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Roberto Concu

7 aprile 2021

 

 

  

“Fedeltà del gelso” di Roberto Concu (AnimaMundi Edizioni, 2020) è una raccolta poetica gentile, una risposta saggia alla vita, nella costante corrispondenza alla fiducia e all’origine delle parole, il bagaglio sentimentale trasportato dalle stagioni e da ogni benevola esperienza. I versi ricompongono nello spazio metafisico i richiami profondi ed istintivi della terra, nella fantastica distrazione che è l’eredità di un incanto e il premuroso legame con la realtà, l’eterna sospensione che dilata la nobile consistenza del tempo ed occupa l’educata e naturale familiarità ai luoghi e alle persone, con l’immediatezza dei sentimenti e la spontanea armonia con la natura. Il poeta intrattiene miracolose sensazioni, assolute ed improvvise circostanze poetiche che ispirano la trasposizione simbolica del gelso, osservato in tutti i suoi mutamenti e trasferisce le similitudini originarie arricchendo significati alla vita. Roberto Concu si descrive fedelmente nell’accoglienza riservata ai suoi versi, teneri, candidi e immaginifici, dove gli accadimenti umani si identificano con la sorprendente e determinante urgenza della vita, nell’impeto entusiastico di creare un componimento poetico dell’anima che trae la sua forza dalle suggestioni dei pensieri e delle immagini. Il libro intreccia l’autentica manifestazione della verità poetica, il sentimento delle cose, il senso di stupore e meraviglia nei toni semplici e rapidi dello spirito libero, un intimismo espressivo e crepuscolare, l’attimo presente oltre le stagioni che aprono l’anno naturale, i luoghi del cuore esposti allo scorrere inesorabile del tempo, in una cortina di ombre e luce, di gioia e di tristezza. Una letteraria e nostalgica bellezza degli spazi, il compimento di un’alleanza emotiva, il valore estetico dell’illuminazione che non consuma e non inganna la memoria di ogni vissuto. L’autore assapora la grazia degli incantesimi e la naturale abitudine della realtà quotidiana,  rifugiandosi negli interni del silenzio, ritrovando la confidenza diffusa delle atmosfere e dedicando il tempo ai sogni, proteggendoli e coltivandoli al di là dell’indifferenza dei tempi. Spirito romantico, nel caldo e ammantato colore della speranza, lo spirito poetico giunge ad una meta riservata, privata, lontana dai clamori del mondo, adagiando l’atemporaneità dei valori affettivi, proiettando nel cuore di un destino che pulsa e batte gli attimi della vita, scandita dal torpore e dalla compiacente indolenza assopita di chi sa vivere altrove, altre vie, altri destini. L’energia espressiva ed ospitale delle parole accompagna la delicatezza dell’appartenenza, con la generosità della contemplazione per i frutti che la poesia dona, cinge il legame con l’evocazione dei sentimenti, stringendo l’alleanza con la bellezza di ogni destinazione umana.

Rita Bompadre

Mattino.

Nella sacralità del silenzio

odo il canto

della figlia del giardiniere

un’onda di mistero

mi commuove.

O dolce, ridente Saffo

———————————-

Nuovo gennaio.

Spoglio il gelso –

monaco fedele al voto –

la verità oltre la parola

esige il medesimo linguaggio

spoglio

Foglie parole

ammucchiate

agli angoli del cortile

Come transita in fretta

la luce nell’ombra

———————————

Parola è il volto

presenza che si auto-nega

sino a non mostrarsi più

e spingerci

laddove il dolore

è conoscenza

la voce un passo

tra possibile e impossibile

Mostrare il volto

le cose

il loro –

osceno

—————————

L’inizio della pioggia

accorda il giorno

con la pelle tesa delle foglie

Rifuggono i merli e i

passeri venuti a beccare

le briciole sul balcone

Matura la luce

allo stesso ritmo secolare

della pioggia

tutto è pace e desiderio

prima che il mondo si risvegli

————————————

Un nuovo alfabeto

oltre l’egoismo

l’oscuramento

la corruzione –

Aleph e Ghimel –

fedeltà e primavera

una nuova voce

con cui

manomettere

il nome d’ogni cosa

riconoscere

la sacralità del silenzio

davanti al muro del Mistero

Claudio Pagelli

20 marzo 2021

 

 

 

 

 

La poesia è un nodo d’aria. Un canzoniere memorabile,
ovvero, lo Spoon River milanese di Claudio
Pagelli

Si chiama Campo 87 l’area del Cimitero Maggiore di Milano che la giunta meneghina ha dedicato alle 128 vittime per Covid 19.
È il luogo in cui vengono ordinatamente accolte le salme non reclamate da alcun parente.
Si tratta di persone anziane, migranti o comunque sia, di persone senza famiglia, o i cui familiari sono stati, a loro volta, colpiti dalla pandemia. A questo luogo elettivo è dedicato, partendo dalla stringente attualità e approdando ad uno stadio di eccellenza d’arte, di letteratura e di Ethos, il nuovo libro di poesia di Claudio Pagelli, mirabilmente e, viene da dire, senza riserve, sapientemente tradotto in milanese dall’autrice dialettale Giovanna Sommariva. Si tratta di un libro che tocca le corde di chi legge, che impone una riflessione, personale e sociale, sui destini dei singoli, sul destino stesso della poesia, così intimamente e irredimibilmente legato alle sorti umane, di quella condizione contemporanea che il grande Mario Luzi ebbe a indicare come
“sopravvivente umanità dell’uomo”.

dalla prefazione di Manuel Cohen

 

CAMPO 87

It is all forgotten, save by us, the memories, who are forgotten by the world.

Edgar Lee Master

                      

*
Tutto si prende questo grande silenzio la rosa
di luce, la sera d’assenzio…

*
Tuscòss el se ciappa sto grand silenzi la roeusa
de lus, la sira d’absenzi…

                    

                        

*
Solo qualche sconosciuto
che mi butta terra in faccia,
l’ultima carezza del mondo
che si sfalda sul mio corpo…

*
Domà on quei cognussuu de nissun
ch’el me trà terra sora la faccia,
l’ultima carezza del mond
che la se sfreguja in sul mè còrp…

                   

                 

*
Nemmeno una fotografia
nemmeno una, dico io, in bianco e nero
soltanto il bianco della croce
che incendia gli occhi nel sole…

*
Nanca ona fotografia
nanca vuna, disi mì, in bianch e negher
domà el bianch de la cros
che la da foeugh ai oeucc in del sô…

                   

                          

*
Neppure il gatto
rispetta il lutto
se ne frega, l’ingrato
già strofina il pelo, lo sento,
fra le gambe di un altro…

*
Gnanca el gatt
el rispetta la condizion
se ne impipa, l’ingrat
giamò frega el pel, el senti,
fra i gamb de on alter…

             

                   

*
Credevo fosse solo tosse
l’inverno, il male di stagione.
Ho spento tutto, anche la televisione
e ora eccomi, al camposanto,
in un guscio di larice, come un coglione…

*
Credevi ch’el fudess domà toss
l’inverna, el maa de stagion.
Hoo smorzaa tuscòss, anca la television
e adess son chì, al foppon,
in d’on guss de lares, ’mè on pippa…

                 

                  

*
L’ultima sigaretta
fumata alla finestra
(prima della tosse, di tutto il resto)
il sapore di cielo nero sulla lingua,
la bocca vuota della strada deserta…

*
L’ultim zigarett pipaa a la fenestra
(prima de la toss, de tucc el rest)
el savor de ciel negher in sù la lingua
la bocca voeuja de la strada deserta…

                

                  

*
I prismi di cristallo
che oscillavano all’unisono
sul lampadario ancora negli occhi –
metronomi silenziosi, perfetti,
dell’ultimo atto…

*
I prisma de cristai
che dondaven all’unison
in sul lampedari anmò in di oeucc –
segnatemp de musega silenzios, perfett,
dell’ultim att…

            

                 

*
È trascorsa la mia vita
come un’ombra, un riflesso
allo specchio, una parentesi di vetro
tra terra e cielo. Nulla più, nulla meno…

*
L’è passada via la mè vita ’mè on’ombria, on rifless
in del specc, ona parentesis de veder
intra la terra e el ciel. Nient de pù, nient de men…

           

              
*
Lo credevo un sogno
solo un poco più lungo, più vero.
Adesso invece capisco, almeno credo…
in un tempo altro, sotto una croce
del Musocco…

*
El credevi on sògn
domà on poo pussee long, pussee ver.
Adess inveci capissi, almen credi…
in d’on temp alter, sòtta ona cros
del Musòcch…

                    

                                        

                              

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975.
Laureato in Giurisprudenza, dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto.
Autore di diversi percorsi poetici, fra cui: “L’incerta specie” (LietoColle, 2005, prefazione di Manrico Murzi), “Le visioni del trifoglio” (Manni, 2007, prefazione di Fabiano Alborghetti), “Ho mangiato il fiore dei pazzi” (Dialogo, 2008), l’e-book “Buchi Bianchi” (Clepsydra, 2010), “Papez” (L’Arcolaio, 2011, prefazione di Andrea Tarabbia),“La vocazione della balena” (L’Arcolaio, 2015, prefazione di Guido Oldani), “La bussola degli scarabei” (Ladolfi, 2017, nota di Giulio Greco), “L’impronta degli asterischi” (Ibiskos Ulivieri, 2019, prefazione di Ivan Fedeli – Premio San Domenichino, Premio Lago Gerundo) e “Campo 87” (Puntoacapo, 2021, prefazione di Manuel Cohen, traduzione in dialetto milanese di Giovanna Sommariva).
Premiato in numerosi concorsi letterari di interesse nazionale, sue poesie compaiono in cataloghi d’arte, riviste e siti a tema.
Alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo e in inglese.
Membro di giuria al Premio Nazionale di Poesia “Daniela Cairoli”.

 

 

Giovanna Sommariva
è nata a Saronno nel 1948 e vive a Rovello Porro in provincia di Como.
Scrive in dialetto milanese. Molti i riconoscimenti ottenuti, fra i quali: “Anita Bollati”, “Bardi&Menestrelli”,
“Anna Savoia” e “Poesie nel cassetto”. Dal 2008 fa parte della giuria al Premio Nazionale di Poesia Daniela Cairoli.
Per letture pubbliche si è occupata dell’opera poetica di Delio Tessa, Giovanni Barrella,Trilussa, Giovanni Raiberti e altri autori dialettali.
Pubblicati i libretti: Cinq ghej de pù ma ross; Des ghej de pù ma ross; Quatter gott de bel temp e L’aderenza del cafè.

Gianfranco Vacca

9 marzo 2021

Gianfranco Vacca riesce a mettere sulle pagine qualcosa che ti piace leggere e sentire, scritto in modo così originale, carezzevole e leggero nei toni. È la proposta di un pensiero espresso in modo morbido, quasi con levità, nel suo dirsi, stimolando sensazioni, percezioni di immagini per poi salire su elementi di pensiero profondo sul senso e lo svolgersi della vita in un percorso che coinvolge spazi e tempo, presente e passato e, forse, futuro. C’è quindi un pensiero che si articola in due parti, Il viaggio e La casa, non certo separate, anzi: sono i due elementi che possono ben comprendere il tragitto della vita: dalle radici saldate dentro noi al nostro esterno, che non è per tutti lo stesso. Come un compendio di vita che richiama il doppio bisogno di riconoscere certo queste radici ma anche la necessità dell’abbandono per la curiosità (o forse anche l’inevitabilità) di volersi aprire alla conoscenza, forse per far esistere le cose appunto attraverso il viaggio, persino l’incontro con nuove case, che mettano radici ma sempre con la sottolineatura di un luogo ben penetrato nel cuore di Gianfranco. Tendo a leggere così l’abitudine ad introdurre una specie di sottotitolo in calce ad ogni composizione che richiama un luogo, un sito terrestre del cuore dell’autore, a partire dalla propria Capri ma poi aggiungendo Napoli, Roma, Delfi, Istanbul o regioni vaste come in India o in Iran. Nella seconda parte, La casa, rimane solo Capri, la vera radice, con qualche sporadica citazione di Roma. Il tutto reso in una atmosfera che viaggia tra il mito e la contemporaneità con, lo ripeto, l’uso raffinatissimo e preciso di un linguaggio che spesso rovescia e costringe a confrontarsi con gli opposti. Nel titolo c’è la parola “silenzio”, che richiama la necessità del mutismo per poter dedicarsi alla parola “ascolto”, che chiede e affida all’orecchio una mansione, una non sordità di fronte alla parola precisa e al mondo e che Vacca intanto rivolge prima di tutto a se stesso. Mi sembra, dall’insieme dei testi, che si possa parlare del Mediterraneo come casa e del suo dialogo con le civiltà che lo hanno percorso sino ad oggi, ma anche dell’Oriente che ha incontrato e incontra con le varie forme di viaggio. Un viaggio appunto della parola che annuncia il pensiero, il sogno e il reale, il desiderio e la conoscenza di sé e degli altri. Questa lettura mi ha fatto tornare ad un testo per me fondamentale: Il Mediterraneo, raccolta di saggi a cura del grande storico Fernand Braudel su qualcosa che ci appartiene e ci lega nel profondo. Anche con Gianfranco Vacca si parte da luoghi fermi per scoprirne il movimento e poi attraverso la curiosità ci si apre alla voglia di esplorare, anche in senso figurato o nel sogno, mondi e pensieri penetrati da ricordi, affetti. In fondo i luoghi amati richiamati in calce ad ogni testo a cui si torna, come Ulisse per Penelope, implicano un precedente abbandono che forse serve anche a ritrovarne il senso. E allora il silenzio e l’ascolto diventano essenziali per queste “riscoperte” dopo una partenza e nel viaggio. Partenze come abbandoni, ma anche generatrici di esistenze, in un gioco intrigante col mito antico; si veda il primo testo:

Il cielo era un’ipnosi di stelle
e le scialuppe in viaggio
tra i due Ciclopi e le montagne,
le briglie di un’onda ammiraglia.
Ed ora anch’io partirò
chiedendo perdono
da isola ad isola, nel lasciarti sola.
E sosterò la terra di un sogno
per lasciarmi attendere
in ogni Penelope del mondo
che tu davvero inizi ad esistere.

Come nella raccolta precedente, Cinepresa mistica, c’è poi un uso diffuso del verbo transitivo, riflessivo che quindi si presenta come tratto distintivo del linguaggio usato da Gianfranco Vacca. A volte paradossi apparenti, rovesciamenti. Ne cito alcuni:

– il vento che vocalizza gli usignoli
– la sensualità che attuò il suo pennello
– il tempo che misurava gli occhi
– la sensazione (che) infila la pupilla
– sera che già demorde i colori
– la neve che acceca il mondo del bianco

e così via con molti altri esempi sempre di grande effetto immaginifico pur nella estrema precisione della parola, che insieme conducono ad una percezione di bellezza quasi gioiosa anche nei tratti più tormentati. C’è qui il rovesciamento continuo della realtà, come ci appare, per invitarci al dubbio, alla non possibilità di risposta o forse a più risposte tutte accettabili o da rifiutare. Ecco: bellezza e precisione della parola. Mi ha colpito nella lettura dei testi la frequenza dell’uso di alcune parole. Ho contato nove presenze del colore “rosso”, a cui se ne potrebbero aggiungere altrettante per “fuoco”, più altre presenze del verbo “ardere”. E allora mi sono chiesto: deve esserci una ragione, non so se inconscia o voluta, per la quale l’autore le utilizza così frequentemente, quasi sinonimi se intendiamo riferirci al verbo ardere. Nello spettro dei colori il rosso indica frequenze, vibrazioni lente ma intense, ma è anche il calore del giorno o quello forte e diffuso del tramonto che attende il blu della notte. Soprattutto il rosso e il fuoco sottendono la passione, anche il desiderio, il contrasto che mi pare uno dei fili conduttori di questa raccolta, come le somiglianze del resto, tra le persone, i territori, negli affetti e nelle passioni. Forse questo rosso vuol riportarci al colore di una vita ricca, forte, vera e quindi anche contrastata. Vorrei richiamare a conclusione il primo testo, (in realtà meriterebbero tutti una citazione) già indicato sopra, dove subito si incontra sotto un cielo intriso di stelle l’invocazione di un sogno per una partenza, un abbandono che chiede però a una “Penelope qualcuno” di attendere perché “tu davvero inizi ad esistere”. Ecco, mi pare che in questo apparente paradosso si compendi non solo quell’uso straordinariamente preciso e leggero, carico di bellezza del linguaggio di Gianfranco Vacca ma anche, almeno a parer mio, il senso della raccolta e di un pensiero, che riporto citando Angelo Lumelli: “Per quanto un luogo stia fermo in attesa del nostro arrivo, c’è una qualità, nel luogo amato, in virtù della quale sembra venirci incontro”.

 Gianfranco Isetta aprile 2019 postfazione

***

 

Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi – Ed. Puntoacapo 2019

 

Un’apertura nel cielo, grande
emersa sulle derive lontane
scruta i mari in fiero bagliore
quando fu vela e terra e mondo –
e nel suo lampo
ogni cosa,
ai mondi milioni di lontananze,
in ogni cosa
solo dubitando la luce
lo stupore risale gli abissi
come chiarezza estrema
quando fu diamante.
(Capri)

I Fratelli Karamazov

Apparso alle stampe
nel duemila o tremila
prima o dopo Cristo
è oggi il capolavoro.
Fratello, mio amante
vieni da me
come sia possibile che il mondo viva
e la bellezza, la sua anima
cosa sia l’anima
se tu le muti in diamante
l’ordine mistico dei cieli
cosa a lei resta di noi
se le porti in mano l’innocenza
fino al gelo delle Siberie
come un pazzo tra visioni di fuoco
passando di ghiaccio in ghiaccio
tra i pericoli dell’immortalità
l’anima, alta
per tutte le volte
per ogni volta che abbiamo amato.
Ed è lei tutto quanto siamo
gli uccelli – le grida
(gioia lontana)
è lei ognuno di noi
“E’ chi non ha fratello
casa destino
è tutto ciò che attende e te e me
che siamo suo fratello
casa destino”
e se non le siamo questo
volto al volto come gemelli
sguardi, lo sguardo
che vede se stesso perduto
– oramai,
se non le siamo questo
un filo,
appena l’altra metà del cielo
per diventarle respiro,
noi non siamo niente.
(Capri)

E li adoro, io
ad uno ad uno
i molti me
al fuoco dell’altare
io, da me reciso
che lascia liberi
i suoi nessuno.
(Capri)

È tornato il pensiero nerissimo
un arruffio antracite
ed era tutta quiete la notte.
Ala insonne, o tu che piangi
se ho abusato perdutamente
quando troppo desideravo
“se a cento cieli avevo ingresso
e in cento cieli io non avevo spazi”
o era il mondo, grande
ad occupare tutto quello che sono
per riversare me stesso
in tutto ciò che non sono
(Capri)

Il Nord cala il suo regno sul mondo.
Nessuna tonalità al pomeriggio
già prono alla notte
sui colori che vanno a svanire
mentre si dona allo sguardo
la tinta perpetua
riflessa sugli specchi
che attendono il risveglio.
(Capri)

Se il pensiero non viene pensato
non possiede esistenza
se ciò che pensa
suppone sia la verità
deve allora esistere la menzogna
se il pensiero diventa meditazione
riconsegna se stesso al nulla
dove nacque,
e ne oscilla
da una parte dall’altra
cosa fu mai
chi iniziò il vero
chi il falso?
Ma nel nulla solo il nulla gli risponde
e così non può altro
e si arrende
si confonde, e ne riposa.
(Capri)

Neve e bianco
si confondono insieme
nella notte
un ciliegio è in fiore
e risplende nel buio.
Il cielo cupo
che incombe la primavera
rende alpino lo sguardo
i fiori bianchi sui rami
come fioccasse l’inverno.
(Roma)

Era vera
non il falso
di un mendicante autentico
e nello schiudere la mano
spalancava il centro.
Piccola, nella sua toppa ricamata
scaldava un pensiero, una preghiera,
gli occhi due more colme
che l’iride scorre al volto
in goccia piena.
Quando la mia moneta
le si posò fra le mani
né dracma né pepita né oro accadde
ma da lontano sul mondo
il vuoto le inondò lo sguardo
se le mani
distese lungo i fianchi
come un rimorso arrende.
(Capri/Roma)

Un secchio ha la sua fisionomia
anche se rivola come un colabrodo
è fiero, avventuroso
con una leggenda
un futuro da riempire
che attinge e ne gronda infinito
risalendo dal pozzo alla luce.
(Capri)

Meglio sentirsi un leone
una massa di brame nelle fauci possenti
– criniera fulva
afferra le febbri.
Pupille possenti – le mie
mi libererò – guardando
per giungere ad essere chi sono
mentre si richiudono le sbarre
a cui mi aggrappo e sbatto
contro ricordi di palme
oramai lontane
e radure e cieli roventi
le Afriche le savane
il Safari
la tensione dell’attimo
il balzo.
(Roma)

Quando sarai sulla cima delle cose
manterrai il coraggio
se anche il mare si allontano
via da te?
E se il tuo cuore batte
lontano,
potrai lasciarlo andare
senza frangerne l’assenza?
(Capri)

 

*

Gianfranco Vacca (1959 Napoli) a vent’anni si trasferisce a Genova, poi a Roma, per tornare infine a Capri, dove risiede. Nel 2011 pubblica Sarebbe stato un ottimo pazzo (Campanotto, premio Nabokov 2014.) Alcune sue composizioni compaiono insieme ad altri suoi inediti in Ancora introvabile il padrone del silenzio, e-book pubblicato nel giugno 2013 da Larecherche.it. Sempre nel 2013 pubblica la raccolta Cinepresa mistica (puntoacapo Editrice). È uno degli autori pubblicati ne Il fiore della poesia italiana, a cura di M. Ferrari, V. Guarracino, E. Spano (puntoacapo Editrice, II ed. aggiornata 2016). È del 2019 la sua ultima raccolta dal titolo Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi (puntoacapo Editrice), di cui è tratta una sua composizione inserita nell’antologia Il fiore delle lacrime (puntoacapo Editrice, 2020).

Marina Guarino

16 febbraio 2021

IN CERCA

raccolta di Marina Guarino

Turisa 2020

 

 

La poesia in genere non ha un gran numero di lettori, di contro  ha un numero  esorbitante di praticanti, ma quella a fondo religioso come queste di Guarino credo ne meriterebbe di certo più di quanti ne abbia perché, pur toccando il discorso della fede cristiana, è capace di allargare l’ orizzonte anche sugli aspetti etici e morali che  riguardano non soltanto il credente.

 

Cercherò di precisare meglio il pensiero utilizzando via via  alcuni spezzoni delle poesie di questa raccolta per inserirli in un discorso complessivo che prende l’avvio da un tema di fede, ma progressivamente allarga  lo sguardo sul modo in cui la visione del mondo del credente è coinvolgente e riguarda tutti gli aspetti dell’intera esistenza, rifiutando – per le ragioni della stessa fede che la sottendono – i compromessi, gli atteggiamenti rinunciatari, l’accettazione passiva della vita senza cercare di opporre alle storture che essa presenta il freno di un giudizio morale.

 

Il lavoro della Guarino ha inizio con questi versi  (pag. 5) che mettono in evidenza l’atteggiamento di umiltà che dovremmo avere per cercare di interpretare uno sguardo superiore ad una visione prettamente terrena

 

Dio ti parlo/ con l’ambizione della mia ignoranza/  sperando che il tuo sguardo/ non conti le disfatte //

 

Viene qui sottolineato subito l’atteggiamento individualistico di ognuno di noi di fronte a  un mistero che punge sotto la pelle“ ma la progressiva attenzione a questo mistero è utile per smussare le difficoltà di interpretazione:

 

e quando porgo l’orecchio attento/ si fa miele dentro la bocca//

 

e malgrado Dio si sia fatto uomo incarnato , ognuno tende a scoprirLo nascosto dentro le pieghe del vivere

 

sei sceso in piazza/  a manifestarti/ma ognuno ti costruisce nella penombra//

 

e ancora (pag.7) scopriamo la nostra incompletezza che resta sbigottita di fronte alla Sua potenza

 

siamo analfabeti che si fermano/nello spazio incolto/  della loro infima grandezza/

 

L’uomo non sa alzare lo sguardo oltre il contingente e troviamo  (pag. 30) questa  acuta osservazione:

 

       le cose vanno così/la gente passa e non guarda/è come avere una rosa a sinistra nel costato/sento la pena di chi mi passa accanto/e mi faccio silenzio/

                           

A volte la fede di fronte al male si sente sconfitta, è tentata dalla rinuncia a capire e si giunge ad affermare (pag. 46)

 

Ci sono giorni in cui dimentico di spezzarmi/di pregare/nulla mi sorprende/ e distanziata da ogni forma/abolisco ogni residuo di pazienza //

 

e in queste occasioni l’autrice  estende il discorso e lo amplifica introducendo un dialogo di confronto con i defunti  (pag. 17)

 

 a volte restano fino all’alba/ a ricordarci che la vita/ è una sosta di eterno inafferrabile/  l’ammanco è nel cuore/ e le fitte di rimorso sono strumenti umani/

 

Perché il vivere dentro la difficoltà del mondo costringe a (pag. 8)

 

fissare una città /che vive all’incontrario/

 

dentro la quale è spesso difficile sopportare il peso della quotidianità, e lo si legge con chiarezza   (a pag. 22)

 

     reggo a fatica certi copioni/  il conto dei sorrisi  delle parole/ costringere il mio carattere/  in un busto troppo stretto/  lo sguardo basso per non essere fraintesa//    pochi i battiti in sintonia col mio/

 

e sembra quasi inevitabile che  sia

 

   un cammino smarrito da lungo tempo/  in assenza di stelle/ un frastuono che allontana/ da ogni profondità //

 

e  poi (a pag. 9) leggiamo  ancora

in città rumorose e stanche/ c’è sempre  un anello debole/ un gelo del cuore s’acquatta / dentro le cose, celato all’ombra-//

                    

e  più avanti

 

Manca il fremito di un sentimento/ dentro l’occhio di vetro/ e attese inespresse scoppiano/  nel calcio ad un gattino //

 

ma

  la vita resiste/ sporge tra i roseti, fragile/  ma l’azzurro si fa avaro/

 

La nostra inconscia ostilità di fronte alla vastità del tema “credere“ ci rende chiusi ed incapaci di una lettura che sia fiduciosa e piena di abbandono e (pag 33)

 

 abbiamo scordato il bimbo che eravamo/gattoniamo in spazi ristretti con la testa china/ma tenere i piedi inchiodati sulla terra/ci fa rimanere fermi /

 

L’autrice non può nascondere a sé stessa il fatto che talvolta l’incontro scontro con il mondo ha la capacità di affaticare il suo spirito di ricerca

 

Sembro ignorare/ che le vostre domande/   vorrebbero ridurmi a granello/e mettere in silenzio/quella verità che impedisce/di mettere le toppe alle fessure//

 

ma la volontà di  capire ha alla fine la prevalenza (pag. 47)

 

ora non mi resta che ricucire/la pelle affinché sia pronta/per essere smembrata da voi/ancora una volta//

 

Passo dopo passo l’autrice completa il quadro, la visione che si è formata in lei osservando quotidianamente la vita con occhio a volte disincantato ma sempre aperto alla speranza che vi sia una redenzione (pag. 18)

 

               manca un antidoto per questa indifferenza/ che è paura/                                               forse timidezza imprigionata nel petto/

 

anche se l’abitudine al bombardamento di notizie ci ha condotti all’indifferenza (pag. 19)

                        l’abitudine alle notizie ci ha resi orbi/ a ogni voce sottile come un soffio/ ci ha inchiodati i piedi nel calore della sabbia/ facendoci analfabeti a svelare gli inganni del cuore/

 

Il male che ci circonda è così avvolgente che ci conduce a quasi a non prestare fede all’evidenza della storia, ai fatti avvenuti  nel tempo attorno ai quali molte persone  cominciano ad essere dubbiose (pag. 24)

 

Dell’infinito dolore ancora si dice/ancora si deve dire/anche se pareva/ che Dio giocasse a dadi quel giorno//         Non Dio,/ l’uomo //

 

Siamo indifferenti, spesso anche insensibili se non ostili di fronte ai problemi dei profughi e dei poveri del nostro tempo (pag. 25)

 

i sofismi della ragione non sanno della terra/ il mare miscelato a benzina/le ustioni delle donne, la notte/dimora dei bambini/E’ cosa di un istante/passare dalla preghiera quasi bestemmia/ alla provocante tentazione di sbilanciare/l’occhio più in fondo/ oppure dormire/ ignorando/che siamo una perenne domanda /

 

 

e non solo agli immigrati  come  questi ai quali (pag. 27) guarda l’autrice

 

 qualcuno ce la fa a tenersi stretta la vita/le poche cose da salvare/nonostante il muro di bugie che trattiene le schiene/la sfrenatezza della folla/           incapace ormai di arrossire/nello spazio di un perenne inganno//

 

ma pure ai senza casa, a coloro che dormono sopra i cartoni sui marciapiedi della grande città (pag. 29)

 

 resterai sui cartoni, la notte/a cercare un colloquio di verità con i cani/sono loro a farti esistere/ i cani non conoscono l’indifferenza //

 

La poetessa si rivolge e pensa  anche alle donne oggetto spesso della violenza maschile

 

 tu sorridi/mentre dici/che sei inciampata per le scale/     sbattuta contro il muro nella notte/e non vuoi credere che il gesto di quell’uomo/è come il verde di certe piante:/spunta appena sopra la terra/ma tirare/scopi radici profonde//

 

Lo sconforto e la depressione per tutto il male che vediamo nella società in cui viviamo ormai  avvolgono tutti, non solo i credenti anche coloro che si sentono laici, persone dotate di una profonda fiducia nell’uomo, categoria alla quale la nostra autrice rivendica il diritto di far parte
(pag. 13)

 

bellezza è quel grappolo di gioventù/   dentro la camicetta/gettare lo sguardo oltre a contemplare la verità del fiore/      dell’albero, di uno sguardo//ma se potessi chiudere le nostalgie/in una bolla d’aria/carezzarla con grazia/credere/di vivere un’altra vita/dove la bruttura è uno scherzo/      e la vita non è un orlo lontano//

 

E allora che fare? Verrebbe da chiedersi avviandoci alla conclusione di questa lettura, se è vero il finale della poesia a pag. 30 che dice:

 

 non passeremo più da questa vita/ dobbiamo logorarci voci e nocche/come fece la vedova col giudice ingiusto/ a ricordare cheil cuore si contamina con gli atti d’omissione

 

Forse bisognerà davvero fare come l’autrice che scrive a pag. 72:

 

… sono i (non) gesti di omissione/ a costruire croci e chiodi/ incapaci di vedere il Cielo/ in un chicco di grano/ sperando occasioni

 

oppure accettare e subire quanto scritto in questa poesia di pag 65

 

non so da dove viene il male/ è una macchia sulla pelle nuda/      una spina che tengo come vita/  in sospensione, misteriosa/ una trama che silenzia ogni superficie.

 

Non è facile scoprire di possedere una sensibilità religiosa e cercare di trasferirla dentro uno strumento così riservato come la poesia, perché si corre il rischio di essere male interpretati dai lettori.

Un libro di poesie non è un romanzo:con i versi gli autori ci consegnano la loro anima, ce la mostrano, ci fanno partecipi delle loro sofferenze, dei dubbi, delle domande che li opprimono o li accompagnano ogni giorno, ed è per questo che  dovremmo accostarci ai loro versi senza giudicarli, semplicemente leggendoli e domandandoci ad ogni passo  quanto ci sentiamo di condividere con chi l’ha scritta. Io ho cercato di seguire il filo conduttore che mi è parso di ritrovare tra i versi, e spero che chi mi legge lo condivida.

 

Luigi Paraboschi

23.12.2020

 

 

Ti parlo, Dio
Saprò mai desiderarti
come il deserto l’acqua
concepirti in me
con delicata geometria
come tu facesti un giorno
ancora prima che luce fosse?
Sei sceso in piazza
a manifestarti
ma ognuno ti costruisce nella penombra
a volte scambia il sale con il fiele
però sempre mi stupisce
la misteriosa devozione dei cani
l’odore del legno
la notte e le sue stelle.
Dio, ti parlo
con l’ambizione della mia ignoranza
sperando che il tuo sguardo
non conti le disfatte
poiché a frammenti mi sale nel cuore
un mistero che punge sotto la pelle
e quando porgo l’orecchio attento
si fa miele dentro la bocca.

 

 

 

Blu cobalto
Ho appoggiato un sogno
sul davanzale nella sera
fiocco leggero di cotone
dentro la piega del mio braccio
stanco
e chiuso.
Il mio sorriso di marina blu cobalto
è dentro il buio di questa stanza,
ma la mano non discosta
le ragnatele che invischiano
l’icona del tuo viso
anche nella nostra Sistina
gli indici si sfiorano
senza raggiungersi
nascondono le mani
le nudità dei corpi,
soli, dopo l’eden.
Scioglierai tu
l’antica brina
con fiamma d’un lumino
esposta alle correnti?

 

 

 

Un’isola
In me c’è un’isola difficile da trovare
mi chiama
a contemplare le onde
mai uguali,
lunghe e lisce nei giorni privi di tempesta
frangendosi potentemente per l’intera notte
quando mi chiudo ad ogni prospettiva
mi faccio assolo nella penombra
ad aggiustare le pause il tono della voce
per decifrare i bisbigli dell’anima
in questa stagione ingannevole
con le labbra contratte
il respiro corto.
Intorno vedo sguardi ripiegati
analfabeti che si fermano
nello spazio incolto
della loro infima grandezza.

 

 

 

Napoli 2020
Andare dritta all’essenziale
senza giri di parole e fissare una città
che vive all’incontrario
sul giorno che s’incupa e s’invioletta,
si sveglia sempre più distante
sotto un cielo distratto
statue malate d’ignoranza
a cercare un appiglio primordiale.
Nel giorno appena sbozzato
la città si stiracchia
un uomo col suo cane in grembo
mi passa la sua allegrezza solitaria
altri con il colpo in canna
dicono e tritano lingue truccate
con la scorza e le spine
un precipitare di ogni fiducia
è un cammino smarrito da lungo tempo
in assenza di stelle
un frastuono che allontana
da ogni profondità.

 

 

 

Mancanze
Nell’incertezza della sera
ardori repressi affannano la gola
incerto il limite fra reale e pensato
in città rumorose e stanche
c’è sempre un anello debole
un gelo del cuore s’acquatta
dietro le cose, celato dall’ombra.

 

 

Manca il fremito di un sentimento
dentro l’occhio di vetro
e attese inespresse scoppiano
nel calcio ad un gattino
non sarà possibile adeguarsi
a questo tempo di bruciori e tagli
la vita resiste
sporge fra i roseti, fragile
ma l’azzurro si fa avaro
e il vento crolla.

 

 

 

I taciti dissenzi degli incerti
Lungo le vene della città
le teste chine sui cellulari
arretrano le forze nell’istante che passa,
ignare del granito a cui s’appoggiano
manca un antidoto per questa indifferenza
che è paura,
forse timidezza imprigionata nel petto.
Tagliato il filo che ci avvita
la spiaggia depone i corpi
in rotoli di schiuma
il giro della memoria ha le sue deleghe:
i taciti dissenzi degli incerti.

 

 

 

In un palmo di mano
Avresti potuto essere racchiusa
dentro il palmo di una mano
invece ora
vediamo solo la tua
che sporge dalla manica di un piumino
decomposto dall’acqua
a maledire l’indifferenza
e la nostra inconsistenza.
L’abitudine alle notizie ci ha reso orbi
a ogni voce sottile come un soffio
ci ha inchiodati i piedi nel calore della sabbia
facendoci analfabeti
a svelare gli inganni del cuore.

 

 

 

Michela Zanarella

10 febbraio 2021

       

Restituire alla vita
lo stesso amore
che ci è stato dato dal cielo
raccoglierlo da terra
come se ci fosse luce
che cresce sotto l’erba.
E se occorre rimediare
farlo tornare questo amore
come un giorno pieno di sole
prima nell’anima e poi nel corpo
perché a volte serve riprendersi il tempo
di una scintilla sulla pelle
l’idea di un bacio che non muore
per scoprirsi prossimi all’infinito.

.

Nominare tutte le cose
anche le più dolorose
luce
e chiamare nettare la vita
a ogni respiro.
Se fossimo capaci di capire
che il bene non è la parte minima
dell’amore
ma è una forza antica che proviene
dalle arterie del cielo
ci riempiremo gli occhi di sole
come regola di sopravvivenza
e non ci spaventeremo della notte
o della polvere che insegna alla terra
l’estensione delle nuvole.

.

Quante voci quante mani quanti occhi
abbiamo creduto di conoscere
quanta luna abbiamo osservato inutilmente
prima di non temere più il buio alle spalle
e con le labbra piene di parole
ci siamo tenuti il silenzio
pensando di pronunciarlo più in là amore.
Era meglio una carezza
una sera a riempire l’anima di luce
e finire con le dita nella vita
perché non è detto che ci sia il tempo
per restituire le stelle al vento.

.

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015), Le parole accanto (2017), L’esigenza del silenzio (2018), L’istinto altrove (2019), La filosofia del sole” (2020). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidenţe (2015). Negli Stati Uniti è uscita in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe “Meditations in the Feminine”, edita da Bordighera Press (2018). Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. E’ tra gli otto coautori del romanzo di Federico Moccia “La ragazza di Roma Nord” edito da SEM. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. E’ ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. E’ speaker di Radio Doppio Zero. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Ha collaborato con EMUI_ EuroMed University, piattaforma interuniversitaria europea, e si è occupata di relazioni internazionali. Già Presidente della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo (RIDE-APS), Capofila italiano della Fondazione Anna Lindh (ALF). Presidente Onorario dell’Enciclopedia Poetica WikiPoesia.

*

Attilio Bertolucci

27 gennaio 2021

 

“Il nostro desiderio di diventare rondini”- Poesie e lettere di Attilio e Ninetta Bertolucci, a cura di Gabriella Palli Baroni (Garzanti Editore, 2020) racconta l’incanto intimista della dimensione sentimentale senza confini, in ogni gentile e tenue sfumatura, attraverso la rappresentazione lirica di luoghi, ambienti e ricordi abituali e la descrizione spontanea di un’elegia degli interni intorno a domestiche e familiari rivisitazioni romantiche. I testi, composti dalle poesie e dalle lettere che hanno congiunto costantemente l’alleanza emotiva dei protagonisti nel miracolo dell’amore e nella solennità della poesia, manifestano la partecipazione appassionata alla bellezza, leggera e sensuale delle dichiarazioni d’amore. La consapevole riconoscenza di un’infinita confidenza di complicità, celebra la lealtà della memoria nell’esperienza sensibile della tenerezza. Le parole, patrimonio dell’anima, concedono la percezione di un tempo ulteriore nell’esistenza, evocano  l’idea di una vita prolungata, nella compiacenza felice di narrarsi il mondo interiore con l’intento comune di divulgare l’eternità. Il libro promuove gelosamente il consenso a custodire la sorgente degli affetti e a proteggere la relazione con la realtà. Le poesie di Attilio Bertolucci dischiudono i periferici collegamenti degli orizzonti e sconfinano nell’armonia medianica della voce interpretativa e dello sguardo narrativo. Il riassunto artistico, dolce e temerario della vita si intreccia al vincolo del possesso biografico accompagnando la fiduciosa empatia del filo di continuità, la somma amplificata di ogni eloquente promessa sostenuta da impronte invisibili nelle emozioni d’amore, nella generosità del desiderio. L’affabilità amorosa che unisce Attilio e Ninetta Bertolucci nelle lettere, congiunge l’elemento distintivo della stabilità, scrivendo e fermando su carta la sintonia emotiva, con un’accordo d’intesa verso un tragitto privato di crescita umana e spirituale, un’unione solida e resistente in cui la conoscenza reciproca del rispetto sostiene sempre la pienezza esistenziale e mantiene la sensibile espressione dell’accoglienza e della presenza benevola della quotidianità. Il libro è un ideale tangibile di donazione alla soave amorevolezza, nella virtù necessaria ad esaltare la dedizione di chi amiamo e a riconoscere la solidarietà. La speranza nutre la grazie reciproca di ogni comunicazione leggendo, nella prospettiva dei sogni e nella gioia di vivere, la tendenza della volontà ad aggiungere forza comprensiva nella storia e a raggiungere il privilegio naturale di condividere il tempo, sostenendolo a vicenda. La disponibilità alla progettualità  nell’unione è l’esortazione principale del libro ed  invita ad un impegno verso l’essenziale, dolce e magica percezione del mondo affettivo. Il titolo del libro “Il nostro desiderio di diventare rondini”,  preso da una lettera scritta da Attilio a Ninetta, è metafora e simbolo dell’amore coniugale, un aspetto segreto della semplicità e della saggezza, strettamente legato alla predilezione per un atteggiamento capace di riconoscere la purezza del corteggiamento. Il rinnovamento dello spirito libero che incrocia l’anima incoraggiando l’impulso al viaggio da compiere insieme abbracciando l’unicità di volersi bene.

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

 

Amore a me…

 

Amore a me vicino

di tua crudeltà mi consola,

fuori è notte e cade

una dolce pioggia improvvisa.

 

La famigliare lampada rivela

le intime e care cose,

amore parla e parla di te

sommesso, come acqua fra erbe alte.

——————————

 

Madrigale

 

Sì: ho colto i garofani alteri

delle tue guance,

e avevano corolle sì rance

con sì bizzarri screzi neri…

 

Ma sotto i tuoi occhi

son cresciute viole,

come di marzo al primo sole,

sulle rive dei fossi.

————————-

 

La rosa bianca

 

Coglierò per te

l’ultima rosa del giardino,

la rosa bianca che fiorisce

nelle prime nebbie.

Le avide api l’hanno visitata

sino a ieri,

ma è ancora così dolce

che fa tremare.

È un ritratto di te a trent’anni,

un po’ smemorata, come tu sarai allora.

—————————

 

Questa sera il sole…

 

Questa sera il sole tramonta nei tuoi occhi

l’inverno vi si spegne, lenta brace tranquilla.

Così la gente indugia per le strade che l’ombra

non ha toccato ancora, ma il fumo appena

da umili camini intimamente annuvola.

Tu lascia che ristagni sulle case ed offuschi

i lontani del cielo che scolora.

Finché un’altra pena

porti la notte, vigilia della primavera.

 

L’amore coniugale

 

Ma se la pioggia cade

la camera s’oscura…

L’amore ancora dura

che le gocce più rade

la finestra più chiara

i tuoi occhi più neri

e oggi come ieri

come domani. Amara

sui tetti umidi brilla

la giornata nel sole

che si volge sulle viole

risorte stilla a stilla.

———————–

 

Non

 

Non mi lasciare solo se io

ti lascio sola

e intorno a te la luce

è quella che fa piangere

dei giorni ordinari,

 

non allontanarti con passo

fiducioso in direzione

dell’estate e non

considerare rassegnata

la fatalità delle averse e del sole,

 

non acquistare viole in prossimità della casa.

—————————

 

I nostri corpi

 

I nostri corpi, cara, in questo letto

famigliare nell’aria ferma dell’amore

mentre al di là delle finestre chiuse

le stagioni piangendo se ne vanno.

 

Ma il ritorno dei cieli nuvolosi

e fioriti della tarda primavera

ombrerà i muri la luna errando

sperse lucciole sulle nostre salme.

 

Tommaso Urselli

14 gennaio 2021

 

 

Dalla sezione La lingua delle cose

 

Unidentified flying virus

È silenzio tra le mura di casa
(sembra casa nuova, invece è solo
nuovo assetto delle cose), tagliato
unicamente dal passare tetro
di ambulanze: chissà per chi? domandi
quasi a scongiurare possano essere
per me per te o per qualcuno che
conosciamo. Come se già l’umano
genere non fosse unito da un filo, ora
viene un virus a ricordarcelo: non
umano non animale, nemmeno
cellulare: unidentified flying virus.

 

Pensiero di pendolare modificato per forza di cose

Teste occhi parole: ogni giorno in treno
a quest’ora, un pensiero a mia madre.
Sono le 9. Ma non di oggi.

 

Lampadina

La lampadina che sta ferma e prega
per favore per favore non andartene
ancora un po’ fammi esistere, non
schiacciarlo quel bottone che mi fa morire,
esplodere in luce.

 

Dalla sezione Corpo-città

I

Che cos’è questa nebbia
questi occhi in mezzo alla nebbia
queste mani queste facce
che mi sembra di essere morto
in mezzo a pianure di parole tutte morte
in fila riposano
ridono sguaiate
si spogliano sgrammaticate
sono zoppe e s’impigliano
nel canale della gola
si tuffano con la testolina piccola piccola
dentro le vene e premono
contro la pelle premono
e vogliono uscire, segnare
tutta la geografia del corpo
scavare canali, crateri

 

Dalla sezione Dice Ipazia

 

Dice Ipazia

Sono già morta
almeno così sembra
o è tutto morto intorno a me:
la città
andata a fuoco
un teatro fatto a pezzi
la sua pelle, aperta:
e io sono viva
di una vita che non conosco
che non so dire
che non so ancora misurare

Di chi è la voce che dentro di me
ancora parla?
Chi sono io, chi siete voi: vivi che
vogliono diventare morti, morti
che vogliono diventare vivi?

Forse per questo siamo qui insieme
in questa terra di nessuno
in questo tempo che non c’è
io e voi come una stessa cosa:
per non dimenticare, dice Ipazia

Che quei punti, quei puntini di luce
sono i frammenti di un’unica grande
immagine senza tempo

Che questi suoni, queste note, sono parte
di un’unica nota più alta

Ma quale sia questa immagine
quale questa nota
non ci è dato per ora ricordare

E io ora vorrei solo morire
ma morire davvero, morire
tutta, dice Ipazia

Che i pezzi di me, ogni mia singola
parte ritorni al tutto
Tutti i numeri all’Uno
l’acqua dei fiumi dei mari dei laghi
alla sorgente, le curve
della spirale all’unica origine
alla madre che non ho conosciuto.

 

Dalla sezione Parole alle formiche

Figlio soltanto

Vorrei essere nave, scivolare
sopra l’acqua scura del naviglio
senza più la novanta da prendere
per tornare a casa e questa rabbia
di essere sempre soltanto
figlio.

Caduta

Da piccolo nel sonno
cado dal letto: ti
sei fatto male? chiede
mio nonno preoccupato.
Sono abituato
rispondo io da bravo
bambino insanguinato.

Alzati

Se sei per terra, alzati
se sei seduto, alzati
se sei in piedi, alzati.

Essere

Essere foglia
oscillante

essere bava
preziosa di lumaca

essere terra
coperta dei morti

essere essere.

Collezione di respiri

In fila ordinati etichettati in
barattoli trasparenti lucidati
dal più giovane al più vecchio i miei
respiri: i lunghi i brevi fino a quello
laggiù in fondo nato prima
di me, prima del mondo.

 

 

Tommaso Urselli è autore di teatro. In passato alcuni suoi componimenti poetici sono stati pubblicati e positivamente recensiti da Maurizio Cucchi su Lo Specchio de La Stampa. “Oggi ti sono passato vicino”, da poco pubblicata per Ensemble, è la sua prima silloge poetica; alcuni estratti sono pubblicati e recensiti sulla rubrica Bottega della Poesia per Repubblica Milano da Maurizio Cucchi e Repubblica Bari da Vittorino Curci, altri su blog e riviste online (Nazione Indiana, Atelier Poesia, Centro Cultural Tina Modotti, La Recherche, Estetica-Mente, Poesia Ultracontemporanea, Les fleurs du mal); la sezione “Parole alle formiche”, particolarmente apprezzata dal poeta Giuseppe Conte (sue le parole in quarta di copertina), è giunta finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2019.

Tra i suoi testi teatrali rappresentati e pubblicati: “Un vecchio gioco“ (La Mongolfiera Editrice; premio Fersen, Piccolo Teatro di Milano); “Boccaperta” (La Mongolfiera Ed.) commissionato da Teatro Periferico; “Ipazia. La nota più alta” (pubblicato da Sedizioni, e in e-book da Ledizioni nella versione inglese) su commissione di PactaDeiTeatri; “Il Tiglio. Foto di famiglia senza madre”, prodotto dall’autore in collaborazione con l’attore-regista Massimiliano Speziani (il testo, tra i vincitori del premio Borrello per la drammaturgia – e premio Fersen alla regia – è pubblicato sul n. 727 della rivista Sipario, in volume per La Mongolfiera Editrice, in e-book per Morellini Editore); su commissione del Festival Connections – Teatro Litta, Milano, scrive “In-equilibrio”; viene prodotto dal Teatro Litta il suo testo “Esercizi di distruzione. L’importanza di chiamarsi Erostrato” (pubblicato in volume per Edizioni Corsare e sul n. 758 della rivista Sipario; vincitore del premio Lago Gerundo); “Ma che ci faccio io qua” (Edizioni Corsare); cura con Renata Molinari e Renato Gabrielli la pubblicazione di “A proposito di menzogne – testi per Città in condominio”, L’Alfabeto urbano, Napoli; scrive inoltre “Canto errante di un uomo flessibile”, tra i vincitori del Premio Fersen per la drammaturgia e pubblicato da Editoria&Spettacolo; vince la prima edizione del premio Parole in scena per il teatro-ragazzi con il testo “La città racconta” (Edizioni Corsare); “Piccole danze quotidiane” (messo in scena al PimOff e presso la Triennale di Milano per il Festival Tramedautore, Outis); “La porta” (Festival Tramedautore, Outis; pubblicato da La Mongolfiera Editrice).

Blog: https://tommasourselli.wordpress.com/

 

Ugo Mauthe

20 novembre 2020

Motivazione della giuria per il Premio Conrieri, bandito per celebrare i dieci anni di attività del concorso Il Meleto di Guido Gozzano.

“Abbiamo scelto il libro di Ugo Mauthe “Il silenzio non tace” a suggello di questo primo decennio del Premio il Meleto, per la sapienza della ricerca fonico-ritmica che attraverso il rincorrersi imprevedibile delle rime e il frequente ricorso alla paronomasia sottolinea il procedere sentenzioso del discorso e insieme alleggerisce la tensione all’esemplarità attraverso l’ironia, ne nasce uno sguardo imprevedibile e spiazzante sulle cose e sulla vita che, senza sussiego, ci rivela noi stessi.”

la nostra somma

di differenti parti

non supera nessun intero

non contiamo

eppure viviamo

———

il neologismo

è un neo sul viso

del discorso – ti attrae

e distrae

dal tuo percorso

———-

ha poco sa poco

come tutti è poco

per pochi è tutto

———-.

a camminare sulla ciclabile rossa

la vita prende un po’ di colore

contro d’asfalto lo sporco grigiore

———-

nel buio c’è

tutta la luce che serve

per vedere il buio

——–

ispirazione ieri

oggi amnesia

pessima simmetria

———-

spostami altrove

fa che più non mi trovi

fa che più non sappia

dove sia il mio dove

————

il tempo scocca ricordi
mai che sbagli memoria mai
che si assentino le assenze

————

Siamo di qualcuno

il sogno

per questo sopravviviamo

————

il silenzio non tace

si accomoda

mi guarda

e non mi dà pace

Ugo Mauthe è un pubblicitario con una lunga storia professionale come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione. Accanto alla scrittura pubblicitaria ha sempre coltivato quella letteraria. Nel 2020 è uscita per Ensemble la sua raccolta di racconti Vento Lupo e altre nove improbabili storie, vincitrice del Premio Officina, indetto dalla Casa Editrice. Sempre con Ensemble ha pubblicato nel 2019 le poesie di Il silenzio non tace, Premio Conrieri, Premio Il Meleto di Guido Gozzano e finalista in altri concorsi. In precedenza sono usciti la raccolta Minuziosa sopravvivenza (Il Convivio Editore, 2018), una silloge poetica che ha ottenuto diversi riconoscimenti, e il romanzo Qunellis (Giovane Holden Edizioni, 2018), una favola nera post apocalittica e post umana. Ama molto scrivere per i più piccoli: nel 2017 ha vinto il contest Racconti nella Rete con il racconto per bambini Sem fa cucù, inserito nell’antologia edita da Nottetempo, che ha come protagonista Sem, un semaforo magico che aiuta bambini e animaletti. Sem è protagonista anche di Sem strapazza i bullazzi, pubblicato nel 2020 da Tomolo-Edigiò Edizioni e illustrato dall’art director Elena Spada. Suoi racconti, fiabe e poesie sono stati finalisti o premiati in numerosi concorsi letterari. Si considera un privilegiato perché ogni giorno realizza il suo sogno: vivere scrivendo.

https://www.facebook.com/ugomauthe.parolescritte

Luigi Siviero

1 novembre 2020

Oltre lo specchio

(…) La silloge Un’astrazione linguistica dai toni freddi racchiude quarantotto poesie scritte con una tecnica derivata dal cut-up che ho chiamato sequenziamento.
Ho preso in prestito il termine “sequenziamento”, che in biologia indica la determinazione dell’ordine dei nucleotidi che costituiscono l’acido nucleico, dalla mappatura del DNA dell’uomo di Neanderthal effettuata dal gruppo di ricerca guidato da Svante Pääbo e descritta (…) nel libro divulgativo L’uomo di Neanderthal. Alla ricerca dei genomi perduti (Einaudi, 2014). (…)

Per dare vita al mio sequenziamento poetico ho dapprima raccolto centinaia di frammenti di frasi slegati l’uno dall’altro. (…) Mi sono accorto che la home page di Facebook garantiva un flusso di parole e frasi (…) caotico (…). Ho scelto i frammenti in modo casuale, prelevando le prime parole su cui mi cadeva lo sguardo. Dopo avere compilato una lista di centinaia di frammenti ho cercato di combinare i pezzi di frasi fra di loro (…). Dal brodo iniziale di parole caotiche sono iniziati a emergere dei piccoli nuclei composti da qualche manciata di versi. Alcuni sembravano funzionare, e allora tentavo di accrescerli, smontarli, innestarli (…). Altri nuclei e frammenti si rivelavano aridi e inutili, e allora li eliminavo (…).

Il mio obiettivo primario (…) è stato quello di fare emergere una forma poetica unitaria da un ammasso di parole immesse in rete alla rinfusa da centinaia di persone (…).

Il filo conduttore che unisce le poesie è una ricerca formale che ruota attorno a un predominio della forma poetica esteriore sul contenuto. Ho cristallizzato il panorama del linguaggio contemporaneo, che mi mette a disagio e con il quale non mi trovo in sintonia, in liriche ambigue e ammiccanti, che sembrino dire e comunicare qualcosa ma che in realtà nascondano un profondo vuoto. Attraverso la manipolazione dei frammenti ho creato uno specchio che riflette in forma poetica la distesa di rovine e macerie che è il linguaggio contemporaneo. Il nichilismo in forma poetica (…) non è altro che una riscrittura di un universo di parole condannate fin dalla nascita all’insignificanza, all’incomprensione e all’oblio, e di un sistema nel quale il linguaggio sfiorisce e marcisce.

(…)

Prima della pubblicazione la raccolta di poesie è stata finalista al Premio Solaris riservato alle sillogi inedite (2017) e al Premio Prunola nella categoria “sillogi inedite” (2018). La poesia singola Un’astrazione linguistica dai toni freddi ha ricevuto un premio speciale della giuria al Premio I Colori dell’Anima (2020) e una segnalazione di merito al Premio Città di Ascoli Piceno (2019), ed è stata finalista al Premio Argentario (2020). Le poesie Il gusto del potere affligge la bellezza, Avrei voluto volare con leggerezza e Rigore formale sono state segnalate al Premio Besio 1860 nella categoria “insieme di poesie” (2019).

                                

                                          

                              

Un’astrazione linguistica dai toni freddi

                             

                              

Fare entrare in risonanza

bellezze divine senza nome

non ci renderà immuni

al sistema che garantisce lo stile e la classe

le idee di giusto e di sbagliato.

Come faccio a sapere chi si ama veramente?

Cerco un nome

ho bisogno di un nome.

Ho deciso che vi porterò qualcosa dal nome gelido

un’astrazione linguistica dai toni freddi.

                   

 

                         

Il gusto del potere affligge la bellezza

                

L’occhio vede solo la materia inquieta del nuovo millennio

gioielli di tempo prezioso a forma di teschi

al limite del collasso.

                                  

                                   

                              

Avrei voluto volare con leggerezza

                        

                              

Prego che ci sia la morte

adoro il brivido che poi non vedrò mai

non vedo l’ora di andare a cercare le risposte

in una cornice fatta ad arte

alla ricerca di un’antica eterna sinfonia.

Ce l’ho la soluzione del problema

la soluzione tassativa:

avrei voluto volare con leggerezza.

                        

                         

                

L’isola delle rose

 

                                   

L’isola delle rose

dove conoscere i limiti della propria percezione

mostra tutte le contraddizioni

da tempo nessuno la percorre

nella stagione del ritorno.

La possibilità di non guardare

per conoscere il suo vero colore

ad oggi ancora indecifrato

sospeso tra il qualcosa e il niente

mi dà una sensazione dei misteri dello spazio.

                       

                         

Una giornata trascorsa a fingere capacità immaginifiche

    

                  

A furia di vivere sempre con le spalle al sole

e imbattermi per caso in anime erranti

è giunto l’attimo che precede un bacio

questo semplice quanto insostituibile rumore sordo.

Mi offro senza dignità

per amore o per dolore.

È semplicemente finito l’amore?

La parte che recito senza sapere nulla

mica può continuare

a me serve

guardare e riguardare la bellezza nelle imperfezioni

ne prendo spunto.

Com’è possibile non amare chi

non può contenere il lato oscuro del mistero?

Sono l’unico a non saperlo.

Nessuno ha mai fatto una domanda simile

ci sono solo svantaggi

verso se stessi.

L’unica cosa che ho ottenuto

è che non ci siamo mai incontrati.

Si dissolve l’ultima sequenza di un pezzo di noi.

Credo che il momento si stia avvicinando.

Con tanto amore abbia inizio la guerra!

 

Non incolpiamo gli umani

                       

                             

Che impressione

le immagini degli antichi dei in bianco e nero

manifestazione di tutta la rabbia

costrizione in carne e ossa, paura e delirio

labirinto così mistico, è evidente che sia carne umana.

                                   

                         

Rigore formale

                      

                                  

Realtà e finzione si guardano

gli anni passano

le cose accadono

la merce viene prodotta

milioni di maschere si fanno coraggio come possono.

L’abisso del passato

faro al centro degli eventi nell’universo primordiale

si nutre di saggezza, lussuria, avidità

perversioni estreme di una donna innamorata.

La crescente richiesta di fare ogni cosa con leggerezza

rende la tenerezza

disarmante

impegnativa a livelli assoluti.

Quanti baci mancano

penso sempre ai più grandi incontri

relazioni dimenticate spente nel buio.

                                

                              

Luigi Siviero nasce a Trento il 6 giugno 1977. Laureato in giurisprudenza. Realizza il breve saggio Analisi del fumetto. La composizione delle coppie di tavole (Abigail Press, 2007), il fumetto sperimentale (C6H10O5)n (Abigail Press, 2009) e degli interventi critici pubblicati nell’antologia Garth Ennis. Nessuna pietà agli eroi (Edizioni XII, 2010) e nel catalogo della mostra Interni immaginari dedicata al fumettista Ausonia dal festival Lucca Comics & Games (Associazione culturale DOUble SHOt, 2010).

Nel 2012 esce Dylan Dog e Sherlock Holmes: indagare l’incubo (Edizioni NPE), un libro che contiene un’analisi del Dylan Dog di Tiziano Sclavi accompagnata da un’intervista al creatore dell’indagatore dell’incubo.

Nel 2013 viene pubblicato il saggio Dall’11 settembre a Barack Obama. La storia contemporanea nei fumetti (Edizioni NPE), dedicato ai fumetti che hanno come temi gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 e la Guerra al Terrore.

È del 2016 il libro Sherlock Holmes. L’avventura nei fumetti (ProGlo – Prospettiva Globale), una monumentale catalogazione sistematica dei fumetti legati a Sherlock Holmes usciti in tutto il mondo dalla fine dell’Ottocento al 2016.

Dopo il Crepuscolo dei Supereroi, pubblicato da Eretica Edizioni nel 2018, è invece un saggio incentrato su Batman e altri fumetti di supereroi sceneggiati dal fumettista Grant Morrison per la DC Comics, seguito nel 2020 da Grant Morrison. La vita e le opere (Eretica Edizioni).

Ha pubblicato racconti, poesie, fumetti e articoli su «Lahar Magazine», «Fumo di China», «Fumetto», «Sherlock Magazine» e altre riviste e antologie.

Assieme al disegnatore Simone Michelini realizza due fumetti di Daryl Dark apparsi nelle antologie Daryl Dark – Stagione due e Daryl Dark – Stagione tre (Cagliostro EPress, 2016 e 2017).

Nel 2016 vince il Premio Fogazzaro nella sezione Microletteratura e social network – Premio speciale umorismo.

Il tramezzino è il titolo del suo primo romanzo, pubblicato nel 2018 dalla casa editrice triestina centoParole.

Fra il 2019 e il 2020 vede la luce il dittico composto dalle raccolte di poesie Un’astrazione linguistica dai toni freddi e Schemi astratti di comportamento animale indecente (Montag Edizioni).

Michela Marano

14 ottobre 2020

La poesia che si fa nebbia

Giovane e Irpina e, come molte Irpine, ha grinta da vendere. E poi nasce in quella terra fertile di versi, dove la nebbia si fa fertile di affetti. Queste connotazioni sono necessarie, poiché chi vive su queste montagne non sa solo della neve e di un isolamento che in qualche tempo si fa drammatico, ma è anche terra di ascolto, anche di accoglienza di dolori altrui e di voci lontane. Cosi la nostra poetessa si pone sulle strade del culto della ragione, lei sa guidare, anche su strade pericolose e dissestate. Tutto il movimento, ben stratificato dalle leggi della storia, non è mai danza, bensì passo dopo passo, che potrebbe portare, anche arrivare alle grandi finalità dell’esistere. La sua dignità è portone solido, sulla soglia approdano le foglie disperse di canti sospirati, appena dischiusi, di finestre chiuse per un abbandono obbligato. Quando qualche anno fa la vidi per la prima volta tra i vincitori del “Tulliola Renato Filippelli” con l’opera Frammenti in-versi, Delta3 Edizioni, io la riconobbi tra centinaia di poeti convenuti da tutta Italia, la individuai subito, era nei primi posti, ai lati del muro, concentrata su se stessa, intensa, aspettava. In lei ritrovo un po’ della mia caparbietà, del mio isolarmi eppur sentirmi al centro. Non può mancare in questa bella persona il rigore, attorno ad esso lei costruisce i suoi versi. Frammenti, anche quelli di questa a nuova opera, singhiozzi silenziosi, profumati di orgoglio, di urgenze, di sogni che non possono più attendere altrimenti morirebbero. Il verso è breve, rispetta il miracolo della sintesi che solo la poesia può dare. In ogni componimento si affaccia senza discrezione quell’Irpinia piagata, non decisa a piegarsi e, solo del fiume Sabato, che costeggia Pratola Serra, il poeta vuol vedere l’idillio, ciò che avrebbe potuto essere e non è. Poi, pesa come una coltre, troppo pesante, il passato. Non  quello della poetessa, ma il passato tutto di queste terre, sferruzzato alle soglie dell’amarezza, del tedio di un’attesa che si fa morte. Michela rimane sulla soglia del dolore, lo attraversa dall’alto, ce lo pone tra le mani, ha petali bianchi, fiduciosa solo nella forza e nel potere del Divino. Questo “distaccarsi” dalle urgenze è solo un modo per meglio guardare fino in fondo, per raccontarci senza forzare le cose, è un gemito che si perde nelle cisterne dei cortili delle nostre parti. L’Irpinia esprime poeti e poesia, né possiamo dimenticare la poesia sdegnosa e potente di Giuseppe Iuliano, una voce alta che fa sentire lo sfregio delle ferite inferte, dei tradimenti perpetrati, delle promesse mai mantenute. Michela Marano, al contrario, non alza la voce, ma il suo incedere è fiero, cosciente di quanto la vita possa essere difficile, soprattutto per chi è figlia d’Irpinia. La poesia rispecchia per certi aspetti una limatura accorta, un canovaccio simile a quello ungarettiano, una fresatura che non deve permettere orpelli. Eppure, nella lettura accorta si insinua lieve un desiderio di esserci, di partecipare a un riscatto che deve pur venire, ed ecco lodevole l’amore per i suoi alunni, per le colleghe, la solidarietà per i terremotati, per il figlio, al quale insegna i misteri della scrittura e della parola poetica.

Si nota nell’opera una spietata sismicità, la poesia non è mai dispiegata, non ha mai il volume di un fiume gonfio, muove accorta i suoi passi, per non scivolare, per non essere troppo, né troppo poco, est modus in rebus, sembra ricordarci ad ogni verso. Il sussulto è controllato, come se la paura di cadere, la renda cauta, senza, però, perdere quell’acetum causticum che sulle ferite frigge come il fuoco.

Carmen Moscariello  

 

Il fiume è secco, ormai,
l’acqua si è ritirata,
intimorita, nascosta
dietro gli angoli delle industrie

La modernità è anche questo

Noi silenti e tenendoci per mano,
andremo lungo il corso del Sabato
per ricordare danze di luce
su ciottoli colorati

E sarà preghiera il nostro pensiero
Lì incontreremo ninfe e fauni,
insieme siederemo
al banchetto delle Muse
e il sole, complice, asciugherà
le paure nude di avori

Incanteremo le nostre percezioni
nel gioco luminoso delle apparenze,
ma avremo ancora tempo
per detergere le membra nostre sottili,
e dissetarci
alla sorgente della purezza

 

 

Ore 19.34
La terra lacerata
rinsecchisce la vita superstite
e ombre di boati con frequenza
tumultuano nel dolorante grembo

 

I minuti contano le nenie del cuore

Crollano insieme i domani
mentre su muri scrostati
si posano gli accipitridi
e solcano agilmente
grumi di pianti versati
in gomitoli di strade
di schiena deserta
Nunzio di morte cerebrale

Solo la memoria taciturna
riempie la distanza in pietre perenni
e crepe dell’anima

 

 

Irpinia 23 novembre 1980
Alle vittime del terremoto, in memoriam.
Ai miei conterranei irpini, per il coraggio
dimostrato in giorni drammatici e privi di speranze.
Alla loro laboriosità, volentieri messa a dura prova
nella difficile opera di ricostruzione, dalla stoltezza e
protervia di lontane intese. A chi invece crede nel
domani costruito con spirito di operosità sempre vivo
nella ‘migliore’ gente irpina.

 

Le emozioni incise
su limografo
connettono
silenziose armonie
che seguono
gli epinici del cuore
tra fratte di esperienza
e curve di sapere

Tra le mani
si sorseggia acqua dal cielo
e pane di terra

come eroi argivi
dietro quotidiani frastuoni

 

 

L’ultimo orizzonte
avrà cieli stellati
per chi ha smesso
di concedere sogni
alle gocce di luna

La terra ha inghiottito
case, cuori, arcobaleni

Tutto è sprofondato
nel buio del dolore
in attimi frazionati di silenzio

Un urlo richiama
il ricordo della perdita,
della morte che non risparmia

Il viso nel cupo della notte,
smarrito nella smisurata inquietudine

Gli occhi slanciati verso
l’alto alla ricerca della
preghiera, consolatoria di Dio

E nella preghiera
si solleva una stella,
una luce, una speranza

Così anche l’ultimo orizzonte
è pieno di Cieli Stellati

 

 

Per le vittime del terremoto dei comuni reatini

Riposano tra
ventricoli colorati
i soffi dello Spirito

Silenti si
irradiano
con frequenze fresche
di vita
con fragranza di
inverno azzurrino

a dissipare
questo debole
tedio confezionato

 

 

Versi apparsi nell’antologia poetica “Domenico Napoleone Vitale” 2013
Artemia Associazione culturale – Reggio Calabria

L’antico sambuco
è ancora lì
fermo e narra
attraverso il fruscio delle foglie
di storie scrostate
e ruvide di attenzioni
di sapori orientali
e sussulti da bere in silenzio

Tracciati di linfa
in superfici di timidezza
e fibra estrema di pensieri giovani
quando è inutile ogni viatico
per gli estratti dello sconforto

 

 

 

Michela Marano nata ad Avellino nel 1981, ha conseguito la laurea di dottore in Lettere e Filosofia, è scrittrice, docente di materie letterarie nella provincia di Avellino. Ha conseguito un master in cinema, teatro e spettacolo. Collabora con il settimanale cattolico irpino Il Ponte, con Il giornale dell’Irpinia e con l’Università Irpina del tempo libero. In versi ha pubblicato la raccolta Frammenti in-versi per i tipi di Delta 3 – Grottaminarda (AV) 2013 e la raccolta Fili d’aria riflessi per i tipi di Vitale – Sanremo (Im) 2017, quest’ultima in ristampa con la casa editrice Il Papavero di Manocalzati (AV) nel 2018. Ha pubblicato in prosa Dialoghi sotterranei per i tipi di Europa Edizioni – Roma nel 2019. Inserita in antologie a carattere nazionale come Il Federiciano – libro blu di Aletti Editore-Villalba di Guidonia (RM), l’antologia Napoleone Vitale e l’antologia San Leo della casa editrice Artemia-Reggio Calabria. Inserita nella Raccolta Autori Vari CET – Scuola Autori di Mogol, pubblicata per i tipi di Aletti Editore nel 2018. Presente nell’antologia Solchi d’infinito – Vitale Edizioni 2019. Inserita nell’Antologia Luci Sparse – Pagine 2020. E’ presente attraverso un profilo introduttivo alla sua produzione poetica nell’opera Storia della poesia irpina 2, edita da Delta 3 nel 2013. Vincitrice di premi internazionali: Premio Europeo di Poesia XXV Edizione 2011 – Lecce, Premio Qualità e Merito – Settore Talenti (Centro Culturale Europeo Aldo Moro) Lecce 2011, Premio internazionale sez. poesia “Tulliola – Renato Filippelli” – Formia (LT) 2014, Premio poesia “Minturnae” sez. giovani “Ornella Valerio”– Minturno (LT) 2015, Premio internazionale “Tulliola – Renato Filippelli” – Poesia/Narrativa/Saggistica-Premio della legalità contro le mafie, sezione Opere di Saggistica su Renato Filippelli – Formia (LT) 2016, “Premio Leivi” – Premio Speciale città di Leivi (GE) 2016. Finalista al IV Concorso CET-Scuola Autori di Mogol nel 2018. Finalista al XX Concorso Internazionale di poesia Habere Artem nel 2019. Partecipa ad incontri e dibattiti di natura culturale/letteraria.

 

Umeed Ali

24 settembre 2020

 

“Candele dei sentimenti” di Umeed Ali (Morlacchi Editore, 2017) è una fonte luminosa, un’invocazione espressiva ed immediata di calore e di energia, un’identità poetica di un diario umano in cui atmosfere malinconiche e drammi affettivi intrecciano la trama errante ed istintiva dell’autore, conterraneo di delicata reattività emozionale, coinvolto nella fiducia leale del proprio percorso e partecipe delle attraenti attese lungo il cammino della vita. Il poeta esplora gli eventi autobiografici con rara e preziosa poesia, ogni frattura della sua sorte delinea la transitorietà e l’instabilità delle reazioni umane e schernisce la beffarda contraddittorietà della fortuna. I versi imprimono solidità ai sinceri sentimenti, intuiscono la spontanea commozione dell’anima, donano amore e ricambiano solitudine, testimoniano la consistenza intima di ogni tensione emotiva. L’estrema sensibilità dell’autore è la sua riconosciuta qualità, la validità dei suoi principi è la forma d’arte in cui si mescolano la percettibile apprensione per i desideri, le passioni, i viaggi del cuore, gli orizzonti sperati. Umeed Ali assorbe pensieri e suggestioni e libera il respiro creativo in un equilibrio di comprensione. Il nomadismo esistenziale, l’insensibilità e il disagio interiore amplificano l’inquietudine della lontananza, il benessere poetico allevia la necessità di dimenticare il dolore. Il legame con i ricordi offre occasione di riflessione, nell’integrazione della salvezza avvolta da un intenso alone di nostalgia. Il poeta conosce la poesia migrante, quella che ha la volontà di spostare il luogo in cui è possibile una condizione di vita migliore, il connubio efficace tra parola e comunicazione visiva nel linguaggio incisivo e devoto alla sincerità. La poesia sorveglia l’atteggiamento sociale, rivela l’intuizione dell’altruismo evocando la sua sostanza popolare nella destrezza democratica delle parole. “Candele dei sentimenti” è una vera e propria rivincita all’amore non corrisposto, una scommessa vinta senza pregiudizio, il coraggio di vivere il proprio destino. La poesia regala la grazia di un privilegio che consente di sottrarsi all’obbligo delle difficoltà quotidiane e dell’indifferenza. Il poeta occupa la dimora della solidarietà, affiancando l’essenza delle vive opinioni alla comunità umana, dove l’universalità di ogni legame con gli altri, è un vincolo naturale e spirituale, un legame reciproco di affetto e di benevolenza. La comunanza di ideali e di aspirazioni è la persuasione che esorta un insegnamento ricco di spontaneità e di tormento, di responsabilità civile e di speranza morale. La nobile consistenza dei versi rende concreto l’incanto estetico conservato nella coscienza e nell’indipendenza intellettuale con leggera e raffinata educazione. Umeed Ali non è mai mancato all’appuntamento più importante della vita: quello con se stesso. La pura metafora del viandante che si scontra con l’asprezza e la durezza, attraverso l’innocenza e la purezza rafforza la tenerezza sfrontata e il disprezzo compassionevole e raggiunge ogni autentica forma di conoscenza, dislocandosi dai luoghi comuni e includendo la sfuggente verità dell’interiorità (per conoscere meglio l’autore: https://www.facebook.com/Poeta-Umeed-Ali-1423316137720940/).

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

Una vita scomoda

 

Quasi sempre una battaglia.

Mi assillano le difficoltà quotidiane,

diverse volte ho fatto qualche viaggio duro

in cui ho dovuto camminare scalzo sulla neve

diverse volte ho dovuto vivere dopo la morte.

Eppure spesso sono morto vivendo

solo un po’ di coraggio è rimasto in corpo

con quello devo vivere il mio destino.

 

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La mente

 

Quando la mente

ti dà consigli sbagliati

ti porta su strade oscure

poi

compreso il cuore

tutto il corpo

comincia a soffrire

e con piccole scuse

si comincia a piangere.

 

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Consapevolezza (improvvisa)

 

Ho scorto le mie labbra

sanguinanti

le vedo

limpidamente capisco di aver baciato

una rosa

piena di spine.

 

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Sentimento

 

Questo errore del mio cuore

mi è costato tanto, senza pensare

alla reazione

delle mie parole.

Amore estraneo

mi piaci immensamente.

 

 

 

Che bel consiglio

 

Mi rivolse uno sguardo profondo

mentre stavo perso in un mare di pensieri

mi disse con sorriso naturale

devi usare il cervello più del cuore

non ti devi innamorare del dolore.

 

—————————————-

 

 

 

Oltre l’amore

 

Non voleva me

non facevo per lei

i sentimenti contano poco

vale solo il gusto

perché tutti chiedono

qualcosa oltre l’amore.

A volte, i sentimenti

non sono abbastanza.

 

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Le più belle cose

 

Le più belle cose

che ho visto nella vita,

il tuo bel viso

e il tuo sorriso.

 

Glen Sorestad

9 settembre 2020

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“Betulle danzanti” – Poesie scelte di Glen Sorestad – traduzione di Angela D’Ambra (Impremix Edizioni, 2020) è un riconoscimento all’esemplarità del mondo naturale, una cartolina d’autore in cui ogni paesaggio dell’anima è una rappresentazione pittorica dipinta sulla carta, un’ istantanea immanente della forza generatrice e della realtà sensibile. I versi, mescolati ai colori raffigurati, lusingano la bellezza assoluta della natura, le immagini la raccontano come una passeggiata letteraria intorno ai luoghi amati e vissuti dal poeta in Canada. Il poeta frequenta il misticismo poetico con la prosa simbolica del verso libero, allungato, sa assorbire le sensazioni esterne e coinvolgere l’intimità dell’ispirazione, includendo lo spazio esteso di ogni inclinazione per la partecipazione profonda e solidale alla vita. Leggere Glen Sorestad è immergersi nel romanticismo dell’universo, ad equilibrio e valutazione di tutti gli eventi e delle reazioni emotive dell’uomo e del suo peregrinare. Il poeta riceve accoglienza dagli scenari circostanti, respira la gentilezza di ogni alito di vento, ristabilisce i cambiamenti delle stagioni, nutre il mantenimento dei ricordi. Il vincolo vitale, l’affinità simbiotica con lo spirito comunitario sono i legami enfatizzati nella sua poesia, nell’atmosfera comune e popolare di ogni libera condivisione. Un’efficace interpretazione dello spirito e della materia in relazione ai principi perenni che abitiamo e rispettiamo. Il poeta osserva i dettagli del mondo, nell’identità delle sue esperienze di vita, è profeta alla ricerca di risposte sensibili. L’estatica armonia con l’essenza fenomenica accorda un’autobiografia interiore, diffonde una visione sconfinata di infinite prospettive, una poetica panteistica dell’energia vitale. La capacità estetica dell’autore è la premurosa intuizione dello stupore, l’incantevole fiducia nell’evocare territori suggestivi, attraverso la mediazione illuminata della comprensione. Glen Sorestad è un autore contemplativo, assorto nella “danzante” volontà di vivere e nella disponibilità nobile della percezione emotiva. Il poeta esplora, ascolta e analizza per ospitare e comunicare ogni riflessione sostenendo il personale sollievo rigenerante, destinandolo all’esuberanza dell’umanità. La conservazione cortese dell’elegia, sussurata ed indulgente, rivela nuovi orizzonti linguistici, esprime la commozione necessaria nella descrizione delicata di ogni piccola cosa, di un pensiero, di un gesto, di un’istante che meritano di comporre il miracolo della poesia. Ne è esatta coincidenza l’omaggio lirico al poeta Walt Whitman che scriveva: “…la domanda, ahimè, la domanda così triste che ricorre – Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita? Risposta: Che tu sei qui – che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso.”

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Aide memoire

 

Il mondo ha inizio e fine nel ricordo:

ciò ch’io ricordo è ciò che sono.

Quel filo d’erba che, ragazzo, io

strappai sì che al soffio mio vibrasse

davvero l’aria sgretolò col suo stridore?

Un mondo ricordato ha in sé verità

e realtà assai più chiare d’echi.

Nelle mani a coppa del ricordo

la verde, fine festuca di ciò che siamo

freme d’un suono così raro.

 

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Notturno

 

1.

La notte non è mai abbastanza scura per qualcuno.

Sempre ci saranno cose da celare.

 

Il freddo parla la sua propria lingua. Ascolta.

L’orecchio più sordo udrà qualcosa.

 

Paura non avere di notte, freddo, buio.

E’ di noi stessi che dobbiamo aver paura.

 

2.

Un cuore aperto sentirà sempre il male.

Chiudilo, se devi. Tutti i cuori muoiono.

 

I cuori aperti sanno la gioia del sì.

I cuori chiusi solo la pena del no.

 

Solo un folle tenta di fermare il vento.

Lo stesso folle tenta di fermare il male.

 

La mano aperta è soddisfatta di sé.

La mano chiusa sempre si chiede perché.

 

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Clessidra

 

Le prove sono ovunque. Granelli di sabbia.

I nostri giorni vanno persi in banalità: riunioni,

appuntamenti, liste di commissioni, note su post-it

 

incollati ad ante di credenze perché non ci sfuggano,

fissati da magneti al frigo come comandamenti,

o affissi come strazianti appelli per micetti smarriti,

 

tersi promemoria delle nostre vite divenute

una colonna sonora di arrivi e partenze,

il suono e la voce di calendari e diari.

Ignoriamo l’immagine – la sua metà inferiore,

con la sabbia in aumento. E’ il ritmo crescente

dei funerali cui assistiamo che ci fa pausare,

 

che ci fa sentire la misura, l’urgenza,

il rullo premonitore del tamburo.

Colpo dopo colpo, grano dopo grano.

 

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La bellezza è dove la trovi

 

Perché negare che Bellezza

può illuminare un giorno di gennaio

quando il vento fa una sosta

e l’aria è un silenzio,

una coltre d’attesa?

 

Persino quel misero sole,

quella volpe furtiva

che striscia sempre a sud,

fa balzare brillanti sfaccettature di diamante

sulla neve scolpita,

malva d’ombra.

 

Questa cartolina invernale

m’appaga,

non mi soffermi a lungo

ad ammirare l’algido prodigio

dei luccichii della neve, preso

tra contraddizioni –

bellezza o tepore.

 

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Suoni

 

Ecco. Quello è il suono

che m’è mancato – il suono

che m’infiamma i sogni,

che nella notte viene e va:

un tiptap di strascico di vento

in moto fra betulla e pioppo,

che struscia i fianchi

su punte di peccio e pino.

Bentornato, dice.

 

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Betulle danzanti

 

Betulle, sull’isola,

pallide danzatrici invernali,

braccia protese verso l’alto,

a invitare il sole,

eseguono la loro lenta danza,

facendo fluttuare le foglie nuove

con l’arte delle geishe.

 

Teresa Valentina Caiati

16 giugno 2020

Foto libro Frange di interferenza

“Frange di interferenza” di Teresa Valentina Caiati (Quaderni di Poesia Eretica Edizioni, 2019) è una pregiata cornice di ricerca poetica, una fusione musicale in uno sfondo sensoriale, metafora di desiderio e di nostalgia, associata al senso di vaga ed indefinita malinconia, contenuta nell’indugio compiacente di sentimenti e passioni comuni, resti emotivi corrispondenti alle tracce lasciate e alle relazioni salvate dal deterioramento interiore. I versi accordano la sovrapposizione di rumore e silenzio, l’incrocio invadente di verità e illusione, misurano l’intonazione delle attitudini umane, l’intensità e l’ampiezza del linguaggio nel suono articolato della poesia. La superficie dell’anima è la memoria decifrata dalla traiettoria esistenziale dello spazio e rivela la sua presenza, nella direzione del tempo e scorre arredando i margini del conflitto intimo. La poetessa rende visibile il principio luminoso del suo percorso aggirando gli ostacoli nella propria esperienza quotidiana, celando il profilo netto dell’ombra che delinea il suo cammino. La percezione profonda di essenze reali distinte, l’osservazione cromatica degli accidenti e delle note, rivelano l’interferenza delle emozioni e la fenditura dei confini in chiaro-scuro della sensibilità. Teresa Valentina Caiati assiste il mutevole ed inaspettato coinvolgimento della realtà elevando l’approfondimento periferico degli eventi con la spontanea ed istintiva melodia della sua centrale interpretazione e avvolgendo la singolare e delicata bellezza dei destinatari che cingono la seduzione gotica ed oscura delle vicende, dei luoghi e delle immagini. La poetessa affronta il destino di una solitudine che è al centro di tutto e attraversa l’impenetrabile cupezza, girovaga ed inquieta, di ogni inesprimibile relazione umana contro l’ineluttabile fissità del cuore smarrito e confuso. La curva impercettibile delle parole oscilla nella volontà intelligente e condiziona le scelte, fa da scudo alle sensazioni. Assorta nella quiete dell’assenza, la visibilità del ricordo non si dissolve ma dilata le intuizioni emotive, come se custodisse il segreto della consistenza e della necessità della vita. La testimonianza umanistica della poetessa è un patrimonio potente e fedele allo stupore, sostenuto da quella brezza, misteriosa ma espressiva, che soffia sull’esasperata consuetudine di ogni esulante condizione, pena che non allontana il perpetuo e spontaneo corso del tempo e destina al richiamo solitario la coscienza reduce. La direzione esclusiva ed imperturbabile dei pensieri sosta su una piccola nicchia sospesa, affatturata nel segreto delle discordanze che regolano la tensione esatta di quanto è trascorso o di quanto è lontano.

 

Rita BompadreCentro di Lettura “Arturo Piatti”

 

 

 

Il talento

 

Il talento

è l’aggettivo superlativo

posto dinnanzi ad un nome.

Tutt’intorno fa stragi e razzie

e senza termini di paragone,

governa, assolato e indisturbato,

nell’impero grammaticale dei sogni.

 

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Noi altri

abbiamo insenature

e promontori sulla schiena

simili alla gobba di Leopardi

per il peso crescente

cui la natura sottopone.

Incompatibilità di sistema.

 

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La bellezza

 

Riconosco la bellezza

quando l’orizzonte s’allontana

e un pensiero gli va in soccorso.

In un istante

sono lì

dove ancora non sono.

 

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Il destino

 

Ogni volta che mi fermo

contemplo il destino

scorrere, imperterrito,

su quella strada parallela

al mio incedere lento.

 

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Le occasioni

 

Le occasioni

sono loculi sempre aperti

in cui dimora

da lontano

l’ansia esitante

di non avere fine.

 

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D’un tratto

 

D’un tratto capii

che solo il ritmo genera l’amore,

così presi a pensarti con la stessa frequenza.

 

Teresa Valentina Caiati nasce a Bari e si diploma in pianoforte e organo. Ricrea, attraverso la musica, il connubio con la poesia, sua profonda passione. Sue composizioni sono state incise ed utilizzate in video e performance artistiche d’avanguardia. Attualmente insegna educazione musicale a Milano.

 

Recensione di Giuseppe Martella a “La simmetria del vuoto”

1 giugno 2020

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Il tratteggio: C. Bove, La simmetria del vuoto, Arcipelago Itaca, 2018.

Nella sua perspicua e illuminante prefazione, Anna Maria Curci propone la parola tedesca schweben, “fluttuare, stare in bilico, esser sospesi”, come chiave di lettura di questo testo e della intera poesia di Cristina Bove. Seguo questo suggerimento e aggiungo altri due termini, sempre di ambito tedesco: Ausdruck: “espressione, frase, detto” ma anche “sguardo e voce”. Da cui Ausdruckweise: “fraseggio”. E poi Abgrund: “abisso, pendio, precipizio, salto nel blu.” Etimologicamente “assenza di fondamento”. Filosoficamente, quest’ultimo termine indica infatti il fondamento nullo del nostro essere al mondo, tra realtà biologica e rappresentazione psicosociale: la terribile simmetria del vuoto. Tra fluttuazione e spro-fondamento dell’esserci si svolge infatti il fraseggio poetico di Cristina Bove.

Una triangolazione fra le costellazioni semantiche di Ausdruck, Schweben e Abgrund (espressione, bilico e abisso) può svelarci il luogo proprio e offrici l’orientamento di fondo della versificazione di Cristina Bove, cioè anche una cartografia del suo dire (Dichtung). C’è infatti nel termine Ausdruck (espressione, manifestazione, frase) un nesso fra sguardo e voce, assente nei suoi corrispettivi italiani, che implica quel cooperare nell’espressione poetica dell’occhio e della mano, che Walter Benjamin già indicava come la virtù precipua dell’antico cantastorie, il suo saper trarre da una tradizione condivisa le formule verbali e le alchimie del verso e della performance, il suo saper catturare e tenere avvinti gli ascoltatori nel giro della frase, nella reciprocità degli sguardi, nella cerchia dell’ascolto, che è la base di ogni circolo ermeneutico. Da qui parte la mia ipotesi: il dettato (Dichtung) di Cristina Bove sta sempre in bilico sull’abisso del proprio esserci. Una ipotesi che coniuga quell’esitazione fra suono e senso che Valery indica come carattere saliente della poesia, con la sua funzione primaria di testimonianza e terapia della finitudine e precarietà dell’essere al mondo insieme ad altri.

Una poesia della soglia, dunque, e del filo: liminale e sorvegliata. Filata sulla sottile ragnatela del carro della regina Maab (in Sogno di una notte di mezza estate) ma anche tessuta con la dedizione e la sapienza con cui Penelope tesse e disfa quella tela che è il sostrato comune del canto di tutti gli aedi dell’Odissea, Ulisse compreso. Una struttura flessibile, leggera e ferrea, come quella di un ponte d’acciaio teso sopra l’abisso. Quando indicherò nella maestria del fraseggio (Ausdruckweise) una sua virtù caratteristica, intenderò anzitutto questo convenire dello sguardo e della voce, questo accennare, nell’intervallo minimo fra pause e battute del verso, a un altrove, a quel fondo da cui emergono tutte le sue nitide figure, nel saper cogliere il tempo giusto (kairòs) perché la grazia (charis) della parola incarnata risulti efficace. Il dettato di Cristina Bove è danza graziosa sull’abisso che si intravede nella luminosa trama (nell’ultrasenso e nell’oltreluce) delle sue figure, nel chiaroscuro impeccabile, dei suoi versi.

Questa espressione dell’esserci come esser tra, frammezzo, sospeso e intrappolato nello stesso atto del dire, di tracciare percorsi e indicare luoghi, e costruire una dimora per abitarla, è forse il senso eminente di questa simmetria del vuoto. I suoi versi intrecciano una danza fra dettaglio e disegno, fra macro e microcosmo, dove risuona, nella squisita e tenace volontà di forma dell’io poetico, l’eco sfinita della risata tragica dell’es stretto “nel labirinto delle sue mutazioni”. (13) In una serie di attributi felicemente variati di un soggetto-fondamento mancante, volatile, spro-fondante appunto in un interminabile salto nel blu – quel colore che pare essere il preferito della nostra autrice, a giudicare dalle composizioni di videoarte che spesso ne accompagnano i versi sul suo blog e su Facebook. E’ un verde-blu iridescente che, attraversando la gamma dei colori, pare sfumare nel diafano da cui ci invia riflessi di figure, sovrimpressioni, fantasmagorie. Ecco: la trasparenza è un’altra caratteristica dei versi di Cristina Bove, nel senso intuitivo del termine (poiché si tratta di figure luminose, leggere, sfumate) ma anche in quello del confine sottile che passa tra riflessione e rifrazione di un raggio di luce. Del punto cruciale in cui un medium qualsiasi, in parte assorbe e in parte riflette il messaggio luminoso. Così come la memoria riflette l’evento rifrangendolo nelle molteplici tangenti delle sue figurazioni inconsce. Quella di Cristina Bove è anche una poesia della trasparenza e della soglia, una esplorazione dei limiti del diafano nel linguaggio: una videoarte del dire.

La sapiente variazione dei suoi versi equivale all’intero gradiente di rifrazione dei corpi al messaggio della luce. In questo senso, anche le figure del suo discorso assumono la valenza di una fantasmagoria in cui trascendenza e immanenza si incontrano come il riflesso e la frattura di una immagine in un punto sulla superficie della rappresentazione. Pertanto le figure in sospensione nei versi di Cristina Bove si possono considerare anche come degli ologrammi, delle produzioni sul foglio di carta di immagini tridimensionali, attraverso il reticolo di diffrazione dei suoi versi. Ologrammi metafisici che coniugano riflessione e rifrazione, trascendenza e immanenza, manifestazione ed essenza del nostro essere al mondo. In una sapiente orchestrazione della “toccata e fuga di se stessi” (44), tra valenze aforistiche e chiusure epigrammatiche, tra sottolineature e motteggi, nonsense e paradossi.

Il lievitare misurato della parola rigenerata (logos egeneto), il fraseggio accurato, l’equilibrio di una versificazione interstiziale in cui la espressione sapiente riunisce la mascherata della vita e quella dell’arte, facendone un bilancio lucido e mirabile, spassionato e implacabile, realistico e visionario, dove nell’umana confessione si può leggere talora in palinsesto una dichiarazione di poetica. (54) Il fraseggio di Cristina Bove si svolge in una fluttuazione caratteristica tra l’espressione linguistica come manifestazione dell’esserci e il suo fondamento nullo, cioè anche tra figura e fondo, linguaggio e silenzio. In questo senso, la sua è una poetica del tratteggio e della sottrazione, dell’adombramento e della sospensione sistematica di ogni (pre)giudizio di esistenza. Una fenomenologia e una ermeneutica della finitezza e dell’impermanenza, a tutti gli effetti, che spesso si esprime per calembours e paradossi, intesi come controlli severi ed esperimenti cruciali sui limiti del nostro linguaggio e della visione del mondo che su di esso si basa. L’insieme di questi giochi linguistici converge graficamente poi verso il punto, da una parte e il trattino basso, dall’altra. La punteggiatura, nella poesia di Cristina Bove in generale, risulta pressoché assente ma tale assenza indica il suo esser tra le righe, il suo essere stata completamente assorbita (sospesa, messa in mora, epochizzata) nel fraseggio e nella versificazione. O se si preferisce nel fondo del suo dettato poetico. Tranne che nell’unico caso, nella presente raccolta, in cui compaiono dei puntini di sospensione (61) a marcare l’irrazionale poetico. O in quello, assolutamente singolare, della poesia dal titolo esplicito, “.mettere un punto” (86), dove il punto appare in posizione anomala, a inizio frase, e messo in correlazione coi trattini bassi  che compaiono nell’ultimo verso del componimento. L’uso del trattino basso è invece estremamente frequente, nell’intera poesia di Cristina Bove, fungendo quasi da supplemento alla punteggiatura rarefatta e indicandone infine lo sprofondamento nell’abisso della dizione. I trattini bassi, vera e propria ossessione grafica della nostra autrice, croce e delizia dei suoi editori, non sono certo un vezzo ma costituiscono il tratto distintivo della sua versificazione, il suo svolgersi al limite dello spro-fondamento del discorso, del riassorbimento delle figure della espressione (Ausdruck) sul fondo (Abgrund) della nuda vita. L’uso del trattino basso, il tratteggio ritmico-semantico che funge da basso continuo della sua versificazione, costituisce inoltre la condensazione grafica di quel fraseggio (Ausdruckweise) e di quella lievitazione del dire (Schweben) che ho indicato all’inizio e che caratterizzano in modo inconfondibile la sua poesia. Mentre il punto anomalo è qui manifestazione grafica della coincidenza delle varie prospettive, o fasci di luce coerente riflessi-rifratti dal s/oggetto della rappresentazione, a costituire quella configurazione ologrammatica del discorso che ne rappresenta un’altra caratteristica saliente. Il punto, infine, qui segna il limite di quella funzione di dis/orientamento al mondo che è propria della poesia in generale, ma che qui assume tutti i connotati di una ascesi della parola e di una sobria composizione del luogo del discorso attraverso un costante esercizio di eliminazione del superfluo, in una pratica della sottrazione che è da attendersi in una poeta che è anche scultrice e il cui alter ego, in una recente raccolta, appare come “Una donna di marmo nell’aiuola”.

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Per corroborare la linea ermeneutica adottata, sarà ora opportuno fornire alcuni esempi di ordine tematico-strutturale. A partire proprio dalla messa a punto della propria poetica che  Cristina Bove compie nella poesia prima menzionata (“.metter un punto”) e che val la pena citare per intero, per dare una idea dello spessore e della consapevolezza del suo dire: “Per solidificare la parola estinta/_il suo vissuto termina sul foglio_/magari farle un monumento/solo di interpunzioni/dedicarlo ai poeti che non scrivono/           Mi ci metto/perché non ho mai scritto un bel silenzio/perché non ho saputo eliminare/una vita di sillabe/           mi arrendo nel mimare un’esistenza/_tra due trattini stesi_”. (86) Questa lirica è nel contempo un compendio della sua poetica e una convalida di quanto abbiamo osservato: tutta giocata com’è sulla linea d’ombra, sulla lievitazione tra vita e forma, mondo e linguaggio, cose e parole: su quello schweben che abbiamo menzionato all’inizio e che implica anche una sorta di sospensione del giudizio di esistenza  (o epoché trascendentale) del mondo ricevuto, che qui viene messa a tema e in forma, tutta racchiusa fra il punto anomalo dell’inizio e i due trattini stesi alla fine, che insieme sottolineano e sdoppiano, sottendono e mettono in mora, il valore dell’enunciato, cioè della loro stessa verbalizzazione. Questo per dire tutta la sottigliezza, complessità, condensazione, humour, ironia e lucidità di cui è capace Cristina Bove. Che qui in partenza si esercitano sullo statuto stesso della poesia, “la parola estinta” in quanto “il suo vissuto termina sul foglio” e dunque anche il luogo in cui la vita trapassa e si fissa nella parola. E su quello dei poeti, che vengono chiamati in causa con elegante sprezzatura, come coloro che nutrono “una vita di sillabe” ma che non riescono mai a giungere al cuore del reale galleggiando sulla superficie del discorso.  Una sprezzatura che però presto si volge in autoironia poiché lei stessa afferma di non aver mai  “scritto un bel silenzio”.

In questi versi, metricamente calibrati e variati, vien fuori la perfetta congruenza tra la fluttuazione metafisica e il fraseggio poetico, come tratto fondante e distintivo della versificazione di Cristina Bove. E si tratta di una declinazione singolare e memorabile di quello Unter-Schied (differenza-relazione o interferenza fra linguaggio e mondo) che per Heidegger costituisce il sostrato della poesia in quanto tale e che qui nel testo di Cristina Bove si traduce graficamente nell’uso insistito del trattino basso. Si tratta dunque di una messa a punto onto-logica del proprio dire che si esprime poi in un metro e in una sintassi meravigliosamente esatti e variati, in un minidramma della ipostasi della parola scritta che, fra peripezie e riconoscimenti, squisitamente infine si arrende al silenzio che la attende. Per cui questa ironia che non fa sconti, questa umanissima certificazione dei propri limiti, umani e poetici, finisce per tramutarsi infine, in virtù del suo proprio stesso disincanto, in una muta domanda che esprime tutta la pietà del pensiero. E infatti, nel componimento seguente, il tratteggio poetico rivela la trama esistenziale da cui è sotteso: “le questioni mai risolte/tra la vita e la morte” (87). Quella sospensione dei mortali che sanno di “esistere per poco” e null’altro sapendo sospettano di essere solo “sogni/di un dio che ad ogni suo risveglio/ha già dimenticati.” (ibid.)

Ma la fluttuazione ontologica è endemica nella poesia di Cristina Bove, e i suoi tratti ritornano in una molteplicità di profili e intagli come accade, con evidente allusione alle opere di Lucio Fontana, nella poesia “Fontaniana” appunto, dove il taglio della tela di un quadro appare come un “varco tra pensiero e corpo” (83) e pertanto assume la valenza metafisica del frammezzo, “la zona franca aperta sulla tela” fra essenza e apparenza, in quel continuo dialogo fra essere e coscienza che si svolge nei suoi versi, senza che le due parti possano mai veramente scindersi né coincidere, (“_perché il male ci dispensa dall’amalgama_”), (ibid.) come monadi che danzano alla cieca il ballo in maschera dell’esistenza, in bilico sul filo del rasoio, in attesa di una finale messa a punto di cui ignorano il tempo e il luogo. Questa arlecchinata metafisica ha peraltro già avuto un’esposizione magistrale nella splendida “Maestri (s)concertatori” dove “in un emiciclo di ripercussioni”, (44) l’intera sinfonia dell’esserci appare intesa a “lustrare gli occhi spersi di chi sa/che tutto muore/come le note già suonate/nella toccata e fuga di se stessi.”  Su questa stessa pratica della espressione  fenomenologicamente sospesa sul fondamento nullo dei suoi trattini bassi, del fraseggio come correlativo verbale del frammezzo esistenziale tra dettaglio e disegno, nomi e cose, essere e coscienza, si veda per esempio anche l’impeccabile umorismo di “Inquilini e scalatori” dove ci si può esprimere solo “Per interposta ragnatela”, (53) perché “non si trova il modo/di dare un altro nome a ciò che accade”, e ci si trova “intrappolati ai muri e ai versi”, presi in tenzoni futili, quasi dimentichi che “tanto sarà per poco” e che ci tocca “nel frattempo/vivere di miracoli a ritroso/esserci quanto basta”. E dove infine la charis (grazia, dedizione e cura) di ogni dire risulta funzionale a riempire il frattempo che ci divide dall’attimo fatale.

L’equivalenza tra frammezzo esistenziale e fraseggio verbale, viene sviluppata ancora nella lirica che segue, “Considerando il dentro e il fuori”, dove la sinfonia dell’esistenza trova ulteriori accordi nel tenore metapoetico del testo e la commedia umana nuovi scenari, (tra dentro e fuori, tra essere e coscienza), un intero copione di metafore gastronomiche che riconducono l’ispirazione poetica alla sua base organica, mentre la poesia appare ancora una volta come farmaco (rimedio-veleno) contro il male di vivere: “sta quasi per accendersi la festa/si pronuncia l’antitodopoesia da bocca a bocca” per render il “mondo commestibile” e chiudere gli occhi sui “_transiti scatologici_”/di questa mascherata cromosomica/che ci consegna ad un perenne oblio.” Mentre “l’aria che si annida negli alveoli, ad ogni inspirazione/incendia le apparenze e ci consuma/           malgrado innumerevoli varianti, siamo carboni ardenti”. (54) La ironica e spassionata demistificazione dell’arte sfocia infine, nella lirica seguente, in quella della religione, dove “il dio dei fallimenti programmati/in palinsesti onirici” (55) per non farci accorgere “che non esiste porto/né un orizzonte per colare a picco”, viene rappresentato in tutta la sua comica impotenza mentre “è lì che aspetta il sorgere del mondo”.

Su questi incroci prospettici fra realtà e rappresentazione, si producono dunque quelli che ho chiamato gli ologrammi poetici di Cristina Bove, nel senso degli incroci di prospettive o di raggi laser sull’oggetto che appare così traslucido e multidimensionale. Ma anche nel senso di una inclusiva grammatica della creazione che sa mettere insieme dettaglio e disegno, in una fantasmagoria dell’esistenza che è nel contempo lucidissima e visionaria. Questo “Paradigma ologrammatico” (significativo anche in vista delle sue applicazioni all’arte digitale di Cristina) trova d’altronde una esatta definizione nella lirica eponima, dove lo sdoppiamento e la fluttuazione ricorrente fra essere e coscienza, dettaglio e disegno, micro e macrocosmo, trovano una messa a tema e una definizione esplicita: “è che assistiamo/_contemporaneamente_/ad ogni tempo della nostra vita/il vivere e il morire a ogni momento/essere il sognatore ed il suo sogno”  perché “di fronte ad uno schermo/siede il frammento e tutto l’universo” (50): un disegno frattale impeccabile che va ad arricchire l’ologramma poetico-esistenziale, in cui lo sdoppiamento di essere coscienza, reso in una costante variazione aspettuale e prospettica, distillato nell’alambicco di un linguaggio senza fronzoli, genera quella geometrica veggenza che caratterizza la poesia di Cristina Bove: “immagine riflessa _pupille come fori_/negli occhi innumerevoli e diversi/attraversati dalla stessa luce/un solo aspetto/eppure il tutto riversato in esso/nell’illusoria percezione che/ci si veda soltanto un po’ per volta”. (ibid.) E qui si nota chiaramente come l’oscillazione caratteristica del dettato di Cristina Bove, non riguarda soltanto i diversi livelli di realtà ma anche l’ordine temporale dell’accadere, muovendosi tra due tagli verticali (Kairoi), l’attesa dell’evento ineludibile della morte e il ricordo non già della nascita, ma di un evento traumatico, di un tentato suicidio, in una notte “del trentuno agosto/che lei precipitò dalla ringhiera/e poi si addormentò sul marciapiede” (83). Evento che assume però qui i connotati gnostici della metempsicosi, di una caduta dell’anima nella prigione del corpo, segnando l’inizio di quel dialogo fra sé e sé, di quello sdoppiamento, prospettico ed esistenziale, e di quella veggenza  che caratterizzano la poesia di Cristina Bove: “io me ne andai/lasciandola sul posto_ venni al mondo/pagandomi l’accesso dal balcone.”, “Però le ho sempre raccontato tutto/e lei non ha mai smesso di volare/_non si ricorda d’essere atterrata_/:sogna di me piombata sull’asfalto/sagoma disegnata con il gesso/e nel suo sogno lei si crede viva/ed io nel mio fingo d’essere morta”. (ibid.) Questo dialogo fra self and soul, che mi ricorda una splendida poesia di W.B. Yeats, costituisce l’arco teso su tutta la poesia di Cristina Bove, l’arcobaleno iridescente che contiene tutte le sfumature della sua veggenza e i magnifici doni che essa sa offrirci, e che a mio parere fanno di lei uno dei maggiori poeti viventi, ancora in attesa di un pieno e doveroso riconoscimento.

Giuseppe Martella

http://www2.lingue.unibo.it/romanticismoold/membri/Martella/Martella_Giuseppe.htm#top

 

 

Daniele Vaienti

13 maggio 2020

Foto libro La notte passerà senza miracoli Daniele Vaienti

“La notte passerà senza miracoli” di Daniele Vaienti (Edizioni del Faro 2019 – Collana “Sonar. Parole e voci” diretta da Paolo Agrati) è il libro d’esordio del poeta e performer cesenate attivo nel circuito dei poetry slam e della recitazione, dettato dalla libera e smaniosa tenacia descrittiva, ritmata in un andamento sonoro che emana le sue radici nella misura tagliente e drammatica dell’umanità celebrata come “un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo”(Jack Kerouac). I versi ricercano l’esistenza della familiarità e si riappropriano delle espressioni private, quotidiane e semplici, comuni alle confessioni emotive che rivelano il rifugio consolatorio di ogni esperienza ideologica e pratica, tangibile e autobiografica. La diffusione della poesia è la magnetica registrazione esistenziale incisa su materiale resistente all’usura del tempo. La deformazione di visioni concrete e carnali, (una foto, le sigarette, l’autunno) permette di immaginare una licenza onirica e reale, in cui la vita è il passaggio comunicativo di ciò che si scrive con passione e per la propria felicità. La scrittura ipnotica e confidenziale di Daniele Vaienti, è una benevolenza dell’ebbrezza, nella padronanza di un vissuto in cui la tecnica e la battuta serrata ed incisiva decantano un’autonomia sentimentale che tormenta le imprevedibilità e le contraddittorietà degli affetti, gli ostacoli della disperazione nella loro profondità allusiva. L’intensità scritta oltre i versi segue il distacco dalla poetica convenzionale e si nutre dell’improvvisazione letteraria coinvolgendo i simboli emotivi del magico vortice teatrale, compagno, in ogni commento, delle risorse emotive del poeta. Il poeta esiste nell’istantaneo presente liberando l’agguato della nostalgia e del ricordo nelle vibrazioni svincolate dei sentimenti. I testi catturano l’inviolabilità dell’amore, contro l’inevitabile sconfitta del mondo e la lacerazione delle sue costrizioni ed esortano alla necessità di una nuova concezione di beatitudine, di salvezza verso il richiamo alla vita autentica e alla complicità dell’istante. La scoperta di sé stessi, del pensiero assolto dai pregiudizi, dei valori umani, della coscienza collettiva è il traguardo di una compiuta affinità poetica con il viaggio individuale verso un’assegnazione alla speranza. L’esigenza artistica nasce da un desiderio di libertà di espressione, di dinamismo vitale e indagando nel senso del bene comprende l’universalità dei contenuti e la ricerca intima del tutto.

Rita Bompadre

Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

 

Nient’altro

 

Si tratta di imparare

l’esistere

senza la pretesa

d’essere.

 

Accadere,

attenti

a non cadere.

 

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Quel silenzio

 

Sparo sorrisi a salve

contando i treni

persi e da perdere

per riuscire a scordare

quella voce che assente

alza di una tacca

il volume del silenzio.

 

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Autunno

 

Cosa me ne dovrei fare

di questo autunno

bagnato

che fa paura

tutto sbagliato

come la mia punteggiatura

questo autunno

che ha tolto il sorriso alla città

che ci si abbraccia per necessità

ché fuori fa freddo

e dentro

non si può fumare.

 

Ecco

di questo autunno

cosa me ne dovrei fare?

 

 

 

La foto

 

Conservo una foto di noi sui polpastrelli

tu che mi saluti, mi abbracci e dici:

“torna a trovarci”.

 

TrovarCi

 

Ti nascondi dietro un plurale

di gente che non importa.

 

Io

codardo più di te

capisco

non dico niente

conservo la foto.

 

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Occhi chiusi

 

A volte

quando chiudo gli occhi

capita

che poi non vedo niente

e fa paura.

Ci sono sogni mancati

e sogni mancanti.

La differenza è enorme,

credimi.

 

Daniele Vaienti, alias Gnigne, è nato a Cesena nel 1984. A giugno 2017 insieme ad altri amici fonda Voceversa, gruppo col quale organizza Poetry Slam e altri eventi di poesia. Poeta e performer, attivo nel circuito dei poetry slam e della recitazione, prova della quale ha fornito durante le riprese del film “Never Apply Salt to Attract a Potential Lover” girato a Cervia (dove sarà presentato in esclusiva a luglio 2020). La notte passerà senza miracoli è il suo esordio letterario (Edizioni del Faro 2019 – Collana “Sonar. Parole e voci” diretta da Paolo Agrati).