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Anna Maria Curci

7 giugno 2017

foto curci

TESTI INEDITI

 

Traducendo “Trasfigurazione” di Trakl
Trattiene a stento
la preghiera sommessa –
tramano già le mani giunte –
l’orrore muto delle bocche da fuoco.
Avvizzisce la festa
di pietre rovesciate
e la promessa di quel fiore azzurro.

                                                               

Dell’Angelo
Restano mute le parole di prima,
la luce stempera il bruno della crosta.
Tace il rancore, e l’ala ripiegata
aspetta l’altra, insieme voleranno.
L’occhio che anticipa e la mano protesa
accolgono il sorriso, dopo tanto.

                                   

A un’amica
                         A Cristina Bove, dopo aver letto “Sul margine”
«Chi legge non s’accorge» e forse
allaga e allarga il fossato.
Se coglie a tratti il suono e l’ultrasuono
si ferma, punta il dito: “dici a me?”
Ma la pazienza di aspettar risposte
il cocchiere le lascia ad ogni tappa
di quel viaggio normale e accidentato.
I vanti magri sono ignoti ai molti.

                                              

Stendo al sole
Stendo al sole fasce per polsi
con cura, dopo averle lavate.
Tendo la tela rossa
e i miei pensieri.

                                       

Di nuovo a casa
Di nuovo a casa,
nella prima di avvento,
la luce aggrovigliata dentro ai vani
fa cenno di aspettarla.

Non ho fretta

                                     

EUR (eucalipto, un ricordo)

Additando quell’albero, sorpreso,
ti sei rassicurato sul suo nome.
Di contrabbando, dietro ad un fast-food,
scorza e foglie incuranti del fritto
schiudevano sornione il ricordo in agguato,
l’eucalipto piantato da mio padre
per tutto il condominio. Fu una festa
con il mare nel naso
e noi bambini, fieri.

                                          

Giungo da un sogno altrui
                                                       A mio padre e mia madre
Inseguo ancora, sai,
vostri sguardi e pensieri
e Madame Butterfly
che cantaste, leggeri.
Un fiore di ciliegio
è la risposta, forse.
Taciuto a lungo il fregio
all’enigma, alle corse.

 

Posa la mano
Posa la mano ora sul ghigno amaro
la ruga appiana di constatazione.
Prenditi sottobraccio il riso
Saluta i sassi e cammina nel sole.

                                                     

                                              

Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna.

Ha scritto la raccolta Inciampi e marcapiano (Lieto colle 2011)
e Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015)

Scrive sui blog

Suoi testi sono apparsi su riviste (Frontiere; Journal of Italian Translation; Traduttologia; Periferie;  Il 996 – Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli) e antologie (La notte, Roma 2008), sui blog La dimora del tempo sospeso, La poesia e lo spirito, Neobar, Carte sensibili, VDBD- Viadellebelledonne,  e sul sito “Poeti del parco”.
Ha tradotto poesie di Rose Ausländer, Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard, Marica Bodrožić, Dietrich Bonhoeffer, Bertolt Brecht, Christine Busta, Paul Celan, Hilde Domin, Marie Luise Kaschnitz, Christine Lavant, Else Lasker-Schüler, Rainer Malkowski, Christian Morgenstern, Novalis, Alev Tekinay, Georg Trakl.
Inoltre ha tradotto Johanna” di Felicitas Hoppe.

Organizza eventi e presentazioni di libri  presso l’ Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”

Anna Maria Curci

24 maggio 2016

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Haiku del guado

I
Nuovi programmi:
apprendo la tristezza
non opzionale.

II
Dissoda il campo,
pazienza. Scalpitare
non ti appartiene.

III
Ripudia sempre
quella vocale bianca
falsa e sguaiata.

IV
Questa paura
che brandisce il futuro
come arma impropria.

V
Ora mi avvedo:
mai mi hai chiamato “amore”.
Questo mi è caro.

VI
La carta straccia,
già riposta in un canto,
è testimone.

VII
Ma di nascosto
nelle mie albe incontro
versi vaganti.

VIII
Ritrarsi appena
spencolarsi nel vuoto.
Tempo-reggiamo.

IX
Ogni passaggio
rimodella il ghiaietto
laggiù sul greto.

X
Punching-ball sei,
disincanto pungente,
ragione alleni.

XI
Mi aspetti adorna,
tu lingua, mia dimora,
castello in aria.

XII
A passar l’alba
con chi non si perdona
s’accresce il fiato.

XIII
Sapessi l’ora,
per tempo canterei.
Ma non è dato.

XIV
Fu così accorta
da finger distrazione
la sentinella.

XV
Senza parere,
ci fermerà qualcosa
di familiare.

XVI
Canto smarrito
saluta lo strapiombo
come un approdo.

XVII
Terra straniera
dimora universale
presso ogni sponda.

XVIII
Canto corale
tecnica d’esistenza.
Impara, studia.

XIX
Emarginato,
manifesta il desueto
luce caparbia.

XX
Mi fa approdare
l’impazienza del cuore
al disappunto.

Anna Maria Curci
(30 giugno 2015- 7 maggio 2016)

                           

altro di Anna Maria
qui

Cristina Bove

26 ottobre 2015

Procede, s’insinua e incede, a passi di varia danza, per incisione o sfondamento, la savia ribellione di Cristina – conscia scissura e autonoma armonia – nell’equilibrio, esperto del bilico perenne, tra “il baleno della volpe argentata e il disossar parole”. Anna Maria Curci

*
Sono poesie della distanza, dell’addio, del rimpianto, della consapevolezza. Tutto duole già stimato, filtrato, osservato bene. Si oppone ferma e vigile la resistenza di un cuore che batte oltre lo “schermo” di separazione fatta d’impossibilità: il tempo, lo spazio, il corpo come confine, frontiera con una lacerazione insormontabile che non può, non vuole, non deve tacere. Una terra di mezzo che si fa di nessuno, nemmeno della voce che acuta ne esce con un grido (modulato ma grondante di dolore). Liriche a distribuire per capi d’imputazione amore, bene, arbitrio, quello che concerne una vita che si fa vita di tutti. Doris Emilia Bragagnini

:

Cristina Bove

:

Cadenze selvatiche

Le volpi hanno la tana
in luoghi d’ombre folte al nero seppia
costringeva la notte e andava scritto
indorando la pillola
a trangugiarla in fretta tra una spina di rovo
e un’assonanza aspra
sempre la stessa: ne ho confezioni piene
da terapia di giovinezza cronica
le volpi, si diceva, hanno la tana
a mezzanotte, è quella l’ora
basta un attimo dopo e il sottobosco
sparisce con un tuffo nella neve
____________ quelle argentate
han vita breve, finiscono in disparte
come piccole lune tra ramaglie

*

Dissezione

Non potrò dimostrare la scissura
che ci separa
una di me sfarfalla
e senza età senza quadri d’assieme
con occhi mare e guance di velluto
audace il piede danza
l’altra si accumula di neve
arranca sulla scala
________ ma non lo fare dicono
potresti traballare sui pioli
l’una che ride e si scatena a tempo
l’altra che accusa il tempo
non so quanto resisterò fra queste due
in bilico sul filo d’una lingua
sconquassata nel centro
pare facile dirlo in fondo è un muto
disossare parole
il centro è vuoto

*

Anima mia per tutto quell’azzurro

che non ti posso contenere in petto
il tempo non si adatta al tempo
la luce sopravanza alla sua luce
tu mi percorri d’apparenze immobili
mi declini nel verbo e nell’esistere
___________ è la linea che conta
e quanto più veloce s’allontana
quanto più non trattengo altro ricordo
più mi fiorisce in esistenze ignote
se mi disperderai
ossa per ossa – battiti di sangue
ti farò dono di serate docili
d’ombre sorprese dal precipitare
in zone di frontiera
il coraggio di vincere i miei anni
e amare ancora

*

Stanza come un teatro greco

Se per un giorno
uno soltanto che sono ancora bella ma non tanto
– ché le finestre specchiano il domani
in profezie di cedimenti –
se per un giorno
scrivessi a piuma d’oca le mie spalle quel tanto
da dirsene uno strano
settembre mai raggiunto
se per quel giorno
dovessi confessare un nome lancinante
usa ancora una maschera
ma sceglila che pianga nell’arena
come un dio disperato
un dio che muore

*

Pronuncerebbe se

di sera
ai custodi dell’età che incalza
tiene il discorso per metà
per l’altra ha piroette inventate lì per lì
guardala che s’impelaga la voce
ha ricadute in fissità
suona palude
proprio in questo momento che non sa
lo stratagemma del creare
avendone occasione se di fischiare accenna
trascrizione di versi in dettatura
non crederanno vera
se tentasse la via delle lavagne esperte
e in equazioni si esponesse
per quante spiegazioni avesse fiato
dai congiuntivi oppressa
si condizionerebbe a
l’arte della dimenticanza

*

Nessun traguardo, solo percorrenze

la distanza dai miei occhi ai miei piedi
è uno spazio infinito
dovrò passare sul mio corpo per
guadagnare l’uscita
semplice no? Basta atterrarmi
e invece d’afferrarmi alle giornate
abbandonare il sasso
il fuoco
il nugolo di cielo che m’incanta
e percorrermi tutta
– chissà quanto misura un’illusione –
oltre la mente affiora intanto un gesto
ravviare i capelli della luna
come fossero miei
è segnale d’arresto un reumatismo
anche un’indigestione
mi sovvengo di porri e peperoni
che non fanno poesia ma fanno il resto
e oso
farli complici esperti d’un addio
dalla testa all’ignoto

*

La mia faccia

poche o tante le strie non ha importanza
segnano i giorni d’ogni mio vissuto
non dico volto, quello sa di giro sul collo
io dico faccia
in questo mi rifletto, sono scritta di fronte
fino al mento
per chi volesse leggere.
Vedevo al molo di Posillipo
barche nuove con nomi sfavillanti
ma i fasciami di quelle capovolte
un senso di mistero alla bambina
e
come nei film rivisti tante volte
quando speri l’assurdo del cambio di finale
la volontà ridisegnava illogica
i colori del corpo nelle onde
adesso il viso.

*

Lathe biosas

Il sonno è parte della verità
disgiunge il corpo dai suoi vizi e virtù
l’innocenza è sparire.
La mia tunica ha trama di velario
sfalsa sulle caviglie
nel silenzio del passo.
Se poi la poesia è un’effige
una sequenza di parole in mostra
resto nascosta
sconosciuta a chi passa.

*

*

Cristina Bove è nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive a Roma dal ‘63. Ha cominciato da piccolissima a disegnare, a nutrire la passione per la lettura. In seguito si è dedicata alla pittura, alla scultura, e alla scrittura.  Negli ultimi tempi si esprime soprattutto in poesia, molti suoi testi formano le sillogi di quattro raccolte già pubblicate. Scampata più volte alla morte, ha grande comprensione per chi soffre, nel fisico e nella psiche. Crede nella libertà e nella giustizia, pensa che il rispetto della diversità sia un valore fondante tra gli esseri umani e ne sia inestimabile ricchezza. È alla costante ricerca del significato di questo infinito mistero in cui si sente immersa e partecipe. Ama la vita, i suoi cari, e tutti gli esseri umani dal cuore buono e dalla mente aperta. Considera la poesia un linguaggio universale, l’esperanto dell’anima.
Scrivere è per lei una sorta di rispetto per la propria e altrui memoria, un fissare con la parola il pensiero affinché non si disperda, e renda sacralità alla vita.
Ha pubblicato tre raccolte di poesie per la casa editrice Il Foglio Letterario:  Fiori e fulmini (2007), Il respiro della luna (2008),  Attraversamenti verticali (2009).
Per la casa editrice Smasher Mi hanno detto di Ofelia (2012) e il romanzo Una per mille (2013) ,
L’ebook Metà del silenzio (2014) per le Edizioni PiBuk.
È presente in diverse antologie: Antologia di Poetarum Silva (a cura di Enzo Campi), Auroralia (a cura di Gaja Cenciarelli), La ricognizione del dolore (a cura di Pietro Pancamo), Antologia del Giardino dei poeti (a cura sua e di altri poeti). Sotto il cielo di Lampedusa – Annegati da respingimento (a cura di Pina Piccolo – Rayuela), Cronache da Rapa Nui (a cura di Gianmario Lucini – CFR edizioni)
E in alcuni siti, tra cui: La poesia e lo spirito, La dimora del tempo sospeso, blancdetanuque, Neobar, Filosofi per caso, Viadellebelledonne.

Il suo blog  “ancorapoesia” e il suo “giardino dei poeti“.

:

Anna Maria Curci

2 maggio 2015

Nuove nomenclature e altre poesie – L’arcolaio, 2015

Anna Maria Curci pubblica poco e raramente, ma traduce spesso dal tedesco ed è attivissima sul piano della promozione letteraria. La partecipazione con singole poesie ad antologie di carattere etico e di denuncia la collocano fra quei poeti che non riescono ad adattarsi a questi tempi volgari, nefasti, immorali, dove vige l’imperativo immorale , come anticipato da Hobbes, homo homini lupus. Politica e cronache sono quasi indistinguibili perché compartecipi di un disegno di egotismo e di sopraffazione: la gente perbene non sa a chi rivolgersi, le solitudini scoppiano come angurie marce, il male vortica e confonde, la discriminazione fra bene  e il suo contrario manca di linea di demarcazione, al grido supplice risponde il silenzio dell’infinito.

Ma Anna Maria Curci artiglia nella sua poesia coltissima un presente terraneo e brutale che violenta pensieri e creature; la sua denuncia non ha risposte né illusorie consolazioni misticheggianti, figliastre di religioni e filosofie. Il suo sguardo coglie l’orribile nascosto sotto una bella apparenza, non è ingannata da una bellezza contaminata, siliconata, da manichino.

Il titolo stesso, Nuove nomenclature, rivela che, se nomen omen, allora occorre chiamare le cose, gli eventi, con nuovi nomi, oppure ripristinare il significato in cui questi tempi li hanno mercificati.

Dunque ci troviamo davanti a un doppio percorso di lettura, e, tuttavia, qualunque percorso si scelga, il senso non cambia.

I versi scarni nel metro e non nel senso denunciano che non resta molto da dire, l’invalida è totale, la bocca fatica a trarre sillabe ben accostate per una nuova parola; si ricorda ora lucidamente l’odore dei garretti recisi nella cella frigorifera del mattatoio del Testaccio, che ha “visto da bambina, funzionante”. È un odore pervasivo, non frutto di lavoro, ma di macelleria umana che resta appiccicato alla pelle perché pulviscolo aereo che contamina il respiro. Nei marasmi quotidiani non si coglie uno spiraglio di verità, un tentativo di carezza, un luccichio di bellezza: “Volano stracci intorno./ I veri hanno colori / da tuta mimetica, / inodore è il tanfo./…    …”.  Gioca raramente con la retorica la Curci  e questo ossimoro rischia di sfuggirci: tanfo/ inodore.

Già siamo talmente assuefatti che anche i sensi ci ingannano, sono diventati ottusi, penosamente imbelli: “E la sibilla libica rinnova/ torcicollo aggraziato: di massacro / in massacro volge lo sguardo a Onna.”  Da Misurata, terra sotto sequestro dai massacratori dell’Isis al Paesino, Onna, distrutto dal terremoto e mai più ricostruito.   Anche di lei si fa dire che ha “la testa in riserva”. Abbattuto un muro , l’uomo ha trovato il pretesto per erigerne tanti, pare che mettano ordine e intanto soffocano gli intrappolati.

L’opera, che ha una sua continuità di senso, è ripartita in “Nuove nomenclature”, in “Staffetta” e altre ripartizioni di cui diremo poi.

                                  

Indubbiamente “Staffetta”, parte corposa del libro, forse ancora più visionaria della prima, ma non simbolica né onirica, pur essendo scritta con un dettato meno aspro e mostrando in filigrana un io che fatica a farsi imago: “…/ Non mi distoglie scherno/ e quel pallore mio già m’innamora/ l’idillio di natura non ristora/ chi sceglie l’auto-inferno.”

La scelta dell’auto –inferno è la scelta consapevole, di chi sa e non vuole compromissioni ( leggere pagg. 54/ 55 ) e comunque se sollievo esiste resiste un attimo, quindi peggiora ogni futura situazione.

A mio parere, i titoli non sono ininfluenti, dunque Staffetta, all’interno di questo percorso, che cosa sta a significare?

Staffetta è una corsa in cui ci si passa il testimone, anche qui ci si passa il testimone, sempre lo stesso, dunque la consapevolezza di procedere in avanti è falsa, si corre in tondo, forse all’interno di un’ellissi. Ecco versi dichiarativi:  “Non ho voglia di puntellare, oggi./ Ho esaurito la pietas/ per fragilità immemori” ; “Moderato cantabile suonavo/ o leggevo, non so ( sai mi confondo) / a incaponirmi nel mio viaggio indietro/ per stanchezza, viltà, dila(ta)zione.”

La Curci prosegue nella sua staffetta  e passa il testimone spesso, ma è gioco crudele e dissennato perché il testimone è uno strumento di efferatezza, irride il principio di realtà, irride chi per un istante si è fatto abbagliare.

Le altre poesie del titolo fanno riferimento ad argomenti a latere. Più  miti? Non direi. se anche la madre diventa tessera di questa efferata realtà, eppure il libro si chiude con due poesie, la prima quasi a disconferma di quanto affermato nelle pagine precedenti (.. ma lei, la cura, alza le spalle e cuoce.), la seconda confermativa (nel duetto di farsa e illusione/ perso per sempre il notturno d’incanto.).

Lasciamo questo dubbio a Anna Maria: è così difficile conquistare l’alba senza neppure una briciola di bellezza nello sguardo.

 

Narda Fattori

 

 

dalla sezione Nuove nomenclature

 

Lumpen – prefisso

 

Volano stracci intorno.

I veri hanno colori

da tuta mimetica,

inodore è il tanfo.

 

Nella notte ti culli

e ti spaventi a vuoto

per Lumpen variopinti

(rinnegati parenti).

 

Il cencio del risveglio

non porta la ragione.

pre-fissi la coscienza

con novelitas lumpen.

 

*

 

Macelleria

 

L’ho visto, da bambina, funzionante.

Era a Roma, era al monte dei cocci.

Mio padre, col suo camice e coi timbri,

lo conosceva con l’antico nome.

 

Fu la sua sede poi in periferia,

innocuo il nome: solo centro carni.

Con Brecht, Santa Giovanna dei Macelli,

pensavo al mattatoio di Testaccio.

 

Sociale, sale ancora a narici

marchiate squarto di macelleria.

In cella frigorifera hanno messo

quel ricordo di garretti recisi.

 

*

Onna

 

Di donna è il volto sfondato. Spalanca

seriale il paradosso di cartone

malamente inchiodato a Misurata.

 

Lei, l’oltraggiata, dispiega lontano

a fil di voce il sembiante. Puntella

pertinace l’assenza d’elezione.

 

E la sibilla libica rinnova

torcicollo aggraziato: di massacro

in massacro volge lo sguardo a Onna.

*

dalla sezione Staffetta

 

Fuori classe

 

A fatica trascino

le quattro carabattole più amate

case-motto da manto declassate

a ripari ambulanti.

 

A sostenere il mondo

per velleità prescelta ti condanni

d’abnegazione tu sciorini i panni

e sempre giri in tondo.

 

Non mi distoglie scherno

e quel pallore mio già m’innamora

l’idillio di natura non ristora

chi sceglie l’auto-inferno.

*

«’Namo donne che oggi so’ matta»)

 

Non ho voglia di puntellare, oggi.

Ho esaurito la pietas

per fragilità immemori.

 

Non ho voglia di chiosare, oggi.

Ha bevuto, il plumbago,

e sa ricompensare.

 

Non ho voglia di pescare, oggi,

refusi propri e altrui

sul pelo dello stomaco.

 

Non ho voglia di ballare, oggi,

la quadriglia dei cannibali

all’idiota.

 

Punto i piedi, faccio la verticale,

salgo sullo sgabello

e canto.

*

Moderato cantabile

 

Moderato cantabile suonavo

o leggevo, non so (sai, mi confondo)

a incaponirmi nel mio viaggio indietro

per stanchezza, viltà, dila(ta)zione.

 

*

dalla sezione Canti dal silenzio

V

 

Della pioggia a dirotto e della cura

che tutto abbraccia e mitiga e separa

e molce e scinde imbeve e poi asciuga.

 

Ha una cuffia piccarda o un berretto;

mette a sghimbescio un cappello consunto

se armeggia con cesoie, giardiniere.

 

Sul fuoco, a sobbollire prende tempo.

Cronomisuratori stanno in guardia

ma lei, la cura, alza le spalle e cuoce.

*

VI

 

un fantasma la serva di scena
nei giorni del gelo senza voce

 

Gli occhi abbassati sulla tela grezza

non scorgono altri cenni d’intesa

mentre esamina lembi e suddivide

toppe e rinforzi di primo soccorso.

 

La schiena scricchiola senza spartito

precipita la suite della speranza

nel duetto di farsa e illusione

perso per sempre il notturno d’incanto.

Anna Maria Curci

3 gennaio 2015

Inediti 

 

Quesiti, VI

Di che materia è fatta questa morte?
«Ghermisce» è una parola accovacciata.
Bivacca, perde il pelo e pure il vizio,
sta nel disinteresse la sua chiave.

 

*

 

In disarmo

L’occhio lacrima e il sogno è in terapia.
Lo zelo ha chiesto un collettivo di classe.
La volontà diserta l’assemblea.
La trovi – punkabbestia – al lungofiume.

 

*

Cade il suono

 

Cade il suono

come il tonfo di un remo

nel silenzio.

Non ha dita –

le aveva forse un giorno –

solo accenna

 

pianoforte

tastiera immaginaria

dipartita.

 

*

 

Del saltimbanco

 

Il vestito di scena,

riposto e ripiegato,

mi guarda e tace.

 

Del saltimbanco

racchiude il ricordo

e non rinnega.

 

*

 

Accuso insonnia

I
Quando il coltello si aggira tra il consueto
è troppo tardi per scapole ciarliere.
Parole penzoloni, la baldanza
è farina, cade a pioggia.

II

A piegare il già visto e soppresso
ancora sfrutti l’epigrafe sonante.
Sorda ai presagi zittiti, quella si libra
volontaria e coscritta allo scherno.

III

Potessi ripiegare i giorni addietro,
al mio passato si affiancherebbe morte
con il volto scoperto, compagno di piccozza
e di sentiero. Con altro sorriso m’incamminerei.

 

http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it/

Anna Maria Curci

4 febbraio 2014

a.m. curci

’Namo donne che oggi so’ matta

Non ho voglia di puntellare, oggi.
Ho esaurito la pietas
per fragilità immemori.
Non ho voglia di chiosare, oggi.
Ha bevuto, il plumbago,
e sa ricompensare.
Non ho voglia di pescare, oggi,
refusi propri e altrui
sul pelo dello stomaco.
Non ho voglia di ballare, oggi,
la quadriglia dei cannibali
all’idiota.
Punto i piedi, faccio la verticale,
salgo sullo sgabello
e canto.

***

Quartine della Morra
I
Vado dietro a Isabella e non mi pento –
«Torbido Siri, del mio mal superbo» –
Non è cupio dissolvi, né spavento,
volto le spalle a tal marciume acerbo.
II
Volteggia e mi picchietta sulla spalla
– mentre procedo al fiume agile è il passo –
la gazza, contraltare alla farfalla.
Luci raccatta e ingoia senza scasso.

III
Me ne lancia qualcuna, noncurante
degli sguardi affidati alla sterpaglia.
Subito appare, piana e già tremante,
la solita ragione che s’incaglia.

***

in-zwischen
in quei giorni
in cui la vita
in altri spazi
invasione appare
indebita e viziata
incursione banale
incede il dubbio

***
16 ottobre 1943

Se Cassandra è Celeste,
è vestita di nero
è scarmigliata e sciatta
è fradicia di pioggia.
A vuoto profetizza,
scombinata com’è.
«Sfiduciata speranza»
apre gli occhi e li chiude.
Nell’alba successiva
le grida stropicciate.
Razzia, rastrellamento
nel cielo grigio topo.

***

Cosa porto con me se non la prosa
Con i segni severi e un po’ noiosi
banale rosso-blu non stendhaliano
li vorresti dismettere, donare
a qualche volontario dell’attesa
officiante in perenne contrizione.
Sono gli erbari di delitti e pene
strizzati tra la carta dei giornali
mucchi pile plastica in sacchi scuri
atti impuri di stomaco acquietato
ripostigli ribelli e impolverati
di sdegni da bas-bleu beneducata.
Da graffiti e patacche d’ordinanza
(soffritto espande aromi già sfiatati)
non si sgancia il respiro e non depone.

***

Traducendo Zärtlich di Oskar Pastior
Con Pastior porto le civette ad Atene;
gelosamente, al ritmo di Tirso.
E mi sorride la saggia noncuranza
del cuore che saltella, carezza
immemore di ingorda indifferenza.

Anna Maria Curci

Anna Maria Curci

12 marzo 2012

Sosta

E potrei perdermi, se vuoi,
nel verdeoro di un autunno affamato.
Già la sanguigna disegna i bordi
saturi di attesa.

Strizza, l’occhio sorpreso.
Sfonda la calza
l’alluce impaziente.
Nel tascapane ho il filo del rammendo.

Mi rammento di te,
voce vecchia e suadente,
e non ti seguo.
Scende la brina dell’inadeguatezza.

Incurante, se la ride la guazza.

Lapsus

Ho sognato stanotte
di un filo non più teso
a scongiurare il vuoto
eterno agguato al gioco.

Già mi prefiguravo
lo slancio spensierato
che affrontava di petto
l’esito capovolto.

Continuavano il gioco
sulle terrazze al sole,
neanche lo sguardo alzava

al grido chi era assorto.
Che cosa vuoi acchiappare
nel campo di segale?

Massacro in Sol Maggiore 2011

e senza prole è il discettar

di Kant e Schiller

Giorni fradici, questi,
ma di sguardi sfuggenti
e riluttanze in lotta
con ragione e senso.

C’è ancora chi mi chiede:
“Ma non l’hai fatto anche tu
nel tempo di tua gioia
naif non fuggitiva?”

Mi guardo avanti e indietro
su quel ponte crollato
e dei silenzi cerco
il fondamento: invano.

Evita il controcanto
la nuova tonalità.
È forse solo un cambio
da maggiore a minore.

Dopo la scarnatura

È concia di sorrisi
a grinze plissettate.

Senza sale né cromo,
senza allume di rocca.

Soluzione segreta
dopo la scarnatura.

Sono i giorni feriali
i veri funamboli.

Su una improvvisazione di Jaco Pastorius

Sovverte, nonchalante,
la cascata di note.
Sorprende a grappoli
e sprigiona il ricordo.

Pare facile, dici,
dispensare bellezza
da una corda di basso
Ma il drappeggio è salato.

Alle stelle si urla il prezzo:
di armonie irridenti
è mercato nero.

Se dovessi intitolare questa mia lettura, e dare un titolo è come cercare un primo bandolo,  sarebbe senz’altro “Il filo di Anna Maria Curci”:  il filo da rammendo nel tascapane in Sosta,   quello “non più teso” in Lapsus, il filo-ponte o il filo-corda o anche rigo di pentagramma per la musica o la dissonanza in Massacro in Sol Maggiore 2011 e Su una improvvisazione di Jaco Pastorius, il filo sotteso ai “giorni feriali / veri funamboli”, come recita il bellissimo distico finale di Dopo la scarnatura.

Il “filo”, dunque, che Anna Maria Curci fa e intesse con il lettore, è quello relativo a un mondo da dipanare (vedi i diversi riferimenti alla natura concreta, anche materica, nelle poesie del post), soprattutto fra sé e sé  (ma non con futile e sterile autocompiacimento), prima ancora che con l’altro.  Quasi tutte le poesie, infatti, presentano il punto di vista dell’io dialogante lungo il proprio avvolgimento esistenziale che, fermato nei piccoli nodi, il più delle volte metricamente asciutti dei versi, nei momenti di domanda  o esortazione, si rivolge a se stesso in “seconda” persona.

“Che cosa vuoi acchiappare / nel campo di segale?” (si) chiede, per esempio, all’interno di Lapsus;  “Mi rammento di te, /voce vecchia e suadente, / e non ti seguo” risolve in Sosta, oppure (si) esorta: “Evita il controcanto / la nuova tonalità”.

L’esito di questo colloquio non è certo né definito, né potrebbe esserlo  in itinere, soprattutto in un andare poetico;  “Pare facile, dici, / dispensare bellezza / da una corda di basso” scrive Anna Maria, collocandosi all’interno di un dire  “dal basso”, non certo per mancanza di mezzi letterari, ma come modalità del dire onesta e, credo, più propriamente cucita sulla propria pelle poetica.

Un dire piano, ma profondo: “ dei silenzi cerco / il fondamento” (e questo avviene anche se “invano”), mentre tutto attorno crolla o presenta “ riluttanze in lotta / con ragione e senso”;  un dire che, proprio per questa assunzione di attenzione e aderenza responsabili all’intorno, è meglio che rifugga dal controcanto e dalla “nuova tonalità”, soprattutto quando questa distolga dalla sostanza o addirittura significhi solamente un essere alla moda nella forma.

Così, se rispetto alla riluttanza e agli “sguardi sfuggenti”, c’è “ancora chi mi chiede” (chiede all’autrice), “Ma non l’hai fatto anche tu / nel tempo di tua gioia / naif non fuggitiva?” (laddove in quella gioia “naif“, “non fuggitiva”, non sfugge appunto, il cenno – “dal basso” – a  “Silvia” di Leopardi), la risposta, forse, è riflettere su quel “solo un cambio / da maggiore a minore”;  infine, pure se la guazza “se la ride”, è comunque importante quel “filo del rammendo” nel tascapane, non fosse altro che per la bella paronomasia con “rammento” che è, in definitiva, del filo, la chiave.

Margherita Ealla
http://margheritaealla.altervista.org/blog/

Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna.
Scrive sul blog “Cronache di Mutter Courage“,  su  “Unterwegs/In cammino” ed è tra i redattori di “Poetarum Silva”.
Suoi testi sono apparsi su riviste (Frontiere; Journal of Italian Translation; Traduttologia; Periferie;  Il 996 – Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli) e antologie (La notte, Roma 2008), sui blog La dimora del tempo sospeso, La poesia e lo spirito, Neobar, Carte sensibili, VDBD- Viadellebelledonne,  e sul sito “Poeti del parco”. La silloge Inciampi e marcapiano è del 2011.
Ha tradotto poesie di Rose Ausländer, Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard, Marica Bodrožić, Dietrich Bonhoeffer, Bertolt Brecht, Christine Busta, Paul Celan, Hilde Domin, Marie Luise Kaschnitz, Christine Lavant, Else Lasker-Schüler, Rainer Malkowski, Christian Morgenstern, Novalis, Alev Tekinay, Georg Trakl.