Francesca Moro

by

francesca  

                          

In un sonetto scritto probabilmente nel 1610, “Death Be Not Proud”, John Donne ammonisce la morte, che definisce come “forma di riposo per le nostre ossa”, di non essere presuntuosa poiché non c’è ragione di temerla. William Blake, quasi due secoli dopo, sostiene invece che gli esseri umani continuano a vivere dopo la morte grazie all’immaginazione di chi li ha amati. La poesia assume quindi per Blake una funzione di collegamento con l’aldilà, funzione che sposerà poi fedelmente Yeats, sottoponendo la moglie a lunghe ed estenuanti sedute spiritiche durante le quali la signora trascriveva quanto le veniva comunicato dagli spiriti invocati. Questa mia famigliarità con poeti con la morte nel cuore, ai quali aggiungo il poeta cileno Enrique Lihn ( “Diario de muerte”) e il salentino Salvatore Toma (“Canzoniere della morte”), mi fa apprezzare la poesia di Francesca Moro, in cui la morte si fa presenza quotidiana, “ombra”/prova dell’esistenza: il dolore nel nascondiglio/ in attesa di varchi/ che puntualmente le pupille/ aprono/ al ripasso delle cose/.

A un lucido disincanto nei confronti della natura umana e a una visione amara dei tempi, corrisponde nella poesia di Francesca un grande vigore: e non c’è niente credimi/ migliore di una spina/ a renderti consapevole che/ sei viva/. La morte è una spina, spina di rosa; e di colori nitidi si tingono le liriche di questa poetessa/giardiniera, che con cura adopera le cesoie nella “commedia” che chiamiamo vita, sfrondando il superfluo nel gioco struggente che inscena con la memoria (il carillon). Sì, perché a furia di pungersi, e penso ai grandi mistici, di abitare il dolore, l’anima reclama la vita. Non in uno slancio inconsulto, ma con ponderatezza e rigore (speranza/ solo nei vocabolari/ e nel lessico di/ poeti visionari) velato da una salutare ironia. Se la poesia aiuta a vivere, a tollerare il peso dell’esistenza, vuol dire che la poesia è riuscita nel suo intento. Altro non è, la poesia, se non una fiammella, un lumicino che orienta il cammino. Ciò che serve sapere, sulla limitatezza dell’essere, lo impariamo fin da subito. Il resto non è che il tentativo di dare significato al vuoto che ci circonda una volta nati. Se poi il fato si accanisce, ci porta via quanto di più caro ci ha donato, quel lumicino che chiamiamo poesia diventa la vita stessa. E in questo sta la grandezza della poesia di Francesca, coltivata in silenzio e offerta “nuda e cruda”. Sostiene Hélène Cixous che bisogna scrivere quando si ha qualcosa di terribile da dire; ma aggiunge anche che scrivere, per quanto doloroso, è un “parto” continuo, la gioia di tornare alla vita.

 Abele Longo

 

                              
Le crepe ai muri

fiori di malva nascondono
…………………….la vergogna
ma non basta

in assenza di dignità rubata
anche l’orgoglio vacilla
e tace
il povero senza più voce
…………..
……………non è tempo
……………di una Bastiglia
……………neppure un Che

speranza
solo nei vocabolari
e nel lessico di
poeti visionari

                                                         

In questo riposo

che non ha nulla di eterno
a dispetto della brama
incalza cronos
sulle mie mani
ore di robotaggio passate
nei ricordi

            
il dolore nel nascondiglio
in attesa di varchi
che puntualmente le pupille
aprono
al ripasso delle cose
nel carillon
un cerchietto di velluto
un papillon in raso
che strano, scampano alla furia
solo gli oggetti in nero
              
ma
               
rose e lisiantus dissecati
fanno troppo male
più veloce lo scarto non concede
tempo
la fiamma riduce tutto in grigio
compresa me

               

è stato allora
                        
in quelle fredde sere di dicembre
abbagliato dallo splendore di due stelle
le hai riprese con te
hai forse dimenticato
che me ne avevi fatto dono?
ora
da quel misterioso quadrante del cielo
(in cui mi è proibito l’accesso)
arriva quaggiù qualche fioco scintillio
a ricordo
non basta
né il rosseggiare della poinsettia
in questi giorni riesce a vestire
la mia stanza a festa
il colore riverbera sangue versato
e
ti immagino inconsapevole
di quanto dolore arrechi
come me
quando armata di cesoie
ho reciso le mie rose

                         

riflessioni

Sapevo che…
                             
le spine prima o poi si decompongono
                

aspettando il sollievo
ho praticato un’incisione profonda
per verificarne lo stato
ché nel frattempo non è rimasta ferma
allora ho capito
non sono tutte uguali, acciaio la mia
è macchiata ma non è ruggine

                
avrei voluto emigrare
in quei paesi pieni di spezie e di colori
di sete fruscianti
oppure in un deserto tra i nomadi
una in fila nella carovana, come tanti
tra ruvida lana, cavalli berberi
odori e sapori e visi nuovi
avventura
per non sentire il dolore

                            
la mia inossidabile amica
non mi avrebbe mai lasciato
e non c’è niente credimi
migliore di una spina
a renderti consapevole che
sei viva
per questo sono ancora qui
a spiare bacche di rusco appena nate
e i germogli sulle talee di rose

                                
affonderò ancora le mani nella creta
pigmenti e lustri ad esaltarne le forme
(brutte copie)
testimoniano ciò che non sono
in questa dimensione chiamata vita

                               

Dormienti
                      
nel riconoscersi immediato
oltre l’aspetto
abbiamo cambiato ruoli
all’infinito
in queste commedie definite vita

ci siamo amati
                           odiati
                                 uccisi

in assenza di risveglio
l’inconsapevolezza tua
inficia la mia parte
rimango senza spalla

in attesa di battuta
improvviso un monologo

                         

                           

…di quelli che non ci sono più

loro vivono
nel ricordo di chi li ama
ti dicono per consolarti

e chissenefrega

io li voglio qui
che piangono, che si divertono
e rompono le scatole
con le loro pretese assurde
e le piccole bugie
che gliele leggi in faccia

quando sono così giovani

troppo per contare
le loro ossa

                                   

                              

Un amico verde

Sai – non c’è niente adesso
che possa emozionarmi più di tanto
perché se ho sete non è mai arsura
non è mai in tormento il mio stomaco
forse un po’ d’appetito
che passa pure senza aver mangiato
non sento desiderio di carezze
né fremiti percorrere il mio ventre
è un altro il piano dei miei desideri
c’è musica che mi suona – dolore che si dilata
e ingloba altro dolore
non sono ma siamo
e tu
che da più di trent’anni sfiori le mie finestre
in silenzio mi parli delle tempeste andate
di lampi e tuoni e fulmini e cateratte
delle tue folte chiome sempreverdi
dei sussurri di foglie nella notte
che risacca d’onda evoca nel pensiero
al buio eri il mio mare in casa
ora cornacchie grigie e numerose
predano uova di gazze-ladre
estinto ormai l’usignolo e il suo canto
sei triste – dici – ora che è solo ricordo
lo scricciolo è costretto nel folto dei tuoi rami bassi
ché non ci sono più rovi di more per nidi al sicuro
hai visto come è cambiato il mio nido?
anche di qua è passata morte

                   

                                         

                                    

Francesca Moro nasce a Roma il 24 maggio 1945 da genitori sardi, trascorre l’infanzia in Sardegna fino all’adolescenza, quindi ritorna nella città natale.  La perdita di due figli, morti nel pieno della giovinezza,  ha segnato tragicamente la sua vita.
Col passare del tempo si diletta in varie forme d’arte e ultimamente si esprime anche in poesia.
Ha fatto parte di circoli letterari e reading poetici.
Alcuni suoi testi sono nell’antologia “Femminile anziatino” e in “Il tridente e la fanciulla.

 Conduce il blog http://frantzisca.wordpress.com/

Alcune sue poesie sono state pubblicate sul Giardino dei poeti -splinder

Altre  su Neobar 

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11 Risposte to “Francesca Moro”

  1. brunaccio Says:

    Francesca e la sua dolcissima, malinconica e “tragica” malinconia che, tuttavia, incanta.

    Mi piace

  2. federicagaletto Says:

    Grazie per questi versi bellissimi. Possa l’usignolo ritornare a cantare alla tua finestra Francesca Moro.
    Con stima

    Mi piace

  3. Il giardino dei poeti – Francesca Moro | Neobar Says:

    […] https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2013/06/04/francesca-moro/ […]

    Mi piace

  4. frantzisca Says:

    Grazie Cristina,
    per avermi riservato questo spazio nel tuo stupendo giardino, è una grande emozione trovarmi tra tanti fiori meravigliosi.
    Grazie anche a te Abele,
    che hai saputo “abitare” nei miei versi e trarne una disamina così lusinghiera, sono veramente onorata dalle tue riflessioni. Immagino quanto ti sia prezioso il tempo in questo periodo, per questo apprezzo ancora di più l’attenzione che mi hai dedicato, e la mia stima verso di te non fa che accrescersi, soprattutto constatando la tua generosità.
    Meda de gratzias
    A tutti i mi piace, e a tutti quelli che hanno dedicato un po’ del loro tempo alle mie parole.

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  5. margherita ealla Says:

    Complimenti a Francesca, la cui poesia asciutta concreta, davvero, perfora come una spina.
    Vale per la sua poesia, per la poesia, questi suoi bellissimi versi
    “la mia inossidabile amica
    non mi avrebbe mai lasciato
    e non c’è niente credimi
    migliore di una spina
    a renderti consapevole che
    sei viva”.
    Complimenti anche ad Abele che, secondo me, ha letto benissimo, poi…”Death Be Not Proud” l’ho molto amata

    Liked by 1 persona

  6. Abele Longo Says:

    Cara Francesca, grazie a te e a Cristina, e’ stato un grande piacere per me.

    Liked by 1 persona

  7. Anna Maria Curci Says:

    Sono tornata spesso, in questi giorni, sulle poesie di Francesca Moro che uniscono, come ben scrive Abele Longo, lucido disincanto a inusuale vigore. Scelgo per me “I dormienti” che mi giungono con l’efficacia e l’acutezza di Hermann Broch ne “I sonnambuli”, in particolare in questi versi:

    in assenza di risveglio
    l’inconsapevolezza tua
    inficia la mia parte
    rimango senza spalla

    in attesa di battuta
    improvviso un monologo

    Liked by 1 persona

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