Anna Maria Curci

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Come per le precedenti prove, o forse ancor di più, data la dichiarata natura di diario di «ricerca ed esistenza» di questa nuova opera strutturata in quartine di endecasillabi, non posso fare a meno di pensare che l’incontro con Nei giorni per versi, l’incontro con la bellezza densa e pensosa che costituisce una tra le più sapide e riconoscibili peculiarità della poesia di Anna Maria Curci, faccia dono ai suoi lettori di una feconda esperienza di immersione sonora in un coro di voci liquido ancorché capace di perfetta armonia: le voci limpide e chiaramente udibili che nell’autrice convivono e convincono. Si legge la poetessa avvertendo l’occhio e l’orecchio vigili della critica; si studia la poetessa e si coglie la mano della traduttrice intenta a nettare la parola come sfogliando un cespo fino al suo cuore tenero e fedele; si ama la poetessa e si intravede l’insegnante che orienta la vocazione etica dei versi pungolando la parola fino a far emergere livelli di verità sempre più profondi e complessi. E ancora, ponendosi in ascolto della «voce claudicante», si viene raggiunti dagli accenti delle diverse posture del privato, la madre e la figlia, l’amica, la compagna… […]

Dalla prefazione
di Patrizia Sardisco

Nota dell’autrice

Le centosettantatré quartine di endecasillabi qui raccolte costituiscono il diario di oltre cinque anni, da gennaio 2014 ad agosto 2019 (con due soli balzi indietro al 2013), di ricerca ed esistenza, di stupore e disappunto che si alternano e si affiancano nel guado, condizione permanente. La forma chiusa così come l’ampiezza contenuta sono espressione del mio modo di ripensare realtà, anticipazioni, ricordi, visioni e, allo stesso tempo, della scelta di dare una cornice rigorosa allo sfogo del cuore e alla rivolta della mente. Si alleano così indole e determinazione, ben consapevoli del rischio di optare per una forma esplicitamente tradizionale e di restituire un contenuto intenzionalmente inattuale. Perché assumo questo rischio? Semplicemente, e senza tanta retorica, per due motivi: in primo luogo perché è in questa forma conclusa che pensieri, motti di spirito e moti dell’animo si presentano alla mia coscienza, in secondo luogo perché l’impalcatura regolare impone riflessioni, soste, dà spazio e respiro – anche quando sceglie di contenere lo spazio, di trattenere il respiro – alla mente che discerne così come al cuore che serba e seleziona memoria.

Come le pagine di un diario, le quartine di Nei giorni per versi registrano ricordi, danno il conto di reazioni, provano a fissare sulla carta bellezza, sale o tocco ispido di un incontro. La cadenza rielabora, poi, ricanta e ricompone i frammenti d’infanzia, propria e altrui, le veglie pensose, quiete oppure aggricciate, gli antichi e nuovi sbuffi di ribellione e le insopprimibili timidezze nelle dichiarazioni d’amore, gli ‘esercizi spirituali’ della traduzione e la sorridente devozione alla poesia, tra stupore riconoscente nel leggere i versi di un amico e la rievocazione assorta e divertita, ancora con un amico, di baruffe e rivalità, miti e creazioni, tutto nel tragitto dalla casa dove abitò Cristina Campo sull’Aventino al Cimitero acattolico a ridosso della Piramide Cestia. Come in un diario, il passaggio dalla registrazione della quotidianità alla visione universale, dalla contemplazione del sé alla condivisione, sa di essere limitato e di avere, forse, la massima possibilità di slancio nell’affinità riconosciuta con le anime «messe a maggese» alle quali ci lega una cura per le «pagine scordate».

A. M. C.

I

Come un accento a voce claudicante

 balza e s’arresta il limite del giorno.

Taglieggia tra le sdrucciole e le piane

 e tronca si riveste soluzione.

II

Raccogli panni e polvere a tentoni

 (volteggia cencio bianco in dissolvenza).

Increspate le reti a ranghi storti,

pesca a strascico appare soluzione.

III

Non mette conto di narrare cruccio

se questo è tenue al cospetto di strazio

carta vetrata che sfalda ogni giorno

anche il sorriso imbe(ci)lle e tenace.

IV

Hai diviso, sezionato, riposto,

glossato e modulato con l’artrosi.

Sui piedi e le misure le escrescenze

si spingono, arrendevole reclamo.

V

Al portatore d’acqua non si chiede

di narrare di sé e della sua fonte.

Sorda sete che s’avventa sul secchio

scansa polvere suole e passi stanchi.

VI

«Lassez!» soleva dire, inascoltato.

La si faccia finita col teatro

le baruffe bassotte flatulente

il bolo sbalestrato ma conforme.

VII

Alacre in automatico, pedala

il postino obiettore (ma è coscienza?)

 all’ennesimo sorgere del sole.

Ardore d’ordinanza occulta resa.

VIII

Nell’interludio tra le glaciazioni

s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.

Pesce rosso nella boccia di vetro

è invece e a malapena se ne avvede.

IX

Voi che apprezzate solo di sfuggita

(non vi si chieda altro, veh, non licet)

siete fermi al morbillo della spunta,

quella sociale esiliata all’occhiata.

X

Quando, strazio negli occhi e mente scossa,

apre Augustus Snodgrass quel taccuino,

avanza di buon grado anche il sorriso.

Non lo sperava, ma si allarga breccia.

XI

Quei rondinotti rannicchiati all’Elba

sono cresciuti, si son fatti corvi.

Non gracchiano, starnazzano eleganti,

 librano versi telecomandati.

XII

A scrivere si va, furiosamente,

col contagocce o piena senza presa.

Senza pudore scimmiotta il lenzuolo

l’ardire di coperta rimboccata.

XIII

Voi che l’ardire lo intestate a terzi

che visibili ansiosi poi abdicate

non vi basta tastare le mie piaghe

fare la doccia con le mie macerie.

XIV

Discreto, torni a chiedermi dell’ora,

quando ti ridarò… che ti ho prestato?

Non ha più suono la luce che filtra,

vano o spicchio, anticamera di pace.

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