Elia Belculfinè

by

78709328_1317950015032159_8418496570038681600_o


Oh, ma io ti troverò!

Dove va la mia vita se non ha più ali, e seta di suono,
il vento di libeccio. Se l’albero è rotto e la parola non naviga a vela…
Avessi almeno un cavallo puro, un baio simbolo di fuga…
Allora io sarei pago, e tu diresti sul ricamo della mia morte – costui Visse –
Ma ho soltanto i miei fogli, onde elemosinare un brandello di sole…
Solo i fogli sui fogli sui fogli per decorare la lettera d’amore del mio inferno.
Madre, sorgente del mio sangue,
vita battuta fra i porti e i ruscelli, dove sei, dove, vita mia?
Sei qui? Nella lama tonda della ragione?
Nel filo della terra tosata dalle danze dei cavalieri?
Sei qui, nella chiesa posata sulla punta di un fuso?
No, non ci sei. E io mi tormento. Forse – lì? No, neppure.
                    
                    
                       
Il cortile

Nel cortile del palazzo Saraceni
c’è ancora un’ancora fumante, tesoro di mari mai percorsi.
Nel cortile c’è un tavolo coperto con un vello di raso.
Era la vela di una strana imbarcazione, su cui nessuno potette salire;
ha il dono, nello sfiorarlo, di proteggere il cammino di chi stia per mettersi in viaggio.
Sotto il glicine del palazzo c’è una scarpa intrisa di sale che il figlio del padrone
non fece mai in tempo a calzare. E sui tetti passano le rondini.
Le rondini volano in tutti i versi, cincischiando l’aria come una stoffa di fuoco…
imbucandosi negli squarci a cielo aperto come lettere d’amore
che nessuno vuol ricevere.
Le mie rondini di trenta primavere in cui ho sognato porti nuovi, nuovi amori e speranze.
*
Come il cortile abbandonato da anni è il mio cuore.
Il mio cuore è un porto che non ho mai lasciato.
                    
                    
                       

Helena

Poi, ogni cosa marcì, – anche i suoi capelli
che invitarono la discordia di una dea…
a trame, a inganni che la divertivano, quando, in giro,
da fare, poi, non è che ci fosse molto.
Il ricamo e i giochi nel grano non l’avevano mai presa…
E le lezioni di clavicembalo, in una stanza buia, senza una finestra
o un cenno di resa dell’orologio.
Rame incandescente, fino alla piega dei pantaloni alla zuava.
Una treccia o una cipolla, o sciolti lungo il taglio di lama del vento. E pure mancina.
Me era felice. E non perché aveva piegato l’Olimpo alle sue voglie…
Né per le attenzioni dei rampolli che tentarono di rinchiuderla in torri, galee, prigioni.
– La chienne au bois dormant –
Questo la annoiava. Neppure mai attese l’amore – noia noia noia…
Io sono fuggevole, e l’amore è noiosamente eterno.
Io sono un sirtaki, E dio è un cardine fisso, dio ce ne scampi…
Era felice che tutto marcisse. Anche la sua bocca, che però ancora
cantava, che però ancora baciava teneramente. Fin sotto alla pianta dei piedi…
Che tutto, splendidamente marcisse. Le doriche e i basalti, e le spighe nei suoi occhi
verdi come il veleno più mortale di cui si possa disporre… Le sue scarpe, i suoi guanti di vellutino.
Poiché ogni cosa, sì, un giorno, era stata fiore nuovo e profumo e sangue leggero.
Quanti possono affermare lo stesso?
Potevo io aspirare all’immortalità? Siamo seri!
E allora datemi un vento blasfemo, un volo di rondini a sera, disse, in cui io possa sperperare la mia anima.
Datemi un cuore scevro dei sandali. Una dinamo impazzita,
Una girandola, Datemi la clessidra incrinata che indora il maggese.
                    
                    
                       

Vivere?

Non c’è vita in questi occhi.
Queste mani – queste mie mani sono carri di neve.
E i tuoi capelli come fili di rame…
raccontano la favola nera del mattino cercato
per credere in dio, per simulare l’Esodo vivo del sangue,
fino a questa fortuna di porti, fra le nubi cave di febbraio
che sfiorano le tue labbra e la mia miseria di creatura sola.
A lucidare gli stemmi inutili dell’animo umano.
A offrire la strenna della bellezza nera, nera, nera…
Le tue caviglie, prive di sonagli, ricordano
la morte, in una danza antica, la vita… che ci impegnò
per la parte migliore del tempo.
Non c’è poesia stamani.
E il sole è alto sui ponti delle navi,
asciuga il bucato steso sui fili della pena incantevole di chi vive. C’è
solo il vento che scompiglia il prato.
E due ragazzi che giocano a rincorrersi nell’erica;
non si chiedono che ne sarà di loro. Sciocchi. La vita li colpirà all’improvviso.
Presto, oh, presto, Giulio, Francesco, voi perderete
per sempre perderete
le corse nell’erica, il vento leggero che riassetta il prato come un lenzuolo incandescente,
i piedi nudi sulle braci della giovinezza.
C’è il sole, sì, e una allegria colpevole – L’esistenza sopravvalutata.
Anche l’amore significa poco. Non c’è poesia, stamani.
                    
                    
                       

Ho bisogno di poesia,
per vincere sulla morte,
ma i poeti non possono morire,
proprio come gli altri uomini,
come non muore questo vento fra i salici
questo piccolo scricciolo in gabbia
che è il mio cuore.
ho bisogno di desiderio
e che urli
fuori dal pozzo della notte
per parlare d’amore a mio figlio,
perchè mio figlio mi insegni l’amore,
ho bisogno di speranze vaghe
gettate alle pietre
perchè tu possa innalzare il nome di dio
sopra questa fanfara di maschere entusiaste
che circondano il simbolo di un diamante
ho bisogno che mi chiami poeta,
più che esserlo davvero
perchè una lenta fiducia può sollevare il mondo
dal prezzo folle
di infinito balocco
di mondo,
che tu creda
che la poesia è un grande
miracolo
e che può accadere a chiunque,
_ nuda miniera di uno sguardo_
perchè io possa creare
una stella danzante.
                    
                    
                       

Assurdi equilibri

I monti sulla terra antica? Troppo alti.
Non possiamo scalarli. Le strade del paese innevato
troppo intricate – potremmo perderci
per sempre.
E l’amore un gioco mortale,
per viverlo dovremmo
rinunciare alle nostre eternità.
Allora, scaliamo i monti, perdiamoci, amiamoci,
ignoriamo la morte come l’erica
e le campane…

*
Io ti ho rivelato l’anima, nella danza
del mio sangue sorgente
in cui germoglia un dio illogico che si chiama Amore…
Prima asceta della pazzia ubriaca,
la mia carne era un gemito…
Ma il mio vino canoro impoveriva gli arazzi
nei tuoi occhi
facendone zerbini chiusi entro una fortuna di parole. Cosi in mille di loro t’hanno calpestato.
Mi spiace. Più che porgerti una mano?
Si, mostrarti una strada, un canto
netto di poesia.
Guardami, sono un giubilo dolce di passato.
Approda sul mio saluto (tu sei una nave), oh sillaba,
sull’alba silvestre novella.
L’urlo del mio confine chiama te Amore
che non ho mai conosciuto…
                    
                    
                       

Si va

Il dolore della rosa esultava.
La poesia affascinò la notte, e nella tempesta
le calendule tremarono con il pianto.
Ogni volta provo un’allegria acuminata;
– madida di grazia è la pazzia,
brandisce la falce, si prepara alle messi.
Tre violini infuocati infiammano la trinità…
Tu celebri la vita, vendendo il tuo suicidio da una stanza caritatevole.
Le torri si piegano, i figli giungono a baciare la terra; un tempo
amavamo lo stallo del lago, libellule, le parole fumanti, sollevate via…
i cestini con il pasto. Pronti per essere decantati i versi, delibando un binario
che non sarebbe mai finito.
Il luogo della notte è abitato da cani randagi – lascia loro l’osso della rivoluzione…
Chi ti conosce fruga tra i noccioli in cerca della tua carogna.
Saldare il cielo fra le canne mute della felicità, interpretare la fine dell’estate.
Credere, voler credere, fermarsi innanzi alla veranda, fra le stelle del viaggio,
oltre il cimitero della neve.
L’immagine dell’assenza si quieta sull’erbe.
Il macellaio mi offre lingua e fegato – scelgo il fegato, Giuseppe…
I carri del sole procedono sino al confine della città.
Su uno di essi viaggia un giullare potente, un arabesco chiamato – Poesia.
Incidere di lame – prestigiose cose senz’anima
Stanno tirando su le nostre case dal fango. Guarda – camminano i santi nell’ultimità del giorno…
Le cantine si rivoltano contro il cielo.
Giunge alla riva il poeta segretamente.
Si va.
                                       
                           
                         
                             

Io non lo so quanto vale il ferro, quanto il piombo, un giardino
un respiro, perché io, sì, sono
gente come me”

(Elia Belculfinè)

Tag:

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: