Archive for the ‘Blumy Sotis’ Category

Blumy Sotis

11 novembre 2014

blumy

 

Ho imparato l’addio

Ho imparato l’addio dalla mia culla d’acqua,
l’amnio che mi nutriva e mi narrava la mia storia
nella lingua degli uomini.
Innocenza e sogno era ancora lo sguardo
dentro il blu della notte,
quando l’infanzia raccontava di stelle
che sfilavano via e nell’incanto,
nel mistero del brillio c’erano tanti si.
Si per la mia piccola vita di bambina,
si per quelle notti a cielo aperto sfolgorante,
si purchè finisse lì, senza domande.

 

 

Il sonno mi ha raggiunto

Il sonno mi ha raggiunta mentre percorrevo
strade di rose, e non so ancora se fosse sogno
o se camminassi in un mondo parallelo
dove tutto è leggero, persino allontanarsi
da se stessi; con un battito di ciglia
salutare ciò che rimane intorno,
ciò che di noi veniva raccontato
e continuava. Adesso il battito cessava
o, forse, s’era assopito per un poco
e non c’era coscienza del distacco
nè dolore (come accade quando qualcuno
se ne va e non c’è nessuno a salutarlo).
Vorrei, quando la pioggia diventasse neve,
e poi la neve fango scuro,
addormentarmi tra le rose.

 

 

La bambina kamikaze

Io volevo essere scoppiettante, scintillante,
una stella a cinque punte,
essere una fioritura di luce e gelsomini,
vestirmi di lucciole e di luna,
andare in alto come fanno gli aquiloni,
contare fino a dieci e poi scoppiare
in atomi di luce, essere io la luce
in un gioco immaginifico,
un giogo che mi ha stretto dentro il buio ,
dopo lo scoppio mi ha trascinato in mezzo ai morti,
nel buio nella cenere nel nulla.
Io che volevo essere unica.

 

Non pulite la casa

non pulite la casa
la casa
la casa è per i morti.
camminano a piedi nudi, in silenzio,
e con un occhio solo
vedono tutta l’esistenza
i monti gli alberi
il mare
in cui nuotano i sogni annegati
i morti stanno in un’anticamera,
in attesa su un letto già rifatto
e aspettano, aspettano
che il buio li faccia entrare
attraverso la sua porta scura
e affilano la lama del dolore
per squarciare l’ultimo velo,
per attraversare
l’ultimo giardino

 

 

I suoi blog: Lettere senza destinatario   e Visioni

 

 

 

 

 

 

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Blumy

15 gennaio 2013

blumy

                     

Si svela una malinconia non reticente in queste poesie di Blumy che lacrimano un canto sommesso di buone immagini, precise, ma non innocue né ingenue.

Blumy ci rivela una lunga confidenza con la poesia e anche con il suo strumentario retorico, poi però pare dimenticarsi di tutto e lasciare correre l’emozione , il pensiero e la visione nella discesa senza appigli di una solitudine dolente, di un rimpianto non celato, di un sogno che il vento della vita ha abbattuto senza riuscire a prendere il volo.

Questo breve rosario di poesie si apre con una lamentazione sulla madre perduta, fragile donna, forse fragile amore, ma comunque riparo contro le tempeste della vita;  la madre, per i tanti poeti che l’hanno cantata assurge a dimensioni tragiche o ludiche, amorose e /o nostalgiche, mai superflue perché le madri sono il canto e il pianto di ciascuno di noi, sono il nido e l’assenza, oppure il  nido che il tempo ha svuotato e allora ci mancano appigli, forse il respiro di cui tingeva l’aria..

E’ molto dolcemente dolente la madre ritratta da Blumy, una madre quasi ossimorica, ma donna per una figlia che con dolore ha lacerato il cordone ombelicale.

Ma così è la vita: un andare per sottrazioni successive fino a trovarsi quasi niente del pieno di sogni e sentire aspra la mancanza, avvertire che si sono persi i piedi per salire fino alle stelle. La teoria dei fallimenti perdura e tanto più perdura quanto più si era sognato:

 “Non è così, io lo so che son caduta embrione
e poi bambinastella con le braccine tonde
e già grumi di pianto dentro agli  occhi

 

e nostalgia del tempo che non era ancora
tempo, ma una favola nuova, una nuvola in testa”

La confessione non è resa per rendere conto a nessuno: la poetessa è a se stessa che deve rispondere , forse per placare l’ansia, forse  per trovare risposte, forse solo per fare chiarezza. E questa nudità impudica si smuove e ci commuove, ci spinge a fare i nostri conti, di pone davanti allo specchio delle fragilità personali.

Ma Blumy è donna di coraggio oltre che poeta, donna d’onore si direbbe  in altri campi , e allora, pur non giocando mai al massacro, al contrario, tenendosi sì al centro ma senza indicare e chiamare correi,  fruga  dentro di sé, e in una danza di veli che ad una ad uno cadono può permettersi di dire:

“Con ferocia ho nidificato
dentro una casa piena di rughe
di rune ruscelli piccoli laghi
storie di navi che salpano
portandosi via un volto una voce

….”

Di Laura nella poesia dallo stesso titolo non sappiamo niente di biografico, sentiamo il  dolore furioso di chi tiene lontano cavalcando venti tempestosi e l’impotenza della poetessa “con le mosche tra le ciglia”, quindi di vista confusa , ronzante, fastidiosa. L’incapacità, l’impossibilità, di agire verso chi ci è caro per sottrarlo ai mali che infestano la vita.
Poetessa isolana, ogni nave in porto è vuota di sogni e ogni nave che salpa ruba una voce e/o un volto.

All’inizio di questa breve nota  ho definite queste poesie caratterizzate da “ melanconia non reticente”; in questa ultima riga riconfermo quella che era stata la prima impressione, aggiungendo però la padronanza di una voce che non si piega al lamento, che mira direttamente al cuore e all’intelligenza, perché la sola intelligenza è insufficiente alla comprensione né il solo cuore è reggerebbe l’urto degli eventi. Inoltre, svelato, il dettato e la sintassi poetica è salda, padroneggiata, ferma, perfino morbida nella quotidianità delle parole.

 Narda Fattori

                     

Come le stelle e la luna sopra noi
Madre che stai dentro le mie tasche
o tra le pagine di un libro;
tu ch’eri passero fragile
e ombrello che mi riparava,
cancella, ti prego, la ruga dell’assenza,
svuota del silenzio queste stanze,
regalami parole e sorrisi e la luce che consola
come quando gli occhi guardano in alto,
e altro non si sente che il respiro del mondo,
il rumore lieve della vita che si muove
come su un filo sottilissimo,
così come camminano le stelle
e la luna sopra noi.

 

 
Nuvola
E ancora sento che non c’è direzione
nemmeno un seme  che il pugno getta nel terreno
ha l’incertezza l’imbroglio del non saper dove andare

cadere sì, cadere inutilmente, senza un progetto
a lungo termine, qualcosa di chiaro, illuminato.

Non è così, io lo so che son caduta embrione
e poi bambinastella con le braccine tonde
e già grumi di pianto dentro agli  occhi

e nostalgia del tempo che non era ancora
tempo, ma una favola nuova, una nuvola in testa

E poi dentro la pancia di mia madre
e poi e poi  bisognava cacciarla via,
farla scoppiare prima che fosse pioggia e temporale,
quella nuvola che poi sono diventata

               

Polvere e vento

              
E dimmi: quanto di questa polvere,
del vento che la scuote e la trascina via,
quanto io sono polvere,
quanto sono quel vento
che mi fa tremare, allontanarmi,
disperdermi dentro l’aria gelida
che ingoia il  paesaggio, le cose,
le case, la fretta inutile delle strade,
le storie dentro le stanze,
i gemiti i silenzi le parole
che vanno via, si scompongono
mentre la bocca le pronuncia;
quanto io sono il vento che cancella,
la polvere che s’alza
come se avesse vita propria
e poi rimane, s’adagia sulla terra,
arresa, stanca, invisibile quasi.
Quanto sono polvere e vento.

                 

Erosioni

La casa dove vivesti
ha fenditure ove nidificano
le formiche della memoria

(camminano dentro la testa,
portano via, a mucchi, lentamente,
i grani di passate stagioni
e accumulano, per un inverno che è già qui).

Nelle stanze più interne,
quelle costruite nei tuoi recessi più profondi,
ci sono crepe che si allargano,
erosioni che saranno voragini,

Fino a che non ci sarà che il vuoto,
un buco nero,
come per la morte di una stella.

E chi passerà dopo di te
vedrà ancora l’indifferenza
delle formiche che non ricordano,

la piccola anfora del tuo corpo
le sue minuscole incisioni indecifrabili.

                      

Ho nidificato

Con ferocia ho nidificato
dentro una casa piena di rughe
di rune ruscelli piccoli laghi
storie di navi che salpano
portandosi via un volto una voce
qualcuno in gennaio
che senza avvisarmi partiva
lontano lontano in quel dove
io annaspavo fluttuavo
e ancòra ondeggio mi lascio
predare ogni giorno ogni anno
degli anni dei giorni i ricordi
che stanno a mezz’aria  a colori
acquarelli cortometraggi
dove la fine è l’inizio
E dove io torno bambina
appesa a una mano
che non è la sua.
Io cerco mia madre.
e vorrebbero portarmi via
dalle mie ragnatele  dal buio
dove cammino sonnambula
sveglia. Ah, lasciate che ancòra
non salpi,  lasciate qui l’àncora
dei miei cinque anni.

             

Laura

Laura è il bosco e il colle
è Il vento corrucciato di maestro
che galoppa con tori di nuvole
è Il tuono tempestoso
la voce cupa della notte
Laura corre sopra la mia testa
parla della sua figlia folle
persa tra i canali di Amsterdam
io la guardo con le mie mosche tra le ciglia
e ascolto in silenzio la sua ira
Laura che non si placa
nemmeno dentro il buio

Come un passero dalle remiganti tagliate.

                          

Famiglie

Dall’alto mia madre gestisce le maree,
è madreluna, madre che io non sono stata,
io che m’ingravido di nuvole
e mi rovescio sopra il mondo

mi disfaccio in pioggia in pianto
sono fiume senz’alveo
che s’infogna si perde trascina con sé
memorie intatte, e il tempo ch’è franato.

Indisturbata, quasi dea, da trent’anni
mia figlia sta sopra la credenza
mi guarda assente imperturbabile,
marmellata di fragole e lamponi.

                    

Blumy nasce in un’isola antichissima del mar Tirreno, dove Arabi, Fenici, Cartaginesi, Spagnoli hanno lasciato qualcosa di sè. Ichnusa è l’orma di Dio su quell’isola e lei crede all’orma, crede al sandalo e non crede al Dio.
Scrive i suoi vuoti, le sue domande senza risposta, le sue perdite, le sue sconfitte, la sua solitudine e i sogni andati a morire altrove.

I suoi blog: Lettere senza destinatario   e Visioni