Mario Girolamo Gullace

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IL MOTO DELL’AQUILONE.

il rombo del motore esce dall’apertura delle valvole,
e mentre si avvicina comprime le onde del suono.
dopo averci superato prende la curva ad angolo
acuto, e con il pedalino tocca quasi terra.
il colore della piega è brillante acciaio che si accende
di scintille. la potenza dei cavalli è assorbita
dal marciapiede alto e, nella pendenza, si forma
una pozza rossa ancora palpitante.
adesso tiene l’aquilone dal suo filo di corrente,
lo vede fare capriole e giravolte, come un trapezista
senza rete. adesso prova sete, e l’immagine si sbianca,
il respiro rallenta sul versante che sale più scosceso.
l’incandescenza del motore si disperde dalle alette,
e la coscienza si dimette a poco a poco. il cuore
è il paragrafo di una storia che si sta per distaccare.
ma, soprattutto, le alette bollenti del motore, quel
ticchettio di un orologio che segna addio. l’aquilone,
è l’ultimo moto dell’anima, prima della posa dei venti.

 

 

AUTOSUGGESTIONE.

si viaggia alla velocità del delirio
sotto controllo; è una mille e cento birra
e gazzosa in technicolor grande schermo.
occasione di seconda mano su “Seconda Mano”:
Chevrolet 5 porte, col bagagliaio da un migliaio
di pagine scritte fitte fitte con anestesia;
con il pieno si colma tutta la distanza tra sè e sè
senza aver bisogno di nessun benzinaio.
i paraurti, davanti e dietro, tengono così bene,
che si può anche giocare all’auto scontro scevro
d’anni passati in quarantena. si parte in seconda,
la prima esperienza traumatica è stata abolita
dal quadro comandi. l’autosuggestione è una
quattro tempi cuore a scoppio esuberante;
quando si viaggia sulla capotta si prova
l’esaltante sensazione d’essere preda
di una bestiale leggerezza mentale.

 

 

OCCHI DI LEPRE.

L’erica e l’agrifoglio rosso ruggine; gli invasati aromi da cucina sul balcone al primo piano: basilico, rosmarino, prezzemolo, menta. E ancora il bosso, la mortella, la ginestra e la testarda gramigna (è proprio una lepre), e poi lo zafferano e lo zenzero (ha gli occhi più grandi del cosmo) altre essenze chimiche utili nei cibi. I fiori, invece, quelli raccolti tanti anni fa e messi a seccare nelle pagine di un libro (sta lì immobile mimetizzata allo sfondo) forse sono futili presenze nel mezzo di una storia. (ha sentito la primavera ed è uscita fuori all’aria aperta). Il croco, la genziana, il gelsomino, l’elleboro e il fiordaliso (ti guarda dal suo campo visivo) senza più la linfa (aspetta che ti muovi per contrarre i muscoli e tendere i tendini) che saliva lo stelo per inumidire i colori (è proprio della lepre far così) della sua anima vegetale (è una molla pronta allo scatto). Della fotosintesi clorofilliana non resta che un alone sulla carta (basta il fotogramma di un lievissimo movimento e scappa via nell’imbuto profondissimo dei suoi occhi) e il fruscio dell’aria attraverso le porte della percezione.

 

 

LA SCALA ROTTA.

Intanto che legge in sottofondo scorrono le note di un quartetto da camera.
L’immagine che improvvisamente apre la serratura del suo romitaggio è come l’interferenza di una stazione radio, una frequenza d’onde che increspa il presente con un passato che non è mai passato.
I gesti effemminati di P. che, nella sua assoluta innocenza gioca a far la sposa: si mette sulle spalle il nylon degli scatoloni della frutta imitando lo strascico.
Ad innocenza persa P. sparisce nel suo labirinto senza uscita. Il giorno che riappare è insieme alla donna con i veli neri e gli occhi di bragia.
Si alza dalla sedia per andare a vedere cosa c’è di fuori, quello che gloglotta dentro viene su dal buco con la scala rotta: lacrime mescolate al muco.
Fuori è come dentro: piove, ed ogni goccia cade col tintinnio segreto delle monetine nel pozzo dei desideri.
I desideri stanno lì nel fondo a prendere la ruggine, per salire su bisognerebbe riparare la scala, o imparare a scalare le montagne dove manca l’aria.
P. per lui è stato solo quei due momenti nettamente separati di esserci e non esserci.
La voglia di leggere gli è passata, e adesso ascolta la musica del quartetto da camera. La viola è appena nata e sta sul gambo gracile nel prato; se ne violino l’innocenza, o la lascino crescere liberamente, dipende dal contrappasso di mille fattori, interni ed esterni. Il violoncello ha le corde vocali tra violino e contrabbasso, e dovrà capire da grande cosa vuole fare.
Ora non piove più. Nel fondo del pozzo, qualche desiderio si è scrostato di dosso il circolo vizioso del non posso, e ha messo le ali al posto delle scapole; c’è un radioso P. che passeggia mano nella mano col suo spirito risorto, dallo strascico scintillano i suoi giorni interrotti e mai vissuti.

 

 

ARGENTINA.

Se ne sta sotto l’intrico che genera il fresco dell’ombra, a osservare quel punto famigliare ingrandirsi e arrancare col fiato alle gambe. Gli porta la paglia del vino e il fagotto di pane e di olive.
Si dice salario; lavoro a giornata; sbarcare il lunario. Il cibo, prima, si benedice sempre, e poi si mastica piano, e si mastica piano: il primo coi denti, l’altro si pensa un giro di vite sulla serie infinita di stenti. Girolamo mastica piano, e pensa l’America. L’America non è: hai trovato l’America; per l’America ci vuole due cose: i soldi per partire, e la voglia dei calli sulle mani per tornare coi soldi. Girolamo la prima cosa gli viene data con fatica, la seconda se la deve far venire. Questo è mio nonno: se ne sta sotto quell’ombra a poltrire, e guarda ingrandire il fagotto, piuttosto che il figlio; a ingrandire, il figlio, ci pensa da sé.
Si dice investimento rischioso; soldi di sicuro buttati; tempo perso: questo è mio nonno Girolamo che parte per l’America Argentina: un buco nero di qualche anno, finchè non arriva il telegramma, o la lettera, “speditemi i soldi per tornare al paese”.
Tornato al paese, “l’Americano”, si aggiunge alla lunga lista dei nomi soverchiati dai soprannomi: “tricculi”, “minasiu”, “u pistulu”, “a liscia”, “u mancinu”, “cicchina”, “eccetera”, ecc. ecc.
Si dice pelandrone; senza padrone; vagabondo. Se ne sta sotto quell’ombra a ragionare (senza esagerare, è sempre un lavoro) sull’altra parte del mondo da andare a trovare come sbatterci il muso per caso.
L’Argentina è stata nel frattempo che mia nonna Caruso se la cavava con i suoi carusi Michele, Vincenzo e Giuseppe che, per fortuna, hanno preso da lei il modo d’essere ape e formica.
“mommo raccontateci l’America e la sfortuna che avete fatto”; “ehhh, l’America, l’America, che vi devo dire, è andata così. “mommo raccontateci l’Argentina e come vi siete rovinato”, “ehhh, l’Argentina, l’Argentina, che vi devo dire: era così grande che non si vedeva la fine del giorno; e neanche un albero da starci sotto l’ombra; e una polvere di vacche che si appiccicava al sudore della fronte anche a fare niente;
e le sere di baracche di lamiere; e qualcuno che ballava il tango nei locali malfamati; e le donne, non vi dico, ma qualcuno per loro si sbudellava; e poi, quel mattino, ho deciso che non era cosa, e mi sono fatto scrivere le due righe che sapete. Ehhh, è andata così l’Argentina”.
Mia nonna ascoltava senza dire una parola, ma lo sguardo era storto come i fulmini.

 

 

 

Mario Girolamo Gullace
nato a Torino il 21 agosto del ’63; residente a Venaria Reale e dipendente (operaio) di una partecipata con sede e attività nella stessa cittadina di residenza.
Libri pubblicati dalla casa editrice Ismeca: “Solo per amore” e “Per gioco e per amore” videolibro; per l’editore Libroitaliano World “La ragazza e il quadrifoglio”. Libricini che si perdono nella notte dei tempi e, credo, assolutamente irreperibili.
Più di recente sono state inserite mie poesie sui blog Neobar e Poetarum Silva.

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