Cristina Annino

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Il pittore omofobo ci racconta di Jack e di quel ritratto

“Mi guardò come fosse importante
vivere. C’è tanto di quel d’affare, Jack
(usando l’inglese). Gli uscivano onde dal
cranio, qua e là toccando con gli occhi
le cose. La stanza remò nel sole, per lui,
per un’algebra strana. Vita secondaria,
un quadro, puzzava! Lui lì da cafone
in posa, con quella mollezza che regge
una piuma in mare. Per capirci. Che vale
una piuma di gallo? Muoveva
le orecchie per via dell’otite, era sghembo,
il contrario di tutto. “Fammi Picasso,
coglione, non hai capito come si fa?”
Io non imito, Jack. Allora esplose
la spranga, non so, un lungo fascio
di strisce lente, a casaccio, come volasse
un catino d’acqua. Voleva sé come
Pablo, già sfatto, turchino viola, gli angoli
retti del naso, poi rosa niente sulle
pupille. Così. Non gli detti il visto. Alla
dogana, spinsi in là quello sguardo stracotto
di malaga puro. Era troppo, era un guaio, potevo
sparargli per strada, potevo farlo.”
                                 
                              

Galateo per l’infanzia sul rispetto animale

Il topo le andò gentilmente accanto,
pareva la cresta d’un gallo o camicia
d’uovo a regola d’arte. Alzandosi un poco
fece chicchirichì; può darsi, ma io
non mi mossi. Doveva crederci lei, ché dopo
sarebbe tardi. E a farla finita, come si fa,
coll’infanzia scortese, se nessuno siede
compostamente?

**

Così va la natura che
pennella con cura ogni cosa. Grugnisce il maiale
e la pelle vien su, rossa rosa, pare un’iride. Doveva
capirlo allora: di non separare mai ossa da carne, né
il lupo dalla foresta! E’ divino, anzi umano, è
legale, è come strappare la testa ad un santo,
ché non possa vedere chi si inginocchia.

                          


Dolcetto Scherzetto

La studiosa Birghitta, prega, ride,
ama la stoffa che cuce. Vuole insegnarmi
svedese; un regalo! dice noiosa
com’un treno fermo. I fiammiferi,
tante pupille, che salto, se accende il gas!
Le manca la Svezia, coi suoi suicidi
in lista per l’al di là. Storia vecchia
rispondo; ora c’è il sonno vuoto
dell’universo, col male attaccato in fondo
alla coda del drago. Ridacchia. Altro ché,
signorina Gozzano, lei m’abbassa il tono! Non
la smette neanche se svengo contro l’armadio,
se fingo “E’ l’umido, non il caldo, non è
uno scherzo gigante, perdio! Te lo giuro.
Che sarà stato?” La fisso cupo, la frego,
alla fine non ride più. Con me, niente regalo,
prego, se voglio qualcosa, Svedese, da quando
son nato, io la rubo.

                                             

L’Occidente a Piazza Venezia

Misto Teorema che non genera più,
generato anzi da sopportare, non rende
i conti quadrati, sfonda coi gradi zero,
mette coperchi al mio pozzo
mentale. Vedo, sì, in fondo prati e una luce,
ma questo mondo non somiglia più
a niente. E’appena uscito l’elastico
dalla mente, fuori via, tutto fuori così. Eppure
tento di capire dove l’acido cola, fa ombra,
chi li scusi ancora credendoci, a quei
pensieri (taccio gli elementi tristi del
quadro!). Pretendo però coscienza almeno
mondana, se metto
in tasca le mani, non fiutando niente. Ieri lì,
nella piazza più mortale di Roma,
la neve potava via ogni cosa, non cresceva né
un cinese per i turisti.
                         

                        

Gli adoratori del Bastone

Ci tortura la vita, è un fatto. Quella sera
lui s’alzò com’un dramma falso
di Schiller, avreste dovuto vederlo. Gli
sudavan le mani dal gusto, il corpo liscio,
una seta. Che voleva, se non moltiplicò
pani, ma ascoltava zitto? Ognuno di loro parlò, altro
guaio, lui annotava non smettendo di farlo
finché rubò pensieri, energia, quasi pagine
d’un diario. Gli prese il respiro, stracci,
poi la sete uscita dalle palette in quel diluvio
di cena. Ma fatale fu, che dopo gli furono
grati del male in più che non fece e avrebbe
potuto fargli.

                                

                             

L’ Addio

Non c’era colla in quel che
diceva, trattava le frasi come
il muso del cane, qua e là;
lo vedeva sbavare tra le
mani. Senza colla. Io la guardavo
di spalle magari, ma
la logica l’avevo gratis. Lì
c’era un cane e si trattava
d’addio. Dovevo
capire presto, che scioglie
l’acetone tutto. Ecco,
lei liquidava, neanche a peso
d’oro o di carne che costa cara. Le
piaceva quel
cane, lo scollava, attenzione, lo rendeva
una foto. Per me non fu quelle
zampe, ma l’assenza di
gioia; sempre andata così. Fu il muto
mondo che mi cadde sopra, come
stendessero catrame. Era
la Fine una specie
d’Orario! Ché la Storia s’è rotta oramai
sugli esseri umani. Più incolla
nessuno alla vita d’un’altra
persona. Non c’entravo io,
lei né il cane, poteva starci
la palla del mondo, tra quelle
mani, una bomba, la divergenza
dei poli. Era uno
scollarsi universale, e ci
copriva il catrame, l’ho detto; giù
per le scale sentivo l’asfalto asciugarsi.

Cristina Annino

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6 Risposte to “Cristina Annino”

  1. mariapiaquintavalla Says:

    sempre un piacere,, un regalo rinnovato, all’orecchio poetico che si rinnova, leggere poesia di Cristina Annino. Che scivola, vola via nello scorrere dei suoi versi sempre più liberi e impegnati a ridire una mutilata dizione del mondo: solo per pochi versi, e attimi di lucida poesia dove suonano assoli di bellezza. Maria Pia Quintavalla

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  2. leopoldo2013 Says:

    Una metonimia felicemente anarchica , sghemba slogata franta , appassionata ma mai sopra le righe : questa è la “presa diretta” di Cristina con la Poesia , che è soprattutto assidua smaniosa razionale ricerca ed anche , a dirla col grande Octavio Paz , “critica” tout court .
    Con un Buona Pasqua al Giardino e a Cristina
    leopoldo attolico –

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  3. pietro1968 Says:

    Sapientemente adesivo, questo scrivere, sta assieme colla coerenza del suo lessico, delle sue variazioni che all’interno di ogni testo a saperle vedere gli fanno da scheletro e da musica assieme. E difatti L’Addio ci parla di qualcuno che scioglie la colla e liquefa la struttura imprigionandoci nel catrame. Il gran tritacarne del poeta digerisce la Storia la Politica (“la piazza piu mortaale di Roma”) la Geografia la Letteratura (“signorina Gozzano”) e ne succhia i significati. Diremo allora che, se dobbiamo credere al Poeta che da quando e’ nato ruba (tutto quel che c’e’ di valore attorno e diventa la sua Opera) noi lettori dobbiamo essere i ricettatori. Il che spiega il vago senso di complicita’ in un crimine che si ha leggendo!

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  4. giadep Says:

    Capriole. Tempi Anniniani: unici. E luoghi “inesauribili”, le sue scritture sono sempre letture catapultanti. Il suo ritmo, e il suo verso riescono sempre a far mutare qualcosa. Grande, sempre, ma non grande come si intende qualcosa di “dato”, grande perché Cristina Annino, con la sua “realtà”, il suo acrobatico mondo poetico. Grazie, saluti, G. Dippì

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    • mariapiaquintavalla Says:

      è tutto vero, e detto assai meglio di quanto io non sapessi, in quel momento, dire: la scrittura di Annino è una sfida, e occorre avere molto temepo, estasi fredde, e testa moltoaperta per entraci; ci sono gradinate lente, poi sbalzanti dei versi, e sempre è la vertigine contenuto nei magnifici versi: poi accade qualcosa, come una imporvvisa dolcezza di senso, che si accende, dopo, niente è più come prima, la dura e spigolosa del mondo. Grazie alla poesia alta che sa assumersi questo gioco, e grazie a lei, unica. Maria Pia Quintavalla

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  5. Luigi Carotenuto Says:

    La sapienza, la grazia, l’eleganza e la forza. Una poetica alta e quotidiana, un orecchio e uno sguardo che assorbono tutti i colori della civiltà. Cristina Annino è un fuoriclasse della poesia contemporanea.

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