Archivio dell'autore

Umeed Ali

24 settembre 2020

 

“Candele dei sentimenti” di Umeed Ali (Morlacchi Editore, 2017) è una fonte luminosa, un’invocazione espressiva ed immediata di calore e di energia, un’identità poetica di un diario umano in cui atmosfere malinconiche e drammi affettivi intrecciano la trama errante ed istintiva dell’autore, conterraneo di delicata reattività emozionale, coinvolto nella fiducia leale del proprio percorso e partecipe delle attraenti attese lungo il cammino della vita. Il poeta esplora gli eventi autobiografici con rara e preziosa poesia, ogni frattura della sua sorte delinea la transitorietà e l’instabilità delle reazioni umane e schernisce la beffarda contraddittorietà della fortuna. I versi imprimono solidità ai sinceri sentimenti, intuiscono la spontanea commozione dell’anima, donano amore e ricambiano solitudine, testimoniano la consistenza intima di ogni tensione emotiva. L’estrema sensibilità dell’autore è la sua riconosciuta qualità, la validità dei suoi principi è la forma d’arte in cui si mescolano la percettibile apprensione per i desideri, le passioni, i viaggi del cuore, gli orizzonti sperati. Umeed Ali assorbe pensieri e suggestioni e libera il respiro creativo in un equilibrio di comprensione. Il nomadismo esistenziale, l’insensibilità e il disagio interiore amplificano l’inquietudine della lontananza, il benessere poetico allevia la necessità di dimenticare il dolore. Il legame con i ricordi offre occasione di riflessione, nell’integrazione della salvezza avvolta da un intenso alone di nostalgia. Il poeta conosce la poesia migrante, quella che ha la volontà di spostare il luogo in cui è possibile una condizione di vita migliore, il connubio efficace tra parola e comunicazione visiva nel linguaggio incisivo e devoto alla sincerità. La poesia sorveglia l’atteggiamento sociale, rivela l’intuizione dell’altruismo evocando la sua sostanza popolare nella destrezza democratica delle parole. “Candele dei sentimenti” è una vera e propria rivincita all’amore non corrisposto, una scommessa vinta senza pregiudizio, il coraggio di vivere il proprio destino. La poesia regala la grazia di un privilegio che consente di sottrarsi all’obbligo delle difficoltà quotidiane e dell’indifferenza. Il poeta occupa la dimora della solidarietà, affiancando l’essenza delle vive opinioni alla comunità umana, dove l’universalità di ogni legame con gli altri, è un vincolo naturale e spirituale, un legame reciproco di affetto e di benevolenza. La comunanza di ideali e di aspirazioni è la persuasione che esorta un insegnamento ricco di spontaneità e di tormento, di responsabilità civile e di speranza morale. La nobile consistenza dei versi rende concreto l’incanto estetico conservato nella coscienza e nell’indipendenza intellettuale con leggera e raffinata educazione. Umeed Ali non è mai mancato all’appuntamento più importante della vita: quello con se stesso. La pura metafora del viandante che si scontra con l’asprezza e la durezza, attraverso l’innocenza e la purezza rafforza la tenerezza sfrontata e il disprezzo compassionevole e raggiunge ogni autentica forma di conoscenza, dislocandosi dai luoghi comuni e includendo la sfuggente verità dell’interiorità (per conoscere meglio l’autore: https://www.facebook.com/Poeta-Umeed-Ali-1423316137720940/).

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

Una vita scomoda

 

Quasi sempre una battaglia.

Mi assillano le difficoltà quotidiane,

diverse volte ho fatto qualche viaggio duro

in cui ho dovuto camminare scalzo sulla neve

diverse volte ho dovuto vivere dopo la morte.

Eppure spesso sono morto vivendo

solo un po’ di coraggio è rimasto in corpo

con quello devo vivere il mio destino.

 

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La mente

 

Quando la mente

ti dà consigli sbagliati

ti porta su strade oscure

poi

compreso il cuore

tutto il corpo

comincia a soffrire

e con piccole scuse

si comincia a piangere.

 

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Consapevolezza (improvvisa)

 

Ho scorto le mie labbra

sanguinanti

le vedo

limpidamente capisco di aver baciato

una rosa

piena di spine.

 

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Sentimento

 

Questo errore del mio cuore

mi è costato tanto, senza pensare

alla reazione

delle mie parole.

Amore estraneo

mi piaci immensamente.

 

 

 

Che bel consiglio

 

Mi rivolse uno sguardo profondo

mentre stavo perso in un mare di pensieri

mi disse con sorriso naturale

devi usare il cervello più del cuore

non ti devi innamorare del dolore.

 

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Oltre l’amore

 

Non voleva me

non facevo per lei

i sentimenti contano poco

vale solo il gusto

perché tutti chiedono

qualcosa oltre l’amore.

A volte, i sentimenti

non sono abbastanza.

 

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Le più belle cose

 

Le più belle cose

che ho visto nella vita,

il tuo bel viso

e il tuo sorriso.

 

Glen Sorestad

9 settembre 2020

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“Betulle danzanti” – Poesie scelte di Glen Sorestad – traduzione di Angela D’Ambra (Impremix Edizioni, 2020) è un riconoscimento all’esemplarità del mondo naturale, una cartolina d’autore in cui ogni paesaggio dell’anima è una rappresentazione pittorica dipinta sulla carta, un’ istantanea immanente della forza generatrice e della realtà sensibile. I versi, mescolati ai colori raffigurati, lusingano la bellezza assoluta della natura, le immagini la raccontano come una passeggiata letteraria intorno ai luoghi amati e vissuti dal poeta in Canada. Il poeta frequenta il misticismo poetico con la prosa simbolica del verso libero, allungato, sa assorbire le sensazioni esterne e coinvolgere l’intimità dell’ispirazione, includendo lo spazio esteso di ogni inclinazione per la partecipazione profonda e solidale alla vita. Leggere Glen Sorestad è immergersi nel romanticismo dell’universo, ad equilibrio e valutazione di tutti gli eventi e delle reazioni emotive dell’uomo e del suo peregrinare. Il poeta riceve accoglienza dagli scenari circostanti, respira la gentilezza di ogni alito di vento, ristabilisce i cambiamenti delle stagioni, nutre il mantenimento dei ricordi. Il vincolo vitale, l’affinità simbiotica con lo spirito comunitario sono i legami enfatizzati nella sua poesia, nell’atmosfera comune e popolare di ogni libera condivisione. Un’efficace interpretazione dello spirito e della materia in relazione ai principi perenni che abitiamo e rispettiamo. Il poeta osserva i dettagli del mondo, nell’identità delle sue esperienze di vita, è profeta alla ricerca di risposte sensibili. L’estatica armonia con l’essenza fenomenica accorda un’autobiografia interiore, diffonde una visione sconfinata di infinite prospettive, una poetica panteistica dell’energia vitale. La capacità estetica dell’autore è la premurosa intuizione dello stupore, l’incantevole fiducia nell’evocare territori suggestivi, attraverso la mediazione illuminata della comprensione. Glen Sorestad è un autore contemplativo, assorto nella “danzante” volontà di vivere e nella disponibilità nobile della percezione emotiva. Il poeta esplora, ascolta e analizza per ospitare e comunicare ogni riflessione sostenendo il personale sollievo rigenerante, destinandolo all’esuberanza dell’umanità. La conservazione cortese dell’elegia, sussurata ed indulgente, rivela nuovi orizzonti linguistici, esprime la commozione necessaria nella descrizione delicata di ogni piccola cosa, di un pensiero, di un gesto, di un’istante che meritano di comporre il miracolo della poesia. Ne è esatta coincidenza l’omaggio lirico al poeta Walt Whitman che scriveva: “…la domanda, ahimè, la domanda così triste che ricorre – Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita? Risposta: Che tu sei qui – che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso.”

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Aide memoire

 

Il mondo ha inizio e fine nel ricordo:

ciò ch’io ricordo è ciò che sono.

Quel filo d’erba che, ragazzo, io

strappai sì che al soffio mio vibrasse

davvero l’aria sgretolò col suo stridore?

Un mondo ricordato ha in sé verità

e realtà assai più chiare d’echi.

Nelle mani a coppa del ricordo

la verde, fine festuca di ciò che siamo

freme d’un suono così raro.

 

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Notturno

 

1.

La notte non è mai abbastanza scura per qualcuno.

Sempre ci saranno cose da celare.

 

Il freddo parla la sua propria lingua. Ascolta.

L’orecchio più sordo udrà qualcosa.

 

Paura non avere di notte, freddo, buio.

E’ di noi stessi che dobbiamo aver paura.

 

2.

Un cuore aperto sentirà sempre il male.

Chiudilo, se devi. Tutti i cuori muoiono.

 

I cuori aperti sanno la gioia del sì.

I cuori chiusi solo la pena del no.

 

Solo un folle tenta di fermare il vento.

Lo stesso folle tenta di fermare il male.

 

La mano aperta è soddisfatta di sé.

La mano chiusa sempre si chiede perché.

 

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Clessidra

 

Le prove sono ovunque. Granelli di sabbia.

I nostri giorni vanno persi in banalità: riunioni,

appuntamenti, liste di commissioni, note su post-it

 

incollati ad ante di credenze perché non ci sfuggano,

fissati da magneti al frigo come comandamenti,

o affissi come strazianti appelli per micetti smarriti,

 

tersi promemoria delle nostre vite divenute

una colonna sonora di arrivi e partenze,

il suono e la voce di calendari e diari.

Ignoriamo l’immagine – la sua metà inferiore,

con la sabbia in aumento. E’ il ritmo crescente

dei funerali cui assistiamo che ci fa pausare,

 

che ci fa sentire la misura, l’urgenza,

il rullo premonitore del tamburo.

Colpo dopo colpo, grano dopo grano.

 

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La bellezza è dove la trovi

 

Perché negare che Bellezza

può illuminare un giorno di gennaio

quando il vento fa una sosta

e l’aria è un silenzio,

una coltre d’attesa?

 

Persino quel misero sole,

quella volpe furtiva

che striscia sempre a sud,

fa balzare brillanti sfaccettature di diamante

sulla neve scolpita,

malva d’ombra.

 

Questa cartolina invernale

m’appaga,

non mi soffermi a lungo

ad ammirare l’algido prodigio

dei luccichii della neve, preso

tra contraddizioni –

bellezza o tepore.

 

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Suoni

 

Ecco. Quello è il suono

che m’è mancato – il suono

che m’infiamma i sogni,

che nella notte viene e va:

un tiptap di strascico di vento

in moto fra betulla e pioppo,

che struscia i fianchi

su punte di peccio e pino.

Bentornato, dice.

 

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Betulle danzanti

 

Betulle, sull’isola,

pallide danzatrici invernali,

braccia protese verso l’alto,

a invitare il sole,

eseguono la loro lenta danza,

facendo fluttuare le foglie nuove

con l’arte delle geishe.

 

Teresa Valentina Caiati

16 giugno 2020

Foto libro Frange di interferenza

“Frange di interferenza” di Teresa Valentina Caiati (Quaderni di Poesia Eretica Edizioni, 2019) è una pregiata cornice di ricerca poetica, una fusione musicale in uno sfondo sensoriale, metafora di desiderio e di nostalgia, associata al senso di vaga ed indefinita malinconia, contenuta nell’indugio compiacente di sentimenti e passioni comuni, resti emotivi corrispondenti alle tracce lasciate e alle relazioni salvate dal deterioramento interiore. I versi accordano la sovrapposizione di rumore e silenzio, l’incrocio invadente di verità e illusione, misurano l’intonazione delle attitudini umane, l’intensità e l’ampiezza del linguaggio nel suono articolato della poesia. La superficie dell’anima è la memoria decifrata dalla traiettoria esistenziale dello spazio e rivela la sua presenza, nella direzione del tempo e scorre arredando i margini del conflitto intimo. La poetessa rende visibile il principio luminoso del suo percorso aggirando gli ostacoli nella propria esperienza quotidiana, celando il profilo netto dell’ombra che delinea il suo cammino. La percezione profonda di essenze reali distinte, l’osservazione cromatica degli accidenti e delle note, rivelano l’interferenza delle emozioni e la fenditura dei confini in chiaro-scuro della sensibilità. Teresa Valentina Caiati assiste il mutevole ed inaspettato coinvolgimento della realtà elevando l’approfondimento periferico degli eventi con la spontanea ed istintiva melodia della sua centrale interpretazione e avvolgendo la singolare e delicata bellezza dei destinatari che cingono la seduzione gotica ed oscura delle vicende, dei luoghi e delle immagini. La poetessa affronta il destino di una solitudine che è al centro di tutto e attraversa l’impenetrabile cupezza, girovaga ed inquieta, di ogni inesprimibile relazione umana contro l’ineluttabile fissità del cuore smarrito e confuso. La curva impercettibile delle parole oscilla nella volontà intelligente e condiziona le scelte, fa da scudo alle sensazioni. Assorta nella quiete dell’assenza, la visibilità del ricordo non si dissolve ma dilata le intuizioni emotive, come se custodisse il segreto della consistenza e della necessità della vita. La testimonianza umanistica della poetessa è un patrimonio potente e fedele allo stupore, sostenuto da quella brezza, misteriosa ma espressiva, che soffia sull’esasperata consuetudine di ogni esulante condizione, pena che non allontana il perpetuo e spontaneo corso del tempo e destina al richiamo solitario la coscienza reduce. La direzione esclusiva ed imperturbabile dei pensieri sosta su una piccola nicchia sospesa, affatturata nel segreto delle discordanze che regolano la tensione esatta di quanto è trascorso o di quanto è lontano.

 

Rita BompadreCentro di Lettura “Arturo Piatti”

 

 

 

Il talento

 

Il talento

è l’aggettivo superlativo

posto dinnanzi ad un nome.

Tutt’intorno fa stragi e razzie

e senza termini di paragone,

governa, assolato e indisturbato,

nell’impero grammaticale dei sogni.

 

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Noi altri

abbiamo insenature

e promontori sulla schiena

simili alla gobba di Leopardi

per il peso crescente

cui la natura sottopone.

Incompatibilità di sistema.

 

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La bellezza

 

Riconosco la bellezza

quando l’orizzonte s’allontana

e un pensiero gli va in soccorso.

In un istante

sono lì

dove ancora non sono.

 

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Il destino

 

Ogni volta che mi fermo

contemplo il destino

scorrere, imperterrito,

su quella strada parallela

al mio incedere lento.

 

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Le occasioni

 

Le occasioni

sono loculi sempre aperti

in cui dimora

da lontano

l’ansia esitante

di non avere fine.

 

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D’un tratto

 

D’un tratto capii

che solo il ritmo genera l’amore,

così presi a pensarti con la stessa frequenza.

 

Teresa Valentina Caiati nasce a Bari e si diploma in pianoforte e organo. Ricrea, attraverso la musica, il connubio con la poesia, sua profonda passione. Sue composizioni sono state incise ed utilizzate in video e performance artistiche d’avanguardia. Attualmente insegna educazione musicale a Milano.

 

Recensione di Giuseppe Martella a “La simmetria del vuoto”

1 giugno 2020

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Il tratteggio: C. Bove, La simmetria del vuoto, Arcipelago Itaca, 2018.

Nella sua perspicua e illuminante prefazione, Anna Maria Curci propone la parola tedesca schweben, “fluttuare, stare in bilico, esser sospesi”, come chiave di lettura di questo testo e della intera poesia di Cristina Bove. Seguo questo suggerimento e aggiungo altri due termini, sempre di ambito tedesco: Ausdruck: “espressione, frase, detto” ma anche “sguardo e voce”. Da cui Ausdruckweise: “fraseggio”. E poi Abgrund: “abisso, pendio, precipizio, salto nel blu.” Etimologicamente “assenza di fondamento”. Filosoficamente, quest’ultimo termine indica infatti il fondamento nullo del nostro essere al mondo, tra realtà biologica e rappresentazione psicosociale: la terribile simmetria del vuoto. Tra fluttuazione e spro-fondamento dell’esserci si svolge infatti il fraseggio poetico di Cristina Bove.

Una triangolazione fra le costellazioni semantiche di Ausdruck, Schweben e Abgrund (espressione, bilico e abisso) può svelarci il luogo proprio e offrici l’orientamento di fondo della versificazione di Cristina Bove, cioè anche una cartografia del suo dire (Dichtung). C’è infatti nel termine Ausdruck (espressione, manifestazione, frase) un nesso fra sguardo e voce, assente nei suoi corrispettivi italiani, che implica quel cooperare nell’espressione poetica dell’occhio e della mano, che Walter Benjamin già indicava come la virtù precipua dell’antico cantastorie, il suo saper trarre da una tradizione condivisa le formule verbali e le alchimie del verso e della performance, il suo saper catturare e tenere avvinti gli ascoltatori nel giro della frase, nella reciprocità degli sguardi, nella cerchia dell’ascolto, che è la base di ogni circolo ermeneutico. Da qui parte la mia ipotesi: il dettato (Dichtung) di Cristina Bove sta sempre in bilico sull’abisso del proprio esserci. Una ipotesi che coniuga quell’esitazione fra suono e senso che Valery indica come carattere saliente della poesia, con la sua funzione primaria di testimonianza e terapia della finitudine e precarietà dell’essere al mondo insieme ad altri.

Una poesia della soglia, dunque, e del filo: liminale e sorvegliata. Filata sulla sottile ragnatela del carro della regina Maab (in Sogno di una notte di mezza estate) ma anche tessuta con la dedizione e la sapienza con cui Penelope tesse e disfa quella tela che è il sostrato comune del canto di tutti gli aedi dell’Odissea, Ulisse compreso. Una struttura flessibile, leggera e ferrea, come quella di un ponte d’acciaio teso sopra l’abisso. Quando indicherò nella maestria del fraseggio (Ausdruckweise) una sua virtù caratteristica, intenderò anzitutto questo convenire dello sguardo e della voce, questo accennare, nell’intervallo minimo fra pause e battute del verso, a un altrove, a quel fondo da cui emergono tutte le sue nitide figure, nel saper cogliere il tempo giusto (kairòs) perché la grazia (charis) della parola incarnata risulti efficace. Il dettato di Cristina Bove è danza graziosa sull’abisso che si intravede nella luminosa trama (nell’ultrasenso e nell’oltreluce) delle sue figure, nel chiaroscuro impeccabile, dei suoi versi.

Questa espressione dell’esserci come esser tra, frammezzo, sospeso e intrappolato nello stesso atto del dire, di tracciare percorsi e indicare luoghi, e costruire una dimora per abitarla, è forse il senso eminente di questa simmetria del vuoto. I suoi versi intrecciano una danza fra dettaglio e disegno, fra macro e microcosmo, dove risuona, nella squisita e tenace volontà di forma dell’io poetico, l’eco sfinita della risata tragica dell’es stretto “nel labirinto delle sue mutazioni”. (13) In una serie di attributi felicemente variati di un soggetto-fondamento mancante, volatile, spro-fondante appunto in un interminabile salto nel blu – quel colore che pare essere il preferito della nostra autrice, a giudicare dalle composizioni di videoarte che spesso ne accompagnano i versi sul suo blog e su Facebook. E’ un verde-blu iridescente che, attraversando la gamma dei colori, pare sfumare nel diafano da cui ci invia riflessi di figure, sovrimpressioni, fantasmagorie. Ecco: la trasparenza è un’altra caratteristica dei versi di Cristina Bove, nel senso intuitivo del termine (poiché si tratta di figure luminose, leggere, sfumate) ma anche in quello del confine sottile che passa tra riflessione e rifrazione di un raggio di luce. Del punto cruciale in cui un medium qualsiasi, in parte assorbe e in parte riflette il messaggio luminoso. Così come la memoria riflette l’evento rifrangendolo nelle molteplici tangenti delle sue figurazioni inconsce. Quella di Cristina Bove è anche una poesia della trasparenza e della soglia, una esplorazione dei limiti del diafano nel linguaggio: una videoarte del dire.

La sapiente variazione dei suoi versi equivale all’intero gradiente di rifrazione dei corpi al messaggio della luce. In questo senso, anche le figure del suo discorso assumono la valenza di una fantasmagoria in cui trascendenza e immanenza si incontrano come il riflesso e la frattura di una immagine in un punto sulla superficie della rappresentazione. Pertanto le figure in sospensione nei versi di Cristina Bove si possono considerare anche come degli ologrammi, delle produzioni sul foglio di carta di immagini tridimensionali, attraverso il reticolo di diffrazione dei suoi versi. Ologrammi metafisici che coniugano riflessione e rifrazione, trascendenza e immanenza, manifestazione ed essenza del nostro essere al mondo. In una sapiente orchestrazione della “toccata e fuga di se stessi” (44), tra valenze aforistiche e chiusure epigrammatiche, tra sottolineature e motteggi, nonsense e paradossi.

Il lievitare misurato della parola rigenerata (logos egeneto), il fraseggio accurato, l’equilibrio di una versificazione interstiziale in cui la espressione sapiente riunisce la mascherata della vita e quella dell’arte, facendone un bilancio lucido e mirabile, spassionato e implacabile, realistico e visionario, dove nell’umana confessione si può leggere talora in palinsesto una dichiarazione di poetica. (54) Il fraseggio di Cristina Bove si svolge in una fluttuazione caratteristica tra l’espressione linguistica come manifestazione dell’esserci e il suo fondamento nullo, cioè anche tra figura e fondo, linguaggio e silenzio. In questo senso, la sua è una poetica del tratteggio e della sottrazione, dell’adombramento e della sospensione sistematica di ogni (pre)giudizio di esistenza. Una fenomenologia e una ermeneutica della finitezza e dell’impermanenza, a tutti gli effetti, che spesso si esprime per calembours e paradossi, intesi come controlli severi ed esperimenti cruciali sui limiti del nostro linguaggio e della visione del mondo che su di esso si basa. L’insieme di questi giochi linguistici converge graficamente poi verso il punto, da una parte e il trattino basso, dall’altra. La punteggiatura, nella poesia di Cristina Bove in generale, risulta pressoché assente ma tale assenza indica il suo esser tra le righe, il suo essere stata completamente assorbita (sospesa, messa in mora, epochizzata) nel fraseggio e nella versificazione. O se si preferisce nel fondo del suo dettato poetico. Tranne che nell’unico caso, nella presente raccolta, in cui compaiono dei puntini di sospensione (61) a marcare l’irrazionale poetico. O in quello, assolutamente singolare, della poesia dal titolo esplicito, “.mettere un punto” (86), dove il punto appare in posizione anomala, a inizio frase, e messo in correlazione coi trattini bassi  che compaiono nell’ultimo verso del componimento. L’uso del trattino basso è invece estremamente frequente, nell’intera poesia di Cristina Bove, fungendo quasi da supplemento alla punteggiatura rarefatta e indicandone infine lo sprofondamento nell’abisso della dizione. I trattini bassi, vera e propria ossessione grafica della nostra autrice, croce e delizia dei suoi editori, non sono certo un vezzo ma costituiscono il tratto distintivo della sua versificazione, il suo svolgersi al limite dello spro-fondamento del discorso, del riassorbimento delle figure della espressione (Ausdruck) sul fondo (Abgrund) della nuda vita. L’uso del trattino basso, il tratteggio ritmico-semantico che funge da basso continuo della sua versificazione, costituisce inoltre la condensazione grafica di quel fraseggio (Ausdruckweise) e di quella lievitazione del dire (Schweben) che ho indicato all’inizio e che caratterizzano in modo inconfondibile la sua poesia. Mentre il punto anomalo è qui manifestazione grafica della coincidenza delle varie prospettive, o fasci di luce coerente riflessi-rifratti dal s/oggetto della rappresentazione, a costituire quella configurazione ologrammatica del discorso che ne rappresenta un’altra caratteristica saliente. Il punto, infine, qui segna il limite di quella funzione di dis/orientamento al mondo che è propria della poesia in generale, ma che qui assume tutti i connotati di una ascesi della parola e di una sobria composizione del luogo del discorso attraverso un costante esercizio di eliminazione del superfluo, in una pratica della sottrazione che è da attendersi in una poeta che è anche scultrice e il cui alter ego, in una recente raccolta, appare come “Una donna di marmo nell’aiuola”.

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Per corroborare la linea ermeneutica adottata, sarà ora opportuno fornire alcuni esempi di ordine tematico-strutturale. A partire proprio dalla messa a punto della propria poetica che  Cristina Bove compie nella poesia prima menzionata (“.metter un punto”) e che val la pena citare per intero, per dare una idea dello spessore e della consapevolezza del suo dire: “Per solidificare la parola estinta/_il suo vissuto termina sul foglio_/magari farle un monumento/solo di interpunzioni/dedicarlo ai poeti che non scrivono/           Mi ci metto/perché non ho mai scritto un bel silenzio/perché non ho saputo eliminare/una vita di sillabe/           mi arrendo nel mimare un’esistenza/_tra due trattini stesi_”. (86) Questa lirica è nel contempo un compendio della sua poetica e una convalida di quanto abbiamo osservato: tutta giocata com’è sulla linea d’ombra, sulla lievitazione tra vita e forma, mondo e linguaggio, cose e parole: su quello schweben che abbiamo menzionato all’inizio e che implica anche una sorta di sospensione del giudizio di esistenza  (o epoché trascendentale) del mondo ricevuto, che qui viene messa a tema e in forma, tutta racchiusa fra il punto anomalo dell’inizio e i due trattini stesi alla fine, che insieme sottolineano e sdoppiano, sottendono e mettono in mora, il valore dell’enunciato, cioè della loro stessa verbalizzazione. Questo per dire tutta la sottigliezza, complessità, condensazione, humour, ironia e lucidità di cui è capace Cristina Bove. Che qui in partenza si esercitano sullo statuto stesso della poesia, “la parola estinta” in quanto “il suo vissuto termina sul foglio” e dunque anche il luogo in cui la vita trapassa e si fissa nella parola. E su quello dei poeti, che vengono chiamati in causa con elegante sprezzatura, come coloro che nutrono “una vita di sillabe” ma che non riescono mai a giungere al cuore del reale galleggiando sulla superficie del discorso.  Una sprezzatura che però presto si volge in autoironia poiché lei stessa afferma di non aver mai  “scritto un bel silenzio”.

In questi versi, metricamente calibrati e variati, vien fuori la perfetta congruenza tra la fluttuazione metafisica e il fraseggio poetico, come tratto fondante e distintivo della versificazione di Cristina Bove. E si tratta di una declinazione singolare e memorabile di quello Unter-Schied (differenza-relazione o interferenza fra linguaggio e mondo) che per Heidegger costituisce il sostrato della poesia in quanto tale e che qui nel testo di Cristina Bove si traduce graficamente nell’uso insistito del trattino basso. Si tratta dunque di una messa a punto onto-logica del proprio dire che si esprime poi in un metro e in una sintassi meravigliosamente esatti e variati, in un minidramma della ipostasi della parola scritta che, fra peripezie e riconoscimenti, squisitamente infine si arrende al silenzio che la attende. Per cui questa ironia che non fa sconti, questa umanissima certificazione dei propri limiti, umani e poetici, finisce per tramutarsi infine, in virtù del suo proprio stesso disincanto, in una muta domanda che esprime tutta la pietà del pensiero. E infatti, nel componimento seguente, il tratteggio poetico rivela la trama esistenziale da cui è sotteso: “le questioni mai risolte/tra la vita e la morte” (87). Quella sospensione dei mortali che sanno di “esistere per poco” e null’altro sapendo sospettano di essere solo “sogni/di un dio che ad ogni suo risveglio/ha già dimenticati.” (ibid.)

Ma la fluttuazione ontologica è endemica nella poesia di Cristina Bove, e i suoi tratti ritornano in una molteplicità di profili e intagli come accade, con evidente allusione alle opere di Lucio Fontana, nella poesia “Fontaniana” appunto, dove il taglio della tela di un quadro appare come un “varco tra pensiero e corpo” (83) e pertanto assume la valenza metafisica del frammezzo, “la zona franca aperta sulla tela” fra essenza e apparenza, in quel continuo dialogo fra essere e coscienza che si svolge nei suoi versi, senza che le due parti possano mai veramente scindersi né coincidere, (“_perché il male ci dispensa dall’amalgama_”), (ibid.) come monadi che danzano alla cieca il ballo in maschera dell’esistenza, in bilico sul filo del rasoio, in attesa di una finale messa a punto di cui ignorano il tempo e il luogo. Questa arlecchinata metafisica ha peraltro già avuto un’esposizione magistrale nella splendida “Maestri (s)concertatori” dove “in un emiciclo di ripercussioni”, (44) l’intera sinfonia dell’esserci appare intesa a “lustrare gli occhi spersi di chi sa/che tutto muore/come le note già suonate/nella toccata e fuga di se stessi.”  Su questa stessa pratica della espressione  fenomenologicamente sospesa sul fondamento nullo dei suoi trattini bassi, del fraseggio come correlativo verbale del frammezzo esistenziale tra dettaglio e disegno, nomi e cose, essere e coscienza, si veda per esempio anche l’impeccabile umorismo di “Inquilini e scalatori” dove ci si può esprimere solo “Per interposta ragnatela”, (53) perché “non si trova il modo/di dare un altro nome a ciò che accade”, e ci si trova “intrappolati ai muri e ai versi”, presi in tenzoni futili, quasi dimentichi che “tanto sarà per poco” e che ci tocca “nel frattempo/vivere di miracoli a ritroso/esserci quanto basta”. E dove infine la charis (grazia, dedizione e cura) di ogni dire risulta funzionale a riempire il frattempo che ci divide dall’attimo fatale.

L’equivalenza tra frammezzo esistenziale e fraseggio verbale, viene sviluppata ancora nella lirica che segue, “Considerando il dentro e il fuori”, dove la sinfonia dell’esistenza trova ulteriori accordi nel tenore metapoetico del testo e la commedia umana nuovi scenari, (tra dentro e fuori, tra essere e coscienza), un intero copione di metafore gastronomiche che riconducono l’ispirazione poetica alla sua base organica, mentre la poesia appare ancora una volta come farmaco (rimedio-veleno) contro il male di vivere: “sta quasi per accendersi la festa/si pronuncia l’antitodopoesia da bocca a bocca” per render il “mondo commestibile” e chiudere gli occhi sui “_transiti scatologici_”/di questa mascherata cromosomica/che ci consegna ad un perenne oblio.” Mentre “l’aria che si annida negli alveoli, ad ogni inspirazione/incendia le apparenze e ci consuma/           malgrado innumerevoli varianti, siamo carboni ardenti”. (54) La ironica e spassionata demistificazione dell’arte sfocia infine, nella lirica seguente, in quella della religione, dove “il dio dei fallimenti programmati/in palinsesti onirici” (55) per non farci accorgere “che non esiste porto/né un orizzonte per colare a picco”, viene rappresentato in tutta la sua comica impotenza mentre “è lì che aspetta il sorgere del mondo”.

Su questi incroci prospettici fra realtà e rappresentazione, si producono dunque quelli che ho chiamato gli ologrammi poetici di Cristina Bove, nel senso degli incroci di prospettive o di raggi laser sull’oggetto che appare così traslucido e multidimensionale. Ma anche nel senso di una inclusiva grammatica della creazione che sa mettere insieme dettaglio e disegno, in una fantasmagoria dell’esistenza che è nel contempo lucidissima e visionaria. Questo “Paradigma ologrammatico” (significativo anche in vista delle sue applicazioni all’arte digitale di Cristina) trova d’altronde una esatta definizione nella lirica eponima, dove lo sdoppiamento e la fluttuazione ricorrente fra essere e coscienza, dettaglio e disegno, micro e macrocosmo, trovano una messa a tema e una definizione esplicita: “è che assistiamo/_contemporaneamente_/ad ogni tempo della nostra vita/il vivere e il morire a ogni momento/essere il sognatore ed il suo sogno”  perché “di fronte ad uno schermo/siede il frammento e tutto l’universo” (50): un disegno frattale impeccabile che va ad arricchire l’ologramma poetico-esistenziale, in cui lo sdoppiamento di essere coscienza, reso in una costante variazione aspettuale e prospettica, distillato nell’alambicco di un linguaggio senza fronzoli, genera quella geometrica veggenza che caratterizza la poesia di Cristina Bove: “immagine riflessa _pupille come fori_/negli occhi innumerevoli e diversi/attraversati dalla stessa luce/un solo aspetto/eppure il tutto riversato in esso/nell’illusoria percezione che/ci si veda soltanto un po’ per volta”. (ibid.) E qui si nota chiaramente come l’oscillazione caratteristica del dettato di Cristina Bove, non riguarda soltanto i diversi livelli di realtà ma anche l’ordine temporale dell’accadere, muovendosi tra due tagli verticali (Kairoi), l’attesa dell’evento ineludibile della morte e il ricordo non già della nascita, ma di un evento traumatico, di un tentato suicidio, in una notte “del trentuno agosto/che lei precipitò dalla ringhiera/e poi si addormentò sul marciapiede” (83). Evento che assume però qui i connotati gnostici della metempsicosi, di una caduta dell’anima nella prigione del corpo, segnando l’inizio di quel dialogo fra sé e sé, di quello sdoppiamento, prospettico ed esistenziale, e di quella veggenza  che caratterizzano la poesia di Cristina Bove: “io me ne andai/lasciandola sul posto_ venni al mondo/pagandomi l’accesso dal balcone.”, “Però le ho sempre raccontato tutto/e lei non ha mai smesso di volare/_non si ricorda d’essere atterrata_/:sogna di me piombata sull’asfalto/sagoma disegnata con il gesso/e nel suo sogno lei si crede viva/ed io nel mio fingo d’essere morta”. (ibid.) Questo dialogo fra self and soul, che mi ricorda una splendida poesia di W.B. Yeats, costituisce l’arco teso su tutta la poesia di Cristina Bove, l’arcobaleno iridescente che contiene tutte le sfumature della sua veggenza e i magnifici doni che essa sa offrirci, e che a mio parere fanno di lei uno dei maggiori poeti viventi, ancora in attesa di un pieno e doveroso riconoscimento.

Giuseppe Martella

http://www2.lingue.unibo.it/romanticismoold/membri/Martella/Martella_Giuseppe.htm#top

 

 

Daniele Vaienti

13 maggio 2020

Foto libro La notte passerà senza miracoli Daniele Vaienti

“La notte passerà senza miracoli” di Daniele Vaienti (Edizioni del Faro 2019 – Collana “Sonar. Parole e voci” diretta da Paolo Agrati) è il libro d’esordio del poeta e performer cesenate attivo nel circuito dei poetry slam e della recitazione, dettato dalla libera e smaniosa tenacia descrittiva, ritmata in un andamento sonoro che emana le sue radici nella misura tagliente e drammatica dell’umanità celebrata come “un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo”(Jack Kerouac). I versi ricercano l’esistenza della familiarità e si riappropriano delle espressioni private, quotidiane e semplici, comuni alle confessioni emotive che rivelano il rifugio consolatorio di ogni esperienza ideologica e pratica, tangibile e autobiografica. La diffusione della poesia è la magnetica registrazione esistenziale incisa su materiale resistente all’usura del tempo. La deformazione di visioni concrete e carnali, (una foto, le sigarette, l’autunno) permette di immaginare una licenza onirica e reale, in cui la vita è il passaggio comunicativo di ciò che si scrive con passione e per la propria felicità. La scrittura ipnotica e confidenziale di Daniele Vaienti, è una benevolenza dell’ebbrezza, nella padronanza di un vissuto in cui la tecnica e la battuta serrata ed incisiva decantano un’autonomia sentimentale che tormenta le imprevedibilità e le contraddittorietà degli affetti, gli ostacoli della disperazione nella loro profondità allusiva. L’intensità scritta oltre i versi segue il distacco dalla poetica convenzionale e si nutre dell’improvvisazione letteraria coinvolgendo i simboli emotivi del magico vortice teatrale, compagno, in ogni commento, delle risorse emotive del poeta. Il poeta esiste nell’istantaneo presente liberando l’agguato della nostalgia e del ricordo nelle vibrazioni svincolate dei sentimenti. I testi catturano l’inviolabilità dell’amore, contro l’inevitabile sconfitta del mondo e la lacerazione delle sue costrizioni ed esortano alla necessità di una nuova concezione di beatitudine, di salvezza verso il richiamo alla vita autentica e alla complicità dell’istante. La scoperta di sé stessi, del pensiero assolto dai pregiudizi, dei valori umani, della coscienza collettiva è il traguardo di una compiuta affinità poetica con il viaggio individuale verso un’assegnazione alla speranza. L’esigenza artistica nasce da un desiderio di libertà di espressione, di dinamismo vitale e indagando nel senso del bene comprende l’universalità dei contenuti e la ricerca intima del tutto.

Rita Bompadre

Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

 

Nient’altro

 

Si tratta di imparare

l’esistere

senza la pretesa

d’essere.

 

Accadere,

attenti

a non cadere.

 

——————-

 

Quel silenzio

 

Sparo sorrisi a salve

contando i treni

persi e da perdere

per riuscire a scordare

quella voce che assente

alza di una tacca

il volume del silenzio.

 

—————————

 

Autunno

 

Cosa me ne dovrei fare

di questo autunno

bagnato

che fa paura

tutto sbagliato

come la mia punteggiatura

questo autunno

che ha tolto il sorriso alla città

che ci si abbraccia per necessità

ché fuori fa freddo

e dentro

non si può fumare.

 

Ecco

di questo autunno

cosa me ne dovrei fare?

 

 

 

La foto

 

Conservo una foto di noi sui polpastrelli

tu che mi saluti, mi abbracci e dici:

“torna a trovarci”.

 

TrovarCi

 

Ti nascondi dietro un plurale

di gente che non importa.

 

Io

codardo più di te

capisco

non dico niente

conservo la foto.

 

——————————–

 

Occhi chiusi

 

A volte

quando chiudo gli occhi

capita

che poi non vedo niente

e fa paura.

Ci sono sogni mancati

e sogni mancanti.

La differenza è enorme,

credimi.

 

Daniele Vaienti, alias Gnigne, è nato a Cesena nel 1984. A giugno 2017 insieme ad altri amici fonda Voceversa, gruppo col quale organizza Poetry Slam e altri eventi di poesia. Poeta e performer, attivo nel circuito dei poetry slam e della recitazione, prova della quale ha fornito durante le riprese del film “Never Apply Salt to Attract a Potential Lover” girato a Cervia (dove sarà presentato in esclusiva a luglio 2020). La notte passerà senza miracoli è il suo esordio letterario (Edizioni del Faro 2019 – Collana “Sonar. Parole e voci” diretta da Paolo Agrati).

 

Gianluca Chierici

5 maggio 2020

 

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Come tutte le ninfe Euridice accompagna le processioni degli dèi, quando uomini e bestie diventano inni viventi, prede e sacrifici. È allora che il desiderio e la follia rapiscono come l’intrico della foresta; si entra convinti di poterne uscire, dopo pochi passi si è persi per sempre: «Il sentiero precipita nei segni» e «quelli che hanno visto non scriveranno», scrive Gianluca Chierici.
Il sentiero è diventato quel segno che incessantemente tentiamo di afferrare, che fraintendiamo o malediciamo. «Occorre un segno, / non altro, netto e chiaro», perché quel segno siamo noi, «siamo noi quel segno di cui abbiamo perso il significato », scrive Hölderlin. Come Euridice anche noi siamo stati morsi dai serpenti, il segno che siamo
è diventato luogo incomprensibile. Heidegger scrisse che la parola tao – di solito tradotta con via – è intraducibile quanto logos. «Nessun percorso», scrive Chierici. Non esiste la via; ecco perché «chiedi un nome, una mappa. Il luogo in cui nascere, nella geografia
senza ragione». Euridice da viva presiede una foresta segreta e selvaggia, aranya direbbero i saggi vedici; da morta è imprigionata negli incerti e appena accennati confini di chi, senza più la gravità del sangue, è disancorato dalla terra – un’ombra che vive spettrale nella luce mancata.
Secondo Chierici il segno che siamo rimanda a uno spazio che sembrerebbe irraggiungibile nella vita e sembrerebbe impossibile da evadere nella morte. Il condizionale è il dono – e l’inganno – di Euridice. Forse Euridice aspettava l’amato, sapeva che il segno di Orfeo – la sua lira che è anche un arco – non può esistere davvero senza la discesa nell’Ade; forse Euridice sapeva che Orfeo doveva perderla una seconda volta.
È la tesi di Cesare Pavese. Nessun errore di Orfeo – chi tanto grande da scendere nell’Ade sarebbe così miserabile da fallire all’ultimo momento?
«Nessuna accusa. Un gesto tragico», scrive Chierici. Orfeo si volta deliberatamente e uccide ancora Euridice perché la sua nuova morte rovesci l’Ade.
La lira di Orfeo, come l’arco di Apollo, uccide da lontano: lo sguardo è la freccia che mira al cuore della morte: se la poesia dà una seconda morte allora la morte non è più potestà di Hades. Il dominio sulla morte è insidiato dal canto. Questa la follia del poeta.
In quell’attimo da manicomio dove il bacio e la morte hanno preso il nome nascosto
nel tuo cuore. […]

dalla prefazione di Lorenzo Chiuchiù

Le acque sorgenti

Sei il veicolo di questi versi

anomali.

Senti una mano sulla spalla,

mentre tenti di finire questa

riga.

Le acque sorgenti del destino.

 

Il grande viale delle anime

I luoghi che hai trovato

oltre la sabbia, i luoghi

dei quali non sai piangere

hanno lottato per giungere

alla penna. Ed ora

l’attimo, nel grande

viale delle anime, non può

essere riconosciuto.

                   

                      

Come una porta

 

Lascia quel che resta dello spirito

lontano dai palmi rivolti al cielo.

 

Quando giustizia e natura coincidono

chiudi nei tuoi versi la paura.

 

Stridi come una porta

che non può aprirsi, né chiudersi.

 

 Il male semplice

Mescoli le carte con il gatto

sulle ginocchia.

 

Mentre la nebbia

ti accarezza il sangue e la gola.

 

Senti il male semplice.

 

L’addio che ti strappa le vene.

 

 

 

L’inconsistenza delle mani

 

Traduci e disperdi la paura.

Disperdi lacrime e parole.

L’inconsistenza delle mani.

 

Ecco la notte

in cui il cuore

viene cancellato.

 

 

 

 

 

Gianluca Chierici è nato nel 1977 a Milano. È autore dei film brevi L’ultimo compleanno di Venere, pubblicato in Sguardi inquieti (Barbieri, 2003); Hystera, premio della giuria al Mystfest di Cattolica (Manyhands, 2008); OR, biennale dei giovani artisti del mediterraneo BJEM (La piccola fortuna, 2009); PickUp (ManyHands, 2010); Fiaba di Daina (Manyhands, 2012); Holy Mary (Short Film Club, 2014). Ha scritto e diretto la trilogia di lungometraggi indipendenti La crudeltà dell’angelo (Ex-Nihilo, 2004); Dannati (Ex-Nihilo, 2005); La chiave dei grandi misteri (La piccola fortuna, 2006). Ha pubblicato: Il libro del mattino (Acquaviva, 2005); L’eterno ritorno (Sentieri Meridiani, 2007 – Premio Castelpagano); La madre delle bambole (Tracce, 2008 – Premio Fondazione Caripe); Il nome del confine (Joker, 2009); La stirpe del mare (L’arcolaio, 2010); Hanno amore (Perdisa Pop, 2010); Il grido sepolto (Ladolfi, 2017); La storia di Layla e Yurkemi (Fara, 2018 – Opera vincitrice Faraexcelsior); Devi ancora inventare Euridice (Oedipus, 2019).

 

 

 

Valentina Calista

24 marzo 2020

9685877
(Ladolfi Editore, 2019)

 

Mi accosto sempre con un timore reverenziale alla tastiera quando mi accingo a stendere una prefazione. Eppure, dopo tanti anni di esperienza, la sensazione non solo non si attenua, ma addirittura cresce con la consapevolezza che mi viene consegnato qualcosa di prezioso, di intimo, di misterioso, di sacer, nel senso che appartiene agli dèi e che non

può essere violato dal contatto umano, come l’homo sacer che non può essere toccato dalla comunità.

E di vera sacralità oso parlare nel momento in cui incomincio a entrare in questa raccolta di poesie, atteggiamento diverso da quello che provo durante la lettura, per il fatto che in questo secondo caso mi sento profanus e cioè “davanti al tempio” e quindi al di fuori del pomerium.

Come superare questo terror di fronte al numen, al mana della poesia? In primo luogo, con l’umiltà di chi sa che la potenza di un essere umano che si esprime in versi non potrà mai essere racchiusa in concetti, quindi con il desiderio di sottomettersi al testo in vista di una vera e propria “fusione di orizzonti”, anche se i limiti mai coincideranno e infine con il desiderio di offrire un contributo personale all’esplorazione di un mondo senza fine.

 

La raccolta di Valentina Calista inizia con un titolo dal sapore sentimentale, Cuori, ma immediatamente l’impressione viene spazzata via dal testo in prosa in cui prevale una precisa concretezza («Mia madre ha un cuore di sughero», «Mio padre ha un cuore di vetro», «Mio fratello ha un cuore di pane», «Io ho il cuore di paglia»). Il mistero si infittisce perché le metafore superano il linguaggio comune e aprono scenari densi di interrogativi: il nome del padre e della madre diventa realtà non in una parola, non in un ruolo, ma in gesti di un amore che è presenza e assenza contemporaneamente, perché popolata di sogni.

 

Ma l’esistenza non si lascia sottomettere dai desideri umani e immediatamente l’io lirico avverte la presenza inspiegabile del dolore; la protesta assume una dimensione biblica con accenti molto vigorosi: «Perisca il giorno in cui nacqui», che sfociano in un’elegia priva di speranza:

 

La neve non ti ha amato, non ti ha dato candore.

Non ti ha esposto al sole. È stato il fango, sporco

denaro. Ti ha divorato le mani, il cuore e il sogno.

 

Ci addentriamo, quindi, nella notte (Tra l’alba e il sogno), notte interiore, notte oscura, come quella dei mistici, in cui Dio appare lontano, privo di senso, insensibile alla sofferenza dell’uomo, ma al fondo di questo tunnel l’io lirico (Tra i vespri e l’alba) scorge

ben presto la bellezza della natura, apre il cuore alla vita: «Qui, la malinconia è preludio alla bellezza» e l’essere riprende una propria “consistenza” nell’esserci, nell’essere nel mondo («Mi pare di intuire, perfino. / Perfino che siamo»). La notte sconfinata allarga l’anima e produce una sensazione di benessere e la poetessa riesce ad apprezzare le “piccole cose” della vita quotidiana e a gioirne ritrovando in questo modo il senso dell’esistere: «Se la felicità fosse un gatto / acciambellato nel suo cesto-casa».

 

Questo rapporto con le realtà minime non si presenta solo come barriera contro l’assurdo, ma anche come superamento «d’inesistenze-inconsistenze», e calma e dona serenità. E allora ogni aspetto assume una dimensione “sacra” («La primavera mi aspetta, preghiera / mi aspetta il sapore del pane, la sera») sottolineata da uno stile francescano («terra / nostra sorella»), nel significato di cui abbiamo parlato, nonostante la presenza del limite che sempre incombe sull’esistenza («L’alba piove macerie e inaugura il lutto»), nonostante la debolezza di una luce che non sconfigge totalmente il buio («una qualche luce dentro un qualche buio»).
Di fronte a tale mistero e all’immensità del creato, in questo «disfare e rifare» del tempo non possono non sorgere domande da “pastore” leopardiano: «io sono chi?».

Solo la dimensione religiosa dell’io lirico riesce ad aprire uno spiraglio:

 

Così docile si fa il mondo,

intrecci di ciò che è destino

fortuna o, meglio, trame nascoste di Dio.

[…]

(dalla prefazione di Giulio Greco)

 

 

CUORI

 

 

Mia madre ha un cuore di sughero. Quando lo getta a mare, il suo dolore galleggia, non sprofonda come il mio. Sta lì, ondeggiante come una boa, fermo, attaccato a una corda di sangue che penetra l’abisso.È convinto che l’esistenza proceda solo nel suo nero perimetro. Intanto, i gabbiani lo insultano. Gli ricordano che Dio ha inventato le ali. Mio padre ha un cuore di vetro. Se i miei occhi lo attraversano, vedo l’altra parte del mondo, quella dove so che sono al sicuro, quella dove so che posso andare libera. Non ci sono parole, sole direzioni tracciate da sguardi, lacrime nascoste nelle tasche della vita. Mio fratello ha un cuore di pane. Glielo hanno divorato a morsi, profondi. Ancora non sa che il pane non finisce mai, nemmeno in tempi di carestia. Ha le mani in pasta e vorrebbe cambiare il suo mestiere per non morire. Forse morirà, il suo dolore. Allora sarà libero di vivere. Io ho il cuore di paglia. Quando il vento mi picchia, prende fuoco. Nulla lo arresta. Qui, da sempre manca l’acqua. Eppure, ho un vaso colmo d’esistenza dal quale non escono più echi. Solamente vita, e ancora vita e poi, altra vita immensa che aspetta la vita. Querce d’amore.

 

 

Nei nomi del padre e della madre

 

Nei nomi del padre e della madre,

nella notte in cui mi spostavo dall’etere

all’utero. Lì, l’amore racchiuso nel pensiero.

Avanti a tutti voi, diritta come abete,

nuda, sabbia di deserto io, voi miraggio.

Madre che sei madre nel nome e nella pancia,

Padre che sei padre nel nome e nel cognome,

pensieri amorosi scolorano senza presenza

senza il dare vostro e il mio ricevere: il nome

assenza.

 

 

 

Piccola madre

 

Dai tuoi capelli intrecciati di paglia

non sgorgano sogni di madre

– piccola madre che scuoti il dolore –

hai mai mostrato le tue trincee ai tagli del sole?

 

 

 

La domenica di Giobbe

                                                 A R., dal tuo stesso sangue

 

Un’altra domenica, sola e uguale.

Ti chiamo. L’eco del tuo nome

è tuono tra pareti sole di un luogo solo.

 

Anche tu solo, destinato

a riconoscere il tuo nome tra tanti

in fila lungo mura ad aspettare

fugaci chiamate d’amore.

 

Le nostri voci si annusano,

il sangue ci lega le mani

gli sguardi, anche quando l’assenza

vive negli occhi o nei tuoi vecchi ricci d’oro.

 

Un altro autunno inchioda alla croce

il dolore. «Dopo, Giobbe aprì la bocca

e maledisse il suo giorno».

 

Soli vediamo – tu ed io – respiriamo,

soli sentiamo le grida di Giobbe

scagliarsi dal cuore morsicato.

Ripeti te stesso nel tempo tiranno.

 

«Perisca il giorno in cui nacqui

e la notte in cui si disse: “È stato concepito un

uomo!”. Quel giorno sia tenebra,

non lo ricerchi Dio dall’alto,

né brilli mai su di esso la luce».

 

La neve non ti ha amato, non ti ha dato candore.

Non ti ha esposto al sole. È stato il fango, sporco

denaro. Ti ha divorato le mani, il cuore e il sogno.

 

«Così, al posto del cibo entra il mio gemito,

e i miei ruggiti sgorgano come acqua,

perché ciò che temo mi accade

e quel che mi spaventa mi raggiunge».

 

 

 

 

 

 

TRA I VESPRI E L’ALBA

 

 

Luce, sola luce. Notte, sola notte

 

Luce

sola luce.

Notte

sola notte.

Mi chino sul giorno,

mi chino sulla notte,

bevo da questo mondo senza mani

per accogliere. Bevo, dalle radici

degli alberi, dalle foglie.

Scendo dal dirupo dell’eremo,

il sole filtra ore d’oro nel fogliame.

Solitudine beata, solitudine che amo

che mi ama. Silenzio degli altissimi,

delle parole indicibili dell’universo,

dei sospiri di Dio che aspetta un cenno,

dei miei passi sulla terra assopita nel Nulla.

 

 

 

A ogni alba

 

A ogni alba il cuscino ricorda

la presenza della tua vita intersecata

alla mia. È custodire la grazia.

Parliamo la notte, non abbiamo

più tempo d’essere ma siamo

sempre tutti i giorni essenza.

Siamo, poiché un respiro non è lieve:

intuisco la scia dell’anima passante,

il suo calpestare le foglie già morte.

Intuisco la scia dell’anima passata.

Da quella futura ho ricevuto un abbaglio,

una profezia lunga tutta la vita.

Siamo.

Particelle scomposte, ricomposte

dopo una lotta di reazioni universali,

dopo un digiuno chiamato a correggerci,

un disastro imploso nei corpi, fuori

e dentro gli spazi del nostro pensare.

Mi pare di intuire, perfino.

Perfino che siamo.

 

 

 

Ultimo imbrunire

 

Possibile che la notte sia un miracolo

in cui le distese del buio s‘illuminano

di abbagli esplosi in una distesa di eterno?

L’orizzonte non esiste in questa selva,

poche nubi fuggono all’ultimo imbrunire

in un dove lontano che non ci è dato sapere.

Nero, più nero del vuoto è l’orizzonte,

muri e tegole a decidere il limite.

Salva, alla vista d’una moltitudine di luce.

Rita Bompadre

15 marzo 2020

Foto libro Nulla di ordinario

 

Il libro di Michal Rusinek “Nulla di ordinario su Wislawa Szymborska” (Adelphi Edizioni) è una memorabile e privilegiata visita alla spontanea ed affabile dimora della poesia, luogo devoto dell’ispirazione e placida permanenza dello stupore e dell’immensità, nell’inattesa meraviglia di  ogni appuntamento persuasivo con la vita. La vita di Wislawa Szymborska si intrattiene in un gradevole colloquio seguendo lo sguardo unico sui suoi versi, ospiti graditi che infondono viva fiducia e compiuta ammirazione. Michal Rusinek, il suo giovane segretario, insegue testimonianze e fedeltà per più di quindici anni accanto ad una fascinazione privata e muove ogni particolare curioso ed inedito, confermando la singolarità degna di memoria che nutre la biografia della poetessa. Le parole, parole di poesia, ripercorrono attraverso l’intensa partecipazione affettiva il contenuto di un’incondizionato amore per il talento, per la capacità intellettuale non comune e rincorrono la vivace tradizione di irresistibili esperienze letterarie, sensibilizzano il desiderio di fermare nel non luogo della scrittura lo “smisurato teatro” dell’esistenza. La luminosa gioia della storia narrata aggira e cattura la sorgente avventurosa dell’animo umano, riconosce lo sguardo felice e carezzevole che si sofferma sugli aneddoti spiritosi e stravaganti legati alla poetessa, sulle sue provvisorie abitudini di traslocare, sulle sue amabili qualità nel cucinare, sulla squisita disponibilità alle cene e alle lotterie, sulla passione per i collage artistici. Le gradite atmosfere della vita quotidiana cedono alla fantasia delle immagini, alla voluta segretezza della complicità, nelle conversazioni e nei comuni interessi, nei suggerimenti letterari e nelle dichiarate risate che hanno caratterizzato il legame distintivo tra Michal Rusinek e Wislawa Szymborska. Leggere Wislawa Szymborska è una scelta e un’opportunità elegante a mantenere il dubbio”stupefacente” per la grande compiacenza del mondo, per proteggere la propria affinità, assecondare la propria esclusività, adottare in ogni intonazione un modo di essere e di comportarsi. La dilatata imponenza del suo linguaggio, convince il rispettoso gioco delle parole con acuta ed ironica filosofia e respira nella struggente inevitabilità la profondità dell’intero ventre della poesia. L’immutato elogio della poetessa da parte di Michal Rusinek descrive un’eccentrica nostalgia dei luoghi e delle persone che accoglie l’ombra di un passato non perduto ma che esibisce la veloce, inafferrabile ostinazione della volontà a ritirarsi nell’inconfondibile senso dell’umorismo. La poetessa assorbe l’aspetto meditativo con la leggerezza raffinata, è delicatamente distante da tutto e dove “ogni parola ha un peso non c’è più nulla di ordinario e normale”. L’amicizia che ha convinto il segretario a seguirla fino alla fine ha lo stesso bisogno di solitudine che imponeva la poetessa nel momento in cui nascevano le sue poesie, per rendere universale il rituale attrattivo di ogni riservata confidenza.

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Il giorno dopo – senza di noi

La mattinata si preannuncia fredda e nebbiosa.
In arrivo da ovest
nuvole cariche di pioggia.
Prevista scarsa visibilità.
Fondo stradale scivoloso.

Gradualmente, durante la giornata,
per effetto di un carico d’alta pressione da nord
sono possibili schiarite locali.
Tuttavia con vento forte e d’intensità variabile
potranno verificarsi temporali.

Nel corso della notte
rasserenamento su quasi tutto il paese,
solo a sud-est
non sono escluse precipitazioni.
Temperatura in notevole diminuzione,
pressione atmosferica in aumento.

La giornata seguente
si preannuncia soleggiata
anche se a quelli che sono ancora vivi
continuerà a essere utile l’ombrello.

Wislawa Szymborska

Stefano Vitale

5 febbraio 2020

Incerto confine cop (2)-1

Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori
Italo Calvino

Se attraversiamo la vita alla ricerca di sicurezze che ci consolino e ci garantiscano la nostra ‘appartenenza’ come singolare e unica, saremo sempre più fragili di fronte al mutare del mondo e del tempo.
Siamo vivi e siamo ricchi se sappiamo cogliere nell’Altro la parte sempre mancante di noi stessi.
I versi e i colori di Albertina e Stefano disegnano un percorso possibile, concreto, ispirato, di questa ricerca attraverso la creazione di un loro vocabolario.
Prima di tutto, la Parola, come in alfabeto muto dove alla ricerca della trasparenza di significato si oppone l’incertezza, l’imperfezione, l’attesa che giunge al termine della raccolta in modo inequivocabile: La chiave è nella Parola. Perché la parola rappresenta la forza di opporsi ai muri, il disperato desiderio di conoscere, la volontà di essere con gli altri.
E poi il Tempo, che è plastico, vario, contradditorio. Il tempo si raggruma, fa rumore, è misura e al tempo stesso è altro, fino a porsi al centro della nostra soggettività con la domanda finale sono io il mio tempo? che si confronta con le speculazioni della fisica contemporanea che ha spezzato il concetto di un tempo unico e misurabile.
I Bambini sono gli unici soggetti umani che vivono questi versi, perché conoscono il vero, sono magri di rugiada, sono forse loro cui è dedicato il pensiero dell’essere come le nuvole, con la libertà di pensare di poter cambiare tutto: forma, luce, colore.
Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola. Così recitano alcuni versi di Kahlil Gribran, che si pone di fronte al mondo con gli stessi occhi innocenti e aperti di un bambino, che non pensa a barriere, confini, muri, ma che desidera invece appagare la propria curiosità attraverso la conoscenza del nuovo, del non conosciuto, del diverso.
Il colore è nei vividi versi di Stefano e si esalta nel caleidoscopio delle illustrazioni di Albertina. Simbolica è la rappresentazione della finestra dentro la quale siamo prigionieri dei confini ma che oltre vede una pioggia di colori che ci congiunge con un’altra parte di noi.
Le variazioni cromatiche scelte per rendere concrete le parole rappresentato un controcanto simbiotico nel descrivere le emozioni, il sogno, il dolore, la speranza, fino al vasto orizzonte verde che chiude la raccolta.
Ci piace pensare che il sentiero di Stefano e Albertina ci porti in quel luogo dove non esistono più barriere, muri, rifiuti, ma libertà e mare aperto dell’anima.

Confine diceva il cartello
cercai la dogana, non c’era
non vidi dietro il cancello
ombra di terra straniera

Giorgio Caproni

  ……………………………………………………………………………………Vittorio Bo

                              

                                       
Chiudere i porti

Chiudere i porti e lasciar riposare
le nere coscienze marce di rabbia
merce di scambio di triste rancore
mentre grasse risate bruciano l’aria
nelle sudice piazze deragliate ragioni.
Chiudere i porti per non incontrare
l’orrore di occhi naufraghi in mare
di corpi salvati piagati dal sole
stremati da guerre monete sonanti
del nostro silenzio di barbari stolti.
Chiudere i porti alla fuga smarrita
sul mare-sepolcro di cenere e sangue
le ombre dei morti sono gelate
scure radici senza più storia
deserto di mani e orecchie mozzate.
Chiudere i porti del mare che un tempo
fu Nostro onda di luce
ora muro che cresce abisso di sale
specchio scheggiato dal pianto di pietre
posate sul fondo del cielo d’estate.

                                 
                               
Lyrische Suite

Una lama di coltello
taglia il pane secco
universo che si sbriciola
polvere di vita sotto scacco.
Il tempo si raggruma
buccia d’arancia spremuta
c’è chi beve il succo
chi porta via i cadaveri.
Si resta sempre altrove
dice la nera figura
chiusa nel mio occhio:
un essere remoto o la paura?
C’è chi vive rarefatto
felice nell’evaporare
senza sporgenze di roccia da afferrare.
Suprema libertà senza figura.

                                    
                                     
Il linguaggio dei muri

Non muore
il linguaggio dei muri
messaggi a distanza
di graffiti dispersi
tra coltelli e martelli
fiori di luce e sangue straziato
nel ricordo degli anni
passati a tracciare i confini
tra i giorni di piombo
e le parole di vetro
resta l’ombra di noi
e un altro paesaggio gira e passa*
vuoto che pesa
pianto sprecato
fame che non muore.
a Filippo R.

*verso di Vittorio Sereni da “Ancora sulla strada di Zenna”

                                
                                 
Affacciàti *

Spiare lo stupore del giorno
affacciàti alla finestra dello sguardo
interrogare con un battito di ciglia
il disordine del mondo
negli scorci di luce sfasciata
si perde il ricordo di noi
senza padroni e senza gloria
vanno e vengono senza posa
le anonime stagioni dell’esistere
senza peso non c’è rimorso
nell’incerto sfumare
restiamo affacciàti
su strade di vetro, sabbia e lamiere
che oltrepassano il confine
senza passaporto, senza controlli alla dogana.
Così la vita mette
sempre nuove foglie lontano da qui
muto fiorire di luce
nel marcire del tempo.

*“Affacciati” è il titolo di una mostra fotografica
di Luigi Rusconi esposta alla Biblioteca “Osvaldo Berni”
di Riccione nel 2014

 

 

La paura della gioia
I.
Solo i bambini conoscono il vero
passaggio che porta oltre quel nero
ombra che trema nel bianco di luce
alba straniera d’una parola dolce
sulla punta della lingua danza
l’azzurro canto della cura.
Chi coglierà lo sguardo puro
senza pianto, inganno o ricompensa?

II.
Fili d’erba nuova
al vento incerto della primavera
aspettano i bambini
che la pioggia sia cosa buona
che la luce non confonda
l’odore del dolore
con la voglia di fuggire
oltre il rischio della resa
senza più temere
la paura della gioia.

 

 

Stefano Vitale
Poeta e critico letterario, ha pubblicato Double Face (Ed. Palais d’Hiver, 2003); Semplici Esseri (Manni, 2005); Le stagioni dell’istante (Joker, 2005), La traversata della notte (Joker, 2007); Il retro delle cose (Puntoacapo, 2012) Angeli (con disegni di Albertina Bollati, edizioni Paola Gribaudo Editore, 2013); ha curato (con Maria Antonietta Maccioccu) l’antologia Mal’amore no (SeNonOraQuando,
2015); La saggezza degli ubriachi (La Vita Felice, 2017). È presente su numerose antologie, blog, siti. Sue poesie sono tradotte in inglese sul “Journal of Italian Translation” (2019) e sul sito Italian Poetry (2018). È presente sull’ ”Atlante dei poeti” del portale Griseldaonline dell’Università di Bologna e sul sito Italian Poetry.

Albertina Bollati

Fotografa, disegnatrice, illustratrice di loghi, copertine, libri. Ha pubblicato Torino 2011, raccolta di fotografie in tricolore e illustrato le raccolte di poesia Palazzo di giustizia e umanità limitrofe di P. Berti e M. Napoli (Caramella Editrice, 2007); Angeli di Stefano Vitale (Edizioni PaolaGribaudo, 2013); l’antologia Mal’amore no (SeNonOraQuando, 2015); Pensieri sparsi di un psicoanalista di Daniela Gariglio (arabAFenice, 2017). Ha curato Oggi che il verde è così verde, scatti in bianco e nero di R. Balbo (2016) e ha partecipato al Festival della Scienza di Roma.

“Ogni terra straniera è patria. Ogni patria è terra straniera.”

                                                                
                                            

                                                     

In questo nostro tempo di affermazioni e riaffermazioni di confini, in questo nostro tempo di migrazioni infelici e drammatiche, la memoria della “Lettera a Diogneto” si staglia, isolata, certo, ma vivissima come un destino mancato, sulla nostra prospettiva storica.

Al suo prezioso avvertimento, molto caro al mio cuore, vorrei intestare questa lettura dell’ultima novità di critica Albertina Bollati e Stefano Vitale: “Incerto confine” uscita nel mese di  Novembre 2019 nella collana “disegnodiverso” curata di Paola Gribaudo; un piccolo libro importante per il suo messaggio civile e insieme bello e gentile, certamente da nicchia, dal punto di vista editoriale, in cui i disegni, le immagini colorate di Albertina Bollati inseguono e oltrepassano i versi di Stefano Vitale e se ne fanno interpreti, per lasciarsi poi riacciuffare in un continuum di torsioni e di rimandi reciproci. E’ un movimento che balza con indiscutibile efficacia sotto gli occhi del lettore anche per il fatto che Albertina Bollati riscrive spesso a mano alcuni versi, avvalendosi della scrittura come elemento iconico, in modo da rendere incerto lo stesso confine tra immagine e parola. Quel che ne scaturisce è decisamente un unico messaggio articolato su un doppio registro.

Si tratta di un messaggio chiaro anche se ricco di polisemie accattivanti. Nel tentativo di darne conto, la mia attenzione si rivolgerà specificamente ai versi di Vitale. In essi il titolo “Incerto confine” parla chiaro sia che lo si intenda come presa d’atto di una realtà che si osserva, sia che lo si intenda come la manifestazione di una prospettiva, di un intento programmatico che gli autori propongono ai loro lettori.

 

Lucia Triolo

 

 

 

 

https://limeslitere.wordpress.com/2020/01/12/incerto-confine-di-stefano-vitale-nota-di-lettura-di-lucia-triolo/

Claudio Pagelli

16 gennaio 2020

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L’IMPRONTA DEGLI ASTERISCHI

[…] Esisti e non ne hai colpa, sembra suggerire l’Autore mentre incontra, osserva, annota la fragilità di situazioni e persone, una via l’altra, quasi appartenessero a un’epica minore, fatta di attimi e intenzioni: eppure Pagelli fissa ogni istante di vita, macchiandola di luce riflessa, irredenta, quasi per dare gloria e visibilità a individui la cui storia manca d’identità se non per negazione.
Ecco allora la donna rossa che piange per un film sull’Olocausto resa immortale nel suo atto, unico e irripetibile nella banalità, eppure infinitamente lì, per sempre. […]

[…]Il mondo di Pagelli si consegna, insomma, nel suo fluire per opposizione, straniamento: sopravvive in sé, quasi potesse concedersi al lettore nel frammento, nella scomposizione in immagine, nel fotogramma.
Ma il poeta, in apparente distacco narrativo, in realtà vive nei e dei suoi personaggi entrando nello stato emotivo, nella sofferenza strozzata o nel paradosso della vita stessa.
Poeta dell’umano, insomma, Pagelli.
E umana la traccia che lascia al lettore, grazie al sostegno di una scrittura ispirata, mai doma o uguale a se stessa.

(dalla prefazione di Ivan Fedeli)

L’INDIZIO

*
un bimbo karateka
mi coglie alla sprovvista, sparisce
dalla vista come un ninja in miniatura
e colpisce da dietro, con la furia
dei nani che non conoscono Biancaneve…

*
nel suo mondo vince il bucaniere
l’arte della gioia senza gloria
senza il cappio della norma
che strangola tutti quanti – salvi solo i pirati
che bruciano galeoni in alto mare…

*
con sguardo barbaro, aperto
all’ignoto, strappa l’erba coi denti
senza temere danni, futuri giudizi –
si dice sia un segno del tempo
un déjà vu, un indizio di Medioevo…

*
ha sentito dire che è solo finzione
che non esiste il cavaliere
il buon samaritano sulla strada di Gerico
che siamo bianco su bianco
filari di numeri, virgole, parentesi di molecole…

*
di chi fosse la colpa
ancora non sapeva – si diceva
degli occhi scabri della madre
dei frantumi della mascella e del cuore
del tranello del male, di un virus intestinale…

*
erano segnali nascosti, voci fuori campo
come una cicatrice sotto il mento,
il linguaggio sconosciuto dell’inganno
il tradimento di una promessa –
nemmeno un sospetto, fino al collasso…

*
se ne stava così – lunga e magra
abbracciata alla sua ombra –
una scultura di Giacometti, un’acciuga
con i tacchi, la sigaretta sempre in bocca,
gli stracci a terra, il dito medio agli astri…

*
nato per caso, col petto aperto
di chi non teme tempeste
cerca la gloria di Achille
assalendo le gambe delle maestre,
la gola di Ettore nella polvere del cortile…

 

 

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975.

Autore di diversi percorsi poetici, fra cui “L’incerta specie” (LietoColle, 2005), “Le visioni del trifoglio” (Manni, 2007), “Ho mangiato il fiore dei pazzi” (Dialogo, 2008), l’e-book “Buchi Bianchi” (Clepsydra, 2010), “Papez”(L’Arcolaio, 2011),“La vocazione della balena” (L’Arcolaio, 2015) ,“La bussola degli scarabei” (Ladolfi, 2017) e “L’impronta degli asterischi” (Ibiskos Ulivieri, 2019 , Premio San Domenichino, Premio Lago Gerundo).

Presente in numerose antologie, sue poesie sono state tradotte in inglese e in spagnolo. Dal 2004  è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto.

 

 

felice anno nuovo

1 gennaio 2020

Villa Dominica Balbinot

10 settembre 2019

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RECENSIONE DI FRANCO DI CARLO SULLA RACCOLTA
“ E TUTTI QUEGLI AZZURRI FUOCHI”

Questa nuova quarta raccolta poetica di VILLA DOMINICA BALBINOT si distingue nettamente per la sua ricerca stilistica e formale.

Infatti è qui, in “quel qualcosa di scritto”, che questa poesia presenta la sua originalità e singolarità: nella utilizzazione, quasi completa variegata e polivante, del sistema espressivo, proprio e caratteristico, dei colori e delle loro trame evocative e metaforiche, nelle loro suggestioni oniriche e surreali, come spie speculari, della vita semiologica e semantica dell’inconscio e del sogno.

Qindi sopratutto le scelte lessicali e la struttura sintattica sono piegate a questi segnali, paradigmi e segni archetipici e alle loro ancipiti e anfibologiche connotazioni di stile, di simboli e di significati polimorfi e polivalenti e perciò appartenenti all’anima profonda della Poetessa, oltre a quelli appartenenti alla sfera emozionale e sensoriale. Questo spiega anche l’uso, accentuato, della viva vivente, espressionistica metafora, ossimorica e sinestetica.

La Poesia di Villa Dominica Balbinot deve dunque molto ai pittori, alla pittura e ai suoi colori e al loro poliedrico universo di forme segni espressioni in particolare al colore azzurro pallido di fuoco (che suggerisce anche il titolo della raccolta, dall’ultimo verso dell’ultima poesia) o “alla luce di ambra della sera” al ”bianco perlaceo /della colonna vertebrale”: o ancora alla “notte chiara”e magneticamente luminosa e azzurramente  ombrata; “all’ora color di malva” o “ di acciaio/ e giallo cinerino”, “al suo splendore cupo”, nell”azzurrità dell’ombra”.

Colori prettamente notturni, cupi (ma anche bianchi chiari neutri)che rimandano a visioni rivelazioni spettacoli paesaggi di morte, rovfine, torture, di fugace e tetra agonica dispersione e disperazione, di vuoto, perdite, mancanze, lacerazioni , inquietudini , privazioni, abissi, ferite; di vuoto, di detriti, frammenti, frantumi; di nulla, insomma dell’”essere del nulla”.  Ma un Nulla Celeste e Lucente.

La poesia di Villa Dominica Balbinot non è però solo visionaria o onirica e surreale, proveniente, perciò, dall’interno e che poi si riflette sugli oggetti e sulle cose, sui paesaggi e sulle persone, sulla natura umanizzata e senziente. Ma è anche e sopra tutto visiva, analoga a quella di Dino Campana (e quindi sensoriale e sensuale) e dei poeti e pittori surrealisti ed espressionisti. Per questo la Parola poetico-pittorica denota esprime rappresenta ed evoca “ le sue violacee ombre” e “accumulate agonie”, la ”sua acqua scura”, il suo “crepuscolo azzurro”. La sua “grandezza opaca”: la sua ostinata e feroce “macerazione”, la sua “bellezza arcaica e tragica”.

Il Sentimento del Tempo, non – ungarettiano nè bergsoniano (“durèe”), ma fatto di cristalli poliedrici, è spazializzato e geometrizzato (come le celle dei rombi / di un alveare) e, quindi, non lineare ma circolare e periodico: il Sentimento del Nulla Splendente e del Tempo Celeste. Un Tempo nietzcheanamente nullificato e quindi reso, perdutamente, ontologicamente “positivo” e in cui “Tutto è arcano, fuorchè il nostro dolor”. Tutto è mistero: la conoscenza, le oscure profondità della Psiche, la poesia stessa, meno che la sofferenza e la sua dimensione corporale e quella, nullificante, del nostro Ex-sistere, il sentimento, cristallizzato, del tempo e del Cielo meravigliosamente blu cobalto. L’ombra della parola è, quindi, per Villa Dominica Balbinot silenziosamente azzurra e vicinamente nostalgica, vaga e antica, germogliante e penetrante, nel taglio teso e temerario del Tempo opaco, smisurato, infinito e indefinito. Un Tempo procronico, prima del tempo, un primo tempo o un tempo primo, primario, principale, iniziale, che va oltre la linea gialla, la linea del fuoco. Allo stesso modo anche lo spazio è temporalizzato, reso in-finito e universale, assolutizzato, nella dimensione (soggettiva) della “geometria del cuore”: una sorta di sistema sentimentale paradigmatico declinato in un “qualcosa di scritto”, in un antistante Forma e nelle sue varie espressioni.

Dominique non fa poesia per cercare e trovare finalmente una pacificazione o risoluzione o ritrovare in essa un nuovo o rinnovato “io”. Ma per illuminare il suo “diverso”,  profondo “Sè” e rappresentarlo. Un Sè (poetico) abitabile e esprimibile. La sua unica Dimora è quella della Poesia. 

FRANCO DI CARLO

 

 

DALLA RACCOLTA “ E TUTTI QUEGLI AZZURRI FUOCHI”

  

SOTTO L’ETERNA SIEPE VERDE

…Sotto l’eterna siepe verde
la notte era molto tranquilla
linda e senza vita
nel sole occiduo:
sul nudo pendio
anche le rovine sembravano
naturali-
innocue-…

Ma nessun luogo era invulnerabile;
oh tutte tutte quelle linee dure de l’Innominabile
sulla
carne ferita
con le sue violacee ombre
– quelle accumulate agonie
[E quei giudizi accidentali,
ne le casuali uccisioni,
– le stragi piccole,
il lungo inutile squarcio]
Ora la luna sorgeva
sui vecchi campi – e le case sfregiate-
e il ragazzo giaceva tranquillo
tra i piccoli fiori silvestri rossi e violacei:

era molto pallido come fosse morto da sempre.
( E c’era una luce mista di blu secreti
e di lillà
sulla innominata acqua scura,
-e quell’abbandonato flutto
sulle tristi ossa di tutti gli annegati..)

 

DALLE NAVATE DEGLI ALBERI GERMOGLIANTI

…Dalle navate degli alberi germoglianti
( si stendevano belle e lucenti
nei lunghi giorni perfetti)
si arrivava alla tacita linea di acqua,
l’innominata acqua scura,
un assoluto solitario
quasi sotto l’orlo angusto…

Dopo il crepuscolo azzurro
la notte era molto tranquilla,
e quei morti intorno a lei
nella loro innominata carne ferita
erano sostanziali misurati e preziosi
capaci di movimenti lenti e terribili.
Tra sofisticherie e sottigliezze teologiche
lei aveva una espressione di fredda
– e pensosa- riservatezza,
nelle possessioni- tutte sue-
( e dopo il macello geometrico)
Tutto l’incesso
per quella strada ardente
era astratto e scabro
come la camera dei suicidi in un albergo
e il cielo si era rannuvolato intanto,
striato dai cardati fili colore di seppia,
che erano sul punto di precipitare.

  

E IN UN MONDO DI GRANDEZZA OPACA

…( Aveva in cuore qualcosa di torbido,
quella bianca previsione di innocenza)

Le toccava poi continuare
con ostinazione e ferocia
quella specie di macerazione,
che la portava sempre
(nello estremo delle notti)
in quelle immense regioni insopportabili
– approssimative e vaghe
sulla fredda tagliente sabbia di deserto

Fu semplicemente annientata
-dalla affezione
irreparabile
e in un mondo di grandezza opaca:
vedeva il lato più barbaro- e quello più estetico,
l’intero intendimento oppiato,
per dare,
dare qualcosa di tremendo ovunque
mentre tutti quei volti
avevano una specie di bellezza
arcaica e tragica,
e tutte le acque erano nere
terribilmente nere
(e
silenziose – terribilmente silenziose )

AVEVANO QUALCOSA DI FRAGILE

[…Avevano qualcosa di fragile,quelle giornate di un grigio delicato..]

Fra quelle precarie-elettriche-ombre
( piatte fisse
come
calcinate)
si evidenziava
la estrema linea,
di una intera
adamantina– crudeltà…
Da quelle feritoie alte
– e sull’impietrato
-lì in quell’angolo remoto,
vi era la fine degli anni amati,
la suppurazione suprema
– de le storie minime,
– di tutti quei crimini inutili,
ne il minerale intrico dei tegumenti,
delle giunture.

 

QUEL CIELO ERA- ALLORA- BLU COBALTO

Era una strada meravigliosamente silenziosa:
quel cielo era blu cobalto,
allora allo zenit…
( troppa erba, troppi fiori,- e di un profumo troppo soave,
con troppa luce,
in uno splendore selvaggio.)
( Ora ovunque vi è qualche particolare,
di quello stesso orrore)…
Il suo è un segreto canto funebre,
canta alle rovine proibite,
– a quella perversa struttura tutta,
raccoglie i dati impuri,
le
micidiali arsioni:
la lingua è tutta inventata
pietosissima
,
lei è lirica- è crudele-
( Quel sontuoso colore vermiglio,
quel riflesso purpureo…
).

 

 LA NOTTE DIVENNE GRANDE

[..Ne l’innaturale territorio
in quella specie di costrizione
la notte divenne grande…]

Uscendo da una di quelle torri
( alt
e, paurosamente alte)
e in quel pervasivo silenzio bianco.
-in quella luce opalina uniforme-
ricordava solo
il mezzogiorno
simile allora
a un
grande canto azzurro,
e nei giardini gli alberi tutti,
col dolce lutto della loro primavera
bianca e rosea( ormai sfiorita,
svanita),
quella – sua-
abbacinata natura elettrica,
nella chiusa taciturnità della carne
che sempre impallidiva.
( Bianchi erano i rovi,

fredde ,
possenti [e vicine]
le dure pareti dei monti

nella niditezza della aria
-ne
la smunta opacità di quel colore notturno).

 

L’AZZURRITA’ DELL’OMBRA

Era stato allora
( guardando lontano nella sera,
nell’azzurrità della ombra
di una rosa spogliata)
che si era detta,
che tutto forse le sarebbe infine apparso
(riflettendoci)

quasi perfetto

Ci sono sempre delle cose
che accadono nel silenzio,
come la cauterizzazione sua alla vita,
quella disarticolazione strana
che la faceva correre
qui
– alla sorgente e
alla cieca lontananza,
a quella giacitura tra le sonnambule urla
( ah la rigida dolcezza
la insana crudezza tutta).

Lei ora si sentiva magnifica
isolata
[attorno alla superficie]
e ogni cosa era di un bianco quasi puro

– vagamente corrotta
in quella superba-
storta– Inquisizione barbarica
dei
supremi crimini , e della loro lingua antica.

 

PER QUELLE STRADE IRREALI DELL’ALBA

Per quelle strade irreali della alba
c’era solo un grande silenzio
(immane estatico)
sprofondante in un vuoto immaginifico
– troppo dolce perchè si potesse sopportarlo.
E loro erano ancora tutti lì,
misteriosi ostinati ben visibili
incancellabili...
Del resto non è una storia
inaudita– questa-
sulla terra:
quei forzamenti,
le stagnazioni magre tutte,
i –
suoi-personaggi disfatti
e nell’assoluto atto,
una simile lebbra
( e quel superbo inquisitore di crimini,
– nel
silenzio selvaggio
in un inconcepibile modo

quel lungo grido
che diceva sempre la stessa cosa)
.

 

ESSI TENTAVANO ALLORA

Essi tentavano allora
il deserto dell’aria,
una secrezione ultima
contro la degenerescenza lenta
le diluviane piogge,
quegli scheletri vivissimi
di alberi calvi
[ E oltre questi passaggi, le suture
le glandole tutte
di una
intoccata vita]
Quella storia non era finita,
contava solo ciò che era trionfante:
sotto un cielo serico -e
freddo
(sulla superficie oscura
di quelle
antiche acque)
anche tutto il suo corpo
era rovente,
– in una fioritura come prevista,
tra le grida dei caprimulghi,

(tra quelle fiamme che
divorandola
si inazzurravano…)
.

 

OLTRE QUELLE PERSEGUITAZIONI

…[Oltre quelle perseguitazioni
ricercava una versione più pura,
e tuttavia si sentiva ossificata…]

Al di là delle forme di indaco del delta,
ecco i vapori
arancioni ocracei fulvi,
l’azzurro del cielo sottoposto al corrosivo acido;
ogni cosa si fece – a poco a poco-
pallidamente color violetto,
un che che rovinava in ramoscelli rosei,
come un fiore di tulipa che cadesse su di uno stagno grigio…
E si ritrovò con solo il suo corpo scarno:
un nucleo di dilatata agonia,
-tutto quel nervume-

quel minerale sguardo ,
il
legale assassinio
sopra una terra abbandonata :
con unzione ,in contemplazioni di ogni sorta,

la sua faccia era rivolta ai fiori,
selvaggi e spampanati.

 

 

Villa Dominica Balbinot di ascendenze emiliano-venete, ha vissuto gli anni fondamentali in Lombardia (provincia Milano) ora vive in duro ambiente rurale, in Emilia.
Maturità classica e Corso di studi universitari in lettere. Ha incominciato a scrivere dal 2006 [un “esordio” da persona matura e improvviso, diciamo ex-abrupto) e cimentandosi inizialmente sui gruppi di scrittura presenti sul web (it.arti.poesia, it.arti.scrivere) e subito dopo creando i propri blog personali, uno di poesia (inconcretifurori.wordpress.com) il secondo di prosa e racconti (dell’idrairacconti), cercando poi di raccogliere il complesso delle proprie produzioni in quello che mano mano dovrà essere sempre più il blog https://villadominicabalbinot.wordpress.com
Sin dal suo primo numero – e fino alla sua chiusura – ha collaborato al lit-blog viadelledonne.wordpress.com. FEBBRE LESSICALE è la raccolta d’esordio, autoedita attraverso il sito ilmiolibro.kataweb.it come del resto le tre sue successive raccolte
QUEL LUOGO DELLE SABBIE – I FIORI ERANO FERMI – E LONTANI – E TUTTI QUEGLI AZZURRI FUOCHI, cui si riferisce la nota critica di FRANCO DI CARLO

Gian Piero Stefanoni

15 luglio 2019

 

GianPieroStefanoni

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2019/05/lunamajella.jpg?w=195&h=300

 

Prefazione di Anna Maria Curci

Con alcune versioni in dialetto abruzzese d’area teatino-frentana
di Mario D’Arcangelo

 

“Le parole sotto la roccia”: l’universo di Lunamajella”

Nel suo movimento che associa, alterna, combina e ricongiunge il protendersi e il ritrarsi, il balzo in alto e la discesa nel profondo, il dire poetico cerca, trasforma, rimpiange e ricostruisce, vela e rivela regioni, paesaggi, terre e distese d’acqua, cime e firmamenti.
Lunamajella di Gian Piero Stefanoni non solo conferisce – lo affermo ricorrendo alla prima parte della celebre formula di Winckelmann – “nobile semplicità” a questo movimento, ma trova, in più, nuove, singolari combinazioni di fonti di luce, di angoli e di spianate, di luoghi appartati e di consonanze di voci umane.
Se è vero che, nel suo moto, la poesia individua, orchestra e progetta ponti e dimore, essa trova in questa raccolta di Stefanoni una terra d’elezione (non è del “suolo natio”, infatti, che il poeta canta, ma di una determinata area nel Teatino divenuta per il poeta paese dell’anima e terra del cuore) che si va manifestando come “madreterra”, come un universo nel quale geografia e sonorità concorrono a ri-nominare e a ri-fondare.
I nomi di luoghi, di rilievi e di corsi d’acqua – Pennadomo, innanzitutto, poi, tra gli altri, lama dei Peligni, Fara San Martino, il Sangro e, a stagliarsi su tutti, il massiccio montuoso della Majella –animano quest’universo, lo caricano di sensi e ruoli.
Una delle direzioni nelle quali il moto del dire poetico si mostra qui particolarmente efficace e fondante è quella di una ricollocazione di singoli elementi nel sistema dei segni.
Riporto qui due esempi illuminanti. Il primo riguarda la creazione della parola-universo che dà il titolo alla raccolta, Lunamajella, la quale viene così definita e invocata: «globo sospeso / che quasi ci tocca». È una parola, lunamajella, che raccorda la lontananza con la prossimità, il cielo e la terra, la spiritualità («globo sospeso») con la fisicità («che quasi ci tocca»).
Il secondo si concretizza nell’uso particolare e inedito del termine “rassetti” nel componimento omonimo, Rassetti, appunto: «Sempre prima di addormentarmi / penso alla morte, al rassetto che sarà / sotto questa montagna di immenso lumino». Anche in questo caso la singola parola si apre a una pluralità di significati che essa, allo stesso tempo, racchiude e protende, collega intimamente ai luoghi e invia in altre direzioni. Se “rassettare”, infatti, è, per un verso, riordinare, ripristinare un ordine preesistente, il termine “rassetto”, usato nel vocabolario tecnico dell’edilizia con il significato di “assettamento” (si parla infatti di “lesioni da rassetto”), indica un incontro tra movimenti tellurici e l’opera umana.[…]

Dalla prefazione di Anna Maria Curci
https://poetarumsilva.com/2019/05/07/gian-piero-stefanoni-lunamajella/

 

 

Lunamajella, globo sospeso
che quasi ci tocca, verso Palena
ma è come verso Marte: astronave
che s’innalza e s’intaglia alle sue coste
lasciandoci come migratori passare.
Eppure vagando non avremmo
che macchie,
                      di nubi
altre aquile in volo.
Dalle feritoie riva verde, sorgente.
Grande addormentato animale.

Lunamajelle, monne areppése / che quase ce tocche, verze Palene / ma è come attravèzze pe Marte: navecèlle/ che s’ahàveze e je se ntàje a le coste // e ce lasse come cille a lu passe. // Eppure gerènne nen tenassàme / che macchie // de nùvele
/ àvetre àquele a vulà. // Da le sgrette riva verde, surjente. / Grossa lemàne addurmíte.

 

Rassetti
Sempre prima di addormentarmi
penso alla morte, al rassetto che sarà
sotto questa montagna di immenso lumino,
sopra questo lago incoronato dalla diga.
Non vi sarà strada, non vi sarà utensile
solo un’altalena di piccole spighe non spazzate
e il santo di gesso a fissare nel volto ceruleo
della stanza le mani secche, l’attesa
dell’altro chiamato al mio posto.

 

L’abbiamo attraversata
la nube che scorre, il respiro che muta,
sei tu che passi terra dalle molte rughe,
stagione della luce.
l’abbiamo attraversata con la lingua
questa strada, questo ceppo di bosco
che si è fatto paese.
ci ha protratti fuori di luna,
nella calura del sogno,
questa ortica di volti sminuzzati,
questa tormenta indifesa di memorie.
E nulla ora sale giacché nulla ora discende
nel procedere che abbraccia la valle.
È il suo ultimo grido – non può essere il più forte.

 

M.G.
Sola con le sue Marie,
con i suoi smalti, a spezzare
il vento errante – alla luce
che nel ricomporla la nomina.
Donna per sempre figlia –
di una carne e di un tempo
nel rovescio del corpo – di una testa
girata ma eppure madre
di quella parola – e quel buio –
a dire il paese che in noi cerca mitezza.

 

Esodo
E forse ancora lo cerchi
o ti arrendi a un battito
che non sai dare.
Adamo caduto che dal calco
ti tenti alla prima impronta,
sei un disperso.
Nel manufatto
appena un groviglio, appena una maschera
che questi campi
e questi animali non vedono.

Su una statuetta presso il Museo Archeologico Nazionale di Chieti,
“La Civitella”.

 

Respira la tua paura
l’abbocco della valle, si ferma
solo quando ti allontani.
Alimenta l’acqua dove il torrente
si confonde e ricorda.
Ormai ti ha preso – pietra, resina
incollata al tuo segreto.

 

 

SETTEMBRE
I.
Si fa più scura la roccia
al paese che sta per morire.
Ma allora perché il circo
delle rondini, il diradarsi delle nubi
prossime alla sera?
O un sommesso bramare di draghi
il voltare di spalle degli uomini
che risale dal primo rifiuto.

II.
Il forestiero porta notizie
docile al dolore come la bestia
nell’infinito respiro.
Passa ma non ode dalle porte.
l’unica cosa che vive è la pace
che viene dal raspare,
la mano sotto l’ulivo
nelle preghiere delle ombre.

III.
Il segno è dato dagli anziani,
non vedono soluzioni solo la rovina,
la parola che nemmeno la campana
può cancellare. Non ascoltano,
accusano. Preparano sedie
che restano vuote.

 

 

La chiave
chi sistema – le scarpe rotte,
l’uccello in volo – il filare dimenticato della goccia,
il rumore sordo del non morire?
Forse l’ultima chiave, il male vinto della casa
nel passo inciso sul gradino.

La chiave – chi sesteme – le scarpe rutte, / lu celle che vole – lu felà scurdate de la hocce, / lu remore sorde de lu senza murì? // Forze l’ùtema chiave, lu male venciute de la case / a lu passe stampate mbacce a la scalelle.

 

 

Gian Piero Stefanoni, nato a Roma nel 1967, laureato in Lettere moderne, ha esordito nel 1999 con la raccolta In suo corpo vivo (Arlem edizioni, Roma) vincendo nello stesso anno, per la sezione poesia in lingua italiana, il premio internazionale di Thionville (Francia) e nel 2001, per l’opera prima, il “Vincenzo Maria Rippo” del Comune di Spoleto.
Nel 2008 ha pubblicato Geografia del mattino e altre poesie (Gazebo, Firenze-premio “Le Nuvole-Peter Russell” e “Città di Venarotta”) a cui son seguiti nel 2011 Roma delle distanze (Joker, Novi Ligure- premio “Leandro Polverini” sezione poesia sociale) e gli
ebooks La stortura della ragione (Clepsydra, Milano) e Quaderno di Grecia (Larecherche.it, Roma).
Nel 2014 ancora per i tipi della Gazebo è uscito Da questo mare (includente l’omonimo poemetto già nel 2013 in ebook per LaRecherche.it ed il canto pasquale L’amore che ti manca edito nella sua prima versione per la cura delle Edizioni d’arte Musidora di Nina Maroccolo, ed ora presso la biblioteca della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma). Ancora in ebook è La tua destra (LaRecherche.it, Roma, 2015), come il saggio sulla poesia in dialetto della provincia di Chieti La terra che snida ai perdoni (LaRecherche.it, Roma, 2017). Presente in volumi antologici, tra i quali La poesia dell’esilio (Arlem, Roma,
1998), Dai parchi letterari ai poeti contemporanei (Edizioni Arte Scrittura, Roma, 2009), S’impalpiti materia-Omaggio a Manzù (Edizioni d’arte Musidora, Roma, 2011- fuori commercio, copia presso la Raccolta Manzù di Ardea), e L’evoluzione delle ultime forme poetiche (Kairòs, Napoli, 2013) suoi testi sono apparsi su diversi periodici specializzati e sono stati pubblicati in Argentina, Spagna, Malta, Grecia e Francia.
Già collaboratore con “Pietraserena” e “Viaggiando in autostrada” è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale “Caffè” e, per la poesia, della rivista teatrale “Tempi moderni”. Dal 2013 sempre per la poesia è recensore di poesia per LaRecherche.it e dal 2014 giurato del Premio “Il giardino di Babuk- Proust en Italie”.
Tra i riconoscimenti da ricordare per l’inedito i premi “Via di Ripetta” e “Dario Bellezza”, entrambi nel 1997.

Michele Nigro

7 luglio 2019

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Michele Nigro

 Dalla prefazione di Stefano Serri

[…] Il linguaggio in Nigro non si fissa su un registro, accogliendo lemmi più che post-moderni (di quelli che ci vuole coraggio ad usare perché tra tre giorni nessuno potrebbe più ricordarli) insieme al più ortodosso e non ancora frusto repertorio lirico, senza
sdegnare l’omaggio alla tradizione e a un passato ben riconoscibile, più crepuscolare che modernista. Non mancano, in questi «coaguli di frasi raminghe / che chiami poesie» termini stranieri o neologismi, immersi in un repertorio lessicale più che vario, un vocabolario che ama la precisione, «glabro come un glande», e che, tra “gualchiera” e
metoo, arriva, tentando «un nuovo approccio jazz all’esistenza», a voci come aperimorte o informosfera.

Ci servono precise, le parole, e molto. Ci servono, ad esempio, per abbarbicarci ai ricordi (non quelli vaghi, ma quelli nostri) prima di lasciarli andare. Nella poesia di Nigro abbiamo inneschi di memorie in ogni dove, che siano voci entrate dalla finestra (le urla deliranti in tarda estate o la registrazione di «è arrivato l’arrotino») o suoni apparentemente innocui di luoghi familiari. Ne nascono ricordi che non sono mai pretesto per ghirigori narcisisti, ma che hanno rispetto di chi li ha trascurati, hanno occhi consapevoli delle distanze, hanno ironia e pietà, pietà prima di tutto per se stessi.
Ricordi blandi di una certa vita lasciata indietro, laggiù o lassù, da qualche parte insomma Ignoti, ignoranti e ignorati in eterno. […]

Acqua di ritorno

Adorava i temporali
estivi, tra sprazzi e lazzi
erano meme bagnati
su gambe scoperte
alla sua natura autunnale
dimenticata tra eccessi di
sole e promesse di viaggi.
Ora le campane chiamano
all’ordine di civiltà domenicali
e tuoni ribelli e grondaie
impreparate ad acque inattese
alla vita ormai persa
che scorre nel mare calmo
della morte che accoglie,
sperando di ritornare
giovane umidità
e nuvole
e di nuovo pioggia
tra i vivi di domani.

Grado Celsius

Con l’arrivo dei primi caldi
di notte
dalla finestra aperta
mi raggiungono psicosi da strada.
Uno che vagando tra i vicoli
geme un lamento “mamma! mamma!”
crisi d’astinenza dalla vita
una sirena insonne tra i miei sogni
colpi disperati di campana
schiamazzi da calura
e coltelli facili.
Amo il gelo che tutto acquieta
sotto un velo immobile
molecole indecenti si placano,
cerco l’inverno che zittisce
come severo maestro
i dolori infreddoliti del mondo.

Per voce sola

La falsa posa umile, appartata
un istante prima di ghermire,
poetesse low profile con sguardi
di madonne truccate
sembrano dire
“guardami! guardami!”
e ancora “leggimi! leggimi!”
Un canto d’amore
dal suo becco arancio
posato su antenne
d’inezie televisive,
e il cemento di quartiere
le rassegnate tegole
nella quieta provincia
divengono giungla inattesa
rigoglioso bosco per cuori grigi
nel silenzio serale squarciato
da note brillanti, sincere
gorgheggi d’un’anima pennuta
senza spartiti
o glorie studiate.

La casa senza noi
(Protagora)

Come corpo morto
pian piano si fredda
la casa lasciata sola
non vissuta da aliti umani
vapori di brodo sui vetri
e caldi sospiri di stufa.
Tra queste quattro mura inanimate
si rifugia forse lo spirito
della storia che non conta
il tempo
perché tempi non conosce?
Cosa fai al buio, d’inverno
durante le lontane feste?
I testimoni oculari
che tutto misurano
lasciano dietro di sé
polveri ignoranti
tra muti oggetti
non più sfiorati
da una vista cosciente,
un ultimo giro di chiave
li separa da un’immobile eternità.

Archivio

Conserviamo date, pezzi di spago
scatole di dolci vuote e biglietti
perché anche il dolore
esige una documentata
precisione, resistente al tempo
e all’umana distrazione.
Affinché ogni data diventi spina
per pungerci quando sembreremo
felici,
ogni pezzo di spago
un nodo che ci tenga
legati al passato,
una scatola
vuota della dolcezza che fu
per quando saremo pieni
di false gioie,
e biglietti di sola andata
per l’aldilà.

Poesia triviale di amore e morte

Mi condusse nel bosco della fiducia
e abusò della mia benevolenza,
per ore
senza dire una parola
raccontò tutto del suo ego
e me lo mostrò,
con colpi ritmati di piacere
strofinando la mia schiena nuda
sulla corteccia del nostro
talamo fogliato.
A mo’ di anello
con la fascetta rossa
dell’ultimo Partagás
intorno al dito raggrinzito
da umidi connubi solitari
le chiesi di unirsi a me
sul baratro di un bucolico caos.
Bifolco vuol dire
due volte folk
ed eravate coppia impopolare
di verderame e stanchezza.
C’è gente che
è vestita bene
solo da morta,
e allora lei morì

Immaterial

Vento di spettri cari,
t’insinui tra scricchiolanti
porte antenate suonando
come flauti di ghisa stufe
spente da troppo tempo.
Metto in salvo dall’oblio
distratti squarci di
bellezza allo stato brado,
conserve per l’anima.
Cane che mordi l’aria
intorno al liberatore,
assuefatto alla catena
anche questa sera
al mio passaggio, non capirai.

Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia (Sa) dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste.
Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica –che ama definire “raccolta di formazione”– intitolata “Nessuno nasce pulito” (edizioni nugae 2.0).
Ha pubblicato “Esperiment”, raccolta di racconti; il mini-saggio “La bistecca di Matrix”; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo “Call Center”, nel 2018 la seconda
edizione “Call Center – reloaded” e la raccolta Poesie minori “Pensieri minimi”.

 

Claudio Pagelli

20 maggio 2017

foto claudio pagelli

Inediti

                                      

                                                                   

“La mosca”
                        

scarta all’improvviso

un angolo di novanta gradi nell’aria

salvandosi dallo schianto –

resta il suono rauco di un applauso

le manti giunte nel rito fallito della cattura

lei già presa in altri giri, altre capriole

fra i bracci bianchi del lampadario

con i suoi occhi grandi a scrutarmi dal soffitto…
                               

                                

“La zanzara”
                                 

una vecchia signora

col k-way giallo

e uno zaino a tracolla

cerca le castagne

cadute a settembre,

scarta col bastone

quelle marce

con le mani raccoglie

quelle buone…

poco più in là

una senegalese

con le giarrettiere nere

attira l’attenzione

di un furtivo passante

trenta euro per l’amore

gli dice col suo sorriso di gatta

scostando dal volto un insetto,

forse una zanzara

sopravvissuta al primo freddo…

                                                

                              

“La cimice e il codirosso”
                                    

è la stagione della cimice cinese

che pare  si riproduca più velocemente

di quella comune,  di quella verde

tipo oliva depressa nei bar di periferia…

si dice che la natura sia in ritardo

che ancora non sappia bene cosa fare –

assecondare la sostituzione naturale

o creare un codirosso meno schizzinoso

davanti a una variazione di colore…
                                      
                                             

“La lucertola”

volevo solo aiutarla

invece l’ho condannata

priva della zampa sinistra

e la coda già recisa

avrei dovuto capire

che portarla sotto il sole

sarebbe stato fatale,

che l’amore è un errore

quando ci si crede dio

anche solo per un attimo…
                              

                                 

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975.

Autore de “L’incerta specie” (LietoColle, 2005, prefazione di Manrico Murzi), “Le visioni del trifoglio” (Manni, 2007, prefazione di Fabiano Alborghetti), “Ho mangiato il fiore dei pazzi” (Dialogo, 2008), l’e-book “Buchi Bianchi” (Clepsydra, 2010), “Papez”(L’Arcolaio, 2011, prefazione di Andrea Tarabbia) e “La vocazione della balena” (L’Arcolaio, 2015, prefazione di Guido Oldani).

Con opere di Emanuele Gregolin, Gianluigi Alberio  pubblica inoltre  alcune plaquettes artistiche a cura di PulcinoElefante.

Premiato in numerosi concorsi letterari di interesse nazionale, sue poesie compaiono in cataloghi d’arte, riviste di settore e siti a tema.

Recentemente tradotto in spagnolo a cura di Diego Tapia, pubblicato sul Periodico de Poeisa U.N.A.M.

Laureato in Giurisprudenza, dal 2004 è Presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto (www.helianto.it).