Archive for the ‘Claudia Zironi’ Category

Claudia Zironi

1 ottobre 2016

Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni
prefazione di Francesca Del Moro,
postfazione di Vladimir D’Amora
Il libro è edito nella collana “Poesia oggi”
di Marco Saya Edizioni, Milano, 2016
                           

Dalla prefazione di  Francesca Del Moro

“Nella foto di copertina, fotogramma del film Poltergeist di Tobe Hooper, una bambina è inginocchiata davanti a un apparecchio d’altri tempi, in una posizione che suggerisce fascinazione e al tempo stesso adorazione. Due sentimenti che attraversano tutto il libro, in cui al televisore, divenuto via via più grande e piatto, si affiancano i frutti di più recenti evoluzioni tecnologiche: computer, Tutti strumenti funzionali a mantenerci in contatto con il nostro essere virtuale, micro-innesti bionici che,infilati nella nostra mente, alimentano un mondo popolato da fantasmi e spettri.”
                                   

i fantasmi si riempiono di frutti le mani
sorella, respirano come i vivi, soffrono
camminandoci accanto dal confine
di quella dimensione della mente. muoiono
in mare e nei campi, sono come lampi
bagliori velocissimi attraverso la stanza
neri. poi gli schermi si spengono
e i latrati nella notte. ora dormi.

 

                                      

FANTASMI: LA POESIA
E se la poesia si reggesse sull’equivoco di vite sospese?
Che solo da un certo bilico di confini potesse venire il sublime come errore.
Se fosse più vicina alla morte di un nido abbandonato nel fango di ottobre o di una spuma d’onda; un’incomprensione della convenzionale accettazione di un transito, istintività deviata di propagazione, difetto di visuale come un occhio dal nervo malato che sfochi i primi piani, un orecchio sensibile solo agli acufeni tanto da confondere nel cervello la percezione del reale.
Se i poeti per ciò si riconoscessero senza potersi accoppiare, incapaci di lasciarsi in eredità, muli sterili assediati di visioni, separati: se fosse un difetto dell’amore, come un gene zoppo, una mancanza partorita, quest’arte?
Se fosse sintomo di un fantasma nella mente?

                                          

FANTASMI: L’AMANTE
Amore mio se tu esistessi vedremmo lontano ognuno con i propri occhi, ci risuonerebbe dentro il mare, a te quieto, a me in tempesta, non avremmo bisogno di conoscerci per stare vicini, non sogneremmo mondi di plastica per fingerci vivi, non moriremmo in una caverna, faremmo viaggi lontani in posti diversi, scriveremmo solo di luce e di acqua, non avremmo bisogno di propagazione, saremmo api e stelle marine, sarebbe il tempo ad aspettarci, non saremmo nulla se non soli, se tu esistessi amore.

                                                 

padri nostri che state in terra
non vi perdoneremo il seme
non avremo compassione
che di noi stessi, per gli specchi
che a vostra immagine
avete generato. dalla terra
apprenderemo un abbraccio
quando dei vermi sapremo
la regola dell’esistenza.
dateci oggi un gesto insano
a chi è terra nel silenzio
mentre tutto ride, intorno.

                              

con la mano nella tua mano
contavamo le formiche
risalire un tronco morto
in un tempo lunghissimo
che non abbiamo avuto

                                                
                                    

Con Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni, suo terzo lavoro nel giro di poco più di quattro anni, Claudia Zironi compie un ulteriore passo in avantinella costruzione di una poetica personale quanto autentica.
L’idea di poesia che presenta nelle sedici sezioni in cui è diviso il libro, mostra infatti una complessità e una stratificazione del pensiero in piena continuità con i titoli che lo hanno preceduto, ma anche una spinta in avanti per quanto riguarda caratura e maturità del dettato.
Se in Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni risiede ancora la messa in scena, sempre aperta, schietta, priva di infingimenti, di un desiderio che è sì erotico, ma anche di relazione alta, di congiungimento attraverso il pensiero della persona amata eppure fantasmatica, ecco appunto presentarsi con maggior forza e compiutezza rispetto a Eros e polis una riflessione sulla perdita totale di fisicità per quanto riguarda l’esistenza umana. Un venir meno che è e resta tragico patrimonio dei nostri tempi, quindi non ancora sperimentato appieno in tutta la sua potenza, quindi ancora da pensare, da ragionare.
Zironi guarda al distacco che si crea fra corpo e corpo, fra il bisogno di contatto e il nascondersi dietro quelli che Francesca Del Moro nella sua prefazione stigmatizza come “i frutti di più recenti evoluzioni tecnologiche: computer, tablet e smartphone”. Ma in questo distacco intravede l’elemento del desiderio che ancora muove l’uomo, cioè il voler appartenere alla materia, non all’effimero. Perciò l’autrice afferma di trattare “lo schermo, questo simbolo della nostra epoca, che pilota e annienta la fantasia, che si sostituisce alla volontà e ai valori, che sta mutando molto più profondamente di quanto ci si renda conto i nostri comportamenti sociali e artistici e sentimentali, come oggetto nella sua funzione specifica, ma anche come prisma che filtra e deforma la realtà: amore, eros, rapporto umano”.
Libro ricco di rimandi e citazioni, Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni non si ferma solo a questo specifico: nel suo essere estremamente composito quanto pluristratificato nelle indicazioni di senso, nello sviluppo dei temi, ha l’ambizione di abbracciare un campo vastissimo di tematiche (“L’amore e la morte, la carne e il linguaggio, l’osservazione della fenomenologia fisica e il suo compenetrarsi con la metafisica, i tributi alla filosofia, all’astronomia e alla fisica, la negazione della verità e della storia, echeggiano contro le pareti della caverna platonica in cerca di un punto di rottura che le mandi in frantumi” conferma l’autrice) come ad abbracciare il mondo, che sempre più sembra voler sfuggire a un giusto desiderio di matericità, di fisicità.

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Claudia Zironi

6 novembre 2015

                                               Il paradosso di Copernico

Scriverò del paradosso di Copernico
di essere qui eppure altrove
Immobili e già andate
le mie bambine
le mie ragazze
e l’amante fidanzata sposa
La figlia poi madre poi figlia ancora, differente

Andate in una rivoluzione di cellule.
Inesorabile nel conto degli anni
ricambiò il corpo e la mente.
Confonde i ricordi della pelle
come quelli delle labbra
e dell’udire

Ogni senso ogni pensiero appartenuto ad altra
Di esso un’orbita nella materia
solco che rapido si rimargina
E si ostinano a chiamarmi
con il nome della nascita
Ciò che è scritto già non mi appartiene

altro qui

Claudia Zironi

26 maggio 2014

image(1)

                                               

Il tempo dell’esistenza  ( Marco Saya edizioni) 

Compito del critico vero e proprio, quando si accosta ad un testo – specie di poesia – è quello di saper scoprire e valorizzare gli aspetti lirici ed i riferimenti cosi detti “ alti “ che egli ha creduto di riscontrare nella sua lettura, io invece credo che il compito del semplice lettore di poesia – quale io mi ostino a dichiararmi da sempre – sia quello di capire, e di mettere un po’ a nudo l’autore letto.

Per trovare una chiave interpretativa a questa opera- prima di Claudia Zironi ho scelto come guida la poesia a pagina 35 dal titolo “ intimismo “ nella quale la prima parola è “concrezione “ che il vocabolario Devoto- Oli registra come :
1. incrostazione o aggregamento di minerali,
2. accrescimento per aggiunta o giustapposizione di altri elementi .
E’ una parola che sembra ibrida perché sta tra “ concretezza “, sfiora “ concezione “ e può approdare ad “ azione “ e mescolando questi tre termini si può generare una sintesi che, accostata all’aggettivo che nel testo la segue, cioè “ acuminata “ ci presenta l’ aspetto ( stavo per scrivere “ un aspetto “ ma non è il solo ) determinante della persona Claudia Zironi.

L’autrice appare come persona che si analizza, si interroga, si pone domande che “ pungolano “, “ strisciano nell’utero “ ( ah, quanto interrogarsi deve stare dietro ogni sua pulsione erotica e non !) “ristagnano contro dighe/ di grovigli metafisici”, ma poi “ la lacerazione della coscienza/ conduce all’inevitabile/ a scegliere.
E il finale che, per qualsiasi altro poeta avrebbe potuto rappresentare un punto di approdo definitivo nascosto dietro/dentro quel verbo “scegliere “ che sembra sommare e risolvere in sé ogni dubbio o problema esistenziale, viene invece liquidato amaramente dalla Zironi con il dissolvimento di ogni incertezza dentro la constatazione che la scelta deve essere compiuta da un “ lui “ completamente esterno e forse estraneo a quei dubbi, tra un tipo di mutandine ed un reggiseno di moda.

E qui forse sarebbe facile liquidare la poetica della Zironi dentro un contenitore genericamente catalogabile con l’etichetta “ esistenziale “, ma una lettura attenta e scrupolosa ci porta a mettere in evidenza che di fronte alla domanda di felicità che è racchiusa dentro testi come “ sorride l’agave “ pag. 47, di fronte al riflettere sul proprio destino, e al rimpianto per gli errori commessi come ben espresso ne “ il fico “, la risposta che l’autrice sa trovare è espressa in “ voglia di solitudine “, a pag. 34 ove, accanto alla fiamma di un braciere ella evidenzia il bisogno di fuga da “ un’umanità chiassosa “ .

E’ un canto che tende all’isolamento quello di questa autrice, un canto nel quale l’uomo vorrebbe essere visto semplicemente come un prodotto della casualità di in dio distratto, ma il condizionale da me usato è d’obbligo e non cancella tutti gli interrogativi che affiorano dalla sua poetica.

Lo scrive molto bene in “ fame di emozioni “ a pag. 39 in cui ella vuole “ esplorare/ la vera fine della rinascita “ che “ si consumerà in un lampo/ nel nulla “ e, prosegue ancora in “ lo scorrere dei nostri giorni “ a pag. 42, affermando che “ non c’è progetto di vita “/ solo, ci si arrende all’attesa/ dell’ingovernabile “ e più avanti “ ci si offre all’arrivo/ dell’inaccettabile “ per concludere con “ ci si riempi la bocca di sale/ quando si aprono le finestre/ sulle vite da trascorrere./ Le serriamo in fretta/ e proseguiamo “.

La conclusione di questo credo laico dell’autrice la troviamo nella poesia “ dico la mia “ a pag. 26 ove scrive “ se si muore/ meglio evitare di sbandierare/ convinzioni, paure, serenità. Arte per pochi la buona educazione/ nella morte. Poi tutti si finisce là “ e conclude “ Serbati in un grembo eterno/ per tutta l’inesistenza terrena “.

E a questo punto della mia lettura-interpretazione non ho potuto che andare a rileggermi i versi che il grande Giorgio Caproni, che non figura tra gli autori alla quale la Zironi afferma di sentirsi debitrice ma che io mi sento di accostarle come intimo sentimento di assurdità a-fideistica, scriveva ne “ il congedo del viaggiatore cerimonioso “ raccolta del 1964


Ed anche a lei, sacerdote
congedo, che m’ha chiesto s’io
( scherzava !) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo : io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento

e infine non posso dimenticare anche il bellissimo verso finale de “ Verrà la morte “ di pavesiana memoria

scenderemo nel gorgo muti

Luigi Paraboschi

                            

                               

                                          

Sette poesie da “Il tempo dell’esistenza”

   

Sono ormai talmente abituata al tempo che riesco a vederne lo scorrere in avanti

                                                                                                                                                             

                                                                                                                    

 

Il paradosso di Copernico

Scriverò del paradosso di Copernico
di essere qui eppure altrove
Immobili e già andate
le mie bambine
le mie ragazze
e l’amante fidanzata sposa
La figlia poi madre poi figlia ancora, differente

Andate in una rivoluzione di cellule.
Inesorabile nel conto degli anni
ricambiò il corpo e la mente.
Confonde i ricordi della pelle
come quelli delle labbra
e dell’udire

Ogni senso ogni pensiero appartenuto ad altra
Di esso un’orbita nella materia
solco che rapido si rimargina
E si ostinano a chiamarmi
con il nome della nascita
Ciò che è scritto già non mi appartiene

                                     

                                               

Frammenti di Lisbona

Lisbona addormentata sul mare
E’ uno di quei solchi di cui si scrisse
che si apre e si rimargina al passare del tram
fra le pareti scrostate dell’Alfama

Permane il grande cielo nella memoria
a tramandare il ricordo, e il numero ventotto
Infinito rovesciato dietro al bipede
ad arrancare al posto suo per la salita
Ché il castello era troppo in alto
per il profumo di vino che ci portavamo appresso
fin dal Rossio, fin dal tramonto

La medesima memoria immagina.

Un gruppo di spagnoli
in Belem si fotografa ridendo
addosso a un Cristo in croce
dall’espressione dilaniata, certo
per l’ammasso di tale compianto

Da qualche parte esiste.

Meno soggetta a degrado molecolare
del citato solco di memoria, l’immagine
sopravvivrà a testimonianza
del sacrificio di un povero Cristo
per gli uomini, per gli spagnoli in particolare

Sim coentros, por favor!

Non avevamo fatto a tempo
e masticavamo aspro
Um caipirinha… Il barman cantilenava
la provenienza dal Mato Grosso
a mettere l’oceano fra sè e la Spagna

Al cameriere invece
detratto dall’ingaggio
non restava che il mugugno

                                         

                                                        

Alla ricerca di un ricordo

Ferma nella tempesta di sabbia
Su questa duna immobile
La mano alzata stringo
Senza trattenere alcunché
Polvere impalpabile
inaridisce la pelle

Ecco fra due dita un solo granulo!
Minuscola erosione
di qualcosa che è stato

Cade e si perde
nel deserto dell’anima

                                      

                                               

Demenza

Frugo fra i bauli
Soffio sulla polvere

Sento sfuggire la mente
e i ricordi si confondono
La realtà della mia vita
ora svanisce

Vedo un ragno che si nutre
poi lento si nasconde
Resta la ragnatela bucata

Mosche nere penzolano
contratte nello spasmo

Apprezzabile variante estetica,
il mio capo reciso penzola fra loro

                                               

                                                             

Carcerata che sogna la libertà

Lascio scorrere la vita
fissando il soffitto
Si riversa dal bugliolo
dei liquidi corporei
come non avesse fine

Ma quando l’ultima goccia
macchierà l’ardesia
Le sbarre: arti dolenti
andranno in pezzi
E mi sarà resa la libertà

   

Ho bisogno di silenzio, smettila di battere…

                                                          

Il mio inverno

Nel tuo sguardo
si rispecchia il mio inverno

Mi adagio quieta sotto la neve
in attesa che il riflesso si spenga
nei miei occhi, per sempre

                                                         

                                                        

Dell’amore e della materia cosmica

Ansimante
corro dietro la rovina
con dedizione

Guardo nuvole che si accalcano in cielo a coprire ciò che invece vorrei vedere, in un piano segreto che include il mio sterminio
Se tanto ho sofferto e tanto amo e tanto ho lottato e tanto combatto con una cinghia tra i denti ogni giorno
in questo piccolo cosmo casualmente generato dalla defecazione di un dio distratto
Un sistema solare come atomo di qualsiasi materia: si intravede la possibilità che una materia non sia meno nobile di altra

Amante mio
non mi potrai salvare
dalla cenere

E la cenere si disperderà nel vento finalmente,
in area preposta,
con i rovelli le dietrologie le diete i grimaldelli
arrugginiti che non aprono.
Da anni più niente

Impolvererò la tua pelle
per un attimo ancora

Per certo, non ti vorrei sopravvivere
materia inerte

                                               

                                             

Claudia Zironi e’ nata a Bologna, dove vive, il 26 marzo 1964. E’ laureata all’Universita’ di Bologna in Storia Orientale, ha conseguito un Master in gestione d’impresa. Da anni si occupa di Trade Marketing in un’azienda. E’ mamma orgogliosa e felice di Matilde.
Ha sempre avuto la passione per lo studio delle lingue e per la composizione poetica ma solo di recente ha optato per il confronto e la diffusione.
Ha pubblicato un libro di poesie “Il tempo dell’esistenza” con Marco Saya Edizioni nel novembre 2012.
Sue poesie sono apparse su riviste (Illustrati e Le Voci della Luna), siti Internet (Caponnetto Poesiaperta, La Recherche, Dedalus di Mugnaini, Thraka-magazine, L’Estroverso, WSF, Laviadellebelledonne) e antologie fra le quali: Il ricatto del pane, CFR ed. 2012; 100 Thousand poets for change, Albeggi ed. 2013; Cronache da Rapa Nui, CFR Ed. 2013; Sotto il cielo di Lampedusa, Rayuela Ed. 2014.
Si è classificata quarta al concorso Renato Giorgi 2013 per la silloge inedita.
Fa parte del Gruppo 77 condotto da Alessandro Dall’Olio.
E’ fondatrice, attiva nella direzione e nella redazione, della fanzine on-line rivolta ai lettori Versante Ripido, per la diffusione della buona poesia http://www.versanteripido.it

Siti di riferimento

http://penultimoorizzonte.wordpress.com/category/autori/zironi-claudia/
http://versanteripido.wordpress.com/category/zironi-claudia/
http://gruppo77.wordpress.com/2013/09/06/claudia-zironi/
https://www.facebook.com/pages/Claudia-Zironi-poesie/208410812654699?ref=hl