Federica Galetto

by

 

 
Traducendo Einsamkeit

E’ il fuoco che m’attraversa
La redine della corsa non tirata
La molle cesoia del corpo in regime
Ad assaltare le curve prive di vergogna
resisto appena
Compulsiva in tendere assoli urgenti
Cavalli bianchi nell’occhio
Variazioni multiple del colore
(E tu vedevi i miei stessi colori
Allunando nelle pause)
nell’imbuto capovolto e la testa,
la testa in incrocio al bacino esposto
Decine le spinte corrotte
per perdere rotte definite
E’ il fuoco che m’attraversa
Nei mondi abnormi della conta
senza resto e senza risparmio che
riempio
Assecondata dai gesti di filo con trama
fitta
districata a matasse nel ventre
Traducendo Einsamkeit rompo le righe
E mi sbrano contenta
d’essere farfalla tinta nella fiamma
e nella parola che trasmuta
di deserto in valle e filo d’erba tenero
Poiché esistono violetti di corporatura robusta
e verdi sfacciati nei rossi della pelle
e miriadi d’occhi veri che attendono risposte
per crescere ancora nei miei geni
come gerani piantati in settembre
a svernare in teche trasparenti e tiepide
Traducendo Einsamkeit di notte
Non c’è che sole quando le brume dormono
Passando dal palco di Keats riemergo
ai boschi di Treichel
In Bellezza

*

A spasso con Proust

Era abbastanza costante
L’andare e venire del ritmo
Costretto nell’immobile rigidità
del presente
[ un’ora non è soltanto un’ora,
è un vaso colmo di profumi,
di suoni, di propositi e di climi]
Secca vena rimarginata di fresco
I passi deserti delle cose e delle idee
alle tempie battevano
Così avveniva nel dimostrarsi meno duro al sentire
che l’amo d’una rimembranza sfiorisse dopo il profumo
(Un tovagliolo inamidato che)
[aveva precisamente la stessa inamidata rigidezza dell’asciugamano
con il quale aveva tanto stentato ad asciugarsi davanti alla finestra,
il giorno del mio arrivo a Balbec]
Rendeva possibile un corso di mite significanza
E gioie insperate all’aprirsi d’un suono
Davanti nulla spiegava l’evento
Si svolgeva contratto e poi assolto dal buio
Nella mente uno spiraglio di luce sognava
tornando alle posate e ai piatti tintinnanti
Rumori decisi a intrufolarsi fra silenzi
senza ricordi
[il passato è nascosto al di fuori del suo dominio e della sua portata,
in qualche oggetto materiale che noi non sospettiamo]
La bellezza di esser stati e di aver toccato e posseduto
L’ematoma sciolto del tempo ora sui selciati
Le paure dei giochi e una bambola rotta
Un melo fiorito nella campagna distratta
Batte forte il lampo contro vetri appannati
Si raggiunge la cosa nella sua concretezza
Dimenticata non più
Adesso che balla il minuscolo lembo di stoffa
alla gonna di mia madre
[Dipende dal caso che noi incontriamo questo oggetto
prima di morire
oppure non lo incontriamo]

Le mille ruggini

Ancora c’erano le mille ruggini
del passato e le torce
accese per sbaglio dai dirimpettai matti (i pensieri)
Che s’abbeveravano come giunchiglie ai fossi
Separando il fango dall’acqua sporca
Così si diceva fosse quella donna
Un incamminarsi eterno di luoghi e passi
Di strade e fratte bagnate sotto il cielo
sperduto di memoria
Le gambe lunghe che attraversavano
parole incipienti, sconnesse
Sottovoce pronunciate come per sbaglio
ai piccoli lucernari nel vialetto di sambuco
Tra le prataiole e le fioriture
Sotto i muretti d’un pozzo oscuro
O ancora, quando si levava il giorno
(scambiato per buio)
a discorrere senza parlare
con i suoi più stretti amici
Anime, Anime erano forse
quelle presenze che battevano sulla sua spalla
Spingendola ad andare avanti e a cercare
davanzali di viole da rubare
La scorgevo in un solo affiancarsi d’ombra
Sui sentieri e nelle curve dei colli
Senza borsa o paletot d’inverno
Senza mai un riparo dal sole d’estate
Di tanto in tanto avevo pensato di voler esser lei,
(avevo sperato) di mischiare le mie frasi di verità
con le sue, o di piegarmi in ginocchio
a chiederle come poteva,
distinguere così bene
i giusti dai mistificatori
Lei non conosceva Keats
né mai aveva odorato le pagine brunite
d’un libro vecchio e stravecchio
che raccontava d’amore
Il suo alfabeto s’impiccava al silenzio
come le ore che assalivano le persone sole
Distaccato dalla lingua e sovrapposto alle spalle
Ma i suoi piedi volavano in immense circonvoluzioni
E passaggi
E danze
I suoi occhi blu d’oltremare sfinivano le intemperie
In quei percorsi distratti dal vuoto e dal furore
Delle mie povere cose non avevo che un occhio
Perpetuo sulla fronte ad intagliarle nella memoria
Lei possedeva il mondo e lo nascondeva
A proteggerlo dai viottoli stretti
Dall’amarognola cicoria del contadino afflitto su per la strada
La mia stessa percorsa a tentoni senza braccia o gambe
A riconoscerla
Era un limpido specchio di myosotis
Un’altalena d’assenza e di stelle sparse sui muri
Era come l’aquilone
nel vento poggiando sui fiati della pioggia
Un ricalcarsi d’invettive al suo Dio
Ma Dio, Dio sedeva a guardarla
Senza fermarla mai
L’osservava tenendo me per mano
e lei alla catena della libera afflizione
Senza perdonarla.
Io avrei voluto andare.
Lei fermarsi.

Testi da “Traducendo Einsamkeit”, Terra d’Ulivi 2014

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6 Risposte to “Federica Galetto”

  1. federicagaletto Says:

    Grazie Cristina e a tutti coloro che vorranno soffermarsi. Un caro saluto,

    Federica

    Mi piace

  2. Anna Maria Curci Says:

    Chiede di ritornare a ripercorrerne i versi, la poesia di Federica Galetto da “Traducendo Einsamkeit”, la musica della cura, della riflessione, dello spazio dato – scovato, preparato, seminato – alla parola creata, alla parola tradotta. Spazio che si distende in ampiezza e profondità, il ritorno alla lettura serba e dispensa ulteriori vie di conoscenza. Grazie.

    Liked by 2 people

  3. federicagaletto Says:

    L’ha ribloggato su La lepre e il cerchio.

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  4. fattorina1 Says:

    Sono poesie lunghe, disagevoli nella lettura perché a squarci lirici accompagnano ampie digressioni narrative; chiedono di tornare a leggerle, ad accogliere il fiore sbocciato sotto il lungo dettato. Ma, Federica, forse il limite è mio, amo la folgorazione e non la passeggiata nei boschi letterari… Ma c’è maestria in ciò che scrivi e io tornerò a leggere per la terza volta per ripercorrere quel foglio che ogni tanto mi si nasconde.
    Narda

    Liked by 1 persona

  5. federicagaletto Says:

    E’ la mia vena questa, particolarmente in questo mio ultimo libro che riassume forse meglio di altri le mie due voci, quella poetica e quella narrativa. In effetti fatico a definirmi Poeta. Sono una scrittrice, questo è l’unico vero termine in cui mi riconosco. Grazie

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  6. marinatorossi Says:

    “I suoi occhi blu d’oltremare sfinivano le intemperie
    In quei percorsi distratti dal vuoto e dal furore
    Delle mie povere cose non avevo che un occhio
    Perpetuo sulla fronte ad intagliarle nella memoria
    Lei possedeva il mondo e lo nascondeva”
    Sono, a mio parere, versi di ottima poesia. non mi sembra che ci sia il limite di un dettato che alterna prosa e poesia ma un personale percorso intarsiato di elementi culturali e squarci lirici

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