Francesco Lorusso

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Quella di Francesco Lorusso è una scrittura palestrata, frutto di una buona dedizione all’esercizio del linguaggio. L’atmosfera è la casa e il mare, ma i luoghi si intrecciano, uscendo da un regionalismo troppo facile e un po’ scontatamente redditizio. Sin dalle prime battute si pongono le fondamenta della raccolta. A volte, persino un verso è già quasi un testo a sé. Dunque l’urbanistica di tali versi e delle strofe sembra registrare assennatamente “l’accatastamento dei popoli”, in atto progressivo. Scrittura incardinata in questa epoca, dunque. Ma la parabola della traiettoria di queste sequenze dirada il tratteggio mentre si va verso l’apice della narrazione. Man mano la metrica s’impone, persino unitamente a delle tracce di espressionismo d’altre latitudini. Poi, quando la scansione sta andando a compimento, compare qualche concessione al respiro geografico. Allora le individualità del linguaggio si manifestano più esplicitamente, come se i protagonisti della rappresentazione teatrale del vivere comparissero tutti insieme sulla scena. Perché è un coro, voce per voce, figura per figura, quello che va ad affrontare il sipario di questa apprezzabile raccolta.

Guido Oldani

 

I.
La volta bombata dalla bambagia
tira contromano il flusso della forza,
giunge e sospinge pure al ruvido della svolta
intaccato da trilli di suonerie personali
che aggiungono false connessioni
mentre ci migrano di continuo
tante equazioni dalla terra a noi
e con un canto solitario ne attendo
attonito l’attrazione dei tuoi occhi.

II.
La folla già si fondeva al fumo
scuro della sera quando il sogno
si sedeva dietro l’ordine del giorno
accarezzando tutte le nostre cose
come un canto alto di vento.
Perfino l’urlo sottile ghiaccia la superficie
e finge di fuggire la goccia di quella bocca
da un pensiero nella pancia che non ritorna
nel dissapore che con forza digerisco per te.

III.
Rapsodie diffuse silenziano la notte
ti trascinano fuori dalle acque aperte
da questo fiato inceppato nell’onda.
Sono i corpi che muovono la paura
sul mare delle parole marchiate
da una balbuzie digiuna e diversa.

IV.
E non sapremo mai fino dove
noi due fummo in fine sospinti
quali occhi adesso ci separano
e se giacciono il resto delle ombre
alla resa alta della pietra muraria
dove Marte ci pose in campo
un gioco a scambio traguardato
o la nostra porta tutt’ora persa
aperta nel mattino o nello specchio
del presente che oramai ci divide.

V.
Sei aperto da fessure al vento
che è frutto del lavoro di chi paga
di colui che consuma il nome
sul segno certo di suole sconosciute
le voci di una prigione indistinguibile
nervo montante di finestre troppo simili
a forme fatte lunghe di luce già mozza
mantenuta meticolosamente nascosta
all’ascolto di quella parte comune di bocca.

VI.
Si sbriciola pietra, la sola rimasta mite
e pure tu nella cosa perdi senso e via
insieme alla idea incisa nella prima età
mentre ora invisi gli occhi si sono divisi
e nel malore si infrange persino l’amore.
Dove riposa ora quel richiamo lontano,
quell’assenza immancabile di peso?
Sappiamo bene che si può parlare adesso,
inseguiti dal silenzio che ci accontenta
sotto i tanti numeri dei controlli costanti
e seppure si è soli e forse appena più veri
da noi a conti fatti non saremo mai più liberi.

VII.
Se questo verde pieno è con le carte
come negli sgoccioli delle stagioni
a noi non è possibile saperlo, ma cede
appena una parte sui sibili e ne resta coperto
con un rovinoso flesso fatale e finissimo
o come quando si va via solamente seduti
dentro gli specchi doppi oramai grigi di luce
che sono simili alle grinze che ci cuce la sorte.

VIII.
Il panno del fiato sulla superficie
combatte i prospetti dal setto preciso,
se l’oggetto ha l’anima di un atomo
deruba tutto fra i sostantivi presenti
e l’odore acre della carne dal gene sano.
Lunghi fusti di canne fumose
è il fregio che tocca a noi patire
ora che la firma delle bandiere
scuote l’aria fiera verso il basso
senza neppure la gloria delle guerre.

IX.
Così ritorno nella stanza nuda
fra l’umore immutato dei mobili
la sedia sperduta che non mi aspetta
e un suono lontano senza più luce.

X.
Sarà forse un fenomeno del freddo
che passa anche fra le loro consonanti
ma sappiamo che le pietre nascoste
con le mani non si pronunciano quasi mai.
Quale passo mente e separa in patria le voci
come l’ignoto di una divisa spersa
e il nome afono di un atto presente?
Possiamo solo illudere una ragione
noi terra nata già in lapidi senza croci
che senza una discendenza perfetta
subiamo i nostri padri stranieri… e lo sai.

          
              

Francesco Lorusso (Bari 1968), dopo gli studi di Conservatorio, si dedica all’attività concertistica solistica e di corista nei Teatri Lirici, affiancandola a quella di Maestro e Direttore di Coro, collaborando con diverse ensemble vocali.
Nella poesia, dopo aver ottenuto diverse menzioni e un premio nel 2003 con la lirica “Fra le carte”, al concorso “Città di Bari”, pubblica una corposa silloge sulla rivista “incroci”, dal titolo Nelle nove lune e altre poesie (Adda Editore, Bari 2005). Esce in volume con la raccolta Decodifiche (Cierregrafica, Verona 2007), nella collana Opera Prima, prefato da Flavio Ermini.
Con L’Ufficio del Personale (La Vita Felice, Milano 2014), con prefazione di Daniele Maria Pegorari e una nota del poeta Vittorino Curci, si qualifica secondo al 1° Premo Internazionale Salvatore Quasimodo di Roma nel 2015 e premiato con segnalazione alla VIII Edizione del Premio Di Liegro 2016 a Roma; raccogliendo un riscontro numeroso di critica.
La silloge che da il titolo alla sua ultima raccolta, Il secchio e Lo Specchio (Manni Editori, Lecce 2018), con una breve nota di Guidi Oldani, risulta già segnalata e premiata nel 2015, per gli inediti, alla XXIX edizione del Premio Montano.

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4 Risposte to “Francesco Lorusso”

  1. Francesco Lorusso Says:

    Un grazie alla Redazione tutta per l’ospitalità, all’interno di questo variopinto giardino, che ha riservato al mio ultimo libriccino di poesie “Il Secchio e Lo Specchio”.
    In particolare grazie alla gentile e paziente Cristina Bove che ha curato il post.

    Un saluto a tutti i frequentatori di questo blog.
    Francesco Lorusso

    Piace a 1 persona

  2. cristina bove Says:

    benvenuto, Francesco.
    cb

    Mi piace

  3. mauro pierno Says:

    Sono parole che non invecchiano quelle
    che Francesco Lorusso adopera minuziosamente
    nel suo “Il secchio e lo specchio”.

    Frontali. Senza nessun accorgimento retorico,
    uno specchiarsi senza filtri e suppellettili
    “fra l’umore immutato dei mobili
    la sedia sperduta che non mi aspetta”.
    Questa alta consapevolezza di uno specchio serenamente mutato, murato.

    “Allora le individualità del linguaggio si manifestano più esplicitamente, come se i protagonisti della rappresentazione teatrale del vivere comparissero tutti insieme sulla scena.”
    e senza più contorno.

    Che Forza Francesco!
    Grazie C.B.

    Piace a 1 persona

  4. mauro pierno Says:

    L’ha ribloggato su RIDONDANZE.

    Piace a 1 persona

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