Archive for the ‘Flavio Almerighi’ Category

Flavio Almerighi

12 dicembre 2019

 

selezione testi tratta da “Cerentari
Antologia 1998 – 2017 (con alcuni inediti)
pubblicata su “La dimora del tempo sospeso” per
Quaderni di RebStein
LXII. Giugno 2017

 

da Allegro Improvviso
(Ibiskos, 1999)

Tarda estate, primo pomeriggio

Figuriamoci
se agosto fosse stato infinito
e il moto ondoso in perenne bonaccia
riempito soltanto dalle anime morte
da esso assediate giorno e notte…
Fumare e dormire
il programma piatto che segue momenti
di grande vicinanza e comunicazione,
quando decidevi l’importanza del mio piacere,
un’esigenza superiore
alla precauzione estrema di non lasciare tracce.
Oggi dormirei volentieri su quel letto di gusci rotti
senza averti toccata
e sopra un altro più plausibile
di piume e molle, dopo l’ennesimo atto
di un nostro colloquio d’amore.
Che silenzio!
Alla ricerca affannante della felicità
nell’impresa disperata
di creare una sublime opera d’arte.
Il letto è composto,
le trame ordinate, abbinate
e il primo pomeriggio
tutto da riempire.

*

da Vie di Fuga
(Aletti, 2001)

Amelia Rosselli

Piano piano
sbocciano fiori fra i CD.
Si alzano
sfioriscono,
tu non puoi fare niente.
Bizzarra questa mente,
s’accende e poi si spegne.
Inventa
si nasconde,
indossa uno sleep
e si autoconsegna
al sonno esterno.
Salsa rossa trilingue
con pettini imburrati
roba da trattoria,
come l’offesa di dover vivere
che ti ha portata via
il tonfo di una poesia
affondò
anche i muri

*

da Amori al Tempo del Nasdaq
(Aletti, 2003)

A mia figlia

Paternità, verbo al presente,
come se li avessi inventati io
quei tuoi occhi così pieni di luce
e filati i capelli,
colorate le labbra
di ciliegie e sorrisi
progettate le mani come le mie.
Invece, imperfetto,
nemmeno ho descritto la gioia
di poterti stringere al petto
e le dita che ho
non sanno contare
il tempo rimasto
per restarti vicino.

*

da Coscienze di mulini a vento
(Gabrieli, 2006)

Tre sorrisi

Ho visto quel che non si vede,
ma non esiste ciò che ho visto.
Una brace illumina e ombreggia
volti sconosciuti che inseguono l’aurora
muovendo ai lati d’una scacchiera in stallo.
Chi sono io?
Non dovrei chiedermi,
ma sembro il sorriso scoccato dal palco
di un teatro mai aperto.
Potrei nascere dalla tomba
e raggiungere, camminando, mia madre
per rinfrescarle in viso il gelido make up,
ripensare seriamente al volo.
Sorrido. Soltanto il desiderio
rifà profilo alle cose,
tutti sono ritorni.
Che sia riagguantare lo sfuggito
con il morso di un cavallo scosso,
che sia su strade poco illuminate.
Chi sono io?
(altro sorriso)
Amarsi è l’incontro con qualcuno
che sappia rompere il silenzio.

*

da durante il dopocristo
(Tempo al Libro, 2007)

Otto Giugno 2007,

tra una versione definitiva
e l’altra della vita
corrono strazi paralleli
riempiti di terriccio e formicai
a tirar rosari, somme e pareggi
che non rendono pari dignità
a un tramonto di classe.
[Guardava cani sui tetti,
anche allora sapeva di non vivere.
Già dall’Ottanta la sua anima
desiderava esequie vichinghe,
ma si sentì grande quel giorno,
quando, sulle rovine di Ninive,
trovò un cancello.]
L’arte sepolcrale
rasenta a volte l’imperfezione
non sono ritocchi, ma rintocchi
quelli d’ala al messaggero,
ad avere cura di,
orgogliosi per avere scalato
una ziqqurat caduta.

*

da qui è Lontano
(Tempo al Libro, 2010)

Apocrifi

sull’estremo promontorio in brandelli
il vestito incollato ai polpacci,
l’epica di capelli storti dal vento
e palpebre incollate alla fronte,
perché lunga è aspettare i feriti
e ritorni caduti nei fossi,
preghiere di fatto – grida scosse
e minime note di piano,
fresche non scadute, subito dimenticate,
piove e arrugginiscono, baciatele prego
che non si sa più se sono carta o penna,
e di quali rami sono vestite,
i poeti seducono prassi,
allontanano il senso alle cose
per seminare pezzi e nascerne altri,
lanciano sassate imprecanti ai cantieri,
sfollano penisole e fenditure
perché hanno facce da gitanti apocrifi

*

da Voce dei miei occhi
(Fermenti, 2011)

Voce dei miei occhi

Oggi passerà alla storia
per i primi tratti di rondini
nascoste dopo un anno,
mi panegirico pensando
forse potrò sopportarmi
ancora un altro poco,
magari per poco
valeva la pena, penso
di tutto quanto il gelo
dagli schiaffi cattivi
e per quello che verrà,
aspettare e aspettare
per sentirne ancora.

*

da Procellaria (Fermenti, 2013)

Storm Petrel (Xenos Books, 2017)

Rosso d’uva

Questa notte un uomo
col ghigno
di un’acquasantiera
mi ha gettato
un giornale in faccia
poi mi ha accoltellato,
rosso d’uva
il sangue corre
dove non è mai stato
mi porta dietro,
quanto silenzio – penso
mentre muoio
e mi sveglio.

*

da Sono le tre
(LietoColle, 2013)

A volte mi perdo in stazione

treni in ritardo consentono deflagranti letture

A volte mi perdo in stazione
negli occhi di un cane
illuminanti sullo stato
di salute e precarietà,
avessi trascorso tutta la vita
ad aggiustare parole
non mi sarei reso conto
della storia andata in replica,
del saluto nel bacio
della gratitudine al tempo reso
prima dell’arrivo
e alla prossima partenza.

 

*

da Caleranno i vandali
(Samuele Editore, 2015)

memorie di un pulitore di carrozze

sabato,
il sacco nero pesa vuoto
come la notte intorno,
trovo inutile controllare l’ora
come qualche raro viaggiatore
fa con l’unica voglia di partire
senza dire dove scenderà
le tendine ferme
divaricate poco più chiare
la stagione infinita,
io non godo le stelle
all’uscita prendo un po’ d’aria
prima di un’altra vettura
l’ultima parte per prima,
debbo smontare in fretta
non mi armo, me ne andrò
con la mia raccolta
di vuoti a perdere.
I bambini dormono
offesi perché nati,
se sono qui m’immagino
che non è finita,
l’anima nel sacco nero
conserva leggerezza
sotto le spalle indolenzite.

*

da INEDITI (2016 – 2017)

Clara vive sola

una sera
Clara ha raccontato la storia
di chi l’ha baciata
dentro un armadio,
mentre scriveva nascosta
dietro ante semi aperte
seduta sulla naftalina,
la luce andava,
venivano nubi veloci,
al buio la carta
brillante come richiamo.
Solo chi è stato là
sa di cosa si parla,
quali siano stati
gli abiti che indossava.
Mia madre
non poteva avere figli,
le sono nato io
che ho rapito Clara,
ma i suoi occhi,
quando voleva aprirli,
sapevano scrutare oltre.
Il candore dello zucchero
è dissolto il velo.

*

C E R E N T A R I
Antologia 1998 – 2017 (con alcuni inediti)

*

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016), Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles 2017 traduzione di Steven Grieco). E’ presente in rete con il blog amArgine (https://almerighi.wordpress.com/).