Mariolina La Monica

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Per percorsi a rotta variabile che a volte compiono le carte, mi è giunto in lettura questo librino di poesie, che poi non è un libriccino ma un poemetto ricco di metafore e visioni che vorrebbe andare oltre il volo cablato delle ali in sintonia con il vento, che tenta di perforare le luce e l’ombra del cielo perché sa che cela verità seduttive e derisorie.
E’ di facile comprensione l’analogia dell’aquilotto con l’uomo: hanno forza, potere, la certezza della loro identità, eppure entrambi non giungono ad alcun risultato certo, si spingono fino ad essere esausti dentro questa grande bolla che li serra e impedisce loro ogni certezza.
Aquilotto o umano debbono accontentarsi delle visioni, delle fantasmagorie nate nella loro testa.
Certi e amareggiati.
“ Vai corrente di cielo / veloce fiato alle mie ali / trascina il petto / inoltra il mio becco nel vento / illumina il mio occhio./ Luce / voglio luce sull’ombra / spaccare ogni mia nube / ascendere sino a sfiorar lontano./ …
Questi pochi versi declamano il desiderio di oltranza e l’impossibilità di conseguirla.
La poetessa si è impegnata in una impresa di grosso respiro; attorno a questi temi
(Chi sono. Dove sono. Da dove vengo. Qual è il fine. Quale la fine… ) Non diversamente da altre menti eccelse non ha trovato risposte e becco, artigli e ali possenti non sono stati sufficienti.
E’ apprezzabile il numero dei tentativi dei punti di vista e delle possibilità: la poetessa si cimenta a tutti i lati dell’aere là dove sembra si apra uno spiraglio: “Ma ha venti sulle voci di altre ali /laddove la compattezza è breccia / è lo smalto / è dritta via./ Pertchè vagare ancora? Gli risuona / perché affondare su terre ripiegate?/…./ e ancora : “…./ scivola il vuoto / scivola l’immaginario / scivola. /
Il desiderio di portare a compimento l’opera , a volte spinge a trascurare il ritmo e il metro, così che il verso appare scabro, reticente e altre volte si vota al lirismo. Si leggano con attenzione gli ultimi versi dove si invoca la speranza fraterna per… durare… La metafora sulla quale si articola il poemetto è ben azzeccata: l’aquilotto va a braccio con l’uomo, l’uno dall’alto mirando la terra, l’altro dal basso mirando il cielo. Opposti e fraterni. Non sempre uguale l’esito poetico: a strofe di dettato risoluto si susseguono altre dall’esito più incerto ma l’impresa non era facile.
Per dire altro e di più dovrei meglio conoscere la poesia di Mariolina; la lettura di questo poemetto mi ha lasciato un gusto amarognolo che ben conosco.

Narda Fattori

5

Ed il nido scompare
tutto scompare
scompare l’impronta di chi l’ha costruito e la frasca si perde.
Solo un solco dove poggiava resta.

il figlio dell’aquile attende
stupido attende senza saper più cosa.

Non portate l’infinito sulle sue dure labbra
non portate albe e scie mutevoli del giorno
quando questo giace disperato in un angolo
e poi a sera svanisce come un inutile fiore che giacque
inutilmente per morire.

Domani è morte
domani per chi vive son tamburi.
                             

6

“Sempre gli stessi uomini
sempre uguali i gesti e le parole:
al muro.
Al muro bende sugli occhi e fucili spianati là sulla pianura.
Dimmi
chi regge le chiavi delle prigioni?
Forse il despota diavoletto che inonda di duro queste rocce
o forse la voce del crepuscolo che salta e balla?

E trascina
e trascina polvere e foglie”.

7

Sulle verdi vallate
e campi, e strade, e casucce strette per paura
s’accendono di festevoli falò alla vendemmia.
Boccali colmi di risate e danze su danze si trascinano
                                                                     [al buio

                                                                      

16

“Ora che fuggo
e chiarno il dolore gioia e ogni gioia il bagliore
chiara contemplazione
mio fiore
punto predestinato già al mattino
dove t’ho scordato?
Lascia che io allarghi l’occhio a ogni momento
è la finestra
da cui intenso mi può inondar l’immenso
è la finestra squartata del mio cielo”.

17

E il suo giorno origlia il vento e bacia un fiore che tende
[all’ infinito
e il passo suo calca le sue ombre.
Lui vive la dove il suo orizzonte si fa’ e si decompone
scomparso e il giusto attracco nei suoi occhi
scomparso.

Ridategli il suo occhio sereno ed il suo nido
e l’acqua chiara della fonte antica
che lui la porti nella patria dei semi e delle zolle.
Ridategli il silenzio limpido
il respiro paziente
e la carezza tenera del giorno che s’inoltra e s’abbandona
[nel sonno.
Ridategli a navigare luce nella sua casa dell’ oggi e del domani.
Ridategli.

 

18

“Ogni mattina a dar senso alla vita ogn’aquila vaga la valle
setaccia la regione.
Come me
proprio come me
pnma
quand’era il sole.

Ma oggi non caccerò
oggi perlustro cime …
… e la scure s’innalza”.

 

21

Ma anche tra il gelo
si rincorrono gli astri
e solcano dirupi e piane, disperazioni e gaudi
che bramano la parvenza d’una culla.
Nulla si ferma perché tu non sei
nulla si ferma per ritrovare un giorno
quando a ogni giorno
sudate cresci spighe.
Con l’occhio colmo
-stretto in troppo affanno-
bramando pace
scioglie in alti effluvi quel suo andante stracciato che ridesta
le ortiche
i gorghi
l’ ondulanti brine
caldi tutti i risucchi del sublime.
E si fa’ gemma di canti e di barlumi
ne fa’ il suo fiume
ne cresce mille vele
lampare a raggio e sete su quell’acque.

                                                   

22

“L’aria è assassina
ma l’urlo della valle
mi porta essenze di primavera a sera
quando ogni alito si fa rosa sul fiato
e argenteo è il cielo
tanto esteso il chiarore
che mille tenerezze avvolge agli occhi.
Ora gli parlo al cielo delle sere
modula i suoni
raffina lo sgomento
traccia i contorni di tutto il pianto che s’avvizzisce al chiuso
dei mille volti costretti in un sorriso.
Ora lo guardo il cielo delle nubi.
Ora non parlo
lascio parlar la notte.
Ora percorro le inesplorate piste di quel pensare
[martellante e puro
di quel sentirmi in un dischiuso enigma.

E asciutto l’occhio
pozza stagnante il volto
come da ceneri verticalizzo semi”.

29

Qualcuno un giorno ci rubò la via Lattea
portò lontano dalla terra ogni piccola stella
e rinchiuse mille ali nel petto d’ognuno
però
non mise briglie alle piene dei fiumi e caricò i venti
[ad inseguirle.
Da allora
-ad infrangere i limiti-
tra quel sentore ogni tanto qualcuno si libra
raccoglie strie di vite come semi
e mestamente ne fascia i fiordalisi.
Ogni tanto qualcuno
da coltri opache legate a doppio filo
s’accende aurore e sogna corde d’arpe.
Ali d’uccello stringe ad ogni vento.
Qualcuno un giorno ci rubò .
… .. . ogni tanto qualcuno, ogni tanto qualcuno, ogni tanto
[qualcuno
ogni tanto
un fratello che ci sia.

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Una Risposta to “Mariolina La Monica”

  1. Mariolina la Monica Says:

    Il poemetto Il figlio dell’Aquila di Mariolina La Monica è senz’altro un esempio di alta poesia, che, sebbene affidata al rischio di un lirismo visionario, non conosce cedimento alcuno.
    Il poemetto potrebbe essere definito un’interrotta metafora nutrita di altre sorprendenti metafore, aventi lo scopo di raccontare la solitaria e sublime diversità del poeta, il figlio dell’Aquila, perché come questo nobilissimo rapace (in questo caso esso rappresenta la Poesia), ama la solitudine delle vette e la purezza dell’aria.
    Questa solitudine appare allo stesso tempo motivo di ebbrezza quasi dionisiaca e causa di emarginazione all’interno del contesto umano, non sempre, soprattutto nell’attuale periodo storico, incline a comprendere le ragioni della poesia. Per questo motivo tormenti e gioie si intrecciano in questi versi più volte, mettendo a nudo la sensibilità di una scrittrice che non ama porre al centro della sua poesia la materialità del mondo, ma i valori dello Spirito e dell’Arte capace di rispecchiarli.
    In questo senso la poesia di Mariolina si accosta a quella dei grandi poeti visionari: Dante, in primis, e a Blake e, tra i contemporanei, a un’altra scrittrice siciliana: Ester Monachino.
    Certo non si tratta di una poesia facile, né usuale, ma proprio per questo essa è degna di grande attenzione, anche perché persegue il canto, così spesso assente nella scrittura dei poeti viventi.

    Franca Alaimo

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