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Jules Laforgue

5 settembre 2021

ed. 2020 Marco Saya Edizioni

Introduzione, traduzione, note critiche, bibliografia
a cura di Francesca Del Moro
Postfazione di Fabio Regattin

[…] L’ironia nasce anche dal cortocircuito tra visioni cosmiche da una parte e scorci naturali e urbani dall’altra, tra richiami ‘alti’ alla mitologia e alla letteratura e scene ‘basse’ con personaggi quotidiani e interni salottieri. Bruschi salti di registro seguono l’andirivieni tra microcosmo e macrocosmo, in un continuo restringersi e allargarsi dello sguardo, in cui il poeta esprime il suo sentirsi impotente e insignificante granello di polvere nell’Uno-Tutto. Dalla perdita della fede scaturiscono tirate filosofeggianti, alternate a sferzate di sarcasmo controbilanciate dagli slanci affettivi verso la Terra e il Cosmo, nonché verso gli esseri umani, creature effimere tra le quali si vagheggia un legame fraterno. Ed è proprio l’individuo nella sua unicità e piccolezza a porsi al cuore dei versi di Laforgue, preferito al Bello e all’Uomo assoluto, come si legge in un appunto incluso nei Mélanges Posthumes7: «Io creatura effimera, essere effimero sono più interessante di un eroe assoluto, così come io, uomo vestito, creatura effimera, sono più interessante di un nudo modello scultoreo».
E in questo universo insensato, popolato da esseri insignificanti, di tanto in tanto si affaccia un Dio artefice e testimone incurante del male, un Dio che, pur negato dalla ragione, è al tempo stesso sofferto in quanto inganno, tradimento, assenza. Così, in quello che Sergio Solmi definisce «insieme candido e raffinato opéra mondano-metafisico»8, visioni cosmiche e tirate filosofiche si alternano a banalità e luoghi comuni, mentre le analogie e le allitterazioni tipiche del simbolismo convivono con gli iati, le dissonanze e i giochi di parole e le asperità del naturalismo si ritrovano fianco a fianco con slanci sentimentali e confessioni a mezza voce.
Le fratture e le inserzioni di elementi dissonanti nello stesso componimento, la frizione tra i termini incongrui della metafora, la creatività linguistica all’origine di molti neologismi (ombeliscal, omniversel, orphélinisme, spleenuosité, sangsuelles, violupté, eternullité, feu-d’artificer, s’in-Pan-filtrer), nonché la frammentazione dovuta all’incalzare delle interrogazioni ed esclamazioni sono senz’altro frutto di un instancabile gioco intellettuale.
Pertanto, nelle cadute di tono e di stile di Laforgue è lecito riconoscere, come afferma Sergio Solmi9, l’abilità del clown, che ruzzola proprio per far apprezzare il suo talento ginnico nel rialzarsi, un clown che sa divertire e nondimeno, come il Pierrot tanto amato dal poeta, è capace di dolcezza e commozione.
Sul piano lessicale, la ricerca di espressività porta Laforgue a sfoggiare un variegato vocabolario comprendente termini propri dei linguaggi settoriali – dalla filosofia alla medicina, dalla scienza al giornalismo – senza rinunciare a espressioni popolaresche e gergali. Questa varietà, che comprende il frequente ricorso a neologismi e combinazioni lessicali, segna una decisa rottura non soltanto con le poetiche classiche e quelle parnassiane ma anche con il coevo simbolismo. […]

dall’introduzione di Francesca Del Moro
                      
                    
                      

L’inverno che viene

Messaggerie d’oriente! Blocco del sentimento!…
Oh, cade la pioggia! Oh, cala la notte!
Oh, il vento!…
Ognissanti, Natale, San Silvestro,
oh, le mie ciminiere d’officina!…
nella pioggerellina…

Non puoi più sederti, è bagnata ogni panchina;
credimi, fino all’anno prossimo è tutto finito,
ogni panchina è bagnata, ogni bosco è arrugginito
e il ton ton ton ten dei corni ci ha avvertito!…

Ah, nuvole accorse dalle coste della Manica,
ci avete rovinato la nostra ultima domenica.

Scende una pioggerellina;
nella foresta bagnata, le ragnatele s’inclinano
sotto le gocce d’acqua e rovinano.
Soli plenipotenziari dei lavori in Pattoli dorati
degli spettacoli d’agricoltura,
dove siete sprofondati?
Stasera un sole malconcio giace in cima all’altura
tra le ginestre d’autunno, giace sul fianco,
sul suo manto, un sole bianco
come uno sputo al cabaret
sopra un letto di gialle ginestre.

E per lui suonano i corni!
Che ritorni…
che ritorni in sé!
Dalli! Dalli! E hallalì!
Non finisci qui, o triste melodia?
E suonano in preda alla pazzia!…
E, come una ghiandola strappata dal collo, giace lì,
senza nessuno, il Sole in agonia!…
Hallalì, andiamo, andiamo!
Ecco l’Inverno che ben conosciamo;
ecco le svolte di ogni grande via
e senza Cappuccetto Rosso che fa il suo percorso!…
Oh! i solchi dei carri del mese scorso
salenti in donchisciotteschi binari all’armata
di nubi percosse dal vento in ritirata
verso transatlantici ovili, stavolta è la stagione,
la ben nota stagione, in fretta, in fretta!…
E quante ne ha fatte il vento la notte passata!
O modesti giardinetti, o nidi, o devastazione!
Il mio cuore e il mio sonno: o echi dell’accetta!…
Ogni albero sfoggiava il suo verde fogliame
ma ormai i sottoboschi son ridotti a letame
di foglie morte. Foglie, foglioline,
un buon vento vi accompagni agli stagni, a schiere,
per il fuoco del guardacaccia o le brandine
d’ambulanza per i soldati nelle terre straniere.

È la stagione, è la stagione, la ruggine invade ogni massa,
la ruggine rode la chilometrica apatia
dei fili telegrafici di strade maestre dove nessuno passa.

I corni, i corni, i corni – pieni di malinconia!…
pieni di malinconia!…
Se ne vanno mutando tono,
mutando musica e suono,
ton ton, ton ten, ton ton!…
I corni, i corni, i corni sono andati via
con il vento del Nord.

È la stagione, è la stagione! Che echi! E io
non lascerò più questo tono. Vendemmie addio!…
Ecco venire le piogge come angeli pazienti,
addio vendemmie e addio a ogni cesta,
ogni cesta Watteau nei castagneti in festa.
È la tosse che torna ai dormitori degli adolescenti,
è la tisana senza il focolare,
il quartiere funestato dalla tisi polmonare,
e tutta la miseria delle grandi città.

Oh lane, gomme, farmacia, fantasticheria,
ringhiere di terrazzi con le tende scostate,
davanti all’oceano dei tetti di periferia,
lampade, stampe, biscotti, tè,
non sarete voi gli unici amori per me!…
(Oh, e a parte i pianoforti, cosa si sa
del sobrio e serale mistero settimanale
delle statistiche della sanità
pubblicate sul giornale?)

No, no! È la stagione e il pianeta insano!
Che l’altano, l’altano
sfilacci le ciabatte sferruzzate dal tempo!
È la stagione, è la stagione! oh tormento!
Ogni anno, ogni anno io tento
di darne col canto intendimento.

                    

                        

Il mistero dei tre corni

Un corno nella vallata
canta a voce spiegata,
un altro gli risponde
dalle selve profonde;
ton ten uno intona
ai boschi della zona,
ton ton l’altro si lagna
con gli echi della montagna.

Al corno della vallata
ogni vena si è gonfiata,
gli si è gonfiato il petto,
mentre il corno del boschetto
sembra invero che riposi
i polmoni graziosi.

– Sei davvero spietato
mio bel corno adorato!
Dove sei rintanato?

– A cercare il mio amore
che laggiù mi ha invitato
a vedere il sole che muore.

– Dalli, dalli, ti amo, oh sì!
Roncisvalle! Hallalì!
– È così dolce l’amore;
ma, anzitutto, il sole che muore!
Il Sole depone la stola pontificale,
apre le chiuse al Collettore Generale
in mille Pattoli mai visti
che i più artisti
dei nostri liquoristi
attizzano con cento fiale di vetriolo orientale!…
La pozza sanguinosa ora s’ingrossa, ora trabocca
e la quadriga di giumente annega in quel cruore:
e si impenna, e sguazza e si blocca
nei diluvi di bengala e liquore!…

Ma le ceneri dell’orizzonte e le dure sabbie senza esitazione
hanno bevuto questi veleni in esposizione.

Ton ton, ton ten, che celebrazione!…

Tristi i corni da caccia
si ritrovano faccia a faccia;
sono tre in questo momento:
comincia a far freddo, si alza il vento.

Ton ton ton ten, che celebrazione!…

– «A braccetto, a braccetto,
invece di rincasare,
che ne dite di andare
a bere un goccetto?»

Poveri corni! Poveri corni!
Con che sorriso amaro l’hanno detto!
(La loro voce sembra che ritorni).

L’indomani l’ostessa del Grand-Saint-Hubert
li trovò morti tutti e tre.

Furono chiamate le autorità
della località
che redassero il verbale
di quel mistero assai immorale.

                            

                        

                         

Francesca Del Moro  è nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. È laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza della Traduzione. Ha pubblicato le raccolte di poesia Fuori Tempo (Giraldi, 2005), Non a sua immagine (Giraldi, 2007), Quella che resta (Giraldi, 2008), Gabbiani Ipotetici (Cicorivolta, 2013), Le conseguenze della musica (Cicorivolta, 2014), Gli obbedienti (Cicorivolta, 2016), Una piccolissima morte (edizionifolli, 2017, ripubblicato nel 2018 come ebook nella collana Versante Ripido / LaRecherche) e La statura della palma. Canti di martiri antiche (Cofine, 2019). Ha curato e tradotto numerosi volumi di saggistica e narrativa ed è autrice di una traduzione isometrica delle Fleurs du Mal di Baudelaire, pubblicata da Le Cáriti nel 2010. Fa parte del collettivo Arts Factory insieme a Federica Gonnelli e alla fondatrice Adriana M. Soldini. Come membro di Arts Factory, ha contribuito come traduttrice e performer ai cataloghi, alle opere di videoarte e alle performance di presentazione delle mostre collettive di arte contemporanea Scorporo (2011), Into the Darkness (2012) e Look at Me! (2013), nonché allo spettacolo Rose gialle in una coppa nera dedicato a Cesare Pavese e Luigi Tenco (2018). Propone performance di musica e poesia insieme alle Memorie dal SottoSuono, con cui ha inciso due brani inclusi nelle compilation Leitmotiv 13 (2013) e Leitmotiv 14 (2014) prodotte da Fuzz Studio e ha partecipato alla realizzazione del primo album omonimo (2016). Nel 2013 ha pubblicato la biografia della rock band Placebo La rosa e la corda. Placebo 20 Years, edita da Sound and Vision. Dal 2007 organizza eventi in collaborazione con varie realtà bolognesi e fa parte del comitato organizzativo del festival multidisciplinare Bologna in Lettere. Nel novembre del 2020 è uscita la sua traduzione dei Derniers Vers di Jules Laforgue, nella collana “La costante di Fidia” curata da Sonia Caporossi per i tipi di Marco Saya.
                       
                    
                 

Jules Laforgue (Montevideo, 16 agosto 1860 – Parigi, 20 agosto 1887) è stato un poeta francese. I suoi genitori si incontrarono in Uruguay, suo padre studiò lì e divenne prima insegnante e poi impiegato di banca. Jules era il secondogenito in una famiglia di undici figli. Nel 1866 la famiglia ritornò in Francia, a Tarbes, città dove aveva già vissuto il padre. Nel 1867 Jules venne affidato, assieme al fratello maggiore Émile, alle cure della famiglia di un cugino, poiché sua madre aveva scelto di tornare da sola in Uruguay. Nel 1869 il padre di Jules trasferì la famiglia a Parigi. Nel 1877 sua madre morì di parto e Jules, che non fu mai uno studente diligente, non superò l’esame per il diploma. Nel 1878 fallì nuovamente l’esame, e poi ancora una terza volta; iniziò quindi a leggere i grandi autori francesi e a visitare i musei di Parigi. Nel 1879 suo padre si ammalò e fece ritorno a Tarbes, ma Jules rimase a Parigi e pubblicò per la prima volta una sua poesia a Tolosa. Entro la fine dell’anno aveva pubblicato numerose poesie ed era già stato notato da autori famosi. Nel 1880 operò all’interno dei circoli letterari della capitale e divenne un protégé di Paul Bougert, editore della rivista La vie moderne. A partire dal 1881 la sua carriera letteraria era diventata tanto fitta da non consentirgli di tornare a Tarbes per i funerali del padre. Da novembre di quell’anno fino al 1886 visse a Berlino, lavorando come lettore francese per l’imperatrice Augusta, una sorta di consigliere culturale. Era pagato molto bene e poteva inseguire i suoi interessi molto liberamente. Nel 1885 scrisse il suo capolavoro, L’Imitation de Notre-Dame la Lune. Nel 1886, ritornò in Francia e sposò Leah Lee, una donna inglese. L’anno seguente morì di tubercolosi. La sua poesia sarebbe stata una delle influenze principali per il giovane T. S. Eliot.

Tratto da Wikipedia