Archive for ottobre 2018

Silvia Secco

31 ottobre 2018

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È un libro di transiti da un tempo anteriore a un’esperienza tutta viva del presente, questo di Silvia Secco. Ed è anche un libro che, a partire da una consapevolezza collettiva della specie (declinata al femminile), giunge a mettere a fuoco la vicenda esistenziale, appunto narrata in presa diretta, di un Io sensibile. Tuttavia, a differenza di altre esperienze poetiche che inscenano un rapporto di inesausta metamorfosi fra l’umano e il grande scenario del mondo e dei suoi fenomeni, il tempo lineare della psicologia e quello circolare di ciò che chiamiamo Natura (la terra e i suoi frutti, le stagioni e la fenomenologia del cosmo), queste Amarene non si abbandonano mai a una facile soluzione di identità antropomorfica e di correlazione oggettiva d’ascendenza ancora simbolista. Piuttosto, ogni contatto e ogni possibile configurazione di rappresentabilità che provi a intrecciare l’esperienza umana e la molteplicità ciclica dei moti naturali richiede un processo di dolorosissima rigenerazione e di rinascita. Le grandi metafore attorno alle quali si compie la meccanica profonda di questo bellissimo libro a fondamento liturgico – senza mai essere, si badi, confessionale – sono quelle del concepimento, del dolore ad esso connesso e poi del parto e della neve, che funzionano a diversi livelli di metaforicità e di costruzione progressiva del senso. Resta solo da mettere in rilievo l’originalità di un simile lavoro, difficilmente confrontabile con poetiche espresse da una medesima generazione: piuttosto con certi esiti dello Zanzotto più libero da giochi di significante o da echi lacaniani, quello di Dietro il paesaggio o di Vocativo, per intendersi. D’altra parte, agli appassionati e ai lettori di poesia d’ambiente bolognese era nota da tempo la crescita costante di Silvia Secco. Questo libro, per compattezza tematico-stilistica e per intensità intonativa, la consacra ai livelli più alti della poesia di oggi.

Alberto Bertoni

 Testi dall’ultima sezione:

L’alba.
Balla l’erba di gioia
come un mare.
_ _ _

Dentro la mia piccola casa di ringhiera,
la mattina, quando non ci sono, entra sempre
la luce. Si muovono le gatte, parlano fra loro
il linguaggio bianco degli angeli minori,
marcano l’aria coi rumorini croccanti del cibo
e delle fusa – sottili legnetti spezzati –
Fuori, sul ballatoio, respirano piano le piante
che ho portato – appese alle inferriate si riposano
nel freddo – si asciugano i lenzuoli. È questa
la mia tregua: parla per ore al telefono di notte.
Ore ed ore all’orecchio nella notte delle città,
mentre l’orecchio lo sente battere forte, il cuore
Somiglia tanto alla pace, da farla sembrare una cosa.
E io che la tocco, la annuso, dico che questa è la tana,
ventre di mia gestazione. A primavera,
a primavera tutto si schiude. Io mi preparo.

_ _ _

Dentro l’ingombro minimo del nodo
di tutte le amarezze, le carezze mancate alle mani
dormi amore mio il tacere dei morti,
la parola in punta di lingua quando non viene.
_ _ _

Dentro di me si corica il maestrale
quando vieni, dorme come un bambino
dall’uno all’altro colmarsi dei satelliti
– la luna e Io – del sistema solare.
Si fa guardare immobile, ammansito,
che alla fine tacciono in me l’aspro e l’amaro.
Vieni, sempre di notte qui nell’ora dei frutti
(io solo due parole temo). Tu fammi un prodigio
di quiete: calmami più forte il cuore.

_ _ _

Dentro la notte mi nuotano i pesci,
parlano con me senza emettere suono
antichissime storie degli abissi, epoche
che gli uomini, animali e foglie
abitavano le acque – liquidi nei liquidi –
e le dita, e perfettamente le labbra
di tutte le bocche e di tutte le mani
che si erano unite nel tempo anteriore
si riconoscevano di nuovo.

Io ti aspettavo, con gli occhi che hai
mutevoli – d’acqua e d’altro, come mio padre –
Ti ho pensato a lungo prima,
similitudine interna di pace.
Luna compiuta sopra la casa.
_ _ _

Prima, nel lungo tempo anteriore, non ho fatto
che levare – una lettera alla volta del tuo nome
quando lo chiamavo, ed era già in tutte le parole,
nelle canzoni di Fossati della bocca e del vapore
vasto, come una città – Milano, io mi ricordo:
lasciavo la casa allora, disadorna e feroce
e bianca di latte e coperta di lenzuoli, come accade
dopo la lotta e dopo la rivoluzione.
Ma tu mi hai scritto che saresti arrivato alle otto.
Hai scritto alle otto, arrivare. Hai scritto
– inimmaginata mia primavera – arrivare:
mia nuova curva lunare, virgola d’esplicitazione,
stato di quiete mio. Arrivare.
_ _ _

Pensa a ciò che non resiste, i boccioli
il desiderio e la pazienza, l’umano
vivere. Questa maestà di magnolia
del giardino a breve si vestirà da sposa.
La guarderemo bianca – seta, e lieve
ronzio delle api – e non la toccheremo.
_ _ _

La notte lasciamo aperti gli scuri
per la luna quando si fa guardare,
per un sogno di pettirossi guardiani
sopra il davanzale. Siamo protetti,
addormentati, dai sussulti primordiali
che generano foglie, i loro sinuosi
movimenti in ascensione nelle acque
del pianeta. Vegliano sul nostro sonno
anche gli esseri dell’aria – come il tempo,
gli antenati – Noi diamo al prodigio un nome
preciso.
_ _ _

Le parole del mattino ripetute all’orecchio
io ti amo, ripetute al mattino all’orecchio del sonno
nell’ultimo anfratto del sonno, deposte nel cavo
grembo di ogni equilibrio e di ogni memoria. Le parole
io ti amo del mattino mandate a memoria, ripetute
e ripetute, depositate come un monile d’argento
nel cavo – delle nostre mani abbandonate, dell’orecchio –
nel sonnolento cavo della logica, nel tempo
ancora cavo del mattino, dentro – minimo embrione
d’argento, ciondolo di profezia e fortuna – Io,
io ti amo, le parole ripetute nel tempo, le antiche parole
madre e padre del tempo, ripetute al mattino all’orecchio
nel sonno del tempo, nelle profonde cavità senza suono.

SILVIA SECCO
– 25 novembre 1978 – nasce a Sandrigo, in provincia di Vicenza. Dopo la maturità artistica, da Breganze (VI), si trasferisce a Bologna dove vive. Attualmente lavora a Milano. Scrive in italiano e in dialetto alto-vicentino. Sue poesie sono state premiate o segnalate in alcuni concorsi nazionali. Alcuni testi poetici compaiono nelle antologie dei premi, in riviste, o sono pubblicati in rete. Alcuni testi, inoltre, sono contenuti in antologie collettive (Sotto il cielo di Lampedusa, annegati da respingimento – Rayuela Edizioni -, Muovimenti, segnali da un mondo viandante – Terra D’Ulivi Edizioni – Poesia di strada 1998 – 2017 – Seri Editore -, La pacchia è strafinita – Versante Ripido con KDP Amazon -).
In prosa ha curato la presentazione di alcune esposizioni fotografiche ed artistiche, in particolare per la pittrice Martina dalla Stella (www.martinadallastella.com); suoi articoli e recensioni ad altri autori si trovano nella rivista Le Voci Della Luna e nella fanzine on line per la diffusione della poesia Versante Ripido (www.versanteripido.it), diretta da Claudia Zironi, Paolo Polvani ed Emanuela Rambaldi, con la quale collabora dal 2015. Grazie al Premio Franco Fortini, nel 2014 ha pubblicato con la casa editrice CFR di Gianmario Lucini la sua raccolta poetica d’esordio: L’equilibrio della foglia in caduta (prefazione di Francesco Sassetto e nota di lettura di Enio Sartori), la quale ha ricevuto il secondo premio per la poesia edita al concorso San Domenichino Città Di Massa. Ha fatto parte dello staff organizzativo del Festival Bologna In Lettere, diretto da Enzo Campi, e del gruppo poetico bolognese Gruppo 77, diretto da Alessandro Dall’Olio. Realizza artigianalmente le piccole edizioni artistiche EDIZIONIFOLLI. A luglio 2016, con Samuele Editore, pubblica il suo secondo libro di poesia Canti di cicale (prefazione di Alessandro Dall’Olio), le cui presentazioni sono state proposte nella forma di recital-spettacolo in collaborazione con il giovane musicista e cantautore Alessandro Baro. Assieme alla redazione di Versante Ripido, ora anche associazione culturale, da settembre 2016, è impegnata nella organizzazione e proposta della rassegna poetica IGiovedìDiVersi, giunta, nel 2018, alla seconda edizione. Assieme alla poetessa Claudia Zironi e a Martina Dalla Stella, nel 2018 ha pubblicato il libro Ursprüngliches Leben: poesia e pittura in dialogo (EDIZIONIFOLLI con KDP Amazon), dal quale è tratto il recital omonimo proposto dalle due poetesse e accompagnato dalla musica dei giovanissimi musicisti “amici della poesia” come Alessandro Baro, Emma Gustafson, Elisa Misolidio, Giacomo Gamberucci, Fiore Stavole, Rocco Del Pozzo.

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Alessandro Moscè

24 ottobre 2018

HOTEL 1(1)ALESSANDRO MOSCE’: UNA POESIA SPOGLIA DI RETORICA

Due lingue che si avvinghiano e crollano assieme: è questo che ho pensato leggendo Hotel della notte, di Alessandro Moscè (Buenos Aires Poetry, 2018).
Tutto comincia da “una storia scritta nel mio cognome”, la ricerca di una radice, di una lingua e di una casa che sono state e che tornano nella poesia.
Poesia di sobborghi e di strade, di città che appassiscono all’unisono tracciando una retta tra il Nord e il Sud del mondo e dell’uomo.
“Arrivo dalla forma lunare / di un cielo curvo che impatta le navi” scrive Moscè, e in questi versi smarrisce la propria provenienza. Non è da una città che viene, ma dal mare, esule dai punti cardinali. Poi si sposta di città in città, si domanda “Cos’altro della città si è perso […] da un niente nel niente?”, e non c’è risposta. D’altronde, se la poesia avesse forma, sarebbe quella di un punto di domanda. Tuttavia, si ritorna alla veglia “Sotto la volta degli archi e degli alberi”, si osservano le fondamenta che trattengono dalla deriva. Quando i greci videro gli alberi, sorsero le grandi colonne dei templi. E nei templi il sacro si rinnova, l’origine si manifesta: nella poesia di Moscè, però, il tempio è già disastrato, non ci sono angeli imbianchini, ma “un camion che trasporta / la frutta e la noia” a ricordarci che la modernità è un preludio di catastrofe.
In un “buco di parole” iniziano le danze della Suite per Pierino, che è andato via in un amen, facendo però in tempo a lasciare i versi più belli della raccolta: “La testa in alto e la polvere / sbirciano un senso invaso, / un crocifisso in legno / che potrebbe parlare”. Così, nella paura che la croce prenda la parola e conduca a una redenzione possibile, nella casa di riposo smettono di assisterlo, Pierino, “e di tradire il segreto / del suo rosario verde”. In chiusura, per la prima volta, una direzione: “È lì che sei tornato…”, scrive Moscè, e se non si conosce la provenienza, non è detto che sfugga l’ultima stanza in cui mettiamo piede. Stanza che è strofa, stanza che è malattia dove la parola smette di attraversare quella degli altri, dismette il dialogo (dià-lògos, attraverso la parola) ed entra nel monologo.
A Senigallia “Piove in bocca”, alla stazione “La panca vibra parole straniere”, e metonimia e analogia si con-fondono. Solo i cartelloni pubblicitari colloquiano, e si aprono sulle cose: ci guardiamo allo specchio, ci troviamo “in questa orfanità”. Una condizione di minoranza, dove i poeti, per avvicinarsi un po’ di più al senso dell’uomo, devono necessariamente entrare. Così percorrono la notte, osservano il declino della luce che non è orfana, ma si sente bastarda, perché “figlia illegittima di uno sconosciuto incanto”, e Moscè si rende conto che la parola stessa non basta a strappare l’indicibile, a farlo cadere dalle sue vertigini. Allora si siede, guarda la sedia di vimini che, dopo tanto errare, “aspetta ancora”.
La poesia di Moscè è una poesia spoglia di retorica, dove il canto rischia pericolosamente di sfociare nel racconto, ma di volta in volta barlumi di lirica tengono in piedi i versi. Lo sa bene Antonio Bux, quando dice che “per tenere due versi in piedi / si cade tutta la vita”. Allora il verso non è assoluto, non raggiunge l’apice nella sua compostezza, ma sciogliendosi nel canto si ordina e raccoglie. Nella poesia di Moscè non ci sono mani. (“Che secolo di mani!” – scriveva Rimbaud – “non avrò mai una mano, io”). Non ci sono mani perché non c’è un medio che si alza contro il mondo, né un indice che lo condanna. Ma dal polso, ecco, il mondo cresce al posto delle ossa: Moscè ha centrato i tempi, o i tempi hanno centrato lui.

Mattia Tarantino

Non c’è altro

C’è chi mi guarda
chiedendomi di non andare
senza dirlo,
chi tace nella notte e nel sonno,
il saluto rimandato
da un’altra birra
che svanisce nel fremito
di scarpe adolescenti.
Neanche un amore da ripetere,
né una fuga cittadina,
un sogno lambito
nei detriti dell’estate
dopo l’ultima pioggia
che bagna gli occhiali.
Non c’è altro che la sedia del bar
su cui rimanere immobili

Luce nella notte

Cos’altro della città si è perso
nella notte superstite,
alienata terra
di ombre nei lampioni accecati
da un niente nel niente?
Non c’è più il cielo, non c’è più
in un’infinita distanza riflessa
dalla luce arancio
nell’anfratto del borgo.
Un senso di addio indocile
si ritrova nella foschia del giardino
e nella luna che manca,
nei faretti tondi di due motorini
che si rincorrono a zig zag.

31 dicembre

Sotto la volta degli archi e degli alberi
Matelica e la sua veglia
promettono un anno innocente
che arriva alle grate delle chiese.
E’ il 31 dicembre
di uno scorcio che colma la notte,
dove non c’è minaccia
nel freddo infinito.
Il suono della festa è lento
dopo la mezzanotte,
una ninna nanna
che non chiede,
che dà solo piacere

La nuova gioventù

Nel chiacchiericcio del quartiere
si mostra un’eternità di giovani
sulle labbra violacee
e sugli occhiali da sole
delle ragazze più belle.
Una città la vedi dimenarsi
nei bar e nelle pizzerie,
negli oggetti informi
e nel grande gelo della notte.
L’incapacità di andarsene
è impressa nella pioggia di dicembre
che picchia sui coperchi dei cassonetti,
quando non c’è passante
che si azzardi ad attraversare
la strada angosciata
dai fanali bassi sull’asfalto
di un camion che trasporta
la frutta e la noia

I due ragazzi

Il suono di un blues
esce dallo stereo e sembra un lamento,
una scia di tristezza
per l’anima svenuta.
Al parcheggio nasce un amore al giorno,
un gesto di vita abbandonato
sui pantaloni di velluto dell’atleta
e sulle spalline della ragazza pallida.
Si assomigliano quei due,
si vogliono prendere
e hanno un lume negli occhi:
non conoscono il tempo,
questa vastità.
Ricorderanno un passaggio,
un brulicare di finestre,
un’ansia che viene dal sonno,
dal non poter restare smarriti.
Saliranno il viale e saranno già sognati
dai loro padri davanti ai televisori,
divisi dalla paura di un giudizio qualunque

Non ha mai avuto una donna
Pierino,
ma un’anima d’incenso
nei vicoli di Fabriano,
nei tramonti rosati a primavera,
fischiettati al nulla.
Non ha mai avuto un lavoro,
ma una grazia che scrutava,
e lo sapeva che un’altra vita
ripaga più di un adesso da signori,
più di una morte frettolosa.
E’ ancora davanti alla crudeltà
dei battiti che hanno smesso
di assisterlo
e di tradire il segreto
del suo rosario verde

Il letto di Pierino è vuoto,
ma la sua orma rimane,
come quella di un santo.
Un ritmo e una voce
entrano dalla finestra spalancata
e nel vestibolo della casa di riposo.
La sua foto nel rettangolo
è appesa alla parete
e a ridosso dell’ombra
taglia una felicità di poveri,
il sorriso di chi si accontenta.
I suoi piedi attraversano il corridoio
senza più ciabatte.
L’acqua nel bicchiere è rimasta
per ricordarlo a quella stanza

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano.
Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007) e Galleria del millennio (Raffaelli 2016); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008, finalista al Premio Metauro) e Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. Le sue poesie sono tradotte in Romania, Francia, Spagna, Venezuela, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012) e L’età bianca (Avagliano 2016). Si occupa di critica letteraria su vari giornali, tra cui il quotidiano “Il Foglio”. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è http://www.alessandromosce.com.

Giorgio Galli

16 ottobre 2018

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Editore: Il Canneto

dalla prefazione di Marco Ercolani

Titolo singolare, per un libro, LE MORTI FELICI.
L’ossimoro ci guida verso un enigma da cui sorge spontanea la domanda: come può una morte, la “fine” di una vita, essere chiamata “felice”? Il racconto più breve del volume ci suggerisce una spiegazione possibile:
«Morte di Icaro
“Dedalo dovete consolare, è lui che muore disperato. Io sono morto vicino al sole”».
La breve frase pronunciata da Icaro, una frase di gioia esaltante, contrasta con la tragedia conosciuta: il figlio di Dedalo, chiuso con il padre nel labirinto di Creta, si attacca le ali al corpo con la cera e vola via: quando il sole scioglierà, lui precipiterà in mare, morendo. Il breve racconto di Galli non omette la tragica fine ma la trasfigura e fa dire ad Icaro la sua felicità di essere “morto vicino al sole”: un enunciato gioioso, quasi eroico, che ricorda le ultime frasi vergate da Heinrich von Kleist alla sorella Ulrike prima del suicidio: «Immortalità, alla fine sei mia».
Questo rovesciamento prospettico traversa tutti i racconti del libro, che si divide in due sezioni: ISTANTI (L’orizzonte, Il nome, Radicati, Nella vita, Sparire) e STRADE. Proviamo a percorrere, rapsodicamente, le trame di alcuni racconti. Ghiat ad-Din, il poeta Omar Khayyām, chiede una brocca per bere, saggia la direzione dei venti, e si addormenta del sonno profondo dei Sette Sapienti. Turoldo, il cantore delle gesta di Orlando, si pente di essere stato così superbo da firmare con il proprio nome il suo poema. Ugo d’Orleans scrive versi con la sapienza dei teoremi di Euclide. Leonino e Perotino vengono citati come i primi musicisti medioevali di cui si ricordi il nome. Josquin Desprez non teme più la morte perché nella sua musica l’ha saputa modulare a più voci. John Dowland si confessa uomo gaio e vigoroso che ha scritto canzoni tristi per richiudere la malinconia in piccole fiale perfette e poter camminare poi allegro. Il pianista Rudolf Firkusny parla dell’appassionato amore del già anziano Janàcek, insonne e innamorato. Il direttore d’orchestra Antonio Guarnieri, di cui restano rarissime registrazioni, è descritto come un uomo in cui la volontà di perfezione e l’umiltà di sparire sono inseparabili. L’inflessibile Toscanini rivela la sua predilezione per il giovane Guido Cantelli, che morrà prima di lui, in un incidente aereo. Max Brod ci racconta che Kafka avrebbe voluto fossero bruciati i suoi racconti perché parlano di una infelicità che lui adesso, è lontano dal provare. Lo scrittore praghese Bohumil Hrabàl confessa: «[…] Me ne sto qui con la mia famiglia e i miei gatti, aspetto tranquillo la morte perché tanto sono finito e non ho niente da dire, certe notti mi addormento con la finestra aperta e allora sogno Egon o Vladimìr e poi più niente, sono sempre stato fuori dai giochi e me ne sto tranquillo ad aspettare la morte, qui Sull’argine dell’eternità».

Il libro esplora attraverso la finzione – l’appunto ritrovato, il racconto in terza persona, la lettera apocrifa – il segreto che molti artisti hanno dissimulato nella loro opera: una parola, un cenno, un pensiero, però determinanti, spesso invisibili, sempre anticanonici e “fuori canto”.
I temi di Giorgio Galli, simili a quelli già trattati nei racconti de La parte muta del canto (I Libri dell’Arca, Joker, 2016), ruotano attorno al mondo della musica e della poesia, e testimoniano l’ossessione prediletta dell’autore: suggerire nuove interpretazioni per vite ormai consegnate alla storia o all’oblìo. Il libro si appoggia costantemente a vite che furono: torna a dire di esse, dentro, non contro di esse. C’è, in questa scrittura limpida, rigorosa e turbata, un tornare sulle tracce dei morti per mettersi in ascolto del passato e correggere certe verità convenzionali grazie a intuizioni nuove. Si crea così una speciale “enciclopedia dei morti”, per citare Danilo Kis, dove i morti sembrano molto più vivi e radiosi dei nostri contemporanei e continuamente ci chiamano, ci parlano, ci raccontano la loro verità. Il libro configura un atlante poetico di artisti colti in un momento preciso: quello in cui la morte non è tanto la temuta catastrofe che distrugge la pienezza della vita quanto l’esito felice e necessario di quella specifica esistenza. Scrive Rainer Maria Rilke: «O signore, dài a ciascuno la sua propria morte, / il morire che viene da quella vita / in cui egli ebbe amore, senso e pena». E ancora Rilke ci soccorre quando, nei Sonetti a Orfeo, associa il rapporto con la morte, nel passato, alla conoscenza e alla capacità di sentire, nel futuro: «Solo chi con i morti il papavero / gustò, il loro, / neppure il più lieve suono / tornerà a dimenticare».
Il tema della “morte felice” è particolarmente icastico e intenso nel racconto dedicato al filosofo Ludwig Wittgenstein:

Morte di Wittgenstein
“Dite a tutti che ho avuto una vita meravigliosa.” Non esiste una morte più bella di quella di Wittgenstein. Non più struggente, più bella, col suggello di un messaggio di ringraziamento rivolto agli amici con francescana essenzialità: ”Tell them that I had a wonderful life”. Them erano gli amici assenti, them erano tutte le creature a cui Ludwig Wittgenstein voleva comunicare di essere morto felice. E la felicità, nella sua vita tormentata, consistette nel rinunciare a tutto tranne all’essenziale, nel sapere con certezza cosa era necessario alla sua vita materiale e spirituale e vivere solo di quello, rinunciando a tutto il resto. La storia è nota: poteva fare una vita da nababbo, fu maestro di scuola e si fece persino operaio. La vita di Wittgenstein non fu felice: fu felice la sua morte perché in quel momento sentì che non era trascorso alcun istante senza che fosse in linea con se stesso. E di questo volle far sapere a tutti.

Morte di Tintner
Georg Tintner fu sempre coraggioso. Veniva dalla scuola di Franz Schalk, uno dei grandi direttori del primo Novecento. E aveva la grinta anche lui di un grande del Novecento. Ma la stessa grinta gli impediva di scendere a patti coi nazisti. Andò via dalla Germania per non aver niente a che fare con loro proprio negli anni in cui avrebbe potuto costruirsi una carriera. Se fosse stato già famoso come Toscanini e Kleiber, avrebbe continuato a far carriera altrove. Se fosse stato accomodante come Karajan, sarebbe andato avanti con l’appoggio del regime. Ma lui ascoltava solo due cose: la musica e la sua coscienza. Diresse le sinfonie di Bruckner in Australia, le diresse in un modo nuovo, con un nitore tagliente e non col misticismo impastrocchiato con cui si è soliti dirigere quell’autore. Realizzò con orchestre minori interpretazioni che non sfigurano accanto a quelle di più celebri orchestre. E non rimpianse di non aver fatto carriera. Il valore è diverso dal successo. E quando seppe di avere un tumore, lo combatté per sei anni. Poi, quando seppe che non poteva più combatterlo, non volle morire da soccombente. Si uccise prima di diventare un uomo debole, prima di diventare un infelice e di rendere gli altri infelici. Ecco come morì.

 

Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980 e si è laureato in Scienze della Comunicazione. Scrive sulla rivista online Perìgeion e cura dal 2011 il blog La lanterna del pescatore.
Vive a Roma dove ha aperto la libreria L’Orto dei Libri.
Ha pubblicato “La parte muta del canto” (Joker, 2016) e “Le morti felici” (Il Canneto, 2018). Sue poesie sono uscite in alcune antologie fra cui “Impronte” (Pagine, 2014).

 

 

Questo libro è qui perché la prosa limpida, colta, coinvolgente, di Giorgio Galli, ha una vis poetica straordinaria che, aggiunta alla spirituale capacità di immedesimazione dell’Autore, restituisce, agli Artisti che lo hanno ispirato, la dignità della morte. E illumina quel momento che ne sublima l’opera e talvolta ne riscatta la vita.
cb

 

 

Fausta Genziana Le Piane

8 ottobre 2018

Fausta Genziana Le Piane

__Gli Steccati Della Mente – Ed. Penna d’Autore 2009

 

DAL LABIRINTO AL CERCHIO MAGICO

C’è una continuità sotterranea nei libri di Fausta Le Piane, poesia, saggistica o narrativa poco importa, che attinge al rapporto dialettico tra vita e arte, inteso come work in in cui la poesia, tanto per stare allo specifico di questa riflessione, si fa epifania dell’utopia del cuore e terapia dell’io diviso.
Ecco, quindi, che alle “maschere” di “Incontri con Medusa” e “Notte per maschera” subentrano, dentro questi “Steccati della mente”, la “caccia”, le “stazioni” e le icone del “femminile” come varianti metaforiche del repertorio esistenziale.Maschere, insomma, che ancora una volta velano e svelano.
A cominciare dalla “caccia” dove preda e predatore si scambiano di ruolo fino a diventare una cosa sola; la stessa ossimorica dimensione della vita tra memoria e storia.
La caccia di “falchetta e falconiere” senza la volgarità dello sparo, senza il latrare dei cani o il calpestio degli zoccoli; solo il crudele silenzio del cielo appena increspato dal fruscio di un ala, da un lampo di sole che cancella il grido impercettibile della resa rapida e senza condizioni e, per un attimo, l’azzurro che si fa bianco lutto d’amore.
L’orizzonte capovolto promuove l’ebbrezza del vuoto stupore dove, senza più peso, vacillano gli “steccati della mente”.
Fausta Genziana Le Piane continua con questo suo nuovo libro, bello e intenso, il dialogo assiduo tra l'”io” e il “sé”; tra le sue parole “senza voce/nè sguardo/senza fine/nè limite” e l’impudica castità di donna-luna che non teme l’inquietudine dell’ansimare di un desiderio che, pur minacciato dal fiato pesante del disincanto, resta, tuttavia, eterno e indistruttibile come il cerchio magico delle pietre o delle orme dei passi cancellate dal dubbio di una “luna di sabbia” che è clessidra di un tempo senza durata.

Questa poesia è fatta di parole che volano libere nel cielo della sensibilità fantastica addestrate a cacciare sogni e poi a tornare, ubriache di vento e di luce,sulla pagina, fedeli al loro nido di carta che odora di cuoio e velluto come il “ruvido guanto” del falconiere.
C’è in tutto il libro una struttura compositiva nella quale immagini e concetti sono ritmati in un gioco di contrappunto dentro lo spartito poeticocche i colori del vissuto suonano nel tempo smarginato dove eterno ecquotidiano dialogano, s’interrogano e ti prendono per mano in uno spazio checla pagina non può contenere perché è la mentale proiezione di un viaggiocsenza una meta né un ritorno certi. Siamo dunque, ancora una volta, nel “labirinto”.
Come l’amazzone “aizza i cani nella notte/all’inseguimento d’un nobileccervo”, Fausta Le Piane “aizza” i versi nelle scorrerie di una indocile passionalità, pudica e scapigliata, leggera e furiosa.
Poi, all’improvviso, si accorge che è la poesia, come sete di verità e di abbandono, ad inseguire lei; all’improvviso si sente preda e tenta la “fuga”.
Anzi, vorrebbe farne la sua “strategia”, tant’è che evoca persino il suo teorizzatore e mentore, Henri Laborit, ma mentre lo scienziato e sociologo francese polemizza con la società tecnologica e virtualizzata che ha fatto dei suoi veleni la “kultura contro natura” dell’uomo contemporaneo, Fausta cerca e trova, o meglio, ri-trova la “cultura della pietra scheggiata” per ricongiungere, attraverso la poesia, la sua anima al cosmo.
“Rapidi viaggi”, “stazioni provvisorie e improvvisate”, “sudici marciapiedi.

….
Ma che stazioni frequenta Fausta?
Certo non “stazioni di posta” di polverosa e avventurosa memoria e nemmeno le liriche stazioni prevertiane, meno ancora quelle “spaesate” di Chatwin; no, quelle di Fausta Le Piane più che stazioni ferroviarie sono “porti di cemento per amori sbandati” dove lei, comunque, non approda; non può approdare perché è “roccia e isola” … “sbriciolata dalle onde in tempesta” Quindi in perenne viaggio e naufragio.
Anzi, a ben leggere i suoi versi, le “stazioni” sono la scenografia mimetica di una ribellione.

Le stazioni, quelle di rotaie, pensiline, scambi e deragliamenti, finestrini appannati, orologi polverosi e altoparlanti gracchianti sono sostanzialmente l’evocazione di una realtà subita, di una memoria double-face; quella della fanciullezza e quella dell’amore-assenza colte, entrambe, in viaggi verso stazioni non sue, non scelte, non amate: “ignote al mio vivere” scrive Fausta.
Per questo parlavo prima di “porti”; di moli più che di pensiline e si sa che ogni molo è solo “una nostalgia di pietra”.
In queste “stazioni” circola un’aria di rivolta, di rifiuto, di desiderio divento e sabbia estratti dalla “valigia di vetro dei sogni” per mimare “spiagge per distendermi al sole con te” ed invocare “un Fato voluto dagli Dei” per “un viaggio più ampio del mare aperto” in cui l’amore si fa corpo-mare; continente liquido da scoprire e conquistare oltre le colonne d’Ercole della mediocrità e viltà che scandiscono la banalità quotidiana.
E’ un esorcismo che funziona perché funziona la poesia di Fausta Le Piane.
Una poesia dove i deragliamenti del cuore sono imbrigliati da uno statuto semantico rigoroso e rigoglioso e il terzo livello della parola poetica nutre, come una linfa sotterranea, la griglia compositiva in cui linguaggio alto e basso dialogano in una sinergia di sensi e ragione di grande efficacia espressiva e coinvolgente emozionalità.
Basterebbe citare i versi di “Le isole” felicemente giocati sulla decantazione simbolico-rituale di una “svestizione” che è liberazione da ogni sovrastruttura culturale e da ogni condizionamento moralistico per approdare alla icastica nudità danzante nel perimetro degli occhi amati.
Quanto “Al femminile”, Fausta Le Piane disegna le sue “improbabili” donne con versi agili, animati da una forza volatile e decisiva.
“Volatile”, nel suo irridere con sottile e perfida ironia ad ogni deriva “femminista” e “decisiva”, nel rivendicare la declinazione “femminile” di una pienezza di vita che è affascinante sintesi dei contrari; parafrasi ossimorica di una orgogliosa diversità che, per dirla con Bernanos, “apre brecce di cielo dentro la vita” e che, come il diamante, è fragile e indistruttibile; riflette e rifrange una luce non sua e, tuttavia, basta una sua carezza per ferire a morte la vanità dello specchio e il vetro dell’indifferenza. Per questo Eva è, insieme, “smarrita e consapevole” e la donna del sud “incantata e saggia”; Penelope paziente e virtuosa ma anche “mai paga d’ignoto e di avventura” ; è madre-regina dal “tenero fiocco tra i capelli” ma anche “farfalla dalle ali che nessuno può spezzare”.

Ritroviamo poi in questa sezione del libro due costanti di tutta la produzione poetica di Fausta Le Piane: la prima è un rapporto con la natura che è continua “aggettivazione” di un “clima” e /o di una situazione …. “un pomeriggio ombroso”, “una preghiera all’ombra delle palme”, “io fungo rotondo/tu alga fluttuante”, “sii falasco sulle paludi del nostro piccolo mare”, “scacchiera di cielo e di mare”… e potremmo continuare a lungo.
Una “natura”, quindi, che è rappresentazione simbolica di un desiderio e di una perdita, o meglio, di una impossibilità che la parola poetica riesce ad inverare.
Non a caso Alcmane diceva di essere poeta perché aveva capito la lingua delle pernici.
Tanto per ricordare che la poesia è verità dell’inconoscibile; epifania del segreto mistero dell’indicibile che si rivela nell’appercezione sensibile di suono e silenzio promuovendo la ricomposizione unitaria dell'”io diviso”. Che è poi, tout court, il senso profondo della frase conclusiva del discorso di accettazione del “Nobel” da parte di Wislawa Szimborska…”la poesia è rimanere in silenzio in attesa di se stessi davanti ad un foglio di carta bianca”.
L’altra costante che connota la poesia di Fausta Le Piane e scorre nelle vene dei suoi versi è una sensualità diffusa e soffusa; fisica e mentale, che nella sua caratura espressiva si fa cifra stilistica.
Qui l’esemplificazione sarebbe deviante perché non si tratta di un’ aspetto particolare e magari significativo della sua scrittura ma di un climax direi alchemico, proprio nell’accezione di reagente metamorfico del senso che pervade in generale la struttura portante della composizione poetica.
Perciò suono e significato; ritmo ed idea hanno il ruolo degli strumenti in un’orchestra. Ciò che conta, allora, è la musica che scaturisce dall’insieme; ciò che ci trasmette; se e come ci “costringe” a reagire quando tocca le corde della nostra emozionalità. Quando, in definitiva, prima di “capire” “sentiamo”, ecco ciò che conta.
Perché dare tanta importanza a questo climax?
Intanto, perché è uno dei punti di forza della tenuta formale della poesia di Fausta e poi perché è l'”humus” che nutre e fa crescere e fiorire la verità dei “sentimenti” che questi versi esprimono emarginando ogni rischio di “sentimentalismo” o “romanticismo” di riporto.
Ma è tempo di tirare le fila del discorso e intendo farlo ritornando all’inizio di questa riflessione.
Là dove c’è un accenno al “labirinto” come possibile chiave interpretativa del libro e, più in generale, della poetica della nostra autrice anche se, è vero, la notazione non è una novità dato che ha formato oggetto di altre attente e acute letture critiche.
La ragione di questa insistenza sul tema sta nell’accezione di “labirinto”, un po’ diversa da quella delle altre indagini interpretative, che vorrei rapidamente evidenziare in questo contesto in quanto particolarmente significativa sul versante del rapporto, sempre misterioso e rischioso, tra arte e vita; tra Le Piane-poeta e Fausta-donna che mi pare però opportuno approfondire per una comprensione del nesso sinergico che esiste e resiste alla radice della sua poesia.

Per farlo cedo volentieri la parola ad Hermann Kerm col quale concordo pienamente laddove scrive che …”Nel labirinto nessuno si perde/nel labirinto ognuno si trova/nel labirinto nessuno incontra il Minotauro/nel labirinto ognuno incontra se stesso”.
Chiaro il concetto?
Ecco perché, tra l’altro, il “tempo” di questa poesia è un verbo tutto coniugato al presente.
Perché è un presente che marca il “continuum” dell’esistenza individuale come esperienza e processo; come ricerca ostinata e necessaria del rapporto tra “realtà e verità” che è, forse, azzardata scommessa progettuale ma che l’impudica innocenza del sentire può rendere obiettivo credibile e perseguibile.
E, del resto, “se vogliamo vivere il presente dobbiamo riscattare il nostro passato, saldarne il debito. E questo si può fare solo con il dolore che purifica”, cosi Cechov fa dire a Trofimov nel “Giardino dei ciliegi”.
Il “dolore”, infatti, è il filo rosso che lega le poesie di questo libro come le perle di una collana allacciata al collo della memoria sensibile e che colma “il vuoto puro dell’esistenza senza futuro” giacché, lo sappiamo, è difficile vedere il futuro quando è il dolore a tracciare la linea dell’orizzonte.
Dolore, non sofferenza; dolore che sedimenta il passato in esperienza, che rifiuta il ripiegamento elegiaco del rimpianto.
Fausta Le Piane non si piange addosso, non recrimina ma vive lucidamente il dolore non nelle ” ricordanze” ma nella conquista dell'”oblio” come forma d’incontro con un futuro, è  stato detto, privo di certezze ma che, tuttavia, non abdica alla speranza.
E’ cosi che la sua poesia “funziona” perché ci convince e coinvolge con l’impietosa innocenza della verità.
Fausta Genziana Le Piane, infatti, a mani nude, cuore aperto e lucida coscienza traccia con le parole della sua poesia il “cerchio magico” dentro il quale, finalmente, si dissolvono gli “steccati della mente”.

Italo Evangelisti

*

 

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Carnac

Un granello di sabbia
attraversa tessere di vento
e si adagia
nell’incrinatura secca
della grigia pietra celtica
a rompere
l’equilibrio del tempo.

*

L’Amazzone

Aizza i cani nella notte,
l’Amazzone
all’inseguimento d’un nobile cervo.

Impazzita
per la preda che sfugge
azzarda
incalza all’orizzonte
dell’isola di Saint Kilda.

E non v’è che la parola
a dire lo strazio,
il giorno e la notte,
l’ora e l’infinito
del suo dolore.

E non v’è che la parola
a dire la caccia
e lo spirito inviolato
che corre sull’isola selvaggia.

Il viola dell’erica s’inchina
muto
al coraggio dell’Amazzone
alla sua furia
alla sua solitudine
al suo cavallo stanco.

Amazzone ispiratrice
guidami
a ritroso nel tempo

nel bosco sacro di querce
dove il cielo e la terra
sono un’unica cosa

nel cerchio magico della mente
dove le stelle
hanno eterna dimora.

*

Stonehenge

Un lampo
e la notte fu mistero.
La luna scese
lentamente
a posarsi
come bianco coperchio
sul cerchio delle pietre
che,
come lance,
la trafissero.

*

Stonehenge

Il cuore del gigante agonizzante
debolmente pulsa
al centro del cerchio magico.
Il Titano giace
senza forze
nascosto
nel cuore della Terra:
forse la sacerdotessa
lo chiama a nuove energie
sussurrandogli
parole d’amore incantate.

*

Fausta Genziana Le Piane: nata in Calabria, vive ed opera a Roma. Laureata in Lingue, ha insegnato francese e ha vinto una borsa di studio per la Romania. Ha curato le schede di lingua francese per la grammatica italiana comparata di Paola Brancaccio e adattato classici francesi per la scuola superiore. I suoi libri di poesie, “Incontri con Medusa” (Calabria Letteraria), “La Notte per Maschera” (Edizioni del Leone) e “Gli steccati della mente” (Penna d’autore) hanno incontrato il favore della critica. Con Tommaso Patti, ha pubblicato la raccolta di racconti “Duo per tre”, Edizioni Associate, Roma (Prefazione di Paolo Ruffilli) cui ha fatto seguito “Al Qantarah-Bridge”, Un ponte lungo tremila anni fra Scilla e Cariddi, Nicola Calabria Editore. Ha pubblicato una raccolta di racconti, “La luna nel piatto”, Edizioni Associate, Roma, con annesso un sedicesimo dedicato alla pittura di Pinella Imbesi e “Interviste a poeti d’oggi”, Edizioni Eventualmente, 2010. Si occupa di critica (AA.VV, “Clio e la parola-Critica e crestomazia della poesia di Maria Racioppi”, Nuova Impronta, 2003; Francesco Dell’Apa, “Dal tempo unico”, Città del Sole edizioni, 2003) e recentemente ha pubblicato “La meraviglia è nemica della prudenza”, invito alla lettura de “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, Edizioni Eventualmente, 2010. Si occupa di critica (AA.VV, “Clio e la parola-Critica e crestomazia della poesia di Maria Racioppi”, Nuova Impronta, 2003; Francesco Dell’Apa, “Dal tempo unico”, Città del Sole edizioni, 2003) e recentemente ha pubblicato… biografia completa qui

Italo Evangelisti, poeta e critico d’arte. E’ stato autore di saggi e interventi, in particolare, sulla “scuola romana” e “l’astratto-espressionismo”; presentazioni al catalogo e interventi critici sull’opera di alcuni tra i più importanti artisti italiani, da Attardi a Calabria, da Vespignani a Gianpistone e Gino Guida, da Franco Ferrari a Bruno Varacalli e Giulietta Paolini o di giovani emergenti quali i pittori Angela Pellicanò, Gabriele Tagliabue, Serena Maffia, Giacomo Montanaro; lo scultore Francesco Marcangeli, nonchè di pittori stranieri di fama internazionale, quali la filandese Sojle Yli-Mary, il bulgaro Atanas Atanasov, la slovena Vida Slivniker e l’argentina Ana Negro.

Premio “Margutta-Comune di Roma” 1993 della critica; consulente artistico dell’Associazione – Accademia ” Art-studio Tre”; Presidente della giuria del Premio internazionale “Open – Art ” 2004, 2005 e 2006.
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