Silvia Secco

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È un libro di transiti da un tempo anteriore a un’esperienza tutta viva del presente, questo di Silvia Secco. Ed è anche un libro che, a partire da una consapevolezza collettiva della specie (declinata al femminile), giunge a mettere a fuoco la vicenda esistenziale, appunto narrata in presa diretta, di un Io sensibile. Tuttavia, a differenza di altre esperienze poetiche che inscenano un rapporto di inesausta metamorfosi fra l’umano e il grande scenario del mondo e dei suoi fenomeni, il tempo lineare della psicologia e quello circolare di ciò che chiamiamo Natura (la terra e i suoi frutti, le stagioni e la fenomenologia del cosmo), queste Amarene non si abbandonano mai a una facile soluzione di identità antropomorfica e di correlazione oggettiva d’ascendenza ancora simbolista. Piuttosto, ogni contatto e ogni possibile configurazione di rappresentabilità che provi a intrecciare l’esperienza umana e la molteplicità ciclica dei moti naturali richiede un processo di dolorosissima rigenerazione e di rinascita. Le grandi metafore attorno alle quali si compie la meccanica profonda di questo bellissimo libro a fondamento liturgico – senza mai essere, si badi, confessionale – sono quelle del concepimento, del dolore ad esso connesso e poi del parto e della neve, che funzionano a diversi livelli di metaforicità e di costruzione progressiva del senso. Resta solo da mettere in rilievo l’originalità di un simile lavoro, difficilmente confrontabile con poetiche espresse da una medesima generazione: piuttosto con certi esiti dello Zanzotto più libero da giochi di significante o da echi lacaniani, quello di Dietro il paesaggio o di Vocativo, per intendersi. D’altra parte, agli appassionati e ai lettori di poesia d’ambiente bolognese era nota da tempo la crescita costante di Silvia Secco. Questo libro, per compattezza tematico-stilistica e per intensità intonativa, la consacra ai livelli più alti della poesia di oggi.

Alberto Bertoni

 Testi dall’ultima sezione:

L’alba.
Balla l’erba di gioia
come un mare.
_ _ _

Dentro la mia piccola casa di ringhiera,
la mattina, quando non ci sono, entra sempre
la luce. Si muovono le gatte, parlano fra loro
il linguaggio bianco degli angeli minori,
marcano l’aria coi rumorini croccanti del cibo
e delle fusa – sottili legnetti spezzati –
Fuori, sul ballatoio, respirano piano le piante
che ho portato – appese alle inferriate si riposano
nel freddo – si asciugano i lenzuoli. È questa
la mia tregua: parla per ore al telefono di notte.
Ore ed ore all’orecchio nella notte delle città,
mentre l’orecchio lo sente battere forte, il cuore
Somiglia tanto alla pace, da farla sembrare una cosa.
E io che la tocco, la annuso, dico che questa è la tana,
ventre di mia gestazione. A primavera,
a primavera tutto si schiude. Io mi preparo.

_ _ _

Dentro l’ingombro minimo del nodo
di tutte le amarezze, le carezze mancate alle mani
dormi amore mio il tacere dei morti,
la parola in punta di lingua quando non viene.
_ _ _

Dentro di me si corica il maestrale
quando vieni, dorme come un bambino
dall’uno all’altro colmarsi dei satelliti
– la luna e Io – del sistema solare.
Si fa guardare immobile, ammansito,
che alla fine tacciono in me l’aspro e l’amaro.
Vieni, sempre di notte qui nell’ora dei frutti
(io solo due parole temo). Tu fammi un prodigio
di quiete: calmami più forte il cuore.

_ _ _

Dentro la notte mi nuotano i pesci,
parlano con me senza emettere suono
antichissime storie degli abissi, epoche
che gli uomini, animali e foglie
abitavano le acque – liquidi nei liquidi –
e le dita, e perfettamente le labbra
di tutte le bocche e di tutte le mani
che si erano unite nel tempo anteriore
si riconoscevano di nuovo.

Io ti aspettavo, con gli occhi che hai
mutevoli – d’acqua e d’altro, come mio padre –
Ti ho pensato a lungo prima,
similitudine interna di pace.
Luna compiuta sopra la casa.
_ _ _

Prima, nel lungo tempo anteriore, non ho fatto
che levare – una lettera alla volta del tuo nome
quando lo chiamavo, ed era già in tutte le parole,
nelle canzoni di Fossati della bocca e del vapore
vasto, come una città – Milano, io mi ricordo:
lasciavo la casa allora, disadorna e feroce
e bianca di latte e coperta di lenzuoli, come accade
dopo la lotta e dopo la rivoluzione.
Ma tu mi hai scritto che saresti arrivato alle otto.
Hai scritto alle otto, arrivare. Hai scritto
– inimmaginata mia primavera – arrivare:
mia nuova curva lunare, virgola d’esplicitazione,
stato di quiete mio. Arrivare.
_ _ _

Pensa a ciò che non resiste, i boccioli
il desiderio e la pazienza, l’umano
vivere. Questa maestà di magnolia
del giardino a breve si vestirà da sposa.
La guarderemo bianca – seta, e lieve
ronzio delle api – e non la toccheremo.
_ _ _

La notte lasciamo aperti gli scuri
per la luna quando si fa guardare,
per un sogno di pettirossi guardiani
sopra il davanzale. Siamo protetti,
addormentati, dai sussulti primordiali
che generano foglie, i loro sinuosi
movimenti in ascensione nelle acque
del pianeta. Vegliano sul nostro sonno
anche gli esseri dell’aria – come il tempo,
gli antenati – Noi diamo al prodigio un nome
preciso.
_ _ _

Le parole del mattino ripetute all’orecchio
io ti amo, ripetute al mattino all’orecchio del sonno
nell’ultimo anfratto del sonno, deposte nel cavo
grembo di ogni equilibrio e di ogni memoria. Le parole
io ti amo del mattino mandate a memoria, ripetute
e ripetute, depositate come un monile d’argento
nel cavo – delle nostre mani abbandonate, dell’orecchio –
nel sonnolento cavo della logica, nel tempo
ancora cavo del mattino, dentro – minimo embrione
d’argento, ciondolo di profezia e fortuna – Io,
io ti amo, le parole ripetute nel tempo, le antiche parole
madre e padre del tempo, ripetute al mattino all’orecchio
nel sonno del tempo, nelle profonde cavità senza suono.

SILVIA SECCO
– 25 novembre 1978 – nasce a Sandrigo, in provincia di Vicenza. Dopo la maturità artistica, da Breganze (VI), si trasferisce a Bologna dove vive. Attualmente lavora a Milano. Scrive in italiano e in dialetto alto-vicentino. Sue poesie sono state premiate o segnalate in alcuni concorsi nazionali. Alcuni testi poetici compaiono nelle antologie dei premi, in riviste, o sono pubblicati in rete. Alcuni testi, inoltre, sono contenuti in antologie collettive (Sotto il cielo di Lampedusa, annegati da respingimento – Rayuela Edizioni -, Muovimenti, segnali da un mondo viandante – Terra D’Ulivi Edizioni – Poesia di strada 1998 – 2017 – Seri Editore -, La pacchia è strafinita – Versante Ripido con KDP Amazon -).
In prosa ha curato la presentazione di alcune esposizioni fotografiche ed artistiche, in particolare per la pittrice Martina dalla Stella (www.martinadallastella.com); suoi articoli e recensioni ad altri autori si trovano nella rivista Le Voci Della Luna e nella fanzine on line per la diffusione della poesia Versante Ripido (www.versanteripido.it), diretta da Claudia Zironi, Paolo Polvani ed Emanuela Rambaldi, con la quale collabora dal 2015. Grazie al Premio Franco Fortini, nel 2014 ha pubblicato con la casa editrice CFR di Gianmario Lucini la sua raccolta poetica d’esordio: L’equilibrio della foglia in caduta (prefazione di Francesco Sassetto e nota di lettura di Enio Sartori), la quale ha ricevuto il secondo premio per la poesia edita al concorso San Domenichino Città Di Massa. Ha fatto parte dello staff organizzativo del Festival Bologna In Lettere, diretto da Enzo Campi, e del gruppo poetico bolognese Gruppo 77, diretto da Alessandro Dall’Olio. Realizza artigianalmente le piccole edizioni artistiche EDIZIONIFOLLI. A luglio 2016, con Samuele Editore, pubblica il suo secondo libro di poesia Canti di cicale (prefazione di Alessandro Dall’Olio), le cui presentazioni sono state proposte nella forma di recital-spettacolo in collaborazione con il giovane musicista e cantautore Alessandro Baro. Assieme alla redazione di Versante Ripido, ora anche associazione culturale, da settembre 2016, è impegnata nella organizzazione e proposta della rassegna poetica IGiovedìDiVersi, giunta, nel 2018, alla seconda edizione. Assieme alla poetessa Claudia Zironi e a Martina Dalla Stella, nel 2018 ha pubblicato il libro Ursprüngliches Leben: poesia e pittura in dialogo (EDIZIONIFOLLI con KDP Amazon), dal quale è tratto il recital omonimo proposto dalle due poetesse e accompagnato dalla musica dei giovanissimi musicisti “amici della poesia” come Alessandro Baro, Emma Gustafson, Elisa Misolidio, Giacomo Gamberucci, Fiore Stavole, Rocco Del Pozzo.

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5 Risposte to “Silvia Secco”

  1. silviasecco Says:

    Grazie infinite per questo spazio dedicato alle Amarene, cara Cristina. Sarò felice se altri vorranno leggere e “parlarne”. Un abbraccio.

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  2. cristina bove Says:

    benvenuta tra i poeti che prediligo.
    abbraccio ricambiato.

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  3. Marco Di Pasquale Says:

    Colpisce profondamente, cara Silvia, la confidenza che mostri nei versi nei confronti dell’elemento naturale, cosmico, uno sguardo ricambiato di rispetto e protezione, (” Siamo protetti,
    addormentati, dai sussulti primordiali
    che generano foglie, i loro sinuosi
    movimenti in ascensione nelle acque
    del pianeta”) che si riverbera poi nella relazione d’amore, sinonimo di accoglienza, compresione (“Tu fammi un prodigio
    di quiete: calmami più forte il cuore”, tra l’altro un bellissimo distico, che mi provoca molta consonanza). Bravissima!

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  4. silviasecco Says:

    Grazie carissimo Marco. Sono felice che sia luminoso il legame con gli elementi naturali. Siamo, almeno a me pare, parte di un universo che non ha separazioni. Grazie.

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  5. paraboschi luigi Says:

    cara Silvia quello che penso del tuo lavoro lo sai già e credo che Cristina lo pubblicherà tra qualche tempo. ciao

    Piace a 1 persona

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