Luigi Finucci

by

 

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POESIE INEDITE
(saranno di prossima pubblicazione per Seri Editore)
Il tema gira sulle “solitudini

 

 

La prima notte al mondo
ho piazzato una tenda al Polo Nord.

La luce lunare splendeva ovunque
e il ghiaccio si scioglieva
solo in determinati punti.

Ero spoglio e sotto di me
le foche nuotavano aspettando
il mio essere cacciatore.

Il silenzio d’altronde
non si può ricordare.
                              

                          

La percentuale che un meteorite
colpisca la terra è lontana
dal nostro vivere quotidiano.

Acqua solida che vaga nello spazio
può essere pericolo e opportunità:
porta con sé vita e morte.

L’impatto è la decisione definitiva
che una specie debba smettere
di esistere, e un’altra nascere.

Non dovrebbe essere lasciato
al caso. Così la fede è l’unico
appiglio che difende dal caos.

 

 

La gravità è una cosa che fa pensare,
fa compagnia per tutta la vita.
La senti sulle spalle eppure non grida.
È un’ombra silente, una catena e una piuma:
lancia uno sguardo o una palla e
prima o poi li troverai a terra. Qualcuno
ha detto che oltre lo spazio si annulla
ma chi può dirlo?
Forse un pesce o la memoria. A detta d’uomo
sulla luna non si sente, ma c’è,
così leggera che non fa rumore.
Non lascia soli nessuno
nemmeno una barca alla deriva.

 

 

Tra gli anelli di Saturno c’è una distanza
come gli elettroni di un atomo.

Procedono intatti in tondo
attratti da un nucleo,
senza sentire la disperazione
tutta intorno, buia e infinita.

Sulla superficie, la temperatura
arriva a centinaia di gradi
sotto lo zero e la vita
non riesce ad imporsi.
Per fortuna dico,
una solitudine così
non sarebbe sopportabile,
nemmeno da un batterio.

Eppure l’occhio umano
reputa questo pianeta
tra i più belli. Solo da lontano
da molto lontano, mi ripeto.

 

 

Nel caos della mia mente,
ho assistito a scene da manicomio.

Un giorno ho sputato la medicina ed è
stato lì che ho visto una porta piccola.
Aveva i capelli neri, e sembrava ferita dalla vita:
cinque punti di sutura nei pressi del cuore.
Abbiamo provato a fuggire tutte le sere
con le mani, ci siamo illusi. Con la dolcezza
dei primi occhi.

Ora , c’è molta stanchezza. Le venature sono più evidenti
e sembriamo vecchi. Una cosa è certa, abbiamo provato
a salire sui rami dell’amore.
Caduti, le ossa si sono frantumate con la realtà.
Eppure le mani hanno trovato il modo di sfiorarsi, le mani.

 

 

E’ nato un bambino sulla terra,
tutti hanno descritto
l’evento come consueto.

Un essere piccolo scaraventato
su un globo sparso in un
indefinito spazio nero:
una catastrofe vista da fuori
diventa un miracolo.

Tutto il senso si racchiude
in una stanza di ospedale.
Il nascituro numero due
del venti aprile duemilasedici
non proviene dalla matematica.

L’unico comandamento a cui
appellarsi, è che l’uomo
assomigli ad un fiore.
Il fiore non reclama il diritto
di possesso, ma di dono.

 

 

 

Luigi Finucci
nato il 15/05/1984 a Fermo, nelle Marche, pubblica due libri di poesia: Le prime volte non c’era stanchezza – Eretica edizioni nel 2016 e Il Canto dell’Attesa – Ladolfi Editore nel 2018.
Ha poi pubblicato anche tre libri per bambini, in rima, per la Giaconi Editore:
L’aspirante Astronauta, Il paese degli Artigiani e Il mondo di sotto.
Collabora con alcune riviste e alcune sue poesie sono tradotte in diverse lingue, tra cui il rumeno e lo spagnolo.

 

finucci.luigi@libero.it

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