Lucetta Frisa

by

 

INEDITI

 

Il respiro di Genova
Per i quadri di Carlo Merello

Saltare su un piede solo lanciando
un sassolino dentro il pampano:
un preciso rettangolo suddiviso
da caselle numerate. Non si doveva sbagliare
mai uscire da quella geometria.
Si tratteneva il fiato.

Cielo magro conteso tra i tetti alti
e il sole a picco,
odori di mezzogiorno: pesce
dell’Angiolina che ancora strillava senza più voce
né pesce da vendere e odore
del suo pesce fritto e minestrone al pesto
dalle case legate dai fili affettuosi
della biancheria e odore del piscio
di tutti i gatti del quartiere
tra cui il Migno, detto il re: piscio diverso
dagli altri,il suo, come il suo miagolìo.

Ma bastava correre in fondo al vicolo
per respirare
il mare.
Fiato lungo lunghissimo.
Basta un po’di vento che ingoia
tutti i respiri della terra e degli uomini
e ne fa uno solo.

Cosa significava quel disegno per terra
col gesso bianco? Una porta? che per chi vince
finendo il gioco senza cadere – si spalancherà
nell’ultima casella? e da lì il vincitore
entrerà fiero sulla scena del sottosuolo
tra gli applausi degli dèi inferi?

Se il mare avanzasse
fino alla casa di gesso
naufragherebbe il regolamento
si porterebbe via i numeri
come barche sfondate.

Il suo odore apre i polmoni
più dell’incenso nelle chiese
che apre a chi è in attesa
la Gran Porta celeste.

Il respiro di Genova non è da cartolina
per i turisti delle cose morte.
È ancora qui nell’aria, resiste
nei polmoni sempre più inariditi
dall’impazienza del tempo che marcendo
cambia l’aria, tutta l’aria, insieme a noi.

                               

                                      

 

 

Gita al faro

a M.E.

 

L’idea è stata tua. Una passeggiata al fresco
al sorgere del sole. Gita al faro. Non a quel Govery Island
della Woolf, ma al faro di Portofino. Non portarti dietro nulla
nessun libro, nessun sacco, pesa, fa male
alla colonna vertebrale.

Andremo leggeri. Finalmente
l’alba negli occhi e in gola. L’alba
che apre le narici l’alba
ariosa dei miti dopo le notti delle battaglie
e di attese inutili, l’alba
che riflette le sue dolci schegge in giro
su tutto il mare, le colline e noi.

Cammineremo verso l’incantesimo
le sirene
avranno già cantato
in altomare
lasciato il mare
increspato di musica.
Ci insegue un madrigale
di Monteverdi.

Allora siamo morti?

Urti armoniosi
battono un ritmo alieno
sulla sabbia e sul viso.
Si conserverà
la commozione della notte
che non vuole più lacrime e ci estromette
fuori, nella luce.

Saremo corpi in viaggio
da rinominare ad ogni sosta.
Sarà bello cambiare nome
essere
altro.
Neppure
creature umane
solo cose gioiose.

E Itaca?
un’isola di pietre
dissolta da ogni passo.

Al faro
ho visto un uomo solo e poi
anche una donna triste e dopo un po’
una coppia con due zaini enormi,
qualche lucertola in fuga.
E dappertutto il mare: quei due
lo guardavano muti baciandosi.
E ancora dopo un po’
la coppia senza zaini
più stanchi e più vecchi.
Il mare, sempre il mare,
lui, li guarderà ancora.

Adesso siamo vecchi perché sappiamo
riconoscere il presente sappiamo
di essere felici
ora.
La prima volta che andammo
non si era visto nulla:
bellezza
non percepita
che sfiora appena il corpo
come carezza di madre.

Noi non si sapeva che si stava andando.

Poi l’alba sempre si congeda
Inghiottita dal sole.

Ma c’era un faro?
Un sentiero?
Noi?

 

 

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7 Risposte to “Lucetta Frisa”

  1. fattorina1 Says:

    Genova, il mare, l’infanzia, quel respiro lingo, la cattura della distanza, ora qui,ora laggiù: il mistereo del mare, della soglia che abbiamo varcato e abbandonato per vivere d’aria, cioè quasi di niente. Eppure per chi è nato al mare e qui ha compiuto le prime scorribande, asciutto , bagnato, il gioco della settimana, come lo si chiama da queste parti, dove vinci una volta e ne perdi due e , dentro, il gran respiro del mare scava caverne , porta alla luce tesori sepolti, ti fa piratessa ( profetessa?). Sandokan.
    Poi la seconda poesia apree la porta al tempo presente e alla immutata presenza del mare; ma se durante l’infanzia si viveva in una specie di girotondo magico, nella mente sono , maturate le grandi domande senza risposta. Neppure il mare conosce la chiave che apre i cancelli dell’altrove, perchè il mare è di qua , è fatto per gli uomini. E allora?
    “Poi l’alba sempre si congeda
    Inghiottita dal sole.

    Ma c’era un faro?
    Un sentiero?
    Noi?
    Il dubbio stranisce e resta , impietrito.
    Narda

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  2. Blumy Says:

    Ciao, bellissima :)*

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  3. Lucetta Frisa Says:

    grazie infinite, carissima Narda e grazie infinite carissimaBlumy,troppo generosa. Che piacere leggervi.

    Liked by 1 persona

  4. Lucetta Frisa Says:

    E GRAZIE alla meravigliosa Cristina che mi ha ospitato per la seconda volta.

    Liked by 1 persona

  5. Lucetta Frisa | il giardino dei poeti Says:

    […] altre qui […]

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  6. Antonio Devicienti Says:

    Quanta freschezza e bellezza in questa poesia!

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