Luigi La Vecchia

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Svagare altrove (L’arcolaio, 2013), di Luigi La Vecchia, si apre emblematicamente con un’anima in abbandono, in triste abbandono dentro un “ineffabile silenzio”. Sullo sfondo parole di guerra, parole che la vita stessa ha trasformato in territorio di guerra. Solo da fanciulli, ci dice infatti l’autore, si può camminare in un giorno di pioggia ed essere felici, credendo alle “piccole bugie”. Da adulti, non c’è che autunno e l’amara certezza che vivere sia come attraversare “un deserto di pietre”. Altro non c’è.
A muovere la penna, qui, è l’urgenza di trovare un punto fermo, il luogo dove sostare. “Mi sono perduto” confida la voce, riconoscendosi soltanto nello sguardo perso di un bambino incrociato per caso. Ma come quello cerca il futuro e in esso si riconosce, il poeta si ritrova nel passato, nei luoghi che la memoria ha trasfigurato in mito. La Sicilia, terra materna, è il nido prediletto: “questo profumo è la mia casa”, dice; ma anche nell’ordine delle parole Luigi La Vecchia trova dimora, nel loro disporsi in canto sempre denso di significato. E negli affetti familiari: i figli che stanno crescendo; il padre che conosce il dolore e, saggio, lo trasforma in frutto; la madre, che tiene in segreto la propria morte imminente.
L’ultimo capitolo lascia trasparire la ferita iniziale, ma con pudore: “L’orsa è uscita ma non per la caccia”. La storia è filo che non tiene, patisce il tellurico e la carezza, se non data. E così l’anima sogna un “letargo secolare”, vorrebbe sparire dentro l’eterno niente. Grembo anch’esso, ma privo dell’estate e di ogni altro riscatto.
Svagare altrove è un piccolo dono, dentro cui si muovono gli astri e una vita vissuta quasi tutta interiormente, fatta di luci intermittenti godute con intensità, e forse mai del tutto condivise con le persone care. Questa è l’occasione in cui finalmente l’emozione può essere detta senza tremori, può diventare biografia di un’anima inquieta, un viaggio “che induce un sorriso / gaio e silenzioso / che sa di sciocco ai passanti”, come ci ricorda l’ultima poesia. Ma noi sappiamo bene che i passanti sciocchi fanno altre strade, non passano qui, dove parola e speranza sono un unica scommessa, giocata sul bordo della notte, anch’essa gaia e silenziosa.

Stefano Guglielmin

           
da Svagare altrove (L’arcolaio, 2013)

La mia vita è scuola
i passanti alunni di altre classi
il mio lavoro compito
gli appuntamenti interrogazioni
il sesso grammatica
la maestra è maestra
il mondo fuori caos
la ricreazione compleanno
la domenica attesa
il buio scienza e pensiero
che si fanno strada tra gli archetipi solitari
dell’universo.
Il banco mi fissa al presente
la cattedra fugge verso l’accademia
il grembiule senza macchie d’inchiostro
non è il mio.

Nella lezione di geometria
ho imparato che è parabola l’esistenza
o retta spezzata
cerchio che si fa squadra
arco che tange il mondo
e si dilegua.

Per questo ho messo un ditirambo
– il mio verso ubriaco –
e un abito da clown nella cartella.

           

                   

**

C’è la neve. Poca. Ghiacciata.
Sparsa come cecchini in guerriglia urbana, imprevista
in angoli sottovento e sul muschio che scandisce le tegole
concessa in anteprima da un febbraio
mani di ghiaccio cuore in letargo.
Questi piccoli cumuli incerti
moriranno lentamente come accattoni di un’altra razza
nell’indifferenza della mia gente.

Il mio io bambino non voleva questo –
aveva firmato un contratto
per una neve che copre cose e rumori
imbianca più solerte del tempo i capelli
e non conosce contagio.

Là a volto scoperto e accogliente
mentre cade
nessun riparo alla gioia.
Il rotolare rumoroso delle auto
lo scalpiccio dei viandanti
il grigiore umido della pietra e dell’asfalto
sconfitti e dileguati.
Solo un bianco silenzio trionfa
cade e non muore

              

                

**

Figuri l’esistenza come imbuto
e quel giogo finale
lo chiami per ciò che ti appare
finta strettoia

O pensi all’illusione di essere esistenza immobile
mentre un tappeto rotante silenzioso
ti avvia in moto rettilineo uniforme dove tu non sai
e il suo nome diventa
inesorabile falsopiano

Ma se il tuo credo è la parabola dei talenti
e pensi a ciò che ogni giorno costa e ti viene tolto
la morte prende un’altra sembianza
che ben conosci
– alla consegna dell’ anima
un centesimo a saldo.

                   

               

**

Milazzo

Percorro la spina dorsale di Capo Milazzo
di case e di ordine la viuzza si compiace
mentre la brezza di mare ancora manca
e le ombre intristiscono le sponde.

Più avanti, intorno, case più rade
(giardini impropri e qualche abbandono)
si fanno colonna dorica e timpano
con agio di limoni e zagare.

Diviene presto sentiero la via
ciglio del mare occhio della terra
sul limitare il profilo di Lipari
ora brezza e silenzio.

Questo profumo è la mia casa
antico apolide così ti conosco
indice teso e pensoso
percorso dal mio sandalo.

Ora mi volto e la casa degli dei
è coperta di neve a mezzogiorno
se ne intuisce il desco ozioso
e la preghiera migra leggera.
                     

                 

**

L’attesa è fredda e ne senti il termometro nelle ossa
e dovunque guarda il palmo della mano come foglia
aperta e umida
là è oriente e ricostruzione.

Chiama perché è l’ora
c’è una carovana in moto perpetuo che ti cerca
e solleva polvere gelida che non ti annebbia.

Restiamo così ancora per un poco
liberi di parole.

Aspettiamo in silenzio
il lento arrembaggio della lumaca
sulla foglia di gelso a primavera.

      

           
**

Sono tornato per ricominciare
non da dove ci siamo lasciati
ma dalla creazione.
Quella costola ricurva che esce ogni volta da me
e rimane sola nel letto
prende forma, parla, è compagna
e io non sono diminuito.

Intorno
il mondo non ha perso circonferenza.
Solo l’Ararat emerge dall’acqua
la nostra scialuppa s’inabissa
e incontra pesci che sanno cantare.

                   

                    

Luigi La Vecchia ha 56 anni, è nato a Modena da madre siciliana e padre modenese; vive a Vicenza da molti anni e di professione è medico. Svagare altrove è il suo primo libro.

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2 Risposte to “Luigi La Vecchia”

  1. bruno lugano Says:

    finalmente uno che a dargli la patente di poeta ci puoi scommetere
    e La vecchia è uno col quale ci si può discorrere a lungo senza annoiarsi. Detto tra colleghi La vecchia segue il ritmo interiore e lo collega poi di riflessioni che si scambiano col ritmo le proprie qualità. Fa sfogo trovare un poeta che non gioca con le solite due o tre categorie consacrate dalla poesia noiosa. complimenti. se puoi caro La Vecchia ti inviterei nel mio sito. complimenti comunque

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  2. margherita ealla Says:

    bella questa propria (piccola storia) che non è magistra (vitae) come l’historia con la H, ma è semplicemente scuola, (d’altra parte “la maestra è maestra”)
    bello anche questo tenere a sé, con tenerezza e anche con malinconia, il proprio “io bambino” capace di preservare una neve che copra cose e rumori e, soprattutto, di non conoscere il contagio (che è più forte e virginale originario e primitivo rispetto al tener e lontano il contagio).
    Bella infine, molto, la lettura di guglielmin!

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