Alessandro Macciò

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Si avverte, nella scrittura di Alessandro Macciò, una forte tensione civile che trova due diverse via di risalita all’espressione compiuta del verso e della lirica.
In prima istanza una ricerca della parola che dia carne, sostanza, decifrabilità all’Idea (non so dovesei andata, Idea). Un’idea sobria, dura, robusta, da consumare in sodalità affettuosa (La mia tavolarichiama perfino il Convivio dantesco).
Un’idea, anche, che va sorvegliata, tenuta d’occhio, aiutata perché corti respiri porta in dote: della loro cortezza Macciò prova perfino paura. Una paura ad alta tensione però che si trasforma in consapevolezza del ruolo dell’intellettuale, che ha il compito per se stesso (ma anche per gli altri) di trovare una medicina al vasto affanno del cuore.
Che promana dall’altro filone che innerva e fa vivere la poesia di Macciò. Lo sguardo girato attorno (un periscopio dell’anima, verrebbe da dire) sull’ambiente che la quotidiana fatica di vivere costringe ad attraversare. E di fronte al quale il poeta non può rimanere senza parole, nell’ansia di decifrare e capire (e non ti sembra neanche vero). Per non essere sradicato sono necessari proprio il pensiero, la riflessione, il passo indietro per contemplare e riflettere ad aiutare.
Prende campo così, con regale imponenza, la superba immagine del sognatore che ha un sobbalzo di silenzio: Resta interdetto il sognatore / infranto dall’opportunista. Anche se la vita è in agguato: malvagia. Spiega in modo perfino didascalico l’intimo meccanismo del suo pensiero, il poeta, quando parla (che dolcezza e che bella musica per un vecchio come me) di una nuova resistenza. Per la quale serve prendere coscienza che Se stessi gli uomini hanno escluso / dalle città che hanno progettato: /singolare dimenticanza
Al poeta, duro critico e custode morale di una diversa ortodossia, è concesso nutrirsi di miraggi. Che in questa fresca vena poetica di Macciò hanno il sapore dell’utopia che salva.

 

Gian Domenico Mazzocato

 

 

INCALCOLABILE

Arriverà il momento

in cui calcoleremo in lustri

ciò che ora conteggiamo in anni

e che in passato misurammo,

con esile innocenza, in giorni?

Oppure torneremo

ai giorni, per poi consegnarci

a una stagione incalcolabile?

 

UN OCEANO

E concedersi finalmente

il lusso di mandare all’asta

credenze guaste, strofinare

servizi intonsi di splendenti

posate, soppesare i quadri

di rinomate gallerie

alla ricerca d’infantili

scarabocchi, annaspare a riva

col salvagente e abbandonarlo

giunti al largo di un oceano

che, in fondo, non ci fa paura…

IL SEGNALE

Scrolla il Leone la criniera

di pietra al vento, nel chiarore

delle tenebre che diafana

il giardino, e incede regale

il suo ruggito per le scale.

Striscia al suolo la Tartaruga

sotto ad un guscio di granito:

remoti giudica i latrati

e imminente il felpato passo,

per cui ritorna a farsi sasso.

Stilla cascate silenziose

il Pesce in veste di fontana:

cade di mano al Putto biondo

che scorre in volo tutto il prato,

e incontra l’acqua che ha versato.

Sferza il vento la Gru di ghisa,

sull’alto trespolo inciampando;

sibila la marmorea Bocca,

non vista, qualche Verità

che mai nessuno scoprirà.

Stende infine il Gallo la cresta,

rossa com’è quella dei monti

che tutt’intorno l’alba inonda:

non è il segnale del risveglio,

ma del ritorno al nascondiglio.

DURA POCO

Nella calura plateale

che intorpidisce la campagna,

e porta l’eco di una radio

nell’aria spessa che ristagna,

nel cielo limpido che abbaglia

la terra immobile di frutti,

e i panni stesi al sole staglia

incontro a un vento che non c’è,

basta il tonfo dell’albicocca

che cade giù dalla ramaglia,

o un misterioso sciaguattare

fra l’acquitrino e la sterpaglia,

perché la vita soggiacente

ritorni ad esserti compagna:

dura poco la sua assenza,

ed è un poco che attanaglia.

                            

              

IMPUTATI DEL DELITTO

Voglio sapere i nomi

di chi l’ha concepito,

ed alla fine del travaglio

lo ha partorito con orgoglio:

in una sfida contro il cielo,

s’innalza il mostro di cemento

e cupo vetro, soverchiando

le rachitiche manciate

dei pochi arbusti risparmiati,

e mortifica torreggiando

gli increduli poggioli

dell’adiacente palazzina.

Si direbbe un cubo di Rubik,

che non sia stato mai risolto:

se solo avesse i suoi colori!

Voglio sapere il nome

dell’Architetto: radunare

le prove, sfogliare le carte

del progetto fino a carpirne

il più recondito movente.

Voglio sapere i nomi

del signor Dirigente

che diede il tacito consenso,

dei tanti Direttori

che brindarono alla proposta,

della modella che raggiante

si presentò a tagliare il nastro

e inaugurare il nuovo mostro.

Voglio sapere i nomi

dell’Impresario che accettò

il lavoro, e dei dipendenti

che finsero di non vedere

quale scempio le loro mani

si preparavano a innalzare:

non solo cinque o sei mandanti

sono imputati del delitto,

ma un’ampia schiera di sicari.

Quando ti abbatteranno, mostro

di vetro, solo i mendicanti

ti piangeranno: nelle notti

d’inverno trovano riparo

fra i tuoi deserti porticati.

                        

                         

                 

                        

VERDE SEMAFORO

Solo per me, nell’infernale

ingorgo delle sei di sera,

dei tanti pollici che scorrono,

pigri, le opzioni di chiamata,

delle autoradio che rispondono

al rombo cieco dei motori,

degli uomini che ancora porgono

le loro rose ai vetri chiusi –

soltanto per me e per magia

t’accendi, verde Semaforo,

sublime emblema di equità.

Rallento il passo assaporando

la vittoria, quindi attraverso:

e intanto sogno una rivolta

dei tuoi simili, che proclami

il verde in tutta la città.

Alessandro Macciò nasce il 17 settembre 1985 a Clusone (Bergamo), paese limitrofo a quello deisuoi nonni materni (Rovetta).
Vive a Genova fino all’età di tredici anni, con una parentesi ad Al Jubail (Arabia Saudita) nel 1990.
Nel ’99 si trasferisce con la famiglia a Treviso, dove frequenta il liceo classico “Antonio Canova” e collabora con il quotidiano “La Tribuna di Treviso”.
Nel 2005 si iscrive al corso di laurea triennale in Lettere (curriculum “Linguaggi e tecniche di scrittura”) presso l’Università degli studi di Padova: dopo alcuni mesi, decide di trasferirsi proprio a Padova, dove risiede tuttora.
Nel 2007 perfeziona l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti del Veneto (Albo pubblicisti).
Nel 2008 partecipa al concorso letterario nazionale “Le Acque della Selva”, ottenendo il terzo posto con il racconto “L’ultimo saluto”.
Nel 2009 consegue la laurea triennale, con una tesi in Storia e critica del cinema (relatore prof. Giorgio Tinazzi); quindi si iscrive al corso di laurea magistrale in Lettere (curriculum “Filologia moderna”), sempre a Padova.
Nel 2011 consegue la laurea magistrale, con una tesi in Letteratura italiana contemporanea ritenuta meritevole di lode (relatore prof. Silvio Ramat). Inoltre, inizia a scrivere per il quotidiano “Corriere del Veneto”, con cui collabora attualmente.

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Una Risposta to “Alessandro Macciò”

  1. diego conticello Says:

    montaliane e interessanti. in certi passaggi un po’ incerte e talvolta con lemmi antiquati leggermente sconnessi con l’andamento generale del testo. un discreto potenziale. complimenti per diversi passaggi molto ben strutturati.

    Mi piace

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