Guglielmo Aprile

by

primavera Guglielmo Aprile

 

MOLTO PRESTO, AL MATTINO

Gemma di suoni chiusa
nel suo scrigno di foglie,
il passero recide la giugulare al canto,
e dà all’alba il segnale
di sorgere, impaziente
trombettiere agli eserciti
della luce: dilapida
le monete che il sole
gli versò nella gola,
spacca di colpo le anfore
della voce e ne sperpera
senza risparmio le acque,
ingarbuglia il groviglio
delle note nell’aria
che in vortici in spirali
si avvolgono, gomitolo
di fili d’oro alato
rotolante tra i rami,
diamante di trilli
che sul pavimento del cielo
si frantuma, va in pezzi:
ne raccolgo una scheggia,
porta riflesso il volto
che avevo da bambino.

 

BREZZA DI MARZO

Tenace, l’inverno incatena
nel ghiaccio i capelli ai torrenti,
strangola il bocciolo
nella scorza, spezza le piste
dei rondoni contro la frusta
obliqua della pioggia,
l’inverno carceriere;

ma lo vedrò, il mandorlo esultare
dietro un cancello, un muro
scalcinato, e le prime, ancora rade
tenere, candide foglie
ammantare il suo corpo
esile, esausto: Lazzaro
di bianchi lini avvolto
che spalanca il sepolcro!

Sarà come guarire
dopo una lunga malattia, evadere
da una cella, o abbattere
un tiranno; impigliate
nei raggi di sole le tortore
canteranno, perché insieme alla brezza
di marzo la voce ora è giunta
di un dio che dalla morte
torna, torna con la certezza
dell’erba che indomita spunta.

 

LA GRANDE EBBREZZA

Una smania, un’elettrica
felicità fa bambina la terra,
bambina che non sta più nella pelle,
che è raggiante, per un regalo
da troppo atteso, una promessa
mantenuta. È un contagio:

guarda quanto si dà da fare
la lucertola a setacciare l’erba,
il luccio ha l’imbarazzo della scelta
ora che cerca un posto per le uova,
le api sono in tripudio, e ondeggiano
a mezz’aria drogate di profumi,
è così preso, il fringuello, su e giù
per i rami, è diventato pazzo
è come ubriaco, esplode acrobazie
da funambolo, sta mettendo a nuovo
il suo nido, o neanche riesce a credere
a tanta abbondanza di gemme e bruchi.

Quanto esiste di puro, quanto è Dio,
quanto è selvatico innocente libero,
si fa onde di luce, si fa verde
urgenza di fiorire incontenibile.

 

FESTA DI PRIMAVERA

Ha l’aria un tremolio dorato, insolito:
tempesta le siepi il ranuncolo,
è stato il sangue del sole a nutrirlo,
sgorgano tenere fiamme le primule,
covano semi di stelle i cespugli;
gli alberi sono cavalli in amore,
non ce la fanno più a stare fermi
piantati in terra, se il vento li chiama,
vorrebbero correre lungo un fiume
che ha per onde l’arcobaleno;
dissoluti re, i prati, quale scempio
di colori, quali orge nelle alcove
della brezza consumano gli uccelli;
forgia un diadema odoroso la pioggia
sull’incudine di ogni filo d’erba.

Una ragazza dai capelli malva
raccontano stia per passare
sorridendo tra i campi:

presto, bisogna che tutto
sia pronto ad accoglierla, bisogna
che tutto sia festa.

 

COME FANCIULLI GLI ALBERI

Come avesse labbra
a miriadi, la pioggia
sussurra con tenere
parole alla terra l’antica
canzone, dalla pagina
del cielo srotola
il suo lungo racconto,
bacia una per una
ogni foglia. Le stanno
incantati in ascolto
come fanciulli gli alberi,
il sole in un guanciale
di nubi si è intanto assopito.

 

PAESE SILENZIOSO

Ritirati su un argine,
in disparte, sembrano disertori
certi alberi, in clandestino
esilio, e assorti in un pensiero
solitario, da secoli,
osservano il fiume e il mutevole
riflesso del cielo sull’acqua,
o dormono perduti
in un sonno antico e distante,
paese silenzioso e
vasto, che mai visitò nessuno.

 

COSMOGONIA

Somigliano a piume le nuvole,
ali di un cigno immenso
che dorme
sul lago di seta del cielo.
L’universo sta aprendo
i suoi petali, è un fiore
di loto che spunta ad oriente
dalle acque della notte.
Il sole, bambino che dorme;
è l’alba, la sua culla è il cielo,
l’alleluia dei passeri
gli socchiude le palpebre,
e tra i ricci di luce
quanti fiori che s’aprono.

 

ORA CHE TACE IL VENTO

Sono un intruso, non mi riconoscono
come uno di loro, questi alberi,
diffidenti, mi ignorano se passo,
si chiudono accigliati in una loro
gelosa solitudine, a difendere
un riserbo ostinato, che non posso
violare, e che li rende schivi,
assorti, ripiegati in sé, distanti
come alle volte certi uccelli prima
che piova, quando sospesi si lasciano
cullare lenti nell’aria, tra i tetti,
e osservano distratti per le vie
il viavai della gente, ma sprofondano
pensierosi di nuovo in quell’enigma
che un segreto volere a noi fa oscuro
o accenna appena, nel tremore labile
di un tuffo d’ali nel fogliame fitto.
Ora che tace il vento, in mezzo a questi
pini superbi, silenziosi, sento
che alberi uccelli nuvole tra loro
parlano in una lingua a me preclusa.

 

 

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo Editrice), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle), “Calypso” (Oedipus); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.

Annunci

Tag:

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: