Narda Fattori

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scrittori-a-confronto01-12-06-09

Le parole con il fare

C’è, nella dolcezza testarda dei versi e dei vocaboli che Narda Fattori sceglie e da cui è
chiamata in causa, in quelle parole che ancora sono “accovacciate sulle labbra”, la forza per una nuova ricerca, a dispetto della consapevolezza, della sempre più solida “cognizione del dolore”. Perché è profondamente radicata l’espressione attraverso la parola, il verso, il cammino esistenziale coincide con quello letterario, il moto degli anni, delle realtà e dei sogni, è diventato “Il verso del moto”, per citare il titolo di un altro volume della Fattori, edito da Moby Dick nel 2009.
È una caratteristica costante, e apprezzabile, dell’autrice, quella volontà-necessità di tener viva la memoria di quel mondo più autentico, di matrice contadina, quello in cui “l’ulivo era per l’olio e l’olio per il pane / col salice si intrecciavano i panieri”. A differenza di altri autori tuttavia non si ferma alla dimensione oleografica da quadro macchiaiolo o da stornello intonato sull’aia al tramonto. La Fattori accosta sempre alla descrizione la riflessione, il ragionamento, su ciò che resta e ciò che è andato, sull’asprezza odierna ma anche sul sudore e le lacrime che si nascondono dietro le cartoline in bianco e nero del tempo che fu. Mette in relazione i punti di contatto e gli abissi, i pieni e i vuoti, e, come imprescindibile filo rosso, si rivolge alla parola, quasi chiedendole di riavvolgere il nastro, rimettendo in rapporto consequenziale e dialogico mondi ormai separati. Con il coraggio di dire e di dirci che non è possibile, che di ogni epoca resta il suo unico e solitario mistero: “Le parole scendono in gola trafiggono / laringe e faringe s’aggrumano / nell’inespresso dire / nella sola parola che non viene a me a dire”.

Ivano Mugnaini ( dalla prefazione)

*
ho disegnato col dito sul vetro opaco
di una finestra esposta al gelo
un passeraceo incapace al volo
spinto fuori a non appestare il nido
ricordo mio padre nel pacato gesto
della compassione e le mie iridi
fisse perché durassero sui suoi solchi
sulle sue romanze
_____________sulle righe dei libri letti.
Il silenzio raccoglie l’ impazienza
di un cielo che corre e non svolta
forse oltre l’orizzonte è sereno
dunque non temo le tempeste
che rubano il fiato ma assecondate
regalano viatici come vela maestra.
Quest’iride che ti somiglia – padre s’è
scarmigliata nelle turbolenze
s’è fatta paglia e carbone
fragile protezione dietro il muricciolo
sul fosso
mentre impasto il certo e il supposto
inciampo sull’erba e frano
nessuno che senta come urla il silenzio-

*

Nel tragitto erto e irto senza fiato
verso una maturità beffarda
di slancio mi capofitto dalla guglia
del lampione come foglia novembrina
arrossata stropicciata franta

non più farfalla solo crepuscolo di foglia.

Nel giardino curo una mitologia di rose
che mi punge e stillo una goccia rossa
sul prato verde – lo scontro con lo spino
è porta che non chiude ai venti
finestra con le inferriate del tempo
fabbro che nelle ossa scrisse a scalpello
la mia origine e la mia sorte
proprio lì dentro l’osso
l’odore delle perdite i vuoti delle assenze
tutte le stupefazioni.

Verrà giorno di riconoscimenti – uno statuto
di eternità simile a una paralisi
di tutti i nervi motori e di ogni sinapsi –

impotente incapace inesperta implacabile
inabile a varcare i fossi.

*

Questo ciglio entrato nell’occhio
l’unghia rotta il disordine dei fogli
mi vengono incontro albe sudaticce
stropiccio incontri mi sporco le mani.
Mi spoglio delle piume ad una ad una
non servono per un volo definitivo
mi aspetta la catapulta per l’addio
che mi spinge oltre la sosta.

Ho sacche di lacrime angoli svoltati
con scarso lume e le cadute
gli sbandamenti le deviazioni
meglio forse starsene all’angolo
fuori dalla mischia pugile suonato
non amo le resse le spintonate delle risse
sola mi sorregge questa pazienza dolce
questo amore minimo per la mia terra
la sua gente – i padri e i figli – tutti i profili
gli amici e voi tutti che mi siete
giudici clementi.

*

Sulle fronde dell’ultima pioggia
un usignolo gorgheggia per l’ arcobaleno
che si formerà oltre la nube sfilacciata
che lenta s’allontana verso un’oltranza
di azzurro infinito – oh l’ignoto
che ci trapassa e non duole.

Sulla strada che non coglie alcun sprazzo
di chiarità nella sua dirittura siglata
i cartelli con le uscite ben segnalate
le entrate i divieti le storie irrise dal rombo
di motori in corsa per una meta sfinita
una spesa una resa un amore già morto
sibila un vento di malasorte.
Ma sfavilla il giallo delle ginestre
cresciuto su un grumo di terra fra pietre
e frusta la tempesta che non vuole morire
e si rinnova del mal-amore fra noi
miseri e dissidenti
senza strumenti per tracciare solchi.

*

Il silenzio qui
mi tiene compagnia come un foulard
o un vecchio cane cieco e fedele
in una cuccia di stanchezza
quante volte dovrò morire perché si faccia
polvere della mia carne respiro lungo?

E di tutti gli amati farne oltre quell’uscio
un banchetto festoso
o una litania di assenti
orme sul cuore eternamente pianti ?

Non è mio stile e costumanza ma
qualcuno mi sa indicare la via del ritorno
nel sereno di un cielo settembrino prima
di tutte le grandi migrazioni a sfrecciarlo
in un addio allegro di ciarle e di richiami?

Partirò – mantengo le promesse – partirò
con la rondine che ha perso la rotta
il compagno il nido e la grondaia
e non ha ai rimpianti né volge lo sguardo
sulla terra che fu dono sempre
immeritata meraviglia.

*

Devo rottamare queste mani
che non hanno imparato
a saldo stringere il gioco dei giorni
e la pendola scandisce soltanto
istanti dispari
la corsa è breve – il cerchio si chiude
con un frettoloso cenno ―
devo rottamare anche il cuore
diastole e sistole discordi
nel capovoltasi di sensi di segni
di incontri e ricordi
che rimandano a suture affrettate
– bagaglio a mano soltanto
per la passeggera irrequieta
e non scaltra ridotti
a coriandoli i sogni
faccio carnevale ogni giorno
e ne rido e ne piango ma poso
sul davanzale le briciole per il pettirosso
che mi osserva piegando il capino
poi trilla severo
che il senso del gioco è il giocare
lo starci nel dispari
____________________ bruciarsi le ali

*

m’infilo sottotono annuso tracce
attendo paziente il sibilo del vento
io taccio
c’è troppo rumore attorno.
Ma nell’ingombra attesa
alleno i tendini al gran salto
colgo minutaglie appuntite
giro armata
con una rete a maglie strette
per schegge e frammenti
che altri dicono di poco conto.
È una sapienza da scampata
far conto del niente
tendere le orecchie al canto
del grillo e lasciar perdere
lo scampanio della festa.

Ma io so che
la forza di una sola goccia
scava abissi crea stalagmiti

dentro quella goccia attendo
il diluvio che laverà via
il belletto degli istrioni
e finalmente contro il nuovo sole
solo innocenza e gratuità del fare.

*
I bambini hanno gambe come ali
per correre dietro al vento
hanno pianti e abbracci per dirti
che hanno bisogno di un nido
non hanno parole ma gridi
e fruscii di insetti.

Non hanno più case certe
fiabe appese al sonno
trastulli d’erba rane verdi
trottole collane di margherite.

I bambini hanno dei mali strani
con i nomi acronimi dall’inglese
e ingoiano pastiglie e sono buoni
rintronati e quieti.

Maledetti noi che non sapemmo
fare di noi disdetta
e seminiamo punte di selci
bombe a grappolo intelligenti
e scandiamo parole d’ordine
omicide nel senso. Maledette.
I bambini ci guardano imparano
e di noi superbi faranno disdetta
o per vergogna si chiuderanno
_____________________ a questa vita
__________________ a questo mondo.

*

A raccontarla la favola del dolore
a raccontarla intera
senza un lieto fine senza una fine
spostati – le dico – fatti più in là ma
sta come una mignatta
a bermi il sangue si fa grossa
sul mio animo sempre più lasso.
Ma la fatica a dirla com’è grossa
e lì sul foglio a schiacciarla tutta
e con la pelle nuova ferita ma dolce
la sua presa quasi un’anestesia
ma no ti schiaccio non ti cedo
ecco vedi lo scrivo in rosso
non mi piego non ti voglio
se proprio vuoi stammi accanto
stammi in un silenzio quieto
senza danni.
Sarai mia cura e medicina
parola sporca – mio lemma amaro
mia passione
infine salvezza mia.

poesie tratte da “Le parole agre” editrice L’Arcolaio 2011

                                   

                                    

Narda Fattori è nata a Gatteo (FC) e ivi risiede in via Garibaldi, 70 ( cap. 47043). Ha compiuto studi di linguistica e si è impegnata come formatrice per l’IRRSAE ( ora IRRE) e come autrice di libri di didattica per diverse e qualificate case editrici. Con testi poetici e narrazioni ha partecipato dagli anni novanta in poi ha raccolto successi a concorsi innumerevoli, apprezzamenti e premi , ha pubblicato diversi libri e partecipa alla compilazione di antologie. E’ redattrice di vari blog online.

LIBRI DI POESIA PUBBLICATI

Se amor parla, Autore Libri, Firenze 1995,
E curo nel giardino la gramigna, Ibiskos (Empoli) 1996, ( premio editoriale)
L’una e i falò, Il Vicolo, Cesena 1998;
Terra di nessuno, Lucca, 2000 (Premio editoriale “Olinto Dini” di Castelnuovo Garfagnana);
Verso occidente, Fara editore, Rimini 2004;
Cronache disadorne, Ed. Joker, 2007 , Novi Ligure ;
Il verso del moto, Moby Dick editore, 2009 , Faenza.
Le parole agre, editrice L’arcolaio, 2011
Dentro il diluvio, edizione puntoeacapo, 2011 , Novi Ligure ( premio Editoriale Astrolabio di Pisa)
È presente con una silloge di dieci poesie nei volumi antologici Voce Donna 1997, Voce Donna 1998, Voce Donna 1999, Il Vicolo, Cesena;
-nell’antologia Santarcangelo della poesia, Luisè editore (RN), 1998;
– nell’antologia Il novecento etico-religioso a cura di Vittoriano Esposito, Bastogi editore;
– nell’antologia Farapoesia con la silloge A che punto è la notte? , Fara Editore 2010 , Rimini;
– nell’ antologia Creare mondi con la silloge De profundis , Fara Editore, 2011 , Rimini .
-con la silloge Canzone nell’antologia Dentro il mutamento, Fermenti editrice 2011
Numerosissime sono singole o coppie di poesie inserite in antologie e riviste; è stata selezionata nell’ambito di un’antologia scolastica per le scuole superiori in uscita.

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6 Risposte to “Narda Fattori”

  1. tramedipensieri Says:

    Tutte molto belle e significative..ma quella sui bambini…colpisce il mio animo…

    “…I bambini hanno gambe come ali
    per correre dietro al vento
    hanno pianti e abbracci per dirti
    che hanno bisogno di un nido
    non hanno parole ma gridi
    e fruscii di insetti.

    Complimenti!

    grazie Cristina per la presentazione
    buona giornata
    .marta

    Mi piace

  2. Bruno Lugano Says:

    bella poetessa. Insisto però a dire che dovremmo abbandonare le arie e le parole ormai consacrate e logore della poesia del novecento. si rischia di essere superati dalla poesia delle canzonette. questa Narda fattori ha tutto del poeta ma bisogna cambiare scene e accenti, immettere bontà e cattiveria moderna, pescare nel torbido moderno e nelle maledizioni moderne piu rudemente. perchè quando ci vuole la poesia deve esprimere tutta la gamma dei peggio e dei meglio con linguaggio adatto e con le ironie coraggiose che danno maggior forza anche alle sensibilità rarefatte sulle quali si insiste sempre. Detto questo mi inchino alla sensibilita e della Poetesse, si legge volentieri ma non colpisce la memoria anche se colpisce il gusto e i soliti sentimenti poetici. Non me ne voglia. io la penso così. se vuole se ne può discutere.. Qualcosa come 5000 poesie ho scritto anch’io. ma la solita bontà e
    bellezza stanca se non è in sintonia dialettica con le brutture e i conflitti vivi. Comunque è stato un piacere leggerla

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  3. Trottole | Tramedipensieri Says:

    […] Narda Fattori – su  http://giardinodeipoeti […]

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  4. Anna Maria Curci Says:

    Amo questa «sapienza da scampata» che tende orecchio al canto del grillo e fa conto del niente, di ciò che per altri è niente, che resta in compagnia del silenzio, non rinuncia alla parola chiara e non si ritrae spaventata dinanzi al «lemma amaro». Versi che tracciano un programma, che non esito a definire politico in quell’accezione nobile che si è persa ai più, come questi:

    È una sapienza da scampata
    far conto del niente
    tendere le orecchie al canto
    del grillo e lasciar perdere
    lo scampanio della festa.

    mi fanno pensare: ecco, vorrei che questo fosse il nostro canto.

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  5. Doris Emilia Bragagnini Says:

    Le ho rilette, ci volevo tornare e ci sono tornata… sono così semplicemente solide e concrete queste poesie. Ponti, finemente cesellati, tra un passato ricco di riferimenti affettivi e simbolici e un presente che si interroga, osserva, si dirama in sensibilità e ascolto. Mi sono avvolta di queste parole, hanno un sapore sincero, rispondono a certe inquietudini.

    Doris

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  6. Lucetta Frisa Says:

    c’è ancora qualcuno che dice come DEVE essere la poesia? E dà saggi consigli? Sono sbalordita.

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