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Maria Allo

15 giugno 2021

                                                                                              

La poesia di Maria Allo come luogo interiore e universale.
                                                                                                  

C’è in tutta la poesia di Maria Allo, e in particolare in quest’ultima raccolta “Radure”, quell’adesione ai luoghi del proprio vissuto che non si traduce in semplice descrittività, ma piuttosto in un coinvolgimento così intimo da determinare una continuità d’atmosfera, la quale non solo vibra e s’irraggia nei testi con immagini e colori perfettamente identificabili geograficamente, ma ne intride profondamene il tessuto lessicale, che se ne ingravi da mentre porta alla luce percezioni e riflessioni a lungo meditate, come rivela la loro ricorrente presenza, sia pure tra infinite modulazioni.
Il mare di cobalto, L’Etna “che infuria”, l’afa di agosto”, la vite a pergola” e i miti (le Sirene, Persefon e, Efesto) innestano il sentimento dei luoghi di appartenenza in un ciclo temporale in cui passato e presente, vivi e morti, non cessano di dialogare e di rinnovarsi come figure che interpretano la loro ininterrotta sedimentazione nell’esperienza individua le della poetessa.
L’introiezione di tutti questi elementi dirige l’analisi del proprio “io” verso un registro tonale e cromatico che conserva le peculiarità delle cose viste come in un attraversamento: il fuoco dell’Etna, se mbra accenderle il sangue, tra smetterle una furia del sentire; il vento del sud, con la “sua assorta pazzia” si avventa a pugni chiusi/ dentro la sorgente sotterranea/ delle mie cento pelli ”, in una sorta di effetto psico somatico di fortissima pregnanza.
Del resto lo sguardo di Maria Allo si leva raramente al cielo, non perché non le appartenga la dimensione della spiritualità (non manca di manifestarsi di tanto in tanto il desiderio di una fuga “ verticale”), ma perché esso preferisce indagare la sostanza greve della terra, l’antica tristezza ”delle ossa, tutta la ferocia di sopravvivere” in mezzo ai travagli, al male rovente” della vita. Ne consegue un amaro senso di pietas religioso creaturale, che ora fa posto allo sdegno, ora ad una cupa tristezza, ora ad una percezione di disfacimento, che solo raramente si alleggerisce in uno squarcio descrittivo, in un vagheggiamento amoroso, o nel breve sogno di un futuro pacificato e ridente come le “radure” del titolo.
È oltremodo interessante annotare come i vari stati d’animo si coagulino insistentemente in una serie di campi semantici omogenei, come, per esempio, nel testo: “Non cercatemi poeti”, in cui verbi e aggettivi insistono anche attraverso i suoni sul concetto dell’annientamento doloroso (fardello, sventura, brandelli, buio, rovo, peso, trambusto e sventra, strozzano, muore, squarcia) martellando cupamente l’orecchio. Questa coincidenza di cose, suoni, atmosfere tonali, stati d’animo, che è proprio della grande poesia, rivelano la statura morale e poetica di un’autrice che pratica la scrittura come uno strumento di rivelazione e di comunicazione, grazie ad una corrispondenza fra le cose nel mondo e il suo modo di rappresentarle a sé stessa e agli altri.
La poetessa sceglie, insomma, l’itinerario del dolore per costruire il suo sistema poetico filosofico, sia in quanto esso appartiene ontologicamente ad ogni essere vivente; sia in quanto caratterizza l’anima profonda della sua Sicilia fin dalle più remote origini: l’occhio vermiglio del vulcano, dove si nasconde il dio Efesto, zoppo e laborioso,
che piega con il fuoco e vomita le scintille sprizzate dall’incudine, e ceneri e lava incandescente che distrugge e rimodella via via il paesaggio; la stessa Persefone, per metà ctonia, lei che per molti mesi dimora nel grembo tenebroso de ll’Ade; il piede tragico del satiro greco che risuona in Pirandello, con il quale l’autrice condivide la stessa fame indagante, lo stesso rovello.
È come se il passato storico, la letteratura stessa che ne è intellettua le testimonianza, confluissero n el flusso ininterrotto di vita e morte, ripetendo le stesse tragedie e gli stessi errori, il che rende ancora più radicale l’adesione all’hic et nunc.
Lo dimostra la presenza abbondante di testi dedicati, oltre che al problema dei migranti, a quello attualissimo del Covid, prigione nella prigione dell’esistenza: “Siamo in trincea con la dissolvenza/ di giornate attente al cupo conto/ dei morti, ma ognuno di noi/ trova rifugio nelle cose in disordine/ nelle letture rimandate nei pensieri sparsi”, quasi che per fino il disordine del vivere costituisca comunque un argine alla catastrofe.
In questo suo tenersi sempre accosto ai fatti e alle cose e ai luoghi va ricercata quella memoria di ciò che siamo/ soli in mezzo alla terra / con la vita che cerchiamo”.  C’è molto di Quasimodo in questa affermazione della solitudine consolata da un raggio di scarsa felicità che rischiara appena la ricerca di senso, che poi è la stessa per entrambi, e forse è quella di tutti i poeti, cioè il sentimento dell’amore, che è compassione, compartecipazione, conoscenza, (“Solo nel sapere profondamente/ libero in continuo moto c’è certezza” certezza”); ma si può fare a meno dell’amore? si chiede, infatti, la Allo, e la risposta non è necessaria, tanto è scontata.
In fondo è l’amore a mettere in moto l’atto stesso della scrittura che lo riverbera a sua volta, ne fa un pulviscolo d’oro da spargere sul male: “Le carte sulla scrivania e la luce che filtra. / È da qui che guardo ogni cosa ((…). Da qui inizia ogni cosa tra le cose (…) Da qui ascolto quelle note antiche e attraverso la finestra/ in un fremito il ciliegio in fiore. / Tra noi una presenza viva”. È una dichiarazione di fede commovente, un consenso che dà direzione finanche ai personali sentimenti, dal momento che l’autrice, come si è detto, per dare figura alla propria interiorità, introietta le forme esterne elaborandole in metafore, che non riescono ad occultare del tutto i riferimenti autobiografici, come il fallimento di una relazione amorosa, uno scontento legato ad eventi personali precisi oltre che alla qualità di un temperamento irrequieto e umorale.
La qual cosa serve a dire che i versi della Allo si nutrono di emozioni private, dalle quali sgorga quell’attitudine riflessiva che investe tutta la realtà in un allargamento progressivo del proprio “io” in un “noi” universale.
Poeticamente questo continuo intrecciarsi di elementi descrittivi, ragionativi
e autobiografici si risolve in un flusso musicale che è ancora una volta testimonianza di una incondizionata fiducia nella parola poetica come canto, come sola possibilità d’armonia in un mondo malato di disamore:  “Cristo svanisce per il gran marciume”, “per il sangue rappreso nei fondali”, “per noi e la mancata fratellanza”.

Franca Alaimo
febbraio 2021

POTREI

I bagliori del vulcano disperdono
le sole armi che ho
sempre più all’interno sul greto
[di un fiume
nel profilo di un’ombra sparsa
con molteplici voci.
In questa stagione come Persefone
colo a picco nella notte
e nel flebile brusio della risacca
recisa dalla sterpaglia sonora
[scendo sotterra.
Potrei anche smettere di scrivere
quando il gelo screpola le labbra
e il foglio si accartoccia sul velame
eppure, mi aggrappo al timone saldo
che il nostro tempo brutale
ha perduto ovunque sui pendii.
Agli assalti del male l’airone si alza
e mi attraversa nel corpo
[della terra.

PAROLE COME LICHENI

Un bianco sole e il rumore del mare,
l’onda fiacca sull’arenile scosso.
L’onda fiacca sull’arenile antico
tra nubi rade
le parole _licheni senza nome
cadono nell’aria indifferenti.
Ombre affilate mentre la buganvillea
dischiude la luce increspata
sulle tempie.
Nel silenzio della tarda mattinata
la voce del vulcano a sprazzi trema
nel suo dire cerchio di rosso
sulle foglie e il vecchio tronco
in unico flagello come labbra arse
in scivolose schegge.

VEDO COSE

Occhieggia l’alba in mezzo al porto.
Il silenzio infranto delle onde
le rauche lingue dei gabbiani
implodono lontane in mezzo al mare
tagliano a colpi d’ascia
dolore sopra dolore.
Io da qui vedo impronte diradarsi
vedo cose e mi lascio attraversare
con una distanza sempre più lieve
dal candore feroce delle tue mani.
Si tocca il fondo di tanto in tanto
per il troppo bene e non c’è
altra parola tra il vento e l’acqua
più forte e chiara come un fiume
che scorre verso il mare.

TRANNE IL CIELO

[…] Non c’è niente tranne il cielo.
In questo luogo e ovunque
non ha mai fine il suo splendore
tra odori e radici alle tue spalle
oltre il vulcano elude il tempo
nel fuoco di un tramonto fino al mare,
su palpebre mute e senza una stagione.
Il cielo non svanisce tra le forre
radicato con diverso amore sulla terra
nei giorni dell’assenza o del dolore
precede l’alba con l’unico orizzonte
prima e dopo una certezza verticale
riflessa in una goccia universale.

SI FA REALTÀ
L’alba si perde dietro un velo.
È di giugno questa luce che avanza
nel volo dell’allodola
nei fischi acuti delle rondini
per un dopo che ora ci assedia.
La distanza risuona nelle voci
nell’agonia di corpi spersi
con la verità di un altro cielo,
ma niente rispetto al flagello
di chi ha amato e non conta
reclamare giustizia o placare
il dolore come un errore.
Il mare fino agli occhi intreccia
[…] morti o vivi nello stesso luogo.

SGUARDO VERTICALE

Non c’è fenditura di scoglio
in cui il mare possa fluttuare.
Bianchi aironi incrociano il torpore
di conchiglie in dormiveglia
sul fondo più chiaro del mare
ma in una maledizione il vulcano
nomi e voci dilegua quando la notte
scende e sopra una roccia il grido
divampa tra i raggi marci nei lidi
su chi non ha luce in viso.
Solo a tratti il respiro è specchio
[di uno sguardo verticale.

NON SI PUÒ FERMARE

Non si può fermare il vento
solo cogliere i suoi presagi
dietro il peso lieve di una nube.
Ti parlo da tempi sconosciuti
senza sapere come mi attraversa
l’ombra, mentre un fascio di raggi
si inerpica confuso per sentieri impervi.
Ho seminato impronte
dietro cardini sconnessi nei fondali
ora fluttuano in una voragine
mentre l’ombra dilata il mio chiarore.
Ecco. Scrivi mentre cadi.
                                       

                                      

ESPRESSIONISMO LIRICO IN “RADURE” DI MARIA ALLO

Lo sguardo del poeta sulla natura può insegnarci a vedere quello che di solito non abbiamo pensato di noi stessi e della condizione umana. Un approfondimento sul nostro essere al mondo in mezzo alla natura in cui ogni elemento, anche quello più comune, ha un significato profondo che sfugge, ma in queste poesie per di più, in balia dell’Etna, emerge nelle relazioni misteriose che legano gli aspetti della realtà con la Natura che ci circonda, altrimenti muta. La parola poetica di Maria Allo in “Radure” si muove in questa direzione, attraverso i colori della sua terra, i cambiamenti delle piante e della flora che avvengono da un giorno all’ altro, a nostra insaputa. Dal suo osservatorio quotidiano stende il rapporto di quello che succede nel mondo delle piante, delle acque e nel cratere di Etna, in continuo monitoraggio. Non a caso è una appassionata dell’obbiettivo fotografico e nelle dissolvenze delle sue poesie, la velocità delle nuvole, il ritmo costante del cambio delle stagioni.

non sapevo di essere dentro

in un punto affilato del glicine

 prima di fiorire”.

Questi versi di Maria Allo, in esergo a Radure, chiarificano immediatamente le intenzioni e le meditazioni dell’autrice: realismo lirico e ricerca simbolistica di richiami ad una realtà superiore nelle immagini della natura, un ritorno tutto mentale e di nostalgia, accompagnato da un sentimento di perdita che richiama alla concretezza della vita e delle sue lotte. In Radure, siamo invitati a seguire le folate di vento, le venature delle foglie, il minimo declinarsi della luce, le onde del mare nelle varie stagioni, le varie schegge dell’Etna, il mutare dell’orizzonte e dei profumi della terra. Un variopinto scenario per entrare nella vita intima di ognuno di noi al di fuori del nostro quotidiano essere al mondo. Per sostenere la forza pittorica di queste poesie riferisco cosi per caso alcuni versi di INFANZIA IGNARA: “un viale fiancheggiato da alberi in lontananza/ i millicucchi eduli all’ombra di possenti nervature e foglie cuoriformi/ il sapore dolciastro i germogli sfogliarsi […] un profumo dappertutto. Ma l’Etna stamane va in schegge a denti stretti. Un vento avaro ritorna sui suoi passi in questa luce spenta tra i colori da un moto all’altro sulle fronti. Sto in queste carte come un treno in corsa verso l’alba”. La nostra caducità e corporeità guidata verso l’alba abolisce il senso doloroso dell’isolamento dell’individuo chiuso in sé di cui in questa poesia resta solo il ricordo. Radure mette a nudo il nucleo più profondo della sua umanità, è il messaggio ottimista di una poesia fondata sulla dura terra della Sicilia come da questi versi in esergo a Radure     

“C’è in mezzo al bosco una radura inattesa; la può trovare solo chi si è perso”

Tomas Tranströmer

Sotirios Pastakas