Archivio dell'autore

Daniele Vaienti

13 maggio 2020

Foto libro La notte passerà senza miracoli Daniele Vaienti

“La notte passerà senza miracoli” di Daniele Vaienti (Edizioni del Faro 2019 – Collana “Sonar. Parole e voci” diretta da Paolo Agrati) è il libro d’esordio del poeta e performer cesenate attivo nel circuito dei poetry slam e della recitazione, dettato dalla libera e smaniosa tenacia descrittiva, ritmata in un andamento sonoro che emana le sue radici nella misura tagliente e drammatica dell’umanità celebrata come “un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo”(Jack Kerouac). I versi ricercano l’esistenza della familiarità e si riappropriano delle espressioni private, quotidiane e semplici, comuni alle confessioni emotive che rivelano il rifugio consolatorio di ogni esperienza ideologica e pratica, tangibile e autobiografica. La diffusione della poesia è la magnetica registrazione esistenziale incisa su materiale resistente all’usura del tempo. La deformazione di visioni concrete e carnali, (una foto, le sigarette, l’autunno) permette di immaginare una licenza onirica e reale, in cui la vita è il passaggio comunicativo di ciò che si scrive con passione e per la propria felicità. La scrittura ipnotica e confidenziale di Daniele Vaienti, è una benevolenza dell’ebbrezza, nella padronanza di un vissuto in cui la tecnica e la battuta serrata ed incisiva decantano un’autonomia sentimentale che tormenta le imprevedibilità e le contraddittorietà degli affetti, gli ostacoli della disperazione nella loro profondità allusiva. L’intensità scritta oltre i versi segue il distacco dalla poetica convenzionale e si nutre dell’improvvisazione letteraria coinvolgendo i simboli emotivi del magico vortice teatrale, compagno, in ogni commento, delle risorse emotive del poeta. Il poeta esiste nell’istantaneo presente liberando l’agguato della nostalgia e del ricordo nelle vibrazioni svincolate dei sentimenti. I testi catturano l’inviolabilità dell’amore, contro l’inevitabile sconfitta del mondo e la lacerazione delle sue costrizioni ed esortano alla necessità di una nuova concezione di beatitudine, di salvezza verso il richiamo alla vita autentica e alla complicità dell’istante. La scoperta di sé stessi, del pensiero assolto dai pregiudizi, dei valori umani, della coscienza collettiva è il traguardo di una compiuta affinità poetica con il viaggio individuale verso un’assegnazione alla speranza. L’esigenza artistica nasce da un desiderio di libertà di espressione, di dinamismo vitale e indagando nel senso del bene comprende l’universalità dei contenuti e la ricerca intima del tutto.

Rita Bompadre

Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

 

Nient’altro

 

Si tratta di imparare

l’esistere

senza la pretesa

d’essere.

 

Accadere,

attenti

a non cadere.

 

——————-

 

Quel silenzio

 

Sparo sorrisi a salve

contando i treni

persi e da perdere

per riuscire a scordare

quella voce che assente

alza di una tacca

il volume del silenzio.

 

—————————

 

Autunno

 

Cosa me ne dovrei fare

di questo autunno

bagnato

che fa paura

tutto sbagliato

come la mia punteggiatura

questo autunno

che ha tolto il sorriso alla città

che ci si abbraccia per necessità

ché fuori fa freddo

e dentro

non si può fumare.

 

Ecco

di questo autunno

cosa me ne dovrei fare?

 

 

 

La foto

 

Conservo una foto di noi sui polpastrelli

tu che mi saluti, mi abbracci e dici:

“torna a trovarci”.

 

TrovarCi

 

Ti nascondi dietro un plurale

di gente che non importa.

 

Io

codardo più di te

capisco

non dico niente

conservo la foto.

 

——————————–

 

Occhi chiusi

 

A volte

quando chiudo gli occhi

capita

che poi non vedo niente

e fa paura.

Ci sono sogni mancati

e sogni mancanti.

La differenza è enorme,

credimi.

 

Daniele Vaienti, alias Gnigne, è nato a Cesena nel 1984. A giugno 2017 insieme ad altri amici fonda Voceversa, gruppo col quale organizza Poetry Slam e altri eventi di poesia. Poeta e performer, attivo nel circuito dei poetry slam e della recitazione, prova della quale ha fornito durante le riprese del film “Never Apply Salt to Attract a Potential Lover” girato a Cervia (dove sarà presentato in esclusiva a luglio 2020). La notte passerà senza miracoli è il suo esordio letterario (Edizioni del Faro 2019 – Collana “Sonar. Parole e voci” diretta da Paolo Agrati).

 

Gianluca Chierici

5 maggio 2020

 

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Come tutte le ninfe Euridice accompagna le processioni degli dèi, quando uomini e bestie diventano inni viventi, prede e sacrifici. È allora che il desiderio e la follia rapiscono come l’intrico della foresta; si entra convinti di poterne uscire, dopo pochi passi si è persi per sempre: «Il sentiero precipita nei segni» e «quelli che hanno visto non scriveranno», scrive Gianluca Chierici.
Il sentiero è diventato quel segno che incessantemente tentiamo di afferrare, che fraintendiamo o malediciamo. «Occorre un segno, / non altro, netto e chiaro», perché quel segno siamo noi, «siamo noi quel segno di cui abbiamo perso il significato », scrive Hölderlin. Come Euridice anche noi siamo stati morsi dai serpenti, il segno che siamo
è diventato luogo incomprensibile. Heidegger scrisse che la parola tao – di solito tradotta con via – è intraducibile quanto logos. «Nessun percorso», scrive Chierici. Non esiste la via; ecco perché «chiedi un nome, una mappa. Il luogo in cui nascere, nella geografia
senza ragione». Euridice da viva presiede una foresta segreta e selvaggia, aranya direbbero i saggi vedici; da morta è imprigionata negli incerti e appena accennati confini di chi, senza più la gravità del sangue, è disancorato dalla terra – un’ombra che vive spettrale nella luce mancata.
Secondo Chierici il segno che siamo rimanda a uno spazio che sembrerebbe irraggiungibile nella vita e sembrerebbe impossibile da evadere nella morte. Il condizionale è il dono – e l’inganno – di Euridice. Forse Euridice aspettava l’amato, sapeva che il segno di Orfeo – la sua lira che è anche un arco – non può esistere davvero senza la discesa nell’Ade; forse Euridice sapeva che Orfeo doveva perderla una seconda volta.
È la tesi di Cesare Pavese. Nessun errore di Orfeo – chi tanto grande da scendere nell’Ade sarebbe così miserabile da fallire all’ultimo momento?
«Nessuna accusa. Un gesto tragico», scrive Chierici. Orfeo si volta deliberatamente e uccide ancora Euridice perché la sua nuova morte rovesci l’Ade.
La lira di Orfeo, come l’arco di Apollo, uccide da lontano: lo sguardo è la freccia che mira al cuore della morte: se la poesia dà una seconda morte allora la morte non è più potestà di Hades. Il dominio sulla morte è insidiato dal canto. Questa la follia del poeta.
In quell’attimo da manicomio dove il bacio e la morte hanno preso il nome nascosto
nel tuo cuore. […]

dalla prefazione di Lorenzo Chiuchiù

Le acque sorgenti

Sei il veicolo di questi versi

anomali.

Senti una mano sulla spalla,

mentre tenti di finire questa

riga.

Le acque sorgenti del destino.

 

Il grande viale delle anime

I luoghi che hai trovato

oltre la sabbia, i luoghi

dei quali non sai piangere

hanno lottato per giungere

alla penna. Ed ora

l’attimo, nel grande

viale delle anime, non può

essere riconosciuto.

                   

                      

Come una porta

 

Lascia quel che resta dello spirito

lontano dai palmi rivolti al cielo.

 

Quando giustizia e natura coincidono

chiudi nei tuoi versi la paura.

 

Stridi come una porta

che non può aprirsi, né chiudersi.

 

 Il male semplice

Mescoli le carte con il gatto

sulle ginocchia.

 

Mentre la nebbia

ti accarezza il sangue e la gola.

 

Senti il male semplice.

 

L’addio che ti strappa le vene.

 

 

 

L’inconsistenza delle mani

 

Traduci e disperdi la paura.

Disperdi lacrime e parole.

L’inconsistenza delle mani.

 

Ecco la notte

in cui il cuore

viene cancellato.

 

 

 

 

 

Gianluca Chierici è nato nel 1977 a Milano. È autore dei film brevi L’ultimo compleanno di Venere, pubblicato in Sguardi inquieti (Barbieri, 2003); Hystera, premio della giuria al Mystfest di Cattolica (Manyhands, 2008); OR, biennale dei giovani artisti del mediterraneo BJEM (La piccola fortuna, 2009); PickUp (ManyHands, 2010); Fiaba di Daina (Manyhands, 2012); Holy Mary (Short Film Club, 2014). Ha scritto e diretto la trilogia di lungometraggi indipendenti La crudeltà dell’angelo (Ex-Nihilo, 2004); Dannati (Ex-Nihilo, 2005); La chiave dei grandi misteri (La piccola fortuna, 2006). Ha pubblicato: Il libro del mattino (Acquaviva, 2005); L’eterno ritorno (Sentieri Meridiani, 2007 – Premio Castelpagano); La madre delle bambole (Tracce, 2008 – Premio Fondazione Caripe); Il nome del confine (Joker, 2009); La stirpe del mare (L’arcolaio, 2010); Hanno amore (Perdisa Pop, 2010); Il grido sepolto (Ladolfi, 2017); La storia di Layla e Yurkemi (Fara, 2018 – Opera vincitrice Faraexcelsior); Devi ancora inventare Euridice (Oedipus, 2019).

 

 

 

Valentina Calista

24 marzo 2020

9685877
(Ladolfi Editore, 2019)

 

Mi accosto sempre con un timore reverenziale alla tastiera quando mi accingo a stendere una prefazione. Eppure, dopo tanti anni di esperienza, la sensazione non solo non si attenua, ma addirittura cresce con la consapevolezza che mi viene consegnato qualcosa di prezioso, di intimo, di misterioso, di sacer, nel senso che appartiene agli dèi e che non

può essere violato dal contatto umano, come l’homo sacer che non può essere toccato dalla comunità.

E di vera sacralità oso parlare nel momento in cui incomincio a entrare in questa raccolta di poesie, atteggiamento diverso da quello che provo durante la lettura, per il fatto che in questo secondo caso mi sento profanus e cioè “davanti al tempio” e quindi al di fuori del pomerium.

Come superare questo terror di fronte al numen, al mana della poesia? In primo luogo, con l’umiltà di chi sa che la potenza di un essere umano che si esprime in versi non potrà mai essere racchiusa in concetti, quindi con il desiderio di sottomettersi al testo in vista di una vera e propria “fusione di orizzonti”, anche se i limiti mai coincideranno e infine con il desiderio di offrire un contributo personale all’esplorazione di un mondo senza fine.

 

La raccolta di Valentina Calista inizia con un titolo dal sapore sentimentale, Cuori, ma immediatamente l’impressione viene spazzata via dal testo in prosa in cui prevale una precisa concretezza («Mia madre ha un cuore di sughero», «Mio padre ha un cuore di vetro», «Mio fratello ha un cuore di pane», «Io ho il cuore di paglia»). Il mistero si infittisce perché le metafore superano il linguaggio comune e aprono scenari densi di interrogativi: il nome del padre e della madre diventa realtà non in una parola, non in un ruolo, ma in gesti di un amore che è presenza e assenza contemporaneamente, perché popolata di sogni.

 

Ma l’esistenza non si lascia sottomettere dai desideri umani e immediatamente l’io lirico avverte la presenza inspiegabile del dolore; la protesta assume una dimensione biblica con accenti molto vigorosi: «Perisca il giorno in cui nacqui», che sfociano in un’elegia priva di speranza:

 

La neve non ti ha amato, non ti ha dato candore.

Non ti ha esposto al sole. È stato il fango, sporco

denaro. Ti ha divorato le mani, il cuore e il sogno.

 

Ci addentriamo, quindi, nella notte (Tra l’alba e il sogno), notte interiore, notte oscura, come quella dei mistici, in cui Dio appare lontano, privo di senso, insensibile alla sofferenza dell’uomo, ma al fondo di questo tunnel l’io lirico (Tra i vespri e l’alba) scorge

ben presto la bellezza della natura, apre il cuore alla vita: «Qui, la malinconia è preludio alla bellezza» e l’essere riprende una propria “consistenza” nell’esserci, nell’essere nel mondo («Mi pare di intuire, perfino. / Perfino che siamo»). La notte sconfinata allarga l’anima e produce una sensazione di benessere e la poetessa riesce ad apprezzare le “piccole cose” della vita quotidiana e a gioirne ritrovando in questo modo il senso dell’esistere: «Se la felicità fosse un gatto / acciambellato nel suo cesto-casa».

 

Questo rapporto con le realtà minime non si presenta solo come barriera contro l’assurdo, ma anche come superamento «d’inesistenze-inconsistenze», e calma e dona serenità. E allora ogni aspetto assume una dimensione “sacra” («La primavera mi aspetta, preghiera / mi aspetta il sapore del pane, la sera») sottolineata da uno stile francescano («terra / nostra sorella»), nel significato di cui abbiamo parlato, nonostante la presenza del limite che sempre incombe sull’esistenza («L’alba piove macerie e inaugura il lutto»), nonostante la debolezza di una luce che non sconfigge totalmente il buio («una qualche luce dentro un qualche buio»).
Di fronte a tale mistero e all’immensità del creato, in questo «disfare e rifare» del tempo non possono non sorgere domande da “pastore” leopardiano: «io sono chi?».

Solo la dimensione religiosa dell’io lirico riesce ad aprire uno spiraglio:

 

Così docile si fa il mondo,

intrecci di ciò che è destino

fortuna o, meglio, trame nascoste di Dio.

[…]

(dalla prefazione di Giulio Greco)

 

 

CUORI

 

 

Mia madre ha un cuore di sughero. Quando lo getta a mare, il suo dolore galleggia, non sprofonda come il mio. Sta lì, ondeggiante come una boa, fermo, attaccato a una corda di sangue che penetra l’abisso.È convinto che l’esistenza proceda solo nel suo nero perimetro. Intanto, i gabbiani lo insultano. Gli ricordano che Dio ha inventato le ali. Mio padre ha un cuore di vetro. Se i miei occhi lo attraversano, vedo l’altra parte del mondo, quella dove so che sono al sicuro, quella dove so che posso andare libera. Non ci sono parole, sole direzioni tracciate da sguardi, lacrime nascoste nelle tasche della vita. Mio fratello ha un cuore di pane. Glielo hanno divorato a morsi, profondi. Ancora non sa che il pane non finisce mai, nemmeno in tempi di carestia. Ha le mani in pasta e vorrebbe cambiare il suo mestiere per non morire. Forse morirà, il suo dolore. Allora sarà libero di vivere. Io ho il cuore di paglia. Quando il vento mi picchia, prende fuoco. Nulla lo arresta. Qui, da sempre manca l’acqua. Eppure, ho un vaso colmo d’esistenza dal quale non escono più echi. Solamente vita, e ancora vita e poi, altra vita immensa che aspetta la vita. Querce d’amore.

 

 

Nei nomi del padre e della madre

 

Nei nomi del padre e della madre,

nella notte in cui mi spostavo dall’etere

all’utero. Lì, l’amore racchiuso nel pensiero.

Avanti a tutti voi, diritta come abete,

nuda, sabbia di deserto io, voi miraggio.

Madre che sei madre nel nome e nella pancia,

Padre che sei padre nel nome e nel cognome,

pensieri amorosi scolorano senza presenza

senza il dare vostro e il mio ricevere: il nome

assenza.

 

 

 

Piccola madre

 

Dai tuoi capelli intrecciati di paglia

non sgorgano sogni di madre

– piccola madre che scuoti il dolore –

hai mai mostrato le tue trincee ai tagli del sole?

 

 

 

La domenica di Giobbe

                                                 A R., dal tuo stesso sangue

 

Un’altra domenica, sola e uguale.

Ti chiamo. L’eco del tuo nome

è tuono tra pareti sole di un luogo solo.

 

Anche tu solo, destinato

a riconoscere il tuo nome tra tanti

in fila lungo mura ad aspettare

fugaci chiamate d’amore.

 

Le nostri voci si annusano,

il sangue ci lega le mani

gli sguardi, anche quando l’assenza

vive negli occhi o nei tuoi vecchi ricci d’oro.

 

Un altro autunno inchioda alla croce

il dolore. «Dopo, Giobbe aprì la bocca

e maledisse il suo giorno».

 

Soli vediamo – tu ed io – respiriamo,

soli sentiamo le grida di Giobbe

scagliarsi dal cuore morsicato.

Ripeti te stesso nel tempo tiranno.

 

«Perisca il giorno in cui nacqui

e la notte in cui si disse: “È stato concepito un

uomo!”. Quel giorno sia tenebra,

non lo ricerchi Dio dall’alto,

né brilli mai su di esso la luce».

 

La neve non ti ha amato, non ti ha dato candore.

Non ti ha esposto al sole. È stato il fango, sporco

denaro. Ti ha divorato le mani, il cuore e il sogno.

 

«Così, al posto del cibo entra il mio gemito,

e i miei ruggiti sgorgano come acqua,

perché ciò che temo mi accade

e quel che mi spaventa mi raggiunge».

 

 

 

 

 

 

TRA I VESPRI E L’ALBA

 

 

Luce, sola luce. Notte, sola notte

 

Luce

sola luce.

Notte

sola notte.

Mi chino sul giorno,

mi chino sulla notte,

bevo da questo mondo senza mani

per accogliere. Bevo, dalle radici

degli alberi, dalle foglie.

Scendo dal dirupo dell’eremo,

il sole filtra ore d’oro nel fogliame.

Solitudine beata, solitudine che amo

che mi ama. Silenzio degli altissimi,

delle parole indicibili dell’universo,

dei sospiri di Dio che aspetta un cenno,

dei miei passi sulla terra assopita nel Nulla.

 

 

 

A ogni alba

 

A ogni alba il cuscino ricorda

la presenza della tua vita intersecata

alla mia. È custodire la grazia.

Parliamo la notte, non abbiamo

più tempo d’essere ma siamo

sempre tutti i giorni essenza.

Siamo, poiché un respiro non è lieve:

intuisco la scia dell’anima passante,

il suo calpestare le foglie già morte.

Intuisco la scia dell’anima passata.

Da quella futura ho ricevuto un abbaglio,

una profezia lunga tutta la vita.

Siamo.

Particelle scomposte, ricomposte

dopo una lotta di reazioni universali,

dopo un digiuno chiamato a correggerci,

un disastro imploso nei corpi, fuori

e dentro gli spazi del nostro pensare.

Mi pare di intuire, perfino.

Perfino che siamo.

 

 

 

Ultimo imbrunire

 

Possibile che la notte sia un miracolo

in cui le distese del buio s‘illuminano

di abbagli esplosi in una distesa di eterno?

L’orizzonte non esiste in questa selva,

poche nubi fuggono all’ultimo imbrunire

in un dove lontano che non ci è dato sapere.

Nero, più nero del vuoto è l’orizzonte,

muri e tegole a decidere il limite.

Salva, alla vista d’una moltitudine di luce.

Rita Bompadre

15 marzo 2020

Foto libro Nulla di ordinario

 

Il libro di Michal Rusinek “Nulla di ordinario su Wislawa Szymborska” (Adelphi Edizioni) è una memorabile e privilegiata visita alla spontanea ed affabile dimora della poesia, luogo devoto dell’ispirazione e placida permanenza dello stupore e dell’immensità, nell’inattesa meraviglia di  ogni appuntamento persuasivo con la vita. La vita di Wislawa Szymborska si intrattiene in un gradevole colloquio seguendo lo sguardo unico sui suoi versi, ospiti graditi che infondono viva fiducia e compiuta ammirazione. Michal Rusinek, il suo giovane segretario, insegue testimonianze e fedeltà per più di quindici anni accanto ad una fascinazione privata e muove ogni particolare curioso ed inedito, confermando la singolarità degna di memoria che nutre la biografia della poetessa. Le parole, parole di poesia, ripercorrono attraverso l’intensa partecipazione affettiva il contenuto di un’incondizionato amore per il talento, per la capacità intellettuale non comune e rincorrono la vivace tradizione di irresistibili esperienze letterarie, sensibilizzano il desiderio di fermare nel non luogo della scrittura lo “smisurato teatro” dell’esistenza. La luminosa gioia della storia narrata aggira e cattura la sorgente avventurosa dell’animo umano, riconosce lo sguardo felice e carezzevole che si sofferma sugli aneddoti spiritosi e stravaganti legati alla poetessa, sulle sue provvisorie abitudini di traslocare, sulle sue amabili qualità nel cucinare, sulla squisita disponibilità alle cene e alle lotterie, sulla passione per i collage artistici. Le gradite atmosfere della vita quotidiana cedono alla fantasia delle immagini, alla voluta segretezza della complicità, nelle conversazioni e nei comuni interessi, nei suggerimenti letterari e nelle dichiarate risate che hanno caratterizzato il legame distintivo tra Michal Rusinek e Wislawa Szymborska. Leggere Wislawa Szymborska è una scelta e un’opportunità elegante a mantenere il dubbio”stupefacente” per la grande compiacenza del mondo, per proteggere la propria affinità, assecondare la propria esclusività, adottare in ogni intonazione un modo di essere e di comportarsi. La dilatata imponenza del suo linguaggio, convince il rispettoso gioco delle parole con acuta ed ironica filosofia e respira nella struggente inevitabilità la profondità dell’intero ventre della poesia. L’immutato elogio della poetessa da parte di Michal Rusinek descrive un’eccentrica nostalgia dei luoghi e delle persone che accoglie l’ombra di un passato non perduto ma che esibisce la veloce, inafferrabile ostinazione della volontà a ritirarsi nell’inconfondibile senso dell’umorismo. La poetessa assorbe l’aspetto meditativo con la leggerezza raffinata, è delicatamente distante da tutto e dove “ogni parola ha un peso non c’è più nulla di ordinario e normale”. L’amicizia che ha convinto il segretario a seguirla fino alla fine ha lo stesso bisogno di solitudine che imponeva la poetessa nel momento in cui nascevano le sue poesie, per rendere universale il rituale attrattivo di ogni riservata confidenza.

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Il giorno dopo – senza di noi

La mattinata si preannuncia fredda e nebbiosa.
In arrivo da ovest
nuvole cariche di pioggia.
Prevista scarsa visibilità.
Fondo stradale scivoloso.

Gradualmente, durante la giornata,
per effetto di un carico d’alta pressione da nord
sono possibili schiarite locali.
Tuttavia con vento forte e d’intensità variabile
potranno verificarsi temporali.

Nel corso della notte
rasserenamento su quasi tutto il paese,
solo a sud-est
non sono escluse precipitazioni.
Temperatura in notevole diminuzione,
pressione atmosferica in aumento.

La giornata seguente
si preannuncia soleggiata
anche se a quelli che sono ancora vivi
continuerà a essere utile l’ombrello.

Wislawa Szymborska

Stefano Vitale

5 febbraio 2020

Incerto confine cop (2)-1

Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori
Italo Calvino

Se attraversiamo la vita alla ricerca di sicurezze che ci consolino e ci garantiscano la nostra ‘appartenenza’ come singolare e unica, saremo sempre più fragili di fronte al mutare del mondo e del tempo.
Siamo vivi e siamo ricchi se sappiamo cogliere nell’Altro la parte sempre mancante di noi stessi.
I versi e i colori di Albertina e Stefano disegnano un percorso possibile, concreto, ispirato, di questa ricerca attraverso la creazione di un loro vocabolario.
Prima di tutto, la Parola, come in alfabeto muto dove alla ricerca della trasparenza di significato si oppone l’incertezza, l’imperfezione, l’attesa che giunge al termine della raccolta in modo inequivocabile: La chiave è nella Parola. Perché la parola rappresenta la forza di opporsi ai muri, il disperato desiderio di conoscere, la volontà di essere con gli altri.
E poi il Tempo, che è plastico, vario, contradditorio. Il tempo si raggruma, fa rumore, è misura e al tempo stesso è altro, fino a porsi al centro della nostra soggettività con la domanda finale sono io il mio tempo? che si confronta con le speculazioni della fisica contemporanea che ha spezzato il concetto di un tempo unico e misurabile.
I Bambini sono gli unici soggetti umani che vivono questi versi, perché conoscono il vero, sono magri di rugiada, sono forse loro cui è dedicato il pensiero dell’essere come le nuvole, con la libertà di pensare di poter cambiare tutto: forma, luce, colore.
Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola. Così recitano alcuni versi di Kahlil Gribran, che si pone di fronte al mondo con gli stessi occhi innocenti e aperti di un bambino, che non pensa a barriere, confini, muri, ma che desidera invece appagare la propria curiosità attraverso la conoscenza del nuovo, del non conosciuto, del diverso.
Il colore è nei vividi versi di Stefano e si esalta nel caleidoscopio delle illustrazioni di Albertina. Simbolica è la rappresentazione della finestra dentro la quale siamo prigionieri dei confini ma che oltre vede una pioggia di colori che ci congiunge con un’altra parte di noi.
Le variazioni cromatiche scelte per rendere concrete le parole rappresentato un controcanto simbiotico nel descrivere le emozioni, il sogno, il dolore, la speranza, fino al vasto orizzonte verde che chiude la raccolta.
Ci piace pensare che il sentiero di Stefano e Albertina ci porti in quel luogo dove non esistono più barriere, muri, rifiuti, ma libertà e mare aperto dell’anima.

Confine diceva il cartello
cercai la dogana, non c’era
non vidi dietro il cancello
ombra di terra straniera

Giorgio Caproni

  ……………………………………………………………………………………Vittorio Bo

                              

                                       
Chiudere i porti

Chiudere i porti e lasciar riposare
le nere coscienze marce di rabbia
merce di scambio di triste rancore
mentre grasse risate bruciano l’aria
nelle sudice piazze deragliate ragioni.
Chiudere i porti per non incontrare
l’orrore di occhi naufraghi in mare
di corpi salvati piagati dal sole
stremati da guerre monete sonanti
del nostro silenzio di barbari stolti.
Chiudere i porti alla fuga smarrita
sul mare-sepolcro di cenere e sangue
le ombre dei morti sono gelate
scure radici senza più storia
deserto di mani e orecchie mozzate.
Chiudere i porti del mare che un tempo
fu Nostro onda di luce
ora muro che cresce abisso di sale
specchio scheggiato dal pianto di pietre
posate sul fondo del cielo d’estate.

                                 
                               
Lyrische Suite

Una lama di coltello
taglia il pane secco
universo che si sbriciola
polvere di vita sotto scacco.
Il tempo si raggruma
buccia d’arancia spremuta
c’è chi beve il succo
chi porta via i cadaveri.
Si resta sempre altrove
dice la nera figura
chiusa nel mio occhio:
un essere remoto o la paura?
C’è chi vive rarefatto
felice nell’evaporare
senza sporgenze di roccia da afferrare.
Suprema libertà senza figura.

                                    
                                     
Il linguaggio dei muri

Non muore
il linguaggio dei muri
messaggi a distanza
di graffiti dispersi
tra coltelli e martelli
fiori di luce e sangue straziato
nel ricordo degli anni
passati a tracciare i confini
tra i giorni di piombo
e le parole di vetro
resta l’ombra di noi
e un altro paesaggio gira e passa*
vuoto che pesa
pianto sprecato
fame che non muore.
a Filippo R.

*verso di Vittorio Sereni da “Ancora sulla strada di Zenna”

                                
                                 
Affacciàti *

Spiare lo stupore del giorno
affacciàti alla finestra dello sguardo
interrogare con un battito di ciglia
il disordine del mondo
negli scorci di luce sfasciata
si perde il ricordo di noi
senza padroni e senza gloria
vanno e vengono senza posa
le anonime stagioni dell’esistere
senza peso non c’è rimorso
nell’incerto sfumare
restiamo affacciàti
su strade di vetro, sabbia e lamiere
che oltrepassano il confine
senza passaporto, senza controlli alla dogana.
Così la vita mette
sempre nuove foglie lontano da qui
muto fiorire di luce
nel marcire del tempo.

*“Affacciati” è il titolo di una mostra fotografica
di Luigi Rusconi esposta alla Biblioteca “Osvaldo Berni”
di Riccione nel 2014

 

 

La paura della gioia
I.
Solo i bambini conoscono il vero
passaggio che porta oltre quel nero
ombra che trema nel bianco di luce
alba straniera d’una parola dolce
sulla punta della lingua danza
l’azzurro canto della cura.
Chi coglierà lo sguardo puro
senza pianto, inganno o ricompensa?

II.
Fili d’erba nuova
al vento incerto della primavera
aspettano i bambini
che la pioggia sia cosa buona
che la luce non confonda
l’odore del dolore
con la voglia di fuggire
oltre il rischio della resa
senza più temere
la paura della gioia.

 

 

Stefano Vitale
Poeta e critico letterario, ha pubblicato Double Face (Ed. Palais d’Hiver, 2003); Semplici Esseri (Manni, 2005); Le stagioni dell’istante (Joker, 2005), La traversata della notte (Joker, 2007); Il retro delle cose (Puntoacapo, 2012) Angeli (con disegni di Albertina Bollati, edizioni Paola Gribaudo Editore, 2013); ha curato (con Maria Antonietta Maccioccu) l’antologia Mal’amore no (SeNonOraQuando,
2015); La saggezza degli ubriachi (La Vita Felice, 2017). È presente su numerose antologie, blog, siti. Sue poesie sono tradotte in inglese sul “Journal of Italian Translation” (2019) e sul sito Italian Poetry (2018). È presente sull’ ”Atlante dei poeti” del portale Griseldaonline dell’Università di Bologna e sul sito Italian Poetry.

Albertina Bollati

Fotografa, disegnatrice, illustratrice di loghi, copertine, libri. Ha pubblicato Torino 2011, raccolta di fotografie in tricolore e illustrato le raccolte di poesia Palazzo di giustizia e umanità limitrofe di P. Berti e M. Napoli (Caramella Editrice, 2007); Angeli di Stefano Vitale (Edizioni PaolaGribaudo, 2013); l’antologia Mal’amore no (SeNonOraQuando, 2015); Pensieri sparsi di un psicoanalista di Daniela Gariglio (arabAFenice, 2017). Ha curato Oggi che il verde è così verde, scatti in bianco e nero di R. Balbo (2016) e ha partecipato al Festival della Scienza di Roma.

“Ogni terra straniera è patria. Ogni patria è terra straniera.”

                                                                
                                            

                                                     

In questo nostro tempo di affermazioni e riaffermazioni di confini, in questo nostro tempo di migrazioni infelici e drammatiche, la memoria della “Lettera a Diogneto” si staglia, isolata, certo, ma vivissima come un destino mancato, sulla nostra prospettiva storica.

Al suo prezioso avvertimento, molto caro al mio cuore, vorrei intestare questa lettura dell’ultima novità di critica Albertina Bollati e Stefano Vitale: “Incerto confine” uscita nel mese di  Novembre 2019 nella collana “disegnodiverso” curata di Paola Gribaudo; un piccolo libro importante per il suo messaggio civile e insieme bello e gentile, certamente da nicchia, dal punto di vista editoriale, in cui i disegni, le immagini colorate di Albertina Bollati inseguono e oltrepassano i versi di Stefano Vitale e se ne fanno interpreti, per lasciarsi poi riacciuffare in un continuum di torsioni e di rimandi reciproci. E’ un movimento che balza con indiscutibile efficacia sotto gli occhi del lettore anche per il fatto che Albertina Bollati riscrive spesso a mano alcuni versi, avvalendosi della scrittura come elemento iconico, in modo da rendere incerto lo stesso confine tra immagine e parola. Quel che ne scaturisce è decisamente un unico messaggio articolato su un doppio registro.

Si tratta di un messaggio chiaro anche se ricco di polisemie accattivanti. Nel tentativo di darne conto, la mia attenzione si rivolgerà specificamente ai versi di Vitale. In essi il titolo “Incerto confine” parla chiaro sia che lo si intenda come presa d’atto di una realtà che si osserva, sia che lo si intenda come la manifestazione di una prospettiva, di un intento programmatico che gli autori propongono ai loro lettori.

 

Lucia Triolo

 

 

 

 

https://limeslitere.wordpress.com/2020/01/12/incerto-confine-di-stefano-vitale-nota-di-lettura-di-lucia-triolo/

Claudio Pagelli

16 gennaio 2020

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L’IMPRONTA DEGLI ASTERISCHI

[…] Esisti e non ne hai colpa, sembra suggerire l’Autore mentre incontra, osserva, annota la fragilità di situazioni e persone, una via l’altra, quasi appartenessero a un’epica minore, fatta di attimi e intenzioni: eppure Pagelli fissa ogni istante di vita, macchiandola di luce riflessa, irredenta, quasi per dare gloria e visibilità a individui la cui storia manca d’identità se non per negazione.
Ecco allora la donna rossa che piange per un film sull’Olocausto resa immortale nel suo atto, unico e irripetibile nella banalità, eppure infinitamente lì, per sempre. […]

[…]Il mondo di Pagelli si consegna, insomma, nel suo fluire per opposizione, straniamento: sopravvive in sé, quasi potesse concedersi al lettore nel frammento, nella scomposizione in immagine, nel fotogramma.
Ma il poeta, in apparente distacco narrativo, in realtà vive nei e dei suoi personaggi entrando nello stato emotivo, nella sofferenza strozzata o nel paradosso della vita stessa.
Poeta dell’umano, insomma, Pagelli.
E umana la traccia che lascia al lettore, grazie al sostegno di una scrittura ispirata, mai doma o uguale a se stessa.

(dalla prefazione di Ivan Fedeli)

L’INDIZIO

*
un bimbo karateka
mi coglie alla sprovvista, sparisce
dalla vista come un ninja in miniatura
e colpisce da dietro, con la furia
dei nani che non conoscono Biancaneve…

*
nel suo mondo vince il bucaniere
l’arte della gioia senza gloria
senza il cappio della norma
che strangola tutti quanti – salvi solo i pirati
che bruciano galeoni in alto mare…

*
con sguardo barbaro, aperto
all’ignoto, strappa l’erba coi denti
senza temere danni, futuri giudizi –
si dice sia un segno del tempo
un déjà vu, un indizio di Medioevo…

*
ha sentito dire che è solo finzione
che non esiste il cavaliere
il buon samaritano sulla strada di Gerico
che siamo bianco su bianco
filari di numeri, virgole, parentesi di molecole…

*
di chi fosse la colpa
ancora non sapeva – si diceva
degli occhi scabri della madre
dei frantumi della mascella e del cuore
del tranello del male, di un virus intestinale…

*
erano segnali nascosti, voci fuori campo
come una cicatrice sotto il mento,
il linguaggio sconosciuto dell’inganno
il tradimento di una promessa –
nemmeno un sospetto, fino al collasso…

*
se ne stava così – lunga e magra
abbracciata alla sua ombra –
una scultura di Giacometti, un’acciuga
con i tacchi, la sigaretta sempre in bocca,
gli stracci a terra, il dito medio agli astri…

*
nato per caso, col petto aperto
di chi non teme tempeste
cerca la gloria di Achille
assalendo le gambe delle maestre,
la gola di Ettore nella polvere del cortile…

 

 

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975.

Autore di diversi percorsi poetici, fra cui “L’incerta specie” (LietoColle, 2005), “Le visioni del trifoglio” (Manni, 2007), “Ho mangiato il fiore dei pazzi” (Dialogo, 2008), l’e-book “Buchi Bianchi” (Clepsydra, 2010), “Papez”(L’Arcolaio, 2011),“La vocazione della balena” (L’Arcolaio, 2015) ,“La bussola degli scarabei” (Ladolfi, 2017) e “L’impronta degli asterischi” (Ibiskos Ulivieri, 2019 , Premio San Domenichino, Premio Lago Gerundo).

Presente in numerose antologie, sue poesie sono state tradotte in inglese e in spagnolo. Dal 2004  è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto.

 

 

felice anno nuovo

1 gennaio 2020

Villa Dominica Balbinot

10 settembre 2019

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RECENSIONE DI FRANCO DI CARLO SULLA RACCOLTA
“ E TUTTI QUEGLI AZZURRI FUOCHI”

Questa nuova quarta raccolta poetica di VILLA DOMINICA BALBINOT si distingue nettamente per la sua ricerca stilistica e formale.

Infatti è qui, in “quel qualcosa di scritto”, che questa poesia presenta la sua originalità e singolarità: nella utilizzazione, quasi completa variegata e polivante, del sistema espressivo, proprio e caratteristico, dei colori e delle loro trame evocative e metaforiche, nelle loro suggestioni oniriche e surreali, come spie speculari, della vita semiologica e semantica dell’inconscio e del sogno.

Qindi sopratutto le scelte lessicali e la struttura sintattica sono piegate a questi segnali, paradigmi e segni archetipici e alle loro ancipiti e anfibologiche connotazioni di stile, di simboli e di significati polimorfi e polivalenti e perciò appartenenti all’anima profonda della Poetessa, oltre a quelli appartenenti alla sfera emozionale e sensoriale. Questo spiega anche l’uso, accentuato, della viva vivente, espressionistica metafora, ossimorica e sinestetica.

La Poesia di Villa Dominica Balbinot deve dunque molto ai pittori, alla pittura e ai suoi colori e al loro poliedrico universo di forme segni espressioni in particolare al colore azzurro pallido di fuoco (che suggerisce anche il titolo della raccolta, dall’ultimo verso dell’ultima poesia) o “alla luce di ambra della sera” al ”bianco perlaceo /della colonna vertebrale”: o ancora alla “notte chiara”e magneticamente luminosa e azzurramente  ombrata; “all’ora color di malva” o “ di acciaio/ e giallo cinerino”, “al suo splendore cupo”, nell”azzurrità dell’ombra”.

Colori prettamente notturni, cupi (ma anche bianchi chiari neutri)che rimandano a visioni rivelazioni spettacoli paesaggi di morte, rovfine, torture, di fugace e tetra agonica dispersione e disperazione, di vuoto, perdite, mancanze, lacerazioni , inquietudini , privazioni, abissi, ferite; di vuoto, di detriti, frammenti, frantumi; di nulla, insomma dell’”essere del nulla”.  Ma un Nulla Celeste e Lucente.

La poesia di Villa Dominica Balbinot non è però solo visionaria o onirica e surreale, proveniente, perciò, dall’interno e che poi si riflette sugli oggetti e sulle cose, sui paesaggi e sulle persone, sulla natura umanizzata e senziente. Ma è anche e sopra tutto visiva, analoga a quella di Dino Campana (e quindi sensoriale e sensuale) e dei poeti e pittori surrealisti ed espressionisti. Per questo la Parola poetico-pittorica denota esprime rappresenta ed evoca “ le sue violacee ombre” e “accumulate agonie”, la ”sua acqua scura”, il suo “crepuscolo azzurro”. La sua “grandezza opaca”: la sua ostinata e feroce “macerazione”, la sua “bellezza arcaica e tragica”.

Il Sentimento del Tempo, non – ungarettiano nè bergsoniano (“durèe”), ma fatto di cristalli poliedrici, è spazializzato e geometrizzato (come le celle dei rombi / di un alveare) e, quindi, non lineare ma circolare e periodico: il Sentimento del Nulla Splendente e del Tempo Celeste. Un Tempo nietzcheanamente nullificato e quindi reso, perdutamente, ontologicamente “positivo” e in cui “Tutto è arcano, fuorchè il nostro dolor”. Tutto è mistero: la conoscenza, le oscure profondità della Psiche, la poesia stessa, meno che la sofferenza e la sua dimensione corporale e quella, nullificante, del nostro Ex-sistere, il sentimento, cristallizzato, del tempo e del Cielo meravigliosamente blu cobalto. L’ombra della parola è, quindi, per Villa Dominica Balbinot silenziosamente azzurra e vicinamente nostalgica, vaga e antica, germogliante e penetrante, nel taglio teso e temerario del Tempo opaco, smisurato, infinito e indefinito. Un Tempo procronico, prima del tempo, un primo tempo o un tempo primo, primario, principale, iniziale, che va oltre la linea gialla, la linea del fuoco. Allo stesso modo anche lo spazio è temporalizzato, reso in-finito e universale, assolutizzato, nella dimensione (soggettiva) della “geometria del cuore”: una sorta di sistema sentimentale paradigmatico declinato in un “qualcosa di scritto”, in un antistante Forma e nelle sue varie espressioni.

Dominique non fa poesia per cercare e trovare finalmente una pacificazione o risoluzione o ritrovare in essa un nuovo o rinnovato “io”. Ma per illuminare il suo “diverso”,  profondo “Sè” e rappresentarlo. Un Sè (poetico) abitabile e esprimibile. La sua unica Dimora è quella della Poesia. 

FRANCO DI CARLO

 

 

DALLA RACCOLTA “ E TUTTI QUEGLI AZZURRI FUOCHI”

  

SOTTO L’ETERNA SIEPE VERDE

…Sotto l’eterna siepe verde
la notte era molto tranquilla
linda e senza vita
nel sole occiduo:
sul nudo pendio
anche le rovine sembravano
naturali-
innocue-…

Ma nessun luogo era invulnerabile;
oh tutte tutte quelle linee dure de l’Innominabile
sulla
carne ferita
con le sue violacee ombre
– quelle accumulate agonie
[E quei giudizi accidentali,
ne le casuali uccisioni,
– le stragi piccole,
il lungo inutile squarcio]
Ora la luna sorgeva
sui vecchi campi – e le case sfregiate-
e il ragazzo giaceva tranquillo
tra i piccoli fiori silvestri rossi e violacei:

era molto pallido come fosse morto da sempre.
( E c’era una luce mista di blu secreti
e di lillà
sulla innominata acqua scura,
-e quell’abbandonato flutto
sulle tristi ossa di tutti gli annegati..)

 

DALLE NAVATE DEGLI ALBERI GERMOGLIANTI

…Dalle navate degli alberi germoglianti
( si stendevano belle e lucenti
nei lunghi giorni perfetti)
si arrivava alla tacita linea di acqua,
l’innominata acqua scura,
un assoluto solitario
quasi sotto l’orlo angusto…

Dopo il crepuscolo azzurro
la notte era molto tranquilla,
e quei morti intorno a lei
nella loro innominata carne ferita
erano sostanziali misurati e preziosi
capaci di movimenti lenti e terribili.
Tra sofisticherie e sottigliezze teologiche
lei aveva una espressione di fredda
– e pensosa- riservatezza,
nelle possessioni- tutte sue-
( e dopo il macello geometrico)
Tutto l’incesso
per quella strada ardente
era astratto e scabro
come la camera dei suicidi in un albergo
e il cielo si era rannuvolato intanto,
striato dai cardati fili colore di seppia,
che erano sul punto di precipitare.

  

E IN UN MONDO DI GRANDEZZA OPACA

…( Aveva in cuore qualcosa di torbido,
quella bianca previsione di innocenza)

Le toccava poi continuare
con ostinazione e ferocia
quella specie di macerazione,
che la portava sempre
(nello estremo delle notti)
in quelle immense regioni insopportabili
– approssimative e vaghe
sulla fredda tagliente sabbia di deserto

Fu semplicemente annientata
-dalla affezione
irreparabile
e in un mondo di grandezza opaca:
vedeva il lato più barbaro- e quello più estetico,
l’intero intendimento oppiato,
per dare,
dare qualcosa di tremendo ovunque
mentre tutti quei volti
avevano una specie di bellezza
arcaica e tragica,
e tutte le acque erano nere
terribilmente nere
(e
silenziose – terribilmente silenziose )

AVEVANO QUALCOSA DI FRAGILE

[…Avevano qualcosa di fragile,quelle giornate di un grigio delicato..]

Fra quelle precarie-elettriche-ombre
( piatte fisse
come
calcinate)
si evidenziava
la estrema linea,
di una intera
adamantina– crudeltà…
Da quelle feritoie alte
– e sull’impietrato
-lì in quell’angolo remoto,
vi era la fine degli anni amati,
la suppurazione suprema
– de le storie minime,
– di tutti quei crimini inutili,
ne il minerale intrico dei tegumenti,
delle giunture.

 

QUEL CIELO ERA- ALLORA- BLU COBALTO

Era una strada meravigliosamente silenziosa:
quel cielo era blu cobalto,
allora allo zenit…
( troppa erba, troppi fiori,- e di un profumo troppo soave,
con troppa luce,
in uno splendore selvaggio.)
( Ora ovunque vi è qualche particolare,
di quello stesso orrore)…
Il suo è un segreto canto funebre,
canta alle rovine proibite,
– a quella perversa struttura tutta,
raccoglie i dati impuri,
le
micidiali arsioni:
la lingua è tutta inventata
pietosissima
,
lei è lirica- è crudele-
( Quel sontuoso colore vermiglio,
quel riflesso purpureo…
).

 

 LA NOTTE DIVENNE GRANDE

[..Ne l’innaturale territorio
in quella specie di costrizione
la notte divenne grande…]

Uscendo da una di quelle torri
( alt
e, paurosamente alte)
e in quel pervasivo silenzio bianco.
-in quella luce opalina uniforme-
ricordava solo
il mezzogiorno
simile allora
a un
grande canto azzurro,
e nei giardini gli alberi tutti,
col dolce lutto della loro primavera
bianca e rosea( ormai sfiorita,
svanita),
quella – sua-
abbacinata natura elettrica,
nella chiusa taciturnità della carne
che sempre impallidiva.
( Bianchi erano i rovi,

fredde ,
possenti [e vicine]
le dure pareti dei monti

nella niditezza della aria
-ne
la smunta opacità di quel colore notturno).

 

L’AZZURRITA’ DELL’OMBRA

Era stato allora
( guardando lontano nella sera,
nell’azzurrità della ombra
di una rosa spogliata)
che si era detta,
che tutto forse le sarebbe infine apparso
(riflettendoci)

quasi perfetto

Ci sono sempre delle cose
che accadono nel silenzio,
come la cauterizzazione sua alla vita,
quella disarticolazione strana
che la faceva correre
qui
– alla sorgente e
alla cieca lontananza,
a quella giacitura tra le sonnambule urla
( ah la rigida dolcezza
la insana crudezza tutta).

Lei ora si sentiva magnifica
isolata
[attorno alla superficie]
e ogni cosa era di un bianco quasi puro

– vagamente corrotta
in quella superba-
storta– Inquisizione barbarica
dei
supremi crimini , e della loro lingua antica.

 

PER QUELLE STRADE IRREALI DELL’ALBA

Per quelle strade irreali della alba
c’era solo un grande silenzio
(immane estatico)
sprofondante in un vuoto immaginifico
– troppo dolce perchè si potesse sopportarlo.
E loro erano ancora tutti lì,
misteriosi ostinati ben visibili
incancellabili...
Del resto non è una storia
inaudita– questa-
sulla terra:
quei forzamenti,
le stagnazioni magre tutte,
i –
suoi-personaggi disfatti
e nell’assoluto atto,
una simile lebbra
( e quel superbo inquisitore di crimini,
– nel
silenzio selvaggio
in un inconcepibile modo

quel lungo grido
che diceva sempre la stessa cosa)
.

 

ESSI TENTAVANO ALLORA

Essi tentavano allora
il deserto dell’aria,
una secrezione ultima
contro la degenerescenza lenta
le diluviane piogge,
quegli scheletri vivissimi
di alberi calvi
[ E oltre questi passaggi, le suture
le glandole tutte
di una
intoccata vita]
Quella storia non era finita,
contava solo ciò che era trionfante:
sotto un cielo serico -e
freddo
(sulla superficie oscura
di quelle
antiche acque)
anche tutto il suo corpo
era rovente,
– in una fioritura come prevista,
tra le grida dei caprimulghi,

(tra quelle fiamme che
divorandola
si inazzurravano…)
.

 

OLTRE QUELLE PERSEGUITAZIONI

…[Oltre quelle perseguitazioni
ricercava una versione più pura,
e tuttavia si sentiva ossificata…]

Al di là delle forme di indaco del delta,
ecco i vapori
arancioni ocracei fulvi,
l’azzurro del cielo sottoposto al corrosivo acido;
ogni cosa si fece – a poco a poco-
pallidamente color violetto,
un che che rovinava in ramoscelli rosei,
come un fiore di tulipa che cadesse su di uno stagno grigio…
E si ritrovò con solo il suo corpo scarno:
un nucleo di dilatata agonia,
-tutto quel nervume-

quel minerale sguardo ,
il
legale assassinio
sopra una terra abbandonata :
con unzione ,in contemplazioni di ogni sorta,

la sua faccia era rivolta ai fiori,
selvaggi e spampanati.

 

 

Villa Dominica Balbinot di ascendenze emiliano-venete, ha vissuto gli anni fondamentali in Lombardia (provincia Milano) ora vive in duro ambiente rurale, in Emilia.
Maturità classica e Corso di studi universitari in lettere. Ha incominciato a scrivere dal 2006 [un “esordio” da persona matura e improvviso, diciamo ex-abrupto) e cimentandosi inizialmente sui gruppi di scrittura presenti sul web (it.arti.poesia, it.arti.scrivere) e subito dopo creando i propri blog personali, uno di poesia (inconcretifurori.wordpress.com) il secondo di prosa e racconti (dell’idrairacconti), cercando poi di raccogliere il complesso delle proprie produzioni in quello che mano mano dovrà essere sempre più il blog https://villadominicabalbinot.wordpress.com
Sin dal suo primo numero – e fino alla sua chiusura – ha collaborato al lit-blog viadelledonne.wordpress.com. FEBBRE LESSICALE è la raccolta d’esordio, autoedita attraverso il sito ilmiolibro.kataweb.it come del resto le tre sue successive raccolte
QUEL LUOGO DELLE SABBIE – I FIORI ERANO FERMI – E LONTANI – E TUTTI QUEGLI AZZURRI FUOCHI, cui si riferisce la nota critica di FRANCO DI CARLO

Gian Piero Stefanoni

15 luglio 2019

 

GianPieroStefanoni

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2019/05/lunamajella.jpg?w=195&h=300

 

Prefazione di Anna Maria Curci

Con alcune versioni in dialetto abruzzese d’area teatino-frentana
di Mario D’Arcangelo

 

“Le parole sotto la roccia”: l’universo di Lunamajella”

Nel suo movimento che associa, alterna, combina e ricongiunge il protendersi e il ritrarsi, il balzo in alto e la discesa nel profondo, il dire poetico cerca, trasforma, rimpiange e ricostruisce, vela e rivela regioni, paesaggi, terre e distese d’acqua, cime e firmamenti.
Lunamajella di Gian Piero Stefanoni non solo conferisce – lo affermo ricorrendo alla prima parte della celebre formula di Winckelmann – “nobile semplicità” a questo movimento, ma trova, in più, nuove, singolari combinazioni di fonti di luce, di angoli e di spianate, di luoghi appartati e di consonanze di voci umane.
Se è vero che, nel suo moto, la poesia individua, orchestra e progetta ponti e dimore, essa trova in questa raccolta di Stefanoni una terra d’elezione (non è del “suolo natio”, infatti, che il poeta canta, ma di una determinata area nel Teatino divenuta per il poeta paese dell’anima e terra del cuore) che si va manifestando come “madreterra”, come un universo nel quale geografia e sonorità concorrono a ri-nominare e a ri-fondare.
I nomi di luoghi, di rilievi e di corsi d’acqua – Pennadomo, innanzitutto, poi, tra gli altri, lama dei Peligni, Fara San Martino, il Sangro e, a stagliarsi su tutti, il massiccio montuoso della Majella –animano quest’universo, lo caricano di sensi e ruoli.
Una delle direzioni nelle quali il moto del dire poetico si mostra qui particolarmente efficace e fondante è quella di una ricollocazione di singoli elementi nel sistema dei segni.
Riporto qui due esempi illuminanti. Il primo riguarda la creazione della parola-universo che dà il titolo alla raccolta, Lunamajella, la quale viene così definita e invocata: «globo sospeso / che quasi ci tocca». È una parola, lunamajella, che raccorda la lontananza con la prossimità, il cielo e la terra, la spiritualità («globo sospeso») con la fisicità («che quasi ci tocca»).
Il secondo si concretizza nell’uso particolare e inedito del termine “rassetti” nel componimento omonimo, Rassetti, appunto: «Sempre prima di addormentarmi / penso alla morte, al rassetto che sarà / sotto questa montagna di immenso lumino». Anche in questo caso la singola parola si apre a una pluralità di significati che essa, allo stesso tempo, racchiude e protende, collega intimamente ai luoghi e invia in altre direzioni. Se “rassettare”, infatti, è, per un verso, riordinare, ripristinare un ordine preesistente, il termine “rassetto”, usato nel vocabolario tecnico dell’edilizia con il significato di “assettamento” (si parla infatti di “lesioni da rassetto”), indica un incontro tra movimenti tellurici e l’opera umana.[…]

Dalla prefazione di Anna Maria Curci
https://poetarumsilva.com/2019/05/07/gian-piero-stefanoni-lunamajella/

 

 

Lunamajella, globo sospeso
che quasi ci tocca, verso Palena
ma è come verso Marte: astronave
che s’innalza e s’intaglia alle sue coste
lasciandoci come migratori passare.
Eppure vagando non avremmo
che macchie,
                      di nubi
altre aquile in volo.
Dalle feritoie riva verde, sorgente.
Grande addormentato animale.

Lunamajelle, monne areppése / che quase ce tocche, verze Palene / ma è come attravèzze pe Marte: navecèlle/ che s’ahàveze e je se ntàje a le coste // e ce lasse come cille a lu passe. // Eppure gerènne nen tenassàme / che macchie // de nùvele
/ àvetre àquele a vulà. // Da le sgrette riva verde, surjente. / Grossa lemàne addurmíte.

 

Rassetti
Sempre prima di addormentarmi
penso alla morte, al rassetto che sarà
sotto questa montagna di immenso lumino,
sopra questo lago incoronato dalla diga.
Non vi sarà strada, non vi sarà utensile
solo un’altalena di piccole spighe non spazzate
e il santo di gesso a fissare nel volto ceruleo
della stanza le mani secche, l’attesa
dell’altro chiamato al mio posto.

 

L’abbiamo attraversata
la nube che scorre, il respiro che muta,
sei tu che passi terra dalle molte rughe,
stagione della luce.
l’abbiamo attraversata con la lingua
questa strada, questo ceppo di bosco
che si è fatto paese.
ci ha protratti fuori di luna,
nella calura del sogno,
questa ortica di volti sminuzzati,
questa tormenta indifesa di memorie.
E nulla ora sale giacché nulla ora discende
nel procedere che abbraccia la valle.
È il suo ultimo grido – non può essere il più forte.

 

M.G.
Sola con le sue Marie,
con i suoi smalti, a spezzare
il vento errante – alla luce
che nel ricomporla la nomina.
Donna per sempre figlia –
di una carne e di un tempo
nel rovescio del corpo – di una testa
girata ma eppure madre
di quella parola – e quel buio –
a dire il paese che in noi cerca mitezza.

 

Esodo
E forse ancora lo cerchi
o ti arrendi a un battito
che non sai dare.
Adamo caduto che dal calco
ti tenti alla prima impronta,
sei un disperso.
Nel manufatto
appena un groviglio, appena una maschera
che questi campi
e questi animali non vedono.

Su una statuetta presso il Museo Archeologico Nazionale di Chieti,
“La Civitella”.

 

Respira la tua paura
l’abbocco della valle, si ferma
solo quando ti allontani.
Alimenta l’acqua dove il torrente
si confonde e ricorda.
Ormai ti ha preso – pietra, resina
incollata al tuo segreto.

 

 

SETTEMBRE
I.
Si fa più scura la roccia
al paese che sta per morire.
Ma allora perché il circo
delle rondini, il diradarsi delle nubi
prossime alla sera?
O un sommesso bramare di draghi
il voltare di spalle degli uomini
che risale dal primo rifiuto.

II.
Il forestiero porta notizie
docile al dolore come la bestia
nell’infinito respiro.
Passa ma non ode dalle porte.
l’unica cosa che vive è la pace
che viene dal raspare,
la mano sotto l’ulivo
nelle preghiere delle ombre.

III.
Il segno è dato dagli anziani,
non vedono soluzioni solo la rovina,
la parola che nemmeno la campana
può cancellare. Non ascoltano,
accusano. Preparano sedie
che restano vuote.

 

 

La chiave
chi sistema – le scarpe rotte,
l’uccello in volo – il filare dimenticato della goccia,
il rumore sordo del non morire?
Forse l’ultima chiave, il male vinto della casa
nel passo inciso sul gradino.

La chiave – chi sesteme – le scarpe rutte, / lu celle che vole – lu felà scurdate de la hocce, / lu remore sorde de lu senza murì? // Forze l’ùtema chiave, lu male venciute de la case / a lu passe stampate mbacce a la scalelle.

 

 

Gian Piero Stefanoni, nato a Roma nel 1967, laureato in Lettere moderne, ha esordito nel 1999 con la raccolta In suo corpo vivo (Arlem edizioni, Roma) vincendo nello stesso anno, per la sezione poesia in lingua italiana, il premio internazionale di Thionville (Francia) e nel 2001, per l’opera prima, il “Vincenzo Maria Rippo” del Comune di Spoleto.
Nel 2008 ha pubblicato Geografia del mattino e altre poesie (Gazebo, Firenze-premio “Le Nuvole-Peter Russell” e “Città di Venarotta”) a cui son seguiti nel 2011 Roma delle distanze (Joker, Novi Ligure- premio “Leandro Polverini” sezione poesia sociale) e gli
ebooks La stortura della ragione (Clepsydra, Milano) e Quaderno di Grecia (Larecherche.it, Roma).
Nel 2014 ancora per i tipi della Gazebo è uscito Da questo mare (includente l’omonimo poemetto già nel 2013 in ebook per LaRecherche.it ed il canto pasquale L’amore che ti manca edito nella sua prima versione per la cura delle Edizioni d’arte Musidora di Nina Maroccolo, ed ora presso la biblioteca della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma). Ancora in ebook è La tua destra (LaRecherche.it, Roma, 2015), come il saggio sulla poesia in dialetto della provincia di Chieti La terra che snida ai perdoni (LaRecherche.it, Roma, 2017). Presente in volumi antologici, tra i quali La poesia dell’esilio (Arlem, Roma,
1998), Dai parchi letterari ai poeti contemporanei (Edizioni Arte Scrittura, Roma, 2009), S’impalpiti materia-Omaggio a Manzù (Edizioni d’arte Musidora, Roma, 2011- fuori commercio, copia presso la Raccolta Manzù di Ardea), e L’evoluzione delle ultime forme poetiche (Kairòs, Napoli, 2013) suoi testi sono apparsi su diversi periodici specializzati e sono stati pubblicati in Argentina, Spagna, Malta, Grecia e Francia.
Già collaboratore con “Pietraserena” e “Viaggiando in autostrada” è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale “Caffè” e, per la poesia, della rivista teatrale “Tempi moderni”. Dal 2013 sempre per la poesia è recensore di poesia per LaRecherche.it e dal 2014 giurato del Premio “Il giardino di Babuk- Proust en Italie”.
Tra i riconoscimenti da ricordare per l’inedito i premi “Via di Ripetta” e “Dario Bellezza”, entrambi nel 1997.

Michele Nigro

7 luglio 2019

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Michele Nigro

 Dalla prefazione di Stefano Serri

[…] Il linguaggio in Nigro non si fissa su un registro, accogliendo lemmi più che post-moderni (di quelli che ci vuole coraggio ad usare perché tra tre giorni nessuno potrebbe più ricordarli) insieme al più ortodosso e non ancora frusto repertorio lirico, senza
sdegnare l’omaggio alla tradizione e a un passato ben riconoscibile, più crepuscolare che modernista. Non mancano, in questi «coaguli di frasi raminghe / che chiami poesie» termini stranieri o neologismi, immersi in un repertorio lessicale più che vario, un vocabolario che ama la precisione, «glabro come un glande», e che, tra “gualchiera” e
metoo, arriva, tentando «un nuovo approccio jazz all’esistenza», a voci come aperimorte o informosfera.

Ci servono precise, le parole, e molto. Ci servono, ad esempio, per abbarbicarci ai ricordi (non quelli vaghi, ma quelli nostri) prima di lasciarli andare. Nella poesia di Nigro abbiamo inneschi di memorie in ogni dove, che siano voci entrate dalla finestra (le urla deliranti in tarda estate o la registrazione di «è arrivato l’arrotino») o suoni apparentemente innocui di luoghi familiari. Ne nascono ricordi che non sono mai pretesto per ghirigori narcisisti, ma che hanno rispetto di chi li ha trascurati, hanno occhi consapevoli delle distanze, hanno ironia e pietà, pietà prima di tutto per se stessi.
Ricordi blandi di una certa vita lasciata indietro, laggiù o lassù, da qualche parte insomma Ignoti, ignoranti e ignorati in eterno. […]

Acqua di ritorno

Adorava i temporali
estivi, tra sprazzi e lazzi
erano meme bagnati
su gambe scoperte
alla sua natura autunnale
dimenticata tra eccessi di
sole e promesse di viaggi.
Ora le campane chiamano
all’ordine di civiltà domenicali
e tuoni ribelli e grondaie
impreparate ad acque inattese
alla vita ormai persa
che scorre nel mare calmo
della morte che accoglie,
sperando di ritornare
giovane umidità
e nuvole
e di nuovo pioggia
tra i vivi di domani.

Grado Celsius

Con l’arrivo dei primi caldi
di notte
dalla finestra aperta
mi raggiungono psicosi da strada.
Uno che vagando tra i vicoli
geme un lamento “mamma! mamma!”
crisi d’astinenza dalla vita
una sirena insonne tra i miei sogni
colpi disperati di campana
schiamazzi da calura
e coltelli facili.
Amo il gelo che tutto acquieta
sotto un velo immobile
molecole indecenti si placano,
cerco l’inverno che zittisce
come severo maestro
i dolori infreddoliti del mondo.

Per voce sola

La falsa posa umile, appartata
un istante prima di ghermire,
poetesse low profile con sguardi
di madonne truccate
sembrano dire
“guardami! guardami!”
e ancora “leggimi! leggimi!”
Un canto d’amore
dal suo becco arancio
posato su antenne
d’inezie televisive,
e il cemento di quartiere
le rassegnate tegole
nella quieta provincia
divengono giungla inattesa
rigoglioso bosco per cuori grigi
nel silenzio serale squarciato
da note brillanti, sincere
gorgheggi d’un’anima pennuta
senza spartiti
o glorie studiate.

La casa senza noi
(Protagora)

Come corpo morto
pian piano si fredda
la casa lasciata sola
non vissuta da aliti umani
vapori di brodo sui vetri
e caldi sospiri di stufa.
Tra queste quattro mura inanimate
si rifugia forse lo spirito
della storia che non conta
il tempo
perché tempi non conosce?
Cosa fai al buio, d’inverno
durante le lontane feste?
I testimoni oculari
che tutto misurano
lasciano dietro di sé
polveri ignoranti
tra muti oggetti
non più sfiorati
da una vista cosciente,
un ultimo giro di chiave
li separa da un’immobile eternità.

Archivio

Conserviamo date, pezzi di spago
scatole di dolci vuote e biglietti
perché anche il dolore
esige una documentata
precisione, resistente al tempo
e all’umana distrazione.
Affinché ogni data diventi spina
per pungerci quando sembreremo
felici,
ogni pezzo di spago
un nodo che ci tenga
legati al passato,
una scatola
vuota della dolcezza che fu
per quando saremo pieni
di false gioie,
e biglietti di sola andata
per l’aldilà.

Poesia triviale di amore e morte

Mi condusse nel bosco della fiducia
e abusò della mia benevolenza,
per ore
senza dire una parola
raccontò tutto del suo ego
e me lo mostrò,
con colpi ritmati di piacere
strofinando la mia schiena nuda
sulla corteccia del nostro
talamo fogliato.
A mo’ di anello
con la fascetta rossa
dell’ultimo Partagás
intorno al dito raggrinzito
da umidi connubi solitari
le chiesi di unirsi a me
sul baratro di un bucolico caos.
Bifolco vuol dire
due volte folk
ed eravate coppia impopolare
di verderame e stanchezza.
C’è gente che
è vestita bene
solo da morta,
e allora lei morì

Immaterial

Vento di spettri cari,
t’insinui tra scricchiolanti
porte antenate suonando
come flauti di ghisa stufe
spente da troppo tempo.
Metto in salvo dall’oblio
distratti squarci di
bellezza allo stato brado,
conserve per l’anima.
Cane che mordi l’aria
intorno al liberatore,
assuefatto alla catena
anche questa sera
al mio passaggio, non capirai.

Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia (Sa) dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste.
Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica –che ama definire “raccolta di formazione”– intitolata “Nessuno nasce pulito” (edizioni nugae 2.0).
Ha pubblicato “Esperiment”, raccolta di racconti; il mini-saggio “La bistecca di Matrix”; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo “Call Center”, nel 2018 la seconda
edizione “Call Center – reloaded” e la raccolta Poesie minori “Pensieri minimi”.

 

Claudio Pagelli

20 maggio 2017

foto claudio pagelli

Inediti

                                      

                                                                   

“La mosca”
                        

scarta all’improvviso

un angolo di novanta gradi nell’aria

salvandosi dallo schianto –

resta il suono rauco di un applauso

le manti giunte nel rito fallito della cattura

lei già presa in altri giri, altre capriole

fra i bracci bianchi del lampadario

con i suoi occhi grandi a scrutarmi dal soffitto…
                               

                                

“La zanzara”
                                 

una vecchia signora

col k-way giallo

e uno zaino a tracolla

cerca le castagne

cadute a settembre,

scarta col bastone

quelle marce

con le mani raccoglie

quelle buone…

poco più in là

una senegalese

con le giarrettiere nere

attira l’attenzione

di un furtivo passante

trenta euro per l’amore

gli dice col suo sorriso di gatta

scostando dal volto un insetto,

forse una zanzara

sopravvissuta al primo freddo…

                                                

                              

“La cimice e il codirosso”
                                    

è la stagione della cimice cinese

che pare  si riproduca più velocemente

di quella comune,  di quella verde

tipo oliva depressa nei bar di periferia…

si dice che la natura sia in ritardo

che ancora non sappia bene cosa fare –

assecondare la sostituzione naturale

o creare un codirosso meno schizzinoso

davanti a una variazione di colore…
                                      
                                             

“La lucertola”

volevo solo aiutarla

invece l’ho condannata

priva della zampa sinistra

e la coda già recisa

avrei dovuto capire

che portarla sotto il sole

sarebbe stato fatale,

che l’amore è un errore

quando ci si crede dio

anche solo per un attimo…
                              

                                 

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975.

Autore de “L’incerta specie” (LietoColle, 2005, prefazione di Manrico Murzi), “Le visioni del trifoglio” (Manni, 2007, prefazione di Fabiano Alborghetti), “Ho mangiato il fiore dei pazzi” (Dialogo, 2008), l’e-book “Buchi Bianchi” (Clepsydra, 2010), “Papez”(L’Arcolaio, 2011, prefazione di Andrea Tarabbia) e “La vocazione della balena” (L’Arcolaio, 2015, prefazione di Guido Oldani).

Con opere di Emanuele Gregolin, Gianluigi Alberio  pubblica inoltre  alcune plaquettes artistiche a cura di PulcinoElefante.

Premiato in numerosi concorsi letterari di interesse nazionale, sue poesie compaiono in cataloghi d’arte, riviste di settore e siti a tema.

Recentemente tradotto in spagnolo a cura di Diego Tapia, pubblicato sul Periodico de Poeisa U.N.A.M.

Laureato in Giurisprudenza, dal 2004 è Presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto (www.helianto.it).

Rossana Mezzabarba Nicolai

10 maggio 2017

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  1. ROSSANA E LA SUA DOPPIA ANIMA

Rossana Mezzabarba Nicolai, poetessa palocchina dalla doppia anima, romana e abruzzese, con ascendenze etrusche, è l’ autrice di Luci e palpiti nell’Universo”, editorial service system, 2016. E’ la sua sesta silloge, comprese due in dialetto romanesco. Rossana, laureata in scienze politiche, già dirigente dell’INPS,  scrive da sempre, da quando era ragazzina con gli occhi profondi e lievi che cercavano uno “spazio altro”. Possiamo dire che è  vissuta a pane e cultura, quel sovrappiù – diceva Tagore – su cui è costruita la civiltà dell’uomo. Nella sua famiglia, poesia, canto lirico e pittura erano nutrimento costante dello spirito, erano un po’ le scusanti dell’esistenza; il padre, d’origine etrusca,  è stato un eccellente pittore, mentre la madre e i nonni materni, abruzzesi da molte generazioni, erano dei veri patiti della musica lirica, e profondamente innamorati della loro terra. Da bambina la conducevano nei boschi, sulle rive dei fiumi, dove tutto è un’architettura di suoni istantanei, un’orchestra di sussurri e voci, dove c’erano fabbriche d’aria buona e di silenzi, e lo spazio, tutto lo spazio intorno a lei, si faceva musica di sogno. Questi saranno i paesaggi che nutriranno una delle sue anime liriche, l’amata “terra d’Abruzzo, / temprata e forte/ nutrice vigile/ delle mie prime attese” (Canto)

 

2.SIAMO TUTTI VISITATORI DELLA VITA

Tutti i libri di un autore, e ciò vale anche per Rossana, che ha iniziato a pubblicare più di trent’anni fa, nel 1984,  con- guarda caso – una silloge di intitolata “Nella galassia della vita”, vivono di una loro inesprimibile continuità e variazione, interpretano la loro spiccata alterità senza allentare mai l’abbraccio in cui si stringono tra loro, al loro interno, dove s’intrecciano i singoli componimenti fino a formare un tutt’uno, un solo libro, che è poi la sua storia, una combinatoria di esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni, di affetti, di miti, sogni, ideali, illusioni, I Sempreverdi (“E’ eterno /tutto ciò che ha avuto un senso/che ha impresso un segno / nella parabola della vita”)

Forse all’inizio, la poesia di Rossana era su ritmi e registri più ermetici, con frequenti sinestesie, e voli pindarici; oggi è più tradizionale, classica nella versificazione  e nell’essenzialità, ma la sostanza non muta. Rimane sempre  il misterioso e fragile incontro della parola con l’altrove, una vela umida in cui naviga il cuore, un fremito, un sogno, una stella, un volo, la “Poesia delle ali / e dell’insaziabile sete/  d’infinito/ da chi dall’infinito/ promana/ respira vita”  ( Le ali)

Ma questo non è un libro solo elegiaco, o fatto di nostalgie; è il libro di una più profonda riflessione  sull’esistenza e – allo stesso tempo –un appello a una vita e a un futuro di speranza e di riconciliazione. “Siamo tutti visitatori della vita.  Nessun essere umano conosce il significato della propria creazione, se non nel suo aspetto più primitivo e biologico. Siamo stati buttati nel mistero dell’esistenza, siamo ospiti di questo nostro pianeta, visitatori vandalici che rovinano, sfruttano e distruggono altre specie e risorse. Abbiamo portato cassonetti per rifiuti  anche sulla luna”. La poesia è  un invito a rispettare la sacralità dell’Universo, fatto di luci palpiti e misteri, ma anche a riflettere e riscoprire che tutte le cose che incontriamo nella vita hanno qualcosa di mistico; che esiste una spiritualità della quotidianità che possiamo trovare nello sguardo di un vecchio, nel sorriso di un bambino, in una foglia che si stacca dal ramo, nella fonte che riflette i nostri volti fatti d’acqua; la poesia è un triste oro, che non ha mercato, è eterna e  povera, ma è anche un radar, o un “sommergibile dell’anima” che ti fa scoprire paesaggi inesplorati, abissi segreti, sentimenti grandi, vasti come il respiro del creato.

 La poesia ti fa capire l’urgenza tutta ungarettiana della parola, che può essere un grido, un fragile cristallo, e un ponte di solidarietà umana nel dolore e nella disperazione, ti fa convertire l’oltraggio degli anni in una musica, un rumore, un simbolo. Ti fa percepire i palpiti vibranti di un cuore immenso, infinito, “dietro il sipario del tempo”.

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  1. LA TELA DEL TEMPO

La fluidità del tempo recisa in una sequenza ordinata d’istanti successivi dall’incertezza del futuro, dalla pena del vivere, dalla speranza di rinascere, cede   “alla dolcezza dell’oblio / alla pietà dell’ombra /che stende un velo sulle piaghe,/ le risana e richiama alla vita” ( La tela del tempo),  guarda a nuovi orizzonti oggi inquinati di provvisorietà, che vanno cancellandosi, abbagliati,  sotto la riappresa luce degli sforzi di grazia di una poesia essenziale con la linea di vita, ma anche di sacralità, di voce intima, in un quieto abbandono della memoria, direi una pausa, una sosta, un attimo di oblio di tutti gli strascichi, le pesantezze, le angosce, le sofferenze, gli strazi  dell’esistenza, che Rossana Mezzabarba ha dovuto subire, e sempre accettato con grande fede, dignità, coraggio, nonché straordinaria forza d’animo  e rinnovata speranza d’amore.

4.IL RISVEGLIO

Da uno dei cortili  aver guardato le antiche stelle, dal sedile in ombra – scrive Borges – aver guardato quelle luci disperse, aver sentito il cerchio dell’acqua nella segreta cisterna, l’odore del gelsomino, il silenzio dell’uccello addormentato, l’arco dell’androne, l’umidità della sera – tali cose sono forse la poesia di un minimalista dell’immensità. Ma, aggiunge la nostra autrice, la poesia è anche nel fremito di un bimbo che nasce, nel “RISVEGLIO”  alla realtà delle cose dopo una notte “lieve di luna d’estate, /  nella mimosa che esulta, /in una lacrima vera, in un tramonto d’oro/, in una colomba picassiana, / o nel mistero delle ninfee”; tutto ciò realizza quella continuità cosmica, che è il respiro, l’alito d’amore di Dio che ci reca costantemente doni su doni per vincere la nostra miseria e la nostra insondabile solitudine.

 

5.L’UTOPIA

Sappiamo  bene che nessun verso,  o illuminazione  risolverà un nostro minimo problema, né ci porterà consolazione e pace, ma bisogna pur coltivare qualche utopia, come verità, giustizia, solidarietà, se no diventa tutto un mercatino delle vanità, un bricolage dell’anima. Probabilmente non sapremo mai il perché di questa ossessione della scrittura che ci fa stare svegli fino a notte fonda senza sapere bene quel che faremo, quel che diremo,  prima di battere i tasti del computer, o scrivere a penna, come fa ancora Rossana, cercando sempre quella linea della chiarezza, l’incisività, la semplicità del dettato, l’autenticità di quel che si agita dentro di lei, siano voci, sogni, deliri o visioni. Noi tutti siamo, purtroppo, tarati sul disincanto, e cose come lo sdegno, la compassione, la tenerezza, ci sembrano merci scadute, ma se vogliamo dare un significato alla nostra vita dobbiamo ritentare il dialogo leopardiano con la luna, credere nel sogno del futuro, metterci le ali e volare verso quel regno dell’utopia, in attesa  di una musica che viene dalle galassie più remote, dove l’eternità  ci attende al crocevia delle stelle, per quel pugno di cenere o di gloria che forse ci è dato; ecco Rossana che si mette il ritratto del padre appeso al cuore, s’adorna con l’ardente e cieca rosa di maggio e guarda  il mare, che è lì, immenso, eterno, essere antico che rode i pilastri della terra.

  1. IL CAMMINO E LA SPERANZA

Diceva Lucrezio: Noi siamo granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia, minute conchiglie tutte simili e tutte diverse che l’onda mollemente spinge sulla bibula harena, sulla sabbia che s’imbeve; le ragnatele ci avvolgono senza che ce ne accorgiamo, mentre camminiamo. Rossana ha fatto un lungo cammino con sua marito Roberto, che ora se ne sta lassù, in alto ad ascoltare la musica di Dio. E’ una donna che ha fede e ascolta e serba nel cuore  la parola del Vicario di Cristo sulla terra, quel Papa Francesco dallo sguardo buono, con la voce piena di tenerezza per gli umili, e il calore umano, lo sprone  tutto evangelico che lo spinge in un cammino difficile, contro ogni principato e potenza: ecco un papa non occupato solo con l’eternità ma con l’umanità, e la puzza delle sue pecore sperdute, occupato con il tempo, con l’istante che si devono convertire in speranza di eternità.

Ma vogliamo finire, nell’ottica di un ecumenismo religioso, da sempre invocato, ma che non si riesce mai pienamente a realizzare, con un altro anelito di speranza; quella speranza, secondo la poetessa, abita anche dietro gli specchi e gli orrori di una guerra assurda che sembra non aver mai fine, la guerra porta a porta, la guerra dietro i sipari, gli specchi, l’oscurità del terrore, del sangue e delle cose che ci può colpire dovunque e che ferisce l’anima di ognuno di noi. Rossana ha un anelito di umanità e di speranza a cui non bisogna mai, mai abdicare, che abita una moschea dove è  “inginocchiato/perduto/ nel grande tappeto/ di preghiera/ un fanciullo arabo// Il tuo sguardo /è assorto, /non so se già consapevole/ del mondo che ti circonda; / a te vicina/ con l’anima/ prego anch’io:/ che tu non possa mai soffrire/gli orrori della guerra,/la fame,/ il dolore dell’abbandono,/ma vivere una vita/ d’attese premiate,/ di caldi raggi/ d’amore”.

Roma, 5 marzo 2017                                                              Augusto Benemeglio

pausa

19 novembre 2016

giardino-dopo-la-pioggia-by-cribo

 

Il Giardino si ferma per un po’
Auguri di buone feste  e buoni mesi a venire a tutti i poeti e lettori

cb

 

Maria Carmen Lama

11 novembre 2016

Carmen Lama

 

 

È poeta soltanto
                         
                         
Non tutte le ciambelle
riescono col buco:
in questo brutto detto
c’è un po’ di verità
come quando si dice:
Non ogni parto buono
genera figli sani.

Così il poeta
non se ne faccia un cruccio
se mentre viaggia dentro le parole
ne trova alcune sfatte,
sfiorite, sfarinate
e non crea poesia,
ma acerbo frutto.
Se ha sabbia tra le dita
può scegliere – se vuole:
lasciarla scivolare
e tornare al suo nulla
o, bagnandola,
farne effimero castello.

Con le parole il gioco
è ancora più complesso.
Quando il poeta crede
d’averne colto un senso
stabile, duraturo, forse eterno,
la cosa significata
è già cambiata.

Lo sa il poeta
che si muove spesso
su una sottile linea di confine?
Viaggia tra il nulla
che vuole esser cosa
e l’essere che ricade già nel nulla.

È poeta soltanto
quel demiurgo
che in un baluginio
raccoglie un mondo,
che vive come in bilico,
sospeso, per afferrare
le parole in volo,
ma che sa anche
e sente chiaramente,
nell’oscillante gioco
dell’approssimazione,
il suo continuo rischio
di caduta.

Ma fino a che lo sosterrà
uno sguardo poetico sul mondo,
la sua ricerca non avrà mai fine,
perché in poesia non c’è una meta.

                                                                              

Dolceamaro

Negli occhi il mare
in lacrime di gioia

il cuore si riempie
si gonfia come un’onda

e mi sazia quest’immenso
dolceamaro.

 

 

Il silenzio, talvolta
Il silenzio, talvolta,
è un gravitare di parole
nel vento della sera,
un accendere fuochi a precipizio,
cauterio di ferite
che più sono invisibili
più bruciano
lasciando riverberi
in cieli di smeraldo.

 

 

Si sta

Si sta
come d’estate
le barche a Giethoorn!

 

 

Piegheremmo anche in quattro
Piegheremmo anche in quattro
tante risate vere
quelle che ci ri_piegano sui fianchi
e ci tolgono il fiato
(o vuoi il respiro?)
mentre parliamo dell’infantilismo
di certi raccontini per bambini
che nemmeno i bambini….!

E dire che ci siamo divertite
alle pareti della nostra casa
non serve -già!-
ché anche le pareti ridevano
e ridevano e ridevano
ché a memoria conoscono i ritratti
delle luci
ma più ancora del buio
de_(lle)_menti

_

                        

__________________________

                               

                            

Dedicate a un’amica
                                   

                                       

Se non ci fosse l’aria
e il tuo respiro
se il tempo fosse immobile
se non avesse voce il vento
se uno spazio minuto
non accogliesse
il pianto e il riso
di un’anima bambina –

o… se non ci fosse …

dove starebbe il senso
d’ogni cosa?
                                   
                          

Fiammeggia

Fiammeggia metà_fisica dei quanti
e c’è chi padroneggia infinitesimi
dei tanti dentro un vortice che ondeggia
ed è subito sera che dardeggia

inaspriranno i cirimolli acquatici
nel bel mezzo d’anseriformi asfittici
                       
                            
                            
Per dipanare enigmi
                       

Come s’appoggia ad una balaustra
una malinconia oppure un pianto
così ci affacciavamo su un sentiero
che portava soltanto verso il nulla
e ci scommettevamo una visiera
di cappellino, d’aria e di minuti,
che saremmo arrivati in men che niente

non sapevamo dove, e tuttavia
si muovevano i piedi, non il corpo,
e annaspavamo intorno a un labirinto
che ci riproponeva un filo e Arianna
e un maxitauro vestito d’amaranto

e il labirinto non aveva vie, soltanto
un’apertura chiusa in alto, per sorvolare
intimamente un sogno
e rifare a memoria
indizi di memoria

è che a volte dal nulla nasce cosa
che mai t’aspetteresti e non comprendi
ma qualche cosa è lì che affiora piano
dal labirinto della tua memoria
o dai sentieri inviolabili
del nulla
per dipanare enigmi
sospesi sugli abissi più profondi
                                     
                             
                             

Palpiti in superficie
                                
                               
Palpiti in superficie a punta-spilli
allineati desideri e sogni

– ma di che? ma di chi?-

tempura al ristorante au trompe l’oeil
come un incartamento di destino
– o fosse il tempo che sempre m’inganna? –

Appare un mondo che non riconosci
e il ciglio è doppio sulla carreggiata.

Ma al fondo al fondo cosa vedi, amica?

Non ho mai scandagliato, veramente…
– fosse paura o eccessivo fermento
o distrazione o tormento!? benché… –

Se penso a quell’immagine che penso
mi turba un po’ sapermi stereoscopica
anima, mente e…
chissà se anche il corpo!?

Oh, taci, taci! E ascolta il tempo, ascolta.
Fluisce nelle vene e disincanta
e ancora inganna. Ma sarà per poco.

Se guardi nel profondo, con amore,
quell’essere scoperto ti sorprende
e palpiti discendono
discendono…
sussulti all’unisono si fondono
onde increspano superficie e fondo
lo sguardo che si staglia sullo sfondo
e di dolcezza investe il tuo domani.

 

altre qui

Franca Battista

4 novembre 2016

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FONTANA LIRI     Ninfa al rito

                                     
” titolo, del resto, racchiude una chiara avvertenza: l’anagramma estrae dalle lettere di Fontana Liri, e lo consegna al titolo, una figura del mito: e il mito porta il rito. È un rito così ad essere inscenato; e del rito sono caratteristici l’intento di celebrazione, il tocco e l’aura di sacralità.
E lo sacralità qui si esprime fin dall’inizio per il mezzo di un numero pieno e rotondo come cento, e s’affida a prima vista al ricco e curato corredo iconografico nel quale è l’eleganza delle piante ed è il loro sottile messaggio benefico, legato alla varietà e alla inesauribile energia risanante della natura, a valere come offertorio, ad accompagnare il paesaggio, a vistarne il genius foci.
Franca Battista da sempre intreccia i suoi versi con le denominazioni colte e popolari e le figure, con le proprietà e gli cusili, con le aperture odorose e le promesse di un erbario ricco, che ama per altro riprodurre con l’antica perizia di un amanuense, di un miniatore. E, sopra pagine intonate ad un pensiero ecologico, l’universo verde della vita vegetale le presta spesso e volentieri il linguaggio: anche con gli arcani sintagmi che catalogano specie ed esemplari, sintagmi caduti nel/’ oblio i quali invece sono rammemorati e fatti tornare tra i versi, Franca Battista aggrega i suoi composti.
Che così sanno di antico e di nuovo, che sono presi dal vero epperò hanno un tratto di mistero e s’arricchiscono di risonanze simboliche, che si impregnano di una religiosità pànica, naturale.
‘Su di un tale ordito, come su di un letto (di foglie e di fiori) , Fontana Liri ora s’adagia ora si lascia avvolgere, ora sI staglia. A suggerirne movenze e posture, a suggerirne la condizione di confine e di ponte tra terra ed acqua, è – e non potrebbe non essere – il Liri, che raddoppia, accoglie nel suo alveo, prolunga il significato trattenuto nel primo segmento, già liquido e scorrente come getto, del toponimo, Fontana.
Quel che se ne ottiene è una ripresa come in cento fotogrammi di un luogo reale e fantastico insieme, che vive nel tempo e sta nella memoria, di un paese segnato sulle carte geografiche e di un paese dell’ anima.
E così si citano alcune frazioni che fanno rami e braccia tutt’intorno, e così si segnano monti e valli, e così ritornano per ricordo e per lode vocazioni speciali. al lavoro, e così si rievocano personaggi e così si restituiscono a vita miti, e così si ridesta un piccolo consorzio antropologico; e l’occhio ora accosta analiticamente i dettagli, ora allontana e procura una visione d’insieme delle scene portate in versi. D’accompagnamento stanno le forme del fiume che è dio, che è totem: ì bollori, i capricci, le bonacce, ciò che toglie, ciò che dona e le voci, i silenzi , i verdi e i rossi (il rosso è tra i colori più battuti) del suo far roride e accendere bacche e fiori, le sue ombre e le sue luci (“alluma” conta tante occorrenze, infetti).
D’accompagnamento sta lo sua musica ancora un palpito dell’anima, che perdura ad affidarsi all’ euritmia delle figure del suono, specialmente alle allitterazioni con lo liquida “elle” (lo “elle” dell’iniziale del Liri) nella parte di protagonista.
È infine una scommessa quella di Franca Battista e perciò le appartengono un piglio, un’attenzione, una tenacia che sanno di sfida barocca.

La scommessa è quella di innalzare un monumento,  tanto variato e libero nelle forme,  quanto è solido, rinforzato dal sedimentarsi degli acrostici, l’uno sull’altro fino a contare cento.
La scommessa è vinta; ed è così che si inaugura e ci viene consegnato questo monumento in forma di parole a Fontana Liri.

Marcello Carlino

*
Forti legami e chiare
orme di cartigli
nel luogo aprico
trattengono aviti reperti,
archi di pietra, obliqua trascendenza di colline,
nielli cuprei su rocce ascose tra la pregiata
artemisia glauca.

Lacerti
ignei ri-creano
riflessi
inusitati.

*
Fra sedimenti di tempo e policrome
orchidee maculate,
ninfe e ninfee, tacite
tane di foglie ed erbe
amaricanti riluce la luce del verbasco che sboccia
nelle forre sature di nostalgici
aromi terragni.

Luccichii di lucciole allumano
i vicoli, plasmano bagliori
ramati su pietre vive
incastonate ai sensi.

*
Frastuoni d’acqua nel frastagliato
orizzonte cheto, mentre
nel vento che ondula segreti
torna il sibilo delle alghe che nella notte
ancora ondeggiano nel lago plissettato,
nuovamente intriso di un odore
acre di melma che rasciuga nel sopore.

lieve riaffiora in afflato lo zolfo, ora
ignoto, ora un poco
ròco, ora amabile,
inconsueto olezzo di fralezza.

*
Fragranza d’erbe segue
onde d’embrici
nella collina arsa e a balze
tinta d’oro
antico, mentre sfumano fruscii d’assenze
nella afona
amarezza di cromie sopite.

Litici percorsi rin-tracciano sinuosità smarrite,
intrichi di sterpaglie su im-prevedibili,
ripidi sentieri di puri
ideali.

*

Franco paese ove
ogni strada giunge in ambiti ambiti,
nei vincoli
tenace e molto
amicale,
nei vicoli
accorto e pervio.

Lucente,
indaco e schietto il cielo
rispecchia la fantasia e duplica
i cirri nel solforoso lago.

*

Foglie con verdastro
ossido
nei ritorti
tralci per amabili
arazzi di vitigni
nodosi, sfaldati,
attorcigliati.
Labirinti agresti s-coprono
impavidi grovigli di spinoso
rovo
inatto.

                              

                               

Franca Battista è nata a Fontana Liri (FR) dove vive ed opera nel campo delle arti visive, della didattica e della poesia. Si è formata artisticamente all’Accademia delle Belle Arti di Roma ed ha esposto in personali e collettive, realizzando opere pittografiche, video-performance ed installazioni verbo-visive in cui prevalgono implicazioni antropologiche con riferimento specifico allo sua terra. Nell’ambito della didattica ha attivato laboratori per lo sviluppo della creatività grafica e linguistica e curato pubblicazioni di settore. Da anni si dedica alla poesia pubblicando le raccolte Cinigia (ed. Romberg, 1995); Arsura (ed. Tracce, 1999); Falene (ed. Dismisura-testi, 2000); Chiose sulla chiuso (ed. Tracce, 2003); Lacinie (ed. Tracce, 2004) e ricevendo prestigiosi riconoscimenti tra i quali: “Prometeo D’argento”, premio Presidente della Repubblica al concorso letterario “La donna si racconta”, Pesaro 1994; primo premio al concorso internazionale “Nuove scrittrici”, Pescara 1998; primo premio “Primavera Hoiku”, Milano 1999; premio internazionale “Capoliveri Haiku”, Isola d’Elba 20 10; premio internazionale “Capoliveri Haiku”, Isola d’Elba 2012; premio internazionale “Capoliveri Haiku”, Isola d’Elba, 2013. I suoi testi sono inseriti in numerose antologie tra cui: “Antologia della poesia femminile italiana” (ed. Tracce, 2006); “La montagna” (Ferrari editore, 2007); “Glli alberi” (Ferrari editore, 2008);” La parola che ricostruisce” ( ed. Tracce, 009);:”Flowers” (Ferrari editore, 2010); “Cuore di preda” (ed. CFR, 2012); “Haiku” (I quaderni del Lavatoio, 2012) “RaPPOEsia” (I quaderni del Lavatoio, 2012); “Cronache da Rapa Nui” (ed CFR, 2013); “Haiku tra meridiani e paralleli” (Fusibilialibri, 2013). Inoltre ha curato originali antologie con poeti nazionali e inter-nazionali tra cui OliArti (ed. Fortino, 2012). Ha partecipato ad eventi poetici tra cui:
“Musicisti e poeti della terra del mito” (omaggio a Franca Battista), Conservatorio Licinio Refice, saggio di composizione (su testi di F B.) docenti A. Di Pofi, A. Poce, Frosinone 200 l; “Ecologia della poesia” Biblioteca Comunale, Cassino 2004 “Fuoco Evento” Lavatoio contumaciale, Roma 2005 – Biblioteca Universitaria Alessandrino (Università lo Sapienza), Roma 2006 – Fondazione Mastroianni, Arpino 2006 ; “Leopordi’s Day”, Villa Celimontana, Roma 2006; “Rodiobox” – voci e immagini dei poeti dell’archivio della Biblioteca Alessandrino (Università lo Sapienza), 2006; “La poesia femminile italiana”, Saletto del Cenacolo in Parlamento, Roma 2008; “L’isola dei poeti”, Isola Tiberina Roma 20 l l; “Poesia visiva” Cosenza 20 l l ; “La Poesiamanifesta, L’Aquila 2012; “Giornata mondiale della poesia”, Pescara 2013.