Michele Nigro

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Michele Nigro

 Dalla prefazione di Stefano Serri

[…] Il linguaggio in Nigro non si fissa su un registro, accogliendo lemmi più che post-moderni (di quelli che ci vuole coraggio ad usare perché tra tre giorni nessuno potrebbe più ricordarli) insieme al più ortodosso e non ancora frusto repertorio lirico, senza
sdegnare l’omaggio alla tradizione e a un passato ben riconoscibile, più crepuscolare che modernista. Non mancano, in questi «coaguli di frasi raminghe / che chiami poesie» termini stranieri o neologismi, immersi in un repertorio lessicale più che vario, un vocabolario che ama la precisione, «glabro come un glande», e che, tra “gualchiera” e
metoo, arriva, tentando «un nuovo approccio jazz all’esistenza», a voci come aperimorte o informosfera.

Ci servono precise, le parole, e molto. Ci servono, ad esempio, per abbarbicarci ai ricordi (non quelli vaghi, ma quelli nostri) prima di lasciarli andare. Nella poesia di Nigro abbiamo inneschi di memorie in ogni dove, che siano voci entrate dalla finestra (le urla deliranti in tarda estate o la registrazione di «è arrivato l’arrotino») o suoni apparentemente innocui di luoghi familiari. Ne nascono ricordi che non sono mai pretesto per ghirigori narcisisti, ma che hanno rispetto di chi li ha trascurati, hanno occhi consapevoli delle distanze, hanno ironia e pietà, pietà prima di tutto per se stessi.
Ricordi blandi di una certa vita lasciata indietro, laggiù o lassù, da qualche parte insomma Ignoti, ignoranti e ignorati in eterno. […]

Acqua di ritorno

Adorava i temporali
estivi, tra sprazzi e lazzi
erano meme bagnati
su gambe scoperte
alla sua natura autunnale
dimenticata tra eccessi di
sole e promesse di viaggi.
Ora le campane chiamano
all’ordine di civiltà domenicali
e tuoni ribelli e grondaie
impreparate ad acque inattese
alla vita ormai persa
che scorre nel mare calmo
della morte che accoglie,
sperando di ritornare
giovane umidità
e nuvole
e di nuovo pioggia
tra i vivi di domani.

Grado Celsius

Con l’arrivo dei primi caldi
di notte
dalla finestra aperta
mi raggiungono psicosi da strada.
Uno che vagando tra i vicoli
geme un lamento “mamma! mamma!”
crisi d’astinenza dalla vita
una sirena insonne tra i miei sogni
colpi disperati di campana
schiamazzi da calura
e coltelli facili.
Amo il gelo che tutto acquieta
sotto un velo immobile
molecole indecenti si placano,
cerco l’inverno che zittisce
come severo maestro
i dolori infreddoliti del mondo.

Per voce sola

La falsa posa umile, appartata
un istante prima di ghermire,
poetesse low profile con sguardi
di madonne truccate
sembrano dire
“guardami! guardami!”
e ancora “leggimi! leggimi!”
Un canto d’amore
dal suo becco arancio
posato su antenne
d’inezie televisive,
e il cemento di quartiere
le rassegnate tegole
nella quieta provincia
divengono giungla inattesa
rigoglioso bosco per cuori grigi
nel silenzio serale squarciato
da note brillanti, sincere
gorgheggi d’un’anima pennuta
senza spartiti
o glorie studiate.

La casa senza noi
(Protagora)

Come corpo morto
pian piano si fredda
la casa lasciata sola
non vissuta da aliti umani
vapori di brodo sui vetri
e caldi sospiri di stufa.
Tra queste quattro mura inanimate
si rifugia forse lo spirito
della storia che non conta
il tempo
perché tempi non conosce?
Cosa fai al buio, d’inverno
durante le lontane feste?
I testimoni oculari
che tutto misurano
lasciano dietro di sé
polveri ignoranti
tra muti oggetti
non più sfiorati
da una vista cosciente,
un ultimo giro di chiave
li separa da un’immobile eternità.

Archivio

Conserviamo date, pezzi di spago
scatole di dolci vuote e biglietti
perché anche il dolore
esige una documentata
precisione, resistente al tempo
e all’umana distrazione.
Affinché ogni data diventi spina
per pungerci quando sembreremo
felici,
ogni pezzo di spago
un nodo che ci tenga
legati al passato,
una scatola
vuota della dolcezza che fu
per quando saremo pieni
di false gioie,
e biglietti di sola andata
per l’aldilà.

Poesia triviale di amore e morte

Mi condusse nel bosco della fiducia
e abusò della mia benevolenza,
per ore
senza dire una parola
raccontò tutto del suo ego
e me lo mostrò,
con colpi ritmati di piacere
strofinando la mia schiena nuda
sulla corteccia del nostro
talamo fogliato.
A mo’ di anello
con la fascetta rossa
dell’ultimo Partagás
intorno al dito raggrinzito
da umidi connubi solitari
le chiesi di unirsi a me
sul baratro di un bucolico caos.
Bifolco vuol dire
due volte folk
ed eravate coppia impopolare
di verderame e stanchezza.
C’è gente che
è vestita bene
solo da morta,
e allora lei morì

Immaterial

Vento di spettri cari,
t’insinui tra scricchiolanti
porte antenate suonando
come flauti di ghisa stufe
spente da troppo tempo.
Metto in salvo dall’oblio
distratti squarci di
bellezza allo stato brado,
conserve per l’anima.
Cane che mordi l’aria
intorno al liberatore,
assuefatto alla catena
anche questa sera
al mio passaggio, non capirai.

Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia (Sa) dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste.
Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica –che ama definire “raccolta di formazione”– intitolata “Nessuno nasce pulito” (edizioni nugae 2.0).
Ha pubblicato “Esperiment”, raccolta di racconti; il mini-saggio “La bistecca di Matrix”; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo “Call Center”, nel 2018 la seconda
edizione “Call Center – reloaded” e la raccolta Poesie minori “Pensieri minimi”.

 

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3 Risposte to “Michele Nigro”

  1. michelenigro2 Says:

    Grazie a Il giardino dei poeti per l’ospitalità e l’attenzione…

    Piace a 1 persona

  2. michelenigro2 Says:

    L’ha ribloggato su Pomeriggi perdutie ha commentato:

    Grazie a “Il giardino dei poeti”…

    Piace a 1 persona

  3. michelenigro2 Says:

    in realtà la poesia intitolata “Poesia triviale di amore e morte” continuerebbe nella pagina seguente, così:

    “per vedersi bella
    dal cielo.
    L’eleganza nella bara
    di castagno voyeur
    testimone legnoso del loro
    giovanile amplesso
    fece dimenticare
    l’indegno barcollio da birra
    tornando di sera, ormai vecchi
    da terre lavorate bestemmiando
    irrigate con lacrime di pelle
    e le risate in vita
    dell’intero paese.”

    😉

    Piace a 1 persona

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