Cristina Annino

by

due poesie tratte da “Casa d’Aquila” del 2008

 

 

Warhol

Un bello spunto, seduto a toccarmi le
ciglia. Viene: liscio, terreno, tetro,
dispari, solitario, bianconero
come le zebre fumanti anch’esse la terra
ondosa. E io piano
scrivo, sottozero, tono, sotto
silenzio. Non nel
senso della memoria; andarci a quel
paese ci vado, più giù dell’organismo.
Vedo
com’erano i reni prima
di aspirare in quel modo; adesso chi
sta orinando in me? Chi cala i
pantaloni all’altezza dei piedi? Chi mi
visita e gorgheggia dentro? Pontifica sui
fatti di lei, la camicia e gli amori.
Che
venne qui, al buio più d’una ladra; si vedevano
appena i capelli come creste di cavalloni e
pareva un ritratto di Andy. Solo
vento acido e zebre. Bella
storia; così
sia! Dall’alluce
al viso, m’elettrizza un tormento serio e mi
cavo lo sfizio nei
pantaloni. Ma senza un briciolo di memoria.

 

 

 

Guardi l’acqua

Guardi l’acqua uscire dal
rubinetto, ch’attira i tuoi gatti. Saltano
dalla riva del deserto bevendo. Ecco,
bastano due minuti o tre d’un certo
capire fondo, per indici d’ascolto, per
gravità, per i tuoi
fratellini siamesi che ami. Per peso,
movimento sonoro; si sono loro
infischiati almeno di mezzo mondo.
Allora segui
la cavità d’un pensiero, rotolaci
dentro: quant’è alta la
gabbia? Il terreno, narici, umido,
sabbia; l’aria va di
traverso, trasmettilo in tecnica
pura. Poi avanza!

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