Archive for luglio 2019

Ana Martins Marques

28 luglio 2019

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Ana Martins Marques è nata a Belo Horizonte, nel novembre del 1977. Laureata in Lettere all’Università Federale di Minas Gerais, Insegna Letteratura Brasiliana ed è dottoranda in Letterature Comparate nella stessa Università. Nel 2007, ha vinto il Prêmio Cidade de Belo Horizonte, nella categoria “Poesia – autore esordiente”, e, nel 2008, ha ricevuto di nuovo lo stesso premio, nella categoria “Poesia”. La vita sottomarina è il suo libro d’esordio e riunisce una selezione di poesie premiate in questi concorsi.

 

 

da La vita sottomarina

traduzioni di Chiara De Luca

 

 

Ancora

 

 

Il sole percorre

l’intera estensione di un muro

 

strisce nel paesaggio

scritto a matita

 

La strada comincia dalla scrittura –

questa in cui ti seguo

 

Questa poesia è un’ancora:

è perché tu resti qui per sempre

 

Ma fuggono le ore senza carezze

ore che sono come un vivaio di pesci senza pesci

 

La mia mano copre la sua

con la sua ombra

 

Questa poesia, pesante, affonda.

 

 

*

 

Giardino

 

 

Se il giardiniere abbandonasse il lavoro a metà

e stanco si sedesse su una sedia

e perdesse tutta la serata

sotto rose grasse che sono solo rose

e accecano di felicità

mentre il giardino

in se stesso

si contorce

estraendosi da dentro

il sesso intricato delle camelie

e la morte e la follia dei gigli

e la noia suburbana delle guaiave

preda di commozioni antiche

potrebbe sentirsi un poeta

che guarda la poesia

che non sa finire.

 

*

 

Scatola del cucito

 

 

Fili sciolti

bianchi rossi

neri

ingarbugliati:

il caos è sempre avvolgersi

su se stessi.

 

Non c’è tenerezza

negli occhi del gatto

che fissa il rocchetto:

soltanto attenzione

per la trama.

 

La poesia rammenda

l’irreparabile.

 

 

*

 

Vaso

 

 

Plasmare intorno al nulla

una forma

aperta e chiusa.

 

Parola per parola

la poesia circoscrive il suo vuoto.

 

 

 

*

 

Barche di carta

 

 

Le poesie in genere sono fatte di parole

sulla carta

sarebbe meglio se fossero di stoffa

perché potrebbero prendere la pioggia

o di legno

perché sosterrebbero una casa

ma in genere sono fatte di parole

sulla carta

e per questo servono a poche cose

fra le quali non si trova

prendere la pioggia

o sostenere una casa.

 

Piegate su se stesse,

si lanciano nel mondo

con il coraggio suicida

delle barche di carta.

 

 

 

Orologi

 

 

Certe poesie sono sempre in ritardo

altre sempre avanti irrimediabilmente.

 

Nelle poesie la lancetta dei secondi

è più lenta di quella delle ore.

 

Ma almeno la poesia

in genere non è necessario

caricarla.

 

 

*

 

Lanterne

 

 

Nella notte

accesa

la poesia si consuma.

 

 

 

TESTI ORIGINALI

 

 

Âncora

 

 

O sol percorre

toda a extensão de um muro

 

Riscos na paisagem

escrita a lápis

 

A rua começa desde a escrita –

esta em que te sigo

 

Este poema é uma âncora:

é para que você fique sempre aqui

 

Mas fogem as horas sem carícias

horas que são como um tanque de peixes sem peixes

 

A minha mão cobre a sua

com sua sombra

 

Este poema, pesado, afunda.

 

*

 

Jardim

 

 

Se o jardineiro abandonasse no meio a tarefa

e cansado se sentasse numa cadeira

e gastasse toda a tarde

sob rosas gordas que são apenas rosas

e cegam de alegria

enquanto o jardim

nele mesmo

se contorce

tirando de dentro de si

o sexo intrincado das camélias

e a morte e a loucura dos lírios

e o tédio suburbano das goiabas

sob comoções antigas

talvez se sentisse um poeta

olhando o poema

que não sabe terminar.

 

*

 

Caixa de costura

 

 

Linhas soltas

brancas rubras

negras

emaranhadas:

a confusão é sempre enredar-se

em si mesmo.

 

Não há ternura

nos olhos do gato

que fita o novelo:

apenas atenção

para a narrativa.

 

O poema cerze

o que não tem reparo.

 

*

 

Vaso

 

 

Moldar em torno do nada

uma forma

aberta e fechada.

 

Palavra por palavra

o poema circunscreve seu vazio.

 

 

*

 

Barcos de papel

 

 

Os poemas em geral são feitos de palavras

no papel

seria melhor se fossem de pano

porque poderiam tomar chuva

ou de madeira

porque sustentariam uma casa

mas em geral são feitos de palavras

no papel

e por isso servem para poucas coisas

entre as quais não se encontra

tomar chuva

ou sustentar uma casa.

 

Dobrados sobre si mesmos,

lançam-se no mundo

com a coragem suicida

dos barcos de papel.

 

 

*

 

Relógios

 

 

Certos poemas atrasam-se sempre

enquanto outros adiantam-se sem remédio.

 

Nos poemas o ponteiro dos segundos

é mais lento que o das horas.

 

Mas ao menos ao poema

em geral não é preciso

dar corda.

 

 

*

 

Lanternas

 

 

Na noite

aceso

o poema se consome.

 

 

 

Chiara De Luca

21 luglio 2019

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Da Versi animali, inedito

I

Sotto il sole o al gelo d’inverno,
in salita, per campi, sull’asfalto,
in acqua, nella nebbia, nel fango,
in discesa, sulla neve, nel caldo,
sotto rovesci di pioggia battente,
o aghi di pioggerella invadente,

in senso in verso al vento contro
le onde quando del mare deserto
la voce nel mio passo è in canto

correre è la sbronza di vita,
banchetto di libertà assoluta
festa al buio che ti scaraventa
fuori di testa per restituirti
del corpo la segreta potenza;

È orgasmica scopata con la vita
quando da lei mi sento tradita,
è furia d’amore che nell’assolo
del vento fa ascolto d’elezione,
dell’abbandono riconciliazione.

È fucina di versi da prendere al volo
nel boccone che mastico e frantumo,
visione che per ore rigiro in un bolo
in gola perché non si perda nel nero,
finché al largo del cielo di nuovo non sono
sola a tradurre il passo in corsa del respiro.

È oro nella miseria, sull’abisso pedana di volo,
trampolino di lancio di ogni mia resurrezione.

II

Correre a lungo mi ha insegnato
la pazienza di nutrire la speranza,
l’arte di restare sempre in ascolto
del corpo come di un concerto.

Mi ha insegnato a seminare i licaoni
di ambizioni che masticano i cuori
a rialzarmi dagli agguati degli umani,
degli amici delusi a caccia di favori,
a lisciarmi del tutto via dalle ali
i sorrisi al cianuro degli affabulatori,
le strette al vetriolo delle loro mani.

Mi ha dettato la sopportazione
del dolore fisico e interiore,

la perseveranza dell’intento di vedere
il tutto nel frammento e ricominciare
senza all’orizzonte traguardi di chimere.

**

Black

Da bambina correvo con un cane
accanto in ogni mio allenamento,
passavo il guinzaglio da una mano
all’altra per scaldarle nell’inverno.
Nero e imponente come un alano
potente più di Cerbero all’inferno.
In corsa per chilometri sul manto
bianco senza ombra dell’incontro,
sempre fianco a fianco nel silenzio
in simbiosi un passo dopo l’altro,
fino al giorno in cui calò il sipario
sul mio grande cane immaginario
per abbandonarmi sola sul palco
a improvvisare la parte di adulto.

 

Da Alfabeto dell’invisibile, Samuele Editore 2015

 

Correndo nel sottomura degli Angeli

Basta un niente alle ruspe per abbattere una casa

frantumare anni di perizia e di pazienza,
smembrare le stanze dalle fondamenta

pochi mesi al male per demolire un corpo,
oltre trent’anni di corse e allenamento

penso mentre annaspo con il fiato corto

arrancando come un grido nel silenzio
dell’alba di un giorno non ancora risorto.

– il cuore germoglia da un albero morto
residuo insospettato di uno schianto –.

Ma i miei cani lo ricordano chi sono
come grilli balzano fuori dal sentiero,

hanno fuoco negli occhi colmi di respiro
mentre mi volteggiano attorno da lontano;

poi li raggiungo tra l’erba in mezzo al fango
di nuovo come loro sono d’aria e movimento,

c’è una linea bianca alla fine della strada,
acqua calda per guarire dal gelo e una casa.

**

Correndo sulle Mura degli Angeli

Lungo la navata centrale che risale

in quel suo violento slancio verticale
nella Notre Dame d’alberi la pioggia

smalta lo smeraldo delle foglie,
accende le colonne di corteccia,

interseca le note d’acqua del respiro
sciolto in fruscio di passi sul sentiero –

Corri forte lepre dov’è inutile la fuga
in quest’invernale primavera seminuda,

quasi non scrosciasse che sole per sentire
pioggia defluire se il vento col sudore

gela sulla pelle come brina sulle punte
di rami fuoriusciti dai relitti della notte.

 

Da Il mondo è nato. Poesie in prosa e non

Poi un bel mattino arriva l’inverno. Deserto, un tappeto di foglie rosse macchiate dal mogano del manto di Eva, che all’improvviso spicca la corsa ed è una freccia di fuoco che divora il verde dell’erba increspata dal vento, la fa crepitare come un incendio. Gli alberi sono giganti che nello slancio si abbracciano in alto, formando una cupola che lascia trasparire un cielo inesistente e bianco. Uscendo dal tempo entri nell’infanzia che ti porti dentro da una vita precedente, ti senti l’ultimo essere al mondo e forte, come quando da bambina avevi un cane nero assente sempre al fianco, ogni volta che uscivi nella nebbia per entrare in un altro mondo, dove mancava il mondo ed era una mancata presenza a dissipare la paura, dando fiato al respiro, mentre lo guardavi salire e farsi nuvola nel vento sempre contro.

**

Anche il fiume non sempre tiene la sua corsa
quando si rannicchia in attesa della pioggia
o slancia e imperversa per non tenerne altra.
Alla fine non è inutile restare
in fondo alla cascata separare
colpi di frusta riaprirli verso il mare:
C’è sempre un silenzio da salvare, o scivolare
negli occhi di te che sei stanco e non ricordi
che soli nei guai lo siamo sempre stati
e amati mai.

**

Si deve esistere come in una corsa, che al mattino non vorresti cominciare, mentre il sonno al corpo nel buio ha ricordato gli anni, che hanno reso più sensibili muscoli e giunture. Non ci si deve risvegliare da ieri ma nascere nuovi, come quando muovi i primi passi sull’asfalto per raggiungere il sentiero. Ci si deve avvicinare cautamente a una giornata, trovarla vuota tra gli alberi deserti, avere il tempo per rintracciare se stessi, ancor prima di portarsi agli altri. Avere il tempo di rispondersi, ancor prima di accogliere domande che non chiamano risposte, d’interrogarsi, prima di attendersi risposte negate.
E si deve ricominciare ogni volta come dopo una corsa, quando il corpo sente il freddo e non la mente e dell’inverno ti accorgi solo dalle estremità irrigidite, dalle mani gonfie e dolenti. Quando non senti gli anni e il dolore perché non avverti il peso del corpo, che è divenuto lieve, uno con il movimento, con l’immaterialità del viaggio, evaso dalla gabbia del pensiero, affrancato dai ceppi della memoria e dell’attesa, dalla sospensione della perduta lotta quotidiana, sempre più dura, in quell’alzata di spalle che ci tacita e consuma.

**

Tre giorni che la nebbia non si alza, salvo un breve intervallo a mezzogiorno. Eppure… quando all’alba esco a correre c’è nel respiro una sorta di pace, mentre il foglio bianco si srotola davanti ed è lo stesso che ho lasciato alle spalle nella sera, solo più chiaro, impregnato di una luce irreale che non è quella del Sole, umido di raggi raccolti come un bene. Posarci sopra i piedi, procedere nel bianco è calcare l’itinerario di un viaggio. Quello del ritorno, forse. Non c’è tristezza per me nella nebbia, non più. Forse perché ha tenuto nel suo grande ventre gelido l’infanzia, quella che ho cercato altrove, andando via da Ferrara alla fine della scuola, quando ti senti grande, e invece sei ancora un ragazzino inerme. E incontri tutto quel che incontra un ragazzino inerme solo in giro per il mondo. Per poi tornare alleggerito di quel fardello di fiducia e fedi che hai vuotato anno dopo anno per la strada, manna per i rapaci, speranza per te che si sazino di quella. Sul foglio bianco leggo l’infanzia che la nebbia ha custodito intatta. Dice di quando correvo da bambina lungo la cinta muraria, con un cane al mio fianco. Era grande, con i denti di neve, il pelo nero, fitto e lucidissimo. I suoi passi moltiplicavano i miei, mi tenevano compagnia, si portavano via la paura. Era il mio amico immaginario. Correvo e mi passavo il guinzaglio da una mano all’altra. Il guinzaglio serviva a stringere i pugni per riscaldare le mani. E serviva a trattenere il mio amico vicino perché credevo che una volta libero se ne sarebbe andato anche lui. I cani invece no, non se ne vanno.

**

Correre sotto la pioggia mi è sempre piaciuto, meglio se la pioggia è forte ed è freddo e devi far fatica per scaldarti e tutto il sangue si agita e precipita in soccorso, meglio se c’è vento e devi andargli a testa bassa contro, meglio se è sabato all’alba e ti senti parte integrante del percorso deserto, figlio del tuo mondo.
Ma è ancora più bello correre con qualcuno che è pazzo come te, che sente in sé la tua esultanza di correre, di buttarsi dentro le pozzanghere, segnare impronte nel fango, saltare rami caduti e schiacciare mucchi di foglie con un balzo, incespicare lungo le salite erbose e scivolare lungo le discese. La gioia è correre ammirati e sospesi con la meraviglia della natura che è un Irish Setter, guerriero dolcissimo e paziente, folle di vita, aspettare che il sentiero sfoci nel prato liquido che si estende e confluisce nella nebbia, per vederlo inebriarsi nel galoppo: il torace profondo dimora di un cuore inesauribile e grande, lo slancio micidiale delle zampe posteriori e la perfezione del gesto vibrante e facilissimo, che coincide con la mente e con il corpo, il movimento della gioia di esistere, gli occhi pieni di passione che ti guardano felici invitandoti ad accelerare, ad andare oltre le misure, a forzare sulle tue due misere zampe.

 

Chiara De Luca:
corre 15 km al giorno. Traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e olandese. Scrive poesia e narrativa, si occupa di fotografia e videomaking. Ha tradotto una sessantina di raccolte poetiche di autori contemporanei. Ha curato l’antologia di giovane poesia contemporanea Nella borsa del viandante (Fara, 2009) e pubblicato A margine dei versi. Appunti di poesia contemporanea (2015). Ha pubblicato i poemetti La notte salva (2008) e Il soffio del silenzio (2009) e la silloge Il mondo capovolto (2012). Ha pubblicato le raccolte poetiche per custodire l’amore (2004), in parole scarne (2005), A mia madre (2015), La corolla del ricordo (2009, 2010), The Corolla of Memory (2010, con una nota di John Deane e la prefazione di John Barnie), Animali prima del diluvio. Poesie 2006-2010 (2010), Alfabeto dell’invisibile (2015), confinando l’inverno (2017), Il mondo è nato (2017), Grani del buio (2017). Ha pubblicato l’antologia bilingue La somma di ogni ritorno/The Sum od Each Return, con la traduzione di Gray Sutherland e la prefazione di Giancarlo Pontiggia e l’antologia bilingue La ronde du rêve, con la traduzione di Jean-Claude Tardif e Elisabetta Visconti-Barbier e la prefazione di Werner Lambersy. Nel 2008 ha fondato Edizioni Kolibris, casa editrice indipendente dedicata alla traduzione e diffusione della migliore poesia contemporanea. Nel 2015 ha fondato la rivista internazionale Iris News. Il suo sito è http://chiaradeluca.net

Francesco Sassetto

18 luglio 2019

 

“La poesia di Francesco Sassetto è la testimonianza di una strenua resistenza al dilavamento interiore umano reso dall’assunzione abituale di un mondo che s’impone per gelida grettezza, paradosso, ingiustizia. Attraverso la parola, l’autore, dona voce a un campionamento rilevato in campo quotidiano, fatto di lotta per la sopravvivenza. Intimista e colloquiale, il poeta si lascia avvicinare attraverso immagini malinconicamente attive che s’infiltrano nel lettore come dosi omeopatiche di un veleno attivato alla denuncia, comunque propulsore di speranza reattiva. Lo sguardo parte dal sé per posarsi sulla folla di sentimenti che uno a uno ci riguardano tutti e che, attraverso i suoi versi, trovano strada per non essere eternamente riconsegnati a un altrove fatto di coscienza distratta e latente solitudine.” Doris Emilia Bragagnini

“Che Francesco Sassetto fosse una delle voci più forti della poesia civile contemporanea, intesa nel senso migliore del termine, era già emerso con chiarezza dalle precedenti raccolte Ad un casello impreciso (Valentina Editrice, 2010) e Background (Dot.com Press, 2012); Stranieri, la nuova raccolta dell’autore veneziano edita nuovamente per Valentina Editrice, è dunque una conferma importante, approfondisce molte delle tematiche delle opere che l’hanno preceduta e al tempo stesso delinea ancora con maggiore nitidezza lo spessore ed il valore della poesia di Sassetto…” Francesco Tomada su Perigeion

 

testi dalla raccolta “Ad un casello impreciso”, Padova, Valentina Editrice, 2010

Io sono rimasto a queste calli

Sono finite le strade del tempo
ragazzo – un lume appena di memoria
che si spegne – quando avevo negli occhi
lo stupore dei libri e le notti tutte da inventare
e molte carte e parole e giorni lunghi da sprecare.
Imparavo l’amore allora a poco a poco,
sognavo quel dolce fuoco, i baci e le promesse
di una vita da correre alla luce
del suo viso sorridente di ragazza. E furono ore
di sole alto davvero, di lunghi
sguardi oltre il cancello delle ciglia,
conobbi l’abbraccio di due anime
accanto. Più tardi ho saputo il suo strazio.

Gli altri sono andati, hanno fatto figli
un po’ per amore un po’ perché si fanno,
qualcuno è caduto nell’orrore delle pistole
giustiziere, degli aghi nelle vene.
Di tanti – oggi – ricordo appena il nome.

E il cielo si chiude, si fa nero, il breve
gioco delle nuvole in viaggio
adesso stringe in gola.

Io sono rimasto a quest’acqua verdastra
di laguna, ai suoi giochi eterni
di riflessi che dissolvono palazzi
in un brusìo di coriandoli impazziti.
Sono rimasto a questi muri scrostati
da un’aria di sale che, giorno per giorno,
li sfarina, a queste calli che so a memoria
e ripetono i miei passi su se stessi
nell’assurdo girotondo che per celia
noi diciamo storia.

Con un fragore muto d’anni senza volto
alle mie spalle e, in fondo,
la sirena spalancata nel fumo
di Marghera,
continuare,
è questa, dunque,
la mia,
la nostra pena.

*

Precari della scuola

…eccomi su questo treno
carico tristemente di impiegati,
come per scherzo, bianco di stanchezza,
eccomi a sudare il mio stipendio

Pier Paolo Pasolini

Noi siamo quelli che partono di notte, il vagone
sporco del regionale delle sei e venti ci carica
dagli imbuti neri dell’inverno di strade
senza nome, stralunati e lenti, le bocche
livide che stentano a parlare impastate
di sonno e caffè bevuto in fretta.

Noi siamo quelli che si possono cambiare,
i disponibili, i tappabuchi della scuola, quelli
che possono aspettare, che non lasciano
memoria, nomi senza volto e senza storia
a settembre in classe
a giugno fuori dal portone,
pedine d’una cinica scacchiera sgangherata
che vuole il pregio di dirsi istituzione.

Abbiamo dignità ferita e figli e affitti
da pagare, crocifissi da ordinanze e circolari
in perpetuo moto, veniamo sempre dopo
e presto spariremo cancellati nella gabbia
del contratto a scadenza prefissata,
abbiamo il presente, mai il futuro, noi offesi
senza più nemmeno la forza dello sdegno,
senza articolo diciotto o sindacato.

E qualche stracciato manifesto è tutto quel che resta
al muro di un’antica rabbia.

Sonnecchiamo, ritornando, al tempo fiacco
del vagone e parliamo della scuola e della casa,
se ci sarà lavoro l’anno venturo, sapendo già
che non ci rivedremo tutti dentro a questo
treno che dice polvere e stanchezza e rode
ore troppo lente, noi insieme adesso per sola
coincidenza e breve, noi esperti
dell’avvicendamento, professionisti del cambiamento
dove non cambia niente.

*

Le ragazze per noi

Le ragazze stanno là, stanno sulle strade
e nelle case, nell’ora che il cielo
si nasconde e i profili dei paganti
s’allungano in ombre cupe sull’asfalto.

Le hanno portate da terre distanti dove cresce
immensa la rovina, caricate su carri e barche
da bestiame come portarono un tempo
gli innocenti nei campi che oggi
si va con occhi di dolore a visitare.
Anch’esse una razza minore, buona
per il nostro pasto proibito,
il nostro piccolo orrore.

Le hanno portate per le nostre società avanzate
mercanti delegati dai nostri conti in banca,
con l’inganno, la minaccia ed il coltello,
spedite da bestie senza faccia
per noi che ritiriamo i pacchi, noi
signori della civiltà.
Di loro solo più vigliacchi.

Le hanno portate per la nostra distrazione
fuori porta, per noi che abbiamo libertà, denaro
e leggi di mercato, che sappiamo il gioco
della domanda e dell’offerta, uomini
di lavoro e dignità.

Le ragazze stanno là, sulle nostre strade,
nelle nostre case, invisibili e presenti
nel coro ronzante dei pensieri,
domenica il pranzo coi parenti,
lunedì al lavoro.
E il sabato, la sera, insieme a loro,
per un’ora soltanto, un brivido
di corsa. Poi si torna di nuovo
alle famiglie, alle nostre stanze larghe
di luce sorridente.

Le ragazze stanno ancora là
fino alla notte.
Affogano nel buio lentamente.

*

E si cerca l’amore

E si cerca l’amore disperatamente,
che sia giusto o sbagliato, l’amore comunque
dovunque, qualcosa che ne abbia
il sapore, l’amore nelle case
degli altri, negli occhi indaffarati
della ragazza del bar,
nei treni affollati di silenzi.
L’amore che dia consistenza all’ombra
che siamo, al fumo delle nostre parole,
l’amore che bruci la sera che viene
ogni sera come un grido taciuto,
una scadenza in attesa.

E si cerca a terra perché siamo di terra
e il cielo è solo un lago silente
di quiete lontana.
Che non ci appartiene.

A volte è un trastullo, un gioco innocente,
una mano veloce di carte,
ma quando è davvero è il sole di giugno
che ci porta il grano, muove i passi
e le mani, spalanca le porte socchiuse.

E si corre allora e lasciamo alle spalle
le stanze mancate o perdute,
le stazioni deluse.

Perché noi cerchiamo l’amore che si prende
e si dona senza ragione, senza certezza
alcuna, così dolce e vitale
com’è l’acqua che salva dall’arsura,
la bella stagione che toglie il fiato e regala
il respiro, che accende negli occhi
fatti stanchi
il sorriso del sogno che infutura.

 

*****

:

dalla raccolta “Background“, Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012

Cinquant’anni di treni e di stazioni, partenze
e ritorni, labirinti di calli, incerte direzioni,
adesso qua
a contare i giorni e le ore che vanno via da sole
nella pioggia che cade
fuori e dentro di me.

Cresciuto ad ansiolitici, De Andrè e letteratura
con tutte le parole dimenticate e le mani
gelate, con troppe favole rimaste nelle tasche,
affacciato ancora al solito balcone a guardare

questa notte che sale.

Sempre in bilico tra allegria e ansietà, illusione
e realtà, coi piedi piantati sulla terra e gli occhi
alle nuvole che vanno
a cercare invano
di sbrogliare questo intrico di rovi
tra ferite e bellezza, con la fede antica
di chi cammina senza alcuna certezza
né verità da poter regalare.

Testardo ancora a viaggiare senza occhiali da sole
né Ipod alle orecchie per ascoltare osservare
senza silenziatore
questo desolato teatro che non mi appartiene
e mi gira attorno, questa sorridente disperata
umanità che si muove in branco
con il navigatore.

E sono stanco e forse hai ragione tu
forse è vero
che non sorrido più come una volta,
finito chissà dove quel mio ritaglio di sole
buono a levare dagli occhi un po’
della polvere che s’alza dallo sciagurato
carosello quotidiano, dall’ondata di indifferenza
e ignoranza che monta ogni giorno più forte,
grida ed avvolge di vuoto e tracotanza.

Anche i sorrisi i sogni
hanno una scadenza.

*

Oggi a scuola c’è Foscolo

da spiegare, oggi tocca il sonetto della sera
e io non so
come potrò dire ai miei tredicenni cos’è
davvero questa sera
quest’ombra di silenzio e di spavento,
la fatal quiete, il nulla eterno che anch’io
sto a guardare dal balcone
e la luna spenta
nella polvere incolore del suo alone

accendo un’altra sigaretta e metto qualche verso
sulla carta
filo più evanescente del fumo
che si allarga nella penombra della stanza.

Dire questo a loro che la sera hanno la playstation
e le partite sul satellitare insieme al padre a gridare
per quel rigore evidente
la madre sola in altra stanza
davanti alla centesima puntata di chissà quale
storia d’amore travolgente
e il pranzo di Natale
con gli amici e i parenti nel salotto
abbagliato da lampade al quarzo e divani bianchi
e il quadro di Cascella che è stato un vero affare

no, io questa sera davvero
non la so spiegare ai miei adolescenti
del nuovo millennio,
con le magliette firmate e l’allenatore,
la faccia incolpevole e beata, la cameretta
col computer personale, le feste, le vacanze assicurate
la vita
perennemente illuminata.

*

Background

Dipende da dove che ti vien, da l’aria
respirada da putèlo, le vose i oci
che te xe entrài dentro e se ga inciodà,
le man indurìe de me pare, le onge col nero
de i feri che no va più via, le so storie
de cavi e ascensori da montar in quela dita
deventada multinazionàl
e l’amigo cascà
da l’impalcadura, brusà ne la calçe viva,
’na note in bianco e po’ el sciopero e la paura
de perdar el posto.

Dipende da mia mama maestra a vint’ani
ne le campagne de Pianiga, miseria
e litorina a le sie e bicicletta par chilometri
de giasso e sassi, el paltò, sempre quelo,
revoltà e messo a posto
e i fioi de i contadini,
trentaquatro putèli strucài nel magazèn
co la stùa a carbon, da insegnarghe
a scrivar e contar, a parlar,

e ’na paga che no rivava al vintisete.

Dipende da le case abitàe insieme a èla, oci
che rideva, afito e precariato, magnàr
e bolete da pagar, no ghe xe schèi ’sto mese
par la paruchiera, fa gnente, amor,
ti xe bela lo stesso
fa gnente,
ma queli oci de sol se velava
e la strada tirava in salita.

E la piova che passa i copi roti e riva al sofito,
casca le giosse in camera da leto, ti ghe meti
soto un caìn e ti buti l’ocio a quando
che ’l xe pièn
e restemo in quela casa
in nero e malsana perché l’afito xe bon,
ghe la femo, restemo e sognemo
’na casa megio, un lavoro sicuro, quel viagio
a Parigi rimandà ogni ano a l’ano dopo.

E riva un giorno che ti ghe mòi de sognar, ti te alzi
de note a svodàr el caìn
ti tachi a porconàr
e i sorrisi pian pian se destùa, ti xe stufo
de ’ndar sempre in salita, ti te ricordi
de to pare e to mare
le to raìse impastàe
de amor e fadiga, quel seme duro piantà
tra stomego e cuor, la to vita
el to specio.

 

*****

;

testi dalla raccolta “Stranieri, Padova, Valentina Editrice, 2017

Natale 2014

Dovrei smettere di fumare, ho due stent piantati nel cuore e
il fumo fa male e anche questo mattino di luce imprecisa,
andare e tornare ogni giorno uguale
stanca e fa male.

Accanto una donna mi accompagna e sorride, ci diamo
la mano quando il respiro manca e ci sono ancora scale
da fare e non so se costa più fatica scendere o salire
nel breve tempo che rimane, quanto tempo avanza
me lo chiedo a ogni risveglio
e come sarà l’ultimo sguardo,
una contrazione, un pallore e basta,
schianto o scivolamento
l’ho visto negli occhi di mia madre
questo andare via definitivo, nella sua mano che si allentava
come quando il pensiero è altrove e nulla più rimane.

Le strade piene di gente, si sale a massa sul bus
delle sette che ingoia odori di lingue diverse, voci
straniere nel silenzio di gelo di un’alba ancestrale o
preludio di una fine, teste chine, occhi smarriti,

un padre insegna al figlio a tirare bene i pugni,
perline e collanine, tatuaggi, anelli alle narici,
geroglifici insondabili, labirinti di solitudini allo specchio,
iphone e cellulari, assenza di connessione, nessuna
lingua comune tra i viaggiatori, un ruminare sordo
i detriti di un alfabeto in estinzione, uno scossone,
stridore di gomme sull’asfalto bagnato alla fermata.

Si scende, si va tutti nella corsa elettrica quotidiana, si va al lavoro,
si dorme, si mangia, a volte si fa l’amore
qualcuno sogna ancora qualcosa o solo intravvede
nella notte ombre di passaggio, fantasmi
di altre età, residui da eliminare con lo spazzolino e
il filo interdentale qualcuno dice

che dovrà arrivare un salvatore
lo dico anch’io

ma temo giunga un altro carnefice sorridente,
messia di qualche nuova forma del dolore.

*

Riabilitazione cardiologica

Noi che stiamo qua siamo i salvati, redenti da tecnologia
angioplastica, fortuna o destino, dallo sguardo
benevolo di qualche dio,
scampati ad infarto od ischemìa.

Graziati da morte improvvisa e anticipata, ora da riabilitare,
cardioaspirina e allegria, noi qua si ride, si balla
sui tapis roulants al tempo di Macarena e Vita Loca
a corsa controllata, monitorati da Holter ed Ecg, oggi
a tempo quattro dieci minuti
domani cinque per venti.

Noi miracolati, con due, tre, cinque stent nel cuore e
un futuro nuovo, un altro respiro ancora.

Gli altri stanno di sotto, nelle sale bianche
di emodinamica e rianimazione.

Ci guardano ogni mattina salire al piano superiore.

*

La bufera che viene

… in una bocca che chiede in italiano con accento albanese
qualcosa che non si può rifiutare, e non solo per ragione morale…
… ma perché sta scadendo la cambiale
dei popoli che non hanno neanche il pane

Gianni D’Elia

Sentila, sentila bene anche tu la bufera che viene,
questa tempesta straniera che preme,
che avanza dall’est, dal sud della fame
e sbarca alla vigna ubertosa
dei signori d’Europa e vuole
il lavoro e la casa
e vuole una fetta del sole
che accarezza quest’aiuola felice
del mondo.

E il piccolo uomo che cura le rose
del proprio giardino
si fa adesso feroce ed affila le unghie
e spranga porte e balconi, alza la voce,
vuole leggi e pistole e cani e cancelli
a difesa del suo metro di terra.

E l’aria già odora di guerra.

*

Ai respinti di Lampedusa il popolo italiano
porge sentite condoglianze (3 ottobre 2013)

Alta sui naufragi / dai belvedere delle torri /
china e distante sugli elementi del disastro /
delle cose che accadono al disopra delle parole /
celebrative del nulla / lungo un facile vento /
di sazietà, di impunità /… / la maggioranza sta.

Fabrizio De Andrè

Da giorni sui giornali, a pagine intere colorate, su Youtube,
alla tivù le ricostruzioni, le scene minuto
per minuto dell’accadimento
per il dovere di informare, con il gusto
antico della pietà a buon mercato
e dell’accanimento.

Così il popolo italiano può levare ad alta voce
angoscia sdegno smarrimento
e girare un’altra pagina dell’orrore abituale, dopo
il pianto unanime sul disastro immane si può tornare
all’IMU, alle funzioni del nuovo cellulare,
alle partite sul satellitare.

Il popolo italiano sempre innocente, sono loro, quelli che stanno
al Governo e in Parlamento, che hanno fatto le leggi
sui respingimenti
loro hanno firmato i trattati con Gheddafi

e po’ xe ciaro che tuta ‘sta gente
qua no ghe pol star.

I ve lo ga dito sento volte de molàrghela de impegnìr
quei barconi a tòchi par sercàr qua un Eldorado
che ve insogné

ve l’hanno ripetuto cento volte che per voi
non c’è né casa né lavoro
la crisi è globale, le fabbriche
chiudono o vanno da altre parti
per voi qua
non c’è niente da fare.
Sì, lo sappiamo che scappate dal terrore del fuoco e della fame,
da epidemie e carestie e sabbia che s’inghiotte tutto,
dai pozzi d’acqua recintati da mitragliatrici
ma noiàltri cossa podémo far?

Noi restiamo sgomenti a contemplare
le scarpette a galla, le bianche file
delle bare e spargiamo lacrime e fiori
sui vostri corpi in fondo
al nostro mare che somiglia ormai a un cimitero
una discarica ancora da colmare.

Noi dalle nostre rive sfogliamo stancamente il giornale
che già annuncia altri barconi in avvicinamento, assuefatti
alla compassione ad intermittenza
coristi del coro
che grida forte e freme

e tace nuovamente il giorno dopo.

 

*****

 

Francesco Sassetto risiede a Venezia, dove è nato nel 1961. Si è laureato in Lettere nel 1987 presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia con una tesi sul commento trecentesco di Francesco da Buti alla Commedia dantesca, pubblicata nel 1993 dall’editore Il Cardo di Venezia con il titolo La biblioteca di Francesco da Buti interprete di Dante.

Ha collaborato in qualità di cultore della materia alla cattedra di Filologia Dantesca ed ha conseguito nel 1998 il titolo di dottore di ricerca in “Filologia e Tecniche dell’Interpretazione”. Insegna Lettere presso il C.t.p. (Centro territoriale per l’educazione in età adulta) di Mestre.

Scrive componimenti in  lingua e in dialetto veneziano che hanno ricevuto  premi e segnalazioni.

Ha partecipato a presentazioni, incontri e pubbliche letture di testi poetici. Suoi testi sono presenti in  antologie e riviste ed ha pubblicato le raccolte di poesia: Da solo e in silenzio (Milano, Montedit, 2004) con prefazione di Bruno Rosada,  Ad un casello impreciso (Padova, Valentina Editrice, 2010) con prefazione di Stefano Valentini,  Background (Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012) con prefazione di Fabio Franzin, Stranieri (Padova, Valentina Editrice, 2017), con prefazione di Stefano Valentini, Xe sta trovarse (in dialetto veneziano) (Samuele Editore, Fanna, 2017), con prefazione di Alessandro Canzian.

Una silloge di poesie in veneziano, intitolata Semo fati de sogni sbregài è stata ospitata nel volume antologico Poeti in lingua e in dialetto. La Poesia Onesta 2007, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale La Guglia, Agugliano 2007.

Una raccolta di testi in veneziano, intitolata Peoci, è stata edita nel volume antologico Poeti e narratori in italiano e in dialetto. La Poesia Onesta 2012, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale Versante, 2012.

Una silloge di poesie in lingua e in dialetto veneziano, intitolata Di ordinari galleggiamenti è stata pubblicata, con una introduzione critica di G. Lucini, nel volume antologico Retrobottega 2, a cura di G. Lucini, Edizioni CFR, 2012.

Suoi testi compaiono nelle antologie tematiche La giusta collera, Edizioni CFR, 2011, Ai propilei del cuore. Poeti contro la xenofobia, Edizioni CFR, 2012, Il ricatto del pane, Edizioni CFR, 2013, Keffiyeh. Intelligenze per la Pace, Edizioni CFR, 2014, tutte a cura di Gianmario Lucini.

Sue liriche sono state ospitate nell’antologia 100 Thousand Poets For Change, Roma, Albeggi, 2013; nell’antologia Sotto il cielo di Lampedusa. Annegati da respingimento, Milano, Rayuela, 2014; nell’antologia In classe, con i poeti, a cura di M. Casagrande, Puntoacapo editrice 2014; nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, a cura di M. Cohen, V. Cuccaroni e altri, Camerano, Gwynplaine edizioni, 2014.

Hanno scritto su di lui: Flavio Almerighi, Marco Baiotto, Claudio Bedussi, Fabrizio Bianchi, Alessandro Canzian, Ivan Fedeli, Fernanda Ferraresso, Mauro Ferrari, Fabio Franzin, Lucia Guidorizzi, Gianmario Lucini, Angioletta Masiero, Fabio Michieli, Marco Molinari, Luciano Nanni, Alfredo Panetta, Melania Panico, Michele Paoletti, Luigi Paraboschi, Laura Pierdicchi, Paolo Polvani, Bruno Rosada, Francesco Tomada, Stefano Valentini.

Suoi testi sono presenti nelle riviste online Versante Ripido e Sagarana, in blog e siti web.

 

*

Gian Piero Stefanoni

15 luglio 2019

 

GianPieroStefanoni

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2019/05/lunamajella.jpg?w=195&h=300

 

Prefazione di Anna Maria Curci

Con alcune versioni in dialetto abruzzese d’area teatino-frentana
di Mario D’Arcangelo

 

“Le parole sotto la roccia”: l’universo di Lunamajella”

Nel suo movimento che associa, alterna, combina e ricongiunge il protendersi e il ritrarsi, il balzo in alto e la discesa nel profondo, il dire poetico cerca, trasforma, rimpiange e ricostruisce, vela e rivela regioni, paesaggi, terre e distese d’acqua, cime e firmamenti.
Lunamajella di Gian Piero Stefanoni non solo conferisce – lo affermo ricorrendo alla prima parte della celebre formula di Winckelmann – “nobile semplicità” a questo movimento, ma trova, in più, nuove, singolari combinazioni di fonti di luce, di angoli e di spianate, di luoghi appartati e di consonanze di voci umane.
Se è vero che, nel suo moto, la poesia individua, orchestra e progetta ponti e dimore, essa trova in questa raccolta di Stefanoni una terra d’elezione (non è del “suolo natio”, infatti, che il poeta canta, ma di una determinata area nel Teatino divenuta per il poeta paese dell’anima e terra del cuore) che si va manifestando come “madreterra”, come un universo nel quale geografia e sonorità concorrono a ri-nominare e a ri-fondare.
I nomi di luoghi, di rilievi e di corsi d’acqua – Pennadomo, innanzitutto, poi, tra gli altri, lama dei Peligni, Fara San Martino, il Sangro e, a stagliarsi su tutti, il massiccio montuoso della Majella –animano quest’universo, lo caricano di sensi e ruoli.
Una delle direzioni nelle quali il moto del dire poetico si mostra qui particolarmente efficace e fondante è quella di una ricollocazione di singoli elementi nel sistema dei segni.
Riporto qui due esempi illuminanti. Il primo riguarda la creazione della parola-universo che dà il titolo alla raccolta, Lunamajella, la quale viene così definita e invocata: «globo sospeso / che quasi ci tocca». È una parola, lunamajella, che raccorda la lontananza con la prossimità, il cielo e la terra, la spiritualità («globo sospeso») con la fisicità («che quasi ci tocca»).
Il secondo si concretizza nell’uso particolare e inedito del termine “rassetti” nel componimento omonimo, Rassetti, appunto: «Sempre prima di addormentarmi / penso alla morte, al rassetto che sarà / sotto questa montagna di immenso lumino». Anche in questo caso la singola parola si apre a una pluralità di significati che essa, allo stesso tempo, racchiude e protende, collega intimamente ai luoghi e invia in altre direzioni. Se “rassettare”, infatti, è, per un verso, riordinare, ripristinare un ordine preesistente, il termine “rassetto”, usato nel vocabolario tecnico dell’edilizia con il significato di “assettamento” (si parla infatti di “lesioni da rassetto”), indica un incontro tra movimenti tellurici e l’opera umana.[…]

Dalla prefazione di Anna Maria Curci
https://poetarumsilva.com/2019/05/07/gian-piero-stefanoni-lunamajella/

 

 

Lunamajella, globo sospeso
che quasi ci tocca, verso Palena
ma è come verso Marte: astronave
che s’innalza e s’intaglia alle sue coste
lasciandoci come migratori passare.
Eppure vagando non avremmo
che macchie,
                      di nubi
altre aquile in volo.
Dalle feritoie riva verde, sorgente.
Grande addormentato animale.

Lunamajelle, monne areppése / che quase ce tocche, verze Palene / ma è come attravèzze pe Marte: navecèlle/ che s’ahàveze e je se ntàje a le coste // e ce lasse come cille a lu passe. // Eppure gerènne nen tenassàme / che macchie // de nùvele
/ àvetre àquele a vulà. // Da le sgrette riva verde, surjente. / Grossa lemàne addurmíte.

 

Rassetti
Sempre prima di addormentarmi
penso alla morte, al rassetto che sarà
sotto questa montagna di immenso lumino,
sopra questo lago incoronato dalla diga.
Non vi sarà strada, non vi sarà utensile
solo un’altalena di piccole spighe non spazzate
e il santo di gesso a fissare nel volto ceruleo
della stanza le mani secche, l’attesa
dell’altro chiamato al mio posto.

 

L’abbiamo attraversata
la nube che scorre, il respiro che muta,
sei tu che passi terra dalle molte rughe,
stagione della luce.
l’abbiamo attraversata con la lingua
questa strada, questo ceppo di bosco
che si è fatto paese.
ci ha protratti fuori di luna,
nella calura del sogno,
questa ortica di volti sminuzzati,
questa tormenta indifesa di memorie.
E nulla ora sale giacché nulla ora discende
nel procedere che abbraccia la valle.
È il suo ultimo grido – non può essere il più forte.

 

M.G.
Sola con le sue Marie,
con i suoi smalti, a spezzare
il vento errante – alla luce
che nel ricomporla la nomina.
Donna per sempre figlia –
di una carne e di un tempo
nel rovescio del corpo – di una testa
girata ma eppure madre
di quella parola – e quel buio –
a dire il paese che in noi cerca mitezza.

 

Esodo
E forse ancora lo cerchi
o ti arrendi a un battito
che non sai dare.
Adamo caduto che dal calco
ti tenti alla prima impronta,
sei un disperso.
Nel manufatto
appena un groviglio, appena una maschera
che questi campi
e questi animali non vedono.

Su una statuetta presso il Museo Archeologico Nazionale di Chieti,
“La Civitella”.

 

Respira la tua paura
l’abbocco della valle, si ferma
solo quando ti allontani.
Alimenta l’acqua dove il torrente
si confonde e ricorda.
Ormai ti ha preso – pietra, resina
incollata al tuo segreto.

 

 

SETTEMBRE
I.
Si fa più scura la roccia
al paese che sta per morire.
Ma allora perché il circo
delle rondini, il diradarsi delle nubi
prossime alla sera?
O un sommesso bramare di draghi
il voltare di spalle degli uomini
che risale dal primo rifiuto.

II.
Il forestiero porta notizie
docile al dolore come la bestia
nell’infinito respiro.
Passa ma non ode dalle porte.
l’unica cosa che vive è la pace
che viene dal raspare,
la mano sotto l’ulivo
nelle preghiere delle ombre.

III.
Il segno è dato dagli anziani,
non vedono soluzioni solo la rovina,
la parola che nemmeno la campana
può cancellare. Non ascoltano,
accusano. Preparano sedie
che restano vuote.

 

 

La chiave
chi sistema – le scarpe rotte,
l’uccello in volo – il filare dimenticato della goccia,
il rumore sordo del non morire?
Forse l’ultima chiave, il male vinto della casa
nel passo inciso sul gradino.

La chiave – chi sesteme – le scarpe rutte, / lu celle che vole – lu felà scurdate de la hocce, / lu remore sorde de lu senza murì? // Forze l’ùtema chiave, lu male venciute de la case / a lu passe stampate mbacce a la scalelle.

 

 

Gian Piero Stefanoni, nato a Roma nel 1967, laureato in Lettere moderne, ha esordito nel 1999 con la raccolta In suo corpo vivo (Arlem edizioni, Roma) vincendo nello stesso anno, per la sezione poesia in lingua italiana, il premio internazionale di Thionville (Francia) e nel 2001, per l’opera prima, il “Vincenzo Maria Rippo” del Comune di Spoleto.
Nel 2008 ha pubblicato Geografia del mattino e altre poesie (Gazebo, Firenze-premio “Le Nuvole-Peter Russell” e “Città di Venarotta”) a cui son seguiti nel 2011 Roma delle distanze (Joker, Novi Ligure- premio “Leandro Polverini” sezione poesia sociale) e gli
ebooks La stortura della ragione (Clepsydra, Milano) e Quaderno di Grecia (Larecherche.it, Roma).
Nel 2014 ancora per i tipi della Gazebo è uscito Da questo mare (includente l’omonimo poemetto già nel 2013 in ebook per LaRecherche.it ed il canto pasquale L’amore che ti manca edito nella sua prima versione per la cura delle Edizioni d’arte Musidora di Nina Maroccolo, ed ora presso la biblioteca della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma). Ancora in ebook è La tua destra (LaRecherche.it, Roma, 2015), come il saggio sulla poesia in dialetto della provincia di Chieti La terra che snida ai perdoni (LaRecherche.it, Roma, 2017). Presente in volumi antologici, tra i quali La poesia dell’esilio (Arlem, Roma,
1998), Dai parchi letterari ai poeti contemporanei (Edizioni Arte Scrittura, Roma, 2009), S’impalpiti materia-Omaggio a Manzù (Edizioni d’arte Musidora, Roma, 2011- fuori commercio, copia presso la Raccolta Manzù di Ardea), e L’evoluzione delle ultime forme poetiche (Kairòs, Napoli, 2013) suoi testi sono apparsi su diversi periodici specializzati e sono stati pubblicati in Argentina, Spagna, Malta, Grecia e Francia.
Già collaboratore con “Pietraserena” e “Viaggiando in autostrada” è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale “Caffè” e, per la poesia, della rivista teatrale “Tempi moderni”. Dal 2013 sempre per la poesia è recensore di poesia per LaRecherche.it e dal 2014 giurato del Premio “Il giardino di Babuk- Proust en Italie”.
Tra i riconoscimenti da ricordare per l’inedito i premi “Via di Ripetta” e “Dario Bellezza”, entrambi nel 1997.

Michele Nigro

7 luglio 2019

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Michele Nigro

 Dalla prefazione di Stefano Serri

[…] Il linguaggio in Nigro non si fissa su un registro, accogliendo lemmi più che post-moderni (di quelli che ci vuole coraggio ad usare perché tra tre giorni nessuno potrebbe più ricordarli) insieme al più ortodosso e non ancora frusto repertorio lirico, senza
sdegnare l’omaggio alla tradizione e a un passato ben riconoscibile, più crepuscolare che modernista. Non mancano, in questi «coaguli di frasi raminghe / che chiami poesie» termini stranieri o neologismi, immersi in un repertorio lessicale più che vario, un vocabolario che ama la precisione, «glabro come un glande», e che, tra “gualchiera” e
metoo, arriva, tentando «un nuovo approccio jazz all’esistenza», a voci come aperimorte o informosfera.

Ci servono precise, le parole, e molto. Ci servono, ad esempio, per abbarbicarci ai ricordi (non quelli vaghi, ma quelli nostri) prima di lasciarli andare. Nella poesia di Nigro abbiamo inneschi di memorie in ogni dove, che siano voci entrate dalla finestra (le urla deliranti in tarda estate o la registrazione di «è arrivato l’arrotino») o suoni apparentemente innocui di luoghi familiari. Ne nascono ricordi che non sono mai pretesto per ghirigori narcisisti, ma che hanno rispetto di chi li ha trascurati, hanno occhi consapevoli delle distanze, hanno ironia e pietà, pietà prima di tutto per se stessi.
Ricordi blandi di una certa vita lasciata indietro, laggiù o lassù, da qualche parte insomma Ignoti, ignoranti e ignorati in eterno. […]

Acqua di ritorno

Adorava i temporali
estivi, tra sprazzi e lazzi
erano meme bagnati
su gambe scoperte
alla sua natura autunnale
dimenticata tra eccessi di
sole e promesse di viaggi.
Ora le campane chiamano
all’ordine di civiltà domenicali
e tuoni ribelli e grondaie
impreparate ad acque inattese
alla vita ormai persa
che scorre nel mare calmo
della morte che accoglie,
sperando di ritornare
giovane umidità
e nuvole
e di nuovo pioggia
tra i vivi di domani.

Grado Celsius

Con l’arrivo dei primi caldi
di notte
dalla finestra aperta
mi raggiungono psicosi da strada.
Uno che vagando tra i vicoli
geme un lamento “mamma! mamma!”
crisi d’astinenza dalla vita
una sirena insonne tra i miei sogni
colpi disperati di campana
schiamazzi da calura
e coltelli facili.
Amo il gelo che tutto acquieta
sotto un velo immobile
molecole indecenti si placano,
cerco l’inverno che zittisce
come severo maestro
i dolori infreddoliti del mondo.

Per voce sola

La falsa posa umile, appartata
un istante prima di ghermire,
poetesse low profile con sguardi
di madonne truccate
sembrano dire
“guardami! guardami!”
e ancora “leggimi! leggimi!”
Un canto d’amore
dal suo becco arancio
posato su antenne
d’inezie televisive,
e il cemento di quartiere
le rassegnate tegole
nella quieta provincia
divengono giungla inattesa
rigoglioso bosco per cuori grigi
nel silenzio serale squarciato
da note brillanti, sincere
gorgheggi d’un’anima pennuta
senza spartiti
o glorie studiate.

La casa senza noi
(Protagora)

Come corpo morto
pian piano si fredda
la casa lasciata sola
non vissuta da aliti umani
vapori di brodo sui vetri
e caldi sospiri di stufa.
Tra queste quattro mura inanimate
si rifugia forse lo spirito
della storia che non conta
il tempo
perché tempi non conosce?
Cosa fai al buio, d’inverno
durante le lontane feste?
I testimoni oculari
che tutto misurano
lasciano dietro di sé
polveri ignoranti
tra muti oggetti
non più sfiorati
da una vista cosciente,
un ultimo giro di chiave
li separa da un’immobile eternità.

Archivio

Conserviamo date, pezzi di spago
scatole di dolci vuote e biglietti
perché anche il dolore
esige una documentata
precisione, resistente al tempo
e all’umana distrazione.
Affinché ogni data diventi spina
per pungerci quando sembreremo
felici,
ogni pezzo di spago
un nodo che ci tenga
legati al passato,
una scatola
vuota della dolcezza che fu
per quando saremo pieni
di false gioie,
e biglietti di sola andata
per l’aldilà.

Poesia triviale di amore e morte

Mi condusse nel bosco della fiducia
e abusò della mia benevolenza,
per ore
senza dire una parola
raccontò tutto del suo ego
e me lo mostrò,
con colpi ritmati di piacere
strofinando la mia schiena nuda
sulla corteccia del nostro
talamo fogliato.
A mo’ di anello
con la fascetta rossa
dell’ultimo Partagás
intorno al dito raggrinzito
da umidi connubi solitari
le chiesi di unirsi a me
sul baratro di un bucolico caos.
Bifolco vuol dire
due volte folk
ed eravate coppia impopolare
di verderame e stanchezza.
C’è gente che
è vestita bene
solo da morta,
e allora lei morì

Immaterial

Vento di spettri cari,
t’insinui tra scricchiolanti
porte antenate suonando
come flauti di ghisa stufe
spente da troppo tempo.
Metto in salvo dall’oblio
distratti squarci di
bellezza allo stato brado,
conserve per l’anima.
Cane che mordi l’aria
intorno al liberatore,
assuefatto alla catena
anche questa sera
al mio passaggio, non capirai.

Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia (Sa) dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste.
Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica –che ama definire “raccolta di formazione”– intitolata “Nessuno nasce pulito” (edizioni nugae 2.0).
Ha pubblicato “Esperiment”, raccolta di racconti; il mini-saggio “La bistecca di Matrix”; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo “Call Center”, nel 2018 la seconda
edizione “Call Center – reloaded” e la raccolta Poesie minori “Pensieri minimi”.