Archive for dicembre 2018

Buone feste

23 dicembre 2018

buone feste - abete - by criBo

 

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Massimo Guidi

20 dicembre 2018

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La raccolta di Massimo Guidi colpisce per la sua progressione corale, per un certo accenno di venatura epica nell’incedere, per il ritmo che ricorda un passo marziale, perché trattiene un’eco del passaggio dei padri che fecondarono la terra e consumarono il pane, quegli uomini che spianarono gli scoscendimenti a terrazze e che ancora siedono all’ombra dei muri masticando aglio e pane. Il passaggio di quegli uomini che sempre si sono identificati nel vincolo con la terra e si attardano alla fatica. Dunque un’incursione, ragionata al limite dell’analisi, nella memoria di un territorio, una poesia che scandaglia il formicolio delle vite, racconta di quei volti che si mutano “e s’adeguano all’ocra, / calcinandosi al sole”. […]
(dalla postfazione di Paolo Polvani)

 

BRUMA


Una conca pliocenica –

bramiti si ridestano

di un passato lacustre,

solo le cime restano.

 

TERRAZZA

Il vento si dipana.

Da qui senti che l’acqua

ammorbidisce i dossi.

Un altro grano, poi,

rivestirà le dune.

La stagione lavora.

 

 

APPENDICI
 

Durano colombaie

e ricoveri d’uomini,

perimetri di pietra

isolano gli interni.

In sunti di materia

pertinenze di dune

culminano volumi.

Anche i volti si mutano

e s’adeguano all’ocra,

calcinandosi al sole.

L’intonaco si scrosta,

come altro si consuma.

 

 

CORTILE

Il giorno scalda i sassi.

Qualcuno faticò

a portarli e posarli.

Ora avanzano ai muri.

E così le parole,

che dici ma non sai.

 

 

PAUSA

Le cicale sferragliano.

S’invocano rovesci.

Ma l’inutilità

del non fare è palese

quanto quella del fare.

S’affollano lucertole.

 

 

IN TERZA PERSONA
 

Patisce per le cose

a cui non trova posto,

l’uomo che non s’adatta

e che non s’accontenta.

Guarda l’araucaria

stupendosi di quanto

siano veloci i ragni,

guastandone il lavoro.

 

Massimo Guidi è nato a Figline Valdarno nel 1976.

È laureato in Scienze giuridiche e lavora come consulente in un istituto di credito.

Appassionato di pesca e di libri, anche da collezione, vive in un piccolo paese della campagna fiorentina con la moglie Laura e i loro due bambini.

Nel 2004 ha pubblicato per Aletti Editore la sua prima raccolta di versi, Vulnerabile.

Ha partecipato a vari concorsi letterari per opere inedite classificandosi in alcuni al primo posto.

Negli ultimi anni le sue poesie sono apparse sulle riviste Ilfilorosso, Il Segnale, Orizzonti, Poliscritture, Zeta, Poesia, La Clessidra, La Mosca, L’Immaginazione, Collettivo R.

 

 

 

Silvia Secco

15 dicembre 2018

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Lettura di Luigi Paraboschi

 Se le parole che un poeta usa con maggior frequenza sono le spie che ci aiutano a comprenderlo, ciò che in buona parte serve per identificare il nucleo del suo “ sentire “,- visto che  in questa raccolta la Secco usa i sostantivi “ Neve “ “ Pane “ , “Sete e Fame “  con molta frequenza-, non posso non  domandarmi quale sia la parte di sé che essa maggiormente tende a valorizzare, se il corpo o lo spirito, ma propendo a superare la fisicità dei sostantivi elencati per lasciarmi sedurre da un’altra spia del suo essere persona, gli esergo che essa antepone alle varie parti del suo lavoro.

Si sceglie un “esergo” per  fare una introduzione al lavoro che si intende sottoporre al lettore, ed anche per rendere omaggio a qualche autore importante per la nostra formazione, e la nostra autrice  ne evidenzia alcuni  che elenco per aiutare ad inquadrare i vari temi che essa svolge

il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome
e per citarle bisognava indicarle col dito. (Gabriel Garcia Marquez)
Tutto ciò che con ogni amore e afrore di paese
doveva difenderti (Andrea Zanzotto)
della città importanti io mi ricordo Milano (Ivano Fossati)

Se è vero che scriveva Marquez che “ le cose bisogna indicarle col dito “ a me sembra che già dal lavoro precedente “Canti di Cicale “  Secco avesse lasciato capire che il titolo del lavoro attuale fosse già in cantiere quando da allora  indicava al lettore che: Interni al mio ventricolo sinistro/maturano segreti di amarene
e  infatti questi sono i frutti che lei si decide a cogliere ora, quando scrive  del lavoro di cui sto parlando:
io qualche decina di amarene/mi covo nel grembo. Per voi preparo/un pane in dono, minuscolo ed agro.

Ma  aveva anche dichiarato da prima:
All’amore/occorre tacere, come alla neve cadere./Occorre accarezzare, se brucia soffiare. /Placare se serve, lenire.

Le amarene che Silvia ci offre sono talvolta acidule, com’è nella loro natura, e lasciano in bocca un sapore brusco, e quindi il lettore dovrà cercare di addolcirsela girovagando tra i numerosi passaggi morbidi di questo libro.

Il dolore del cuore prorompe dentro la riflessione che essa conduce parlando di  fatti di cronaca recenti, episodi di violenza su bambini e bambine accaduti nel sud del nostro Paese, fatti che hanno turbato le coscienze di tutti per la loro drammatica evoluzione.

E l’urlo di dolore non prorompe ma si tocca con mano perché la poetica di questa autrice è sì tutta giocata con parole che esprimono  fatti e avvenimenti tragici, ma  lo fa sempre con il pudore e la riservatezza che la delicatezza degli argomenti richiede, come in questa  dedicata alla bimba napoletana  di pochi anni, abusata e poi gettata dal terrazzo di casa,  una storia horror raccapricciante.
Leggiamo  questo testo per intero:

le bamboline salgono le scale/dei palazzi con le ginocchia sbucciate,/le ciabattine. Portano nomi come/caramelle. Suonano alle amiche/per giocare sulle terrazze sgombre/delle antenne, a unire i puntini dei nei/nella forma del lupo. Indossano/magliette preferite con le ali /contano i loro anni, fino a sei. Poi /si chiudono la bocca con le mani/gridano la faccia dei padri. Fanno il salto, volano giù otto piani.

Si legga attentamente e con pazienza i versi di questa che segue, si analizzi la delicatezza delle espressioni usate, il pudore dei gesti, la riservatezza nel raccontare i fatti, ma anche la precisione quasi pittorica di quella sofferenza fisica derivante dal dolore per la violenza subita.

Nove anni, piedini nei sandali /e i malleoli uniti, ti dondoli / nel piccolo male d’ossicine. /Nove anni e spingi pianto e groppo /giù, ginocchio contro ginocchio/ giù, più forte un malenorme/ giù dal bruciore dell’occhio/giù nel cavo della pancia che è un tondo/ liquido mondo bambino. /Nove anni e stringi che non si spanda/- sopra il cesto del bucato dove siedi /nemmeno tocchi terra con i piedi -/Fingi di farfalle nelle ragnatele /e mani senza dolo da tenere /magari solo per attraversare.

Come non avvertire tutto il dolore che c’è in quel “ malenorme” nel cavo della pancia, come non vedere quello stringersi delle gambe affinché quel dolore non fuoriesca dal corpo, come non rendere concreto sotto i nostri occhi il disagio di quel muovere i piedi che non arrivano a terra ?

Le bamboline salgono le scale /dei palazzi con le ginocchia sbucciate, / le ciabattine. Portano nomi come /caramelle. Suonano alle amiche /per giocare sulle terrazze sgombre /delle antenne, a unire i puntini dei nei /nella forma del lupo. Indossano /magliette preferite con le ali /contano i loro anni, fino a sei. Poi /si chiudono la bocca con le mani /gridano la faccia dei padri. Fanno il salto, volano giù otto piani. 

Le possiamo vedere queste “ bamboline “ con le loro magliette da pochi soldi, le ciabattine strascicate ai piedi e la drammaticità dei versi finali ci fa comprendere meglio il significato dell’esergo ricavato da Zanzotto: Tutto ciò che con ogni amore e afrore di paese /doveva difenderti .

Non c’è protezione né salvezza neppure gli odori di casa, niente difende il cavo della pancia di quelle bimbe, nulla le protegge dai lupi che si aggirano attorno al cesto del bucato sul quale siedono dondolando i piedini.

Ma teniamo presente anche la “neve” che, come ho ricordato all’inizio, è una costante frequente nel versi della Secco, e non occorre possedere troppi studi di psicologia per intuire che  vuole rappresentare uno slancio inconscio verso una serenità ed una pulizia interiore della quale l’autrice sente la necessità, come in questi

Insegnami il coraggio dei papaveri/ai margini di strada, l’ilarità/di certe spighe, a spasso con le folate./Fammi capace di gentilezza/- l’erba sul piede nudo, l’attitudine del sasso/a tacere le erosioni, la pazienza che hanno i pesci/coi costumi dei bagnanti – dammi la fede del frutto/che maturerà come ne ha la neve, in altitudine/a maggio inoltrato.

Questi versi sono una invocazione quasi trascendente ( la trascendenza non appare mai troppo evidente in questa raccolta, ma la si sente, la si tocca anche se non è nominata ),si avverte un bisogno di “ gentilezza “, la necessità di essere spontanea come i papaveri sul ciglio dei fossi, la rassegnazione del sasso che ignora le erosioni del tempo e delle intemperie, e la fede nei risultati che verranno.

 Ancora  la poesia

Impareremo dalle cime la vertigine,/la libertà dal gatto di morire solo. Avremo pietà/- come la terra per il fieno, all’ora della falce -/un biancoridere di scogli davanti al mare./Impareremo a eliminare dalla calce, dalla brace/a trattenere. Avremo sete e avremo fame:/la sete di chiarore della rosa/l’urgenza degli uccelli di cantare./Avremo comprensione nelle mani,/la stessa fame d’ossa degli anni, dei cani.// 

e sottolineo questo bisogno di “ trascendente “ che sarà finalmente soddisfatto un giorno quando avremo imparato dalle cime la vertigine, quando la nostra fame di ossa che hanno i cani sarà saziata, per evidenziare meglio come in Secco vi sia un  tormento  esistenziale così ben espresso da questo esergo di apertura al libro:

 “Tu sentissi come come mi urla il cuore questa litania. /Mi urla come un bambino “.

Ma quando avremo imparato la libertà del gatto di morire solo “ allora sapremo farci concavi per diventare capaci di raccogliere il dolore

…Essere pozzanghere, per similitudine /di condivise profondità, voragini e spaccature/ loro, come le persone. /A raccogliere gocce fuse alle gocce noi /ci diciamo luogo, raduno di piccole cose cadute.

……………. perché scrive più avanti   il nostro destino è  che “ Mai saremo promesse alla quiete “.
Eppure un luogo esiste sembra dire l’autrice per raggiungere quella quiete desiderata, occorre ricercarlo anche :

……….. Dentro la città, dentro le righe/fra le lastre delle pavimentazioni,/ci fioriscono le mani, e sono fili/d’erba nuovi e sono vivi: quadrifogli/che si fanno avvicinare/……….…..ci rassomigliano per illusione…..

L’illusione scompare dentro la scoperta della personale “ pavimentazione “ , quella interiore che è capace di non farsi soffocare e lascia crescere così quadrifogli, anzi genera quei filari di rose che i contadini fanno sbocciare agli inizi di ogni filare di viti, ed è la scoperta di possedere radici ciò che dà all’autrice di “ appartenere ad una patria “ 

Vien vardàre, mi hai detto. Il filare/finisce sul fiore, ognuna delle tue/rose è sana. E nel minuscolo tondo/del chicco/ancora non succo né acino/e nel ventaglio della foglia e nello/slargo del palmo della tua mano/e ovunque fra il passo e l’erba, io mi fiuto/un buono di pelle che è il nostro odore/e dove mi trovo, figlia. Appartengo/a una patria.

Quell’espressione dialettale con cadenza veneta che appare all’inizio è un invito che qualcuna di famiglia, la madre presumibilmente,  le rivolge quasi come  incoraggiamento a soffermare lo sguardo sul tondo di quel chicco d’uva che sta crescendo,- nuova vita-, e la induce a scoprire quell’odore di buona pelle che è la certificazione di origine, l’identificazione con qualcuno che fa parte di noi, è il coronamento di quell’espressione trovata poc’anzi che diceva:

………dammi la fede del frutto/che maturerà come ne ha la neve, in altitudine/a maggio inoltrato.

 e anche di quest’altro verso che  dice parlando delle pozzanghere   :……….Concedere ai bambini di entrarci, di saltare/nudi, con la felicità dei loro gridi.

Una volta trovate la radici delle rose del vigneto, è facile ritrovare anche quelle del proprio destino di donne legate alla stessa pelle, allo stesso colore del suo tessuto, alle stesse linee del destino, come leggiamo:

 Senti come fa rumore, una foglia/sulla strada sopra il letto delle foglie/sopra l’anulare/- l’oro della fede/che dopo appartiene a mia madre -/Senti com’è uguale anche la grana della pelle/a ripensarla, e uguale è il colore/di sua madre, di mia madre e di me/mano a mano, con gli anni che disegnano/le linee, questo destino che ci scrive/una separazione.

La parte più amara di questa raccolta è l’ultima, quella che si fa precedere da quell’esergo iniziale:

Bocca sulla bocca ti ho mentito/l’inutilità di questa frode
Prima, nel lungo tempo anteriore, non ho fatto/ che levare -una lettera alla volta del tuo nome/ quando lo chiamavo, ed era già in tutte le parole/ nelle canzoni di Fossati della bocca e del vapore/ vasto, come un città -Milano, io mi ricordo: lascivo la casa allora, disadorna e  feroce/ e bianca di latte e coperta di lenzuoli, come accade/ dopo la lotta e la rivoluzione/. Ma tu mi hai scritto che saresti arrivato alle otto./ Hai scritto alle otto, arrivare. Hai scritto/- immaginata mia primavera- arrivare:/ mia nuovo curva lunare, virgola d’esplicitazione,/ stato di quiete mio. Arrivare//

Secco esce con queste ultime poesie dalla dimensione del dolore particolare ed assume veste di persona che si interroga sul proprio destino, ma anche su quello di coloro che verranno, si domanda  che ne sarà degli anni:

Quanto, quanto avremo/ perduti i prati che non torneranno, non i prati/. Non rimarrà prato alcuno/ Non più gemmeranno i tralci, si seccheranno/ e germi nelle cavità dei legni li marciranno/ e nessuno, né rami né foglie, neppure gli acini/ ripareranno dalla crudeltà del bianco:/ gemere vuoto di luogo disabitato, abbaglio di bianco/ sul bianco del muro

Decisamente l’andamento di questo lavoro della Secco è ineccepibile come svolgimento;  ci prende per mano, l’appoggia al suo grembo a ci lascia togliere i frutti amari che esso raccoglie; parte dal dolore che trasuda da ogni poro del nostro vivere, passando attraverso la sofferenza del proprio vissuto privato

A noi dicono, invece, ce ne sarà per degli anni./Che ci faremo anziani, e alla cura non basterà la neve. /Ma allora come faranno i figli. Come le madri ,/ il bestiame, il torrente o la piena, le vigne /e il grano, oppure il piano a sopportare /nostalgie di tre sillabe – alcun orizzonte, /trincee in luogo di alture, cicatrici incapaci/a guarire – e noi incapaci, a spaesaggire.

E quella crasi “ spaesaggire “ ci fa  approdare  a una conclusione avvilente, disillusa e sconfortante servendosi di un linguaggio anticonvenzionale, privo di retorica, scarnificato all’eccesso, sfrondato da ogni tentazione sentimentale anche nella parte del proprio privato affettivo, ma temo che queste amarene non saranno le ultime che dovremo aspettarci di questa giovane autrice già al terzo libro di poesie.

 

 

 

Claudia Zironi

10 dicembre 2018

Lettura di Luigi Paraboschi

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Variazioni sul tema del tempo
poesie di Claudia Zironi

Credo di poter dire, senza timore di essere contraddetto dall’autrice, che il tema del tempo costituisca quasi una costante di tutte le sue raccolte, a cominciare da
Fantasmi, spettri, schermi, e avatar da cui stralcio :
A un certo punto il mondo ha rallentato
…non so bene quando è successo…
il mondo era invecchiato

Che Zironi pensasse che il tempo abbia rallentato e invecchiato il mondo, e il flusso degli anni abbia trasformato e si sia portato via i nostri migliori sentimenti, lo si poteva già intuire e dedurre dal finale di questa altra tratta da Eros e polis ove, forse parlando di sé stessa, preconizzava un destino di morte, di oblio e di sconfitta al quale però siamo inevitabilmente destinati tutti:

Sei nido della rondine /a settembre, destinato /all’abbandono. Servirai /da concime alla terra / dei nuovi ramoscelli /che culleranno uova

Ma in questa ultima raccolta lei affronta ancora e con maggiore impegno e attenzione quasi scientifica il tema temporale, costruendo all’interno di tutto il suo lavoro scansioni letterarie chiamate: Ucronie-Eterocromie-Eucronie-Discronie-Sincronie-Ur-cronie-Diacronie dentro ognuna delle quali inserisce testi a suffragio del tema principale che è
“il tempo“.

In tutti questi “paragrafi“ o “capitoli“ del discorso poetico sono inseriti testi che davvero spiegano il significato dell’intitolazione ad essi assegnata, e ritraggono ciò che sarebbe potuto succedere se un preciso avvenimento storico avesse assunto un andamento differente.

E’ una sorta di “sliding doors“ letterario nel quale Zironi immagina di viaggiare con la fantasia attraverso luoghi geograficamente precisi ( la Finlandia, Stoccolma, Santiago, Il Cile, la Fossa delle Marianne, Istanbul ) per proporci testi a volte leggermente angoscianti per quel senso di solitudine e di lontananza che mi hanno fatto riandare al romanzo “La strada“ di Mc Carthy, per la visione desolata di un mondo sopravvissuto ad un disastro ecologico o nucleare.

Poiché in un testo essa scrive: ”per scrivere di cose profonde/ ho scritto di curiosità geografiche “, non ci resta che seguirla nel divenire poesia di queste “cose profonde“ il cui sviluppo lascia il lettore a volte spiazzato, come in questa:

Avevo- forse ho-qualche parente a Padova/.Ci sarò stata due o tre volte in tutta la mia vita/ ricordo solo la chiesa, la piazza/ ma è uno di quei posti che diceva mia nonna/ suona familiare/ come se ci avessi perduto qualcosa/”

ma lo spiazzamento arriva da questo verso folgorante che chiude il testo “Guarda per me nel fiume“.

La spiegazione di questa volontà di disorientare il lettore mi è apparsa più chiara da questi versi di un’altra:

“Sei mai stato una gazza?/ disposta in fila con altre trenta su un cavo/ nel sottotetto, che guarda/ te che sospiri scacciando l’idea/ di un nuovo amore/. E sei mai stato il tuo letto?/ che accoglie l’insonnia, le mani, il calore/ come fosse il suo corpo/. Sei mai stato il treno che ascolta/ i tuoi nuovi pensieri cosi azzurri/ come fossero raccolti di fresco in un campo/ E sei mai stata l’aria che lei respira? Il pipistrello/ che le vola davanti alla finestra ? Sei mai stato la sua bocca, i suoi occhi/ il suo seno?/ da quando ti conosce//”

Ancora una volta, come nei precedenti lavori, affiora in Zironi uno sguardo sul mondo che pare volere celare una invocazione di aiuto, la volontà disperata di vincere l’inevitabile trascorrere del tempo e di volerlo piegare alle esigenze di un cuore sempre bisognoso d’amore e di contatti umani, malgrado quella che a un lettore frettoloso potrebbe quasi apparire aridità o quanto meno indifferenza.

Se non ci si sofferma sul disincanto racchiuso in questi versi, sul loro nichilismo:

“non è infinito l’universo/ è il nulla-meno qualche cosa, esiste/ per sottrazione al nero/ ma Tu/ sei come il tempo

se non ci si lascia influenzare dal contenuto di questi altri:

“E se un giorno svanissero/ i pensieri la luce non esistesse più/ la percezione/ dello spazio né quella del freddo, non ci fossero/ più nervi ad accogliere il dolore/ nessuna voglia nel ventre, un grande/ silenzio./ Il tempo/ fosse una macina per ossa/ Se un giorno restasse solo questa sensazione/ di non servire a niente//

e si va oltre la prima reazione di sconforto, tornando sui differenti testi di questa raccolta ci si può rendere conto che l’anima di questa artista possiede angoli di sensibilità eccezionali capaci di venire fuori con tutto il loro vigore,e la loro forza espressiva come si può dedurre dal finale di questo testo che segue, malgrado sembri essere stato dettato dallo scetticismo più globale:

“Misurazioni effettuate hanno dimostrato/ che l’ innamoramento sul pianeta Terra/ nell’uomo dura circa tre mesi, nella donna/ un anno, dopo sei anni c’è la sopportazione/ quando va bene,/ poi solo fastidio, la possibilità/ di incontrare l’uomo dei sogni è pari/ a quella di trovare il libro di Urizen/ su una bancarella, arrivata a cinquant’anni/ ogni donna libera dichiara guerra/ all’amore e alla coppia, ogni uomo/ di pari età corre appresso le ventenni…..“

se non fosse che il riscatto dalle parole precedenti e dallo sguardo disilluso che si apre su una realtà abbastanza diffusa viene fuori da questi versi della chiusa che dicono :

…”mi spieghi/ per quale statistico motivo/ mi hai sorriso ?“

Ma l’anima che cerca il sorriso che nasconde l’attrazione, è la stessa anima che la induce a trattenere i sogni nella tasca di un cappotto nel quale ha rintracciato un rettangolino di carta (forse un biglietto d’ingresso a qualche locale) e di conseguenza scrivere: “… quando ho letto ho ricordato/ un piccolo prezzo per un anticipo d’estate/ per il sogno di un’intera vita./ L’ ho rimesso tra i rifiuti/ nella tasca, e la fa ribadire l’ostinazione di voler riattivare un rapporto che sembra esaurito. “Ti cercherò tra le spighe e i papaveri/ imbiancati, nelle tane lasciate vuote/ delle pietre, nonostante il frastuono/ dei gabbiani ti cercherò tra i vescovi/ in conclave, tra le sabbie delle mie parole e/ tra le rose senza nome, tra tutti gli uomini/ mancati nel millesettecento, tra le madri/ che non hanno avuto figli. /Se c’è una possibilità di ritrovarci/ non la lascerò intentata, il giorno / della fine del mondo //

La speranza dell’incontro va al di là del fluire inevitabile del tempo e culmina nello splendore di questa ultima che riporto per intero:

“ci sono cose che capitano./ Accade di nascere comete/ o solo di nascere, come di morire/ cadendo in un fiume/. Capitano strambi incontri/ dove i silenzi non sono/ contemplati, accade di traversare/ il deserto e il mare./ Può capitare di imbattersi/ in un astronauta per strada/ e non saperlo. Può essere/ che quando si aprono le mani/ per sentire il vento freddo/ della notte qualcuno le stringa/ e si parli dell’amore//

Luigi Paraboschi 13.10.2018

Stefano Di Ubaldo

5 dicembre 2018

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Verso un forse” di Stefano Di Ubaldo è una raccolta di versi in cui si alternano riflessioni, battute, giochi, istantanee, con una buona dose di surrealismo.
Quella del gioco è un’idea che molti scrittori rifiutano. L’autore, peraltro molto giovane, incastra le parole, le addestra, le smonta, le accelera al servizio di una costante e virtuosa allitterazione e con la capacità di giocare con le similitudini. Non è un funambolismo verbale fine a se stesso, tratta temi intimi e personali con rimandi più o meno espliciti a cultura cinematografica e letteraria sia di alto sia di basso livello cosa che ritengo avrebbe fatto felice Umberto Eco.
Leggere queste poesie è un divertimento azzarderei musicale. L’autore, come un buon rapper, mostra la giocosità profonda che può avere la letteratura grazie a composizioni ricche di sarcasmo e ironia scritte in un linguaggio semplice e chiaro.
Per leggere questo lavoro dobbiamo sbarazzarci di tutti i pregiudizi, etichette o modelli letterari attesi. Al contrario, bisogna essere disposti a essere sorpresi e lasciare che l’autore giochi con noi.
Lo stile non rivela una poetica dell’abbondanza, ma non è minimalista; tende al dissolvimento della soggettività, ma non ne annulla la dizione; trasmette il sentimento, ma con una verità denudata del suo residuo patetico (ad esempio in Nessuna ambizione).
Di Ubaldo possiede un raro equilibrio che lo allinea ai poeti capaci di ascoltare la voce interna delle parole e forse, anzi senza dubbio, questa dimensione dovrebbe aiutarci a riscoprire la reale icona del poeta in genere, disilluso e tuttavia con speranza, intriso di una quotidianità significativa, che crede nella proprietà musicale e rivelatrice delle parole, come ad esempio in Babele su carta
“tra milioni di voci
che piovono stanche
dalle torri d’avorio,
dopo aver rigirato,
frottole impazzite,
nella vuota schiera
di una verità per finta”

I testi che appaiono relativamente sciolti, si sgranano davanti al lettore, prendono con disinvoltura l’andamento della cantilena, a tratti persino della filastrocca o comunque seguono il capriccio di una rima facile e sonora, tutto questo lascerebbe presupporre una scioltezza di tempi, una leggerezza di pronuncia che momenti più intensi smentiscono, aprendo il varco per un diverso tempo di lettura e di comprensione, dilatando la semplicità di questa poesia in purezza espressiva. C’è uno straniamento di fondo a manifestare il beffardo contrasto tra la superficie grafica e i temi in essa congelati.
Appropriata la scelta dell’immagine di copertina con quel cappello tra i binari, perché la vita è metaforicamente un lungo viaggio di cui non si conosce la meta e di cui non rimangono che memorie.
Consigliato.
(Luisa Debenedetti)

UNO SGUARDO NON BASTA

Ci siamo impietositi
di fronte al nulla,
all’inconsistenza
di avere due occhi
e soltanto una bocca:
troppo per vederci
e poco per raccontarci
ciò che vediamo.
Qualcuno dice
che, a chi si ama,
basti uno sguardo
per capirsi;
ma, chi lo dice,
non considera
che uno sguardo
non basta
per amarsi.
Così, ridicoli,
siamo rimasti in silenzio,
come quando per strada
si passa a fianco
a un senzatetto assopito:
lo vediamo,
non sappiamo che dire
e abbiamo pietà di lui;
e forse, poi,
un po’ anche di noi.

 

NESSUNA AMBIZIONE

Vorrei spogliare
il manichino che sono
dalle ambizioni che non ho
e che occorre esibisca in vetrina
come sperassi
le avessero tutti.
Potrei attendere
di passare di moda
o sfilare indifferente
su passerelle di nicchia,
dove l’eco dei gargoyle
rammenta l’umiltà.
Intanto l’acqua scorre
e non torna dov’era,
ma capita che ricordi
da dove è passata.

 

BREVE DIALOGO TRA UN INSONNE E UNA FANTASIA

Breve messaggio
di un insonne
a una sua fantasia:
“Narrami del mondo
e non lasciarmi solo,
ma appena mi addormento,
sei libera di andare:
quel vuoto dei miei sogni
è pronto a scomparire.”
Breve risposta
di una fantasia
a un suo insonne:
“Per me non c’è problema,
ti tengo compagnia,
ma se mi stringi forte,
non riesco a respirare:
quel vuoto è il mio lamento
finché mi fai morire.”

 

AL FINALE DI PULP FICTION

Ripeti pure la storiella
che ti sei sempre raccontato,
per dare un senso
a ciò che fai;
nessuno mai
la metterà in dubbio,
perché è credibile
quanto basta;
eppure, lì,
di fronte a te,
nello specchio di un altro,
c’è il debole;
e tu sai bene
che puoi provarci
a diventare il pastore,
che quel debole te lo chiede,
affermando lo smarrimento
in un punto di non ritorno.
Lo sai bene,
perché questa
è un’altra storia.

 

ESTRATTO DA UN INTERROGATORIO AD UN UOVO

“Sei un caso da strapazzo!
Ti toccherebbe la camicia di forza
se la tua scorza
non fosse tanto fragile!
Forse l’albume dei tuoi ricordi
ti tormenta,
come una pagliuzza nell’occhio
o una mosca intorno a un bue,
ma per tua sfortuna,
non sono una pollastrella nata ieri
e intuisco che qualcosa ti cova!
E non venirmi a dire
che prendo per assodato
di essere sempre un passo avanti a te!
Qui non è importante chi venga prima!
Ciò che mi preme verificare
è che tu non abbia in serbo sorprese!
So che è difficile trovarti dei difetti,
a parte pochi peli!
Tuttavia inizio a pensare
che tu sia marcio dentro
e non ti importi un bel nulla
di fare una frittata della tua vita!
Di certo è meglio
averti qui oggi,
piuttosto che sapere
di poterti prendere un domani!
Chissà quante malefatte
progetta ogni secondo la tua Testa
e quante ne abbiamo sventate
con la tua cottura,
rompendo nel tuo paniere
gentaglia della tua foggia!
E sappi che non me la bevo
questa tua messinscena
di sembrare sbattuto,
come se tu non abbia mai visto
dischiudersi la luce
in fondo a un tunnel.
Ma forse sto parlando troppo
e tu non mi stai nemmeno a sentire.
Piuttosto, hai qualcosa da dire in tua difesa?”
“Soltanto una cosa:
se tu urli, io tuorlo!”

 

ISPIRAZIONI CON PARTENZA DA BOLAÑO E ARRIVO A DÜRRENMATT

Prima di ridere
di un ubriaco che ride
dietro le sbarre di una cella,
assicurati
che non stia ridendo di te,
che ridi
di fronte alle sbarre della tua.
Perché poi,
se ci credi,
a te libero
e a lui prigioniero,
va a finire
che lui riderà più forte
e più forte riderai tu
e, a furia di ridere,
la realtà si confonde
con la disgrazia
di non capirla.
E a quel punto,
urge la pazzia
per spiegare
quello che manca
e dare un senso
all’intera scena.
Ed è difficile
tornare indietro,
ché la pazzia
è schiava tiranna
e, una volta eletta
a servizio della ragione,
non se ne può più
fare a meno.
A meno che, dopo,
non scoppi una rivolta;
o si rida anche di se stessi,
prima di ridere
di quell’ubriaco.

 

DÉJÀ-VU

Portiamo dentro
polifonie intorno
e fantasie perdute
tra dure realtà;
e le mentite spoglie,
identità a ritagli,
caravanserragli
per culture ipocondriache,
memorie dionisiache
di fresca gioventù,
ricami all’incoscienza,
richiami all’apparenza,
profondi sottosuoli
e occhi da bambino,
aperti sulle strade
che fuori percorriamo.

 

 

Stefano Di Ubaldo nasce a Lecco il 17/05/1993. Dopo il Liceo Scientifico, intraprende un percorso di studi dapprima all’Università Bicocca di Milano, dove si laurea nel 2015 in Scienze e Tecniche Psicologiche, quindi all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, dove sta ultimando il Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Cognitiva Applicata. Attivo nel volontariato sociale da diversi anni, si è occupato di animazione per ragazzi, forme di disabilità, cure palliative e carcere.

Scrive poesie dal 2012. Oltre a partecipazioni in collane ed antologie poetiche e riconoscimenti in concorsi letterari (primo classificato nel Premio Poetico Amarganta 2018; terzo classificato nel IX Concorso Nazionale di Poesia Amalia Vilotta), nel 2017 sono state edite le sue prime raccolte monografiche: Scorci su giochi di regole (Aletti Editore) e Da qui in avanti, un passo indietro (Alétheia Editore). Nel luglio 2018 è stata edita la sua terza raccolta di poesie, dal titolo Verso un forse (Casa Editirce Antipodes).

Tra i temi conduttori delle poesie, la cura, la ricerca e il cambiamento, come chiavi di lettura di una realtà in costante trasformazione. Tra i suoi autori preferiti, Dostoevskij, Bolaño e Cortázar.