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Anila Resuli

1 settembre 2012

Anila Resuli, nata in Albania nel 1981, trasferitasi in Italia nel ‘97, vive nella provincia di Cremona. Citata da Maurizio Cucchi sulla rivista Specchio inserto de La stampa, presente sulla rivista Le voci della Luna nel marzo 2007 e sulla rivista Historica – Il foglio letterario nel febbraio/marzo 2009, è presente nell’antologia Nella borsa del viandante. Poesia che (r)esiste a cura di Chiara De Luca, 2009. Nello stesso anno fonda Clepsydra Edizioni, un progetto di pubblicazioni su Ebook. Nel 2010 presiede la giuria al premio Daniela Cairoli e ritorna come parte della giuria nel 2011 e 2012. E’ presente nell’antologia di poesia ceca e poesia italiana Dammi la mano, gioia mia. Podej mi ruku, radosti moje, Praha, Vicenza del 2010. E’ stata tradotta in portoghese per la rivista di San Paolo Celuzlose N°1 cartacea, dalla poetessa Prisca Agustoni. Nel 2010 scrive la prefazione al libro Sulla via del labirinto di Alessio Vailati, edito da L’Arcolaio. Fa parte dell’antologia Sempre ai confini del verso. Dispatri poetici in italiano a cura di Mia Lecomte, PRISMI, Francia 2011. Nel 2012 vince la sezione Letteratura in fasce al premio Ulteriora Mirari di Smasher Edizioni con il poemetto Volti dell’acqua.

Sito personale: http://www.anilaresuli.com
Blog: http://nelcorpoabitato.wordpress.com

nel precipizio la parola sgola
pietra su pietra, toglie pelle all’alba,
consuma cielo, smembra, sfascia l’eco
che nel sangue ritocca nomi, sviene,
bocca alla bocca, fiato oltre distante
dove s’innesta la fiamma sull’acqua,
dove presti la voce, sgorghi nuova,
lupa gravida che m’accogli sorda
silenziosa, tu muta, nel mutismo
che permea la sillaba, cornea scura
che mi rendi nel pegno. falce cedi
nel grido, torni, a me intera riavvolta
pianta dalla radice secca, tagli
braccia di rami, sorda rimani, afona
come suono portato a mare, cedi
nell’urlo reso, cadi buio e fiamma
come turbine, dove poi incateni
il porto sorto tra queste ossa magre
propense a navigare.

*

di lei che scosta pelle con gli spilli
e cuce labbra poi strette alla bocca,
lingua nel morso appena appesa, dici
il nome che nell’eco non perdoni,
sillaba alcuna, come silenziosa.

*

non tiene nome la roccia, una macchia
rende voglia la pelle – sullo stipite
l’osso che buca la cenere: torni
che già piega la luce a cielo chiuso
tocca terra nel fiato, tocca ventre,
occhio che asciuga pupilla, la mano
priva di dorso, l’unghia dentro inserto
incagliato nel sangue che ti rendo
qui poco a poco, fino a scomparire.

*

come resti nella scia di un ramo
d’albero, e voci, ché assorbi rumori
dentro polvere, fatta arco di latta
l’immagine che prendi, fatta sorte
assunta dentro il sangue: come aria,
bolla la voce dentro me rimane,
dentro me intera, un sacrificio ancora
che poi ripeto – il palmo crocifisso
che poi corrompo – stringi la lingua, una,
l’occhio uno solo – mia trincea di pelle
dove dormire attende il mio migrare.

*

nell’occhio la radice che ti presta
la visione di un solo attimo, solo
un dettaglio un po’ sporco che rivedi
in questo volto che reca dei nomi
ai morti, che non isola alla pelle
il tuo, ché sfalda nel rumore fisso,
preciso nel cadere, come morto.

La pelle è organo di protezione, di contatto e scambio, fra interno ed esterno del corpo, è organo di senso esteso, di attrazione, vibrazione e assorbimento.

E di pelle, di pelle voglia, tolta, scostata, isolata, di pelle trincea, parla spesso la poesia di Anila (qui, in questo post, il richiamo, diretto o indiretto, alla pelle è presente in tutti i testi), di una pelle che tocca, naturalmente e di più, anche la parola, mentre sgorga dalla pelle-mucosa entro le labbra, modulata dalla lingua.

Pelle che si presta, metamorfica, ad assumere la riflessione o l’estroflessione in eco, in fiamma, in fiato, in “rami di braccia”, in unghia, in osso che, per riprendere un verso bellissimo, come fenice, “ buca la cenere”; pelle che mostra il proprio involucro – simulacro di roccia, simulato e incatenato o crocifisso ad essa; infine pelle esposta, deformata in maschera, come i miti, gli oracoli, i riti sacrificali e purgativi e le taumaturgie narrano , e come questi testi densi di umore, fitti di suoni, di elementi e di anatomie -a pelle- appunto, sanno richiamare.

Una siffatta mediazione assume, qui, un carattere decisamente femminile, nel senso dell’immersione viscerale, da dentro più che dall’esterno, nel “corpo abitato” dai propri suoni e visioni, dalle proprie possessioni, anche verbali; un’immersione nel sé e in sé e nel tutt’uno della propria poesia (il “tu”, infatti, pure presente, al quale Anila si rivolge, non è bene identificato, tanto che nasce il sospetto che di parola o verbo si tratti, ovvero della propria proiezione di autore indissolubilmente legato al ventriloquio dal quale scaturisce).

E se, infine, la poesia è una nostra pelle sonora che, al pari del derma. si sfoglia, man mano carica di tante e diverse vibrazioni, allora questa di Anila, nella sua cura, senz’altro risuona e consente al lettore toccato, di toccarla.

margherita ealla (http://margheritaealla.altervista.org)

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