Archive for ottobre 2022

Anna Maria Curci

25 ottobre 2022


                              
                                

“Insorte” di Anna Maria Curci sonda i territori umbratili della parola, cioè quelli che stanno sul limite e permettono ambivalenza o plurivalenza, individuando un elemento sostanziale della poesia e della lingua: la polisemia. È chiaro, infatti, che l’esperimento riveste, per questo libro, un valore importante, ma allo stesso tempo non si tratta di un puro esercizio stilistico, perché al centro permane la manifestazione di un concetto, di un moto interiore, di una impressione e persino dell’inesprimibile. Per intuire una simile funzione speculare è sufficiente leggere il titolo, “Insorte”, come participio del verbo “insorgere” oppure come “stare nella sorte”, in mezzo alla casualità. Il doppio, però, è anche espressione del bene e del male, di dolore e di gioia, così come in più punti lo sono le tre sezioni del libro che, lungo tale discrimine non sempre chiaro per l’uomo, attraversano il mistero del mito, del patire, della stasi più o meno apparente. In tutto ciò, è la parola che recupera e chiarifica, custodisce la voce dell’Io e cura, però, come l’uomo, rimane sempre vestita di luce e di buio.
                   
Giuseppe Manitta

                       

                         

Dalla sezione Tragedia e idillio

Psyche

 

Sussurra la sua voce tra i nastri

     – scampati nudi alle quinte di bufera –

folle d’Amore per un’eco celata

nel sogno di fondali inesistenti.

S’immerge per lei ch’è inabissata

chi esplora le anse e i fondi del volere

     – brama coatta deriva di corrente –

e recupera il filo e la parola.

                   

Elce

Hanno attaccato al tronco una striscia

con l’altro nome tuo, quello maschile,

e “quercus ilex”, la doppia firma:

rifugio saldo, ramo sporgente,

appiglio a chi accede in altre stanze.

“Quercia di pietra”  ti chiama un’altra lingua.

Una pena? Un passaggio? Un cambiamento?

Su squarcio di domande e all’erba secca

in silenzio offri ombra e riparo.

                   
             

Ciane

 

di natura imperfetta e sete immensa

è l’essenza di scorrere e cercare

nell’intralcio di lacci e cesure

di paratie ferrigne arrugginite

fonte azzurra di pianto e condanna

è sosta e ripartenza di papiri

fiumi di metamorfosi disciolte

vicenda di addensare e rifluire
                       

                     

Dalla sezione Quando tace il latrato
             

Quando tace il latrato

                       

Di notte quando tace il latrato

gli scuri si avventurano a indagare sul buio

Non che sia vero ardire

tastare cauto piuttosto

parete dura o membrana sottile

il gradino nascosto sull’uscio

il patire promesso

di timpani e trafori

Quando tace il latrato cambia voce

Aspetto

nel disordine compatto

                

                

Ustica, 27 giugno

 

Cos’è la verità? Uno specchio ustorio

parabola a difesa dell’assedio

stra-vaganza stracciona e assetata

lazzara sulla soglia di madama

menzogna che festeggia il compleanno.

Gocciano le bugie nei candelabri

per un desco imbandito e imbandierato

con caccia armati a carico sganciato

su vite esplose in volo. Schermo piatto.

Scacco al re e alla sua torre di controllo.

               
              

Sottotraccia

Questa è una storia di appunti fatti a pezzi

di fogli sminuzzati

di righe cancellate.

Questo è il puntiglio di un frammento perso

che ricompare graffio di una riga

sulla glassa che livella e ricopre.

Questi sono i bisbigli i colpi lievi

da muro a muro

mentre fuori è farsa.

Queste sono le note per gli accordi

il controcanto a pifferi e trombette

i vocalizzi muti i ponti a mente.

Dalla sezione Tolle, lege     

 

Tolle, lege

Dietro i vetri i tuoi libri
custodiscono pagine da aprire
in tutti i tempi, dicono: tolle, lege!

Dato per perso, è pur tenace il filo
rincorso a capitomboli sventati.
Prende fiato e dal margine addita.

 

impalpabile sembra e consistente

impalpabile sembra e consistente

la tela che riveste le tue braccia

scavano quelle e riluce questa

del gesto del chinarsi ad ascoltare

le grida senza voce in sabbie immote

il gocciare sommesso nelle grotte

s’offre la tela e donandosi cresce

lo strappo non divide ma discerne

«Aria serena e di sostanza sferzante» *

 

 

Dietro l’altura

o dentro il caseggiato

sere d’incanto austero

attendi i pochi

aura anima aria

ampio orizzonte

sobria bellezza

sferzante di sostanza

serbi partenze.

*CSI, Brace

 

Trobairitz al pianto

Al pianto che martella

replica trobadora:

tu rivolta il berretto,

non distogliere sguardo,

canta e poi canta ancora.

È vuota la parola?

Te lo chiedi ogni giorno,

sopito e sulla strada,

ché si prosegue affianco,

messer lutto e scudiera.

Lunghi tratti in silenzio

e in sordina si accorda

la nota melodia

di pianto e menestrella:

vesti di luce il buio.

                        
                                

Maurizio Evangelista

10 ottobre 2022

Mr Me

Mr. me” di Maurizio Evangelista (Arcipelago Itaca 2022)

“Nelle stanze d’albergo di Maurizio Evangelista vanno in scena i plurimi e postumi teatranti di una vi-cenda umana che ha il sapore un po’ dei vecchi film in bianco e nero, un po’ dei trasalimenti di un’infanzia che riaffiora dolente (“ed è questo che mi porto dell’infanzia / una libertà che non mi sarà mai perdonata”). Il misterioso “Mister me”, volutamente e ironicamente minuscolo, è uomo e donna, è padre e madre, è amato e amante, è vergine e madonna, prostituta e premaman, in un rodeo che si muove nelle multiple prospettive di una telecamera, di un indiscreto occhio fratello.[…]

[…] Il tutto in uno stile che sa conciliare il lirismo sottile con la sfron-tatezza e la leggerezza di una parola comune, apparentemente non connotata. Eppure il parossismo, il gioco di rimandi, le strut-ture chiastiche, i calembour, accendono le storie di Evangelista e i suoi versi, li rendono taglienti e affilati come sempre la buona poesia osa e ha il dovere di fare.”

Alessio Alessandrini  (dalla Motivazione della 7^ edizione del Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca” – Raccolta inedita di versi – Non opera prima)

*

3. STANZA 103

l’uomo con la giacca scura dorme per finta.

alla sinistra la sua unica figlia
abbraccia lacrime e vestito
come il giorno in cui la diede sposa.

il sole resta sulle persiane a notte
non è ponente né mattino.

distante la moglie ha i capelli malinconici
e il sorriso di un tempo inguaribile.

li ha tutti davanti a sé
con quel tipo di occhi che non si chiudono mai.

*

6. STANZA 109

ogni piano ha cinque piani
una fermata spalla a spalla
(conservazione gomito voce)
io spezzetto mi allargo al centro
sono spiaccicato
occhio per occhio a pugni
tiro a segno svelto aggressivo disumano
presto scendo è sola folla follia FOLLOSITÀ.
si affannano fanno
dicono, attenti narici coprite.
sento chi fiuta
tutti bla bla i loro blaaaaaaaaaaaaa bla
a perdifiato calci.
punite la bocca scoperta
fatelo a pezzi, che non respiri che non odori
che non emetta suoni che non salga su più su
che non schiacci nessun tasto
che non parli taccia muoia
che gridi su giù su laggiù
DISTANZA
minimo 2 metri
minimo senza scampo.

*

13. STANZA 127

marito e moglie
mi chiedono com’è il tempo là fuori

lui con una manica corta e una maglia
annodata alla vita

lei con un cappello immenso
che attribuisco al sole

non ci fa caso alle sue grosse tette.

sto in piedi di fronte a loro
e penso che un po’ dipende da come ci si veste.

loro si guardano e non dicono niente
ma dal mio sorriso si convincono
che ci sarà il sole (probabilmente)

e li vedo tutti e due seduti all’ingresso
a guardare là fuori

ognuno il tempo che vuole.

*

33. STANZA 311

non si chiedeva mai
di albeggiare in viso col sapone
si restava fermi dopo il fischio.
poi Luigi saltava a due i gradini
e l’estate cominciava in pieno inverno

con noi due che contavamo le fermate
cercando gli occhi di chi inciampava.

*

49. STANZA 421

puoi scorgere i cadaveri di due
con una fossa scura in mezzo al petto

è possibile sia il furto dell’inverno
una ferita di vestito sulla giovinezza

se questa eredità tenuta stretta
vale un pensiero così semplice
che non rivela nulla.

cancella i cani per strada
cancella i mattoni dalle case
cancella le città dalle città.

cancella l’esistenza di tutte le vite visitate.

e puoi vedere in pixel
il momento in cui uno sussurra all’altro
qualcosa d’incomprensibile al telefono
e il corpo rabbrividisce

soffocato nell’accenno di un #abbraccio.

*

Maurizio Evangelista è nato a Terlizzi nel 1980, vive a Bisceglie. Dopo la laurea in Scienze Politiche ha pubblicato le raccolte poetiche Suonatore di corno (La Vallisa, 2010) e La città inventata (Secop edizioni, 2015) con il quale ha ricevuto il premio della critica “Vrdnicke Venac Vile” a Sremski Karlovci in Serbia. Organizzatore e direttore artistico dal 2010, con Teodora Mastrototaro, dell’evento Notte di Poesia al Dolmen, Evangelista ha pubblicato in diverse antologie in Italia e all’estero, tradotto in inglese, russo, po-lacco, serbo-croato, spagnolo e albanese. Nel 2017 ha partecipato alla XVII edizione della Giornata Mondiale della Poesia di Varsavia su invito del poeta Aleksander Navorski, ed è stato tra gli ospiti della XI edizione del “Trireme della Poesia Ionica” a Saranda, in Albania, su invito del poeta Agim Mato. Oltre alla poesia ha pubblicato suoi racconti per l’infanzia nei libri Gli animali e noi (Ed. Adda – Scritture Meridiane Per Ragazzi, 2013), So dire di no (Ed. Adda – Scritture Meridiane Per Ragazzi, 2015) e La rosa di Damasco (Ed. Adda – Scritture Meridiane Per Ragazzi, 2016) a cura del prof. Daniele Giancane.

Patrizia Sardisco

1 ottobre 2022

recensione di M. Carmen Lama

 

Sìmina ri mmernu

-Semina d’inverno-

(di Patrizia Sardisco – Ed. Cofine 2021)
recensione a cura di M. Carmen Lama

Proteggere le parole, sempre. Sono il mezzo più caratteristicamente umano che abbiamo. E quando nessun altro mezzo ci consente di portare a soluzione dei problemi, spesso le parole fanno miracoli. Le parole dei poeti, nello specifico.

Patrizia Sardisco, poetessa molto sensibile e attenta ai molti problemi del presente, cerca di far sentire la propria voce attraverso i suoi versi incisivi, incandescenti, duri come pietre, eppure molto chiari, affrontando una tematica che è purtroppo di casa, frequente, nella nostra bellissima isola, la Sicilia, specialmente nei mesi estivi, quando il caldo naturale molto al di sopra del sopportabile, serve a degli sciagurati come schermo per nascondere le loro mani distruttive, appiccando subdolamente dei fuochi che in pochi minuti annientano aree boschive, collinari, montane, con gravi danni anche agli animali, dei quali sono habitat naturali.

Il titolo di questa raccolta (di poesie-denuncia di comportamenti inaccettabili) è paradigmatico nel senso accennato in apertura di questa mia recensione: è necessario seminare e proteggere le parole poetiche, dare loro ampi spazi di fecondazione e di vita, affinché diventino stimolo alla riflessione e alle azioni positive conseguenti.

Prendendo come esempio l’agricoltura, si dà per scontato che la semina invernale di alcuni prodotti, mentre dà continuità all’operosità contadina, esige anche un’attenzione particolare proprio riguardo alla protezione delle piantine, con sistemi quali il riparo del terreno con teli impermeabili per proteggere le radici e far mantenere il calore più a lungo possibile, mentre la temperatura è bassa.

Eppure le piantine che superano l’inospitalità del terreno invernale hanno già una loro particolare resistenza, vanno solo aiutate un po’.

E traslando poi il discorso agricolo al mondo poetico, viene spontaneo pensare che anche le parole dei poeti abbiano già in sé una loro particolare resilienza, ma non sarebbero molto efficaci senza un loro appropriato uso in contesti che richiedano una speciale vigilanza, senza la protezione (affidata soprattutto ai poeti) che le aiuti a “crescere” e a diffondersi.

Seminare parole poetiche, come fa la poetessa Patrizia Sardisco con lo scopo di far conoscere le conseguenze disastrose di atti così incivili come il dar fuoco ad aree naturali estese, è infatti un modo esemplare per scuotere le coscienze, per sensibilizzare le persone alla responsabilità dei comportamenti, al rispetto della natura, e per far sì che ognuno faccia la propria parte nel tenere d’occhio l’ambiente e nel cercare così di prevenire anziché subire comportamenti dettati solo e soprattutto dall’ignoranza e dalla cecità di chi non si rende conto che i danni recati alla natura si ripercuotono inesorabilmente sugli uomini stessi e sulle loro attività.

Mette in guardia, la poetessa, coloro che non sanno (e non pensano) quello che fanno. Lo fa in particolare con una poesia-manifesto, che riporto di seguito interamente, in quanto parla da sé (anzi “grida”!):

Opposto del morire  / è il pensiero / come la semina / è l’opposto del tacere / il vento sa. / Dove cuce, dove dipinge / dove non è rumore / né sbadiglio / seminare è accendere la favilla / che comanda e chiede / giustizia al suo destino / e intanto al buio tempra / la generosa sostanza del legno / e solitudine di altezza e ombra / di foglie che stanno al proprio posto / lungo tutto l’inverno / per chi le guarda / per te che stai pensando a loro / in quest’istante. (pag. 25)

 

“Seminare è accendere la favilla  che chiede giustizia al suo destino e che al buio tempra la generosa sostanza del legno e lo prepara a colmarsi di foglie che stanno (devono stare!) al loro posto così che si possano ammirare, pensare, nella loro preziosa funzione di vita per l’albero-madre e per l’ambiente circostante”

Seminare le parole poetiche, sempre, ogni volta che sia necessario, è accendere la favella per dire quel che va detto, per non tacere rendendosi indifferenti e quindi corresponsabili.

Il poeta sa. Il poeta chiama a raccolta con la sua voce potente chi ha a cuore le cose che ci ri_guardano, che ci sostengono se a nostra volta le sosteniamo.

Sono molto efficaci i versi delle poesie di questa breve ma importantissima silloge/documento.

Ne scelgo alcuni in particolare, perché mi hanno coinvolta in maniera impressionante, con reazioni fisiche reali, come la pelle d’oca, il tremore, la mancanza di respiro, l’assenza di voce:

Di colpo, con gli occhi pieni di neve / avvoltolati dalla vampa agostana / con la fretta stupita e vana delle bestie / col loro stesso spavento dissanguato / pure così distanti / da loro e in salvo / vicini spalla a spalla con la notte / pure così lontani / fuoco di fuoco sta gelando l’estate / così di colpo avvoltolato inverno. (pag. 9)

 

Cenere: non è più bosco / come qui questa lingua / soavemente adagiata sulla carta / non è più lei, non dura / non suda più, non reclama.//

Mi empie il cuore di neve / l’ombra di questa mano che la sperde / leggera a leggerla, forse / comunque inascoltata. (pag. 15)

 

E ancora:

Portone di deposito / che non so più chiudere / e  adesso si lamenta, scosso / mentre il buio s’insinua.//

Quest’inverno greve non arretra / questa neve di cenere / è nel paesaggio e negli occhi / un uguale fuoco / ma è la mia voce / il bosco di tizzoni più agghiacciato / come quando le dita nella ghiacciaia / il gelo si incolla e penetra / non si sentono più, sembrano / estranee, ma messe in bocca bruciano. (pag. 10)

 

Ho riportato le poesie nella traduzione in italiano, per rendere più fruibile questa mia recensione, ma non renderei veramente giustizia alla silloge se non sottolineassi il fatto che l’origine delle poesie è il dialetto siciliano, lingua che oltre ad assegnare una precisa identità a coloro che la parlano, ha una sua specifica connotazione non facilmente trasponibile in italiano, esattamente come avviene per le traduzioni in generale.

Con un valore aggiunto, per il dialetto, in quanto esprime concetti con un’immediatezza e una forza che non si riesce a rendere in italiano, né in qualsiasi altra lingua.

Queste caratteristiche (immediatezza e forza) credo attengano a tutti i dialetti, in quanto essi hanno radici ancestrali che, se pure nel tempo possano avere subìto delle modifiche dovute ai passaggi generazionali e ai tempi che cambiano irrimediabilmente, mantengono tuttavia una loro peculiare specificità storico-antropologica che ne rafforza, più che indebolire o attenuare, le origini stesse.

Pertanto le poesie vanno lette nella lingua in cui hanno visto la luce, per sentirle vibrare insieme alla voce della poetessa, per ascoltare il tramestio l’affanno lo scombussolamento che avviene a tutti i livelli, dalla consapevolezza della mente, al cuore, alla fisicità tutt’intera, fino alla soglia dell’inconscio e forse ancora più in profondità, nell’anima.

E solo dopo, confrontare l’esito della lettura dialettale con le poesie in italiano, per provare a comprenderle bene, per provare a farle proprie entrando direttamente nello spirito del testo.

È soltanto un breve excursus, il mio, in questa raccolta di poesie che rimescolano il sangue, che fanno riaffiorare emozioni forti (già da me vissute in prima persona), paure, ma soprattutto indignazione, nel ricordare, ad esempio, la trasformazione di meravigliosi spazi verdi, in arido e nero deserto di tizzoni che fanno da sfondo a un paesaggio che sarebbe altrimenti da favola.

A ciascun lettore spetterà poi il compito di addentrarsi nelle poesie con le proprie personali sensibilità, seguendo le proprie inclinazioni e disposizioni d’animo, interpretando o semplicemente lasciandosi lucidamente trasportare nelle gelide atmosfere prodotte dai fuochi, rilevando nel contempo le “ossimoriche” situazioni descritte e, forse, impallidendo nell’immaginare la disperazione di chi assiste, inerme, a violenze così gravi (tanto più perché ripetute) sugli ambienti naturali.

Un grande plauso a Patrizia, quindi, che mette il dito su una piaga ancora non guarita, su ferite gratuite e ancora aperte, inferte a una terra che non merita niente di tutto questo, che andrebbe invece preservata, resa migliore, feconda, non solo nell’ambito naturale, ma più in generale, negli aspetti socio culturali, negli aspetti di tradizione, di estetica antropologica, di etica delle relazioni…

E inoltre molte grazie a Patrizia per aver dato voce anche a me! E chissà a quanti altri…

  1. Carmen Lama

(24 settembre 2022)