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Biagio Cepollaro

8 giugno 2019

03copAlcentrodell'invernoGiorgio Mascitelli, Il corpo al centro dell’inverno

Con la pubblicazione di “Al centro dell’inverno”  (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018,) Biagio Cepollaro porta a compimento la trilogia cominciata con Le qualità (2012) e proseguita con La curva del giorno (2014) dal titolo complessivo Il poema delle qualità. Il libro come quelli precedenti è caratterizzato da brevi componimenti, mai sopra i dieci versi, che hanno come soggetto, innanzi tutto in senso grammaticale, il corpo, mentre il riferimento al termine poema sembra richiamare, oltre che la possibilità di una lettura continua come se si trattasse di lasse introdotte dalla stessa anafora, praticata dallo stesso autore in occasione della presentazione milanese, una tradizione della poesia antica come luogo di riflessione critica e conoscenza, già testimoniato dal De requie et natura che titolava la prima trilogia, uscita negli anni Novanta.

Al centro dell’inverno si presenta come il culmine di un percorso di rarefazione e di ricerca dell’essenzialità che attraversa tutta la trilogia e ancora prima l’opera di Cepollaro a cominciare dai Versi nuovi: si tratta di un’istanza stilistica in cui l’invenzione linguistica risiede in meccanismo di descrizione di uno stato del corpo e successivo fulmineo commento sorretto da un lessico colto ma standard usato però con libertà nell’estensione metonimica dell’arco semantico di alcune parole (ad es. la terminologia giuridico-politica nell’ambito della quotidianità: “ il corpo cerca la sua sovranità nel dissipare i confini/ raccolti da ogni notte: qui nella confusione che suscita/ con altro corpo perde importanza ogni nome…” p.37). In questa prospettiva il corpo è un’unità logica minima, il soggetto di un’esperienza che viene liberata da ogni rischio di monumentalità ed esemplarità anche involontarie connessa con l’uso degli istituti della tradizione lirica e dell’io poetico. Questa strategia retorica consente a Cepollaro di approdare a una sorta di inedita osservazione fenomenologica della propria esperienza che risulta ancora dicibile e significante perché non ingabbiata in pregiudizi soggettivistici o ideologici né in orpelli psicologicizzanti.

Del resto in tutta l’opera poetica il problema di Cepollaro, che è al contempo il motore etico della sua ricerca, è quello di trovare una posizione da cui dire l’esperienza senza cadere nelle trappole metafisiche ed estetiche del vecchio io poetico. “Il corpo vivo e distratto non crede di essere eterno/ né collabora chiedendo a rate un prestito alla collettiva/ narrazione: si tiene piuttosto a debita distanza e appare solo/ sol perché si astrae da un mondo di parole fallaci e dall’idiozia” (p.33) sono versi che rendono bene l’operazione poetica in cui la soggettività del poeta diventa semplicemente un nucleo di osservazione dell’esperienza e un tramite per la sua comunicazione con un senso della misura stilistica che è parte essenziale del messaggio. La scelta etica della presa di distanza dalle parole e dalle cose dominanti nella nostra società non è presentata enfaticamente come l’epifania di una sensibilità o di un percorso esemplari, ma come conseguenza logica, alla portata di chiunque, della comprensione di un certo stato di cose.

Motivo specifico di questa raccolta è l’intrecciarsi dell’esperienza individuale con la storia e con la crisi attuale della società, non è un caso che il prologo della raccolta abbia come titolo Dal collasso alla storia e l’ultima sezione sia Ai margini della speranza d’occidente. In realtà la dimensione politica e civile resta, sotto traccia, uno degli elementi fondanti del paesaggio poetico in tutta l’opera di Cepollaro, ma è vero che è dai tempi di Fabrica, pubblicata nel 2002 con testi peraltro risalenti alla metà degli anni novanta, che essa non occupava una posizione così esplicita nella struttura dei libri. Qui addirittura viene citato esplicitamente il Guittone d’Arezzo della canzone ahi lasso, ora è stagion di doler tanto: “il corpo condivide una pace inquieta: il regime del sopruso/ diventa legge e per quanto si possa vivere a una conquistata/ distanza resta comunque un filo di nausea che attraversa i giorni/ anche quelli più illuminati da fervida primavera: è questa/ che si apre oggi per noi la vera stagion di doler tanto” (p.101). Se dunque il giudizio etico e la consapevolezza politica sulla stagione sono assolutamente chiare, la realtà evocata non viene ‘denunciata’ né criticata secondo categorie ideologiche, che pure Cepollaro padroneggia, ma diventa una delle dimensioni in cui si elabora l’esperienza del corpo. La pace inquieta in questi giorni di doler tanto è il modo concreto in cui si riflette nella quotidianità l’esperienza storica. La condizione verosimilmente finale ai margini della speranza d’occidente viene evocata senza alcuna ridondanza espressiva e senza alcuna concessione allo stile apocalittico e addita il non detto collettivo, questa volta però nominato e qualificato, con il quale la nostra coscienza infelice non vuole fare i conti. E tra i meriti di quest’opera non mi sembra certo l’ultimo.

Alfabeta2, 8 luglio 2018

https://www.alfabeta2.it/2018/07/08/biagio-cepollaro-il-corpo-al-centro-dellinverno/

Da Al centro dell’inverno, L’arcolaio, Forlì, 2018

1.
il corpo ad un certo punto lascerà la presa e il suo tocco
non modificherà più neanche di quel poco l’andamento
scuro delle cose che gli scorrono più prossime.
di vicinanza ha fatto campo da lavoro e ogni giorno
ha trafficato di semina e raccolto di parola detta
e di ascolto. niente si è atteso mentre dicendo è stato

2.
il corpo non sa se o da dove si avvisterà
il primo tratto della speranza: l’Occidente
avvitato su se stesso inizia la sua implosione
dividendosi all’interno. la forma che nel tempo
si è data per lo scambio ha portato l’intera
specie all’estinzione. ma invece di frenare
sull’orlo del precipizio sembra accelerare

3.
il corpo ora sa che in suo potere vi è solo
la parola da formulare: nella sua bocca
prende forma rotonda un concentrato di pensiero
e passione l’uno nell’altra fusi
in una posizione. il dire è significare il mondo
non descriverlo né raccontarlo: che il senso
si dice e si misura nell’ascolto di chi resta

4.
il corpo ha posto i confini della sua solitudine
sciolto il dramma ne ha fatto misura di respiro
ora il senso di volta in volta scaturisce
da un incontro anche mancato: gli altri
si danno da fare per farsi notare e si dannano
per farsi ricordare. il non essere si sfalda ogni giorno
nell’andare e nel venire finché dritti o curvi si muore

5.
il corpo nell’afa fatica a respirare: l’aria mossa
dai ventilatori è solo aria che si sposta. resta
la stessa la condizione come quella d’Occidente
preso dalla favola della “crescita” senza fine
e senza senso e dal controllo di massa sul dissenso

6.
il corpo ai margini del crollo d’Occidente desidera
mettere in salvo i manufatti di parole da cui un giorno
forse l’umanità potrà ripartire. così fu per l’antico
Medio Evo così è per questo nuovo: in salvo le parole
ancora potranno risuonare alla fine della prossima notte

7.
il corpo ai margini della speranza d’Occidente si chiede
come accade che d’improvviso la folla dei corpi sottomessi
possano ribellarsi e riscattare le attuali vittime della forza
come si diffonde il virus benefico che renda intollerabile
il comando spingendo corpi inerti a prodigiosi moti

8.
il corpo ora vede come tutte le espressioni che scorrono
sugli schermi si mescolano con bocche eguali
anche se diversi sono i palati e diversi i denti: nessuno
vieta di parlare anzi a tutti l’incoraggiamento a dire
è il modo questo per sgretolare l’Occidente che s’infutura
in uno stagno sempre presente da cui non si può uscire

9.
il corpo sa che le sue felicità sono possibili solo
all’interno dell’Occidente dato ma al suo crollo
non si fa debole la bellezza del mattino e il mare
risuona come all’inizio il suo canto: è per coloro
che verranno la pena e per ciò che vi troveranno

10.
il corpo tra speranza e crollo d’Occidente si estenua nel suo piacere
il tempo senza storia è diventato pura tensione e intensità dell’ora
amicizia e amore fanno corona all’impegno di ogni giorno
a dire nelle forme più varie ciò che sembra vero. un ricordo di noi
forse costruiamo: di corpi all’opera nel fare la dignità dell’insieme

11.
il corpo ai margini del crollo destina le sue parole
al sogno del futuro: ora si tratta solo di proteggere
la trasmissione. di bocca in bocca il sapere torna
ad essere orale e ciò che è vero è un modo di fare

12.
il corpo ha fatto del dire il sogno del suo ritmo: il nero
sullo sfondo e intorno da sempre ha richiesto un raggio
di piacere e presenza un antidoto buono a fare di poco
un mondo: la forma dell’arte è niente senza questo
discernimento: la lotta sulla terra è fare del giorno cielo

NOTA
I testi poetici sono tratti dalla sezione conclusiva di Al centro dell’inverno, dal titolo Ai margini della speranza d’Occidente
Al centro dell’inverno conclude la trilogia iniziata con Le qualità, La Camera verde, Roma, 2012 e La curva del giorno, L’arcolaio, Forlì, 2014 .

Biagio Cepollaro, nato a Napoli nel 1959, è poeta, critico letterario e artista visivo. Tra i protagonisti della ricerca poetica già dagli anni ’80 e ’90, negli anni zero è stato tra i primi a diffondere la poesia in rete. E’ direttore della terza serie della rivista Altri Termini tra il 1985 e il 1988 e co-fondatore della rivista Baldus (1990-1996) e del Gruppo 93.
Esordisce nel 1984 con Le parole di Eliodora (Forum Edizioni, Forlì) a cui fa seguito una prima trilogia: Scribeide, (Piero Manni ed., Lecce, 1993), con prefazione di Romano Luperini; Luna persciente (Carlo Mancosu Ed., Roma, 1993, su indicazione di Amelia Rosselli) prefato da Guido Guglielmi; e Fabrica (Zona editrice, Genova, 2002) con prefazione di Giuliano Mesa.
Tra il 1993 e il 1997 scrive, stimolato da Nanni Balestrini, La Notte dei botti, un romanzo che resterà on line fino all’edizione cartacea del 2018 realizzata da Miraggi edizioni, Torino.
“La poetica di Biagio Cepollaro affonda le radici nelle esperienze post-avanguardistiche degli anni Ottanta. Già le prime raccolte, improntate al materialismo e all’espressionismo, risentono dei contatti dell’autore con le più ardite sperimentazioni visive, sonore e verbali. Assieme ai sodali della rivista Baldus, Cepollaro si immerge appieno nell’esperienza del Gruppo 93 apportando il proprio contributo tecnico e critico, che può riassumersi nei concetti di montaggio, citazionismo e pastiche idiolettico. La lingua della trilogia De requie et natura – conclusasi verso la metà degli anni Novanta − subisce una profonda torsione tesa a rivendicare il potere critico della parola nel magma dell’appiattimento di marca postmodernista. Ma a partire da Versi nuovi − scritti sul finire del secolo scorso − e ad arrivare alla recente trilogia del Poema delle qualità, l’autore napoletano riduce il tasso di figuralità dei suoi versi e insegue un grado zero finalizzato a reclamare la priorità di un’esistenza immediata, terrena e immanente, che risente del pensiero buddista, forse ultimo baluardo alla massificazione dei consumi e dell’ideologia capitalistica.” (Angelo Petrella, Il corpo della poesia. Sperimentazione e immanenza nella poesia di Biagio Cepollaro, il Verri, n.64, 2017)
Negli anni della prima trilogia partecipa a molti readings internazionali: Milanopoesia (dall’edizione del 1989 a quella del 1992); Ginevra (Festival internazionale di poesia sonora, 1990); New-York (Disappearing pheasant, 1991); Marsiglia (Poesie Italienne, 1992); Parigi (Istituto italiana di cultura, 1993 e 1995); Los Angeles (Department of Italian, UCLA, 1994); Barcellona (Poliphonix, 1997); Palma de Majorca, (II Festival de poesia de la Mediterrania, 2000).
Con la pubblicazione di Versi nuovi (Oedipus ed., Salerno-Roma, 2004) e di Lavoro da fare (e-book 2006, dal 2017 cartaceo per i tipi di Dot-com Press, Milano) si apre una nuova fase poetica che apre agli anni della seconda trilogia: Le qualità (La camera verde, Roma, 2012); La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì, 2014) e Al centro dell’inverno (L’arcolaio, Forlì, 2018). Contemporaneamente alla stesura di questa seconda trilogia, dal titolo Il poema delle qualità, si dedica alla costruzione pionieristica di edizioni digitali di poesia rendendo disponibili on line ristampe di libri introvabili, di autori come Giulia Niccolai e Luigi Di Ruscio e di inediti di Amelia Rosselli.
I suoi testi sono inclusi in molte antologie italiane e tradotti in molte lingue: Poesia italiana della contraddizione, a cura di Franco Cavallo e Mario Lunetta, Newton-Compton, 1989; I° Quaderno d’Invarianti, a cura di Giorgio Patrizi, Antonio Pellicani editore,1989; Di poesia nuova ’89, Proposte cinque, Piero Manni editore,1990; Gruppo 93, Le tendenze attuali della poesia e della narrativa, Piero Manni editore, 1993; 63/93 Trent’anni di ricerca letteraria, Elytra Edizioni, 1993; Poesia e realtà, a cura di Giancarlo Majorino, Tropea, 2000; Akusma, forme della poesia contemporanea, Metauro edizioni,2000; Leggere variazioni di rotta, a cura di Liberinversi, Le voci della luna, 2008; Gruppo 93, L’antologia poetica, a cura di Angelo Petrella, Zona editore, 2010;The Promised Land, Italian Poetry after 1975 a cura di Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, Sun&Moon Classics, Los Angeles, 1999; Twentieth-Century, Italian Poetry, Toronto University of Toronto Press, 1993; Italian Poetry, 1950-1990, Dante University Press, Boston, 1996; Chijô no utagoe – Il coro temporaneo, a cura di Andrea Raos, traduzione di Andrea Raos e Tarô Okamoto, Shichôsha, Tokyo, 2001; Nouveaux poètes italiens, a cura di Andrea Raos, in «Action Poétique», n. 177, settembre 2004; Chicago Review, n.56, New italian writing,2011; Inverse 2014-2015. Italian Poets in Translation, John Cabot University Press, 2015.
Negli anni della seconda trilogia si impegna sempre più nelle arti visive associando ad opere di pittura delle pubblicazioni di versi con allestimento di varie mostre. Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, Roma,2008 raccoglie immagini e testi poetici relativi all’omonima mostra di pittura tenutasi presso La Camera verde di Roma nel 2008; Nel fuoco della scrittura è anche il titolo delle sue esposizioni a Napoli (Il filo di Partenope, 2009), a Piacenza (Laboratorio delle Arti, 2009) e a Milano (Archi Gallery, 2009); Da strato a strato, introduzione di Giovanni Anceschi, La Camera verde, 2009: si tratta di 21 immagini di opere e 21 stanze di un poemetto, oggetto di una mostra all’ Antiquum Oratorium Passionis della Basilica di S. Ambrogio a Milano, 28 gennaio 2010; La Cognizione del dolore. Otto tele per Gadda, La Camera verde, 2010.
Del 2011 sono le mostre milanesi La materia delle parole, catalogo a cura di Elisabetta Longari, Galleria Ostrakon; L’Intuizione del propizio, Officina Coviello e la collettiva da verso. transizioni arte-poesia, Accademia di Belle Arti di Brera, ex chiesa S. Carpoforo.
Ha curato con Emanuele Magri la rassegna di video poesia Frames e Poiesis nel 2013, Galleria 10.2!, Milano; Mentre il pianeta ruota, mostra a cura di Fausto Pagliano, Laboratorio Primo aprile, Milano 2013. Del 2014 è la mostra Le tre vie, Voyelles e Visions, a Torino e del 2015 Una certa idea di verde a Movimento aperto a Napoli. Nel 2017 dedica alla memoria di Giuliano Mesa la mostra “Piccola fabrica”, presso la Libreria popolare di via Tadino a Milano. Del 2019 è la mostra Variazioni dell’aria, Key Gallery, Milano con una nota di Dorino Iemmi.
Dal 2003 aggiorna il suo sito http://www.cepollaro.it che funge da archivio sia per la sua opera sia per i lavori di altri poeti. Della stessa data è il blog di poesia Poesia da fare http://www.poesiadafare.wordpress.com che ha dato vita ai relativi Quaderni e alla rivista di critica letteraria, dal titolo Per una critica futura (2006-2010).
Dedicato all’arte dal 2008 è il blog http://cepollaroarte.wordpress.com

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