Francesca Del Moro

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LE_CONSEGUENZE_DELLA_MUSICA_cover_fronte

 

Da: Le conseguenze della musica, Cicorivolta 2014

 

Io quel suono
avrei voluto prenderlo in braccio
e accarezzarlo
tanto era morbido e dolce
come il suo inaspettato
slancio fraterno
che mi ha spostato
il cuore da una parte.

*
Come posso fare ora
le cose che devo fare
ora che sono
così riempita di luce
che i confini della pelle
si dissolvono.

Lo stridere che non capivo
era di porte che si aprivano.

Chi l’avrebbe detto
che sarei stata letto di fiume
allo scorrere del suono
nato dal poeta
che non ho mai sentito
fino in fondo.

*
Cosa non faremmo
noi
per un’imitazione d’amore,
un’impressione di tenerezza,
un abbraccio simulato,
qualche distratta carezza.
Cosa non faremmo.

*
Ferroso e freddo
è il cielo del mattino,
si chiude a coperchio
sull’attesa.

Ma io sento
il sapore del sole
tra le labbra
al pensiero
dei giorni a venire
e che tu ci sarai.

*
(Alle nove del mattino)

Pulisciti i piedi
sullo zerbino
sfilati l’amor proprio
silenzia la coscienza
preparati un sorriso
ed entra.

*
Le schiene impaurite
sono curve sulle scrivanie,
separate dalle mura
della loro solitudine.

Ai bimbi porteremo
la minestra in tavola
e non insegneremo nulla.

Gli occhi fissi sullo schermo
aspettano solo la fine del giorno.

E io sulla tastiera batto
la mia rabbia senza sbocco.

*
Gli autobus vanno avanti
sospinti dalle ore.
Ho gli occhi pesanti,
il corpo spossato,
i pensieri distanti.
Guardo le persone,
le loro facce stanche,
guardo il finestrino,
come se la strada che scivola,
i brutti caseggiati
e le spente campagne
nascondessero qualcosa,
non so,
un amore.

Un amore
per cui valga la pena
tutto questo,
un amore che aspetta.

*

È tutto qui?
È davvero tutto qui?
Cosa?
La vita.
Cosa dici, figlia,
finché c’è la salute,
alzati, avanti, stira
quella pila di panni,
riordina la casa, non vedi
che è sporca, fa schifo,
approfitta del fine settimana,
da lunedì non ce la farai,
che devi andare al lavoro,
ringrazia iddio che ce l’hai
ancora, un lavoro.

*

Una goccia d’olio
è caduta sulla tovaglia
mentre mi ripetevo
devo devo devo.
Ho un pensiero bizzoso
e un filo di pianto
che mi scivola dentro.
Con lo sguardo offuscato
ora fisso la macchia.
E sul pavimento sporco
anche il mio corpo
è una chiazza che si allarga.

*

Chissà se lui sente
la carezza dei miei occhi
sulla sua schiena
ogni volta che esce.

 

 

Dalla Postfazione di Martina Campi:

È l’amore che non si può non scrivere, che trascina con sé ben oltre ogni inimmaginabile conseguenza. Forse là dove si nasconde il mistero di tutto questo, la poesia, la mancanza, ogni forma del coraggio, e il loro senso. Come se il senso fosse qualcosa di speciale, che ti cambia la vita. La vita qui sta nella poesia. La poesia che scatena (al)la vita.

 

Per ogni tu: irraggiungibile, reale o immaginario, presente o ricordato, c’è un corrispondente io. Io ruolo, io definizione, io sagoma stilizzata, io vuoto, io lavoro, io casa, io poesia. Io corpo.

E se spesso l’io assume il ruolo della mancanza, della nostalgia, persino della bruttezza, altrettanto spesso, forse come il plasmare del suono sul cuore di creta, mostra la propria nudità nell’incondizionata disponibilità all’accogliere (Ti ricevo / come una pioggia di gioia. // I tuoi occhi, la tua bocca, / la tua voce / che non sa di raggiungermi), o lasciar andare, per poche ore o per sempre (Chissà se lui sente / la carezza dei miei occhi / sulla sua schiena / ogni volta che esce), a proteggere e aspettare. Nel risplendere (Come posso fare ora / le cose che devo fare / ora che sono / così riempita di luce, / che i confini della pelle / si dissolvono). Questo è il suono (o il sogno, dispensatore di realtà quasi tangibili, quasi), la musica che fa tremare, squarcia, e insieme illumina, abbraccia, consola. Ogni amarezza vi scorre scivolando, sciogliendosi in nodi di malinconia, bagliori di luce, istanti di contemplazione. Adunata di versi che si fa leggere in continuo addentrarsi, e confonde, riflette (in) ogni forma, non lascia tranquilli, chiama dentro senza avvisare, né chiedere il permesso, ma non per dispetto, piuttosto come occasione da cogliere, che in ogni momento si può rifiutare, o rimandare. Mentre ti ferisce e guarda sanguinare e allo stesso tempo ti colma di una dolcezza sconfinata, quasi incontenibile.

 

Francesca Del Moro è scrittrice, traduttrice, editor, performer e organizzatrice di eventi legati alla poesia. È nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. È laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza della Traduzione. Ha pubblicato i libri di poesia Fuori Tempo (Giraldi, 2005), Non a sua immagine (Giraldi, 2007), Quella che resta (Giraldi, 2008), Gabbiani Ipotetici (Cicorivolta, 2013), Le conseguenze della musica (Cicorivolta, 2014). È autrice di una traduzione isometrica delle Fleurs du Mal di Baudelaire, pubblicata da Le Cáriti nel 2010. Fa parte del collettivo artistico Arts Factory, con cui ha realizzato opere di videoarte e videopoesia. Ha contribuito come poeta, traduttrice e performer ai cataloghi, alle opere di videoarte e alle performance di presentazione delle mostre collettive di arte contemporanea Scorporo (2011), Into the Darkness (2012) e Look at Me! (2013), tutte curate da A. M. Soldini. Alcune sue poesie sono incluse nelle antologie Il ricatto del pane (CFR, 2013) e 100.000 poeti per il cambiamento. Bologna – Primo movimento (Qudu libri, 2013). Nel 2013 ha pubblicato la biografia della rock band Placebo La rosa e la corda – Placebo 20 Years, edita da Sound and Vision. Cura la rubrica Poemata. Versi Contemporanei sulla rivista ILLUSTRATI edita da Logos e scrive di musica per il magazine Sound and Vision.

In copertina:
“Dream of Paper “, fotografia digitale, modella: Jara Marzulli, © Angela Regina 2012

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9 Risposte to “Francesca Del Moro”

  1. SoniaLambertini Says:

    Complimenti Francesca e un grazie a Cristina per questo articolo.

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  2. fattorina1 Says:

    Parole che rivelano il tanto che è nebbioso, che s’affaccia appena e si vorrebbe fermo e certo; ma poco e nulla abbiamo di sicuro, di salvezza; ci contorciamo per non finire preda e spalanchiamo gli aerei siti della fantasia in un’ttesa che ci consuma.
    Narda

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  3. francesca del moro Says:

    Grazie Sonia, tengo molto alla tua considerazione come sai.
    Grazie, Narda, per le tue parole così attente, mi fanno capire che quel che volevo trasmettere è passato ed è sempre il primo dubbio a ogni nuovo lavoro, soprattutto se ci si sforza (e riuscirci è solo una speranza) di non rimanere uguali a se stessi. Mi piace molto l’immagine della nebbia. Questo è un libro che nelle mie intenzioni vuole essere diverso da come sono stata recepita in passato (con un accento sul sarcasmo, la durezza, che fanno di sicuro parte di me) per tentare una strada nuova. Nelle mie intenzioni, è un libro politico in cui, invece di descrivere o denunciare una realtà di alienazione, ho provato a metterla in scena attingendo a ciò che conosco bene. Una realtà fatta di rassegnazione e fuga.

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  4. Come Undone Says:

    Ciao Francesca, la tristezza è poesia di per se stessa, ma tu l’hai vestita di versi molto coinvolgenti. Brava!

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  5. scriptumslam Says:

    Una fluidità di versi che sembrano vita, anzi lo sono. Ed è questo che amo, la non divisione tra parole e vissuto. Atti di coerenza con la vita e con la scrittura che mi fanno sentire un po’ meno sola. Grande Del Moro e grazie Cristina per l’articolo.

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  6. cristina bove Says:

    grazie a Francesca, che, con l’intensa comunicativa dei suoi versi, avvince mente e cuore, e abbraccia un po’ anche noi.

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  7. FRANCESCA DEL MORO Says:

    Grazie per la vostra lettura e i vostri bei commenti. Sono felice se ti sei sentita abbracciata, Cristina. In passato mi parlavano sempre di “pugni nello stomaco” riguardo alla mia poesia, in questo caso era urgente per me elargire abbracci e carezze, spero che le riceverete da tutto il libro quando ve lo darò.

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  8. martinacampi Says:

    Una voce inconfondibile, un attraversamento al contempo misurabile in gradi, ovviamente 360, e in intensità, quasi una febbre, una pressione, non misurabili.

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  9. marinatorossi Says:

    Una voce molto interessante questa di Francesca Del Moro, che non conoscevo. Grazie a Cristina che ce l’ha presentata

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