Francesca Del Moro

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Martirio e poesia: testimonianza, astuzia, scandalo, interrogazione inesausta, ferita aperta, prodigio d’amore. No, non è una mescolanza casuale di concetti contrastanti, fumo negli occhi per stemperare, annullandolo, il paradosso, per distogliere dalla temerarietà del filo rosso prescelto, dal momento che il martirio è divenuto a sua volta categoria abusata e martoriata. Niente di tutto questo, bensì, in una sequenza in cui ogni elemento è intimamente collegato all’altro, un insieme di nodi e gangli, un universo di costellazioni di significato che brillano e illuminano, si illuminano vicendevolmente e schiudono alla vista possibili sentieri interpretativi.
Costellazioni, tutte, che si sono animate, nelle successive riscritture, di cui sono stata felice testimone, dell’opera di Francesca Del Moro, dalla stesura iniziale fino alla versione che si presenta qui a chi legge. Il percorso tra i termini enunciati in apertura sarà dunque una breve
ricostruzione del divenire di un’opera e, insieme, un tributo alla parola poetica che ne è scaturita. L’itinerario comincia dunque con ‘testimonianza’, termine che intendo accostare al greco martyrion, al suo equivalente in una lingua che, proprio alle origini della Chiesa cristiana, comincia a diffondere con un’intensità non conosciuta prima questa parola e a conferirle una connotazione particolare, vale a dire “testimonianza di fede con il sacrificio di sé, con il proprio sangue”

Nella raccolta La statura della palma sono tredici martiri dei primi secoli del cristianesimo a dare testimonianza, attraverso il loro canto, non solo di una fede vissuta con estrema consapevolezza, ma anche di una morte cruenta, frutto di uno scontro – l’amore e la “sete insondabile e perenne” di assoluto avvertiti come emancipazione totale dalla schiavitù da un lato, la repressione violenta del potere dai tratti esplicitamente patriarcali dall’altro – affrontato, da parte delle «tredici donne bellissime e dallo sguardo fiero» che narrano il loro martirio, con una capacità argomentativa non comune.
[…]

(dalla Prefazione di Anna Maria Curci)

 

FELICITA

Io sono l’assenza.
Sono la mancanza, il vuoto, il volto
per scherzo disegnato dalle ombre della notte.
Per scherzo, per celia verso il suo bisogno.
Il buco in cui precipita nel sogno.
La mano che non la coprirà
per proteggerla dal freddo. Sono
le braccia che si sciolgono, il diniego.

Rimango accanto a lei, così.

E la tengo qui con me, nel cielo
che rigonfia di spavento, nella terra
fecondata dalla mattanza.
Il suo pianto si dilata, ingrossa
sulle bocche che chiamano la morte
nelle fauci delle fiere, della vacca scalmanata.

Quanto è grande, Signore
il dono che mi hai dato e che ti rendo.

Appena in tempo per morire insieme ai tuoi
ho mosso un passo troppo breve
dal sangue di puerpera al battesimo di sangue
dall’ostetrica al reziario.

Ho un cerchio di braccia a contenere
le gambe disabituate al passo lieve.
Sono un frutto morbido, sgranato.
Un giorno lei saprà che non ho pianto.

Il sole a occidente annega nel suo sangue
presto anche il nostro scenderà.

Nell’ora in cui si mette il punto, nell’ora cupa della fine
offro i seni fiorenti ai morsi delle belve.
Ma a spezzarmi è un dolore più forte.
Perché io muoio a lei e lei mi muore.

Il corpo arretra in sé, da sé si esclude
data una figlia, nel dies natalis io mi do alla luce.

Ma quanto è grande, Signore, questa rinuncia all’amore.

Cado e Perpetua mi solleva, non trema il suo viso d’acciaio.
Si è ricomposta la veste, ha raccolto i capelli col fermaglio.
Dice in silenzio: “Non sarai femmina schiava del grembo
ricorda Abramo pronto al sacrificio

pensa a Medea forte nella vendetta.
Ama Dio più di lei, amalo fortissimamente”.

Dalla ferita aperta, ora mi genero alle tue mani
alle tue mani imbrattate delle nostre carni
le mani impregnate di tutti i nuovi nati.

Scende la quiete, il pianto tace.
La morte a me verrà più dolce di ogni dolcezza di madre.

                          

LUCIA

Se anche mi strappassi gli occhi
Signore
per mandarli come biscotti
su un vassoio d’argento al mio aguzzino
oppure offrirglieli come margherite
se come lunghe lacrime li spremessi fuori
se li svitassi come lampade a rischiarargli la notte
ti leggerei con le dita l’alfabeto delle ferite.

Rinuncerei allo sguardo
innamorante, dove brilla
lo Spirito che fatto stella
ornò il capo di madre
le sciolse il gelo nel grembo
e nel mio nome pronunciò
la luminosa promessa.

Di luce avvolsi Siracusa
venuta al mondo, e la Sicilia tutta.

Chi non riesce a contrastare
la mia eloquenza e lo sguardo
oggi mi manda al lupanare.

A nulla valgono però
mille servi a trainarmi
né funi ai piedi e alle mani
né cento carri di buoi.
Rimango salda come acciaio
e come acciaio esco temprata
dalla pece infuocata.

La folla invoca la spada.

Ora s’invera in te la vista.
Ti leggo tutti i nostri nomi
a uno a uno sulle labbra.

“Perché col mio sangue, Padre
chiami altro sangue innocente?
Perché togli memoria alla tua Chiesa
che farà martiri come queste?

Perché questo squartare incrinare sventrare
questo guastare spezzare ardere ammaccare
questo strozzare soffocare spezzettare eccetera?

Non ti fanno spavento questi morti a tua immagine?
Dimmi, padre, tutto questo a che vale?”

Parli con la stessa voce
che nell’orto del Getsemani
s’impigliava tra le foglie.

Come allora ovunque sale
il respiro formidabile del padre
del padre che tace.

Ma per me è già troppo tardi.

Non posso più rinunciare, non è tempo
per questo genere di ripensamenti.

Così cadranno insieme al capo
i miei occhi lucenti.

 

 

 

Trovo molto interessante la scelta dell’Autrice di far confluire in poesia fede, nonfede, filosofia, nel riscatto della sofferenza femminile che è un tacito urlo, una sfida al divino che non conosce vero amore.
O
pera originale e proteiforme.
Illuminante la notevole sintesi di pagina 31.

cb

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