre a lettere di fuoco
    nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
    infimo, un breviario di passi senza orma
    tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
    ……”; scrivere versi come questi induce ad una grande fede nella parola , nella sua capacità di contorcersi fino a pronunciare l’indicibile; il poeta si corrode per giungere al margine e sa che è ancora al di qua. Ma è di questo che parla, e i voli hanno ali d’uccello. La poesia di Francesco non è mai di rinuncia ma di ricerca, è forte, sudata, esclamativa e giunge là dove in pochi si arriva. .
    Narda

    Mi piace

  14. Anonimo Says:

    Grande uomo poeta e …

    Mi piace

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