Daniela Raimondi

by

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lettura di Luigi Paraboschi

Si dice spesso che la buona poesia è quasi sempre frutto del rievocare, e mai come questa volta, leggendo i versi della raccolta della Raimondi, viene istintivo concordare con questa affermazione.
L’autrice stessa lo scrive chiaramente fino dalle prime pagine
“La poesia è mancanza/ E’ il respiro concavo/dove depongo/una susina/un piuma/ una pietra di fiume/
Ma se è vero quanto ella scrive a pag. 8 che:
scriviamo per l’attesa“ o anche “per non dimenticare il sogno“ e anche “per sconfiggere demoni/immobili come aghi sotto la pelle“ allora la nostra curiosità di lettori ci spinge nella ricerca su quali siano stati “ i demoni “ e quali i “ sogni “ della nostra poetessa visto che lei scrive:
“la memoria comincia/ dal rumore di un cuore”
Allora cerchiamo di capire quale sia l’origine della sua memoria di bambina fino al suo diventare ragazza e poi donna.
A me sembra di poter dire che la memoria più dolorosa sia quella che è troviamo scritta in questo verso della poesia “Nata d’inverno “ che dice:
Sono nata in un giorno di neve/ con le grondaie bianche/ e gli uccelli fermi sui rami/…
e poi, più avanti aggiunge :
“Mio padre usci di casa./ Lasciò l’orma sulla neve,/ nel silenzio di un cielo che pesava dentro i nidi, / sulla ossa sepolte dei piccoli mammiferi/
assistiamo ad un accostamento tra un avvenimento gioioso, -quale di solito è una nascita,  e l’ambientazione che traspare dal testo complessivamente cupo, freddo, inospitale, senza concessioni alla gioia per quella nuova vita che sembra già piena del rimpianto per un tempo che ancora prima di essere appare irrimediabilmente perduto, come leggiamo:
… “L’ultima neve cadeva nel buio/ e i campi avevano scordato l’odore delle mele,/ il suono dolce che a volte nasce/ sulle labbra di un uomo.// Le parole morivano sulle bocche dei pozzi/ si perdevano lungo le strade bianche della pianura//.
Il cammino famigliare appare in salita, condiviso con una sorella “una bambola di pietra“ come l’autrice, entrambe “pallide come una maiolica”, dentro “una casa che era un mausoleo”, dove lei cresceva  “umida e silenziosa come una malattia”, ove c’erano “ un uomo e una donna “, ma, “Nascosta nell’ombra respirava un’altra donna“.
La crescita si sviluppa meccanicamente: “le bambine crescevano come l’erba dell’orto,“ fino a quando “un giorno la sorella più grande/ impugno’ la spada del padre/. Si tagliò il seno sinistro/ e fuggi nel mondo con la voce di un uomo/
Si avverte in questi versi la pesantezza di un clima famigliare di sospetti, paure, dubbi, incertezze, finte rassegnazioni, intolleranza, solitudine, sia degli adulti che della figlia più giovane. Infatti “l’infanzia accadeva“ e già questo verbo dice tutto sulla inevitabilità degli eventi, il subire il clima in cui “la madre innaffiava vasi senza polline“ e “il padre tratteneva la fine/ fermo dietro una porta“. Tre anime che vivono assieme quella che si avverte come una tragedia silenziosa, ove il tempo passa inevitabile come in questo splendido finale della “la terra degli invincibili
La bambina sognava, la bambina sognava /. La madre taceva./ Il padre teneva il cuore del mondo/ chiuso a chiave in una scatola rossa./ La pioggia cadeva, spaccava la terra./ Sui rami gli uccelli tacevano/ per non far sorgere il sole //.
Oggi che non si fa altro che parlare del come supplire nell’animo dei figli l’assenza o la carenza della figura paterna mi domando quanto siano costato in sofferenza all’ autrice mettere in versi queste prime pagine della sua opera, e quanto sia dolorosa tuttora la memoria di quei tempi quando:
“da bambina baciavo la fronte grigia dei morti/ -L’importante era che avessero gli occhi chiusi/, le narici immobili, poi non avevo più paura “…//
Ricordo bene anch’io quei tempi in cui anche nel mio paese c’erano le bambine che come dice Raimondi “Ai piccoli funerali di paese/le suore mi mettevano un mantello azzurro/ un cappello in testa,/ e sfilavo dietro la bara insieme alle altre: trenta bambole vestite dalla festa/ con occhi che brillavano e scarpe di vernice”
Questa poesia si conclude con due versi che fanno rabbrividire per la loro crudezza, al punto che ci si domanda come sia potuta diventare serena -se lo è diventata- la vita da adulta della nostra autrice, come avrà dimenticato il peso di quanto espresso con questi due versi finali :
“trattengo in me un poco di morte/ come fosse un regalo d’amore“
Una bambina che cresce lentamente, giorno dopo giorno, dentro “quella macchia di febbre/ che chiamavano infanzia“, aspettando la sera “la mamma che tornava dalla fabbrica “/ le mani stanche e due baci distratti” e con una presenza assenza di un padre che “seduto in disparte mio padre fumava/ pensava ad un’altra“.
Dicevo in apertura che senza i ricordi non sarebbe possibile fare poesia, specie questo genere di poesia, schietta, una confessione pubblica, dalla quale emergono vivide immagini di interni di famiglia impressionanti per loro crudezza, come questa che mi ha fatto pensare al quadro “bue squartato“ di Soutine.
La poesia ritrae una scena abbastanza frequente nelle case di campagna ancora oggi, si intitola Brodo digallina e descrive l’eviscerazione di un pollo con queste immagini che posseggono una precisione coloristica eccellente: il piccolo cuore del pollo, le uova in formazione/ lo stomaco che era sempre azzurrino
Toglieva gli intestini ancora caldi/con la mano che brillava./ Metteva in fila il piccolo cuore, i grappoli di uova/ lo stomaco azzurro tagliato a metà//,
poi prosegue dicendo, e qui vorrei invitarvi a soffermarvi sulla precisa descrizione dei gesti e sul realismo di quegli occhi del pollo sempre aperti, e del passaggio alla “strinatura “ che toglieva con il fuoco la pelle alle zampe e gli spuntoni di piume:
“C’era il taglio deciso del collo/ la cresta rovesciata/ e quegli occhi rotondi, sempre aperti./ Poi mamma bruciava la ultime piume,/ metteva le zampe sul fuoco //”
La scena si conclude con i gatti che giravano attorno alle gambe sia del tavolo che dei presenti, e l’autrice che osservava l’azione sollevandosi sulla punta dei piedi vista la sua statura di bambina:
“La pentola schiumava/ la fame dei gatti strisciava fra le gambe/e io restavo in punta di piedi in silenzio/. Le mani appoggiate al bordo del tavolo/ fissavo quel filo rosso cadere/ le mani insanguinate di mia madre//
Forse molti bambini ormai anziani come me, ritroveranno una parte della loro infanzia dentro questa poesia, che, unica nell’intera raccolta, sembra allontanarsi dall’immane presenza-assenza di un padre sempre sul punto di lasciare casa, ed una madre “in troppe faccende affaccendata“.
La poesia che invece dà il titolo alla intera raccolta sembra costituita da un serie di fotogrammi da film di Truffaut o di Godard talmente è chiara, piena di desiderio per qualcosa che l’autrice avrebbe voluto provare prima o poi, e racconta di una coppia che “vivevano all’ultimo piano/le stanze piene di sole/ la luce sparsa sui cassetti in disordine”, e, forse inconsciamente, spinta verso di essi da un carenza affettiva che riscontrava nel suo ambito casalingo scrive “mi piaceva guardarli / quando si baciavano come nei film/ o mentre mangiavano /. Poi, un mattino li scopre a letto, ove “i corpi brillavano nella penombra“ e “li ho guardati dormire / poi sono tornata a giocare in cortile“ e si affaccia dentro questi versi finali una atmosfera che mi ha ricordato una particolare poesia di Pavese, credo s’intitolasse Delia, perchè anche la Raimondi sa scrivere e parlare come certe personaggi femminili di questo autore, dicendo: li ho guardati dormire./ Poi sono scesa a giocare in cortile/ e pensavo che anch’io, da grande,/ volevo qualcuno che mi tenesse sulle ginocchia/, ricevere piccoli pezzi di pane dalle dita di un uomo//.
L’assenza del padre è il tema dominante di tutta l’opera, è una confessione d’amore e di sofferenza che la fa scrivere, ricordando il giorno della Prima comunione:
“lei è in fila con le altre/.Ogni tanto gira la testa/, cerca il viso di suo padre tra la folla/. Ma in chiesa c’è solo la madre “/ Lui odia i preti, non ha voluto entrare/ E’ la fuori che fuma/ Cammina sulla pietre del selciato/ con il passo di un messia//…
Ma “dentro le brucia una mancanza// di colpo gira la testa/ scorge il viso del padre nella penombra/ Lui sorride / le fa un piccolo cenno con la testa //
Mi è parso di ritrovare anche echi di certe figure femminili degli ultimi lavori di Ivan Fedeli, in questa poesia dal titolo “Linda“ nella quale è ritratta una donna non più giovane, che “si tingeva i capelli biondo cenere” e che la madre della bambina definiva “che era una vergogna-/alla sua età/ e poi tenersi un ragazzo come amante“.
Linda era una donna sola, “con figli ormai grandi e tutti sposati“ e che “le veniva un po’ paura e restare sola“ e in certe sere “mi portava a dormire nel suo letto” ,… e a letto “chiudeva gli occhi/ E in qualche modo io sapevo/ che Linda aveva i seni freddi/, che quella notte si sentiva sola/.
La prima parte di questo bel libro dedicata ai ricordi della prima adolescenza si chiude con una poesia dal titolo “Il pozzo“ nella quale l’autrice rievoca quando “mia madre racconta del pozzo che avevamo in cortile“ e “lei andava in fabbrica che ancora dormivo“ e l’affidava alle cure di un nonno che “puzzava di vino“ e la madre “alle quattro precise, cominciava a star male, pensando che giocavi in cortile/ ti vedevo affacciarti sul pozzo/… e trovarti annegata là dentro.
La solitudine di questa bambina, lasciata sola a casa fin dalle prime ore del mattino, affidata alle cure di un anziano che “sedeva in cucina con una bottiglia di vino/ Piangeva/ Pensava alla moglie sepolta”//ai pesci del Po e a un cane chiamato Milord “ /e che cantava “addio sogni del passato…/ la porta ad una conclusione amara, dolente, quasi un giudizio poco clemente, come spesso fanno i figli nei confronti dei genitori e dice
“Vorrei chiederle come ha potuto rischiare,/ come ci si possa giocare la vita di un figlio/ per uno stipendio”. Molto acuta come precisione dei ricordi è anche la parte del libro che va sotto il titolo ”Riti di passaggio“, che si apre con lo sgomento causato dall’arrivo delle prime mestruazioni in “primo sangue“ in cui lei si sente “la cerva ferita/“ e di quella sera lei ricorda “il pianto della bambina/ e il mio sangue di donna/ un sangue rosso cupo, liscio e lustro come una rosa“.
Un altro ricordo nitido e preciso come quello dell’eviscerazione del pollo in cucina, è anche quello della visita nei cortili del barbiere che vi si recava per il taglio a domicilio dei capelli agli adulti ed anche delle ragazzine e rilevo un verso che trovo stupendo, quando descrive il gesto dell’uomo che dispiega la tovaglia di protezione : “con lo schiocco che fa la mantilla del torero“, vi trovo che la precisione di questa descrizione risuona anche nelle nostre orecchie come risuonava allora in quelle di questa adolescente di intelletto curioso e precoce, che “perdeva il peso delle trecce/ il peso del mio sesso“.
Era diventata un “Efebo con la testa rasata./ Ero il maschio che mio padre/aveva sempre sognato: un maschio senza pene/ senza traccia di barba, con appena un inizio di seno”.
Un’altra figura pavesiana di donna è quella che appare nella poesia “pomeriggio al lago“, che “prima di sera si infilava i jeans/ poi saliva con Claudio sulla Gilera“. I due giovani fanno le cose che erano tipiche di quegli anni “si fermavano lungo la strada a mangiare l’anguria” e “più tardi facevano l’amore in qualche angolo di prato.”/ ma la ragazza era donna irrequieta /e , pensava che a Claudio non lo amava, forse domani glielo diceva //. Più pavesianamente di così non si può far parlare un personaggio femminile dal verso che incanta e canta.
E finalmente la ricucitura con al padre avviene in occasione di un incidente automobilistico nel quale la nostra autrice esce miracolosamente illesa, ma che serve per farle recuperare interiormente la figura paterna : “distesa sulla barella, ho sentito la porta aprirsi,/ poi ho visto il viso di mio padre:/ era la bestia impaurita, appena scampata al coltello./ La testa infilata nella fessura/ mi fissava come fanno i bambini di notte/ quando non dormono// Fece un cenno con la mano/ Sorrideva. Forse aveva negli occhi la stessa sorpresa/ di quando ero nata./ Forse era quello lo sguardo/ di quando mi aveva vista sporca di parto/ appena arrivata/
Il rancore, l’ostruzionismo, il dialogo muto con il padre si avvia alla conclusione, la tensione si scioglie e la Raimondi scrive in “la bella estate“:
… non si muta il corso di un’estate/ né il fiorire dell’orto, né gli occhi grandi dei bimbi/ che ti guardano e vogliono/ solo vogliono senza capire/. Ma adesso comprendo tutto, papà/. Solo adesso, con la mani ferme contro l’orizzonte./ ora che il cerchio della tua vita si chiude nella mia/ e fuori c’è un notte che scalpita,/ un cielo teso inchiodato agli alberi//
La maturità induce a lasciar decantare i rancori, le incomprensioni e la Raimondi affida la conclusione di questa parte del suo libro, quella che la riguarda in prima persona per tutto il bagaglio di amarezze a delusioni accumulate, a questa poesia che titola Il passare degli anni che riporto per intero per non compiere una ingiustizia alla sua bellezza :

Sono terribili le notti
quando il corpo invecchia,
la case si svuotano,
come del resto i letti, e le voci
e le giornate.
Poi non sarà più la scodella di latte
o la pioggia che batte e batte alla finestra,
e noi chiusi nella calda placenta dell’infanzia.
Più non bastano canzoni di re sciti e favole arabe
a illuminarci gli occhi nella sera.
Abbiamo strappato pagine intere di vita
e le teniamo accartocciate nelle tasche.
Stanotte le stelle pesano sul mondo.
Fuori il vento scuote gli abeti
Sul tavolo forbici aperte,
gusci di noci,
chiodi ossidati

Raimondi si riconcilia con entrambi i genitori e lo fa con versi ricchi di compassione, di umana comprensione per gli errori commessi, per le disattenzioni, e prende addio dal padre con i versi della poesia Foto in bianco e nero: resto nel vuoto dove mi hai lasciata/ dove ho imparato a fermentare/ la linfa solitaria del mio sangue./ Ho tenuto per anni/ il cuore avvolto nella carta velina/ Non sapevo si chiamasse dolore/ fino a quando qualcuno pronunciò la parola/ e da’ anche addio alla madre nella poesia intitolata Madre, scrivendo: …Brillano per un istante i nostri nomi/ ma presto saremo un fuoco spento, mamma/ Nel sangue scorrono correnti amare/ ma so che adesso è tempo/ di lasciare entrare in me soltanto il bene//
E’ un libro questo di Raimondi che non si può passare sotto silenzio, perché accade poche volte di incontrare versi cosi intrisi di sincero dolore ma espressi ed esposti al lettore in modo che fa veramente onore alla grandezza di questa artista.

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6 Risposte to “Daniela Raimondi”

  1. raimondidaniela Says:

    L’ha ribloggato su Daniela Raimondie ha commentato:

    Grazie, Cristina, per questa vetrina.

    Piace a 1 persona

  2. raimondidaniela Says:

    Grazie, Cristina, per questa vetrina. Daniela

    Piace a 1 persona

  3. paraboschi luigi Says:

    grazie Cristina per lo spazio concesso

    Piace a 1 persona

  4. Annamaria Ferramosca Says:

    Un libro che non si dimentica. E una bellissima luce quella di Luigi Paraboschi, su una poesia destinata a restare. Ecco quel che scrivevo a Daniela appena dopo la lettura:
    Ho trovato molto bella questa tua raccolta che racchiude la vita dei tuoi primi anni, le emozioni del cerchio umano di quel tempo, le vibrazioni di quei luoghi. Pieno di suggestioni l’intreccio, fin dal primo testo, bellissimo, che canta le motivazioni sacre per cui si scrive. Poi l’autobiografia dell’infanzia, amara e tenera, con la scoperta innocente della morte, con quell’ antica atmosfera domestica ormai irripetibile. E le foto di famiglia, icone di consuetudini affettuose e pure enigmatiche, come la figura di un padre “di silenzio” che sovrasta, dio irraggiungibile. E a chiudere il cerchio della memoria, le piccole, pure disumane storie di paese, che mostrano l’amore, ma anche l’altra faccia della nostra umanità e dell’angoscia che si ripete sempre uguale, dovunque. E sempre riconoscibile il tuo canto, nel suo ritmo affabulatorio, ipnotico.

    E ne avevo fatto già un post nella mia rubrica Poesia Condivisa 2, con un testo esemplare dalla raccolta
    Con un abbraccio caro a Cristina, Luigi, e particolare a Daniela,
    Annamaria

    Piace a 1 persona

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