Luigi Paraboschi

by

Non c’è bisogno di presentazione per questa raccolta di Luigi Paraboschi, questi versi sono summa di vita, condivisione di un pensiero che tende all’ineffabile partendo dall’intima esperienza umana.
Leggerli fa bene all’anima.

                                        

                                          

“…eppure non ha senso/ rimpiangere il passato, provare nostalgia per quello che/ crediamo di essere stati./ Ogni sette anni si rinnovano le cellule :/adesso siamo chi non eravamo./ Anche vivendo lo dimentichiamo/ restiamo in carica per poco/“

“Historiae “di Antonella Anedda
                 

                                       

                  hic et nunc
…starsene fermi/ su questo mondo che ci ruota attorno/perennemente in viaggio verso est/ e dirsi in versi/ forse nel tentativo di sottrarsi/ non solamente al male/ ma anche alla terribile bellezza/ che annichilisce e ammalia /

  “la simmetria del vuoto”  Cristina Bove

                          

                              

                Lettere dal confino
“ non credo in niente/ ma accendo una candela/ e per poterti ritrovare qui/
dico perfino una preghiera “.

  “ una piccolissima morte “ Francesca Del Moro

      

                                                


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Ai margini dei fossi

Ai margini dei fossi stanno
dignitosi fiori dai nomi sconosciuti
ignorati da chi passa e va di fretta,
nella povertà del paesaggio
polveroso spuntano striminziti
tra gli sterpi, si nascondono alla vista
hanno petali lavanda o lacca di garanza
profumi che solo qualche laborioso
insetto può rintracciare a fiuto
se però ti serve un mazzo per decorare
non ti rivolgi a loro, cogli nel tuo giardino ,
più spesso il tuo sguardo vola a quello del vicino.
                          
                    

Si formerà una pozza

Ho voglia di mettere giù due o tre righe
sopra un foglio di carta da droghiere,
intingo la penna nei colori ad acqua
e quando a novembre pioverà
le mie parole si scioglieranno
allora si formerà un pozza scura
sopra il tavolo dove siedi per la cena.

Non sto scrivendo dai confini del mondo,
da più lontano, dal luogo ove le nuvole
si riposano quando sono stanche,
è sempre settembre fatto con mezze
luci che s’allungano dolci sopra le foglie
e fanno diventare rosse
di calda vita anche le tende

                  
                     

Tutto il respiro

E’ dunque vero ciò che scrisse il bardo
che vi sono più cose tra cielo e terra
di quanta ne contempli la nostra filosofia ?
Oppure siamo certi di sapere il luogo
dove nasce la malinconia o da che cosa
sboccia la fonte del desiderio?

Se è la carne a farci dire la tristezza
come spiegare allora la corsa ad inseguire
l’appagamento, il tentativo di riempire
un vuoto che appare come nostalgia?

Mongolfiere senza lo spirito condannate
a ripiegare sopra terre desolate,
alianti che senza le correnti devono
planare sperando di non schiantarsi
siamo,
eppure questa attesa di conoscenza
non si tace, il vuoto dentro il quale
ci agitiamo è un porto nascosto
dove sperare incontri di fortuna.

                         

                     

A chi racconteremo i silenzi ?

Sapessimo prevedere quando
finiranno le tempeste
potremmo metterci al riparo
dentro un portone o sotto gli archi,
ma ciò non ci è concesso, ogni risveglio
riporta vecchie ruggini e s’accresce
il cigolio sopra i cardini del tempo.

Andarsene sarà capire il metro
di quel verso troppo lungo
che si voleva spezzare perché
non s’adattava e nel respiro s’assopirà
la nostra voglia di trasmigrare.

A chi racconteremo i silenzi
di quando il giorno è peso
senza ragione, la fatica
per rimanere in piedi _ vigili
ma disattenti_ se non a un foglio
bianco con sopra tracce di parole?

                           

                                 

Il sonno della ragione genera pace

Alle sette di mattina in piena estate quando
il sole è pura luce senza calore pare d’essere
calati in un Bonnard, e camminare nella città
dei morti è come viaggiare sopra un treno
quando s’osserva il panorama dal finestrino.

Sosto di fronte alla bellezza d’una crocchia
ben acconciata, dentro la foto un viso di tre quarti
mi guarda tenero e un poco triste, quasi
complice di qualcosa che solamente noi sappiamo.

In questo panorama mattutino risuona
come il tintinnio di due bicchieri il battere
di una cazzuola contro il mattone
per una nuova sede da cui col tempo
affiorerà l’ umidità che sfoglierà l’intonaco.

Si spezza il marmo, l’involucro perde la resistenza
al tempo e l’erba grassa cresce e si propaga,
tutto riposa in serenità sopra le passioni
stinte nel buio, su gli amori giurati eterni,

si spengono le ambizioni e l’inseguimento che ci allarmavano
l’orecchio come succede ai gatti per i suoni sconosciuti,
tutto diventa luce nel mattino, calati dentro un Bonnard.

                         

                                   

E’ un ‘assenza senza la giustificazione

Ti serve solamente un tronco scorticato
in fondo ad un campo un po’ in discesa
per appoggiarvi il peso delle spalle,
e una finestra da cui scrutare chi risale
il declivio del tuo orto non diserbato,
attendere poi che il ghiaccio nella gronda
diventi acqua nella secchia per interrare
qualche seme e dare un nome nuovo al fiore.

E’ la gratuità a fare meno arido
un incontro tra due cespugli rotolanti
nel vento. Ora che le notti lunghe
dell’inverno hanno smagrito i passeri
restano a loro le piume per il corpo scarno
a noi le parole per cercare un senso
a frammenti di vocali smarrite
e rimanere senza risposte o spiegazioni
è un’assenza senza la giustificazione
sipario che cala all’improvviso
sopra la ricerca di un significato.

                         

 

Arrivederci

E’ stata rapida la tua partenza, un soffio come il vento
che con un colpo d’ala passa sopra i fiori e li disfoglia,
sei andata senza un saluto, forse neppure la coscienza
che ti stavi avvicinando a quella casa ove da sempre eri attesa
_amica cara di tanta vita _ Neppure un gesto della mano
una strizzata d’occhi, forse nemmeno un’invocazione,
ma uno scorrere lento da qui a là, lo sprofondare
dentro il buio che diventa luce in un istante.
Abbandonarsi dal letto dell’ospizio a quello della corsia
senza sapere chi-dove-e-quando, solo il perché
non ti è mai stato ignoto (diceva Carla che non si era
venuti al mondo per compiere una passeggiata ) ma anche tu
ben sapevi che era una scalata spesso senza ramponi.

 

                     

Ciò che resta

Tace la finestra, non oscilla più la tenda,
le stanze non risuonano del parlottio quotidiano,
è vuoto questo mattino, non odo il saluto che dà
lo spazio alla consueta malinconia che improvvisa
o lenta prima o poi scenderà a cancellare visi parole
e gesti, e quell’ultimo respirò s’aprirà sopra un vuoto
nero dove non saprò più scrivere di me e di noi sospesi.

Resta solamente il vuoto di ciò che i sogni lasciano
il fiore amaro delle parole che non abbiamo saputo
pronunciare, lo sguardo stanco di chi ha visto
ciò che è rimasto indietro, la mano persa, la presunzione
d’essere stati di importanza, e un canto aprirà la strada
con il suono profondo di una gola stanca e le vocali nitide
modulate da una fede consapevole per la libertà ottenuta,

allora il giudizio sarà folgorante, un lampo per rimediare
o perdere e scopriremo infine che non era l’ombra ciò
che temevamo ma le voci, i ricordi, gli amori, macigni
sopra i nostri poveri stanchi cuori in attesa di perdono

                        
                                      

                     

[…] Ho amato questi testi di Luigi Paraboschi, come appunti di vita trasposti in poesia, dove il vissuto è reso con un vigore audace, talvolta visionario, ma sempre ancorato alla necessità d’essere veritieri, anche nel registrare le emozioni, senza nulla tralasciare di gioie, dolori, speranze, timori che appartengono all’età che avanza e sempre più avvicina a quel momento la cui certezza per molti è fonte di sconcerto.
Non per il poeta che ha scritto questi versi, che in una sua visione quasi voltairiana, navigando sui mari ondosi della poesia, assegna a dimensioni ultraterrene segreti da svelare: il porto esiste, per raggiungerlo bisogna fronteggiare le tempeste.
C’e un significato implicito nel vivere, vuole comunicarci l’autore, e ci riesce perché lascia che il sogno abbia respiro e renda manifesta l’anima anche nelle piccole cose quotidiane.
Scrive dell’essere umani e transeunti senza facili abbagli, con lo sguardo limpido di chi sa che ci sono “più cose sotto il cielo…”.
Un linguaggio che sfida dispersioni:

“Non sto scrivendo dai confini del mondo,
da più lontano, dal luogo ove le nuvole
si riposano quando sono stanche,
è sempre settembre fatto con mezze
luci che s’allungano dolci sopra le foglie
e fanno diventare rosse
di calda vita anche le tende.”  […]

dalla postfazione di Cristina Bove

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