Daniela Raimondi

by

daniela che legge inanna

La cifra stilistica della poesia di Daniela Raimondi sta nel senso di appartenenza e di condivisione dell’universo femminile, nella carnalità del dolore che esprime con una pregnanza e una crudezza di forte impatto emotivo. La donna sta al centro della sua poesia, la donna di ieri, come quella di oggi, con la dolorosa gioia della maternità (Inanna, dea sumera della fertilità, è il titolo della seconda raccolta poetica della Raimondi), la donna che si consuma fino al suicidio, che sia quello della Plath o del figlio Nicholas, di Alfonsina Storni o di Assia Wevill.
La regina di Ica, vincitore dell’edizione 2013 del Premio Mario Luzi, rappresenta il frutto maturo della poesia di Daniela Raimondi con una continuità tematica che fa di Daniela una delle voci poetiche al femminile, e non solo, più alte della poesia italiana; certo è forte l’impatto con il mondo poetico anglosassone e sudamericano, ma quello che colpisce è la varietà del timbro nello sviscerare il mondo della liquidità e carnalità femminile, parole pregnanti che corrono e ricorrono nei versi della poeta e ti prendono, e ti rimandano a tutta la sua opera: per esempio il tempo della gravidanza, il miracolo della nascita, il corpo della moglie che “depone bambini grassi sulle rive dei fiumi”, mentre l’amante “partorisce piccoli gnomi di pietra” e ogni volta che ama ”impasta una nuova morte”, “appesa a un gancio del retrobottega” in attesa del suo fauno. Un’immagine quest’ultima che rovescia i ruoli della moglie e dell’amante nella poesia Il piede della raccolta Inanna del 2006: l’amante “è il fiume in piena”, la moglie “il piede freddo e secco.
La gravidanza è una costante nella poetica raimondiana, in Estuari (Inanna) il ventre si arrende “al tuo peso, al tuo incedere violento che scende ad ogni spinta, che si fa strada aprendomi la carne.”; in Entierro (2009): “Il sangue aperto / e il figlio che preme / il figlio che pesa …”; qui, invece, è ilSopravvissuto, il figlio “una bolla di liquido vivo, poche cellule / senza nervi o memoria.”
Ne La regina di Ica ogni dolore è superato con una sorta di resurrezione, resurrezione dopo la malattia, resurrezione attraverso la gravidanza, resurrezione attraverso la poesia che dona luce e i “suoni tranquilli del mattino”. Una resurrezione che matura attraverso le raccolte: in Ellissi, raccolta di esordio del 2005: “Non ho un destino sul palmo della mano”, ne La regina di Ical’incertezza trova corpo nella consapevole dichiarazione: “Non ho nessuna vocazione per la morte”, e nell’affidarsi alla benevolenza divina: “Dio, regalami una morte bella”, “Lasciami legata al mondo” perché la propria croce Raimondi l’ha salita palmo a palmo per ridiscenderla e camminare sulla terra.

Edoardo Penoncini

                                               

                                    

LETTERE DALL’AFRICA

                            

                                 

 Parole per mia figlia che parte

Ti ho messo nel fiato un piccolo seme,
un volo di colombe e una musica.
Adesso vai,
lascia alle spalle le vie della polvere
segui la sete degli animali,
l’orma dorata delle gazzelle.
Rccogli la vita nella sua prima luce.
Dividi il pane con uomini dal cuore puro,
sii capace di piangere
ma non scordarti mai di tornare a credere.

Adesso vai,
ascolta il canto di un piccolo uccello migratore,
difendi la piumata creatura del sogno.
Che tu sia fra i salvati,
fra i sopravvissuti di ogni Guernica.
Ovunque ti accompagni la grazia e il mio respiro.
Amata creatura, figlia baciata dal bene,
giovane donna di forza e di coraggio.

 

 

 

Madame Bilha (Meme)

Nei mesi d’inverno
i fiumi d’Angola gonfiano i fianchi.
Le rive straripano e l’acqua sommerge le valli.
In quella stagione i campi non donano miglio,
ma pesci rossi ed anguille.
Quando arriva l’estate tutta l’acqua svapora.
I bisonti pascolano in prati verdissimi,
gli uccelli volano dentro un cielo che brilla.

Madame Bilha ti ospita nella sua casa.
La gente di Oshakati vive in capanne di fango
ma lei ha pavimenti di marmo,
una cucina moderna e mai usata.
Preferisce mangiare all’aperto,
preparare la cena sul fuoco come ha fatto da sempre.

Meme racconta che quand’era bambina
andava a scuola senza scarpe o vestiti.
Sui fianchi portava soltanto perline di tanti colori.
Non aveva la carta, non aveva matite.
I bambini sedevano in cerchio.
Scrivevano nomi di sabbia
che il vento rubava ogni notte.

 

 

 

 Orfani

Lavori con cinquanta bambini.
Cinquanta orfani senza padre né madre.
I più piccoli ti toccano con meraviglia,
litigano per tenerti la mano.
A volte piangono.
A volte dormono: i corpi leggeri,
il fiato legato a un sussurro di alberi.

Quando sognano, le ombre dei morti
vorticano dentro bufere di sabbia.
Il mondo allora diventa una Babilonia di grida,
un luogo di morte che resta negli occhi.
Oh, come resta!.

Quando arriva la sera, ti siedi nel buio.
Senti l’aria che trema, i sospiri dei morti.
Pensi a casa, al mio lungo inverno di neve.
Quanto pesa, a volte,
la solitudine di chi abita il mondo.

 

 

 

Sole africano

Scrivi che ogni giorno è lo stesso:
la polenta di miglio, il vociare dei bimbi,
il vapore sulle lagune.
Le figlie di Meme passano i giorni fumando,
o bevono birra sdraiate in giardino.
La sera ti portano fuori.
Mi racconti che hai trovato marito:
si chiama Mandala,
ti ha promesso sette capre e due buoi se lo sposi.

Meme fa da madre ai suoi figli, ai figli dei figli
e a un mucchio di gente che ogni giorno le passa per casa.
“In Africa il poco è di tutti” – ti dice.
Ride. Ti accarezza i capelli.
Promette che quando ti sposi verrà al tuo matrimonio.

 

 

 

Sabato sera

Ieri sera sei andata a ballare.
Racconti che è un piccolo bar di cemento:
qualche sedia di plastica, il frigo che ronza,
una radio a tutto volume e le casse di birra.

Ti diverti. Muovi i fianchi come una vera africana.
Sei rientrata alle tre di mattina.
Meme ti ha aperto la porta.
Era nuda.
Si muoveva col passo di una regina:
i sogni vivi negli occhi, i seni nel vento.

 

 

 

  Il villaggio

Domenica ti hanno invitata a un pranzo in campagna.
La farina di mahango cuoceva sul fuoco.
Hanno preso una capra
e l’hanno finita davanti ai tuoi occhi.
Poi ti hanno chiesto di uccidere un pollo.
Gli hai dato la caccia,
ma alla fine non hai avuto il coraggio.
La piccola Sunday ti è venuta in aiuto
e, senza battere ciglio, gli ha tagliato la testa
con un solo colpo deciso.
La testa è rimasta sul gradino di pietra,
ma il pollo correva per il cortile,
saltellando per un tempo lunghissimo.
Sembrava un giocattolo,
non fosse per il fiotto di sangue
che spillava dal collo reciso.

Dopo pranzo la gente è andata a dormire.
Il sole era fermo nel cielo.
Il caldo si tendeva sui campi.
I corpi brillavano.

Poi, da lontano, è arrivata la pioggia.
È giunta con un boato di selva,
in un fragore di foglie ed uccelli.
Siete corsi tutti per strada.
Nessuno ha preso l’ombrello.
Le donne ridevano. I bambini ballavano,
le braccia spalancate ad accogliere
quel po’ di frescura.

L’acqua scrosciava sui tetti.
La pioggia saziava la sete degli animali,
scioglieva la crosta sui campi.
Anche tu hai ballato per strada:
anche tu senza scarpe, i capelli pesanti di pioggia,
la fronte accaldata.

Scendeva la sera.
Il cielo cambiava colore.
Nell’aria saliva una fragranza di fiori e radici.
L’antilope correva verso la notte.

 

 

 

Morire di Aids

Gli insetti copulano e muoiono sotto un sole che brucia.
La bestia è là, viva
ed attende.
È pronta per lo scatto finale:
gli occhi socchiusi, i muscoli tesi.

Il bambino nasce col male impresso negli occhi.
È senza memoria.
Non ricorda i canti lontani dei padri
né i favi pesanti di miele o la corsa felice dei leopardi.
Succhia la morte nel primo colostro.
Sua madre gli canta una ninna nanna,
ma lo attende una culla di terra,
la fredda pietà delle stelle.

Ieri siete andati a trovare una donna malata.
Sprofondavi nel fango.
Avete impiegato un’intera giornata per arrivare.
La capanna era un bozzolo nella calura.
La donna taceva.
Nascondeva in fondo alla bocca ogni umana memoria.
Sapeva che Orfeo non sarebbe mai sceso a salvarla.
Viveva l’attesa, la consegna di ogni speranza.

Le avete portato lattine di carne,
sacchetti di zucchero e riso.
Poi, in ginocchio, vi siete prese per mano,
avete pregato.

La pace che precede la morte è un mistero divino.
L’Africa il costato aperto di Cristo,
la piaga che sanguina ancora.

(Namibia, inverno 2011)

 

 

 

Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ha vissuto 30 anni in Inghilterra dove si è laureata in Lingue e Letterarature Moderne all’Università di Londra e dove ha conseguito un Master in letteratura ispano-americana presso il King’s College dell’Università di Londra. Al momento vive in Sardegna. Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti a concorsi letterari nazionali sia per la poesia che per la narrativa e il teatro. È risultata fra i vincitori del Premio Montale per una silloge inedita. (2004). Nel 2012 è stata selezionata per rappresentare l’Italia all’European Poetic Tournmente a Maribor, Slovenia, dove ha ottenuto il Premio del Pubblico. Suoi testi sono stati tradotti in ungherese, inglese, tedesco, spagnolo e serbo croato. Ha recentemente pubblicato un volume di sue poesie in edizione bilingue presso le Edizioni Gradiva di New York. Il suo ultimo libro di poesie La Regina di Ica (Edizioni Ponte del Sale), ha ottenuto il Premio Mario Luzi (Roma, 2013). Fa parte di varie giurie di premi letterari e suoi testi sono presenti in vari blog letterari.

Ha pubblicato: La Regina di Ica (Ponte del Sale Edizioni, 2012). Diario Della Luce, Inanna, Entierro, presso Mobydick Editore. Mitolologie Private (Edizioni Clandestine); Ellissi (Ed. Raffaelli, 2005) – Premio Sartoli Salis Opera Prima, Premio Caput Gauri.

 

Annunci

Tag:

6 Risposte to “Daniela Raimondi”

  1. Daniela Raimondi Says:

    Grazie di cuore per questa bella vetrina 🙂

    Mi piace

  2. cristina bove Says:

    grazie a te, Daniela.
    un abbraccio

    Mi piace

  3. atward51 Says:

    Che dire, grazie dell’onore, Cristina, per aver premesso la mia brevissima e inadeguata nota alle poesie di Daniela. Un caro saluto.

    edoardo

    Mi piace

  4. fattorina1 Says:

    Sono poesie corpus di poema quindi difficili da appfrezzare nella loro singolarità.Eppure hanno visioni non discordanti, amarezze amichevole, tristezze appaiate. Il ritratto dell’Africa è intriso di una bellissima humanitas e anche di tanta pietas. C’è l’amore con tutto il dolore che sa contenere.

    Mi piace

  5. alepeluso Says:

    L’ha ribloggato su alessandrapeluso.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: