Archivio dell'autore

Patrizia Sardisco

1 ottobre 2022


 

 

 

 

 

 

Sìmina ri mmernu

-Semina d’inverno-

(di Patrizia Sardisco – Ed. Cofine 2021)
recensione a cura di M. Carmen Lama

 

Proteggere le parole, sempre. Sono il mezzo più caratteristicamente umano che abbiamo. E quando nessun altro mezzo ci consente di portare a soluzione dei problemi, spesso le parole fanno miracoli. Le parole dei poeti, nello specifico.

 

Patrizia Sardisco, poetessa molto sensibile e attenta ai molti problemi del presente, cerca di far sentire la propria voce attraverso i suoi versi incisivi, incandescenti, duri come pietre, eppure molto chiari, affrontando una tematica che è purtroppo di casa, frequente, nella nostra bellissima isola, la Sicilia, specialmente nei mesi estivi, quando il caldo naturale molto al di sopra del sopportabile, serve a degli sciagurati come schermo per nascondere le loro mani distruttive, appiccando subdolamente dei fuochi che in pochi minuti annientano aree boschive, collinari, montane, con gravi danni anche agli animali, dei quali sono habitat naturali.

 

Il titolo di questa raccolta (di poesie-denuncia di comportamenti inaccettabili) è paradigmatico nel senso accennato in apertura di questa mia recensione: è necessario seminare e proteggere le parole poetiche, dare loro ampi spazi di fecondazione e di vita, affinché diventino stimolo alla riflessione e alle azioni positive conseguenti.

 

Prendendo come esempio l’agricoltura, si dà per scontato che la semina invernale di alcuni prodotti, mentre dà continuità all’operosità contadina, esige anche un’attenzione particolare proprio riguardo alla protezione delle piantine, con sistemi quali il riparo del terreno con teli impermeabili per proteggere le radici e far mantenere il calore più a lungo possibile, mentre la temperatura è bassa.

Eppure le piantine che superano l’inospitalità del terreno invernale hanno già una loro particolare resistenza, vanno solo aiutate un po’.

 

E traslando poi il discorso agricolo al mondo poetico, viene spontaneo pensare che anche le parole dei poeti abbiano già in sé una loro particolare resilienza, ma non sarebbero molto efficaci senza un loro appropriato uso in contesti che richiedano una speciale vigilanza, senza la protezione (affidata soprattutto ai poeti) che le aiuti a “crescere” e a diffondersi.

Seminare parole poetiche, come fa la poetessa Patrizia Sardisco con lo scopo di far conoscere le conseguenze disastrose di atti così incivili come il dar fuoco ad aree naturali estese, è infatti un modo esemplare per scuotere le coscienze, per sensibilizzare le persone alla responsabilità dei comportamenti, al rispetto della natura, e per far sì che ognuno faccia la propria parte nel tenere d’occhio l’ambiente e nel cercare così di prevenire anziché subire comportamenti dettati solo e soprattutto dall’ignoranza e dalla cecità di chi non si rende conto che i danni recati alla natura si ripercuotono inesorabilmente sugli uomini stessi e sulle loro attività.

 

Mette in guardia, la poetessa, coloro che non sanno (e non pensano) quello che fanno. Lo fa in particolare con una poesia-manifesto, che riporto di seguito interamente, in quanto parla da sé (anzi “grida”!):

 

Opposto del morire  / è il pensiero / come la semina / è l’opposto del tacere / il vento sa. / Dove cuce, dove dipinge / dove non è rumore / né sbadiglio / seminare è accendere la favilla / che comanda e chiede / giustizia al suo destino / e intanto al buio tempra / la generosa sostanza del legno / e solitudine di altezza e ombra / di foglie che stanno al proprio posto / lungo tutto l’inverno / per chi le guarda / per te che stai pensando a loro / in quest’istante. (pag. 25)

 

“Seminare è accendere la favilla  che chiede giustizia al suo destino e che al buio tempra la generosa sostanza del legno e lo prepara a colmarsi di foglie che stanno (devono stare!) al loro posto così che si possano ammirare, pensare, nella loro preziosa funzione di vita per l’albero-madre e per l’ambiente circostante”

 

Seminare le parole poetiche, sempre, ogni volta che sia necessario, è accendere la favella per dire quel che va detto, per non tacere rendendosi indifferenti e quindi corresponsabili.

Il poeta sa. Il poeta chiama a raccolta con la sua voce potente chi ha a cuore le cose che ci ri_guardano, che ci sostengono se a nostra volta le sosteniamo.

 

Sono molto efficaci i versi delle poesie di questa breve ma importantissima silloge/documento.

Ne scelgo alcuni in particolare, perché mi hanno coinvolta in maniera impressionante, con reazioni fisiche reali, come la pelle d’oca, il tremore, la mancanza di respiro, l’assenza di voce:

 

Di colpo, con gli occhi pieni di neve / avvoltolati dalla vampa agostana / con la fretta stupita e vana delle bestie / col loro stesso spavento dissanguato / pure così distanti / da loro e in salvo / vicini spalla a spalla con la notte / pure così lontani / fuoco di fuoco sta gelando l’estate / così di colpo avvoltolato inverno. (pag. 9)

 

Cenere: non è più bosco / come qui questa lingua / soavemente adagiata sulla carta / non è più lei, non dura / non suda più, non reclama.//

Mi empie il cuore di neve / l’ombra di questa mano che la sperde / leggera a leggerla, forse / comunque inascoltata. (pag. 15)

 

E ancora:

Portone di deposito / che non so più chiudere / e  adesso si lamenta, scosso / mentre il buio s’insinua.//

Quest’inverno greve non arretra / questa neve di cenere / è nel paesaggio e negli occhi / un uguale fuoco / ma è la mia voce / il bosco di tizzoni più agghiacciato / come quando le dita nella ghiacciaia / il gelo si incolla e penetra / non si sentono più, sembrano / estranee, ma messe in bocca bruciano. (pag. 10)

 

Ho riportato le poesie nella traduzione in italiano, per rendere più fruibile questa mia recensione, ma non renderei veramente giustizia alla silloge se non sottolineassi il fatto che l’origine delle poesie è il dialetto siciliano, lingua che oltre ad assegnare una precisa identità a coloro che la parlano, ha una sua specifica connotazione non facilmente trasponibile in italiano, esattamente come avviene per le traduzioni in generale.

Con un valore aggiunto, per il dialetto, in quanto esprime concetti con un’immediatezza e una forza che non si riesce a rendere in italiano, né in qualsiasi altra lingua.

Queste caratteristiche (immediatezza e forza) credo attengano a tutti i dialetti, in quanto essi hanno radici ancestrali che, se pure nel tempo possano avere subìto delle modifiche dovute ai passaggi generazionali e ai tempi che cambiano irrimediabilmente, mantengono tuttavia una loro peculiare specificità storico-antropologica che ne rafforza, più che indebolire o attenuare, le origini stesse.

 

Pertanto le poesie vanno lette nella lingua in cui hanno visto la luce, per sentirle vibrare insieme alla voce della poetessa, per ascoltare il tramestio l’affanno lo scombussolamento che avviene a tutti i livelli, dalla consapevolezza della mente, al cuore, alla fisicità tutt’intera, fino alla soglia dell’inconscio e forse ancora più in profondità, nell’anima.

E solo dopo, confrontare l’esito della lettura dialettale con le poesie in italiano, per provare a comprenderle bene, per provare a farle proprie entrando direttamente nello spirito del testo.

 

È soltanto un breve excursus, il mio, in questa raccolta di poesie che rimescolano il sangue, che fanno riaffiorare emozioni forti (già da me vissute in prima persona), paure, ma soprattutto indignazione, nel ricordare, ad esempio, la trasformazione di meravigliosi spazi verdi, in arido e nero deserto di tizzoni che fanno da sfondo a un paesaggio che sarebbe altrimenti da favola.

 

A ciascun lettore spetterà poi il compito di addentrarsi nelle poesie con le proprie personali sensibilità, seguendo le proprie inclinazioni e disposizioni d’animo, interpretando o semplicemente lasciandosi lucidamente trasportare nelle gelide atmosfere prodotte dai fuochi, rilevando nel contempo le “ossimoriche” situazioni descritte e, forse, impallidendo nell’immaginare la disperazione di chi assiste, inerme, a violenze così gravi (tanto più perché ripetute) sugli ambienti naturali.

 

Un grande plauso a Patrizia, quindi, che mette il dito su una piaga ancora non guarita, su ferite gratuite e ancora aperte, inferte a una terra che non merita niente di tutto questo, che andrebbe invece preservata, resa migliore, feconda, non solo nell’ambito naturale, ma più in generale, negli aspetti socio culturali, negli aspetti di tradizione, di estetica antropologica, di etica delle relazioni…

 

E inoltre molte grazie a Patrizia per aver dato voce anche a me! E chissà a quanti altri…

 

  1. Carmen Lama

(24 settembre 2022)

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Galli

23 settembre 2022

23905669_1606813922728442_4731388256795354267_n 9788899567262

Editore: Il Canneto

dalla prefazione di Marco Ercolani

Titolo singolare, per un libro, LE MORTI FELICI.
L’ossimoro ci guida verso un enigma da cui sorge spontanea la domanda: come può una morte, la “fine” di una vita, essere chiamata “felice”? Il racconto più breve del volume ci suggerisce una spiegazione possibile:
«Morte di Icaro
“Dedalo dovete consolare, è lui che muore disperato. Io sono morto vicino al sole”».
La breve frase pronunciata da Icaro, una frase di gioia esaltante, contrasta con la tragedia conosciuta: il figlio di Dedalo, chiuso con il padre nel labirinto di Creta, si attacca le ali al corpo con la cera e vola via: quando il sole scioglierà, lui precipiterà in mare, morendo. Il breve racconto di Galli non omette la tragica fine ma la trasfigura e fa dire ad Icaro la sua felicità di essere “morto vicino al sole”: un enunciato gioioso, quasi eroico, che ricorda le ultime frasi vergate da Heinrich von Kleist alla sorella Ulrike prima del suicidio: «Immortalità, alla fine sei mia».
Questo rovesciamento prospettico traversa tutti i racconti del libro, che si divide in due sezioni: ISTANTI (L’orizzonte, Il nome, Radicati, Nella vita, Sparire) e STRADE. Proviamo a percorrere, rapsodicamente, le trame di alcuni racconti. Ghiat ad-Din, il poeta Omar Khayyām, chiede una brocca per bere, saggia la direzione dei venti, e si addormenta del sonno profondo dei Sette Sapienti. Turoldo, il cantore delle gesta di Orlando, si pente di essere stato così superbo da firmare con il proprio nome il suo poema. Ugo d’Orleans scrive versi con la sapienza dei teoremi di Euclide. Leonino e Perotino vengono citati come i primi musicisti medioevali di cui si ricordi il nome. Josquin Desprez non teme più la morte perché nella sua musica l’ha saputa modulare a più voci. John Dowland si confessa uomo gaio e vigoroso che ha scritto canzoni tristi per richiudere la malinconia in piccole fiale perfette e poter camminare poi allegro. Il pianista Rudolf Firkusny parla dell’appassionato amore del già anziano Janàcek, insonne e innamorato. Il direttore d’orchestra Antonio Guarnieri, di cui restano rarissime registrazioni, è descritto come un uomo in cui la volontà di perfezione e l’umiltà di sparire sono inseparabili. L’inflessibile Toscanini rivela la sua predilezione per il giovane Guido Cantelli, che morrà prima di lui, in un incidente aereo. Max Brod ci racconta che Kafka avrebbe voluto fossero bruciati i suoi racconti perché parlano di una infelicità che lui adesso, è lontano dal provare. Lo scrittore praghese Bohumil Hrabàl confessa: «[…] Me ne sto qui con la mia famiglia e i miei gatti, aspetto tranquillo la morte perché tanto sono finito e non ho niente da dire, certe notti mi addormento con la finestra aperta e allora sogno Egon o Vladimìr e poi più niente, sono sempre stato fuori dai giochi e me ne sto tranquillo ad aspettare la morte, qui Sull’argine dell’eternità».

… continua qui  https://giardinodeipoeti.wordpress.com/category/giorgio-galli/

Rivisitazioni

15 settembre 2022

Ogni tanto pubblicheremo un testo di poeti che hanno dato lustro a questo sito, con relativi link per leggere notizie e altre poesie qui e nei rispettivi blog.

215395_1947369575031_8212683_n

Cristina Annino

*

Il pittore omofobo ci racconta di Jack e di quel ritratto

“Mi guardò come fosse importante
vivere. C’è tanto di quel d’affare, Jack
(usando l’inglese). Gli uscivano onde dal
cranio, qua e là toccando con gli occhi
le cose. La stanza remò nel sole, per lui,
per un’algebra strana. Vita secondaria,
un quadro, puzzava! Lui lì da cafone
in posa, con quella mollezza che regge
una piuma in mare. Per capirci. Che vale
una piuma di gallo? Muoveva
le orecchie per via dell’otite, era sghembo,
il contrario di tutto. “Fammi Picasso,
coglione, non hai capito come si fa?”
Io non imito, Jack. Allora esplose
la spranga, non so, un lungo fascio
di strisce lente, a casaccio, come volasse
un catino d’acqua. Voleva sé come
Pablo, già sfatto, turchino viola, gli angoli
retti del naso, poi rosa niente sulle
pupille. Così. Non gli detti il visto. Alla
dogana, spinsi in là quello sguardo stracotto
di malaga puro. Era troppo, era un guaio, potevo
sparargli per strada, potevo farlo.”

*

  • altro di CRISTINA ANNINO qui

Elia Belcufinè

9 giugno 2022

Elia Belcufinè

*

Da “Solletica i papaveri il vento

Sedici Terzine

Di Elia Belculfinè

*

*

1

Neve sul pino –

Maggio si allontana.

Peschi sfioriti.

*

2

Fiore di gelso –

Marzo grida ancora!

Passaggio a est.

*

3

Salta il topo –

Sull’iris balza l’ape.

Ah, ladruncoli!

*

4

Versa il vino –

Lunghe ombre roventi.

Roghi di marzo

*

5

Bevo il vino –

Passi sul viottolo.

Bevo ancora!

*

6

Colpo a vuoto.

L’uccello sbigottito

rantola, cade.

*

7

Marzo aprile

sussurrano i pini,

falò di voci.

*

8

Pietra d’inchiostro.

Il mio yatate vibra –

Scrivo in piedi.

*

9

Seguo la luna –

Orme nella polvere,

lungo il passo.

*

10

La lupa tace –

Quattro cuccioli morti.

Luna perduta.

*

11

(A Unə Cittadinə)

Carə amicə –

Soltanto per amarci.

Sole indiano.

*

12

Moltiplicata

vaga una rondine –

Firma il cielo.

*

13

Fumo da solo.

Alba adriatica –

Tossisco piano.

*

14

Dodici haiku.

Una finestra schiusa –

Penombra miele.

*

15

Ridda nel buio.

A piedi nudi va –

Ragazzo-topo.

*

16

Versi di riffa.

Una cesta di strame –

Fiori là dentro

*

Elia Belculfiné, nato a Caserta il 29 – 9 – 83 Vive a Cascano. Nel 2012 ha pubblicato per Aletti la silloge “Primi sintomi di una gravidanza”. Sempre per Aletti è apparso nel saggio “Verso la poesia – Alla ricerca di senso” di Maria Carmen Lama.

Marzia Spinelli

28 Maggio 2022

MARZIA SPINELLI

Trincea di nuvole e d’ombre, Marco Saya Edizioni, Milano 2019, pp.109.

Prefazione di Plinio Perilli

Nota di lettura di ANNAMARIA FERRAMOSCA

Davvero insolita e di spessore quest’ ultima raccolta poetica di Marzia Spinelli, che abita le amare trincee dell’umano e ne smaschera nuvole ed ombre.

La scelta dell’autrice di aprire e chiudere la raccolta con il tema dell’ombra mi sembra stia ad indicare la necessità di un riparo, di un angolo appartato e raccolto, lontano da ogni frastuono, dove l’ascolto possa farsi acutissimo. E all’ombra reiterata Marzia affida numerosi pregnanti significati: ombra di qualcuno (un familiare, un lettore, un poeta, lei stessa?), che l’autrice vorrebbe accanto in caldo dialogo; ombra di ogni essere umano che nelle trincee della nostra infinita deriva continua a resistere; ombra di un altro tu che finalmente risvegliato riesce ad indicare varchi di speranza.

I versi attraversano interiorità e insieme Storia, sconfinando nei territori dell’oltre, su quel confine incustodito, dove continuiamo a brancolare, dove diveniamo estranei perfino al nostro stesso pianto.

Dalle immagini del quotidiano emerge un pensiero costante, fitto di domande cosmiche, che prendono forma ora dal volo cangiante geometrico – così indicante – degli storni, ora occhieggiano dalle dolorose stanze di un ospedale, e di fronte alla lapide dei ragazzi del ’99 rinnegano ancora una volta l’assurdità delle guerre. Questa riflessione incessante sulla disumanità cui siamo giunti impregna le pagine, mostrando città con il loro dolore del naufragio e la ferocia dei muri, rivela il fango dell’indifferenza che continua a rendere opaca ogni convivenza, mentre Itaca muore. E questa Itaca morente è centrata struggente metafora del luogo utopico, irraggiungibile, dove sarebbe ancora possibile all’umanità il convivere in armonia.

Questa scrittura, nella sapiente musicalità di un curatissimo verso libero, ha il profilo alto di una poesia che scava nel mistero dell’esistenza,

testimonia un’incessante ricerca di assoluto, di senso ultimo, confermandone l’irraggiungibilità e tutto il dolore per la nostra condanna ad abitare e non trovare posto, la più amara sconfitta che l’essere umano, che continuo a definire homo insipiens insipiens, assurdamente si autoinfligge.

Eppure tra questi versi appaiono luci, avvengono tregue, momenti in cui i buoni ricordi riportano larghezza di respiro e quiete chiara, guidano verso una ancora possibile rinascita. Così appare memorabile nella sua sfolgorante verità, la definizione di Poesia (pag. 83):

La Poesia è un vento,

 si spande sulla terra e la solleva.

Mette radici passo a passo.

E tra peso e aria

fingiamo l’eternità. 

L’autrice decide poi, nelle poesie finali, di volgere uno sguardo particolare alle trincee dei poeti (davvero gli ultimi resistenti!), mostrando tutta la sua devozione alle grandi voci, che mai smetteranno di vegliare-indicare. E quella di Marzia Spinelli è pure una veglia instancabile, che la fa luminosa, mentre nelle ultime poesie accompagna le figure del dolore del mondo, come un destino. Un destino che forse potrà invertire la sua rotta, se essa sarà sull’onda del canto dei poeti, che sempre ha salvato dal naufragio della barbarie.

Annamaria Ferramosca

*

Marzia Spinelli

*

Ombra perenne mobile e ferma,

vagheggi anche tu longevità. Piovono

scorie e meteore come stelle cadenti.

Tanto più simile, tanto più distante.

Sei solo mia.

Sagoma muta fedele sopravvivi

alla trincea dell’io.

*

Tornavano i volti dei vivi, la mappa dei macelli

tra le rughe. S’allontanava il fronte e la resa,

dimentico il corpo all’angolo della Storia.

 

Così giovane e fiera e assurda la morte vera.

 

Andavano lunghe lande sconosciute

del ritorno, anche per chi non sarebbe tornato,

a passi smarriti in un confine incustodito,

 

da una pena indicibile per sempre, via

da un presente dove straniero anche il pianto.

*

Alla luna

La notte ti guardo

e ti vedo piena

come una donna gravida

e nel tuo solo biancore immagino

la punta dei tuoi seni

e lievi segni come rughe

mentre cerco l’orma dell’uomo

la sua impronta

pestata sulla tua sembianza di fantasma

e aspetto la tua luce estranea

lontana da questa terra scura

dove abito

dove non trovo posto.

E mi specchio in te

che non hai colori

sento e riascolto la tua voce

che muta ha parlato

più dell’eterno dire d’amore

più di tutto lo sconforto e il silenzio

commosso e lo sconcerto

di quell’uomo

della sua impronta intermittente

quando fu tutta tremula la Storia

e il piede fermo

sul tuo lucente nudo di vinta

e non furono più le maree

e l’attrazione

una forza passata di moda.

Poi dissero che non era vero,

solo finzione la resa

dei conti tra l’uomo e la scimmia.

*

Passa l’Angelo

 

Vedi, ogni trincea si fa occasione.

Non ci abbandona l’Angelo

evocato ogni mattina per timore:

sa di essere consolazione

e non chiede altro. Lo rinnego

quando troppi sono i morti,

troppo ingiuste le perdite.

Sembra svanisca per qualche tempo,

irreperibile e dissolto riappare

quando ormai lo credo nell’oblio

lontano, a ingaggiare una lotta bizzarra,

guerra e pace solo nostra:

ci spendiamo in promesse,

cediamo, concordi assestiamo.

Così la trincea si fa più dolce.

E di nuovo aspra. Lui resiste

con luce insolita, aura bislacca …

Invece è più sensata, verosimile

la piuma di pace. 

*

La Poesia è un vento,

si spande sulla terra e la solleva.

Mette radici passo a passo.

E tra peso e aria

fingiamo l’eternità.

da Trincea di nuvole e d’ombre

(prefazione di Plinio Perilli, Marco Saya ed., 2019)

*

Marzia Spinelli, poetessa romana, è stata tra i fondatori della rivista Línfera, per la cui attività ha ricevuto il Premio Spoleto FestivalArt 2014, e nella redazione della rivista Fiori del male. Ha collaborato ad altre riviste di arte e letteratura tra cui Omero, La Bottega del restauro, Frontiera (supplemento a Gli immediati dintorni). È presente in varie antologie. Suoi testi poetici sono stati commentati su riviste di critica letteraria quali Puntoacapo, Pagine, Studi cattolici, Noi donne e su alcuni blog letterari.

Ha curato rassegne di poesia presso la Federazione Unitaria Italiana Scrittori e il Comune di Roma. Nel 2013 ha partecipato come autrice a Ritratti di poesia.

Ha pubblicato le raccolte: Fare e disfare (Lietocolle Editore, 2009, nota introduttiva di Guido Oldani), Nelle tue stanze (Progetto Cultura editore, collana Le Gemme, 2012, prefazione di Alberto Toni), nel 2014 l’ e- book Nel cielo dell’altro un po’ più ampio a cura di La Recherche Poesia condivisa 2.0., prefazione di Mario Melendez; Trincea di nuvole e d’ombre (Marco Saya Editore, 2019, prefazione di Plinio Perilli). 

AA.VV. Ariano, Barbieri, Del Moro, Falà, Fazio, Gatti Linares, Giaquinta, Magazzeni, Musetti, Parma, Petrollo, Piccini, Polidori, Raimondi, Rotino, Roversi, Sancino, Zironi, Zoli

4 Maggio 2022

Da poco uscita con Vita Activa Nuova Editrice: Connessioni. Antologia di autoaiuto poetico in tempo di lockdown, curata da Claudia Zironiie da Gabriella Musetti.

L’antologia è risultata da un esperimento di resistenza all’isolamento durato due anni: una chat aperta nel 2020, durante il primo lock down, con poeti e poete che si confrontavano, leggevano testi propri e altrui, conversavano, a volte litigavano o brindavano insieme, tutti separati fisicamente, costretti nelle proprie case. Connessioni. Antologia di autoaiuto poetico in tempo di lockdown riprende l’idea propria dell’esperimento: affidare a un sentire collettivo e alla parola poetica una scelta precisa del proprio stare nel mondo, oltre e contro le difficoltà dei momenti drammatici che tutti abbiamo attraversato.

L’antologia contiene le voci di Luca Ariano, Daniele Barbieri, Francesca Del Moro, Leila Falà, Raffaela Fazio, Serenella Gatti Linares, Marilina Giaquinta, Loredana Magazzeni, Gabriella Musetti, Silvia Parma, Maria Concetta Petrollo, Toni Piccini, Marinella Polidori, Valeria Raimondi, Sergio Rotino, Enea Roversi, Elisabetta Sancino, Claudia Zironi, Anna Zoli.

È illustrata con foto di Daniele Barberi.

Dall’introduzione di Claudia Zironi: “Ed eccolo, dunque, il libro, rivolto lato sensu al mondo della relazione, intessuto da diciannove voci molto diverse l’una dall’altra che introducono in prosa per poi sviluppare in poesia, spesso con testi anche precedenti il periodo di emergenza sanitaria, il loro vivere la tremenda modernità del termine “connessione”, proprio del registro tecnico dell’informatica e dell’elettronica, applicato all’umano abitare questo nuovo mondo liquido nel quale siamo sempre più isolati e diffidenti, incapaci di unirci in collettività…”

Dalla postfazione di Gabriella Musetti: “La poesia si pone in ascolto, a volte prende la funzione di rimappare, ricartografare l’esistente, specie nel trauma, attraverso parole da recuperare nel presente, materiali da far circolare per rendere pubblica una esperienza che è stata fuori dell’ordinario. Una esperienza di resistenza nata per caso, portata avanti senza una reale consapevolezza della sua rilevanza, ma che ora può essere letta come luogo di riflessione, di osservazione di quanto di straordinario è accaduto.”

Alcuni testi scelti dal libro:

Nasciamo dal e nel contatto. E attraverso il contatto continuiamo a vivere, definendoci di volta in volta, mentre scopriamo nuovi luoghi di appartenenza e di passaggio. Quando il contatto non è semplice caso ma desiderio, ci troviamo a far parte di una “connessione”, che implica lo sforzo di allacciare o riallacciare una relazione, la volontà di richiamare a sé l’altro e di offrire all’altro parte di ciò che si è. La ricerca della vicinanza può prendere molteplici forme; la memoria e la scrittura – che di memoria si nutre, ma che si proietta anche in avanti, oltre l’attesa – sono due canali privilegiati. Tuttavia, ogni vera connessione è fatta sia di vicinanza che di distanza, ovvero di quello spazio necessario alla messa a fuoco e al respiro, lontano dall’illusione del possesso e del controllo. Perché qualsiasi scambio si inscrive in un orizzonte più ampio, in una rete di “corrispondenze” che abbracciano l’esperienza singola, contingente, e ne fanno prezioso “trasmettitore” all’interno del circolo virtuoso attraverso il quale il senso non solo informa, ma trasforma.

 Raffaela Fazio

*

Fase 2: la voglia. (3 aprile 2020)

Credi che potremo

mai più baciarci?

Credi che io possa

ancora sentire fitto

l’ansia del tuo odore

spandersi confuso

dentro tutto quello

– tutto, anche matematico ! –

che mi concerne

che il mio olfatto si ferma ?

credi che potrai ancora

ammischiarti addosso

in qualche modo

ragno e cannibale

che non distinguo

e non capisco

la mia pelle dalla tua?

Credi che io possa

ancora percorrerti

come una strada nota

con la mia bocca

che voglio che ricoveri

in ogni tua parte

immune o positiva

al tampone la rifiuteresti?

che vuole morire

con il respiro vuoto

e l’ombra di questo primavera

che non conosce verità ?

Credi che io possa

ancora una volta

– una volta sola, ma che sia ! –

amarti fino a farmi

scoppiare questo cuore

e chiederti di farlo

battere ancora per te?

Marilina Giaquinta

*

Un piccolo colpo di reni

per chiedere l’abbraccio

e più sei forte

e meno pesi

la testa dritta

a perlustrare il mondo

(smemorato poi

nel cerchio della

madre quando

si sospende il tempo

fanno conchiglia

le braccia il seno

le lenzuola)

Cetta Petrollo

*

poesia enne delle parole importanti

cambiava e riponeva i panni dell’inverno     nella luce

già calda d’estate      saltata via la primavera come cancellata

ricordò all’improvviso una promessa di luce

una di quelle che ci si scambia quando si scambiano le parole

importanti attecchirono      improvvise come germogli di verde

per riportare la sua primavera persa     dentro le parole trovate

uno scambio di fedeltà nel calore del maggio

mai fidarsi degli impeti del proprio cuore

scalfiva una nuova lingua     scarnificandosi    come una nuova pelle

cercava promesse future come ossa risanate

Loredana Magazzeni

*

[…] È in quei giorni che ho scoperto, stretta intorno a me, l’esistenza di una comunità poetica. Una comunità che da mesi, instancabilmente, mi sostiene, insieme agli altri amici e ai miei familiari. Posso fare mia, ora, quella che prima mi sembrava una banalità: la poesia salva. Ha salvato me permettendomi di scrivere del dolore e sopportarlo, ma soprattutto facendomi conoscere tante persone che non smettono di darmi aiuto, conforto e amore. È grazie a queste connessioni, molte delle quali stabilite e mantenute in rete, che io oggi sono viva, e ho ancora una speranza. […]

Francesca Del Moro

*

copertina conessioni

__________________________

Connessioni. Antologia di autoaiuto poetico in tempo di lockdown
A cura di G. Musetti, C. Zironi
Editore: Vita Activa – Nuova Collana: Poiein
Data di Pubblicazione: 2022

Luigi Finucci

28 marzo 2022

 

https://giardinodeipoeti.files.wordpress.com/2018/03/13886377_10210105198889848_8848432342237961171_n.jpg

 

POESIE INEDITE
(saranno di prossima pubblicazione per Seri Editore)
Il tema gira sulle “solitudini

 

 

La prima notte al mondo
ho piazzato una tenda al Polo Nord.

La luce lunare splendeva ovunque
e il ghiaccio si scioglieva
solo in determinati punti.

Ero spoglio e sotto di me
le foche nuotavano aspettando
il mio essere cacciatore.

Il silenzio d’altronde
non si può ricordare.
                              

                          

La percentuale che un meteorite
colpisca la terra è lontana
dal nostro vivere quotidiano.

Acqua solida che vaga nello spazio
può essere pericolo e opportunità:
porta con sé vita e morte.

L’impatto è la decisione definitiva
che una specie debba smettere
di esistere, e un’altra nascere.

Non dovrebbe essere lasciato
al caso. Così la fede è l’unico
appiglio che difende dal caos.

 

 

La gravità è una cosa che fa pensare,
fa compagnia per tutta la vita.
La senti sulle spalle eppure non grida.
È un’ombra silente, una catena e una piuma:
lancia uno sguardo o una palla e
prima o poi li troverai a terra. Qualcuno
ha detto che oltre lo spazio si annulla
ma chi può dirlo?
Forse un pesce o la memoria. A detta d’uomo
sulla luna non si sente, ma c’è,
così leggera che non fa rumore.
Non lascia soli nessuno
nemmeno una barca alla deriva.

 

 

Tra gli anelli di Saturno c’è una distanza
come gli elettroni di un atomo.

Procedono intatti in tondo
attratti da un nucleo,
senza sentire la disperazione
tutta intorno, buia e infinita.

Sulla superficie, la temperatura
arriva a centinaia di gradi
sotto lo zero e la vita
non riesce ad imporsi.
Per fortuna dico,
una solitudine così
non sarebbe sopportabile,
nemmeno da un batterio.

Eppure l’occhio umano
reputa questo pianeta
tra i più belli. Solo da lontano
da molto lontano, mi ripeto.

 

 

Nel caos della mia mente,
ho assistito a scene da manicomio.

Un giorno ho sputato la medicina ed è
stato lì che ho visto una porta piccola.
Aveva i capelli neri, e sembrava ferita dalla vita:
cinque punti di sutura nei pressi del cuore.
Abbiamo provato a fuggire tutte le sere
con le mani, ci siamo illusi. Con la dolcezza
dei primi occhi.

Ora , c’è molta stanchezza. Le venature sono più evidenti
e sembriamo vecchi. Una cosa è certa, abbiamo provato
a salire sui rami dell’amore.
Caduti, le ossa si sono frantumate con la realtà.
Eppure le mani hanno trovato il modo di sfiorarsi, le mani.

 

 

E’ nato un bambino sulla terra,
tutti hanno descritto
l’evento come consueto.

Un essere piccolo scaraventato
su un globo sparso in un
indefinito spazio nero:
una catastrofe vista da fuori
diventa un miracolo.

Tutto il senso si racchiude
in una stanza di ospedale.
Il nascituro numero due
del venti aprile duemilasedici
non proviene dalla matematica.

L’unico comandamento a cui
appellarsi, è che l’uomo
assomigli ad un fiore.
Il fiore non reclama il diritto
di possesso, ma di dono.

 

 

 

Luigi Finucci
nato il 15/05/1984 a Fermo, nelle Marche, pubblica due libri di poesia: Le prime volte non c’era stanchezza – Eretica edizioni nel 2016 e Il Canto dell’Attesa – Ladolfi Editore nel 2018.
Ha poi pubblicato anche tre libri per bambini, in rima, per la Giaconi Editore:
L’aspirante Astronauta, Il paese degli Artigiani e Il mondo di sotto.
Collabora con alcune riviste e alcune sue poesie sono tradotte in diverse lingue, tra cui il rumeno e lo spagnolo.

 

finucci.luigi@libero.it

Luca Pizzolitto

21 marzo 2022

CROCEVIA DEI CAMMMINI

Ed peQuod 2022

                                

                                       

recensione di Luigi Paraboschi

                                   

                                                    

Due parole in questo lavoro mi hanno affascinato dall’inizio : si trovano nell’ esergo di apertura ove si legge una citazione del poeta francese Bonnefoy che dice :

“ E l’estraneo, l’esilio, in te, in me, si faccia origine “

Le parole sono : estraneo – esilio, e le ho tenute presenti lungo tutto lo sviluppo della raccolta; lentamente mi hanno aperto uno squarcio dentro i versi di Pizzolitto aiutandomi, spero, a inquadrare meglio la figura di questo poeta che nella sua scrittura dimostra ottime qualità di approfondimento nell’animo suo e, di conseguenza, anche in quello dei lettori armati di buona volontà.

La raccolta parla d’amore. Vorrei però dissipare i luoghi comuni molto diffusi attorno a questo sentimento, perché nel nostro caso ci troviamo di fronte a una forza interiore talmente grande da far sì che l’autore si senta, e ci faccia sentire tutto il peso la sua condizione di esiliato e di estraneo, come leggiamo a pag 35 :

“ Io cammino solo e/ spento nel tramonto// il mio cuore è un ceppo/ di legna secca bruciato/ fino all’ultimo centimetro/ di amore possibile-// “

Il libro ha un andamento che assume la veste della confessione pubblica attorno a una storia d’amore finita, o che sta per finire, e il tutto viene esposto al lettore con estrema brevità ( al massimo otto versi in qualche raro pezzo, ma se ne trovano parecchi di una o due brevi strofe ) che rimanda a certi film di Resnais degli anni ‘59-’60 (“ Hiroshima mon amour“ e “ L’anno scorso a Marienbad “ ) .

Come in quei film, si è talmente ridotta la comunicazione-dialogo dei personaggi da arrivare al punto di fare estinguere la storia dell’amore tra un uomo e una donna per non causare ulteriori sofferenze tra di loro.

Infatti l’autore scrive a pag. 20 :

“ Parole che staccano a morsi/ lembi di pelle, parole su carne viva “

E’ il tormento, la tortura psicologica – che forse traggono origini dal “ non detto” nel rapporto a due- ciò che fa sentire il poeta come tagliato fuori dal vivere, mandato in esilio non per colpa di qualcuno, bensì per una sorta di dannazione dovuta all’esistere ove

“ nessuno verrà a dirti/ ciò che manca “ (pag. 40 ).

L’esilio è tradizionalmente la condizione perenne di distacco dalla terra ove si ha avuto origine, ma per terra si può anche intendere una persona con la quale c’è stato :

“ il cedere lento all’ebbrezza/ dei naufragati, un dolce restare/ dentro tutte le cose “ ( pag. 26 )

e l’esiliato è colui che analizza il suo vivere ancora di pag. 40 :

“ E’ come bere, bere tenendo le labbra/ stette alla bottiglia, bere e avere sempre più sete //.

Quando il dolore per una perdita è molto acuto l’anima del sopravvissuto cerca in continuazione il modo per non sentirsi estranea all’esistenza e pag.12 riporto per intero un testo che lo esprime con chiarezza :

“ La terra divisa e lasciata/ alla cenere, ciò che avanza/alla notte è deriva lenta del cuore:/ quale libertà, mi dici, quale libertà/ è questo nostro stare, inquieti,/ inchiodati// nello spazio senza rumore di un istante ? //Qui sulla riva lontana del fuoco,/ ti seguo con lo sguardo,/ mi cerco ancora .//

Tutto il lavoro di Pizzolitto appare come una tela di pittura astratta costruita passo dopo passo con brevi colpi materici di spatola, come se egli usasse la lingua come il pittore fa con i colori .

Lentamente egli passa l’osservazione del paesaggio a pag. 16:

“ fluisce la vita, irreparabile,/ tra bottiglie lasciate a metà/ e questo cadere di foglie/ nei giorni di ottobre “

ove però la natura ha qui un posto quasi marginale nel suo narrare, sembra un “ pour parler “ che gli serve semplicemente per imbastire il racconto di sé e del suo dolore, a pag.14

“ …….tutto sfugge e trema/ nella città dimenticata, tutto/ si fa memoria austera del vuoto/…….

ed è sempre lui il nucleo centrale attorno a cui si annoda e snoda tutta la storia, pag35 :

“ io cammino solo e spento nel tramonto// il mio cuore è un ceppo/ di legna secca bruciato/ fino all’ultimo centimetro / di un amore impossibile !!

e l’amarezza gli fa scrivere con echi pavesiani a pag. 40

“ Forse il senso della vita è qui/ nel tempo che scorre e non chiede ragione ; forse è l’abbaiare d’un cane alla notte, il ricordo di una giovinezza/ ormai lontana/….

Poi con fatalità aggiunge a pag. 91 :

“ noi andiamo sempre verso un tempo, una stagione che non sappiamo “

e conclude a pag. 102 con questa strofa :

“ Nell’ istante esatto in cui il tuo cuore/ si spezza e capisci che niente ritorna/ niente può mai durare davvero “.

Rimangono soltanto i ricordi ma causano sofferenza, e stralcio ancora questi due versi di pag. 21 .

“ questo silenzio tra i nostri corpi/ il fragile inganno delle mani “

Al poeta non resta che la sconfitta e a comprova di quanto scrivo, trascrivo questa di pag. 93 per intero :

“cammino solitario mentre/ nell’ azzurro del cielo cade/ la sera e si fa notte//
Questa collina è sabbia/ che il vento solleva e disperde// giorni fatti di addii,/ cappotti scuciti e foglie/ fiorite su nuove,/ disabitate lontananze “.

Alla fine della storia l’uomo-poeta avverte tutto il peso della impossibilità a condividere con qualcuno il suo dolore se non con chi lo ha generato sia esso la madre terrena o il Dio in cui egli dimostra di credere, e, come succede spesso agli uomini, alza lo sguardo al Cielo sperando di trovarvi qualche conforto, ma…

“ Nell’ ostinato silenzio di Dio / nel suo sguardo breve/ di madre/ e trova riposo/ ogni mia lontananza//

E’ duro amare dentro una storia finita, scardina ogni sicurezza il ricordo del passato, così ben detto a pag. 65 :

“ Di questa estate ci resta addosso/ la nuda felicità delle gerbere in fiore/ l’andare del vento sui nostri passi,/ le Ave Maria in latino nel chiostro/ di san Miniato// Due rondini volano sui cieli infranti/ dei nostri inutili ritorni./ Firenze è il ricordo di una città che/muore nel sole di agosto //

Ma quel Dio che precedente l’autore aveva definito “ silenzioso “ prepara dentro l’ animo di Pizzolitto la Sua resurrezione, e riporto per intero questi versi della poesia “ Venerdi’ Santo “ ( pag. 51)

E’ un sole che splende/ sulla polvere di strade/bruciate; forte ed eterno è l’amore.// Guardi il vuoto, silenziosa presenza:/ niente cede, niente muore davvero //

Il cammino dell’esilio è stato lungo e dolorosi, i ricordi portano un poco di gioia dentro il cuore, ma il poeta sa dove cercare rifugio e conforto, e volge lo sguardo verso qualcuno che ha sempre sentito presente nella sua vita, concludendo la raccolta con questa poesia a pag. 103 che dà il titolo all’intero lavoro :

Crocevia del cammini

Nello spazio sacro della sera,/
nel volgere a compimento/
di tutte le cose/
scenda ancora su di noi la grazia,/
una dolce benedizione//

a Te giunga il canto/
di questo inquieto esistere,/
a Te giunga il grido/
che non trova pace, ragione//

Anch’io da lettore appassionato, da uomo spesso addolorato per le più diverse ragioni, da persona che si muove lentamente per le vie del mondo e spesso si smarrisce per la strada, non posso che riconosce nei suoi versi una forza espressiva non indifferente, e la mia speranza per lui è che possa trovare la pace e la ragione ove egli pensa di averla riposta.

17-18 febbraio 2020
luigi paraboschi

POESIE TRATTE DA “CROCEVIA DEI CAMMINI” (peQuod, collana Rive, 2022)

Nell’avanzo di parole
su cieli colmi di rabbia,
qui dove piove piano
e rinfresca la sera

cedi al vuoto, al niente,
il dono austero delle labbra.

Nell’ostinato silenzio di Dio,
nel tuo sguardo breve
di madre trova riposo
ogni mia lontananza.

Dalle tue cicatrici

Il nostro è un paese
di pietre e rovine,
qualcosa che somiglia
al distacco lento dei corpi
dopo l’amore,
lo stelo avulso,
spezzato del tempo.

Dalle tue cicatrici
ciò che nasce – ora,
ciò che nasce è solo
inerme, smisurata
bellezza.

Luce lasciata e tersa
dei primi giorni di dicembre,
misericordia del vento sul
tuo viso gentile, tagliato dal freddo.

È l’eco ostinata del vuoto,
è un peso greve sul cuore;
neve che accende e poi placa
l’inciampo della sera.

Andare in pezzi, fiorire un mattino.

Un dolce restare

Tra me e voi giace un’assenza,
una sussurrata lontananza.

L’aria intorno è ferma, pesante.
Nel cielo caldo, nell’afa di agosto.

Il cedere lento all’ebbrezza
dei naufragati, un dolce restare
dentro tutte le cose.

Hai detto

Ritrovarsi a terra, salvi,
qui dove i vetri soffrono
e le tue ciglia tremano appena.

Mi hai preso per mano,
hai detto Vieni, è quasi mattina.

Venerdì Santo

È un sole che splende
sulla polvere di strade
bruciate; forte ed eterno
è l’amore.

Guardi il vuoto,
silenziosa presenza:
niente cede,
niente muore davvero.

Luca Pizzolitto nasce a Torino il 12 febbraio 1980, città dove attualmente vive e lavora come educatore professionale.

Da quasi vent’anni si interessa ed occupa di poesia.

Nel 2008 vince il Premio Arezzo Poesia; nel 2014 si classifica primo al Concorso Letterario Internazionale Città di Moncalieri (“Una disperata tenerezza”, Ladolfi)i.
Nel 2019 vince il Premio Internazionale Città di Latina (“Il tempo fertile della solitudine”, Campanotto).
Nel 2021 è finalista al Premio di Poesia Onesta e Premio Prato Poesia (“La ragione della polvere”, peQuod)

I suoi ultimi libri pubblicati sono: L’allontanarsi delle cose (Ladolfi), Il silenzio necessario (Transeuropa), Dove non sono mai stato (Campanotto), Il tempo fertile della solitudine (Campanotto), Tornando a casa (Puntoacapo).
Con la casa editrice peQuod ha pubblicato, nella collana Rive: La ragione della polvere (2020) e Crocevia dei cammini (2022).

Da fine 2021 dirige la collana di poesia portosepolto, sempre per conto della casa editrice peQuod.

sito: http://www.lucapizzolitto.it
facebook: https://www.facebook.com/pizzolittoluca

Due parole in questo lavoro mi hanno affascinato dall’inizio : si trovano nell’ esergo di apertura ove si legge una citazione del poeta francese Bonnefoy che dice :

“ E l’estraneo, l’esilio, in te, in me, si faccia origine “

Le parole sono : estraneo – esilio, e le ho tenute presenti lungo tutto lo sviluppo della raccolta; lentamente mi hanno aperto uno squarcio dentro i versi di Pizzolitto aiutandomi, spero, a inquadrare meglio la figura di questo poeta che nella sua scrittura dimostra ottime qualità di approfondimento nell’animo suo e, di conseguenza, anche in quello dei lettori armati di buona volontà.

La raccolta parla d’amore. Vorrei però dissipare i luoghi comuni molto diffusi attorno a questo sentimento, perché nel nostro caso ci troviamo di fronte a una forza interiore talmente grande da far sì che l’autore si senta, e ci faccia sentire tutto il peso la sua condizione di esiliato e di estraneo, come leggiamo a pag 35 :

“ Io cammino solo e/ spento nel tramonto// il mio cuore è un ceppo/ di legna secca bruciato/ fino all’ultimo centimetro/ di amore possibile-// “

Il libro ha un andamento che assume la veste della confessione pubblica attorno a una storia d’amore finita, o che sta per finire, e il tutto viene esposto al lettore con estrema brevità ( al massimo otto versi in qualche raro pezzo, ma se ne trovano parecchi di una o due brevi strofe ) che rimanda a certi film di Resnais degli anni ‘59-’60 (“ Hiroshima mon amour“ e “ L’anno scorso a Marienbad “ ) .

Come in quei film, si è talmente ridotta la comunicazione-dialogo dei personaggi da arrivare al punto di fare estinguere la storia dell’amore tra un uomo e una donna per non causare ulteriori sofferenze tra di loro.

Infatti l’autore scrive a pag. 20 :

“ Parole che staccano a morsi/ lembi di pelle, parole su carne viva “

E’ il tormento, la tortura psicologica – che forse traggono origini dal “ non detto” nel rapporto a due- ciò che fa sentire il poeta come tagliato fuori dal vivere, mandato in esilio non per colpa di qualcuno, bensì per una sorta di dannazione dovuta all’esistere ove

“ nessuno verrà a dirti/ ciò che manca “ (pag. 40 ).

L’esilio è tradizionalmente la condizione perenne di distacco dalla terra ove si ha avuto origine, ma per terra si può anche intendere una persona con la quale c’è stato :

“ il cedere lento all’ebbrezza/ dei naufragati, un dolce restare/ dentro tutte le cose “ ( pag. 26 )

e l’esiliato è colui che analizza il suo vivere ancora di pag. 40 :

“ E’ come bere, bere tenendo le labbra/ stette alla bottiglia, bere e avere sempre più sete //.

Quando il dolore per una perdita è molto acuto l’anima del sopravvissuto cerca in continuazione il modo per non sentirsi estranea all’esistenza e pag.12 riporto per intero un testo che lo esprime con chiarezza :

“ La terra divisa e lasciata/ alla cenere, ciò che avanza/alla notte è deriva lenta del cuore:/ quale libertà, mi dici, quale libertà/ è questo nostro stare, inquieti,/ inchiodati// nello spazio senza rumore di un istante ? //Qui sulla riva lontana del fuoco,/ ti seguo con lo sguardo,/ mi cerco ancora .//

Tutto il lavoro di Pizzolitto appare come una tela di pittura astratta costruita passo dopo passo con brevi colpi materici di spatola, come se egli usasse la lingua come il pittore fa con i colori .

Lentamente egli passa l’osservazione del paesaggio a pag. 16:

“ fluisce la vita, irreparabile,/ tra bottiglie lasciate a metà/ e questo cadere di foglie/ nei giorni di ottobre “

ove però la natura ha qui un posto quasi marginale nel suo narrare, sembra un “ pour parler “ che gli serve semplicemente per imbastire il racconto di sé e del suo dolore, a pag.14

“ …….tutto sfugge e trema/ nella città dimenticata, tutto/ si fa memoria austera del vuoto/…….

ed è sempre lui il nucleo centrale attorno a cui si annoda e snoda tutta la storia, pag35 :

“ io cammino solo e spento nel tramonto// il mio cuore è un ceppo/ di legna secca bruciato/ fino all’ultimo centimetro / di un amore impossibile !!

e l’amarezza gli fa scrivere con echi pavesiani a pag. 40

“ Forse il senso della vita è qui/ nel tempo che scorre e non chiede ragione ; forse è l’abbaiare d’un cane alla notte, il ricordo di una giovinezza/ ormai lontana/….

Poi con fatalità aggiunge a pag. 91 :

“ noi andiamo sempre verso un tempo, una stagione che non sappiamo “

e conclude a pag. 102 con questa strofa :

“ Nell’ istante esatto in cui il tuo cuore/ si spezza e capisci che niente ritorna/ niente può mai durare davvero “.

Rimangono soltanto i ricordi ma causano sofferenza, e stralcio ancora questi due versi di pag. 21 .

“ questo silenzio tra i nostri corpi/ il fragile inganno delle mani “

Al poeta non resta che la sconfitta e a comprova di quanto scrivo, trascrivo questa di pag. 93 per intero :

“cammino solitario mentre/ nell’ azzurro del cielo cade/ la sera e si fa notte//
Questa collina è sabbia/ che il vento solleva e disperde// giorni fatti di addii,/ cappotti scuciti e foglie/ fiorite su nuove,/ disabitate lontananze “.

Alla fine della storia l’uomo-poeta avverte tutto il peso della impossibilità a condividere con qualcuno il suo dolore se non con chi lo ha generato sia esso la madre terrena o il Dio in cui egli dimostra di credere, e, come succede spesso agli uomini, alza lo sguardo al Cielo sperando di trovarvi qualche conforto, ma…

“ Nell’ ostinato silenzio di Dio / nel suo sguardo breve/ di madre/ e trova riposo/ ogni mia lontananza//

E’ duro amare dentro una storia finita, scardina ogni sicurezza il ricordo del passato, così ben detto a pag. 65 :

“ Di questa estate ci resta addosso/ la nuda felicità delle gerbere in fiore/ l’andare del vento sui nostri passi,/ le Ave Maria in latino nel chiostro/ di san Miniato// Due rondini volano sui cieli infranti/ dei nostri inutili ritorni./ Firenze è il ricordo di una città che/muore nel sole di agosto //

Ma quel Dio che precedente l’autore aveva definito “ silenzioso “ prepara dentro l’ animo di Pizzolitto la Sua resurrezione, e riporto per intero questi versi della poesia “ Venerdi’ Santo “ ( pag. 51)

E’ un sole che splende/ sulla polvere di strade/bruciate; forte ed eterno è l’amore.// Guardi il vuoto, silenziosa presenza:/ niente cede, niente muore davvero //

Il cammino dell’esilio è stato lungo e dolorosi, i ricordi portano un poco di gioia dentro il cuore, ma il poeta sa dove cercare rifugio e conforto, e volge lo sguardo verso qualcuno che ha sempre sentito presente nella sua vita, concludendo la raccolta con questa poesia a pag. 103 che dà il titolo all’intero lavoro :

Crocevia del cammini

Nello spazio sacro della sera,/
nel volgere a compimento/
di tutte le cose/
scenda ancora su di noi la grazia,/
una dolce benedizione//

a Te giunga il canto/
di questo inquieto esistere,/
a Te giunga il grido/
che non trova pace, ragione//

Anch’io da lettore appassionato, da uomo spesso addolorato per le più diverse ragioni, da persona che si muove lentamente per le vie del mondo e spesso si smarrisce per la strada, non posso che riconosce nei suoi versi una forza espressiva non indifferente, e la mia speranza per lui è che possa trovare la pace e la ragione ove egli pensa di averla riposta.

17-18 febbraio 2020
luigi paraboschi

POESIE TRATTE DA “CROCEVIA DEI CAMMINI” (peQuod, collana Rive, 2022)

                            

Nell’avanzo di parole
su cieli colmi di rabbia,
qui dove piove piano
e rinfresca la sera

cedi al vuoto, al niente,
il dono austero delle labbra.

Nell’ostinato silenzio di Dio,
nel tuo sguardo breve
di madre trova riposo
ogni mia lontananza.

Dalle tue cicatrici

Il nostro è un paese
di pietre e rovine,
qualcosa che somiglia
al distacco lento dei corpi
dopo l’amore,
lo stelo avulso,
spezzato del tempo.

Dalle tue cicatrici
ciò che nasce – ora,
ciò che nasce è solo
inerme, smisurata
bellezza.

Luce lasciata e tersa
dei primi giorni di dicembre,
misericordia del vento sul
tuo viso gentile, tagliato dal freddo.

È l’eco ostinata del vuoto,
è un peso greve sul cuore;
neve che accende e poi placa
l’inciampo della sera.

Andare in pezzi, fiorire un mattino.

Un dolce restare

Tra me e voi giace un’assenza,
una sussurrata lontananza.

L’aria intorno è ferma, pesante.
Nel cielo caldo, nell’afa di agosto.

Il cedere lento all’ebbrezza
dei naufragati, un dolce restare
dentro tutte le cose.

                       

                   

Hai detto

Ritrovarsi a terra, salvi,
qui dove i vetri soffrono
e le tue ciglia tremano appena.

Mi hai preso per mano,
hai detto Vieni, è quasi mattina.

                    

                   

Venerdì Santo

È un sole che splende
sulla polvere di strade
bruciate; forte ed eterno
è l’amore.

Guardi il vuoto,
silenziosa presenza:
niente cede,
niente muore davvero.

Luca Pizzolitto nasce a Torino il 12 febbraio 1980, città dove attualmente vive e lavora come educatore professionale.

Da quasi vent’anni si interessa ed occupa di poesia.

Nel 2008 vince il Premio Arezzo Poesia; nel 2014 si classifica primo al Concorso Letterario Internazionale Città di Moncalieri (“Una disperata tenerezza”, Ladolfi)i.
Nel 2019 vince il Premio Internazionale Città di Latina (“Il tempo fertile della solitudine”, Campanotto).
Nel 2021 è finalista al Premio di Poesia Onesta e Premio Prato Poesia (“La ragione della polvere”, peQuod)

I suoi ultimi libri pubblicati sono: L’allontanarsi delle cose (Ladolfi), Il silenzio necessario (Transeuropa), Dove non sono mai stato (Campanotto), Il tempo fertile della solitudine (Campanotto), Tornando a casa (Puntoacapo).
Con la casa editrice peQuod ha pubblicato, nella collana Rive: La ragione della polvere (2020) e Crocevia dei cammini (2022).

Da fine 2021 dirige la collana di poesia portosepolto, sempre per conto della casa editrice peQuod.

sito: http://www.lucapizzolitto.it
facebook: https://www.facebook.com/pizzolittoluca

Elia Belculfinè

14 marzo 2022

Elia Belculfinè – La rosa rosa  – Ed. Rp.libri 2020

(Recensione a cura di M. Carmen Lama)

 

La rosa è materia privilegiata del canto dei poeti per la sua particolare bellezza, il morbido profumo, la forma dei petali sovrapposti che agiscono in funzione della trasformazione lenta e delicata dal bocciolo alla rosa matura, aperta allo sguardo di chi la ama e in qualche modo anche conturbante.

E poi ci sono i molti colori, compresi quelli artificialmente prodotti, che esprimono significati particolari, tutti riferiti a sentimenti di amore e di amicizia.

È forse per tutte queste qualità, ma anche per la simbologia di cui è stata investita, che la rosa è diventata un oggetto poetico tanto altamente considerato.

Simbologia chiaramente sottolineata da Dan Brown nel suo Codice da Vinci, in alternativa alla mela del mito del paradiso terrestre o alla mela d’oro del mito del giardino delle Esperidi da cui tante conseguenze sono scaturite, secondo l’ispirazione di Omero trasposta nell’Iliade.

 

Un poeta che di recente ha preso a simbolo del suo canto una rosa, e nello specifico una rosa rosa, è Elia Belculfinè, con la sua ultima silloge, edita da Rp.libri nel dicembre 2020, dal suggestivo titolo “La rosa rosa”.

In molte poesie del libro la rosa ha parte in causa in vari modi e contesti.

Il  colore rosa sta a ricordare, in generale, un sentimento di affetto che si declina in amicizia, amore puro, innocente, o anche ammirazione e con l’aggiunta di un apprezzamento della raffinatezza ed eleganza attribuite alla persona alla quale le rose rosa sono dedicate.

 

Non so se consapevolmente e in quale misura il poeta Elia abbia scelto questa specifica rosa per voler significare i sentimenti sopra accennati, o almeno alcuni di essi; basti tuttavia essere certi che sia  riuscito a trasferire, nel suo modo peculiare e originale di poetare, questi sentimenti in diverse poesie della silloge.

Ne darà conferma una lettura attenta e partecipe, che sia in grado di andare oltre la superficie delle parole e dei versi e di estrarne il senso profondo che il poeta ha voluto comunicare.

 

La silloge comprende quattro sezioni, la seconda delle quali suddivisa a sua volta in due parti.

Nella prima sezione, Operando nel fuoco, il poeta sembra mettere in scena un paradigma elementare (elementare perché ancestrale!) dove il fuoco emerge, in ultima analisi, nelle sue connotazioni purificatrici, non senza essergli debitori della sofferenza prodotta dalle bruciature per aver osato avvicinarglisi troppo fin quasi a toccarlo.

Il fuoco a cui Elia allude è il fuoco vivo che tormenta il poeta producendo in lui gli spasmi del creare, del fare artistico, dell’essere investito della necessità interiore di scrivere per riuscire a venire fuori, anche se solo momentaneamente, dal dolore, dalla sofferenza, vissuti come DNA dell’anima, cioè come qualcosa che è intrinsecamente connaturato all’essere poeta.

 

È questo un atteggiamento tipico del poeta Elia che, anche in altre poesie edite o inedite, a cominciare dalle sue prime poesie, non manca occasione per sottolineare quanto “il poeta” debba soffrire (perfino le sue stimmate…) prima di potersi considerare tale.

Ritengo sia molto pregevole il fatto che ancora lo ribadisca, anche se in altri modi, forse più “scottanti” perché più consapevoli, in quanto si evidenzia un dato importante: il poeta più maturo non smentisce affatto le sue prime esperienze poetiche, anzi sempre più le rafforza rielaborandole.

A un attento e partecipe lettore, che abbia un minimo di familiarità con il lessico poetico di Elia, non può sfuggire il senso di questo ritornare sul tema del lavoro “sofferto” del poeta. Era già molto chiaro al giovane Elia, ed egli sa che mai potrà liberarsi di questo tormento creativo.

Scrivendone sembra volerlo alleviare.

Ma le sue parole toccano il culmine, quando scrive, ad esempio, in chiusura della sezione che stiamo analizzando: “Uomo scorticato dai graffi dei tuoi artigli / (Scrivi, ti perdi, o sei paziente, simbiosi e fiamma) / Che più di tutti hai patito il solfeggio della carne”.

 

In questa sezione le poesie si servono dei “correlativi oggettivi” (di eliotiana memoria) che all’apparenza mettono insieme immagini lontane, ma tutte sono finalizzate a rendere l’atmosfera di accanita e instancabile ricerca del poeta, che tenta di affinare le parole rendendole taglienti, urticanti, in linea con le fiamme del fuoco sacro..!

 

Le due parti della seconda sezione, Le allegrie del vino, hanno rispettivamente il sottotitolo I passati e I passanti.

Nella prima, cinque poesie dense di calore, sono dedicate a persone che sono passate per l’esistenza e con le quali il poeta intrattiene un dialogo che forse non era mai venuto meno, neanche dopo la loro scomparsa, e che qui tende a fissare il rapporto di reciproca benevolenza, ricordando (di ognuna) dei tratti caratteristici riferiti al loro modo di essere o di fare.

I versi sono incalzanti, come se il poeta attendesse da ogni destinatario dei suoi versi una risposta, un messaggio.

 

Nella mia immaginazione, è come se il poeta volesse prendere forza dalla loro morte, ed è esemplare il fatto che “Al limite di fiamma, non vi è fuoco che intacchi/ il cuore dei poeti”, e anche questo: che “I morti non muoiono mai, sempredesti filari e vortici”, e anche questo: “Dove vanno i morti, con gerle / di fuochi sulla collina?” […] “Accolgono i poeti…”

E come per i morti il poeta prega “l’amore gentile che si fa la pietra col vento” così si può intuire il suo desiderio di essere ad essi accomunato nel suo destino: che il fuoco non intacchi il suo cuore, che il poeta non muoia mai e che sia a sua volta amato.

Anche in queste poesie le parole fanno le immagini e le immagini rafforzano le parole e creano atmosfere alle quali non si resta affatto indifferenti, perché coinvolgono, chiamano in causa anche il lettore.

 

Nella seconda parte, ancora cinque poesie, questa volta dedicate ai passanti. Ma chi sono i passanti? Sono vaghe figure metaforiche che, attraverso passaggi inaspettati e accostamenti audaci di parole, simboleggiano ancora la Poesia: “Maestra che cuce le vele per i pirati” […] “Ma ciò in cui non vuole / infilare l’ago è la sua lingua lacerata / dall’infamia del suo canto, / che in realtà è un cicaleccio nella grondaia” – quest’ultimo verso a voler intendere l’insoddisfazione del poeta, come se l’esito del suo affannoso cercare fosse un semplice “cicaleccio”.. – e così di seguito, nelle altre poesie, dei versi rivelatori: lo “Sgranaossi”, gli “ofidi colloquiali”, “Tu giungi alla riva della coscienza […] dove i poeti guardano a oriente, coi battiti nelle sillabe..”, “Ermete sul trono / che canta ai poeti la sua tristezza”.

 

Il poeta è inchiodato nella sua funzione e la esplica prendendo a prestito dalla vita quelle visioni che circolarmente lo riportano al suo mondo, alla sua ispirazione creativa, al suo meticoloso lavoro nel quale, in definitiva, non è ancora arrivato se non quasi al punto di partenza.

 

La sezione che porta lo stesso titolo del libro, La rosa rosa, si articola in poesie in cui le rose fanno da sfondo all’azione del poeta, alle sue riflessioni sul destino dei morti, sulla loro vita notturna, sul loro rapporto con i loro morti e sull’essere morti, talvolta, anche dei vivi, o sul credere che “l’amore possa vincere sulla morte / eternamente”, o sul chiedersi se non ci sarà fine per i tormenti dei poeti, (“il peso del verso, con la stessa zavorra delle ombre”), per finire con “Un solo pulsante teorema: la fiamma cantare, / il drappo spregiudicato del tuo dramma / nella singola battuta” […] “Nulla resta, che nulla ci ostacola / agli eterni palpiti dell’usignolo” (qui, un velato omaggio all’usignolo di Keats?). E ancora: “Rifiuta la luce, sovente, la stella dei poeti”.

E nell’ultima poesia Elia codifica la dannazione dei poeti e il “temere per il seggio della mia eternità. Sono / o non sono nella schiera dei poeti?” – esponendosi in prima persona.

Ecco fin dove può giungere il tormento! A intaccare continuamente l’identità stessa del poeta.

 

La silloge si chiude con un bellissimo omaggio a una poetessa di grande talento creativo ed espressivo, con la quale il poeta Elia condivide un sentire che va oltre ogni umana troppo umana comprensione. Entrambi si pongono, infatti, a un livello poetico che è di pochi eletti. 

Cristina Bove è la fortunata destinataria delle ultime poesie della sezione I registri di Marcel. (Elia = Marcelin altra dimensione…!)

 

La prima delle poesie a lei dedicate è una bellissima dichiarazione d’amore, tanto forte e solido è il legame non solo poetico ma anche umano fra i due poeti, come da figlio a madre.

La seconda, un formidabile manifesto poetico, artisticamente perfetto, (già da me analizzato in altra sede) che insiste sulla necessità della ricerca continua del poeta. Scritta molti anni fa, denota l’estrema chiarezza di idee in proposito, già nel giovane poeta..

Tra le restanti poesie vorrei segnalare in particolare la penultima, “Le tue parole alle mie mani..” nella quale Elia si rivolge a Cristina elogiando le sue parole perché gli  “aprono strade di canzoni” e la interpella in modo diretto identificandola come “Anima, ginepro di partitura: musica / sorgiva alle tue dita, maestra…

Ecco, il riconoscimento a Cristina non è solo di essere vera poetessa, ma di più… maestra!

Lo scambio fra poeti è senza dubbio fonte di arricchimento reciproco, ma qui Elia si fa un po’ da parte per lasciare più spazio alla sua amica.

Si percepisce un atteggiamento di umiltà di fronte a una poetessa la cui esperienza creativa poliedrica può lasciare a volte interdetti per la semplicità con cui esprime concetti profondi, avvalendosi non solo dei propri vissuti ma anche delle sue ampie conoscenze in molti campi del sapere.

Ma, giunti al termine della lettura de’ La rosa rosa, non si può che essere certi che Elia non è da meno, e che quindi in questa ultima sezione del libro vi è un dialogo fra “grandi poeti”.

 

La consapevolezza che il nostro ancor giovane Elia dimostra riguardo al suo status di poeta e alle difficoltà che questo lavoro comporta è evidenziata in molti modi, con immagini e metafore molto incisive.

Sembra quasi che egli risieda su un sottile crinale delle parole, perennemente in precario equilibrio e debba trovare il modo di non precipitare. E nei continui e necessari assestamenti sia costretto a correre sempre il rischio, perché sa che ne vale la pena. Pertanto le sue azioni sentono vivamente la fatica, ed è solo quando il canto lo sostiene che riesce a trovare un po’ di sollievo dalla sua sofferenza del vivere in quelle condizioni di fragilità e dalla sua sofferta solitudine. È come essere costantemente in prova, e a ogni prova successiva si alzi il livello ed è come ricominciare.

 

Ma il poeta qui prende a prestito dalle rose la bellezza, la raffinatezza e l’eleganza, anche se connotate da effimera fragilità, e tutte queste qualità trasferisce nel suo stile, offrendo a chi legge una sorta di magia, e se stesso come uno dei sortilegi cui fa cenno,  perché l’alchimia delle sue parole è un dato di fatto che si manifesta come “invenzione del proprio linguaggio poetico”.

Nella lucida sintesi introduttiva di Antonio Bux questo linguaggio viene inteso come musica per “una litania senza fine e preternaturale” dove le parole “anche chiariscono quanto sia dolce sentirsi condannati, e forse anche folli, nel destino di diventare cenere”…

Come le rose, e tuttavia con la certezza di essere stati portatori di amore nel senso bidirezionale di dare e ricevere: il poeta ama le cose che canta ed è amato per il suo canto.

 

 (13 febbraio 2022)

 

Dalla sezione Operando nel fuoco

 

Recrudescenza, nella luna, del tuo male.

Alta sul pioppeto umilia,

gettandosi sulle rotaie, un usignolo dentro i versi.

L’eternità ha il furioso dulcamaro delle olanzapine,

col tuo segreto sfigurato, sorella…

Il giorno è d’autunno, un secolo fa.

Mai vedesti ridere tua madre.

Il suicidio delicato del rabdomante –

Leggervi dolore è un’oscenità comune.

Isolarti al fondo, fra le stelle d’acquitrino.

I poeti sono aria. Non versi? Sei tu a dirlo…

Strappato all’orologio l’orpello della meta.

Corollario, cerca il piatto d’ombre, il sangue col rame.

Sia, fitto di agrumeti, Città Radiante, il sole.

Concrezioni di labbra.

Rime nella notte, mai baciate.

 

Dalla sezione Le allegrie del vino

 

La maestra è una sarta magistrale.

Cuce le vele per i pirati.

E i vestiti alle bambole del vicinato

Coi panni da lavoro del marito

a cui non imbastisce un abito o intavola il piatto.

Quando ha finito si beve un vermut

tra amiche. E se ne va al cinema

con le sue miserie.

Ma ciò in cui non vuole

infilare l’ago è la sua lingua lacerata

dall’infamia del suo canto,

che in realtà è un cicaleccio nella grondaia.

 

Dalla sezione La rosa rosa

 

Smagrita, viva. Ti perdi nelle luci,

ulivo, come sfregiato pianto.

Si agitano i poeti, hanno croci,

sì. I poeti della Pasqua, nel torpore di voci

con rose di sutura sulla bocca. Nella calura d’amianto…

Rosa rosae

Rose rosa. Sulle spoglie della notte, i poeti

affondano nella pietraia fino ai denti.

Ma raccolgono il vino cercatore. Le ulne

al viso, si dannano: l’amore canta lemme lemme

le idiopatie latenti – filigrana scarna – alle culle

affannando. Nessuna fine i loro tormenti? Cara M,

il peso del verso, con la stessa zavorra delle ombre.

 

 

Dalla sezione I registri di Marcel

 

Se non confidassi in te, Signore,

e nel desiderio che tu sia al di sopra

di ogni poeta, il mio canto sarebbe

una nota fissa. Nella carne aperta della tua voce

si ravviva il suono degli uomini.

Dolce creatura, quale musa domani

ci tremerà nel seno! Ma un canto

di solo delirio inaridisce presto negli occhi

il rinforzo di voce alla tua sete.

Se il verso è un campo da arare,

se ogni sillaba è semenza faticosa, credi…

Vedrai spuntare in ogni sguardo

il cereale smagliante della tua parola.


Mi chiamo Elia Belculfinè. Sono nato a Caserta il 29 settembre di qualche anno fa. Scrivo poesie da prima di quella data (mi pare altissimo dirlo, ma non mi prendo molto sul serio, a dire il vero).
Abito a Caserta con la mia compagna.
Elia

il blog di Elia Belculfinè

Francesca Del Moro

7 marzo 2022

9791280139306_0_424_0_75

EX MADRE di Francesca Del Moro, edizioni Arcipelago itaca 2022

Recensione di Luigi Paraboschi

C’è una poesia nel libro con la quale vorrei iniziare questo scritto per condividere con chi legge quanto sia greve il peso che chi perde un figlio è costretto a portarsi appresso, e si trova alla pagina 17:

Ho stretto l’urna contro il ventre,

pesava pressappoco come allora.

Un figlio lo contieni sempre

 

Tentiamo di sentire anche noi cosa prova una donna in gravidanza, facciamoci raccontare cosa significhi quel lo contieni, quanto e come siano grevi e grandi le speranze riguardo al futuro di chi sta nascendo, quali siano le ansie che percorrono le madri in attesa, e domandiamoci quanto sia straziante per l’autrice di questi versi il dover dare inizio a un eterno cammino di sofferenza il cui termine – colei che ha stretto le sue ceneri dentro un’urna – non riesce a immaginare.

Dentro quell’urna è raccolta la somma della breve vita di un giovane, e cerchiamo di immaginare quanto sia stato lacerante scrivere i versi a pagina 32:

e con terrore penso

che lui ha cancellato

le sue braccia, il petto,

il viso, il sorriso

che tutto illuminava

e i suoi occhi di miele.

 

Lui ha cancellato tutto di sé, si è annientato, ha voluto scomparire portandosi   via il segreto che lo ha condotto alla decisione estrema, e troviamo questi versi doloranti a pagina 49:

È troppo grande

l’amore a volte,

l’amore è insopportabile.

 

Quante volte sia in gioventù sia più in là negli anni abbiamo scoperto, o meglio pensato, che la sofferenza per un amore perso sia insopportabile, ma questa descritta lacera le carni di chi ha portato avanti una gravidanza il cui frutto si è annientato in un istante, e di ciò leggiamo a pagina 31:

Mi sono picchiata,

ho percosso le tempie

coi palmi delle mani,

premuto i pugni

sugli zigomi, sbattuto

la fronte alla parete.

 

Dal cuore straziato nasce la rabbia, il grido disperato di colei che non sa né può capire le ragioni di un atto folle e urla la sua disperazione a pagina 39:

Se potesse sapere

che non lo perdono.

 

Ma il cammino della comune quotidianità ci impone le regole alle quali dobbiamo sottostare, anche se con il dolore dentro come leggiamo a pagina 35:

e io avrò imparato

a portare con disinvoltura

il mio sguardo opaco

e il terrore dentro.

 

Di fronte alla constatazione che l’evidenza non può essere cambiata (pag. 94),

E ritorna la voce:

mio figlio è morto

morto

la parola che nessuno

osò dire quel giorno

morto

signora, suo figlio

non ha avuto un malore

morto

lo so, come lo ha fatto?

morto

è come un rintocco

morto

morto

morto.

sorge l’interrogativo su quanto non si è fatto per evitare che ciò avvenisse, nascono le domande sul chi e sul perché, e la madre si autoaccusa (pag. 18),

E non ho visto la nera, lunga

notte in cui si incamminava.

arrivando, a pagina 38, anche al punto di desiderare di cancellare la propria esistenza, augurandosi in tal modo un incontro impossibile:

Se fossi certa

di ritrovarlo al di là

di questo ruvido grigio

dove esercito l’occhio

a cadere nel precipizio

tra i passi consueti

sceglierei un piano alto

e gli correrei incontro

con la stessa felicità

con cui lo riabbracciavo

alla fine di ogni giorno.

Attorno a chi si vede costretto a subire una tragedia di questa portata si crea spontaneamente una sorta di cordone protettivo e di aiuto che amici e familiari cercano di erigere, scagionando la madre da ogni ipotetica colpa o dimenticanza. Leggiamo a pagina 92 questi versi:

Non è colpa tua,

si affrettano a dire

la polizia, i medici,

gli amici, i familiari,

rispondono alla domanda

che non fai, la generosa

negazione cade,

solo l’accusa rimane,

solo l’accusa

feroce a risuonare

 

Ma la madre è costretta a constatare che, malgrado la generosità di cuore, la bontà e l’amore dei presenti che dicono e insistono a pagina 21:

non è colpa vostra, mi raccomando,

ricordate, non è colpa vostra

 

non è possibile ignorare che la devastazione interiore finisce con il coinvolgere ognuno dei più cari (pag. 45):

E ho pensato a mia madre

che piangeva in questura

col fascicolo in mano

e a quel giorno che ha detto:

non sono più nonna.

L’amarezza della scoperta dell’ineluttabilità continua della vita (pag. 20) che prosegue il suo corso, talvolta nostro malgrado,

Il fiotto di sangue che scende

improvvisamente

davanti al figlio morto

mi ricorda che tecnicamente

potrei ancora dare alla luce

un altro infelice.

 

si misura in certe occasioni con lo scherno che pare uscire dalle risposte dovute alle domande attorno al censimento (pag. 106):

Numero di figli: zero.

L’innocente ferocia

di un banale questionario.

L’amore mio immenso.

Zero.

 

Non soltanto la burocrazia quotidiana è indifferente ai nostri dolori ma anche la natura lo è, niente di noi le appartiene, la vita si svolge sotto l’occhio immutabile di un sole che accompagna i nostri gesti e i movimenti, come leggiamo a pagina 19:

Il sole di luglio irridente

splendeva sull’ultimo tratto di strada.

L’aria era innaturalmente ferma

come il corpo di mio figlio nella casa.

 

e ancora a pagina 22:

A picco come il sole

precipita il suo sorriso

su me che mi ripiego

seduta su un gradino.

 

La vita continua a svolgersi anche dentro la voragine che si è aperta in chi soffre. Si legge a pagina 37:

Il buco del 5 luglio

ha inghiottito tutto

in un giorno infinito

di luna piena

e sole a picco.

 

e a pagina 69:

Sopra di noi, la luna

ha quasi ricomposto

il suo occhio sgranato

di quel giorno.

 

Ma il pensiero distrugge ogni consolazione, e la donna riflette sconsolata a pagina 27:

… e ho pensato

che le sue mani non ci sono più

e non terranno più la forchetta,

non potranno più toccare, stringere,

non potranno accarezzare.

 

È una tragedia nella quale si fatica a intravvedere una pausa, c’è la realtà con la sua disumanità e la constatazione che l’uomo di fronte alla fine è soggetto alla corruzione fisica, quasi alla mercificazione commerciale come leggiamo a pagina 26:

È stato messo a scaffale

un barattolo col suo nome

e il logo delle pompe funebri.

Sulle prime sembrava

una merce qualunque.

 

Non c’è consolazione possibile, non c’è speranza oltre la morte (pag. 43):

Alto nel cielo nero

di fianco al portone,

ogni mattina

un occhio di stella

solitario mi sorveglia.

Ora sarebbe facile

cedere alla debolezza

di immaginare su di me

uno sguardo pentito,

una dolcezza d’angelo.

 

e il cielo è chiuso sopra il dolore (pag. 52):

Con il viso contorto

rivolto verso il cielo

a un dio che mi colpisce

più forte ogni secondo.

 

Ma il fluire del tempo è inevitabile, si deve tornare alle occupazioni quotidiane e in parte ci si allontana un po’ dal tormento del pensiero (pag. 56):

Con una lacrima sul naso

camminando soppeso

le ragioni per morire.

 

Poi entro, premo un tasto,

mi accendo

come qualsiasi congegno,

combacio con la sedia,

mi inserisco come un cavo,

faccio clic e sto meglio,

funziono fino a sera.

*

Occorre rimettere un poco di ordine dentro il proprio vivere andando alla ricerca del vissuto di colui che non c’è più, quasi allo scopo di volerlo riportare in vita (pag. 67):

Recuperare i ricordi buoni,

raccogliere tutte le foto

– alcune metterle in cornice –

portare i fiori al cimitero,

fare le cose che facevo prima,

aspettare di morire.

e si cerca un poco di consolazione nel tornare al cimitero, nel lucidare il marmo della tomba, nell’accarezzare una fotografia (pag. 68):

Non c’è un’ombra di polvere ma io

continuo a lucidare il marmo,

passo e ripasso con il dito il panno

in ogni numero, ogni lettera d’oro

del tuo nome, col pretesto

di pulirti il viso lo accarezzo

mi illudo che ti arrivi amore,

ancora.

 

La macchina che ci portiamo dietro, il nostro corpo, non può essere soffocata dal dolore. I meccanismi di difesa che possediamo si possono rimettere in moto anche contro la nostra volontà di sopravvivenza, e riemerge in parte la fisicità dei sensi a pagina 51:

Adesso, dicono, non si può fare altro:

solo tenere la macchina in funzione.

La macchina ha fatto una cosa strana,

dato il suo stato: ha provato una passione.

Anche il medico è rimasto sconcertato,

la vita come al solito ne ha riso

e ha riaffondato il colpo dove sa.

Il dolore non scompare, è soltanto assopito. In tal modo ci si può anche illudere che l’emozione del desiderio fisico possa venirci incontro per lenire la sofferenza, ma ben presto tutto torna sotto la luce della memoria. Si legge a pagina 111:

 

Il fondo rosso

di Porto nel bicchiere,

ripenso al sangue

tra le labbra di mio figlio

edema polmonare massivo

si leggeva sul referto

edema polmonare massivo

ripeto nella mente

mentre saliamo in camera

per fare l’amore

mi sforzo di non piangere.

 

È stato un viaggio assai doloroso non solo per lei che lo ha vissuto e lo vive tuttora, ma anche per chi ha letto tutti i testi di questo lavoro. Non è solo questo l’aspetto sul quale vorrei attirare un po’ di attenzione. C’è anche da mettere in evidenza la capacità di Francesca di analizzare il dolore, anche quello altrui, come ha sempre fatto in altri lavori precedenti. In questo caso lei si è messa a nudo di fronte al lettore, quasi invocando un abbraccio di condivisione.

Luigi Paraboschi

 

Guglielmo Aprile

27 febbraio 2022

Sinfonia del Mare

*

Guglielmo Aprile poesie da SINFONIA DEL MAREIl Convivio Ed. 2021

*

Origliando alle porte del mare

Mi parlarono le onde

Risuonano tra le onde eco disperse
di altre voci, di uomini
uragani e naufragi
anche se per la distanza smorzato
si prolunga nel rantolo
della risacca che cresce dal largo
e che parla alla spiaggia, e le confessa
il remoto martirio di qualcuno
vissuti in altre età, boati e gemiti
di Atlantidi dimenticate, il rombo
di che si annegò, e di cui si ignora il nome;
e brandelli riemergono
di rotoli e di codici, in un vortice
di spume, avvolti dalle alghe, cocci
alla rinfusa, formule sbiadite
da acqua e sale, di rune e di saghe,
e tavole ma infrante tra gli scogli
e pagine di silice ma in pezzi
con sopra incise e quasi cancellate
le prime leggi e stralci del racconto
di come ebbe origine il mondo;
e sull’acqua prendono forma a volte
i tratti di quello che sembra un volto.
Mare, di fronte a te, sulle tue sponde
a lungo siedo, da solo, in ascolto.

*

Porta sul mare

Sull’orizzonte una porta si erge
semichiusa, ma quasi mai visibile
dalla spiaggia, se non nelle mattine
rare in cui l’aria è limpida;

le onde la corteggiano e la assediano,
ma tutte s’infrangono contro
la sua sfinge d’ardesia
che non parla, che sta di guardia al largo;

e neppure i gabbiani l’hanno mai
varcata, e ogni chiglia, si narra,
sia inghiottita dai vortici
se nelle sue prossimità osi spingersi.

L’occhio nella sua direzione scruta,
vuote ampiezze misura; ma non viola
il suo silenzio cieco, il chiavistello
che ogni esistenza reclude nel tempo.

*

Bardo schiumante

Rapsodia marina

Le galassie raccontano
alle conchiglie il proprio lungo viaggio;
e lui, il mare, raccoglie e poi disperde
l’eco di quella lunga confessione:

dissipa sillabe d’alghe e di schizzi
sopra la pergamena delle spiagge,
senza posa versifica
perduti amori e la storia del mondo

e quella del gigante senza nome
che espia una certa colpa
da quando in tufo si mutò il suo corpo,
in sbraccianti scogliere;

mare, ossesso in catene
che sbraita e strepita, voce straniera
che innalza la propria preghiera
e le distanze scavalca e le ere.

*

Delle voci del mondo unica eco

Parla tutte le lingue
ma ciò che dice resta incomprensibile,
e fonde tutte le voci del mondo
in una sola, la sua, che non varia;

forse conserva nel suo oscuro idioma
l’eco di ogni parola che confessa
ognuno alla propria ombra quando è solo:
mare, conchiglia del cuore dell’uomo.

*

Cembali della Ionia

Oracolo marino

La baia abbagliata risuona
di vaticini eoli,
emergono sillabe delfiche
dalle acque e dal loro
lungo sonno apparente,
lo scirocco la interroga
e in pallidi oracoli parla
la palma, assorti i colli
si chinano in ascolto
dell’eco di una qualche
più antica e ampia
e sovrumana pace;
l’aedo nascosto nel fitto
frusciante dei ginepri
annuncia che uno solo
è il fuoco ma innumerevoli
ha in ogni filo d’erba
le sue lingue, e riverbera
nel bulbo della rosa
come nel cuore della nebulosa.

*

Sulla spiaggia di Efeso

A miriadi le onde si frantumano
ma di uno stesso specchio sono schegge
e obbedisce ciascuna
a una comune legge,

ciascuna dell’umido rogo
umile raggio
e tremula scintilla,

ciascuna del libro del Logos
una fra tante pagine
o soltanto una sillaba.*

*

Fuoco che di se stesso si nutre

Nelle insonni fucine

Fabbro insonne del tempo
e della creazione, alacre il mare
lavora da quando nacque a plasmare
le coste e i loro profili volubili,

scava e tornisce e smussa
la creta di falesie e continenti
in fantasmagorie, in assurdi abbozzi
di aberranti idoli, d’erme barbariche

e poi abbatte quanto le sue mani
enormi di magma e spuma innalzarono
ma ricomincia daccapo, mai domo,

prosegue la sua infaticabile opera
perpetuamente provvisoria e in fieri
e che fine non avrà mai.

*
Il mare è una carezza

Battesimo

La baia, con il suo profilo curvo,
scava una culla
sospesa tra nuvole ed onde:
nel suo profondo grembo
io mi corico, e piano
disteso su di un fianco, prendo sonno
su questa spiaggia, embrione
delle galassie, e il mio corpo consegno
alla sabbia, alla sua carezza calda
che mi battezza a una seconda nascita
più vera e pura; mi fa oggi il mare,
non di carne, da madre.

*
Mare solo maestro

“Ama celarsi, parla per enigmi…”

Metamorfico mare, ha molte maschere
ma una sola anima: suo è il dono
di mutare, di assumere

qualunque profilo, a capriccio,
quando l’onda disegna sulla riva
ora un cavallo, o un’idra, o una fanciulla,

ma sempre confonde i suoi esegeti
e dei loro pronostici si beffa,
e il suo vero volto non mostra

a chi si affacci sul suo specchio; mare,
a ogni nostro bussare il tuo silenzio
è la sola risposta.

*

L’azzurro rotolo della sapienza

Quanto per te è dio, per me è il mare;
è il gelsomino che soffoca quasi
chi il suo alito esali, tanto è dolce,
ed è il fabbro operoso delle ere
che lascia su costoni e rupi traccia
della sua mano d’acque e venti e lave,
è il fremito che percorre il fogliame
ed è il boato che stacca le frane,
il ronzio in mezzo agli steli dell’ape
e l’eco montante delle risacche,
la chiocciola che su un tronco o su un muro
impercettibile all’occhio risale,
la lunghissima marcia dei ghiacciai
che il calcare scavò con la sua unghia
tracciando corridoi, gole dai fianchi
a precipizio invase poi dai laghi,
le piste che i capodogli tramandano
alla ricerca di plancton ogni anno
sulle mappe delle correnti oceaniche,
le orbite che gli infuocati globi
attraverso distanze buie battono;
è come una colorata voragine
che sul proprio orlo srotola una danza
di corpi che un solo brivido infiamma,
è quel trasalimento dello sguardo
che allo scoccare del fulmine segue
o quando spiega il suo incendio il tramonto
e allestisce la sua coreografia
fastosa drappeggiando con le nuvole
vascelli in fiamme; è la prima fonte
di meraviglia e di angoscia di fronte
ad ogni epifania dell’esistenza,
è la terribile magnificenza
che non si sa come chiamare, e a cui
tu dai nome di dio, io di mare.

***

Guglielmo AprileGuglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive a Verona. È stato autore di alcune pubblicazioni di poesia (“Il dio che vaga col vento”, 2008; “Primavera indomabile danza”, 2013; “L’assedio di Famagosta”, 2015; “Il talento dell’equilibrista, 2018; “Elleboro”, 2019; “Farsi amica la notte”, 2020) e di studi critici sulla poesia del Novecento e su alcuni classici della tradizione letteraria italiana.

Stefano Vitale

18 febbraio 2022

Si resta sempre altrove - Stefano Vitale

Stefano Vitale «tra il Tutto e il Niente»

Ritornare all’inizio della vita, con l’ultimo paragrafo del libro: la figura del padre. Il Piccolo requiem gli dice addio, fermando in istantanee toccanti le ultime battute della sua esistenza, faticose, tormentate, in un corpo consunto e ormai in procinto di venire meno. Sono pagine amare e coinvolgenti che però non scaturiscono unicamente dalla drammatica, fatale occasione, ma da un più profondo osservare l’esistenza in tutta la sua complessa dialettica fra esistere e scomparire, essere qui e contemporaneamente già un po’ «altrove». Tornando, infatti, all’inizio della raccolta leggiamo:

Segar via i rami secchi
d’una benjamina morente
è gesto necessario
un dolore innocente
sul finire del giorno.

Ma dall’estrema ferita
scorre un lattice scuro
che trattiene la mano
col suo morso colloso
la corteccia si sfalda:

è la vita che urla.

E ancora prima (al secondo movimento di Luce rubata):

Nasce la parola
nel dialogo coi morti
interrogare ostinato
di chi è vicino assente
e tocca al coraggio della paura
graffiare la tavola bianca

con parole pazienti
ragno in bilico sul filo d’una vena.

La vita splende, per poi urlare nel momento della fine (un urlo metaforico, che può esprimersi anche nelle forme ridotte, costrette alla sordina, di un’esistenza allo stremo), e la parola che paziente la ricostruisce nello strenuo esercizio della poesia.

La Natura non sta ferma

sempre muta si trasforma
ombra che si disfa in altra ombra,
luce che s’innerva in nuova luce.

Nella perpetua mobilità della Natura passa anche quel minuscolo, individuale agglomerato di cellule e sogni che è l’io, destinato a sorprendersi del proprio stesso esistere quando i suoi sensi lo rivelano alla coscienza, per un occasionale riflesso (cfr. anche Mi guardo nello specchio, e Trapasso, VIII.):

Miracolo della vita

è la percezione di sé
di colpo riflesso
nella vetrina d’un bar la mattina
perché ti sei visto e sentito
a te stesso sorpreso
nell’istante presente ora svanito
oltre il flusso arrogante del tempo
anche se, lo sai bene,
non servirà a niente.

Incerto è il nostro futuro, come del resto non pienamente sotto controllo rimane già fin d’ora quella che è «la misura di noi». E tuttavia io sono qui a comporre versi, e dunque esisto, e basta poco per rimanere una volta di più incantati dal meraviglioso spettacolo di ciò che accanto e insieme a me si staglia nella sua presenza, e per essere anche solo «rapiti dal canto/ di porte sbattute dal vento».

Intervengono così le quattro suggestive Variazioni di luce per voce sola, di cui la prima dice:

Luce dimenticata accesa
luce sprecata direbbe qualcuno
lume-lama che segna
lo sforzo del nostro apparire.

[…] dalla prefazione di Alessandro Fo

Il tempo di una rosa
quello di una vita

improvviso fiorire
lento disfarsi

nel profumo dell’erba
ricamato di luce

nell’istante del disastro
di petali precipitati

cercare la salvezza
nel taglio estremo

c’è il calore del corpo
dimora in cammino

verso l’altro capo delle cose.

Phanes

Hai mai pensato
al balbettìo arioso e nervoso
del tempo prima del mondo?

Dove si nasconde la sorpresa
di una danza sgangherata
nostalgia del sonno
da cui tutti noi veniamo ?

Battito d’ali e lingue
di serpenti accarezzano
il guscio dell’uovo d’argento
della vita-suono che s’invola

scivolando nell’ingorgo
del silenzio-luce
così come si andasse ad una festa
senza essere invitati.

Compensazione

Bello pensare che siamo di più
di quel che perdiamo,
di più di quel che per caso incontriamo.

Il silenzio talvolta protegge
altre volte la gioia ci sfugge
inseguendo ombre di nebbia

Nell’oscillare d fragili fili
sta il riposo che ancòra cerchiamo
riparo d’errore, ritaglio di luce.

Così si riparte da zero
più  allegri e distratti e non importa
se l’ultimo tram è appena passato.

Ricordi palermitani

I.

Un tempo eravamo marrani
scaltri mercanti ignoti marinari.
Nessuno conosce meglio di noi
l’arte di vendere quel niente che siamo
come fosse la nuda bellezza
d’un mondo che intanto cade in rovina.

II.

Ho portato a spasso
il tuo sorriso in carrozza
dalla Stazione all’Acquasanta
la valigia odorava di treno e di mare
nel traballante scalpiccìo
degli zoccoli sul pavé
il vento ci lavava la faccia
dalla fatica del viaggio.

III.

Con mia madre
in punta di piedi la mattina
verso Monreale
su per corso Calatafimi
e San Martino delle Scale
sotto il cielo ancòra grigio
saliva il filobus
sussurrando alla strada
parole gommate
morbide scariche elettriche
di sorrisi non ancora smarriti.

A mia madre Maria Grazia

Dalla “Postfazione” di Alfredo Rienzi

L’ALTROVE DELLA PAROLA

In quest’ultima tappa del suo percorso poetico, Stefano Vitale prosegue l’insistita esplorazione del mondo e del proprio esserci, del divenire in esso e del nominarlo.
Il titolo, schietto e icastico al tempo stesso, confessa come l’azione di avvicinamento all’antinomico qui, l’assedio al centro, il pienamente dimorarsi in esso, restino ancora una volta, «sempre», vani o quantomeno provvisori e parziali. Per quanto inseguita, indagata, a volte subita, la strada verso la città perfetta non si lascia possedere fino in fondo, si oppone, così che un «altrove» (o una miriade di altrove) resti meta sconsolata e confine, ma per il poeta – che questa ricerca sa essere il suo compito – anche nuovo punto di partenza….

                           

                          

Stefano Vitale (1958), nato a Palermo, vive e lavora a Torino.

Nel 2003 ha pubblicato (con Bertrand Chavaroche e Andy Kraft) la plaquette Double Face (Ed. Palais d’Hiver, Gradingnan, Francia), nel 2005 Viaggio in Sicilia (Libro Italiano, Ragusa) e Semplici Esseri (Manni Editore, Lecce). Per le Edizioni Joker ha pubblicato Le stagioni dell’istante (Prefazione di Mauro Ferrari, 2005) e La traversata della notte (Prefazione di Giorgio Luzzi , 2007). Quindi Il retro delle cose nel 2012 con Puntoacapo Edizioni (Prefazione di Gabriella Sica) e nel 2013 per PaolaGribaudoEditore la raccolta di poesie “Angeli” con illustrazioni di Albertina Bollati. Nel 2015 ha curato (con Maria Antonietta Maccioccu) la raccolta di poesie Mal’amore no edito da SeNonOraQuando. Nel 2016 ha partecipato alla mostra del pittore Ezio Gribaudo La figura a nudo con una plaquette di 24 poesie pubblicate in mostra e nel catalogo. Nel 2017 ha pubblicato presso l’editore La Vita Felice la raccolta La saggezza degli ubriachi e nel 2019 Incerto confine (con illustrazioni di Albertina Bollati e prefazione di Vittorio Bo) per PaolaGribaudo Editore, Torino. Nel 2021 ha pubblicato Il colore dei gatti per Ventura Edizioni, 12 filastrocche per bambini, con illustrazioni di Albertina Bollati.
Le sue poesie ed i suoi libri hanno ricevuto riconoscimenti in numerosi premi, ed è presente in molte riviste, blog e antologie. Sue poesie tratte da La saggezza degli ubriachi e da Incerto confine sono tradotte in inglese sul Journal of Italian Translation (2019 e 2020) e sul sito Italian Poetry (2018). E’ presente in Ossigeno Nascente. Atlante dei poeti contemporanei sul portale di letteratura griseldaonline dell’Università di Bologna oltre che sul sito internazionale Italian Poetry diretto da Paolo Ruffilli.
Direttore Artistico dell’Associazione Amici dell’Orchestra Sinfonica della Rai., giornalista pubblicista, scrive su www.ilgiornalaccio.net occupandosi delle rubriche critiche dei libri di saggistica e letteratura, curando la rubrica “Oggetti smarriti” dedicata alla poesia.

Francesco Di Benedetto

6 dicembre 2021

Francesco Di Benedetto

photo Federica Di Benedetto

Lutti

Trovi la tua pace
nei sorrisi
garbati e silenziosi,
dei margini.

E la precarietà di questo mondo
sarà un cesto di fiori
da rammendare
e coltivare.

(Per non dimenticarmi, Manni 2018, p. 9)

*

A M. R.

Siamo alla vita
il nostro bellissimo,
caos.

Donando alle lacrime,
mamma
perdonami!

Sarà
il nostro abbraccio
su un prato
senza rovine.

I tuoi
petali blu.

(Lettera a mia madre, Ensemble 2018, p. 12)

*

Antonio e Maria Renata

Tu
sei la forza
che ci
reggi in
piedi

Non dimenticarlo:
i fotogrammi
delle
nostre nozze
d’oro.

(Antonio e Maria Renata, Zona 2018, p. 10)

*

Elogio funebre

È brutto raccontare un padre in termini buonisti.
È brutto nei confronti di quello che è stato e sarà per il figlio: per
tutto quello che è stato, per lui e insieme a lui.
Sono nato in una famiglia di libri: professori.
L’unico intellettuale della mia famiglia, delle persone che io abbia
conosciuto realmente e compiutamente, è stato mio padre.
Gli intellettuali non si scrivono di inchiostro.
Mio padre che non è mai stato un professore, mi ha raccontato cose
apparentemente banali, ma che, sostanzialmente, tutti voi rifiutate.
Questo stimolo da traboccare tutti gli assiomi.
Mio padre mi ha insegnato, amandomi, il trauma.
Fu la sua educazione alla vita, alla parola, ai legami, al pensiero.
La sua educazione era fatta di queste cose che non si vogliono
guardare.
Sono dimensioni che esistono perché la parola, che è entrata nei
libri e nei vostri legami, è la parola di un trauma.
Papà aveva una visione.
Questa visione ha attraversato il tempo e le generazioni e raccontava
il desiderio di un uomo.
Non riguardava solo la sua famiglia nucleare, ma lambiva ogni
pensiero, ogni legame, ogni parola: cioè, finalmente, ogni
desiderio.
Si chiamava Fratelli.

(Il posto, Ensemble 2021, p.13)

*

Francesco Di Benedetto nasce nel 1982 a Roma. Qui vive e ha studiato DAMS. Ha vinto il premio Filippo Sacchi (edizione 2016). Dalla malattia del padre incomincia a dedicarsi alla poesia. Scrive quattro libri di poesia: Per non dimenticarmi (Manni 2018), Lettera a mia madre (Ensemble 2018), Antonio e Maria Renata (Zona 2018) e Il posto (Ensemble 2021). Ha redatto un manifesto che è riportato in Internet: epilogopoetiche.blogspot.com. Amava il cinema.

Franca Alaimo

13 novembre 2021

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                       

                                                                                      

Il tuo “sacro cuore” è un canto totale dedicato all’amore, quello che hai felicemente vissuto e che per traslato ci appare come amore universale, quello senza ombre, quello che accade tra gli umani come naturale, semplice, pura vita. E tu rappresenti e fai pulsare il fuoco dell’eros in versi affabulanti di straordinaria bellezza, dagli echi saffici. È davvero raro trovare testi in cui l’eros è così traboccante di gioia fisica, ma che pure diviene totale pienezza di corpo-mente.

Deve essere stata una felice esperienza raccontare in poesia l’intero tuo rito di passaggio, da bimba cui sfugge l’amore materno, quasi scostante e dissacrante del mondo, che attraversa il tempo del tenero amore bambino, poi da adolescente scoprire il menarca, quel divenire donna, di cui ti sei sentita subito fiera, nonostante i cupi pensieri materni. E intanto il cuore. Quel cuore che dilata e palpita, “fa chiasso” presentendo l’universo della vita che di fuori aspetta, soprattutto, sì, quell’incontro che già ti colma di tremore. Incontro che accade, come è naturale che accada, e si ripete tante e tante volte, per desiderio e fame di completezza e per tua fortuna, con un lui che ogni volta ti colma di tenerezza.

Così la sapienza insita nell’amore corrisposto ti fa rompere i falsi argini dell’educazione religiosa, ti fa assaporare la verità definitiva dell’amore vero che giustifica se stesso, è sempre senza colpa.

E straordinarie nella descrizione si susseguono le scene luminose degli incontri, del desiderio che incendia, sempre insaziato. Pure si resta ammirati, sapendo della tua profonda cultura classica, di fronte a quel tuo inaspettato pensiero che vede il dio (cattolico) giudicante farsi a un tratto dio del mito, quell’impenitente Zeus che immagini prendere le sembianze del ragazzo che ti ama, per gioire del tuo corpo. È mitopoiesi, balzo nella dimensione del mito, che rende universale l’evento amoroso, è la voce del sacro che sentiamo inondare ogni moto del corpo e del cuore. Cuore che -appunto- in questo luminoso senso, è un sacro cuore.

Annamaria Ferramosca

 

 

*

Qualunque fosse il luogo

avevo sempre paura.

Pensavo che prima o poi

sarebbe passato Dio

in persona, e raccoglievo

i vestiti per coprirmi

in fretta il pube e il seno.

Che cosa gli avrei detto?

Non c’era nemmeno

un albero di mele

con il serpente cattivo nei dintorni.

Ma lui non venne mai

e cominciai a immaginare

che si nascondesse

nei corpi dei ragazzi

per amarmi

come avevano fatto

tutti gli dei pagani.

 

*

Il mio ragazzo

che abbraccio senza luna

e senza lampada

ha un corpo infinito.

Il bacio cade nel vuoto

ma io respiro

il volo dei capelli,

l’acqua profumata delle ascelle.

Molti i fiori e ampio il mare

che lui mi rotola nel grembo.

 

 

 

Franca Alaimo esordisce come poeta nel 1991 con Impossibile Luna (Antigruppo Ed.) a cui sono seguite altre sedici sillogi, le più recenti delle quali: sacro cuore (Ladolfi Ed.) e Oltre il bordo (Macabor Ed.). Nel gennaio del ’22 pubblicherà con InternoLibri 7 poemetti, con la prefazione di Giovanna Rosadini. Nel 2020 l’editrice Macabor le ha dedicato un’antologia di testi seguiti da schede critiche redatte da poeti quali: Calandrone, Rosadini, Fo, Puccini e molti altri. Ha pubblicato cinque saggi critici (Cara, Luisi, T. Romano, Rescigno, V. Fabra), e tradotto dall’inglese due sillogi di Peter Russell. E’ presente in molte antologie (Newton Compton, LietoColle, Aragno, L’Arca Felice, etc…), riviste (Poesia, Atelier, Il Portolano, etc), blog, e storie della letteratura contemporanea. Nel 2018 ha curato l’antologia di poesia internazionale L’Eros e il corpo (Ladolfi Ed.) e una scelta  di alcuni fra i testi inediti di Gianni Rescigno per Bastogi Editore. E’ autrice di tre romanzi. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in altre lingue.

 

Giuseppe Martella

3 novembre 2021
 
1.11.21
 
 
Ed io e te
fatti più belli
nella stessa luce.
 
*
 
Raggiungimi dall’altra parte
del fiume. Ti aspetterò
abbagliato nel sole.
 
*
 
Ripetimi tutto ciò che hai detto
per una vita
lo manderò a memoria
di anno in anno.
 
*
 
Perimetri
ma la terra ci sfugge
assecondiamola
nei suoi miraggi.
 
*
 
Così perduta pervasa
la cosa
ritorna furtiva
in forma di chiosa.
 
*
 
E come fosse niente o
fosse ciò che al niente
più assomiglia
apparve in un battito di ciglia
la meraviglia.

***

Giuseppe Martella è nato a Messina e risiede a Pianoro (BO).

Ha insegnato letteratura e cultura dei paesi anglofoni nelle Università di Messina, Bologna e Urbino. I suoi studi riguardano in particolare il dramma shakespeariano, il modernismo inglese, la teoria dei generi letterari, il nesso fra storia e fiction, l’ermeneutica letteraria e filosofica, i rapporti tra scienza e letteratura, e tra letteratura e nuovi media.

Dopo essersi ritirato dall’insegnamento, da alcuni anni si interessa anche di poesia italiana contemporanea, collaborando con saggi e recensioni a diverse riviste cartacee e online (Anterem, La Clessidra, Poesia Blog Rainews, Poetarum Silva, Nazione Indiana, Versante Ripido, Carteggi Letterari, ecc.). Una sua poesia inedita, Kenosis, è risultata finalista al premio Montano 2020. Altri inediti sono già apparsi ne Il giardino dei poeti e nella sezione Instagram di Blog Rainewes, ma non ha mai pubblicato versi propri.

Fra le sue pubblicazioni a stampa:

Ulisse: parallelo biblico e modernità, Bologna, CLUEB, 1997.

Margini dell’interpretazione, Bologna, CLUEB, 2006.

G. Martella, E. Ilardi, Hi-story. The rewriting of History in Contemporary Fiction, Napoli, Liguori, 2009 (in duplice versione, inglese e italiana).

Ciberermeneutica: fra parole e numeri, Napoli, Liguori, 2013.

Tecnoscienza e cibercultura, Roma, Aracne, 2014.

Giuseppe Martella, viale della Resistenza 39, Pianoro (BO) email: ciapas111@gmail.com