Giovanni Baldaccini

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g. baldaccini

Giovanni Baldaccini è poeta agli esordi, stante la nota biografica, ma che si presenta, all’appuntamento con il richiamo della poesia, carico di umanità ed esperienza, non solo umana, ma professionale e culturale e di una professione particolarmente vicina al sentire poetico, quella dello psicoterapeuta. A partire da questa situazione storico-esistenziale, ben si comprende l’intrapresa di percorrere una strada nuova come quella poetica, nella quale, di norma, confluisce più naturalmente l’esigenza di dare forma ad una sorta di biografia personale, di cui, nelle poesie che vengono qui offerte alla lettura, si avvertono presenze cospicue, seppur confuse nell’esemplarità dell’esperienza comune.

L’io poetico dice “io” principalmente attraverso due usi espliciti: l’io, “senza residui” (direbbe Francesco Orlando)  dei verbi alla prima persona, e il “tu” che presuppone l’io che lo nomina. Il “du” è stilnovisticamente una donna, in ordine ad un principio di eterno ritorno dei “fondamentali” nella poesia scritta dagli uomini. In Baldaccini essa ha fattezze di compagna di lunga data che conosce i silenzi dolorosi, gli atti di rinuncia dell’uomo: il quale, a sua volta, di rimando coglie con mestizia il trascorrere del tempo, fino ad immaginare, come in Sera, il “dopo”. Colpisce la rappresentazione di un post-mortem in quasi nulla diverso dalla vita: vi regneranno sovrani il silenzio e un sopravvissuto grado di incomunicabilità rassegnata tra i due amanti, lui nascosto dentro il legno degli scaffali dove tutto, già ora, odora di tardivo, di irrimediabile (naftalina, stampelle appese, linimenti, vecchi fiori scoloriti, passione morta). Il sentimento della sera e della notte è insistentemente rappresentato: in Inverno muto, Vento, Due parole, a ritrarre metaforicamente una condizione esistenziale di pacatezza desolata, di malattia incurabile a cui il soggetto si rivolge con un sopito sentimento di rivolta, tratto comune dei sette componimenti offerti alla lettura.

Meno compatto appare il fronte formale, segno di una ricerca, di un work in progress che, se non può mai darsi come concluso in chi scrive, tuttavia mostra sempre, da un certo punto in poi, i segni caratteristici di quello che “anticamente” chiamavamo stile, maniera, modus. Baldaccini sta sicuramente cercando una sua via alla comunicazione: sintomo di tale indagine in corso è la distanza che separa, sul piano stilistico, i componimenti. In quasi tutti si avverte l’intenzione di rinunciare ai tratti più strettamente considerati, di norma, poetici: rime, assonanze, allitterazioni e altri giochi fonici; sono rare le rime e le rimalmezzo. Ma, rispetto ai componimenti sunnominati, i verbi all’infinito in Passi d’acqua rispondono ad un canone tra l’ungarettiano  e  l’ermetico, che sconsiglierei all’autore, così come il ricorso di sostantivi privati dell’articolo, della troppo frequente congiunzione “e”, di mot-valise, neologismi non del tutto ben congegnati con il contesto che è tendenzialmente e positivamente narrativo; il “poetese” andrà evitato, avendo l’autore una sicura capacità di scavo e di rappresentazione emotiva, che non potrà che trarre giovamento da quel famoso invito a togliere (less is more) che in poesia è fondamentale.

Lucia Tosi

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Sera

E tu, amica mia,
dove m’appenderai quando sarò
sporadico ritorno di un ricordo
e come sosterrai il mio vagare
da un’anticamera all’altra della mente
chiusa alla voglia di ricominciare
vecchi dialoghi spenti
e la paura di un dolore
noto e perduto sempre da schivare
che tuttavia trasporto se m’affaccio
appena un attimo dentro il tuo pensare?

Tu conosci le spille
che attraversano l’anima muta
che mi porto dietro.
Soprattutto i silenzi: quelli temi.
E lo sguardo diffuso dentro il tuo
che legge taciturne sfumature
cui non rispondo altro che con niente.
Siamo un incontro vago trasversale
spazio poco battuto
e paura di soglie senza accesso
e sbarre che impediscano la fuga
nella salute cupa dove aspiri
dimenticanze di normalità.

Non so darti ragione oppure torto
dai sogni chiusi a chiave nell’armadio
generazioni di compiacimenti
rimpianti desideri annotazioni
svogliate di un colore un po’ sbiadito
con acre odore di naftalina
lungo stampelle appese ad un bastone
che non sostiene. E tarli.
Me ne starò tranquillo dentro il legno
poggiato tra scaffali e linimenti
cassetti vecchi fiori scoloriti
lettere scure di passione morta.
Resterò qui disposto a rimediare
o meno.
D’altra parte non è tempo di slanci:
semplicemente sera.

             

Inverno muto

Bassa marea stasera; cielo a picco.
Piegato sul riflesso di un pensiero
lancio stelle filanti in dispersione.
E traballante sogno.

Si riduce l’inverno se ti accosti
ma il tuo calore è tenue.
Viene voglia di andare
dove sei stata e dove ti ritrovo.

Odori d’aria e pascoli perenni
abiti e sfuggi: bosco.
Una traccia sommaria.
Ritornerò quando sarò partito.

Io svernerò dal ghiaccio che mi chiude
e pulviscoli d’ombra veglieranno
sere d’estate e reti.
Sei stata mare e mare ti ricordo.

Sei bella. E non m’appaga dirlo
mentre bevo la fame che m’infondi.
Ma lo dico, seduto nella sera dove vivo
stanco di me. E d’abbandono.

       

Vento

Dunque vale la pena?
E una tempesta aspra s’avvicina.

Vento frugava cose.
Annaspa la persiana e si rivela
lampo fugace a est. Chiudere gli occhi.
Sorseggiare un cognac
mentre la notte spande folte ombre.
E si richiude.

Per te è semplice, Ofelia: è un rifugio sicuro la pazzia
e un monastero è doppia protezione.
Ma io, che pazzo sono nato e non ho fede,
dove riparo?
Non c’è più sguardo al fondo dei tuoi occhi:
sei già salva.

In ginocchio sul plaid.
Diffusi i tuoi capelli. E il velo delle ciglia.
Con gesto involontario della mano: sfiorarti.
Vale la pena Ofelia?
C’è sonno in questa stanza.
Chiudo il libro.

E dissaldare vetri di piombo e sconsiderazione.
Che penetri la notte e la tempesta.
Penetri. E scompigli pagine assommate
di paura e violenza e dissuasione.
Dissuadimi, se la pena vale.
Tarda sera.
Non resteremo oltre
tra veleni di amori mai pensati.
Cigola l’acqua; e increspature fonde.
Ottava ora di navigazione.
Siamo soli Parola e il vento sale.
Vento.

            

Ospedale Paradiso

Lo spirito in cui vivo figlio e padre;
sono orfano.
Se santo è peccatore sono santo.
Sono materia morta
che un soffio irrefrenabile respira.
Spesso un destino dato
almeno verso il fondo della fine.
Il percorso lo faccio: sono errore.

Sono pietà e mancanza, delusione.
Frequento senso, spesso il suo contrario.
Cammino evoluzione, conoscenza
subito dopo sconosciuta assenza.
Vivo nell’ospedale paradiso:
presto cura
ma non ho cura per il mio malore.

“Tutti i mali del mondo”: sulla porta.
Per entrare mi piego; non ne esco.
E quando è ora e la candela sfuma
io mi rintano, lecco le ferite.
Guardo in alto:
non trovo luce che non sia di stelle.
Quando ricado; striscio volosera.

           

Due parole

Siamo così sorella, due parole
contrarie ripetute insieme sole.
Genuflesse e velate, prepotenti
spicchiamo a volte in alto sotto terra
altre precipitante appiattimento
olio nel piatto scivoloso dire.

Siamo vento canale incanalato;
violento come l’aria verticale.
Orizzontale a volte sopra l’onda
che solleviamo fino sulla luna
Soffio di stelle: ghiacciobrace.
E scuotimento che trascina. Sta.

Siamo lische di pesce sulla carta
indecifrato segno di pensiero.
Stimolazione, pallido alfabeto
occasionale breve suggestione.
Siamo la morte, definito inganno
col dubbio che sospende cognizione.

Siamo ombra sfuggente spentemute
riflesse dentro un suono d’altra specie.
A sera; e sogni sparsi
tra voci gialloacute di civetta
sinistra come Atena che scortiamo
verso l’Olimpo o l’Ade. Alternativa.

Noi siamo tempio e desolato niente
siamo quello che siamo e che non è
a meno che non parli qualche voce
e dica le parole da tacere.
Silenzierò e tu sarai silenzio.
Appena un soffio: ti percepirò.

           

Canone a una voce

Parlami dei tuoi sogni e dammi luce
i miei stanno sul ciglio della sera
afoni.

Sperduta tra visioni d’incostanza
nebbia vagava intorno a una lanterna.
Vento filtrava lembi di parole
minime.

A volte come forma che ristagna
sostano scalze pagine sfumate
aride.

Immerse dentro un mare prosciugato
appese a filiraggi della luna
o ali di farfalle sanguinarie
cadono

mentre mi spalmo verde nel mio affanno
frugando suoni e occhi d’irreale.
Creature dal mio fondo fanno eco
spandono

richiami di improbabili presenze
lontane irrinunciabili vicine
incerte e profughe come il mio vagare
futile

tra i resti del mio tempio immiserito
sfogliando fogli gialli di rovine
in cerca di una notte ancora viva.
Madido.

Parlami dunque dei tuoi sogni ancora
sorgenti di vociare di parole.
Parlamene – sono muto – te ne prego
anima.

       

Passi d’acqua

Azzurrare di nebbia.
Un suono trascurato di campana
attutiva le voci
che tuttavia sgusciavano la sera
con rinserrati canti.
Trasandato m’avvio.

Non c’era spazio tra la notte e il passo.
Cisti spogli d’intorno
e la scogliera in basso è solo vento.
Nell’aria senza ali: galleggiare.
Mentre luna a raggiera s’allontana.
Tremolante la scia.

Trasvolare mare: ondulature.
Corsica quindi. Vento laterale
smuove ombre di luci strette al fondo.
Brume se punto a nord verso Bretagna
e un monastero grande frange onde
e codici del tempo.

Genuflettersi di fronte alla marea
cogliere l’onda.
Che tarda, nell’attimo che annega decisioni.
E l’abbandono infradicia le membra
e una sciarpa rappresa stretta al collo.
Scivolante la mano.

Non è diversa l’alba dal tramonto:
declinare è salire d’altre terre.
Ma l’orizzonte chiude:
non c’è prova d’altrove se non vai.
Non mi va di svuotare altri cassetti
e fantasie sperdute.

Dipingerò vetrate con la sera
per figurare eco di visione.
Rovescerò lo sguardo:
naufragare
nella corrente che trascina sonno
e lente involontarie sfumature.

E s’accostavano scarlatte scarne voci.
Con la pena che danno.
Mare sommerge scogli e bianche forme
d’acqua avvolgente. E spruzzi sulla faccia.
Dicono che Maria cammini accanto.
E le madri di tutti gli annegati.

 

             

Giovanni Baldaccini è nato il 23 ottobre 1944 a Roma, dove vive e lavora. È psicologo e psicoterapeuta, scrittore e traduttore di opere psicoanalitiche per le case editrici Astrolabio-Ubaldini (Roma) e Liguori (Napoli), collabora con l’A.I.E.D. presso il “Centro Adolescenti” di Roma. È da sempre appassionato di letteratura e musica e da poco più di un anno sta tentando la strada della poesia. È autore di alcune pubblicazioni:

“Joseph Roth e l’anima che muore” (con L. Riommi), Rivista di psicologia analitica, 1999.

Desiderare altrimenti e altri racconti, Fermenti Editrice, Roma 2011.

“L’inattuale attuale. Riflessioni sul leaderismo patologico”, rivista Fermenti, n. 237/2011.

“Il tempo della crisi”, rivista Fermenti, n. 238/2012.

“Lettera dal Ponto”, in AA.VV., Monologhi da camera e da volo, Giulio Perrone Editore, Roma 2012.

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10 Risposte to “Giovanni Baldaccini”

  1. giovanni baldaccini Says:

    Cristina cara, questa mattina quando mi sono svegliato, tardi come al solito, ho percepito un insolito profumo di fiori e piante e l’aria era diversa. Ho aperto gli occhi e ho scoperto di essere stato trapiantato nel tuo giardino e se adesso sono qui non è certo per mio merito, ma per la tua generosità. Per questo ti ringrazio, come ringrazio Lucia Tosi che ha voluto dedicarmi un’analisi critica con la quale mi dichiaro completamente d’accordo. So di essere piccolo, ma trovarmi qui, tra parole più grandi, non mi disturba affatto, anzi mi offre come un senso di conforto e protezione. Ero consapevole dei miei limiti e quando un anno fa ho cominciato a scrivere qualche poesia non avrei mai pensato di trovarmi dove ora mi trovo. Tenterò di correggere le imperfezioni che Lucia mi segnala, come già accade nei miei ultimi componimenti. D’altra parte da una signora che ha la luce nel nome e il cognome di una mia non dimenticata compagna di liceo, avrei volentieri accettato anche critiche più severe.
    Resterò qui per un po’, per il tempo che mi spetta. Ci rivedremo, Cristina, senz’altro altrove. Un abbraccio
    Giovanni

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    • cristina bove Says:

      Caro Giovanni, intervengo di rado nei commenti, ma questa volta non ho potuto farne a meno.
      Sono felice di ospitare in questo luogo tanta limpida intelligenza, tanto garbato modo di accogliere le critiche.
      Sono fiera che tu faccia parte di questo giardino.
      Lucia è mente altrettanto limpida e diretta, come tu stesso hai saputo rilevare, ed è veramente con grande stima che assisto a questo bel confronto.
      Qui si animano pagine di vita, e il dialogo rende fertile ogni fioritura. Ho letto ottime cose tue in altri luoghi e verrò ancora a leggerne.
      Penso anche che una professione come la tua non si possa svolgere senza questa speciale sensibilità.

      Ricambio l’abbraccio

      Cristina

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  2. domenica luise Says:

    Ho letto tutto con attenzione ed ho trovato molta intelligenza sia da parte della commentatrice Lucia Tosi, che ha avuto il coraggio di dire sinceramente quello che pensava, che da parte dell’autore, pronto a rispondere serenamente. Queste, per me, non sono critiche, ma gesti d’amore. Quanto avrei voluto, talvolta, a persone vicinissime all’eccellenza, io così piccina poter dire quella parola che serviva, ma non volevano ascoltare e pure vedevo a chiare lettere dentro di me. La poesia ci attraversa come l’acqua, che si purifica fra gli strati della terra, noi siamo la terra che deve liberare il cammino alla fonte, ecco perché occorre togliere, conservare l’essenziale ed usare con moderazione della retorica odierna. Il contenuto è l’uomo, con la sua fame d’amore e il tormento della caducità.

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  3. Anna Maria Curci Says:

    Leggo le poesie di Giovanni Baldaccini, la nota di Lucia Tosi, mi soffermo sugli interventi di Giovanni, di Cristina e di Domenica Luise e abbraccio, con uno sguardo reso più ampio e acuto dai suoi sentieri e dai suoi fiori, l’intelligenza del “Giardino”. Scelgo per me questi versi, da “Due parole” di Giovanni Baldaccini e saluto, con riconoscenza:

    A sera; e sogni sparsi
    tra voci gialloacute di civetta
    sinistra come Atena che scortiamo
    verso l’Olimpo o l’Ade. Alternativa.

    Noi siamo tempio e desolato niente
    siamo quello che siamo e che non è
    a meno che non parli qualche voce
    e dica le parole da tacere.

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  4. fattorina1 Says:

    Non mancano versi pregevoli in queste poesie di Baldaccini; non mancano neppure delle ingenuità dovute alla novità del mezzo espressivo usato. La poesia è esigente, non ama fronzoli, persistenze, “afflati”; trovo comunque che un po’ di scuola di lettura troverà un poeta attento, pronto a giocarsi, intero, con parsimonia di parole.

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  5. Loredana Savelli Says:

    Il poeta Giovanni Baldaccini mi colpisce per la grande capacità cinematografica di snocciolare momenti e scarti minimi di pensieri, in atmosfere raccolte e crepuscolari, che agi occhi del lettore si concretizzano in ambienti intimi, profumi, rumori (o silenzi), ore del giorno (meglio, della notte). Lo leggo da oltre un anno sul sito Larecherche, anche come narratore, e riconoscerei il suo stile tra molti. Secco in alcuni casi, più discorsivo e fluido in altri, sempre sorprendente in certe rapide sintesi lessicali e/o sintattiche, con l’intelligenza di un pensiero mordente. Emerge una lucida visione delle cose, tagliente in molti casi, insieme a distacco soprattutto nei confronti di se stesso, mentre un trasporto consapevole lo porta a relazionarsi con l’altro (o l’altra) con onestà disarmante. La sua voce poetica ha un timbro assai particolare, e anche ascoltarlo recitare i suoi testi, per quanto la persona sia schiva, è un’esperienza assai gradevole (si ascoltino sue video-letture su youtube). Vivi complimenti e un saluto cordiale alla Persona che ho avuto modo di conoscere.

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  6. lallaerre Says:

    Che dire a Giovanni, se non che mi fa molto piacere “incontrarlo” anche qui, nel giardino di Cristina?

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  7. lucypestifera Says:

    sapevo, pur non conoscendo giovanni, che i miei appunti sarebbero stati compresi esattamente per quello che sono: lo intuivo dalle parole dei suoi testi densi di quell’humanitas che non conosce amor proprio inutile e impaccevole. lo sprono a proseguire, per quanto posso, dalla mia infinitesima posizione nella classifica mondiale dell’anticamera dei poeti.
    in bocca al lupo!

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  8. giovanni baldaccini Says:

    E’ tempo di ringraziare ancora Cristina per l’ospitalità che mi ha offerto e, con lei, tutti coloro che hanno interagito con i miei testi rendendoli vivi per il tempo della loro lettura.
    Giovanni Baldaccini

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  9. cristina bove Says:

    Grazie a te, Giovanni,
    da me e dai miei collaboratori.

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