Marina Torossi Tevini

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È donandoci otto testi, alcuni tratti da “L’unicorno” (1997 Campanotto ed.), altri inediti, che Marina Torossi Tevini lascia cadere, per la prima volta qui nel giardino, il seme della sua poesia. Amo credere che esista sempre un progetto, sospeso tra razionalità e inconscio, a far sì che un’intuizione stia alla base della scelta degli scritti che un autore lega in successione per rappresentarsi, o rappresentare un particolare periodo della sua produzione poetica. La scelta di Marina ne espone uno ampio, un arco che si tende tra la data della pubblicazione e l’inedito del 2011, eppure non c’è disarmonia tra i versi, tra i movimenti di un corpo poetico e l’altro. Partendo dalla prima stazione per arrivare all’ultima (contenenti entrambe un dichiarato omaggio a Eliot) si va attraversando i temi dominanti che la poetessa scandaglia con la sua lirica sicura, strutturata con cura, parole che avanzano e si scandiscono in ormeggi e pause, ritmiche, diseguali, come piccole onde di risacca. Il mare è la costante di questi componimenti sintomatici, sia in essere sia nel moto simbolico a farsi riferimento assiduo d’infinito, un esempio nel capovolgimento di coordinate preordinate come nel cielo di una Stoccolma ri_visitata:

“Non era il cielo/dei Fiamminghi/ma un azzurro fatato/trasparente/” (… Atmosfera Iperborea)

dove il disorientamento, la deliberata resa della sensazione di precarietà umana e dell’insensatezza del vivere si fanno improvvisamente scudo con una benefica tregua, dove la perfezione è assurta a simbolo di episodica cognizione raggiunta esclusivamente in quanto stravolgimento dell’ordinario, del reale. Si muove bene tra i versi in questo senso Marina Torossi Tevini: ironia, sarcasmo, denuncia di una “china” intrapresa da un Uomo sempre più inaridito e vuoto, vittima di se stesso e di una corsa insensata verso un punto che si discosta inesorabilmente da quella forma d’idealismo iniziale in un tempo remoto, antecedente l’assorbimento nella crisi dell’epoca in cui è immesso. Un canto il suo che generosamente pone l’io personale in secondo piano e sa farsi emblema di un malessere collettivo in cerca di speranza. Lo stato di – dilavamento – umano, lo stemperamento dell’esistenza necessitano così di agganci, ancoraggi solidi, stabili ma capaci di un lassismo figurativo personale scintillante, come un baluginio tra le correnti e l’autrice le naviga mirabilmente; da buona conoscitrice di periodi e stili affronta la rotta con uno sguardo al passato ma proiettata nel futuro, “armata” di una lirica sfrondata del superfluo che si mantiene morbidamente complessa, imperturbabile nell’espressività che serba una cadenza “rotonda”, armonica, come di marea.

Doris Emilia Bragagnini

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Poesie di Marina Torossi Tevini

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La terra desolata

Un tuono secco senza pioggia
…………si infratta tra…………..
……….le rocce dei monti……..

Non si può fermarsi nè pensare
acchiappati alla gola
…..dalla sete

Ho udito la chiave girare
ognuno nella sua prigione

Da tempo tenuti a freno
i veloci aironi
non conoscono
……..che il passo cadenzato
…………..della strada di casa

Eppure non ci sono barriere
il futuro è libero e vuoto

Infinita la pianura laggiù
assetata di pioggia

Seduti sulla riva del mare
si gettavano sassi a piattino
si correva galoppando nel vento
l’acqua salsa spegneva la sete

Con quali pietre pietose
puntelleremo le nostre rovine
di pensieri, di edifici, di parole?

In questo frastuono
affogheremo

Oh almeno cessasse
questa pioggia
che non disseta la terra
ma ci fa spalancare le bocche
chiedendo un po’
di frescura
chiedendo qualche goccia
di nuovo
(non arido non vuoto non fasullo)
chiedendo che ancora
la parola
(qualche parola almeno)
vinca il tempo

si stampi nei solchi inariditi
della terra desolata
d’Occidente

(da L’unicorno 1997)

.
La scoperta del mare

Ognuno scopre
..adolescente
………….il mare
quando le alte pareti
…..di parole
limitate…….amate
diventano all’improvviso
…..troppo strette

Un reticolo di strade
perduteall’orizzonte
la fine…..dell’atlante
e di ogni………viaggio

Stupore
silenzio
…..batticuore
………..La meta
è lo stesso itinerario

(da L’unicorno, 1997)

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Atmosfera iperborea

……Stoccolma
ci sembrava un paradiso
…………………tutta sospesa
tra il cielo e l’acqua
Una pioggia…..veloce
poi subito le nuvole
divennero….leggere
….sottilissime
quasi di cristallo

Non era il cielo
……………..dei Fiamminghi
ma un azzurro fatato
trasparente
e la luce radente
del tramonto
……………..rendeva
tutto perfetto

(da L’unicorno, 1997)

.

Sul Baltico

Il mare……..veloce
……..cancella
………..le orme
………..sulla sabbia
………E subito
non siamo passati
Oh cercare….una pietra
…….qualcosa
per incidereun
….piccolo segno
……del nostro breve
…….passaggio
………della nostra minuscola
………vita

(da L’unicorno, 1997)

.
Giochiamo a scacchi?

All’ombra
……………………….di queste onde irate
ritorni a rinfrescarti
sulla riva
Ecco le tue carte
non barare!
(Ma mi dicono
che in amore
……………..è inevitabile)

La fiamma della candela
………s’affievolisce
ma ancora luccica
uno spicchio di luna
…….intermittente
Tralci di vite
circondanoi nostri corpi
………….pagani

…………….– Giochiamo a scacchi? –
Veramente io volevo
che germogliasse il gelo
che il mare
….desse frutti
….dolci e freschi
che i tuoi occhi superassero
….monili e inganni…
Non giocheremo a scacchi
Da amici
passeggeremo lungo il fiume
…………………………………..Le finestre
il soffitto a lacunari
……………..l’orologio
Aria di chiuso
Riconosci la luce?
Gli arbusti si innalzano…….nel cielo
carezzano con mani audaci……..il sole
hanno sfondato…..la porta
di questa stanza……chiusa
Non siamo nella terra desolata!
Non più abili giochi di parole
barocco compiaciuto
senza
Ah Eliot Eliot
perdona qualche fantasia
……………..arrischiata
qualche utopia
……….di donna
per vestire….di prati
la terra desolata
del ventesimo secolo
E percorrere nel vento nuove piste
……………..dentro il cuore del mondo…

……………– Giochiamo a scacchi?-
No, stasera passeggeremo
lungo il fiume….da buoni amici
vecchi buoni amici
e poi domani
forse
…………….esisteremo
…….Domani
i cadaveri cominceranno a germogliare
……….fiorirà il gelo
non avremo unghie……..per graffiare
domani……forse
l’amore sarà fatto
ad altri patti

(da L’unicorno, 1997)

.

Il liocorno

ci scambiammo sorrisi mielati
con denti truccati
con menti truccate
ci stringemmo le mani
lontane

oh fuggire
in un luogo dove il fuoco
scaldi davvero
e non volino ogni giorno
coltelli

mi venne incontro un liocorno
ingioiellato
sorrideva di profilo
avvolto in verdi drappeggi

(una luce bianca piove
blu mare /blu di speronella)

le ho detto parole
e mi ha creduto.
un liocorno ingioiellato
mi tendeva la mano,
sorrideva con denti di lupo
e di guerriero.
a forza salimmo le scale

(inedita 2003)

.
Pantera

srotolando gomitoli di vetro
cammineremo tutta la notte
con mani audaci disperderemo
il nostro miele
la nostra forza è un albero
che dona frutti acerbi
(una pantera inquieta
balza su di noi
e ci divora)
srotolando gomitoli di vetro
abbiamo camminato tutta la notte,
con deboli mani
abbiamo disperso il nostro miele
(una pantera ci guardava
da un albero)

ci siamo acquattati e nascosti
ci hanno benedetto e dato
gli anelli
ci hanno messo dei sonagli intorno
al collo
poi ci hanno dato un indirizzo
per far quadrare i conti

ecco, è iniziata l’avventura
(se così si può dire)
tra steccati
e filari di olivi

dissodiamo con cura questa terra
la giungla la guardiamo
da lontano

(inedita 2007)

.
Il canto di Prufrock
(à la manière di Eliot)

e allora andiamo tu e io
mentre la sera si avvolge nel cielo
andiamo per strade semideserte
per notti senza riposo

la nebbia si strofina la schiena contro i vetri
e tu mi chiedi
ci sarà tempo?
ci sarà tempo per te e per me?

(nella stanza le donne vanno e vengono
parlano di Michelangelo)

ci sarà tempo per te e per me?
ci sarà tempo per creare un mondo con le mani
prima di prendere un tè abbrustolito
prima che ci portino confetti e crisantemi?

ci sarà tempo? ci sarà tempo
per decisioni e indecisioni?
tempo per indossare cravatte variopinte
tempo per invertire le rotte
e sbagliare i bersagli
tempo per berci un caffè e per parlare?

(nella stanza le donne vanno e vengono
parlano di Michelangelo)

potrei rischiare?
ho conosciuto la musica che confonde
ho conosciuto profumi
ho conosciuto le braccia
(braccia ingioiellate e bianche e nude
braccia appoggiate a un tavolo o avvolte in uno scialle)
potrei rischiare ancora?
prima che il crepuscolo si infili nelle vie più strette
prima che gli artigli camminino sul fondo del mare,
potrei osare?

potrei comprimere l’universo in una palla
potrei osare?
dopo tramonti e cortili e tazze di té assieme
dopo le parole e i troppi romanzi
potrei osare?

ho udito le sirene cantare
ho pensato che cantassero per me.
potrei osare?
ho visto le onde al largo
ho pettinato la schiuma del mare.
potrei osare?
prima che ci portino un té abbrustolito
prima che ci offrano confetti e crisantemi…
possiamo osare?

(inedita 2011)

.
MARINA TOROSSI TEVINI nata a Trieste è laureata in lettere classiche e ha insegnato dall’82 al 2000 al Liceo classico “Dante Alighieri”.
Ha pubblicato nel 1991 la raccolta di poesie “Donne senza volto” (Italo Svevo) – 3° classificato al Premio Cesare Pavese 1993. Ha ricevuto nel 1993 il 1° premio al concorso letterario “Il leone di Muggia” con il racconto “Una donna senza qualità” (pubblicato sulla rivista Borgolauro). Nel 1994 ha pubblicato la raccolta di racconti “Il maschio ecologico”- finalista al Premio Carrara Hallstahammer 1995, nel 1997 la raccolta di poesie “L’unicorno”(Campanotto). Ha pubblicato nel 2002 la raccolta di racconti “Il migliore dei mondi impossibili”, nel 2004 il romanzo “Il cielo sulla Provenza, nel 2008 “Viaggi a due nell’Europa di questi anni” – menzione speciale al Premio Trieste Città di Frontiera 2008 –, nel 2010 “Le parole blu” – 1° premio per la narrativa al Golfo di Trieste 2013 e nel 2012 la raccolta di racconti “L’Occidente e parole” (Campanotto) – vincitore della Sezione narrativa al Premio Contemporanea d’ Autore 2013 di Alessandria.
Compare in alcune antologie tra cui “Nella fucina delle parole, “Poeti triestini contemporanei”(Lint 2000), “Trieste la donna e la poesia del vivere” (Ibiscos 2003), Antologia del decennale del Pen Trieste (Hammerle 2013). Collabora alle riviste Arte&Cultura e Zeta. Fa parte del direttivo del Pen Club Trieste e di altre società culturali.
È attiva anche in web. Sue opere sono presenti in rete e nel suo sito personale www.marinatorossi.it cura il blog l’Ippogrifo letterario.

……..

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6 Risposte to “Marina Torossi Tevini”

  1. fattorina1 Says:

    Le poesie trasmettono non senso della vita copnfuso e inconcluso, contraddittorio, intelòligernte e ferino. Giustamente. Siamo animali umani. Ci piace sognare e costruire giocattoli per poi disfarcene con noncuranza facendo male agli altri. Anche Marina non riesce a trovare il bandolo di una matassa che la conduca ad una meta certa e allora vaga e divaga. Indubbiamente sono poesie che sollecitano il lettore e che si prestano a letture multiple.
    Narda

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  2. marinatorossi Says:

    Grazie, cara Narda della tua lettura e di aver colto alcuni elementi della mia poesia come i riferimenti a Eliot, il disorientamento, il rifiuto di facili certezze

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  3. marinatorossi Says:

    Grazie a Doris Emilia Bragagnini per la sua ottima Introduzione!

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  4. Villa Dominica Balbinot Says:

    Certamente le profonde e “ricche”note di lettura di Doris Emilia Bragagnini e le osservazioni acute di Narda Fattori possono essere di ulteriore meditazione , ma così nell’immediato ( e assai assai personalmente) io apprezzo in modo convinto la poesia finale “Il canto di Prufrock ( a la maniere di Eliot).

    grazie per la proposta.

    un saluto.

    Villa Dominica Balbinot

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  5. marinatorossi Says:

    Grazie a te, Dominica, per il tuo apprezzamento. E’ una delle poesie che amo di più

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  6. Marina Torossi Tevini | il giardino dei poeti Says:

    […] Il mare è la costante di questi componimenti sintomatici, sia in essere sia nel moto simbolico a farsi riferimento assiduo d’infinito, un esempio nel capovolgimento di coordinate preordinate come nel cielo di una Stoccolma ri_visitata, dove il disorientamento, la deliberata resa della sensazione di precarietà umana e dell’insensatezza del vivere si fanno improvvisamente scudo con una benefica tregua, dove la perfezione è assurta a simbolo di episodica cognizione raggiunta esclusivamente in quanto stravolgimento dell’ordinario, del reale (Doris Emilia Bragagnini). continua qui… […]

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