I “quadri” fisicamente mobili di Fernanda Ferraresso

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Per leggere la poesia di Fernanda Ferraresso nel senso pieno del termine, dobbiamo prima spogliarci delle attese discorsive a cui tanta poesia narrativa recente e contemporanea ci ha abituato. Già da alcuni decenni, infatti, molta poesia ha cercato di allontanarsi dalla significazione romantica e simbolista per assumere, o fingere, un richiamo alla comunicazione quotidiana. Questa tendenza, liberatoria allora, adesso conduce spesso a un appiattimento, a una stanchezza espressiva di cui si farebbe volentieri a meno. Dall’altra parte c’è invece una poesia che ha riscoperto l’irrazionale, il corpo vissuto come ricevente-comunicante, il canto non come evasione ma come espressione di una maggiore aderenza alle proprie radici collettive, agli archetipi. È in questa linea anti-patriarcale, estranea per scelta o temperamento al logos maschile, che la poesia di Fernanda Ferraresso può essere situata, insieme a quella di altre poetesse quali Maria Grazia Calandrone e Marina Pizzi.

I rischi corsi dall’iscriversi in una tale posizione (sovrattono, esclusione del momento esperienziale cosciente, eccessi metaforici) sono alti; ma più alti, com’è il caso di Ferraresso, sono i risultati. La sua lingua poetica (parlare di “discorso” poetico è fuorviante, per quanto detto sopra) si articola in monologhi mobilissimi, per nulla autoreferenziali dato che il loro ‘io’ si è liberato di ogni sovrastruttura (pensiero, personalità, sentimenti privati) per diventare ora un’evanescente entità in continua metamorfosi (“isola / sto sull’acqua ferma / come una parola che galleggia”, II quadro), ora una voce esterna e nostalgica in un’evocazione erotica (“lei gli era antenata / per questo lo faceva passare”, III quadro). Quando invece si fa assertivo, l’io si traveste nelle forme devianti del sogno, dell’assurdo logico (“spacco l’antracite del tuo corvo / nero oscuro”, I quadro).

Ogni quadro articola in modo diverso le proprie forme e i propri tempi: dal presente scandito con assertività del primo quadro, al presente smussato, dolce, del secondo; dalla terze persone singolari nell’imperfetto nostalgico del terzo quadro alla prospettiva più epica, corale, del quinto. Infine, il procedere a scatti e lacerazioni del sesto quadro e l’architettura del quarto. Su quest’ultimo preferisco fermarmi un attimo – non solo perché Ferraresso architetto lo è davvero anche fuori dal verso, ma perché la sua architettura verbale (soprattutto qui) mi fa venire in mente Frank Lloyd Wright: forme che imitano la natura, che hanno come quella capacità metamorfiche e di adattamento precluse ai blocchi del funzionalismo. L’avvallamento grafico dei vv. 4-7 spinge a leggerli sia da sinistra a destra per l’intera lunghezza dei versi, sia come se ci trovassimo di fronte a due poesie accostate: la mobilità fisica della lettura è notevole. E a proposito di tangibilità fisica, una sintassi paratattica (anti-patriarcale, avversa alle gerarchie) e cumulativa conferisce ai testi una drammaticità performativa (di nuovo, si dà rilievo all’aspetto fisico più che a quello concettuale del verso), con la versificazione a seguire scrupolosamente i guizzi del respiro, il respiro quelli dell’emotività.

Interessante sottolineare che, se la poesia di Ferraresso appare libera e indisciplinata, è in realtà sorretta da una sua logica verbale rigorosa: come nel caso di Dylan Thomas (poeta con cui scopro diverse affinità) l’esuberanza immaginativa è in realtà giustificata dai rapporti semantici e fonetici delle parole. Alcuni esempi: “l’antracite del tuo corvo” (I quadro) si giustifica per il richiamo al nero di entrambi i termini, mentre la presenza del “covo” pochi versi dopo contiene l’immagine del buio, del nero, ed è paronomasia di “corvo”; oppure, (II quadro) c’è un gioco di parole per cui “il vento appuntito” come una matita “tempera” le giornate (ma il clima può benissimo essere “temperato”); o, ancora (IV quadro) i libri “mastri” diventano “maestri”: a parte la quasi identità fonetica, “mastri” è davvero la forma antica di maestri (ma la parola “mastro” significa anche “registro”). Queste ripetizioni con variazione sono poi funzionali al testo, che si ripete (“l’ho detto e mi ripeto”, si dice con orgoglio e forse un filo d’ironia). E così via.

Ho parlato prima di fisicità: e in effetti le immagini del corpo, spesso associato a una casa (altro tratto in comune con Dylan Thomas) ricorrono nei testi. Il corpo appare spesso inciso, coperto di tagli: “affilati i giorni tagliano la carne del mio tempo” (II quadro), “taglio su altro taglio il primo stato    lo strato che freme   la pelle  ogni libello della carne” (IV quadro). L’idea del tagliare è anche nel primo quadro (“taglio l’arancia del tuo raggiungermi”) e ancora nel secondo (“il gelo è un freddo coltello”).

Altro si potrebbe esplorare e trovare: in questo pezzo ho cercato solo di fornire alcune chiavi. Quello che però mi sentirei di consigliare è di leggere prima i testi (o di dimenticare, almeno temporaneamente, quello che ho scritto qui), perché prima della comprensione conta, in loro, l’attraversamento tattile, che non vuole capire per forza (né io ho interpretato alcunché: nessuno deve togliere alle nostre letture personali il piacere dell’interpretazione), ma lasciarsi trasportare, sussultare, e stupirsi tanto davanti alla potenza immaginifica di “apro il mare antistante la mia solitudine come un cancello” quanto davanti all’umiltà e tenerezza di “a volte mi basta tenere tra le mani un sasso”. A volte basta tenere tra le mani una poesia.

 

Davide Castiglione

QUADERNO A QUADRI

I quadro

spacco l’antracite del tuo corvo
nero oscuro: ogni uno
dei tuoi lontanissimi incorruttibili pensieri.
Taglio l’arancia del tuo raggiungermi
spacco il covo che hai costruito dentro
la mia memoria senza la possibilità di perderti
ti rincorro grano per grano
dentro il roseto dei sogni.

.
II quadro

isola
sto sull’acqua ferma
come una parola che galleggia
e quando si appuntisce il vento
temperando le mie giornate
l’aria in me si fa per mesi più trasparente.
Niente altro che luce
rimescola le mie ombre
e volteggia la pagina dell’acqua un attimo
quel brevissimo istante prima che s’ immerga
e sommerga
lieve e bianca un’acqua più leggera
nel bagnasciuga di ghiaia
così levigata da sembrare una seconda pelle con cui il giorno
misura l’alba
quando dall’orizzonte corre scalza fino a queste finestre.
Affilati i giorni tagliano la carne del mio tempo
qui
sull’isola anteriore a me stessa misura i miei passi
specchio fedele dell’altra in cui vivo ancora
mentre il cuore apre le sue valve come una conchiglia.
Il gelo è un freddo coltello e stride sulla lastra del ghiaccio
ora per ora con lo sguardo
attraverso la finestra
apro il mare antistante la mia solitudine come un cancello
tra onde di fantasmi che indifferenti si levano e poi ricadono
su questo foglio nella forma di un segno.
A volte mi basta tenere tra le mani un sasso.
Percorro la sua levigata superficie e
sento cosa gli ha tolto il mare
inghiottendo onda dopo onda la sua sostanza
decompongo nel suo moto di correnti l’oscuro della profondità di entrambi
e altri si cibano di quanto stava senza peso sospeso in quella polpa
calcificata antica sua e mia.
Forse è così che al fondo di me stessa sento quel peso
uno strato dietro l’altro e la caduta e la perdita e
noi, gli umani, apparsi qui dopo miriadi incalcolabili
di deposizioni e rinascite.
Colonne di nebbia che si muovono assieme alle onde
e le pareti delle case respirano, aria intessuta da dentro
di un fumo più denso, corporeo.
E’ una doppia veste questo labirinto che ci tiene
tutti
uniti noi alle cose
e la vita al suo lato invisibile
ed è forse questo l‘oro
questa cavità in cui il tempo sgattaiola
tra la porta d’ingresso e i sassi senza impronta
in faccia a questo silenzio immenso
in cui ogni parola si colora di un tenue azzurro
senza scrittura d’alberi o voli di uccelli dove persino il vento
mi disseta senza muoversi tra le onde.

.
IIIquadro

lei gli era antenata
per questo lo lasciava passare
lei era dentro la sua testa era la sua tempesta
e non gli lasciava tregua
stava distesa
le cosce tese come funi o rampe
di fango il ventre sopra l’inguine esposto
alla luce del suo tatto
lo aspettava come un fuoco in petto
aspetta le sue vampe
e stringeva le gambe per non lasciarlo fuggire
lei era il valico alla fine del mondo
era il fiume che aveva sempre rincorso
e non le serviva avere un nome preciso lei era
il nodo dentro l’amore che sconfina il terrore
l’ansia nel respiro lei era
tutte le ossessioni fattesi parola
una fortezza di scritture
che strappano i pensieri
e non poteva voltarsi
lui non poteva slegarsi da quella stretta
ogni giorno
ogni ora più cruda
ogni istante più perfetta.

IV quadro

” In un angolo, il vento
sposta l’ombra delle foglie”

l’ho detto e mi ripeto.

oggi è l’ultima volta ………………….affilati rasoi tutte le assenze sfilano la pelle
dico e so che mi ripeto ……………..la casa ogni livello della carne
taglio il cartone dei miei salti…..mentre nello specchio guado
lame come angeli di silenzio….ciò che non vedo ancora
.
taglio su altro taglio il primo stato lo strato che freme la pelle ogni libello della carne
la casa mentre lo specchio immobile guarda me che lo guado
guardo ciò che non vedo dentro quel falso
riflesso di un profondo gua(r)ire
.
largo oltre la memoria allargo la notte tutti i suoi libri mastri tornano legni in terra
questa vecchia vecchissima barca senza attracco è linfa che scorre sul filo
l’istantaneo porto di un corpo pasta d’albero non illusione
la carta di un qualsiasi corpo
.
di notte tutti i suoi libri tornano maestri
si fanno sangue che scorre

di ognuno l’albero che cresce e s’incarna in terra
non vento non velo non veliero dentro la scalza forma

scia di una riga dove non resta esposta alcuna radice
non fa mare il respiro di chi guarda un cielo latitante

dentro un sogno tutto è solo
disegno in una stanza di vuoti.

.
V quadro
gli orizzonti e i fantasmi
gli eterni saluti tra i vivi e i morti
in quale città si sono persi e quale è la rotta della memoria
il viaggio dei sogni
covati e interrati lungo il cammino e nel cosmo passati
di mano tra un uomo remoto e un bambino futuro
in quale segno si sono deposti tra nuvole e ceneri di incendi
nei camini delle case dove di nuovo bruciano i giorni.
In quale città ne fanno ancora scorta
e in quale strada o via in quale paese oltrepassate le frontiere
di quei segni a vaticinio resta sola
un’ombra la pallida circostanza d’essersi sbagliati
su questa realtà eccedente l’ingombro di una vita anonima sempre
e mediana a qualcosa che sta oltre la misura di un corpo
oltre le frontiere illusorie di una lingua scritta in fretta
dimenticando quella della madre
nostalgia mortale
che spinge gli uomini a viaggiare e le bestie di ogni specie alla ricerca
della propria patria perduta.
In quale città della memoria sta rinchiusa l’unica
stagione che preleva
le sue vittime e le sue storie dai corpi
tutti i corpi dei viventi e sulle palizzate delle parole
depone teste monche soffiate da bocche appena germogliate
una trangugiata nozione del tempo
e mette in un fagotto di dolore e rammarico
ritagliato all’interno dell’involucro di un corpo
spazio senza spazio un respiro da un fiato mozzato.
.
VI quadro
c’è distanza
c’è
una irrimediabile distanza
non lontananza tra noi e le cose, tutte
le cose che la luce porge
in fasci
e spettri di colori
suoni vesti di popolazioni di echi
volano ciascuno riverberando l’unico monologo del cosmo
in questo immane silenzio
si fa casa in cui abitare
noi
prossimi sempre solo a noi stessi e
futuri irraggiungibili in tutti gli altri che mai sapremo
d’essere
.
Nota: Il Quaderno a quadri fa parte di un insieme di altri 2 quaderni, Pagina a righe e Carta millimetrata, che ancora si stanno con-figurando da poco meno di una decina d’anni.

Nata a Padova nel 1954, laureata in architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, si occupa di progettazione architettonica, arredamento, grafica e design,ama tutti i generi di espressione d’arte. Docente presso il Liceo Artistico e Istituto d’Arte Pietro Selvatico di Padova, dopo un lungo periodo di insegnamento presso il Liceo Artistico di Rovigo in cui ha stretto amicizia con Marco Munaro iniziando una collaborazione con lui in più progetti ( La Bella Scola, Herbert, La memoria e i suoi giorni). Ha svolto ruolo di coredattrice all’interno del gruppo di VDBD, il blog, ed è presente con suoi articoli nella rivista on line dello stesso gruppo.Ha pubblicato suoi testi in alcune raccolte di Aletti editori e, da poco, con i tipi della Lietocolle editore nell’antologia curata da Anna Maria Farabbi Luce e notte. Ha partecipato ad alcuni concorsi vincendone (Rabelais 2006 e 2007) e/o posizionandosi nella rosa dei primi dieci (Premio Teramo per un racconto 1998). Per i tipi de Il Ponte del Sale ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie dal titolo Migratorie non sono le vie degli uccelli. (2009) e ha partecipato alla lettura dei primi nove canti del Purgatorio, proponendo un attraversamento del canto VIII, nella raccolta Ombre come cosa salda.
Numerosi gli scritti in rete che appaiono in molti blog:
http://cartesensibili.wordpress.com
http://fernirosso.wordpress.com
http://poesia.blog.rainews24.it/2012/01/16/opere-inedite-fernanda-ferraresso/
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/
http://pillolediversi.blogspot.com
http://rebstein.wordpress.com/
http://neobar.wordpress.com/
http://www.lietocolle.info
http://viadellebelledonne.wordpress.com/
http://www.poesia2punto0.com/
http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it
http://www.poiein.it/
http://www.ippocrene.com
http://associazionepoetica.com
http://lucaniartmondo.blogspot.com/
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http://alveareuno.altervista.org

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14 Risposte to “I “quadri” fisicamente mobili di Fernanda Ferraresso”

  1. Domenica Luise Says:

    Credo che questo tipo di poesia si possa leggere soltanto facendo un gran tuffo nell’irrazionalità apparente dell’animo umano. Invano cercheremmo la linearità razionale almeno in qualche verso. Possiamo capire l’apparente con-fusione della poesia moderna esclusivamente con-fondendoci in lei felicemente. O altrimenti faremo la domanda che mi è stata posta qualche tempo fa: perché la poesia moderna DEVE essere incomprensibile?
    Per addensamento di concetti; per pudore; perché sono caduti gli orpelli, la metrica, la rima, il conto delle sillabe, gli accenti forti qui o lì,le ingessature, diciamo che la costruzione è finita e il ponte esteriore viene smantellato. Adesso si può ricominciare e andare avanti come facendo i primi passi e ogni poeta dà il suo barlume.In queste poesie vedo una donna che ama in maniera immaginifica (il nero del corvo e il giallo squillante dell’arancia) e contraddittoria (oscurità e sole, dolore e gioia); vedo la poetessa solitaria e appassionata: “niente altro che sole rimescola le mie ombre” e capace di profondo amore: “Il cuore apre le sue valve”. Nell’irrazionalità sintetica si distingue un’analisi dei momenti culminanti degli stati d’animo. Qui c’è smarrimento, il mistero è grande, “il silenzio immenso”.
    E la parola dei poeti, se è alta, è sempre figlia del silenzio, “labirinto che ci tiene tutti”.
    È da poco che noi donne siamo davvero entrate nella letteratura ed abbiamo millenni di NON parola da esprimere. Nessuno ci sta concedendo niente, è un diritto che recuperiamo. Poesia maschile e femminile sono complementari, si arricchiscono insieme e vedo che anche la presentazione critica maschile evidenzia angoli complementari all’approccio di una donna. È anche da da ben pochi decenni che la donna ammette ed apprezza le pulsioni della propria sessualità, riconosciuta anch’essa come ricchezza, sicché al tutto si fonde un intenso erotismo femminile dove gioia e spasimo diventano uno.
    “Lei era il nodo dentro l’amore”: la donna è il nucleo durissimo, amoroso e doloroso simultaneamente: la vita dentro la vita dell’amore.
    Ogni poeta, come ogni essere umano, è fondamentalmente solo: “dentro un sogno tutto è solo / disegno in una stanza di vuoti”.
    Belle poesie, che esplorano la propria nudità interiore.

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  2. elina Says:

    una lettura attenta, denota ricchezza di studio e grande cura
    riprendo alcune sottolineature che trovo validissime “L’idea del tagliare è anche nel primo quadro (“taglio l’arancia del tuo raggiungermi”) e ancora nel secondo (“il gelo è un freddo coltello”)”
    penso che il primo taglio che Fernanda operi avvenga dentro il proprio occhio, lei taglia per ampliare lo sguardo, per dilatarlo oltre la parola
    le sue visioni perfettamente tangibili poichè legate a nodi-memoria- terra. sogni covati, nuclei “nutriti” con molto lavoro
    attingo molta acqua dalla sua scrittura, mi è compagna da tempo e nel percorrerla la leggo irresistibile, una meravigliosa mandorla che a volte è anche amara…
    poi il mare avanza spesso, il fiume soprattutto e il nero, poi il vento intima stanza / sostanza

    elina

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  3. fernirosso Says:

    Questo è quanto ha visto Castiglione, le serie di rocce e la casa su una cascata, di F.L Wright, un architetto che non amo moltissimo, per certi aspetti,preferisco la scabra ruvidezza di Ando e le sue ombre sulle pareti lisce e spoglie. A questo si rifanno anche le mie parole ombre, come quelle delle foglie che muove il vento. Grazie .ferni

    oggi è l’ultima volta affilati rasoi tutte le assenze sfilano la pelle
    dico e so che mi ripeto casa ogni livello della carne
    taglio il cartone dei miei salti mentre nello specchio guado
    lame come angeli di silenzio ciò che non vedo ancora

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  4. fattorina1 Says:

    Cara Ferni, io non credo che esista una poesia archetipa, o perlomeno esiste solo quando si è tagliato il cordone che lega il mondo al nostro ombelico. Ma il mondo è lì, ci aspetta, ci ha già catturate molte e molte volte, ha scavato il cuore, rotto gusci, aperto valve. Con le lame ha squarciato parole e silenzi.
    Archetipa è il bisogno di andare oltre una femminilità datata, una poesia coatta e sbragata sull’io:
    i tuoi quadri dicono molto di te – donna- poeta- ; dicono del tuo essere-esserci con le ombre. gli scuri e i dorati, dicono l’amore, la generosità, la disponibilità, la chiamata in correo di tanti che pure non osano come te.
    E non è poesia incomprensibile: basta aprirsi, schiudere la cerniera dove teniamo racchiuse il magma impetuoso del sentire e dell’esperito, per sentire il fluire della tua vena calda che si mescola alla nostra. Chiede un atto di coraggio al lettore. Neinte di più, niente di meno.
    Narda

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  5. Davide Castiglione: I “quadri” fisicamente mobili di Fernanda Ferraresso | CARTESENSIBILI Says:

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  6. Anna Maria Curci Says:

    Ogni volta che mi accosto, con il piacere della perenne scoperta e la consapevolezza di una altrettanto perenne sfida, alla scrittura di Fernanda Ferraresso, mi chiedo sempre quale affascinante provocazione avrebbe costituito la sua poesia per il mio professore di italiano al liceo, che amava scovare negli artisti della parola gli “architettonici” e i “musicali”. Sfida e provocazione, sì, perché la scrittura sa essere architettonica e musicale insieme, ma sa essere ancora molto di più: pittorica e sapienziale, Visionaria e tagliente, ha una coscienza della prospettiva che non ha timore (anzi va alla ricerca) del confronto con i classici, possiede il coraggio del recidere offuscamenti e fraintendimenti, del tagliare netto manipolazioni (la lettura di Davide Castiglione mette bene in evidenza questo tratto centrale e originale); è parola, tuttavia, che si fa “valico alla fine del mondo”, e dall’esplorazione dell’abisso ritorna, sempre, perché sa e vuole dire. Sulla sponda, all’imbocco della caverna, da uno spuntone di roccia, racconta, con i suoi quadri mobili e con le sue incisioni tenaci-audaci su lastre di materia varia, duttile e resistente. Chi ascolta, raccoglie e accoglie, conosce ed è riconoscente.

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  7. fernirosso Says:

    quel che penso è che la nascita sia continua, come continua sono certa sia la morte. In entrambe l’una si schiude nell’altra, senza chiudere che quanto es-periamo in una realtà che crediamo
    con-creta poiché non vogliamo credere ad un’altra, non meno densa, realtà che contamina e plasticamente determina la prima. E mi riferisco alla stazione mobile del sogno, una specie di transito perenne tra un io sempre decadente e una molteplicità quale noi siamo. Tutto il mondo c’insegnano a sognarlo, da subito, dalla prima relazione con la madre che ci segna attraverso la parola e poi altro non facciamo che ricordare o rinnegare altre “paternali” teo-logie, dove sempre esiste un d(‘)io, ricostruendo, ammansendo la belva che ci grida e bela in corpo ma che non sentiamo viva più di ogni altra realtà componente. Siamo talmente sempre “mare” che non necessitiamo di cordone ombelicale se non per paura di perderci, mentre perdiamo la vastita di cui siamo composti. Se un archetipo esiste per me è questa traccia indelebile che tutto ha in sé, tutto e tutti senza esclusione, senza misura di tempo.Ringrazio tutte per le partecipate letture che aprono altre porte sul gua(r)dare.Un abbraccio grande. ferni

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  8. meth sambiase Says:

    Ben difficile non fermarsi a leggere l’introduzione critica e i commenti precedenti, così precisi e puntuali da mettere bene in cammino il lettore sulla parola di Fernanda Ferraresso.
    Una parola incalzante, che non da nessuna tregua, spacca, immerge, apre la biologia del corpo e dello spazio, ne cerca le strutture e le mette sotto pressione per provare se esista una resa finale all’indagine del poeta. Così “sulle palizzate delle parole\ depone teste monche soffiate da bocche \appena germogliate\ una trangugiata nozione del tempo”. Che siano corpi di memoria o spettri terrorizzanti di amori passati, non c’è tempo per fermarsi, lo spazio della parola deve essere conquistato interamente.

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  9. marinaraccanelli Says:

    ogni volta che leggo – o rileggo le poesie di Ferni rimango stupefatta dal fluire musicale e “naturale” di immagini, parole, rimandi di luci e suoni in una concatenazione sciamanica e coltissima senza quasi apparire tale – penso in questo momento al II quadro – si comincia e non ci si può interrompere, si scende e sale con le sue parole, si sta fermi e ci si espande, un labirinto dove l’io si riconosce nel momento in cui diventa respiro del vento e del tempo, l’alba ha una pelle e il tempo una carne…
    l’illuminante introduzione di Davide castiglione mi ha fatto meglio capire ciò che già sospettavo: detto con sue parole, in questi versi c’è una “tangibilità fisica” e una “sintassi anti-patriarcale”, per questo la sua “esuberanza immaginativa” mi tocca corde profonde e me le fa vibrare…come ascoltare un’orchestrazione lucida e potente, come trovarsi di fronte a un’aurora boreale: mi supera e mi consola
    marina

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  10. cristina bove Says:

    Della poesia di Fernanda è stato detto molto e in maniera esaustiva, non potrei dire meglio di quanto abbia fatto con le dovute qualità di competenza e sensibilità Davide Castiglione con la sua accurata recensione.
    Quindi mi accodo, condividendoli, i bei commenti che questo suo poetare ha meritato.
    Io vorrei aggiungere ciò che penso della sua generosità. Fin da quando ebbi l’opportunità di frequentare i blog da lei diretti rimasi colpita dallo squisito offrire spazio agli altri poeti. Non solo l’originalità dei suoi versi, la potenza che emanano, ma anche la disponibilità ad accogliere e dar risalto a quelli altrui, me la fecero stimare moltissimo.
    Inoltre il suo talento artistico, il tocco insuperabile nell’abbinare le immagini ai testi, l’atmosfera che riesce a creare e che fanno di ogni sua pagina uno spazio vivo e e suggestivo. Ovviamente, mi si potrebbe rispondere, vista la professione di Ferni, è vero, ma credo che sia unica a metterla a disposizione con tanta competenza ed amorevolezza.
    Grazie, Fernanda, per la tua presenza in questo Giardino.
    e grazie a Davide per la bella presentazione.

    cb

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  11. margherita ealla Says:

    ottimo Davide ottimo, grande nota che mi apre alla lettura di F.Ferraresso

    un caro saluto!

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  12. fernirosso Says:

    MI ero persa tutto questo affetto, di donne amiche, perché tali le considero, che di cuore ringrazio per tutti gli scambi avuti in un arco di tempo che non è più breve e, se pur non ci si sia mai fisicamente incontrate, è come conoscessi da lungo. La parola, se aperta e ospitante in chi la dice e in chi la riceve ha in sé questa vicinanza. Vi ringrazio tutte e nuovamente ringrazio Davide per la lettura offerta. ferni

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  13. Davide Castiglione Says:

    Grazie a tutti voi e naturalmente a Fernanda, che ha ospitato la lettura anche sul suo blog. In tutti gli autori che ho recensito finora sul Giardino c’è sempre un giusto equilibrio tra impronta personale e comunicazione, e non ci sono quei cali di tensione o quegli appiattimenti di poeti ahimè più celebrati.

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  14. Blumy Says:

    ferni ha un patrimonio di parole e immagini che, se fossero tassabili, la manderebbero in rovina … il suo è un linguaggio onirico ma che rimanda sempre alla nascita, alla terra, ad una matrice comune che ci ha generati e che ci fagocita nella sua enorme cavità vorace. c’è, nelle sue poesie, il senso della circolarità della vita e della sua drammaticità e, anche, un grande senso estetico. ciao, ferni !

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