Fernando Della Posta

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 Fernando Della Posta

        

Normalmente le poesie di Fernando Della Posta qui raccolte iniziano da un punto culminante addensato, da cui il pensiero si dispiega concentricamente come un sasso nel fiume. C’è una grande ricchezza umana dove la coscienza del dolore si intreccia a una profonda delicatezza di sentire l’amore. In Versi sfusi, dove sfusi significa liberati o anche usciti con prepotenza in casualità apparente dalle proprie radici, il poeta è “un avventore che paga da bere a tutti…con versi viscosi come alcolici oleosi – sierosi – – quasi purulenti”.

La vita, ne “Il deserto dei Tartari” è desolazione in un continuo entrare e uscire, andare e venire vano, ma poi interviene la speranza in “La favola dell’albero di Allah” dove le prime due strofe sono un’autoaccusa: “Ho tradito…Ho tradito“, ma subito dopo, imprevedibilmente, si addolcisce fino alla tenerezza: “È così fragile l’amore in boccio, è così improbabile che scoppi un terremoto, eppure accade”. Qui il “terremoto” è l’amore che arriva, impetuosamente, a maturare e realizzarsi nel vicendevole possedersi e riconoscersi. Ma la precarietà dell’amore è subito puntualizzata nei versi immediatamente successivi: “Possono incontrarsi foglie mentre cadono, si girano di scatto, s’abbracciano cadendo. Un alito di vento le separa, un alito di vento unisce“.

Saltano all’occhio l’incisività e la semplicità espressive: lo stile è equilibrato.
E c’è l’intreccio di suoni e sogni in Kaleidoscope mentre ne Il quartiere S. Lorenzo il luogo diventa stato d’animo che si allarga oltre la terra: “È una donna che fuma. È una goccia di liquore sulla faccia bianca della luna”.
En passant: la storia umana è sfuggente e zigzagante come il passo dell’ubriaco e non è fatta “dell’ostinazione delle date“, ma di vita al cui calice il poeta beve fermamente.
In Visi c’è l’amore di compassione per gli altri e quello sguardo poetico intenso con cui l’autore li distingue, sicché la loro vita diventa dolore o allegria per chi li sa vedere.

Domenica Luise

                         

Versi sfusi

Prendete il poeta come un avventore
che paga da bere a tutti.
Conosce tutti i suoi compari
– non li conosce – ma ci parla –
compagni di bevute e shortini
di sambuca – ma ci parla
con versi viscosi come alcolici
oleosi – sierosi – quasi purulenti.
*
/ Qualcuno va via e resta parziale.
/ Un cilindro tagliato obliquo
/ con gli occhi da sole. Gangster
/ dal cravattino rosso rosa nero.

Boccia sul biliardo, la biglia otto.
Si gioca una partita dove chi si vede
è uno solo. Ha un contorno nero
ma dentro è nudo come il bianco.

Si rientra al bar – riparte la cinepresa
col suo ticchettare a raggi, da bicicletta –
se riboccia ancora, la otto al centro
o se stecca, ancora una soffiata.

Il deserto dei Tartari

Un essere umano è i mondi che si sceglie,
alcuni li percorre, altri li oltrepassa.

“Accetta gli scompensi dei pesi
e le bilance sempre in mancamento!
Sono l’equilibrio, che più ha di vero!”

Quest’eterno contraddire il senso,
che con la parola di rado si accorda,
l’ho trovato nell’essenza del fiore
che di continuo si apre, di continuo avvizzisce.

Ho visto camminare soldati di pattuglia
davanti a muraglie senza fine,
– in una ricognizione – che non ha mai fine

… tirare avanti dinanzi a certe porte
in altre ancora entrare, poco dopo uscire

La favola dell’albero di Allah

Ho tradito il mio sguardo pensando
che fosse tutto un arrendevole abbracciarsi
e strascicarsi di parole appese al labbro.
Virgole negl’interstizi, o nell’intervallo
della carne rossa,
e opposizione nell’unione dello spirito
che tutto separa tutto include – adolescente.

Ho tradito il mio sguardo pensando
che un filo rosso che si slaccia da una guancia
e si posa lieve su una bocca
ha a che fare poco, con l’amore in boccio.
Un occhio presentito e prematuro
lascia travisare una scelta che c’è stata
ma potrà non essere.
Basterà un cadere lungo i fianchi delle braccia,
uno scostar di lato il guado, una triste vela
a terra che si posa.

È così fragile l’amore in boccio,
è così improbabile che scoppi un terremoto,
eppure accade …
Possono incontrarsi foglie mentre cadono,
si girano di scatto, s’abbracciano cadendo.
Un alito di vento le separa, un alito di vento
unisce.

Dalla mia terra

Dalla mia terra non ho più nulla da imparare.
La poso al suolo come il cane posa l’osso,
ne ho lo stesso suono.

Di tanti amori prematuri io qui ti porto il frutto.
Un po’ consunto, un po’ sgualcito.
Vi s’intravede l’appassire zuccherino,
che saggi poco a poco con il tocco.

Abbine la stessa cura, con cui lo custodisco,
perché – per amarti io ti amo, più di me stesso.

Kaleidoscope
“canterebbero corde più libere
oltre la parola”.

Di fini intessuti occhi e caleiscòpi
è un intreccio di suoni e sogni,
visione di rammaricante nostalgia
persuasa dai sentieri di maggio,
pietraie secche e fili d’erba
come draghi smerigliati;

un’acqua acuta e fredda sotto l’ombra
di chiome vermiglie, trapunte di sole.

E i raggi di luce intèssono
maglie d’intricati rami, lingue di foglie
venate e pendenti, asparagina secca
dal granulare grigio,
monti di terra rossa, semioscura,
nel crepuscolo.

Quartiere San Lorenzo

San Lorenzo è come un tassello scheggiato.
Ha le case scure come il caffè.

“Mettiamogli dei guanti imbottiti!
Proteggiamone i muri scoloriti!
La neve potrebbe, ammorbidirne i risvolti,
… dei palazzi seghettati.”

Sembra una grande fabbrica dimessa,
un dormitorio londinese.

“Rilassati nella piazzetta!
Rilassati sul suo cuscino!
Li senti i cocci di bottiglia
che danno carattere all’ovatta?”

È una donna che fuma. È una goccia di liquore
sulla faccia bianca della luna.

Vicino la casa del Manzoni, Milano

Mi s’innesta qui, sull’avambraccio
un incanalarsi calmo, di stecche di bambù,
mentre da un riflesso al vetro,
di Porto, mi s’insinua rubino un volto
di Omenone stanco, pensoso.

Entra nell’assimilazione, linfa di sapienza
e ancora protetta si sfalda
la struttura ch’egli regge. Va via il peso,
vino e alambicco, deflagra
pietra e marmo, come canta un girotondo.

En passant

Ho dato di matto a una gara di storia.
E’ che fanno coincidere le date
col districarsi delle ere,
delle correnti e degli imperi.
E tant’altre lagne non ve le concedo.
Il medioevo alto … Chi l’avrebbe mai detto?
Scuro come l’orzo, sbriciolato come il malto.
Volete dare confini – al darsi il passo
dell’ubriaco?

Che il mio cuore lo porto nascosto
dietro il colletto, al margine del gozzo
di Adamo che non ho. Pulsa come
il tamburo dei tuoi eserciti schierati,
che fanno l’imboscata a un pigro vecchio
ma non lo colgono né in fallo né in arrivo.
Dell’arroganza, dell’ostinazione delle date
si può morire, ci si può marcire
pur bevendo fermamente al calice – della vita.

L’ammutolito dietro il suo difendersi
e le definizioni di razza e di omogeneo
del diritto dei pochi acquisito per nascita
e delle sprezzanti rivelazioni di un dominio
superiore, lo getto nelle fauci del drago
della mediocrità di un piccolo mucchietto
mascherato da cervello. Vi faccio battaglia,
non vi do il mio benestare, più di voi tutti
– scellerato – è chi non vi pone l’attenzione.

Visi

Come dei momenti d’allegria
ce ne prendiamo gioco,
così della tristezza
su un viso o su uno scritto,
ne prendiamo allegria – oppure
ne guardiamo il tristo accrescersi
di un sorriso
che nasce o che si spegne,
che sboccia o che si chiude
alla notte.

Vorrei tanto non essere banale
ma la pelle si piega e si può accendere
un disegno
– chissà da quale parte arriva.

Non ne segniamo il tempo e l’ora
sui taccuini.
La tristezza e la felicità – restano
nell’anima sola – di chi sente

              
              

                  

Fernando Della Posta è nato a Pontecorvo e vive e lavora a Roma nel campo dell’Information Technology. Ha scoperto la poesia da pochi anni e come per Pessoa, anche per lui la poesia non è un’ambizione ma una maniera di stare solo. Molti suoi testi sono apparsi sul web, riviste e antologie. E’ redattore del blog di letteratura e poesia Neobar, http://www.neobar.wordpress.com/. Ha partecipato con suoi testi al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello”, edito da Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011.

La sua prima raccolta di poesie, “L’anno, la notte il viaggio” nella collana “Le gemme” edita da Progetto Cultura, 2011: http://www.progettocultura.it/le-gemme/379-lanno-la-notte-il-viaggio-9788860923875.html.

Il suo blog personale, “L’anno e la notte.poesia”:  http://versisfusi.wordpress.com/.

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3 Risposte to “Fernando Della Posta”

  1. fattorina1 Says:

    Versi apparentemente semplici, costruito con materiale quotidiano , però qui riutilizzato amplificandone il significato o cogliendo quanto resta sottotraccia. E’ uno sguardo lucido sul mondo quello di Fernando, senza compiacimenti e varie ed eventuali; asciutto ma non scabro eventi e persone si presentano con una nudità nè scandalosa nè pietistica; sono semplicemente così e il poeta , lucidamente, osa porsi di fronte ma subito si disconta: anche lui è argilla che pensa di essere marmo e che invece si frange aotto i colpi dell’esistenza.
    Narda

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  2. Fernando Della Posta Says:

    Grazie Domenica per le tue bellissime parole, mi lasciano piene di stupore e felicità!

    Ciao Narda!
    Grazie per la tua bellissima lettura!

    E grazie anche a tutti coloro hanno voluto lasciare un segno del loro passaggio e apprezzamento!

    🙂

    Fernando

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    • Fernando Della Posta Says:

      E ultima ma non meno importante … Un grazie infinito a Cristina per avermi concesso visibilità anche qui, nel Giardino. 🙂

      Mi piace

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