Narda Fattori

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Narda Fattori: un percorso critico.

“Il tempo che nel libro di Narda fa da protagonista assoluto non è il ‘macro-tempo’ che accompagna e asseconda i grandi ciclici mutamenti del mondo, non è il ‘tacito infinito andar del tempo’ leopardiano; è piuttosto il ‘micro tempo’ che misura e scandisce i giorni umani, gli eventi che vi accadono e i segni che li mutano: il tempo medicina-male… Tra tenaci memorie di asprezze lontanate ma non mitigate dal tempo, e non meno tenaci ansie di perduranti attese, è dichiarata a lungo la ferma assunzione di un presente portato con peso di sofferenza, ma anche e più con lucida passione di verità” (Andrea Brigliadori: dalla Presentazione a L’una e i falò, 1998).

“La poesia di Narda Fattori riscopre la musicalità insita nella tradizione metrico-melica della nostra lingua: sceglie con coerenza di sfruttare tutta la ricchezza lessicale – antica e nuova – dell’italiano” (Gianfranco Lauretano).

“Nella sua poesia si trovano anche i riflessi di una cultura classica investiti di una sofferta sensibilità moderna. Muovendosi entro un proprio spazio dialogico, l’autrice lascia aperta ogni ipotesi: la realtà sul filo del sogno è il compromesso giocato con se stessa per il tramite della poesia” (Giulio Panzani).

“In cerca della salvezza che, secondo Kafka, non è nella letteratura, ma, forse, attraverso la letteratura, la pagina di Narda Fattori mostra un senso tragico quando si misura con la morte quotidiana non per esorcizzarla, ma per appropriarsene, restituendole cadenze e voce umana” (Giuseppe Addamo).

“Rimane la complessa, elaborata bellezza dei testi, la profondità di una pronuncia che scava parallelamente nella storia di sé e nella vicenda universale, la necessità di un dire che ha la forza di un gesto scolpito” (Stefano Valentini).

Se la ricerca, persino un po’ ossessiva, di una propria originalità è l’ansioso problema di tanta maggiore e minore avventura poetico-letteraria dei nostri tempi – essere una voce che almeno si distingua dal coro innumerevole – , si può dire che Narda Fattori gode ormai in buona misura di tale acquisito privilegio. Ogni suo libro lo conferma e lo rinsalda. Non toglierei né aggiungerei una
virgola alla “descrizione” che della sua poesia mi accadde di dare nel 1999:“la compattezza compositiva; la sostenuta, convinta intonazione del dettato poetico; la densità tematica; la signoria della correlazione metaforica; il battito fermo dei versi”. ( Andrea Brigliadori)

Sarà opportuno premettere che quella di Narda Fattori è poesia della calda vita, materiale incandescente che sgorga dall’esperienza del vivere temprata dal dolore e dalla sofferenza e sostenuta dalla cifra aurea della parola amore, mai scontata e anzi assolutamente esigente, non idillio arcadico o facile idealismo romantico, non éros, se mai agápe, parola chiave che attesta di una coerenza tematica dell’intera opera poetica, dal primo all’ultimo libro.
La sua lirica non si nega alla prosa e da sempre i suoi versi fluiscono ore rotundo; neppure ora la parola è assolutamente distillata perché il principio che la muove resta la chiarezza del dettato e una generosità cui preferisce sacrificare il nitore del verso e già da tempo la musicalità stessa. Anzi, se a un certo punto, nell’ultima fase del suo percorso per esigenza di essenzialità aveva talvolta rischiato una sorta di ermetismo del testo, con questa raccolta sembra trovare il suo timbro più autentico: le svolte si colgono nitidamente, il processo di spoliazione diviene più radicale, la parola più contigua al silenzio senza mai negarsi quando necessaria.

Le ultime precedenti raccolte volgevano a un plurilinguismo che trascriveva in tempo reale la rappresentazione del mondo; e più intensi che mai esprimevano il disagio di certe irruzioni, il dolore personale e sociale che sempre manifesta la somatizzazione patologica del disagio stesso: non tanto per penuria, quanto per eccesso e dismisura, disadorne si percepivano le cose, le giornate, le cronache, sì che la disarmonia si imprimeva sulla carne. Non che ciò sia venuto meno, ma più ferma è la voce e più decantate le scorie imprescindibili delle contaminazioni con il vivere nel mondo e le sue pene. Ora anche il lessico si spoglia: le parole straniere, quelle più stridenti che restano, afferiscono alla sfera del quotidiano e dunque sono solo quelle indispensabili.
( Anna Maria Tamburini)

IL VERSO DEL MOTO

Di questi versi vorrei
fare un canto schiuso
da usignolo o da allodola
che superi l’orizzonte a barriera
e al tramontare delle stelle
non tremi e si faccia nido
con abbondanza di mensa

si faccia preghiera

vorrei cantare l’amore
che sboccia anche sugli spini
e fa belle le rose e le bacche
le strade alberate i cani in rincorsa
l’odore dei bimbi e dei vecchi
vorrei dire la vita

è la mia passione questo amore
questo dolore che non muore.

*
Era luglio
ero nata cicala sulla pagina
del gelso ombroso
e l’inno vibrava sottopelle
ma incontri nel buio mi hanno roso
ali e falangi

Peregrinando lungo la strada
ho sentito la forza del sole
far fiorire la terra
in amplessi di pane di vino e di olio
e fiori minuscoli ranuncoli
violette ubriache fra l’erba.

Anche attraverso le inferriate
il gran sole mi ha toccato
con lame di luce
perché fossi ogni volta sanata
e reggessi l’urto della notte
per albe rosate come dita neonate

per nuove barricate
di resistenza determinata.

*

La bambina si divertiva
nel gioco di specchi rovesciati
faceva le smorfie
s’incrinava al dolore nel petto

i pugni ben stretti in tasca
stringeva semi minimi-chicchi
coltivava una speranza di terra
con le gambette in corsa
lungo via Viole.

Donna mi stringo la bimba
la metto al riparo dal troppo
e non ho alcun desiderio
di altri orizzonti
amo questo spicchio di cielo
che mai si negò al mio cospetto
e si prese incanti e insulti
non avrei meritato di più.

Sta in queste strette curve
a perpendicolo dove il rischio
civetta con l’usignolo
il brivido lungo della vita
e resistere resistere insistere
perché le noti del canto
si sollevino oltre la polvere
verso quel ponte che mi attraversa
e mi affratella.

*

Oggi devo preoccuparmi
della dicondra che cresce
lenta e si fa sopraffare
dagli infestanti
tenero muschio
e prepotente gramigna

avrei preferito occuparmi
di queste parole rinnovarne
il suono la semenza

balenò un fulmine
annerì di fuoco senza fiamma
il gelso sopravvissuto
dai tempi dei bachi

cauterizzo malamente
ma senza deflettere tengo
tutte quelle radici
quante! che come quel gelso

se respirano terra vivono
all’aria rattrappiscono
come mani che invocano
e restano vuote.

*

E brivido sentendo
prossima la res nullius
ho bisogno di denti forti per mele sode
e vista acuta d’ aquila
per abbandonare al cielo di settembre
giacigli di atarassia
e lontana –indimenticata- la cantilena
dell’aia di giugno
“Lucciola lucciola vieni da me
ti darò pan del re
pan del re pan della regina
lucciola scappa – non venirmi vicina”

Ma tu figlio mio
racconta a tuo figlio
la storia delle mani e sarà
un principe saggio come un contadino
saprà le ore e i cicli e le stagioni
della semina e del raccolto

saprà che le cose cambiano di posto
anche di natura ma non scompaiono mai
e la luna si beve i sogni
si fa piena
scompare e poi ritorna.

*

Si sta sempre in trincea
virtual-visiva
altri mali vivono negli organi
negli arti nel cervello
il dolore localizzato
è rassicurante
periartrosi alla spalla
cefalea e tracheite
una polmonite forse
medicinali e riposo
e i grandi mali andranno
per spurghi in cannule
resisteremo se individuati per tempo
per tempo …che significa?
Il tempo si moltiplica soltanto
sull’orologio finge di dividersi
ma procede dopo il massacro
ticchettando ignaro.

Ci nascondiamo in interstizi
di luce neghiamo
il procedere tagliente della pendola
che ticchetta ticchetta …

e non sappiamo quando
esaurita la carica
cesserà il tic –tac
e se ci sarà ancora tempo.

 

 

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3 Risposte to “Narda Fattori”

  1. leopoldo2013 Says:

    Come non esprimere gratitudine a Narda Fattori per questi versi ,
    ora come in passato .
    leopoldo attolico –

    Mi piace

  2. cristina bove Says:

    “… saprà che le cose cambiano di posto
    anche di natura ma non scompaiono mai
    e la luna si beve i sogni
    si fa piena
    scompare e poi ritorna….”

    grazie.

    Mi piace

  3. Antonino Caponnetto Says:

    “E il cuore non muore, quando sembra che dovrebbe”. Scrive così Czesław Miłosz. E se il riferimento di cui mi servo è alto, è perché alto, profondamente vitale, è il canto, l’intrinseco senso, il nucleo eternamente pulsante della poesia di Narda Fattori. In questa Poesia tutto ciò che la rassegnazione umana usa chiamare morte è invece altro da questa: è momento e passaggio di trasformazione, evento singolare e prezioso che nell’eterno moto universale dona alla vita un volto sempre nuovo. E ringraziare Narda per questo è certo poca cosa, ma è anche la sola da fare.

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