Alessandra Piccoli

by

alepergiardino

Chi di noi ha mai mangiato su una tavola “curva”? Eppure è così che normalmente viviamo: in precario equilibrio. Questo mi sembra il fondo del pensiero, peraltro distolto lievemente per tutta la poesia, intitolata, con un po’ di classicismo forse ironico, In un dì di festa.
Sono le nostre feste familiari, quel mangiare insieme mentre il piatto “scivola”, certo, se la tavola è curva… se la nostra vita è storta, come afferrarla? E intanto “il mago di turno” toglie tovaglie e semina i resti del pane di ieri distruggendo il paziente lavoro di ricostruzione con un solo gesto. Incontreremo sempre tali personaggi nella nostra camminata su questa terra, sono i prepotenti, gli invidiosi, gli ignoranti qui appena accennati in poesia senza recriminazioni esplicite.
Nella poesia successiva si accenna a
” le porte le ha chiuse
e non si è curato
di chi le ha abitate”.
Potrebbe essere lo stesso di prima o un altro suo simile: uno che, con la sua indifferenza,
rende amara la vita di chi gli vive accanto.
Si sa che le pene quotidiane sono grandi suscitatrici di poesia, ma da sole non bastano, occorre anche sapere scrivere, addensare, esprimersi efficacemente e qui questo c’è in pienezza. Talora, di fronte all’armadietto delle scope e degli stracci con l’odore di muffa, al vedersi viene una voglia di morte, che in realtà è il suo contrario, bisogno di vita vera, liberata dalle mediocrità:
” lì dentro a sognare
tra gli stracci e le scope
d’ immergermi un poco
in acque ghiacciate
per l’ultimo brivido

prima del sonno”.

Ma anche la poesia è un’immersione in se stessi, negli altri, nell’universo, nella storia, ed è un mare tiepido, consolatorio, riposante. In quanto al sonno finale, verrà per ogni vivente com’è venuto per tutti coloro che ci hanno preceduti, ma di noi rimarrà qualcosa di fondamentale, scriveva già Orazio: “Non omnis moriar”, non morirò del tutto, rimarranno queste parole che ho pensato e scritto sulla mia tavola curva, mentre il piatto scivolava.
Ma poi, c’è un amore. E quale vita ne può essere priva? Un tu, che tiene la poetessa nelle sue mani tanto da farle dire: “e tu lasciami cadere
tra matasse di fili
“tramati” da chi voleva
destini tessuti
e dolci tormenti di sudore notturno
che tengono anime
unite di schiena
e pelle con pelle
per sentire calore terrore”:
c’è la carnalità e la spiritualità dell’amore tra l’uomo e la donna, fino al punto di fare dire alla poetessa: “Non è essenziale l’averti
quanto entrare nella tua pupilla
guardare un po’ dal tuo interno”.
Questo bisogno di immedesimazione nell’amato è il culmine dell’amore e del possesso, ora bisogna vedere se lui ha altrettanto coraggio di amare e come continuerà la storia.

Domenica Luise

                                  

                                  

IN UN DI’ DI FESTA

E’ una tavola curva
con il piatto che scivola
e pietanze a confondersi
tra desideri nascosti
sotto campane d’argento
che trattengono il fumo
l’odore e l’ardire

e mani sotto si cercano
( quasi in preghiera)
e occhi sopra si lasciano
tra gesti confusi
e sedie che ballano
l’equilibrio precario
tirato
tenuto sospeso
spezzato e spiazzato
dal mago di turno
che toglie tovaglie
e semina i resti
del pane di ieri.

                          

                             

                             

LE PORTE

E te ne vai a zonzo
marchiando le porte
in cui si attaccano piume
di uccelli distratti

catrame su varchi

che conducono al fiume
che lava i peccati e raffredda le pene.

M’immergo confusa
osservando la piena

arriva composta a rimettere ordine
tra cadaveri sparsi
dimenticati da chi
le porte le ha chiuse
e non si è curato
di chi le ha abitate.

Le stanze scordate
e il tempo è venuto
anche per chi
non amiamo più

e son piume più scure
che non fanno vedere
il verde dei prati su queste pareti.
Dentro armadi di legno tarlato
l’odore di muffa
che punge le tempie

lì dentro a sognare
tra gli stracci e le scope
d’ immergermi un poco
in acque ghiacciate
per l’ultimo brivido

prima del sonno.

                                

                 

                                    

OSSERVO

Osservo quello schiudersi di labbra
e l’attimo di poesia nell’inventare parole
che mi possano riempire
e la scossa del morso
che percorre il midollo
dilata i pozzi

mi perdo
e tu lasciami cadere
tra matasse di fili
“tramati” da chi voleva
destini tessuti
e dolci tormenti di sudore notturno
che tengono anime
unite di schiena
e pelle con pelle
per sentire calore terrore

e tu col tuo mezzo mondo davanti
ed il mio respiro dietro.

                                 

                                  

                                           

TU

Non è essenziale l’averti
quanto entrare nella tua pupilla
guardare un po’ dal tuo interno
sporcando il vetro con le mani
in balia di flussi
appoggiata dai moti improvvisi
è lì che vorrei cercarti
e ritrovarmi.

Mi chiamo Alessandra, sono nata in dicembre, nel 1970. Fin da adolescente ho sempre amato leggere, soprattutto poesie, in particolare Baudelaire, Apollinaire , Prevert ( che rubavo alla mia mamma). Fu la mia insegnante di Lettere, al Liceo, ad alimentare il fuoco della parola, grazie alle sue appassionanti letture in classe, al suo amore per il verso, percepibile e profondamente viscerale. 
Ciò che io ho scritto, l’ho sempre affidato al mio “caro diario” e da lì non è mai uscito. Almeno fino a poco tempo fa, quando il muro di una mia intima e naturale timidezza sembra essersi consunto, sgretolato, e per ragioni che mi sfuggono ancora o forse perché il desiderio di condivisione è naturale quanto la timidezza, la riservatezza stessa . 
Amo anche il canto e la musica -da sempre- e devo dire che per me è non vi è alcuna sostanziale differenza fra canto, musica e verso, così come non vedo divaricazione, separatezza, fra poesia e quotidiano, fra sentire intimo ed espressione, esposizione dell’Io attraverso la parola. Il silenzio vocale di un verso credo che contenga tutta la magia delle ‘cose preziose’: si tratti di un gesto minimale, un odore che ti coglie improvviso, un volto immaginato e fantasticato o un incubo che nella “parola” prende forma, consistenza, un nome che lo renda riconoscibile, nominabile, e forse per questo persino esorcizzabile. Del resto la poesia non è mai solo letteratura. E’ Cura. Anche.

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11 Risposte to “Alessandra Piccoli”

  1. elina Says:

    “d’ immergermi un poco
    in acque ghiacciate
    per l’ultimo brivido”

    l’acqua è parola che bagna, disseta, a volte, altre volte lava
    ciascuno pone nella sua “profondità” un canto, il suo canto
    e ciò muove le porte, agita le stanze, perfino quelle della memoria

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  2. alessandra piccoli Says:

    si proprio così, grazie Elina.

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  3. Giancarlo Serafino Says:

    Ho sempre sostenuto la poesia di Alessandra, a volte avvolgente, a volte “metallica”, comunque sempre sensuale, di quell’eros infelice, consapevole della propria “irrisolvenza,” che comunque si spiega al mondo come emozione dell’Essere per esserci come anima viva.

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  4. Anonimo Says:

    un ‘brava’ e buona fortuna a chi ha scritto ‘le porte ‘ .

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  5. Carlo Bertero Says:

    Molto belle tutte. Lo sgretolamento del muro una cosa positiva. Brava!

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  6. alessandra piccoli Says:

    grazie a tutti 🙂

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  7. flaviovillani Says:

    …mi piace la musicalità di questi versi. Grazie.

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  8. giuseppebarreca Says:

    soprattutto l’ultima mi sembra molto intensa, felice nella sua riuscita poetica

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  9. mauro pierno Says:

    L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:

    “calore terrore”

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