Marco Armando Ribani

by

Marco. A

Dolore, gioia, perdita e rifioritura. Questi sono i suoni interiori dell’universo poetico di Marco Armando Ribani, traboccante di immagini e di musicalità e di cromie, vicinissimo alle radici della Sapienza, capace com’è di trasfigurare anche la realtà più sconciata con la luce dell’amore.
Nello scontro ed incontro fra ombra e luce consiste, infatti, l’elemento inconfondibile di questo autore, che parla al lettore con un linguaggio intenso e profondo sebbene così limpido.
Anche il tempo, quello della storia dell’umanità… viene ricondotto ad una sorta di carità infinita in cui vita e morte si abbracciano, ad una necessità di trasformazione dalla dimensione della materia transeunte all’altra eterna dello spirito, dalla sparizione dallo spazio concreto alla resurrezione in quello verbale del poeta.
Scriveva, infatti, Rilke che i poeti sono coloro che “dicono sì alla sparizione e per i quali la sparizione può essere pronunciata” divenendo “parola e canto”.
La Natura tutta diventa in questa poesia un luogo di rivelazione, in cui elementi terrestri e celesti assumono un valore epifanico… Tutto ciò dà ai versi un’intensità drammatica, nel senso che sembra mettere in scena una serie di personaggi (uomini e creature degli altri regni) che rappresentano un concerto di voci (Voci del canto generale è, appunto, il titolo della silloge) dialoganti, portatrici di emozioni, di archetipi e metafore del profondo. Il sentimento da cui nasce ogni voce è quello di una minaccia continua alla vita, alla bellezza, all’ordine, ma dal loro insieme, dal dialogo senza sosta si alza, infine, un inno di fede e l’esortazione a pacificarsi con l’esistenza.
Leggere queste poesie, allora, è come, oscillare fra scoramento nichilistico e misticismo, fra immanenza e trascendenza, senza per forza voler dare a questi termini un valore strettamente religioso.
In fin dei conti, la poesia è un’espressione squisitamente mistica, se è vero che nel suo grembo si fondono visibile e invisibile, effimero e assoluto; se è vero che la parola poetica è di per sé un rito, una liturgia.

Franca Alaimo (Palermo, 22 Novembre 2017)

 

dal poemetto “Qui”

Prologo:
dove se ne sono andati tutti
che non posso nemmeno gridare
che dalla bocca escono farfalle e libellule
che annunciano la mia morte in forma di totale assenza
che esplodono le guerre e le tempeste che lacerano la pelle delle madri
dal velluto della prima rosea pelle al marcire nauseabondo del fluido che fluisce
alle radici delle rose
Vedi
Mi dice
C’è una rosa per ogni ora del giorno

II
Il nero involucro della notte. Ripiega.
Nei cieli l’aurora incendia l’attimo del’ultimo sogno.
Appare lo scheletro bellissimo dell’ inesorabile giorno.
La luce stana infine i corpi degli invasi dalla follia del sangue
Viene un silenzio inciso nella pietra che annuncia il varcare di una soglia
Cieli di nubi e polveri e sterpi. Spettri di imprese a lungo tentate.

III
Ma il giorno quando sorge è il dio supremo
e generoso dona il suo vigore ai vecchi e stanchi rami
alle radici esauste
ai vasi costretti alle cortecce malate e decomposte
Come le amo
Come profumano per me di deliziosa ambra
Come è possibile che tu non pianga quando respiri?
Non ti fa male il cuore quando fa giorno?
E poi
non è forse il mattino di ogni giorno
che ci restituisce e ci rinnova
incoscienti e sani e innocenti?
E poi
Come le foglie
un grande bisogno di luce
che ci alimenti e trasformi
Oh! Metamorfosi attese e quotidiane
Quali simbiosi o simiglianze e osmosi
come non essere sposi fra tante radici e foglie e fiori?

IV
e ogni mattina aprire la finestra e sentire il densissimo canto degli uccelli,
per poi accorgersi un giorno che anche gli alberi cantano e ridono
e sorridi perchè comprendi che lo sapevi da sempre
e ascoltavi la tua tristissima gioia salire dalle tue periferie
come una linfa abitare i luoghi delle tue perfette inesistenze
Ora sai che è solo a loro che puoi dire di quel comune fremere
di pelle e foglie di quel cangiante canto che ci ostiniamo a chiamare vento

da Il Canto Generale

V
Luna piena

è una strana domanda fatta agli alberi
che cantano al vento sulla sommità delle colline

migliaia di domande ardono sottoterra
preparano l’eruzione già fremono già si scuotono

già trovano i crateri stanno per venire allo scoperto
con fuochi di genti perdute che a noi si segnalano

Infine sgorgano le mani. Lanciano domande
si ricordano i nomi dei perseguitati gli smembrati insepolti

Nessuna arma nessuna ingiuria nulla
Vengono nuvole di un tempo amaro.

Un tempo amaro.
Viene

VI
Luna piena

La luna questa notte è un enorme occhio aperto
per vigilare sul passaggio degli umani.

La tenebra è un manto di cobalto che nasconde
la misera ricchezza delle cose.

La guarda un ragazzo che questa notte fugge.
Lascia la casa. Esce. Tracima.

Con l’entusiasmo del torrente lascia la casa
Calpesta. Sprofonda. Emerge.

Nel fianco instabile della montagna intrisa
Calpesta, Sprofonda. Emerge

Si ferma guarda il fluire di paesaggi e nubi di acque e fuochi
e poi all’improvviso li vede fuggire

laggiù nella valle un fluido denso e vivo
di legno carne ed escrementi.

Sale l’odore di marcio del giorno.

Salgono le voci di esseri viventi
immersi in una fertilissima miseria.

Gomitoli di unico filo,

Sale un odore acre di uomini sconfitti e taciturni.
Eppure il filo dell’esistenza li fa sembrare perle

Ma il ragazzo sente la povertà del sogno
che porta nelle tasche.

Sente che deve formulare una grande domanda
Si ferma e con gli occhi innocenti rivolge una domanda muta alla luna

Ma non accade nulla.

Solo la luce inesorabile del giorno
comincia a cancellare la notte

Il ragazzo teme che la luna non gli indicherà alcunché
nel buio sprofondo della notte

Allora vattene – dice offeso alla luna –
ma lei finalmente risponde

Aspetta aspetta figlio mio. Dice la luna
Prendi questa vita questa. Che è tua.

Cerca il luogo dove le madri
nutrono i figli con il latte delle stelle
Giunge il sole. Mettiti in cammino e canta.
Che sia un canto che chiama la terra

Che chiama la madre che chiama noi fratelli
che chiama il fuoco che chiama il fiato

Non sa che quel canto aprirà una larga e fertile ferita
nello splendore della miseria

Non sa

VII
Luna piena
La luna è un viso di donna
con un fazzoletto rosso sui capelli

I suoi occhi sono finestre verso l’altro mondo
la bocca è una ferita antichissima

La guarda una bambina attraverso un pertugio
e gli occhi sono cosi stanchi che non vedono

e la bambina non trattiene il sogno
lo lascia andare così per innocente libertà

e nella notte chiusa in un ventre materno
si domanda se il vento non venga da un luogo di dolore

con quel suo lamento che s’infila sotto le porte
e s’intrufola acutissimo tra i vetri delle finestre.

Il vento gentilmente comprende
Lascia che gelo e nuvole formino il regale inverno

Persino gli umani staranno alle regole in questo tempo
duro e salato eppur così veloce da sembrare breve

non sa che il vento reca in sé il fiato della folla dei morti
e che il cielo è una densità di cenere e miele

Non sa

VIII
La luna è una donna che lava i panni nella via lattea.

Le sue cose sono cosi misere che ha vergogna
di mostrarle alla luce del giorno.

Non si accorge ma comincia a cantare.
E solo i più acuti sulla terra sanno

che quel che sembra uno stormire di foglie
sulle cime più alte degli alberi è in realtà un canto
La guarda una donna che ascolta
il respiro prepotente dell’ uomo accanto a sé
e si fa la domanda se è poi giusto
che la morte non sia prestabilita.
Non sia un incantesimo.

Non sia come un nero sipario
che si chiude alla fine del secondo tempo.

Ma un grande grido che spacca il cielo
e reca poi un un silenzio fulminante

Dunque ! E’ tutta qui la vita?
Cosa speravano allora quelli che una volta vivevano?

O madre sono così stanca. Di tutte queste coste rotte.
Di tutto questo morire e rinascere

Di tutta questa muta sete che ho patito.
Di tutta questa rossa fame nel ventre che ho sentito

E se nasco ogni alba è solo per le mie sorelle.
Per le tue figlie immobili a patire.

Ma stanotte il vento si è introdotto nella stanza
e mi ha portata un canto spigoloso di voci e pietre

Un canto da mugolare a bocca chiusa.
E a ogni pausa di respiro una spinta.

Un parto di dolore.

Non sa ma incomincia a cantare.

IX
Ho colpa se mi abbandono a questi momenti di pace?
In quanti ritagli marginali di città ci sono anime
e corpi abbandonati sotto il cielo
e tu possiedi una viva e preziosa solitudine
Ah! come è dolce navigare in questo cielo in questa sera
dove nei voli non c’è paura alcuna
poiché si ha diritto d’approdare nelle arie calme
quando si migra verso un altro tempo in cui non siamo esclusi
in cui esistiamo con la dolcezza e il sapore di sentirsi vivi

X
Epilogo

Oggi celebro il mio matrimonio col silenzio e il mondo tutto si tace
Fibrilla il ronzio del contatore dei nati e dei morti.
Libero un grido che conservavo cucito nella gola
e mi lascio fare come un vecchio cucciolo animale

 

Marco Armando Ribani è nato a Bologna nel 1943.
Operaio, sindacalista, oste, animatore culturale, poeta, ha frequentato la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e come docente ha condotto diversi laboratori di scrittura autobiografica. Ha iniziato a scrivere poesie a 50 anni frequentando un corso dell’Università Primo Levi di Bologna.
Ha vinto il Premio Navile nel 1996. Ha creato e diretto la Piccola Editrice La Volpe e L’Uva e ha pubblicato diverse raccolte oltre le proprie Sotto i cedri del Libano e Sentieri. Per anni è stato organizzatore di serate di poesia nella sua Osteria del Montesino, in via del Pratello a Bologna. Attualmente vive in Francia, ospite della medium e scrittrice Patricia Darré, come poeta residente.

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