Daniele Barbieri

by

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Persi nel cerchio dell’essere

 

Queste sette poesie costituiscono l’attacco di una raccolta (al momento in cerca di editore) che si intitola Persi nel cerchio dell’essere. Il titolo platonico-parmenideo, o neo-platonico (in verità polemicamente anti-tutto-ciò) manifesta comunque un atteggiamento filosofico di fondo, che sente il mondo come fatto di cose e di parole più o meno con il medesimo peso, ma niente altro. Niente idee iperuranee, niente Dio, nemmeno un io su cui appoggiarsi con confidenza. Solo un senso di basilare sospensione nel vuoto; e in questo vuoto c’è il rapporto con le cose, con le parole (come dire con gli altri e con il mondo), ma senza certezze. Le parole e le cose ci arrivano e ci colpiscono, e tra queste c’è naturalmente anche l’io, una cosa (o una parola) tra le altre, solo vagamente più familiare.

Siamo persi nel cerchio dell’essere, perché l’idea di essere ci infonde una certezza fondamentale, ma ci fa perdere poi il rapporto con tutto quello che non è riducibile a idea. Queste poesie sono l’inizio di un viaggio nella consapevolezza di questa dispersione, tra rivelarsi dell’illusione e drammatica pregnanza del mondo che ci pervade. Lo conosciamo, non lo conosciamo, il mondo… ha senso parlare di conoscenza se cerchiamo di sfuggire l’illusione dell’io? Chi conosce?

O sarà forse che quello di cui ci troviamo alla ricerca è una sorta di accordo, in senso musicale, una sorta di andamento che si trovi in sintonia con un qualche andamento del mondo, delle cose o delle parole. Così si giustifica l’omaggio William Blake con cui si apre la raccolta, con il riferimento a una poesia che parla della creazione e della poesia, dove le parole sono cose, paurosi correlativi oggettivi persino nell’ordine in cui sono state messe. Ed è la medesima cosa che si cerca di fare nelle poesie che seguono (e in quella stessa, naturalmente).
                                                 

                                 
                                     

Feroce

 

le foreste della notte ci hanno travolti del tutto

bruciando brillando siamo quelli che vanno nel mondo

senza gravi simmetrie e senza lance di lacrime

 

senza torcere le viscere di nessun cuore violento

di nessun cuore violato quando il tuo cuore ha iniziato

a battere quale torbida mano quale terribile

piede quale mia illusione di passione perfezione

di morte di imperscrutabile splendore quale altra

 

vicissitudine estrema può richiamarci al modello

arcaico astruso, feroce

 

Capire il messaggio

 

se cerchiamo di capire il messaggio, eccoci di colpo

persi eccoci nuovamente figure lontane, sintomi,

 

allusioni a un’impressione di verità, se cerchiamo

di comprendere il messaggio, afferrando la chiave, eccoci

 

improvvisamente persi, istantaneamente figure

lontane, lontane, fragili, lontane figure fragili

di incomprensibilità, quando cerchiamo di capire

 

e non ci siamo, non siamo vivi non restiamo veri

non viviamo, non restiamo nemmeno cerchiamo più

 

quando ricerchiamo, eccoci di colpo persi, fragili

e lontani e dimenticati

 

 

Riconoscere il dettaglio

 

nella voce della voce che ti parla con insistenza

riconoscere il dettaglio insinuante intraprendente

rintracciare sfumature di un’identità controversa

 

nella voce del peccato nel peccato del peccato

nel dettaglio di una voce di un’identità sfumata

nel disagio del dettaglio nell’angoscia della voce

 

che non è mai veramente stata voce ma memoria

memoria atroce memoria del peccato e del peccato

della mia voce insinuante e delatoria sorprendente

 

controversa identità nel parlare e nel morire

sfumatura identità nel peccato e nel morire

delatoria intraprendente che ti parla sino alla fine

 

Rime

 

io sono ben consapevole della mia identità

scarsa ondeggiante irrisolta andante debole sconvolta

 

ogni volta che cercando il nocciolo rassicurante

si sonda in profondità afferrando solo altro, tante

 

voci fàtiche molteplici consequenzialità

automatiche e abbondante viltà quando si reprime

 

il sospetto che persino nell’anima non dissolta

non risieda nessun io, ma imperversino le rime

 

 

Versando

 

stiamo versando dell’acqua, siamo dentro una versione

tralasciata delle cose, teniamo la brocca in mano,

stiamo versando dell’acqua in un catino bianco, siamo

 

versati pure noi dentro la versione abbandonata

lasciata dimenticata dispossessata del mondo,

siamo perduti nei versi, riversati come acqua

 

bianca in un catino, pure noi abbandonati spersi

perduti tra righe ignote, rime che suonano strano,

una versione scordata della canzone del mondo,

disarmonie inconsistenti, gorgoglio dell’acqua bianca

 

nel catino bianco, al culmine dei versi

 

Ma come?

 

ma come? ma come siamo deterministicamente

così assiduamente in moto? così eternamente pronti

 

al fare al sognare al vincere all’illusione di valere

più del mondo che ci mette pedissequamente in moto,

 

pedestremente dinamici dinamitici come

scintille infuse al tritolo, motorini interminabili,

 

stantuffi, pulegge, vortici, entusiasmi di perpetua

pirotecnica esistenza, scaturigini pensanti

 

ma come? e come restiamo così privati di colpo

del tempo, del senso, della soluzione che consola

 

 

Di un angelo

 

 

è l’immagine di un angelo non quello che si precipita

giù dai cieli con le ali da drago bensì l’altro

 

sterminatore dell’Eden luminoso con la spada

che ci sta davanti entrando nel buio della navata

duecentesca buio anch’esso e tutto di legno scuro

 

quasi eroso dalle acque di un diluvio improbabile

ma ugualmente spaventoso ad ambiguamente accoglierci

 

nella sua alterità arcana con la sua tromba di legno

scuro dentro il suo profondo essere immagine a sua volta

del numinoso di mezzo quasi che il caldo di giugno

 

là fuori potesse fare davvero appello alla materia

secca e vera quella calda che a toccarla ci brucia

quasi come la sua mistica lama

 

 

 

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