Malos Mannaja

by

malos da giardino

“c’è un’ala di gabbiano in queste righe / o meglio la parola che la abita”
scrive malos, e quest’ala di gabbiano, che si porta-solleva la parola,
“che batte il tempo inteso in altro senso” rispetto a quello puramente meteorologico, è il movimento di questa poesia, a partire da un tempo futuro (“quando avrai le mani”) che è subito passato (“mi accarezzasti”), a partire da un tempo che “batte il vuoto” (nel senso doppio di vincere e di scandire) e che è capace, mentre passa, di r-accogliere il passato per di nuovo sollevarlo e renderlo possibile.

Il gabbiano di malos non parte, come l’albatros di Baudelaire, dalla sovranità dell’alto, per rimanere invischiato e impotente al freddo sulla terra, ma alla terra già profondamente assomiglia, ne è già impregnato.
Il suo fremito, infatti, al pari dell’alito che esala dal pannolone, “sa di merda”,
dalla merda si alza e ritorna, e ogni volta è una storia che pare vecchia e vinta, con poca o nessun’altra logica se non quella “della convenienza” (sociale, economica, ma anche genetico-fisica della specie); una storia alla quale parrebbe manchi “la rivolta”, confinata com’è nel “c’era una volta”.

Ma se la storia è confinata, la parola anche se muta, è libera; libera di essere doppia, di essere alta e bassa. Il verso di malos (come lessico, sintassi, ecc…) è infatti generalmente piano, ma sprigiona il suo suono nelle tante strade che dissemina e interpreta.
Certo, lo straniamento che ne discende è anche un gran buon palliativo, ma non solo. Si prendano, ad es., gli incipit alla “c’ero e non c’ero”, al “sei fuori luogo”: sono inizi e indizi di “sublimazioni” o di “deriva dal mondo”, ma che, proprio perché derivano dal mondo, frustrano l’aspirazione a staccarsene. Così il “malessere” (il male di essere ) rappresentato da queste poesie non è mai astratto, anzi è bene (anzi è il male) in carne ed ossa, con tutta la propria storia annessa.

“piuttosto, cosa manca?” si – e ci – chiede malos nell’ultima poesia,
e prima di rispondere e confermare con il bellissimo finale: “insomma, sembra non manchi proprio / niente perché qualunque cosa / è nella riga sopra / e quello che non c’è / possiamo ancora scriverlo”, dissemina le righe di tante congiunture, tragiche eppure dette in modo leggero e partecipatissimo, avvalendosi spesso di immagini di gioco, di bambino e vecchio.
In esse chi cerca, trova….: la vita, quella vera, non importa quanto piccola o in poesia. Vera come quella portata dalla figura del (in) minuscolo enzo che , sfogliando i giornali vecchi come fossero nuovi, trova-prende “lucciole, lanterne”, invero “notizie”, a loro volta nuove o “incartapecorite”, vive o morte.
E non c’è solo enzo, perché in contrappunto, enzo evoca altro. Un altro lettore, per es, magari proprio quello che, appagato dall’avere un lanternino, sta a leggere e a guardare; un’altra storia pure, magari quella in cui “[…] c’è una foglia / in cassintegrazione. / così è salita sopra un albero / decisa / a fare un salto giù da un ramo / sebbene è primavera”.
C’è dunque e pienamente la foglia in queste poesie: una foglia che cade, perché non mangia o non si fa mangiare, o perché, come enzo, ha “un’idea di vita” più che del vivere la vita, e per questo “si abita a parole in cerca di chiarezza/ma non l’incrocia mai”.

Una foglia che, comunque vada, cade, ma che, mentre rimane, c’è, non manca, consegnando all’umano il “bambino che si esplora il naso” o l’autore stesso a farne il paio (quando, al modo stesso del bambino, va a(l) naso, esplorandone il senso, trovando: “il fazzoletto è pieno di parole”).
Quanto è bello, allora, infine, che l’autore venga a testimoniare: ”quelle [le parole] ci sono sempre, come il mondo / anche se a volte / spariscono in un soffio”!
Queste poesie lo affermano, e rimangono, non solo dopo, adesso.

margherita ealla
http://margheritaealla.altervista.org

        

 
vagare immobile
sottotitolo esplicativo: sfasature

soltanto quando avrai le mani
mi accarezzasti lentamente
– il tempo passa –
frattanto è resa amara
ogni vaghezza

il pannolone ha l’alito
che sa di merda
ma qui non c’e nessuno (che protesta)
resti piegato inerte sulla carrozzina
resti umani

              
                   

***

sublimazioni

c’ero e non c’ero
astratto arrampicato al cielo
mangiavo le albicocche
del frutteto, nascosto tra le fronde

d’un tratto le formiche
lanciarono l’allarme picchiettandomi
le zampe delicate su un orecchio:
passi furtivi in avvicinamento

balzai fulmineo giù dal ramo
e corsi così in fretta verso il bosco
che il contadino mi sparì
con il fucile
(a sale)

                 

***

in questa storia

in questa storia
sono rimasto senza mani
e scrivo con i piedi
come sempre.
riesco lo stesso a carezzare il cane
col pensiero, tanto che un passante
mi osserva con palese
ammirazione.
arrivo puntuale sul lavoro
stringo l’assenza ad un collega
e mi sistemo in sala conferenze
dove il gran capo tiene
un’orazione.
quando finisce, scruta contento la platea
gorgheggia “buon lavoro” e poi
scende dal palco.
io batto il vuoto, finché
non esce da una porta laterale.

in questa storia c’è una foglia
in cassintegrazione.
così è salita sopra un albero
decisa
a fare un salto giù da un ramo
sebbene è primavera.
la foglia ha cinque punte
e sta su un acero montano
che odora di bagnato.
un vento freddo le schiaffeggia
il volto e allora trema
(come una foglia).
purtroppo non ha più la forza
di sentirsi utile
così si sporge sempre un po’ di più
nella vertigine.

arrivo nel parcheggio.
ho l’auto sotto un acero
e intanto che la apro
dall’alto viene giù una foglia
volteggiando.

mentre la guardo, il vento
me la sbatte quasi in faccia,
così riparo il volto con un braccio

la foglia si dispiega e grida:
“batti cinque!”

             

**

deriva del mondo

“sei fuori luogo” – disse il buio
e spinse gentilmente il nulla
in un altrove
privo di pesci clandestini
senza bisogni da nuotare
in fondo al mare

il vento carezzò
l’odore della carne secca, sotto sale
coperta di escrementi
sul gommone

la notte chiuse gli occhi
e poi s’addormentò
  

qualcosa

sfoglia i giornali vecchi, enzo
mette da parte il fatto, la repubblica, la stampa,
vecchi di mesi e d’anni
per leggerli di nuovo non appena.

si accomoda in poltrona, nel salotto
cerca la svolta che riguardi tutti
volta le pagine a ritroso, che virano al giallastro
incartapecorite al tatto.

trova la morte sui gommoni
il ballo del potere, le logiche di convenienza
anse che battono notizie ad arte
lucciole, lanterne…

dev’esserci un qualcosa che gli sfugge
un dato che si annida tra le piaghe, zitto zitto
così gira le pagine, le gira e le rigira mille volte
quasi facendo perno su se stesso

pian piano incanutisce di concetti
vivendo una sua idea di vita più che eventi
si abita a parole in cerca di chiarezza
ma non l’incrocia mai, per strada oppure al bar

ieri gli è parso
d’essere quasi giunto alla scoperta
leggendo e rileggendo in successione
paragrafi distanti

oggi ticchetta con le dita sopra il tavolino
scorre notizie che sconfessano quelle di ieri:
fortuite circostanze?

sospira e come sempre si dirige alla finestra
s’affaccia e scruta il cielo per vedere
che tempo fa
                  
                       
                        
                    

presenze

c’è un’ala di gabbiano in queste righe
o meglio la parola che la abita,
poco più oltre c’è una virgola
e pure la memoria di un qualcosa
precedente…
(magari è proprio l’ala di gabbiano
che batte il tempo inteso in altro senso
non tanto pioggia o sole all’orizzonte.
chissà se enzo l’ha capito).
se in questo verso
mi soffio il naso e guardo il fazzoletto
lo trovo pieno di parole:
quelle ci sono sempre, come il mondo
anche se a volte
spariscono in un soffio
piuttosto, cosa manca?
manca un bambino che si esplora il naso
nell’ombra di un cespuglio mentre gioca
a nascondino, poi esamina le caccole
rimaste sulla punta delle dita
e se le mangia.
invece c’è, proprio nei versi precedenti.
allora, forse, manca il sangue, la rivolta
il sacrificio umano per un ideale
la morte che s’abbatte su un bambino
passato qui per caso.
invece c’è anche questo, a corpo testo.
insomma, sembra non manchi proprio
niente perché qualunque cosa
è nella riga sopra
e quello che non c’è
possiamo ancora scriverlo

                             

bio degradabile
malos mannaja è un nano abitante del pianeta terra. nacque un bel po’ di tempo fa e, nonostante tutto, in qualche momento ha l’impressione d’essere ancora vivo. di lui qualcuno dice che sia un buon contadino, un discreto padre di famiglia, un medico mediocre e un pessimo scrittore. tutti coloro che s’intendono un minimo di letteratura, comunque, escludono categoricamente che possa essere definito poeta. è evidente, dunque, che in questo contesto abbia ragion d’essere soltanto come “nano da giardino”. ha scritto numerosi romanzi e centinaia di racconti, rifiutando le offerte di  mondadori, einaudi e feltrinelli, per portare avanti la filosofia della scrittura copyleft. di recente, insieme a un manipolo di generosi collaboratori, ha messo in piedi una biblioteca copyleft, liberamente fruibile all’indirizzo: www.copylefteratura.org.
in caso di cose da dire all’autore, potete contattarlo per mail: malosmannaja@libero.it

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7 Risposte to “Malos Mannaja”

  1. margherita ealla Says:

    ma quanto è bella la foto! mi fa impazzire. ciao

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  2. Abele Longo Says:

    malos non se la tira , se ne sta pacifico nei suoi luoghi. Ogni tanto appare come un folletto con commenti illuminanti e mai scontati. So che non gli piacciono i complimenti, gli viene l’orticaria. Ma ci tengo a dirlo che per me è un grande.
    Anche quando scrive poesia c’ è un moto continuo nella scrittura di eventi spesso minimi e osservazioni spiazzanti. Osservatore del particolare con sfumature inaudite, digressioni esilaranti, si diverte a mettere su un teatrino dove i personaggi non si sa mai dove vanno a parare. La loro sorte per quanto segnata può sempre scontrarsi in una parola all’apparenza inerme. O forse un pervertito che adesca ogni parola che esce da sola, ignara di cosa capiterà. Una risata che si fa più amara, terribilmente umana.

    Grazie di esserci e un grande grazie anche a Cristina e Margherita.
    Abele

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  3. cristina bove Says:

    grazie a Malos, Margherita, Abele

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  4. maurizio manzo Says:

    Beh, Malos che si dice incorruttubile combattente appartenente alle “brigate prosa”, tanto da cercare di convincere anche gli altri verso la prosa :)…sì è finalmente rivelato come grande Maloser della poesia…più che un nano da giardino, un giardino per nani e giganti!

    mm

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  5. malosmannaja Says:

    scopro solo oggi, da una mail di marghealla (che è per me come una sorella e che quindi non può essere obiettiva, n.d.r.) che è stata la mia ora nel giardino dei poeti ed io non c’ero.
    : )))
    eccomi dunque, a rispondere a tutti, anche se un po’ in ritardo. marghealla, abele, cristina e maurizio: vi sento vicini come una bella famiglia. grazie di esistere.
    un abbraccio gigante dal nano.

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  6. tramedipensieri Says:

    c’è un’ala di gabbiano in queste righe…..

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  7. fattorina1 Says:

    Poesie come un sogno timido ma coprolalico , quasi una copia di ciò che siamo e abbiamo: desideri di volo, inquietudini e incontinenze. Il tutto abbracciato senza dolore ma lasciando il segno.

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