Archive for gennaio 2019

Danilo Mandolini

27 gennaio 2019

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Danilo Mandolini, Anamorfiche, Arcipelago itaca 2018

 

 

Recensione di Anna Maria Curci

Percepire dimensioni e condizioni dentro e fuori di noi, rendere queste percezioni è impresa costretta all’angolo, in un angolo limitato, se essa non abbraccia la pluralità di prospettive.
A questa condanna alla limitazione deformante, a questa proposta di apertura di prospettive fa riferimento, già nel titolo, Anamorfiche di Danilo Mandolini (Arcipelago itaca 2018), raccolta della quale, nel mese di marzo 2018, sono apparsi alcuni testi in anteprima su Poetarum Silva.
Oltre ad essere, dunque, proposta di apertura alla percezione e alla restituzione di diverse sfaccettature, della pur minima differenza di sfumature, Anamorfiche è proposta di apertura al superamento del limite individuale attraverso una ‘sinfonia psichedelica’ che si articola in numerose sezioni, alcune delle quali portano proprio il titolo di «psichedelie».
Dopo un’introduzione, che ha il titolo Altrove e un tono che sarebbe sbrigativo e ottusamente tranquillizzante definire apocalittico, tanto realistica è la descrizione della istupidita acquiescenza con la quale gli individui, tappati in case ammucchiate in un conglomerato urbano che inghiotte, novello Crono, qualsiasi forma di comunità, accolgono l’orrore del disgregarsi, parte la prima sezione di Anamorfiche, intitolata, appunto, Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni e dei silenzi.

… continua su Poetarum Silva

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Flavio Natale

21 gennaio 2019

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Vespe

Vorrei ritirarmi
dentro una siepe
dove le vespe lavorano le case,
dove la luce non è che lucore,
e riposare
in un ordinato simmetrico scambiarsi
di voli,
abbandonare il mondo, di fuori,
al suo ronzio ininterrotto.

 

Moltitudini

Moltitudini
di ritorno dal sale,
da sieste, da creme,
cocomeri, bruciature,
sono stipate
sul treno del rientro, direzione
centro città.
Cappelli tondi lillà,
maglie sgargianti, orpelli,
abbronzature Nivea dipinte
sulle epidermidi.
Ma nel vagone Atac
una ragazza fa luce
tra l’afa che scoppietta e il sudore,
capelli biondi, caschetto.
E’ gialla girasole.
Esce alla terza stazione
e anche un ragazzo,
smilzo, introverso, due porte più in là,
sguardo a terra, fa
un passo alla luce.
Lui è blu anemone.
I loro colori s’abbracciano,
al tornello,
mischiati poi
davanti l’uscita.
Sono scesi entrambi
alla giusta fermata:
verde.
Creme

Ti toccavo le mani,
ossute e contrite, curate
con creme Erbolario,
assetate come un cane
al guinzaglio. Asciutte
e a brandelli, erano
l’arteria del quartiere,
a faglie. I medici a stento
li lasciavi parlare.
Oggi ti sfioro
in uno spacco di mare,
dove il contatto è breve:
sale e granelli.

 

 

Nighthawks

Sul bordo del bancone, al fondo
una palma,
si poggia sottovoce,
tra gli scrosci dei lavapiatti,
un brusio di miscele.
“La corretta razione
per un Martini
è Gin e Vermouth, sei – uno” dice.

Tintinnano i bicchieri di Boemia,
a festa.

Aumenta la notte, si fa molle,
e inghiotte il bar
come un blob.
Resiste una luce. Un falco
afferra il locale,
e lo strappa da terra.
Chiude. M’immergo
ubriaco nel buio.

 

 

Mattatoio mattutino

Mattatoio mattutino
di sterminate teste che aggrappate coi denti
a spranghe nel treno
sembriamo bestie, tintinnanti carcasse
inchiodate a uncini di ferro
dirette al macello.
Il macello attende alla fine del rullo
così come il treno su binari a corsa finita:

e questo tremendo tornello
noi tutti prendiamo per vita.

 

 

Colli

In una notte senza stelle
annegata nel buio, nero,
dove non s’intravede nulla
a un palmo di mano
al di là di qualche pensiero, crespo
e immobile,
io sperimento
la solitudine felice.
La sento
bella
come i colli distesi davanti,
gobbi giganti travestiti truccati
decorati da collane di luci
forse
sono queste le strade sterrate
dove Tu mi conduci.

Un gatto si blocca davanti ai portici
illuminati da fari straziati dall’uso,
e si torce solitario tra angoli
e frammenti di campi.
Questo è il silenzio
che porta con sé
tutte le parole che ho davanti,
questo è il silenzio
che io tengo, chiuso,
solo per me.

 

Canale

Siamo bottiglie buttate sulle sponde
di un canale, rotte,
che guardano attonite
l’acqua che scorre.
Qualcuna si scuote,
e di scatto da immobile
si prova a tuffare:
il risultato è soltanto inquinare
e quasi mai si raggiunge la foce.

 

 

Ponte

A Giorgio Caproni

Le scale di Genova tua, Giorgio,
sono sbeccate, incrinate
da un piccolo spacco
a cui ha seguito uno, e un altro, e uno
ancora, ramoscello fiorito
in ramo, e fronda.
E giù.
Ha fatto somma
di lamiere e tetti,
auto, genti centrifugate
in una gromma
di bitume e carne.
Non si sente per le strade
odore di iodio e sale,
ma puzzo di gas,
la nebbia tutt’acqua sbuffata,
e una nuova nube, farinosa,
da guerra.
Pochi ce l’hanno fatta:
uno ha avvertito la scossa
come un fischio, stridente ferraglia,
un altro, camionista, ha assistito
allo strazio su un palco, un terzo,
portiere in promozione, è spiccato
nell’aria per qualche secondo
per atterrare indenne.
Ma altri no: vivevano a rate
sotto un ponte, globo di cavi
e filacci, che traballa
sulle case, inciampa
e poi cade, come per stanchezza.
Erano tante, anime in vacanza
o bassa manovalanza della città,
quell’umanità che sconta
ogni guerra in prima linea.

Oggi la televisione piangeva,
è già una notizia:
sono sepolti
sotto croci d’asfalto
tutti i tuoi amori in salita.

 

Flavio Natale nasce nel 1992 a Roma. Laureato in Scienze Politiche, attualmente lavora presso una redazione che si occupa di sviluppo sostenibile.

Appassionato da sempre di libri, cinema e del mare che si trova a pochi chilometri da casa, scrive da alcuni anni ed è stato pubblicato in antologie come l’Enciclopedia di Poesia Contemporanea, Premio Mario Luzi (2016) o la raccolta del Festival Poetico Il Federiciano (2016).

Ha scritto un testo per il teatro, “Processo ad Allan Simmons”, messo in scena dalla compagnia Gruppo 18, miglior spettacolo nella Rassegna Exit del Teatro Vascello (2018), premio del pubblico nella Rassegna del Teatro Marconi (2018) e in concorso nella Rassegna inDivenire del Teatro Spazio Diamante (2018).

Si occupa anche di promozione della poesia sul territorio romano con l’associazione #LaPoesiaSalveràIlMondo.

Ricordando Narda Fattori

14 gennaio 2019

 

https://giardinodeipoeti.files.wordpress.com/2014/01/scrittori-a-confronto01-12-06-09.jpg[…] Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?

continua qui

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2016/10/dispacci.jpg?w=380&h=543&zoom=2

 

Scriveva la Fattori in una precedente raccolta  dal titolo “ la vita agra “, volendo lasciare un “consiglio- avvertimento” alla nipote
se non hai passioni e sogni grandi
  resti all’anagrafe solo un rigo nero “
ed in questo ultimo lavoro, dal titolo significativo DISPACCI, non fa che ribadire il concetto sopra esposto, quello della passione per la scrittura e per la lettura che sembra essere dominante, come scrive in questi versi della poesia Viaggi…

continua qui

 

 

 

 

Maria Pia Quintavalla

7 gennaio 2019

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Mater II

Io scrivo china per pulire

Tra il muro di follia, il suo alto
e la disperazione – io scrivo
acquattata in silenzio trascrivo:
Sono scappata forte,

devi tu alla figlia
al suo distacco revocato e fragile
non medicato, il sacrificio
di quelle molte voci urla, e smorfie
le ingiunzioni di stanza in stanza;
come buttata nel liquame,
che qualcuno mi getta compulsivo
e sempre al buio tento
le cose non vedere, e schivo i volti
che mi conoscevano.

Mi parlano dal mito e dal silenzio
una mistica bestemmia
in orizzonti funebri che entrano dal nord.

*

Io scrivo china per pulire
nell’inchiostro di infermità piegate
sui confini
del già veduto (del dicibile)
ma lei me lo riporta
massicciamente invasa, dietro
le costole degli occhi nella gola
come miele suo.
Intanto m’alzo; lei alza la voce
mi descrive il corpo, lo ri significa
cancella, ingombra
inizia da due dita in gola mi sommerge
poi, chiude gli occhi, io
non la riconosco.
( il viso, un gesto epico
in un vomito nascente ).

Dentro l’aria entra la voce
che piange che punisce, dice Va lontano
maledicta, né amata o stupefatta
di male, e di dolore.

Stanca seduta, io disfo il letto,
vivo l’arsura della crudeltà
odo il rintuzzo delle colpe,
colpo su colpo che da lontano
accede, lo trafigge, il sangue più pulito
mentre dice, Io uccido.

La sua voce la mia, una voce che parlava,
è uscita mi allontana
per un gesto violento che mi prende
in giro in sogno fino
alla mia morte,
le strofe della sua follia r e s p i r a n o;
e scrivo di un corpo che si perde
alle sbarre, al commento
che mi chiude in un grido a mezzanotte,
in q u e s t a notte di vomito freddo.

 

 

C’è pena sotto la volta di Milano

Di notte,
la notte aperta fra lenzuola io parlo
a voce alta comprimo,
anzi comprendo sentendomi negare
per ogni via il calvario
di madre crocifissa,
io cerco non vedere l’icona, oppure
vorrei farla vedere e fatta, ma conchiusa
lei va lontano blatera, sposta
ogni suo gesto dove non esisto –
Così entra la mia persona così
troverà spazio e semenza
per il suo futuro
che oscuro se lo punge e bruca,

come il suo dolore.

*

Gemono porte, c’è pena
sotto la volta di Milano, intanto
punge una natura
bistrattata con il suo passato;
la paura non è la mia –
ma femminile e forte l’io che sognava
ieri – soffre di raggelato assenso
al male, oggi –
di queste sue storture fa
di ogni mondo l’anima vorace,
la trasforma, e tace.

 

 

E’ sceso il bianco

E’ sceso il bianco giù in pianura
e un uomo che mi prende a sera,
la sola parlata che conosco:

il giorno evoca il corpo che l’ha generata,
scende verso la porta, poi a t t a c c a,
a tutti mi descrive come morta,
e dice cose su me sulla mia vita
come quelle antiche quasi
fossi un oggetto inanimato
va verso piante nude a dire oro e schifo,
ombra e luce,
tenta dentro di sé tenere strangolata
la carne dolce che l’ha generata;
intanto piovono le luci
a intermittenza da un alone blu, sui vetri
al davanzale.

*

A sera: la sua voce che danneggia,
è lei la lepre ,
con modi che scardinano, che bucano
nel viola; e non serene fa
tutte le mie giornate, le impoverisce
nuove, le violenta
come in un fumetto orribile

Ma c’è qualcosa nella sua balbuzie
A sera, che unisce
la sua voce che ticchetta al telefono,
o sbadata compone
nell’amore serale di un’amica
il diluvio, e tutte le sue pene
nella conversazione, ora lieta ora isterica
ora insoluta,
*com’era già tra noi la relazione.*

Guardo a riva se alcuno
trasporti via da me una lei lieta,
per andare a stornare
di traverso, riaffiorare più vere
le vene del suo mare.

 

Maria Pia Quintavalla, nata a Parma, vive a Milano. Suoi libri: Cantare semplice, Tam Tam‘84, Lettere giovani Campanotto ’90, Il Cantare, Campanotto‘91, Le Moradas, Empiria‘96, Estranea(canzone)Manni 2000, introduzione di A.Zanzotto, Corpus solum, Archivi‘900, 2002, Album feriale Archinto 2005, Selected Poems, Gradiva 2008, N.Y., China, Effige 2010, I Compianti, Effigie 2013, Vitae, La Vita felice 2017, Quinta vez, (Stampa 2009), 2018

 Cura dal 1985 la rassegna e relative antologie, Donne in poesia, e le sue nuove rubriche: Scrivere al buio, (Casa della poesia ), Le Silenziose (Book City 2013, 2015 e 2017 ), Muse, Autori Resurrezioni (Expo cultura).

Il convegno nazionale Bambini in rima/La poesia nella scuola dell’obbligo, Atti su Allfabeta 1988. Premi: Tropea, Cittadella, Alghero Donna, Nosside, Borgomanero, Montano, Città S.Vito, Contini, Metauro, Alda Merini, Pontedilegno, Città di Como. Cinquina al Viareggio.

Tradotta in varie lingue ed antologie.

Collabora con Laboratori di scrittura a Lettere, Università agli studi di Milano.