Franco Casadei

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Ci sono poesie che fanno i luoghi, che li rendono indistinguibili da esse. Casarsa non è più la stessa dopo che Pier Paolo Pasolini l’ha fecondata con le sue poesie, Pienza ha smesso di essere soltanto uno straordinario paese contadino della Val d’Orcia dopo che Mario Luzi ha reso inscindibile l’impasto della sua lingua con quelle terre e colline. Casarsa, Pienza, Cervia con Tolmino Baldassari, Pennabilli con Tonino Guerra, sono diventati molto più di se stessi dopo che un poeta ha animato quei luoghi con versi che si sono amalgati come argilla con quegli spazi.

E’ rarissimo che ciò accada. La vallata tra Collinello e Polenta, a Bertinoro (Forlì-Cesena), non è più la stessa dopo che Franco Casadei ha composto una delle poesie più straordinarie che abbia letto negli anni, “Bruno e Rosalba”, in memoria dei suoi giovani fratelli lì scomparsi. Dall’atto della scrittura di quella poesia, quel luogo è mutato: quel luogo respira di quella poesia, e quella poesia respira di quegli spazi. Non a caso “Bruno e Rosalba” è anche fisicamente murata ed esposta con una piccola targa dipinta tra quelle colline. Passandovi tutti la possono leggere, a prescindere dal libro che la contiene, ancora una volta dimostrando l’intreccio così profondo e civile che lega la poesia alla vita quotidiana e alla memoria collettiva delle persone.

Ma quella poesia adesso è anche in un libro complessivo di Casadei “Il bianco delle vele” (Raffaelli editore, 2012). In pochi poeti italiani (tra gli attuali Rondoni, nei predecessori Testori, Luzi, Turoldo) si legge uno stesso movimento, seppur maturato con stili e perizie diverse: la poesia c’è in quanto soprattutto forza agente, che vuole cristianamente incidere e agire. “Nell’ora culminante / la morte non riempie l’orizzonte”, Chi regge la terra è il cielo”: questi versi, come in molti altri nel percorso del libro dallo sgomento alla speranza, dimostrano che il volto di Cristo, nelle poesie di Casadei, non si vuol nascondere. Non esiste una lingua cristiana. Ma una determinazione cristiana sì. E questo volume ne è un forte esempio.

Luca Nannipieri

 
Bruno e Rosalba*

Quella sera, dopo la fiumana, la riva
sfaldata al gioco delle vostre corse
ingenue, non siete tornati

e io, di tre anni, tre giorni
sulle ginocchia di mia madre,
abbracciato al suo dolore.

Adagiati su legni di porta, dalla bocca
un rivolo sottile di bava, di melma,
gente dai casali, dai vigneti e donne e vecchie
– un mormorio sommesso per l’aia –
chi si segnava, chi portava acqua, chi lenzuoli
e fiori, due uomini in nero dagli sguardi lunghi

e io, di tre anni, tre giorni
su quel grembo duro di singhiozzi
in attesa di un risveglio
come quando Rosalba e Bruno
si fingevano, per gioco, morti

stagioni di silenzio, di respiri grandi
come il vuoto, troppo lungo il gioco…
non aspetto più i loro scherzi, i salti
con la corda, mia sorella che mi spettinava

quel ventuno settembre piangevo
per venire al fiume, avreste custodito
i miei tre anni, vi avrei salvato, forse,
forse avete salvato me.
———-
*In memoria di Rosalba e Bruno di 11 e 12 anni,
fratelli maggiori dell’autore, annegati insieme
nel 1949 nel torrente Ausa che attraversa
il terreno di proprietà della famiglia
sulle colline romagnole.

 

 

Partire soltanto per vedere il mare

Una volta nella vita, all’insaputa
partire solo per vedere il mare
spiando con ansia quel punto di strada
in cui, lo sai, apparirà all’orizzonte
la linea che non si può varcare

come un clandestino addentrarti poi
in uno di quei borghi accalcati
sopra i sassi, concederti al vento,
portarti via quella luce come fossi un ladro

tornare a casa e solo tu a saperlo.

 

 

I girasoli

Solenni e fieri
nel pieno dell’estate
e sull’attenti

a inizio autunno,
a capo chino
come seni stanchi,
una schiera di soldati
annichiliti e vinti.

 

 

La donna della carrozzina bianca
A una donna senza nome

Da anni lo stesso perimetro di spazio,
ai lati della chiesa al far del giorno
la notte sotto i portici al riparo,
la carrozzina bianca di bambina.

Nei giorni del vento e della vela
ti sei lasciata andare, era d’autunno
con il suo scialo di nuvole e di foglie,
le vene del collo raccontano il dolore,
ne avverto lo sguardo che sfiora le mie mani.

Arrivato l’inverno l’aria affila
il gelo, mangi piatti grami,
una notte di nebbia ti ha dissolta
sono rimasti i muri e un’eco della tosse.

Romagna, torno alla mia terra

Torno alla mia terra, alle mie colline
fra i colori di un’estate prolungata

mi è stato dato questo sguardo largo
Bertinoro, la sua rocca
la pieve di Polenta
le vigne che mani contadine hanno dipinto
tra case e macchie di boscaglie

lontano, là
l’ultimo lembo di piana
e all’orizzonte infinito il mare
che nei giorni di chiaro
regala il bianco delle vele

sono nato qui
e qui respiro.

Franco Casadei – nato nel 1946 a Bertinoro in provincia di Forlì-Cesena.

Medico otorinolaringoiatra, vive e lavora a Cesena.

Ha pubblicato le raccolte  di liriche “I giorni ruvidi vetri” (Il Ponte Vecchio, Cesena, 2003); “Se non si muore” (Ibiskos, Empoli, 2008); “Il bianco delle vele” (Raffaelli Editore, Rimini, 2012).

-Primo classificato nei premi di poesia: Ungaretti, 2005; C. Levi, 2005; Giovane Holden, 2008; Città di Venezia, 2013; “C. Pavese”, per medici scrittori, 2013; G. Gozzano  di Agliè, 2013.

-Fra i primi classificati nei premi: Neruda, 2006; D. M. Turoldo, 2011; J. Prevert, 2011; Kafka, 2012; “Ossi di Seppia”, 2012; Premio nazionale di Filosofiasez. paradossi, 2012.

– Sue poesie tradotte in spagnolo e in lingua romena. Fra gli ideatori de “La poesia nelle case”, proposta di modalità di divulgazione della poesia in vari luoghi delle città.

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Una Risposta to “Franco Casadei”

  1. Mariapia Quintavalla Says:

    Ringrazio Franco, la sua vena sorgiva, la sia vocazione la sua fragile forte bellezza per salvare con la poesia, e tanta di questa vita e delle nostre vite. Una poesia limpida e salda che non ha un respiro di troppo…Terra che mi è oltremodo cara, dove è nata anche Nadia Campana, e dove tornerà,con la ristampa del suo primo libro ma completato dalla sua scrittura saggistica, trent’anni dopo, anniversario di nascita, e non di morte. Maria Pia Quintavalla

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