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Bianca Bi

18 settembre 2016

BiBi (1 of 1)Bianca Bi è lo pseudonimo di questa poetessa i cui versi ci è piaciuto che fossero letti anche qui nel Giardino.

Dice di sé:
sono nata a Torino nel 1982.
Il mio rifugiarmi dietro Bianca non vuole essere irrispettoso verso l’Altro… ma ho bisogno di esporre lei al mio posto, per ora..
Spero di non averne più bisogno un giorno.
Rispetto alla presentazione non saprei proprio che scrivere…
non so molto di poesia e se sia definibile poesia questa…

 

 

Magari saranno i lettori a deciderlo, eh? (c.b.)

 

 

Non c’è più rumore

non c’è più rumore qui
nei miei pochi gesti
in questi miei quieti rituali.
quel rumore che sa di dolce
quando investe ondoso
gli oggetti cari di una casa
e tocca…
il vestito blu che prega sopra il letto
la tazzina di caffè incrostata di rosso
la chitarra senza corde e scarpe sparse
le penne senza inchiostro
e quello specchio che non mi
riconosce. non c’è più rumore qui…
fuori qualcosa è rallentato
fuori anche è silenzioso.
questa casa ha il pavimento ferito
e in fondo alla sua piaga a sconfinare
i gemiti e le risa
il rumore di una voce
la carezza d’un saluto…
dovrò dirlo al Signore del piano superiore
gli dirò di rattopparmi il pavimento
gli dirò che ho un male dentro il petto
lì, dove non mi ha più colpito
mi fa male

 

 

Terra bianca

mi chiamano col nome dei loro sogni
dimenticando la mia prostituzione
ed io ci credo per un poco
e anche loro
d’esser maria, susanna
d’ essere un sogno
a volte le madri coi nomi dei figli
che non ci son più
ed io ci credo per un poco
e mi guardo fantasma
quanta sabbia che troppe carni improntano
quanti buchi m’adornano la pelle
e non vi cresce un fiore
da questa terra bianca
non una rosa d’amore perché
non ne so nulla di fiori
e d’amore? e il bianco è colore sottratto
mancanza di ombre e zolle
una violenza mi serra le palpebre
e mille scultori m’intagliano le spalle.
solo si dica a qualcuno
per pietà,
che quella sono io.

 

 

Da quando non so

ho una tortura da coltivare
da quando non so
e vedo il mio affanno
la corsa
il movimento convulso
lo zampettar del topo
nella ruota che gira
in ogni dove diretto
e in nessun luogo
il suo esausto andare
senza poter partire

ho una tortura da coltivare
in questo mio tornare e sostare
dietro le cose
prima dei nomi e dei suoni
di cui è impastata la certezza
quella che inchioda alla  lingua
una parola prestata
una forma pretesa
tanto è proibito sanguinar di sangue ignoto

io coltivo la mia sottile emorragia
nella spasmodica ricerca di quel luogo sperduto
puro

come un’infinita vocale straziata
di quel luogo innominabile e forato
da dove son partita
di quel gemito composto di lingua trafitta
che mi fu genesi e tortura

 

 

Per F.

caro..
a volte parliamo suoni incomprensibili
parole agonizzanti
lottiamo contro pareti irte e invisibili
soffriamo il tedio della luna
con gl’occhi fissi su paesaggi immutati
le nostre ombre ci agguantano da dietro
gl’intimi nemici ci abitano il corpo e non riusciamo
a scacciarli, non riusciamo.

caro..
si brilla a stento in questo buio
e si brilla piangendo
colando lacrime dense e ceree
gridiamo al seno di una madre
che siamo ancora piccini e fiochi
immersi nell’oblio del suo collo di miele
nella dolce apnea delle  sue terree caverne
le chiediamo la pietà di non pretendere
da esili candele
di competere con la luce del sole.

 

 

Io Vado

Quanto poco si posa lo sguardo
e si riposa
in questo rotolar d’ossa nella vita
senza ritmo di piedi
né volere di muscolo,
io vado

e vado
nell’abbraccio impreciso di
questo ammasso di tatto che deruba
la pelle
del suo centimetro di pudore
e non v’è fiore che soffermi
o quieta alba che commuova
o punto esatto del dolore che mi possa orientare
vado e vado e tanto vado
e Tu?

quando giungo nei pressi del tuo stare
con le salde gambe color legno
ecco afferrami  al tuo appiglio
che a me basta ritornare un po’ più in la
un po’ più indietro
in quella danza di passo che era il vivere
ancora in tempo per non cadere

 

 

Si è lacerato l’abbraccio dell’edera

si è lacerato l’abbraccio dell’edera
un’assenza è rimasta nei luoghi comuni
nelle mie stanze una fioca luce
e penombra di parole
cocci sparsi idee sgualcite
ho preso il primo vento che passava
per guardare alle nuvole gli occhi
e imparare da loro ad ammaestrare il vuoto
qualcuna si è fatta cupa…
il vento è fermo all’ultima stazione
un corvo gracchia minaccioso
o forse ride? fugge?
si sfaldano le nubi in piogge sanguinose
l’altitudine gravida di precipizi è partoriente
che si apparecchi il posto vuoto
m’avvinghi ancora alla sua pietra il suolo
rialzatemi fiori e bambini
ché ho confuso il cadere col volare.

 

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