Alessandro Moscè

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ALESSANDRO MOSCE’
UNA GALLERIA DI ARCHETIPI

 

Galleria del millennio (Raffaelli 2016) raccoglie le riflessioni e le interviste che Alessandro Moscè (nato ad Ancona 1969, vive a Fabriano) ha compiuto nel decennio 2004-2014. L’autore scrive di critica letteraria e questo impegno militante si affianca a quello di narratore e poeta. Gli scritti di Galleria del millennio sono suddivisi in tre sezioni. La prima parte racchiude testi editi, non seguendo un criterio cronologico di pubblicazione su quotidiani (“Il Corriere Adriatico, “Il Tempo”), settimanali (“L’Azione”), periodici (“Atelier”, “Poesia”, “Prospettiva”) e su siti on line di buona levatura, ma una sequenza che ripartisce gli autori trattati in critici letterari, narratori e poeti, così come per la seconda e la terza parte, con l’indicazione dell’anno delle interviste e delle recensioni, revisionate e in alcuni casi ampliate rispetto ai testi originali. La terza parte contiene recensioni inedite. Il pretesto, complessivamente, non è certo quello di stilare una graduatoria o di indicare una formula programmatica nel vasto e controverso contesto letterario di un decennio a cavallo tra due secoli. Gli incontri con alcuni maestri di via, l’impatto con voci individuali e con libri letti occasionalmente, hanno fornito ad Alessandro Moscè l’opportunità di identificare un flusso percettivo che si oppone alla persuasione delle arti audiovisive e all’egemonia di una comunicazione massiva, mediatica e asettica. La letteratura che segue, lo dice nella premessa, e sulla quale indaga da anni, è la letteratura dell’esperienza, racchiusa in un caleidoscopio di soggetti, scenari, ambienti, di atmosfere, squarci e affreschi, in uno stile che metabolizza l’umano escludendo una prassi gergale, misurata a tavolino, di stampo sperimentale. Annota: “La letteratura di oggi ci consente ancora di addentrarci nella crisi del mondo globalizzato e insieme di conoscere gli autori e il loro universo mediante la parola del reale e il senso del vero, nonché nel bisogno di fare forma e colore alle cose. Ne esce un linguaggio senz’altro non abitudinario, non consunto, che si oppone in modo netto alla notizia confezionata e ridotta in pillole (l’inflazionato short message). Letteratura e vita, dunque, secondo l’insegnamento di un riferimento insostituibile come Carlo Bo, per cui la letteratura, ad un certo punto, è stata tutta la sua vita. La sopravvivenza, fisica e morale di ciò che costituisce il fattore umano, traccia la magna quaestio del presente e del futuro odierni, comprendendo un’osservazione nello specchio della memoria affidata al sentimento del tempo”. I luoghi, il tempo, la nascita, la morte, il ricordo sono alcuni dei temi affrontati attraverso le recensioni. Pier Paolo Pasolini con la critica alla società consumistica e omologante e Paolo Volponi con l’utopia di una modernità industriale sono solo alcuni degli scrittori affrontati, ai quali vanno aggiunti i narratori di oggi: Gianni Celati con le case che crollano; Alberto Bevilacqua con i sentimenti al femminile; Claudio Piersanti con l’occhio vigile sulla coppia; Roberto Pazzi con la visionarietà ariostesca; Susanna Tamaro con la reazione al dolore. Quindi i poeti: il cristianesimo di Mario Luzi; il Montefeltro di Umberto Piersanti; il tempo straniero di Giancarlo Pontiggia. Molti, moltissimi altri autori si addensano in questo libro così vivo e ben strutturato. Menzioniamo i critici: Cesare Garboli nella sua scrittura simmetrica; Franco Cordelli nella mortificazione del romanzo; Alfonso Berardinelli nel rifiuto del fondamentalismo; Marc Augé nel mondo e nello spazio globale. Alessandro Moscè ci fa capire che gli archetipi della letteratura incarnano un’immagine completa, una concezione grandiosa dell’esistenza come l’ha programmata Dante, che faceva i conti con gesti e situazioni allegoriche. In ogni storia esiste una tensione conoscitiva e certamente l’uomo non può smettere di attraversarla proprio come in un cammino dantesco, in una durata senza un tempo cronometrico, in uno spettro ampio di soluzioni, nello specifico creative e interpretative. Conclude Moscè stesso nella prefazione: “Sono i valori totali che si ergono al di sopra del contingente a segnare le migliori intenzioni della letteratura. Non è mai una potenza fantastica e innaturale a prevalere, ma una condizione che si butta a capofitto sulle ragioni assolute che conchiudono una linea di forza”.

Marcella Ferrante

 

Pier Paolo Pasolini: l’eretico senza tempo

Non c’è un altro intellettuale italiano che abbia messo in crisi la critica novecentesca come Pier Paolo Pasolini. Narratore, poeta, critico, pamphlettista, cineasta, giornalista di costume, dotato di un esprit de finesse che non può essere schematizzato facilmente. La complessità di Pasolini può essere percepita non solo nella versatile e incessante produzione, ma anche, soprattutto nella dimensione antropologica di chi individuò per primo i cambiamenti della società italiana, stereotipata e senza più distinzioni geografiche, quindi sociali e di classe. L’omologazione culturale, a partire dagli anni Sessanta, aveva cancellato dall’orizzonte le piccole patrie “le cui luci brillano ormai nel rimpianto, memorie sempre più labili di stelle scomparse”. Pasolini scriveva sui suoi Scritti corsari (Garzanti 1975): “Tra sviluppo e progresso vi è una differenza enorme, sono due cose non soltanto diverse, ma opposte e inconciliabili. Lo sviluppo vuole la creazione, la produzione intensa, smaniosa, disperata di beni superflui, chi vuole il progresso vorrebbe la produzione di beni necessari”. Ma non basta. Pasolini è altro nella vastità del pensiero: un eretico, un corsaro scomodo. Perché al centro del dibattito viene messo sempre l’italiano, il popolo, questo Paese che vive a vari livelli economici, culturali, storici, fino a rendere la comunità qualcosa di sfuggente, senza senso civico. Oggi l’attualità di Pasolini appare impressionante per il coraggio di dire la verità senza fare sconti, con una convinzione priva di vincoli, viscerale e analiticamente contro un sistema preordinato e conforme.

 

 

 

Tahar Ben Jelloun: mescolarsi tra la gente

A Fabriano, nel maggio del 2008, Tahar Ben Jelloun, scrittore franco-marocchino, ha dichiarato a chiare note che lo scrittore deve essere pronto a mescolarsi tra la gente, a farsi comprendere, a dare impulsi per trasmettere qualcosa di illuminante, ritenendo che spesso il solo capitolo di un libro è più incisivo di una miriade di discorsi fatti dai politici e dalle istituzioni. La letteratura è un mezzo nobile per raccontare esperienze e destini. Aveva la faccia da buon diavolo, Jelloun, con gli occhi assorti e il pizzo ben curato. Una giacca rosso fuoco lo poneva, di diritto, al centro della scena. “Lo scontro non è mai tra le civiltà, ma tra le ignoranze”, ha detto lasciando seguire una pausa di silenzio. La poesia e la narrativa svelano, uniscono, per uno scrittore che esalta l’amore e la passione nonostante sappia che i libri non hanno potere, che mai lo acquisiranno. Se la letteratura non fa rivoluzioni, serve però a cambiare una mentalità. “La cultura araba è ospitale, ma dobbiamo cambiare il rapporto con il tempo e l’individuo. Va riconosciuto il singolo. E con esso, finalmente, il valore della donna, che è svilito, nonostante siamo nel terzo millennio. I libri ci aiutano a conoscere, sono un mezzo per indurre il cambiamento”. Guardando all’Occidente Jelloun ha ammonito espressamente: “Vige la dittatura del denaro, la brutalità del liberismo selvaggio che sacrifica l’essere umano in nome dell’interesse. Per non dire della disoccupazione che in Europa è il risultato di una politica disumana. Viviamo nell’era dell’indignazione dove le popolazioni insorgono ma non sono abbastanza organizzate per impedire al grande capitalismo di stritolarle”.

 

 

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano.

Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007) e Galleria del millennio (Raffaelli  2016); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008) e Hotel della notte (Aragno 2013). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. Le sue poesie sono tradotte in Romania, Spagna, Venezuela e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012) e L’età bianca (Avagliano 2016). Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è www.alessandromosce.com

 

 

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